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Il mondo secondo Fayad

Grande attenzione è stata prestata all’ampio discorso politico del primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu. Non così per la sua controparte, il primo ministro dell’Autorità Palestinese Salaam Fayad, la cui esposizione del 22 giugno scorso merita invece un’attenta analisi.
Fayad è primo ministro palestinese per una sola ragione: per compiacere i governi occidentali e i donatori di finanziamenti. Difetta di abilità politica, di influenza ideologica e di un significativo sostegno dalla base, ma continua a far affluire denari grazie al fatto di essere relativamente onesto, moderato e professionale sulle questioni economiche. Tuttavia la sua stessa gente non gli dà ascolto. La maggior parte dei politici dell’Autorità Palestinese lo vorrebbero fuori, la pressione internazionale lo tiene dentro.
E dunque, ecco il paradosso Fayad: se rappresentasse realmente posizioni e pensieri dell’Autorità Palestinese, vi sarebbe qualche speranza di pace; giacché invece è così desintonizzato dai suoi colleghi, Fayad appare nettamente diverso da tutti loro. Ed anche lui è profondamente limitato da ciò che è possibile nella realtà politica palestinese: quei limiti che garantiscono il fallimento dell’Autorità Palestinese, l’assenza di pace e l’inesistenza di uno stato palestinese.
Il suo primo problema è che Hamas controlla la striscia di Gaza e cerca di rovesciare l’Autorità Palestinese anche in Cisgiordania. La maggior parte dei leader di Fatah e dell’Autorità Palestinese preferiscono la pace con Hamas a una pace con Israele. Sia chiaro: si tratta di due opzioni che si escludono a vicenda. Se Hamas si riunisse all’Autorità Palestinese, il risultato sarebbe di gran lunga troppo estremista per negoziare una soluzione, e sarebbe alla fine dominato dall’estremismo islamista alleato di Teheran. Inoltre, per tenere aperta la porta verso una tale riconciliazione, l’Autorità Palestinese non potrebbe mai avvicinarsi a un accordo con Israele.
Ma non basta. Fayad dice che i palestinesi devono evitare di “politicizzare” la questione di Gaza permettendo la permanenza di sanzioni contro il regime di Hamas che vi impera. Ma, non opponendosi alla strategia degli attentati suicidi, Fayad persegue una politica che è a sua volta suicida. Battendosi contro ogni forma di isolamento o di sanzioni verso Hamas, l’Autorità Palestinese garantisce a Hamas la possibilità di rafforzare la sua presa sulla striscia di Gaza. Difendendo la pretesa di Hamas di attaccare Israele senza pagare pegno, l’Autorità Palestinese stessa si assicura che i suoi rivali islamisti appaiano i combattenti più efficaci.
Inoltre, pur non sostenendo direttamente terrorismo e violenza, a differenza di quanto fanno tanti suoi colleghi e istituzioni della sua Autorità Palestinese, tuttavia Fayad continua a sostenere che qualunque palestinese detenuto nelle carceri d’Israele costituisca “una violazione del diritto internazionale”.
E poi sostiene che non è compito dell’Autorità Palestinese persuadere Israele con comportamenti positivi né negoziare bilateralmente sulla base di reciproche concessioni e compromessi. Al contrario la strategia dell’Autorità Palestinese, come hanno apertamente ribadito anche di recente altri leader dell’Autorità Palestinese, è quella di ottenere che il mondo faccia pressione su Israele affinché ceda su tutta la linea.
Ancora oggi la versione dei palestinesi è che gli ebrei non avrebbero alcun diritto a uno stato e che tutta la terra apparterebbe di diritto ai palestinesi, agli arabi e (per la maggior parte) ai musulmani. Tale posizione impedisce di fatto la soluzione a due stati. Questo è ciò che Fayad non può ammettere. Egli effettivamente asserisce che la “principale aspirazione” dei palestinesi è avere una loro patria, che – promette – vivrà in pace, cooperazione e rispetto coi suoi vicini. Ma non può dichiarare che insedierà i profughi palestinesi (e loro discendenti) all’interno dei confini di tale patria, che non vi farà entrare truppe straniere, che essa porrà fine per sempre alle rivendicazioni e al conflitto, e che darà piene garanzie di sicurezza. Può darsi che questo sia il risultato cui Fayad personalmente aspirerebbe, ma non è la posizione palestinese.
Fayad afferma che l’Autorità Palestinese ha fatto un buon lavoro e che “i cittadini percepiscono questi progressi”. Perché allora l’Autorità Palestinese ha paura a indire elezioni, anche in Cisgiordania? In realtà l’amministrazione dell’Autorità Palestinese rimane di scarsissimo livello, intrisa di corruzione e incompetenza. Fayad non può fare nulla per riformarla giacché l’élite politica non è con lui, ed egli non ha potere sui “signori della guerra” e sui loro miliziani che spesso rappresentano il potere reale in Cisgiordania.
Secondo Fayad, il motivo per cui non si arriva alla pace è che si chiede all’Autorità Palestinese di fare tutte le concessioni. La verità, naturalmente, è esattamente l’opposto. Israele si è ritirato dalla maggior parte dei territori, ha permesso a 200mila palestinesi di farvi ingresso, ha cooperato alla creazione di forze di sicurezza palestinesi, ha acconsentito a finanziamenti su vasta scala all’Autorità Palestinese e così via. E quali concessioni avrebbe fatto l’Autorità Palestinese? All’uditorio internazionale – ma non sui loro mass-medie, nelle loro moschee, scuole e dichiarazioni interne – dicono che hanno accettato l’esistenza di Israele, e talvolta, ma solo talvolta, fermano qualche attacco terrorista, per lo più quando gli conviene.
Non vede Fayad l’assurdità delle sue parole? Egli descrive Israele come la parte debole rispetto all’occidente, e pensa che i paesi occidentali possano costringere Gerusalemme a fare concessioni senza limiti.
Alimentando l’ingannevole convinzione dell’Autorità Palestinese che l’occidente farà pressione su Israele fino a fargli accettare uno stato nei confini che vogliono loro senza do dover accettare né concessioni né restrizioni e nemmeno l’applicazione delle promesse già fatte, i governi d’America e d’Europa rendono di fatto un ottimo servizio al fallimento di ogni possibilità di pace.
(Da: Jerusalem Post, 28.06.09)

SCRIVE YISRAEL HAYOM, in un editoriale di lunedì, che il dialogo proposto domenica dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu all’Autorità Palestinese “o favorirà progressi verso una composizione, o rivelerà che l’altra parte non è interessata ad alcuna composizione. L’Autorità Palestinese - continua il quotidiano israeliano - ha già dimostrato almeno due volte che, al momento della verità, si tira indietro dal compromesso di pace: a Camp David nel 2000 e l'anno scorso quando Ehud Olmert offrì in pratica un ritiro sui confini pre-67 con pochi cambiamenti. I palestinesi sono riluttanti ad impegnarsi in un autentico dialogo per almeno tre motivi: 1) hanno l’impressione che l’amministrazione Obama gli assicurerà ogni cosa che vogliono senza che venga chiesto loro di fare reciproche concessioni; 2) per gli appelli di personaggi come Javier Solana a favore di una soluzione imposta; 3) a causa dell’antagonismo fra Fatah e Hamas”.
(Da: Yisrael Hayom, 13.07.09)

Nella foto in alto: Salaam Fayad, primo ministro dell’Autorità Palestinese
 

Pubblicato il 15/7/2009 alle 16.0 nella rubrica Diario.

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