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31 agosto 2013

MORALE DELLA STORIA.... UN CI VOLEVA PIU' STA' IN EGITTO !!!!

Un grande LIKE spetta a questi soldati israeliani, che hanno salvato un cane rimasto incastrato al confire tra egitto e Israele. Mentre i 4 soldati sono riusciti a liberarlo, i soldati egiziani stavano guardando l' impresa, dall' altra parte del confine. Il cane, sofferente e con ferite sanguinanti, e' stato curato dai soldati .
MORALE DELLA STORIA.... UN CI VOLEVA PIU' STA' IN EGITTO !!!! 




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31 agosto 2013

Viviamo con le nostre maschere antigas nell'armadio!


da Israele, Deborah Fait


Deborah Fait

Guerra si, guerra no. Mister Tentenna/Obama non ha ancora deciso mentre  dalla Siria, Libano e Iran arrivano le solite minacce a Israele “se Damasco verrà attaccata, Tel Aviv brucerà....Se l’occidente attacca Assad. Israele verrà distrutto....” e così via  di questo passo. 
Le solite cose trite e ritrite tanto care al mondo arabo.
I media occidentali scrivono le idiozie di sempre “ Se gli USA interverranno sarà guerra....” e mi chiedo dove sono stati in letargo finora. 
“Sarà guerra”???  finora i siriani cosa hanno fatto? Coltivato garofani? 
La guerra in Siria dura da due anni, signori miei, e in due anni i siriani hanno ammazzato più di 100.000 siriani ,signori miei! 
E le ultime migliaia le hanno ammazzate colle armi chimiche un paio di giorni fa, signori miei! 
Allora perché “sarà guerra” solo quando interviene l’occidente come se le stragi di arabi contro altri arabi fossero bazzecole?
E’ la solita storia ripetuta fino alla noia.
Se gli arabi fanno le guerre non se ne parla o si arriva addirittura  all’immoralità  chiamandole  “Primavere”. 
Se le guerre le fanno gli occidentali nel tentativo, spesso vano, di fermare gli eccidi di arabi per mani arabe allora il mondo si sveglia e condanna l’America ancora prima che la guerra incominci. 
Nei miei scritti spesso condanno l’ipocrisia del politicamente corretto che, tradotto, significa “le porcherie arabe sono legittime e sacrosante”.
Visto che siamo in tema Siria, vorrei ricordare, in modo politicamente molto scorretto, alcuni  avvenimenti  accaduti in passato incominciando con quello  dell’agosto di 37 anni fa, esattamente il 12 agosto 1976, quando il padre dell’attuale dittatore/assassino siriano, Hafez El-Assad, mandò i falangisti libanesi filosiriani a  commettere una delle stragi più barbare della storia del MO: Il campo palestinese di Tar El Zatar fu raso al suolo e furono uccisi dai 2000 ai 3000 palestinesi.

Avete mai sentito, negli anni a seguire, una commemorazione dell’eccidio? Mai!
Una delle tante stragi dimenticate  in Libano fu anche  quella di Damour  in cui furono i palestinesi ad ammazzare, letteralmente squartandoli,  più di 600  libanesi cristiani per ordine di Arafat responsabile della morte di decine di migliaia di libanesi ( si parla di 40.000) negli anni  70/80. 
Però però però, siccome , come dicevo, non tutte le stragi sono uguali, non tutte le guerre sono uguali,   ecco la madre di tutte le stragi, quella ricordata ad ogni occasione, quella sempre commemorata anno dopo anno: Sabra e Chatila,  dove gli assassini furono sempre i falangisti libanesi.
Perché Sabra e Chatila viene ricordata mentre Tal El Zatar e Damour no?
E’ chiaro e lampante amici, perché Israele , allo scopo di fermare i palestinesi che entravano a fare stragi di famiglie di ebrei nel nord del Paese, aveva permesso ai falangisti di entrare nei campi palestinesi per scovarne i terroristi.
Quindi ricordatevelo amici, esistono stragi più stragi e guerre più guerre delle altre, dipende da chi le fa. Se le fanno gli arabi valgono meno, molto meno, tanto meno da essere completamente dimenticate.
 
