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Raccontare Sderot a Ginevra

 

Noam Bedein

Lo scorso 6 luglio sono andato a Ginevra a testimoniare davanti alla Missione d’indagine Onu sul conflitto a Gaza. Con me nella delegazione c’erano il sindaco di Ashkelon Benny Vaknin, il dottor Alan Marcus, direttore del dipartimento pianificazione di Ashkelon, Ophir Shinhar del College Sapir e la dottoressa Mirelda Sidrer, ferita in un attacco di razzi contro un ambulatorio medico nel centro commerciale di Ashkelon.
Faceva parte della delegazione anche Noam Schalit, che ha parlato con passione a nome di suo figlio Gilad, sequestrato tre anni fa da terroristi palestinesi e da allora tenuto in ostaggio da Hamas.
Ufficialmente il governo israeliano si è rifiutato di cooperare con la Missione Onu giacché le conclusioni dell’indagine sono state già formulate in partenza nell’enunciato stesso del suo mandato, che afferma che Israele ha commesso crimini di guerra durante la guerra dello scorso gennaio.
Al contempo, tuttavia, il capo della Missione Onu, il giudice sudafricano Richard Goldstone, ha dichiarato alla stampa israeliana che avrebbe voluto ascoltare entrambe le parti. “Scopo delle audizioni pubbliche – ha detto – è quello di rendere visibili le sofferenze umane e far ascoltare le voci delle vittime”.
In preparazione delle audizioni a Ginevra, la Missione Onu ha chiesto allo “Sderot Media Center” di preparare filmati e materiale informativo sull’impatto dei bombardamenti da Gaza sulla popolazione civile nella regione israeliana del Negev durante la guerra.
Prima delle audizioni, la delegazione ha ascoltato un briefing di Hillel Neuer, capo dell’organizzazione non governativa “UN Watch” dedita al controllo delle attività dell’Onu, che ha spiegato il background della Missione d’indagine e dell’agenda di ciascuno dei giudici che siedono nell’organismo investigativo.
Non è stato facile prender sonno nei giorni immediatamente precedenti la testimonianza: come unico membro della delegazione abitante a Sderot e della regione del Negev occidentale, sapevo che vi sarebbero stati solo 30 minuti per comunicare come il terrorismo dal cielo abbia avuto un impatto devastante sulla popolazione civile. D’altra parte, l’Onu offriva allo “Sderot Media Center”, dedicato a descrivere le vicende umane a Sderot e la vita sotto gli incessanti lanci di razzi dei terroristi, l’opportunità di rivolgersi finalmente alle Nazioni Unite.
Mentre la delegazione si preparava a testimoniare, fu penoso venire a sapere che, fra i giudici dell’Onu, sedeva la professoressa di Londra Christine Chinkin, la stessa che l’11 gennaio, in un articolo pubblicato sul Sunday Times, aveva già sostenuto la tesi secondo cui “il bombardamento israeliano di Gaza non è autodifesa, è un crimine di guerra”.
I giornalisti israeliani a Ginevra ci posero domande non facili: perché testimoniare davanti a un giudice così “neutrale” da sostenere che Israele non ha il diritto di difendere i propri cittadini e che le sue azioni “equivalgono a un’aggressione in violazione del diritto internazionale e dei diritti umani”? Perché testimoniare quando il governo stesso ha deciso di boicottare un’inchiesta che ha già formulato le sue accuse contro Israele ancor prima di iniziare l’indagine?
Tuttavia, la presenza di una delegazione da Israele invitata dall’Onu creava un precedente importante. Neuer ha sottolineato come, nei sedici anni di attività a Ginevra, non vi fosse mai stata prima d’ora una sola volta in cui l’Onu avesse invitato e addirittura spesato una delegazione da Israele per ascoltarne la testimonianza. Per la prima volta l’Onu ha offerto un’occasione alla gente ordinaria d’Israele di far sentire la propria voce al mondo. È stato un onore per un abitante di Sderot prendere parte a tale evento.
Ma la lunga strada per la pace e la giustizia per abitanti di Sderot e della regione del Negev non si esaurisce davanti a una commissione di giudici Onu o a un rapporto commissionato. Gli abitanti sono costretti a far sentire la propria voce e cercare di comunicare l’esperienza di cosa significa vivere sotto continui attacchi di razzi: che sono un atto di terrorismo e un crimine contro l’umanità.
Dopo aver proiettato davanti alla commissione due brevi filmati che illustrano i 15 secondi di tempo che hanno gli abitanti di Sdeot e i loro bambini per correre al riparo quando suona l’allarme antiaereo, ho concluso la mia presentazione con queste riflessioni e queste domande: “Non bastano le dita delle mani per contare quante volte i razzi sono esplosi a pochi metri da un asilo d’infanzia. Quale altra democrazia occidentale tollererebbe anche un solo razzo sparato contro i civili del suo territorio? Com’è che dobbiamo aspettare che venga colpito in pieno un asilo o una classe piena di bambini affinché Israele ottenga l’appoggio internazionale per fare quello che è necessario per proteggere la propria gente?”.
Ha detto bene il presidente Barack Obama, quando venne a visitare una casa di Sderot devastata, durante la sua campagna elettorale del 2008: “Se qualcuno lanciasse razzi su casa mia dove la notte dormono le mie bambine, farei tutto ciò che è in mio potere per fermarli, e mi aspetto che Israele faccia lo stesso”.
Non vi sono state domande o reazione da parte dei giudici Onu. Dovremo aspettare, insieme a tutti gli altri abitanti del sud di Israele, di leggere attentamente il verdetto di Ginevra sulla guerra quando il rapporto della Missione Onu verrà pubblicato, a settembre.

(Da: Jerusalem Post, 16.07.09)

Nella foto in alto: Noam Bedein, autore di questo articolo, è direttore dello "Sderot Media Center":
http://sderotmedia.org.il

Pubblicato il 16/7/2009 alle 22.10 nella rubrica Diario.

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