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22 febbraio 2010

Il terrorismo islamico e Daniel Pearl

 

   
 
Ci fu un tempo in cui se in aeroporto qualcuno ci avesse chiesto di levarci le scarpe per infilarle in uno scanner a raggi x gli avremmo riso in faccia. Forse avremmo pensato a uno scherzo, magari una candid camera. Era la belle époque prima dell'odierna età del terrore, quando gli aerei non si schiantavano contro i grattacieli e nessuno aveva ancora cercato di far saltare in aria un jet imbottendosi le suole delle scarpe di esplosivo. Il tentativo (verificatosi il 22 dicembre 2001 sul volo American Airlines 63 Parigi-Miami e sventato dalla reazione dei viaggiatori e personale di volo) destò enorme scalpore e qualche incredulità tra chi sottovalutava le risorse della fantasia omicida islamista. L'autore del gesto era un cittadino britannico di origine giamaicana dall'aspetto a metà tra il barbone e lo psicopatico, tale Richard Reid alias Abdul Rauf. Subito dopo il suo arresto emersero, immancabili, i legami con le cellule jihadiste del Pakistan
    Il Pakistan, questo incubo in forma di Stato. In nessun posto al mondo gli elementi della chimica terrorista sono presenti in così alta concentrazione. L'umiliazione islamica, in Pakistan, è doppia: non solo verso il lontano Occidente, ma nei confronti della vicina e altrettanto infedele India - l'India da cui il Paese si separò nel 1947 e che si avvia a diventare una potenza economica mondiale, l?india dell'impetuoso sviluppo nelle tecnologie avanzate. dei film di Blooywood, della nascente industria automobilistica: un Paese in fulminea ascesa mentre il Pakistan ristagna nella miseria e sopravvive grazie agli aiuti americani. Ulteriore umiliazione, tirare avanti grazie alle elargizioni di Satana. All'invidia, all'odio e alla paranoia islamista va poi aggiunto un antisemitismo furioso. Dall'indipendenza in poi, la risposta pakistana ai problemi del momento è sempre stata la stessa: più Islam. La sharia si è gradualmente infiltrata nei codici ereditati dagli inglesi. I diritti delle donne sono stati revocati. SOno state introdotte le pene previste dal Corano.
    Nel gennaio 2002, a quattro mesi dal grande colpo dell'11 settembre e con gli esercti infedeli a occupare il vicino Afghanistan, la frustrazione della piazza pakistana era al culmine. Il Paese ribolliva letteralmente di rabbia. Fu in tale contesto che il direttore dell'ufficio del «Wall Street Journal» per l'Asia Meridionale volò a Karachi per realizzare un'inchiesta sui legami di Richard Reid, l'uomo dalle suole al plastico, con Al Qaeda e con alcuni settori dei servizi segreti pakistani da sempre sospettati di simpatie per la causa jihadista.
    Daniel Pearl di Encino, California, aveva 38 anni, un curriculum giornalistico invidiabile, una bella moglie incinta di sei mesi. Secondo il ritratto di Bernard-Henry Lévy (Chi ha ucciso Daniel Pearl?, Rizzoli, 2003) era «un cittadino del mondo curioso delle cose altrui, soddisfatto di ciò che lo circondava, amico dei reietti, affamato di vita e solidale con gli afflitti, impegnato ma distaccato, un generoso, un irresistibile ottimista». Era anche, aggiungiamo, un ebreo. Peggio: un ebreo americano. Una tentazione irresistibile per ogni jihadista che si rispetti. Fu rapito la sera del 23 gennaio, attirato in una trappola da Omar Sheik, epica figura di terrorista di rango: trent'anni, vestito all'occidentale, inglese fluente parlato con il bell'accento upper class appreso durante gli anni di studio alla London School of Economics.
    Otto giorni dopo Daniel Pearl era morto. Decapitato. Il suo corpo, tagliato in dieci pezzi, fu ritrovato nel giardino di una villetta risultata poi di proprietà di una ONG islamica legata a Osama Bin Laden. Una videocassetta fu consegnata tre settimane dopo al consolato americano di Karachi. Per la delizia e l'eccitazione dei fiancheggiatori, i terroristi diffusero il filmato attraverso i loro siti internet.
    La discussione sui filmati delle decapitazioni, questi snuff movies dell'odio santo, è sempre aperta: vederli? Non vederli? Censurare o no? Ho sempre pensato che la linea seguita dalla quasi totalità dei media occidentali, la cancellazione completa dell'orrore, fosse sbagliata e giustificata con false argomentazioni: con la pia intenzione del rispetto per le vittime si finisce per celare il vero volto dei carnefici, la loro radicale rinuncia ad essere umani, la loro devozione al male. Ci si nasconde la natura del pericolo, ci si anestetizza di fronte alla loro sfida.
    Oggi, a sei anni di distanza, il video della morte di Pearl è ancora lì, in rete: rabberciato, artigianale, lontanissimo dall'elaborazione tecnica delle attuali produzioni di Al-Sahab, la "casa di produzione" di Al Qaeda. Il titolo non lascia spazio ai dubbi: "Uccisione del giornalista.spia, l'ebreo Daniel Pearl".