Ritornando all’attualità ,  la mia maschera antigas si trova nell’ armadio della camera da letto e credo che  tutti gli israeliani ormai ne sono muniti per cause di forza maggiore. 
Come viviamo questa situazione in Israele? Come sempre, direi, la gente esce, si diverte, i bambini vanno a scuola, si va al cinema, a teatro, chi non ha figli a scuola, se può,  va in vacanza, tutti andiamo  al mare, supervaccinati  ormai contro gli isterismi  arabi e le loro minacce di distruzione e assolutamente sicuri che il nostro esercito ci saprà difendere come sempre ha fatto nella nostra storia. 
Il Popolo di Israele  ha vissuto con i nervi saldi   tutte le guerre cui ci hanno costretto i nostri nemici. 
Ha mantenuto i nervi saldissimi  in particolare quando le guerre sono regionali   come accadde durante la Guerra del Golfo quando Saddam Hussein colpì Israele con 39 scud e , insieme a Yasser Arafat, minacciava di far diventare Israele un inferno di fuoco.
In quell’occasione il mondo chiese cinicamente  a Israele di non difendersi e così fu, il Governo fu aiutato dalla calma della popolazione che se ne andava a fare le sue attività quotidiane con la maschera antigas a tracolla, come se niente fosse ma sempre pronti a infilarsi in un rifugio al primo suono delle sirene. 
Credo sia anche questa forza morale che , secondo le statistiche, fa di Israele, nonostante le tante avversità,  uno dei paesi più felici del mondo.  
 
La “gratitudine” dell’America e dell’Occidente per essere rimasti calmi e razionali e per non aver risposto agli attacchi iracheni fu di chiederci sempre nuovi sacrifici territoriali fino ad arrivare ai colloqui di questi giorni e alla minaccia di Mister Kerry ”Se i colloqui falliranno, Israele sarà  delegittimato”. Non i palestinesi, badate,o,  al limite,  entrambi i contendenti, no, solo Israele. 
Vi sembra logico? 
Purtroppo niente è logico quando si tratta di Israele,  non è logico che dobbiamo privarci di terre che sono la nostra storia millenaria per  creare un paese che non è mai esistito, non è logico che altri decidano i nostri confini, non è logico che l’Occidente ci boicotti economicamente e culturalmente, non è logico che gli arabi non si rassegnino ad averci come vicini di casa, non è logico che ci minaccino sempre di morte, non è logico che nessuno riconosca la nostra Capitale e che ci costringano a dividerla con chi mai l’ha avuta, non è logico l’odio che ci perseguita, non è logico che ancora oggi qualcuno scriva sul Web che purtroppo Hitler non è riuscito a portare a termine la sua opera di genocidio del Popolo ebraico, non è logico  che una nazione, Israele,  unica Nazione del mondo , sia minacciata di distruzione e che il mondo lo accetti senza  protestare. 
Niente è logico se non il  desiderio immenso di esistere e di vivere del Popolo ebraico nella propria Terra che si chiama Israele. Erez Israel!     
 
Noi siamo qui, siriani, calmi e tranquilli colle nostre maschere antigas nell’armadio ma state attenti perché Israele, col pericolo di una guerra chimica, non sarà troppo tollerante e ricordatevi che l’Israele del 2013 non è quello del 1990. 
Dittatore avvisato......


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




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30 agosto 2013

Ilse Koch, la cagna di Buchenwald

Quando, il 13 aprile 1945 gli alleati arrivarono a Buchenwald, il campo di concentramento nazista a pochi chilometri da Weimar, non trovarono praticamente nessuno dei soldati tedeschi, tantomeno ufficiali o i temuti ed odiati medici. I prigionieri sopravissuti si erano liberati da soli, ed erano ormai allo stremo delle forze. Tra le truppe c’era una persona che ad Hollywood era molto conosciuta; si trattava di Billy Wilder, lo sceneggiatore di Ninotckha, il film con Greta Garbo, nonchè il regista di Frutto proibito e Venere e il professore. Wilder era al seguito delle truppe alleate per documentare la vita dei prigionieri dei campi nazisti, i famigerati lager. Per quanto qualcuno tra gli ufficiali alleati fosse al corrente di molte voci sulle atrocità consumate nei lager, quello che toccò vedere ai soldati e che venne ripreso, filmato e poi distrubuito in tutto il mondo proprio grazie a Wilder riempì di orrore e incredulità chiunque visionò sia i filmati che la realtà che si parò davanti agli occhi degli sbigottiti liberatori.

I racconti dei pochi sopravissuti lasciavano poco spazio alla fantasia; del resto, la presenza di paralumi fatti con pelle umana, crani sezionati, arti, cadaveri semi bruciati e tutto il campionario di orrori compiuti dai nazisti erano sotto gli occhi di tutti.

Quando vennero interrogati i prigionieri, per sapere i nomi dei capi del campo, visto che con molta astuzia le SS avevano brciato tutto il bruciabile, un nome si levò su tutti: quello di Ilse Koch, soprannominata, dai prigionieri, la baldracca di Buchenwald, o anche la la cagna o la strega. Soprannomi che la kapò e moglie dell’ex comandante del campo, Karl Otto Koch, si guadagnò, ed è il caso di usare l’ umorismo nero, sul campo.

Ilse Koch e suo marito, Karl Koch

Ilse Kohler era nata a Dresda nel settembre del 1906; era figlia di contadini, ma intelligente e ambiziosa. Con astuzia, seppe ingraziarsi le SA, le prime formazioni paramilitari naziste, poi sciolte da Hitler quando fece giustiziare Ernest Rohm; in seguito la donna si fece qualche amante nelle SS, prima di conoscere, nel campo di Sachenhausen, Karl Otto Koch, comandante dello stesso.

Ilse si era fatta una fama sinistra, all’interno del campo; le sue violenze,la sua crudeltà erano temute da tutti; svolgeva il suo compito di sorvegliante con un sadismo senza uguali.Karl era uno psicopatico, come lei, del resto. E i due si innamorarono e si sposarono nel 1936. L’anno successivo la sinistra coppia si trasferì a Buchenwald, che già prima dell’avvento dei due era considerato un’anticamera dell’inferno. Le condizioni di vita dei prigionieri erano inumane, gli esperimenti foll, senza alcuna validità scientifica, sadici e perversi dei vari dottori mietevano vittime come mosche. In questo scenario apocalittico si mossero le due figure, aggiungendo orrore ad orrore.

Ben presto la fama nera di Ilse si diffuse tra i prigionieri; molti di loro si raccontavano, con spavento, delle orge sessuali tenute con prigionieri poi spariti, o di atti di sadismo efferati conclusi,sistematicamene, con la morte dei malcapitati. La Koch iniziò anche una collezione terrificante di tatuaggi su pelle, strappata ai prigionieri. I ripetuti atti di sadismo, le torture e la violenza brutale continuarono per diverso tempo; ma le cose stavano per cambiare.


Voci su presunte irregolarità nella gestione del campo arrivarono fino al comando delle SS, che incaricarono Georg Konrad Morgen, un giovane e incorruttibile avvocato, famoso anche per la sua imparzialità, di investigare. Morgen giunse a Buchenwald, e interrogando dei sottoposti, aprendo la corrispondenza, assolutamente imprudente, del comandante Koch con la moglie,si rese conto che Koch aveva sottratto ingenti somme di denaro dal bilancio. Il che era una delle cose più gravi che un ufficiale potesse fare; a questo si aggiunsero le notizie sulle atrocità perpetrate dalla “cagna di Buchenwald” e dal degno marito. Morgen informò il capo della Gestapo, Muller, il capo dell’Rsha Kaltenbrunner e il capo delle SS,Himmler. Quest’ultimo autorizzò Morgen a fare piazza pulita;Koch venne processato e condannato a morte nell’agosto del 1944. Venne fucilato pochi giorni prima che gli americani entrassero a Monaco di baviera, nell’aprile del 1945. Ilse Koch riuscì a cavarsela, e venne prosciolta; la guerra era alla fine, e lei ornò a vivere con la famiglia.