    Nei primi fotogrammi il prigioniero declina le sue generalità e accanto al suo volto compaiono immagini di musulmani feriti o uccisi. Si vede il cadaver di un bambino piccolo, mentre Pearl dichiara «la mia famiglia è sionista per parte di padre». Fotogrammi di un funerale islamico mentre scandisce: «Mio padre è ebreo, mia madre è ebrea, io sono ebreo». Seguono immagini dell'uccisione del piccolo Mohamed al-Dura, che i giornalisti di France2 - finché non furono smascherati nel corso di una inchiesta lunga e travagliata - attribuirono alle pallottole israeliane. Accanto al volto dell'uomo che risponde alle domande dei carcerieri, in piccoli riquadri che si aprono ora alla sua desta ora alla sua sinistra, si possono ammirare gli emblemi della grande sofferenza musulmana ad opera dei sionisti e delle loro marionette occidentali, si può vedere Sharon che stringe la mano di Bush. E ora il meccanismo non potrebbe essere più chiaro, adesso è evidente che il nome della banda, "Gruppo per il ristabilimento della sovranità del Pakistan", è una farsa, così come l'elenco delle loro richieste per la liberazione dell'ostaggio. A Omar Sheik e compagni interessava solo una cosa: sgozzare un ebreo americano e presentarsi come giustizieri nel nome dell'Islam.
    Nel seguito del filmato Pearl riappare a terra, nudo, già con la gola squarciata, già in fin di vita. (Al processo uno dei rapitori racconterà che una volta iniziato il taglio della gola la cassetta nella videocamera si era bloccata e aveva docuto essere sostituita, e nel frattempo la vittima si era quasi completamente dissanguata). Il boia si china su di lui e finisce il lavoro con un coltello. La testa dell'ebreo viene sollevata per i capelli, mostrata come un trofeo, mentre alla sua sinistra compaiono le immagini dei prigionieri di Guantanamo in tuta arancione. Poi, in sovrimpressione, inizia a scorrere l'elenco delle richieste. Puro fumo negli occhi, false piste per la polizia pakistana, visto che nel 2007 l'organizzazione del rapimento fu confessata a Guantanamo dal numero tre di Al Qaeda, Khaled Sheik Mohamed, uno dei grandi artefici del piano dell'11 settembre.
    Perché non si sono limitati a sparargli? Perché hanno fatto ricorso al coltello, che richiede un surplus di sangue freddo e perizia bestiale? Non certo perché avevano paura di far rumore, dato che pochi giorni prima quando Pearl aveva tentato la fuga non avevano esitato a sparargli addosso. È sempre Bernard-Henry Lévy ad avanzare un'ipotesi: il 31 gennaio, giorno dell'esecuzione, non è lontano da Id Al-Adha, la festa del montone. Nel modo di uccidere c'è un messaggio rivolto agli occidentali, agli americani, agli ebrei, ai musulmani stessi colpevoli di non esserlo nel modo giusto: è questo che vi meritate, di essere uccisi come animali, perché ai nostri occhi non valete di più.
    Filmati di decapitazioni ne esistevano anche prima dell'esecuzione di Daniel Pearl, ma venivano dalla Cecenia ed erano destinati, per così dire, ad uso interno: circolavano solo negli ambienti jihadisti. Il video di Pearl, invece, è la prima parola di un lungo discorso di odio rivolto direttamente a noi. L'Iraq fornirà nuova carne da coltello a questi propagandisti della morte che nel frattempo venivano perfezionando i loro metodi, allestendo sfondi, messinscene, migliorando le riprese.
    Come dimenticare Nick Berg, il bizzarro globetrotter giapponese che implorava che gli fosse risparmiata la vita, i dodici disgraziati nepalesi colpevoli di aver accettato di fare le pulizie in una base americana, e l'inglese Ken Bigley, e tutti gli sconosciuti iracheni, muratori autisti idraulici elettricisti, e i camionisti turchi, giordani, egiziani, povera gente attirata laggiù dal bisogno? Tutti decapitati senza indugio, talvolta addirittura senza ultimatum.
    Il punto, ancora una volta, non erano le richieste, sempre irrealistiche. Il punto era il messaggio: non potete vincere contro di noi perché noi siamo capaci di mettere a tacere la nostra umanità. Per quanto orribile, era un discorso che avremmo dovuto avere la possibilità di ascoltare, se non altro per avere un'idea di quali forze stavamo (s', anche noi italiani) combattendo. Invece, si preferì l'oscuramento totale, la rimozione. Ufficialmente per salvaguardare la dignità delle vittime e la nostra delicata sensibilità di occidentali - in realtà, troppo spesso, per difendere il mito della "resistenza irachena" e poter continuare a sbattere in prima pagina Abu Grahib e Guantanamo. Per farci credere di non avere nemici. Per farci accettare le equivalenze balorde tra Bush e Bin Laden.
    Sono passati sei anni dalla morte di Daniel Pearl, e lo scempio degli omicidi in video continua, riguardandoci talvolta da vicino, come nel disgraziato autista di Daniele Mastrogiacomo in Afghanistan. Ognuno di quei filmati, con il suo linguaggio di sangue, disprezzo e rinnegamento della più elementare solidarietà umana, ci ripete lo stesso monito. Un genio terribile è uscito dalla lampada: non basterà chiudere gli occhi per cacciarlo via.

 Ernesto Aloia Libero
 


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