Ilse Koch al processo di Dachau

Come già detto, subito dopo l’arrivo degli americani a Buchenwald, gli ex detenuti iniziarono a fare i nomi dei colpevoli degli efferati crimini perpetrati nel campo;venne fuori il nme della “cagna di Buchenwald”, e da quel momento la polizia militare si mise sulle sue tracce.A fine giugno del 45 la polizia americana la rintracciò e la trasse in arresto; durante il processo di Dachau,Morgen ebbe modo di deporre contro di lei, ma inaspettatamente non lo fece. Nonostante le minacce russe di deportarlo, l’uomo testimoniò che “tutto quello che si diceva sulla Koch era frutto di voci dei prigionieri, voci probabilmente vere, ma senza prove oggettive”

La Koch venne condannata all’ergastolo,nel 1947.incredibilmente la pena venne poi ridotta a 4 anni, perchè secondo la corte non c’erano prove sufficienti.Così, nel 1949, la belva di Buchenwald potà lasciare il carcere. La notizia fece il giro del mondo e l’indignazione popolare fu talmente forte che la Koch venne nuovamente arrestata.

Processata da capo, vide la condanna all’ergastolo confermata. Nel 1967 Ilse, che aveva da poco compiuto 60 anni, venne trovata appesa per il collo nella sua cella.

L’immagine dell’orrore:paralumi in pelle umana
paul templar




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29 agosto 2013

FERMI TUTTI! UN’INTERVISTA DELLO SCORSO 6 MAGGIO DEL MAGISTRATO CARLA DEL PONTE ROVESCIA LA TEORIA SULLE ARMI CHIMICHE: “IN SIRIA LE USANO I RIBELLI” (VIDEO)

Carla Del Ponte, membro della commissione delle Nazioni Unite sulla violazione dei diritti umani in Siria, rivelò i risultati dell’inchiesta: “Sono state utilizzate armi chimiche, in particolare gas nervino. Dalla nostra indagine emergerebbe che sono state usate dagli oppositori, dai ribelli…” Il video dell'intervista a Carla del Ponte

VIDEO - http://it.euronews.com/2013/05/06/siria-carla-del-ponte-i-ribelli-hanno-usato-armi-chimiche/

Carla Del PonteCarla Del Ponte

Carlo Tarallo per Dagospia

vittime armi chimiche SIRIAvittime armi chimiche SIRIA

2-QUANDO CARLA DEL PONTE DISSE: "LE ARMI CHIMICHE USATE DAI RIBELLI"
Un macigno sulla teoria della necessità di un attacco alla Siria per "punire" l'utilizzo di armi chimiche da parte del regime di Assad. Spunta dagli archivi di un addetto ai lavori un'intervista rilasciata da Carla Del Ponte lo scorso 6 maggio: l'ex procuratore del Tribunale Penale Internazione sui crimini nella ex Jugoslavia, nella veste di membro della commissione delle Nazioni Unite sulla violazione dei diritti umani in Siria, rivelò i risultati dell'inchiesta che aveva condotto.

SIRIA VITTIME DEL GAS NERVINOSIRIA VITTIME DEL GAS NERVINO

E venne fuori che i principali sospettati di aver utilizzato il gas "Sarin" erano i cosiddetti ribelli, e non il regime di Damasco. "Stando alle testimonianze che abbiamo raccolto - spiega la Del Ponte nell'intervista - sono state utilizzate armi chimiche, in particolare gas nervino. Dalla nostra indagine emergerebbe che sono state usate dagli oppositori, dai ribelli". Che fine ha fatto la relazione di quella commissione? Ah saperlo...

LE MONDE SIRIA ARMI CHIMICHELE MONDE SIRIA ARMI CHIMICHE 




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29 agosto 2013

Un abbraccio rosso-nero intorno al verde dell'Islam, la promessa di un'Eurabia estrema



http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
 

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

 


Monia Benini

Cari amici, ne abbiamo parlato altre volte: uno degli aspetti interessanti di Eurabia è la promettente alleanza rosso-nero-verde: i comunisti, i fasciti gli islamisti), che con l'aggiunta del bianco di certi pezzi di Chiesa fanno proprio i colori della Palestina. Al momento buono questa santa alleanza di opposti estremismi viene fuori, e non importa che i comunisti siano per definizione senzadio, che gli islamisti opprimano le donne, che i fascisti siano da sempre in teoria i peggiori nemici dei comunisti e viceversa, che il cristianesimo reazionario di Lefebvre e "Holywar" sia all'opposto di quello di base e iperconciliare di Pax Christi; quando si tratta di prendersela con Israele e gli ebrei si mettono tutti assieme appassionatamente nella stessa barca (con le flottiglie che vanno e vengono è proprio il caso di dirlo) e non hanno nessuna difficoltà a stare uniti.

In attesa del prossimo evento clamoroso, di questi tempi l'alleanza resta sottotraccia. Ma è divertente andarla a cercare. Per esempio nei giorni scorsi ho ricevuto una mail da Stefano, un grande cacciatore di antisemitismo, che ringrazio ora per le tante sue segnalazioni che ho usate nelle cartoline. Mi indicava un'intervista a "Monia Monini di Freedom  Flottilla" pubblicata dal sito "Italia sociale". All'inizio ho pensato che fosse l'ennesima rifrittura dei fatti della Mavi Marmara, con la solita criminalizzazione di Israele, e in effetti se andate a leggerla (http://www.italiasociale.net/interviste/interviste190710-1.html) trovate una pappa rimasticata molte volte, tanto da riuscire ormai indigesta credo anche ai più boccaloni dei filopalestinesi. Ma poi mi sono incuriosito, come consiglio anche a voi di fare ogni volta che qualcuno vi passa un link. Chi era questa Monia? E che sito era quello dell'intervista? Be', i risultati valgono la ricerca.

 Cominciamo con la giovane signora intervistata. Ha un sito (http://moniabenini.com/), da cui risulta occuparsi di traduzioni di organizzazione di convegni e di relazioni pubbliche con tanto di partita iva; insomma fa un mestiere molto postmoderno; e però è una comunista pura e dura, tanto da essere uscita a sinistra dai Comunisti Italiani nel 2006 assieme al senatore Fernando Rossi, di cui allora era assistente parlamentare e con cui ha fondato un partito col poetico nome di "per il bene comune", Chi non sarebbe d'accordo con un programma del genere? E però alle ultime elezioni politiche nazionali del 2008 questa nuova avanguardia della rivoluzione mondiale ottenne in tutto 119.419 voti (pari allo 0,327%) alla Camera e 105.893 voti (pari allo 0,323%) al Senato, ottenendo zero eletti. Ammetterete che è una delusione che così pochi italiani siano disposti ad affidare il loro bene comune alla nostra cara Monia (presidente) e al nostro caro Fernando (portavoce). Non importa, i due alacri rivoluzionari di professione hanno continuato alle elezioni regionali abruzzesi del 2009 ottenendo 2.791 voti ... e purtroppo di nuovo zero eletti (http://it.wikipedia.org/wiki/Per_il_Bene_Comune): che ingrati questi abruzzesi! Sarebbe stato generoso nominare l'emiliano Fernando Rossi consigliere dell'Abruzzo, un vero gesto di internazionalismo proletario... Ma non importa i due indomiti combattenti si sono imbarcati sulla "Freedom flottillia", per puro amore della libertà, è chiaro... hanno superato i terribili maltrattamenti della marina israeliana e ora sono di nuovo da noi in attesa delle prossime elezioni comunali di Roccacannuccia, dove sperano di ottenere l'assessorato agli esteri, e nel frattempo il presidente Monia si fa giustamente intervistare sulla sue avventure marine.

Ma da chi? E' noto che dal "Corriere" all'''Unità", da "Repubblica" a "Liberazione", in tutta la stampa italiana vige un losco patto per censurare gli eroi del Bene Comune. A chi confidare dunque il messaggio del nuovo partito sul Medio Oriente, anche a costo di mimetizzarsi, di dirsi membri della "Freedom Flottilla" e non del grande partito del proletariato italiano, quello molto più puro e duro dei Comunisti Italiani di quel mollaccione di Diliberto?  Una soluzione c'è ed è il sito web di "Italia sociale", perbacco, che ha un nome così di sinistra (http://www.italiasociale.net/). Che cosa c'è di meglio per il bene comune dell'Italia sociale? Peccato che sotto questa apparenza rossa pulsi un cuore bello nero. Già nella testata si parla di un "periodico del socialismo nazionale", che ha un'evidente e non involontaria parentela (attraverso la figura retorica della metatesi o inversione) con quell'altro fenomeno storico chiamato "nazionale socialismo", che andò di moda settant'anni fa.  Curiosando fra le varie pagine di questo bellissimo sito così combattivo e pieno di scomode verità, trovate i soliti nomi del negazionismo e della nostalgia per fascismo e nazismo; nella pagina dei libri hanno grande spazio Julius Evola, Faurisson, naturalmente Mussolini; Faurisson è presente anche in quella delle polemiche ("alzo zero") insieme alla richiesta di abolire il 25 aprile, a un pezzo di Blondet, alla difesa di Irving, ad attacchi all'America come padrone del mondo. Nella "storia" si parla male del processo di Norimberga e bene di Evita Peron, si "smaschera" Elie Wiesel e si rimpiange l'ordine dei cavalieri teutonici, eccetera eccetera.


E che ci fa dunque una comunista dura e pura, ancorché organizzatrice di convention e fornita di partita Iva a farsi intervistare da un sito che non nasconde la sua natura di "socialismo nazionale" o all'inverso di nazionale socialismo? Bisognerebbe chiederglielo, ma in genere i rivoluzionari non amano dare spiegazioni su di sé. Ammettiamo pure che la nostra presidente Monia non sapesse chi la intervistava; certo però quelli di "Italia sociale" sapevano chi era. L'incontro c'è stato e non è stato casuale. Il risultato è comunque quello che vi dicevo all'inizio: un abbraccio rosso-nero intorno al verde dell'Islam, la promessa di un'Eurabia estrema, oggi magari un po' marginale, ma fedele sostenitrice della Palestina e di tutto ciò che combatte Israele (o più francamente. gli ebrei) e l'America.

Ugo Volli 




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28 agosto 2013

Buona notte




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28 agosto 2013

SCENEGGIATE MUSULMANE - CADAVERI CHE CAMMINANO E SOCCORRITORI SENZA MASCHERINE NELLE ZONE “GASATE”: ECCO COME SI PROVOCA UNA GUERRA

Perché Assad avrebbe atteso due anni e mezzo prima di usare i gas salvo poi impiegarli sotto gli occhi degli osservatori dell'Onu? E soprattutto perché incominciare da una zona dove il regime non è militarmente in difficoltà…Gian Micalessin per IlGiornale.it

MUSULMANI A LONDRAMUSULMANI A LONDRA

La fiducia è una cosa seria. Riservata alle persone serie. Il rischio in Siria è, invece, di schierarci con chi si fa beffe della nostra fiducia, della nostra buona fede e della nostra disponibilità alla compassione. Tutti temi in cui la Fratellanza musulmana, artefice della ribellione, ha una consolidata tradizione.

Musulmani a ParigiMUSULMANI A PARIGI

Dalla Fratellanza musulmana nasce Hamas, l'organizzazione maestra nell'innescare le rappresaglie israeliane e moltiplicarne poi il numero delle vittime. Alla Fratellanza erano legati i militanti di Bengasi trasformati in protetti della Nato grazie alle «bufale» di Al Jazeera.

Alla Fratellanza appartengono i militanti egiziani pronti a piangere centinaia di «fratelli» caduti, ma anche a ospitare nei propri cortei - come documentano le foto esclusive de Il Giornale - gli armati chiamati a sparare sui militari e a innescarne la reazione. E Fratelli musulmani sono quei rivoltosi siriani puntualissimi nel denunciare un attacco con i gas perfettamente «sincronizzato» con l'arrivo a Damasco degli ispettori Onu chiamati ad indagare sulle armi chimiche.

Musulmani nel mondoMUSULMANI NEL MONDO

Nell'aprile 2002 quattro militanti di Hamas portano a spalla una barella con un cadavere coperto da una bandiera dell'organizzazione nata da una costola della Fratellanza Musulmana. Siamo a Jenin, la città dove per dieci giorni Israele ha stretto d'assedio i militanti palestinesi. D'improvviso i quattro inciampano e barella e «defunto» franano a terra.

musulmani piazza duomo milanoMUSULMANI PIAZZA DUOMO MILANO

A rialzarsi però non sono, come documentano le riprese di un drone israeliano, solo i quattro barellieri, ma anche il «cadavere» prontissimo a risaltare nella lettiga. La mesta processione precipita nuovamente nel grottesco quando i quattro tornano ad inciampare e il «morto» torna a «rialzarsi» terrorizzando un gruppo di civili convinti di aver davanti uno zombie. La farsa inscenata da Hamas per moltiplicare i 54 caduti palestinesi dell'assedio di Jenin si ripete negli anni a venire.

Musulmani in preghiera nella moschea Merkez di Duisburg in GermaniaMUSULMANI IN PREGHIERA NELLA MOSCHEA MERKEZ DI DUISBURG IN GERMANIA

L'ultima rappresentazione va in scena a Gaza nel novembre 2012. Anche lì una presunta vittima delle bombe israeliane, un uomo in giacca beige e maglietta nera trascinato dai soccorritori, riprende vita al termine delle immagini destinate alla Bbc. Poi si rialza, si guarda attorno e soddisfatto s'allontana.

Le finte fossi comuni di Al Jazeera in Libia
In Libia nel 2011 i video e le immagini fornite dai ribelli ad Al Jazeera e Al Arabya spingono le opinioni pubbliche occidentali ad appoggiare la richiesta di una «no fly zone» santificata dal voto dell'Onu e realizzata dalla Nato. I falsi storici con cui l'emittente del Qatar prepara il terreno a un intervento militare «indispensabile» per fermare i «massacri» di Gheddafi sono due.

LOGO AL JAZEERALOGO AL JAZEERA

Il primo nel febbraio 2011 documenta un presunto intervento dei Mig del Colonnello scesi in picchiata nelle strade della capitale per mitragliare i dimostranti. La notizia è palesemente falsa, ma l'Occidente se la beve come un caffelatte a colazione. Così, subito dopo, si ritrova servite le immagini di un cimitero spacciato per fossa comune in cui verrebbero sepolti gli oppositori uccisi dalle milizie governative. Non è vero niente, ma intanto il Colonnello diventa un mostro sanguinario.

Un mostro da eliminare con l'aiuto di un Occidente obbligato a difendere i più deboli e chiamato ad instaurare libertà e democrazia.

Guerra in LibiaGUERRA IN LIBIA

Egitto, i cortei armati?dei Fratelli Musulmani
Queste foto, parte di un dossier esclusivo fornito a Il Giornale, dimostrano come la reazione dell'esercito sia stata innescata dai militanti di Hamas armati di pistole e kalashnikov. I militanti mascherati vengono mandati a sparare contro le postazioni dei militari dopo essersi mescolati ai cortei di protesta della Fratellanza Musulmana.

Bashar AssadBASHAR ASSAD

Gli uomini armati utilizzano i dimostranti come scudo innescando la reazione dei militari che causerà centinaia di vittime. La presenza dei militanti armati cambia la dinamica di un massacro attribuito al cinismo di una cricca di generali pronta a tutto pur di costringere alla resa i sostenitori del deposto presidente Morsi.

Siria, il gas stermina i bimbi?e risparmia i soccorritori
Le immagini di Ghouta, la località dove il governo avrebbe usato i gas sono devastanti dal punto di vista emozionale, ma assai ambigue dal punto di vista documentale. La contraddizione più evidente è la mancanza di protezioni da parte dei presunti sanitari arrivati a soccorrere le vittime.

L'altra è la sistematica plateale teatralità con cui i bambini deceduti vengono allineati davanti agli obbiettivi. Ad Halabja nel marzo 1988 i gas di Saddam non fecero distinzione tra vittime e soccorritori e sterminarono chiunque non si fosse allontanato. A Ghouta nessuno fugge, non c'è un clima di panico e gli ospedali continuano a funzionare.

L'impressione è di un attacco circostanziato e molto limitato. E questo fa sorgere due grossi interrogativi. Perché Assad avrebbe atteso due anni e mezzo prima di usare i gas salvo poi impiegarli sotto gli occhi degli osservatori dell'Onu? E soprattutto perché incominciare da una zona dove il regime non è militarmente in difficoltà e dove non viene sfruttato il vantaggio tattico offerto dall'arma chimica per riconquistare il territorio e nascondere le prove?

 




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27 agosto 2013

una antica e gloriosa Chiesa Cristiana soffre nell'indifferenza di tutti, è scandaloso!




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26 agosto 2013

Hamas a Gaza: fra apartheid e condanne a morte

 

Gaza – Al-Manar – Non possono più crescere insieme. Da oggi nemmeno studiare insieme. Separati per decreto. Un decreto firmato Hamas. Il Ministero dell’Educazione di Hamas separa gli studenti gazawi. Nei giorni scorsi è stata pubblicata una nuova legge che vieta a insegnanti maschi di lavorare in scuole femminili e che introduce classi separate per genere a partire dall’età di nove anni.

 La nuova normativa entrerà in vigore all’inizio del prossimo anno scolastico e sarà applicata a tutti gli istituti scolastici della Striscia di Gaza, comprese le scuole gestite dalle Nazioni Unite, gli istituti cattolici e quelli privati dove le classi sono miste fino alle superiori. L’articolo 46 della nuova legge “proibisce” la mescolanza degli studenti dei due sessi dall’età di nove anni, e opera per “femminilizzare” le scuole per ragazze.

La nuova legge sull’istruzione proibisce anche “di ricevere regali o aiuti volti alla normalizzazione delle relazioni con l’occupazione sionista”.

L’esperto legale del MinisteroWaleed Mezher in un’intervista dichiara di “Non voler convertire nessuno all’Islam, e di stare solo preservando il proprio popolo e la sua cultura”. Da tempo Hamas è impegnata nella trasformazione della società gazawi: dal 2007, quando il movimento islamista è salito al potere nell’enclave, separandola di fatto dalla Cisgiordania, sono state prese misure e approvate leggi volte ad applicare la legge religiosa nella gestione della vita sociale ed economica di Gaza.

La questione che terrorizza – come dichiara Zeinab al-Ghoneimiattivista per i diritti delle donne nella Striscia- è che dire che la precedente legge sulla scuola non rispettava la tradizione della comunità sia un insulto”. “Non stiamo combattendo l’occupazione israeliana per veder nascere il regime della “sharia””, (la legge islamica, ndr), ritiene studentessa di Gaza City. Una denuncia condivisa da tante altre ragazze e ragazzi di Gaza, quelli che, sfidando la polizia di Hamas, avevano manifestato, agli albori della Primavera araba, a sostegno dei “fratelli e sorelle di Tunisi e del Cairo”. “Sono fondamentalisti che credono che l’Islam dica che le donne dovrebbero stare a casa e non uscire senza l’hijab”, rilancia Hala Qishawi, direttore del Centro per gli affari delle donne a Gaza .

Quello che preoccupa è che l’applicazione di queste restrizioni islamiche sulle donne sembra essere diventata una priorità”.  A pochi kilometri di distanza dalla nostra realtà, ha luogo una deriva integralista che rende ancora più opprimente la vita in quella prigione a cielo aperto chiamata Gaza. Bisognerebbe sensibilizzare tutte le istituzioni internazionali e locali e cercare di impedire un regresso dannoso e pericoloso per le donne e per le nuove generazioni di Gaza, quindi per la popolazione nel suo insieme.

Da LadyO




Da diversi giorni ormai i tribunali penali di Hamas hanno emesso oltre quaranta condanne a morte in occasione della fine del mese sacro islamico. In maggioranza si tratta di palestinesi accusati di collaborazionismo con Israele, negli altri casi dovrebbero essere autori di reati comuni.

Il governo di Gaza ha dichiarato che le condanne costituiscono un monito per i futuri criminali che infrangeranno la legge di Hamas. Per questo le esecuzioni dovrebbero avvenire in pubbliche piazze ma ragioni di opportunità mediatica, specialmente per i riflessi negativi all’estero (anche se media e pacifisti occidentali sono interessati solo se ci sono di mezzo gli israeliani) consiglierebbero di evitare che i condannati vengano giustiziati in pubblico.

Solitamente molte confessioni di collaborazionismo con il nemico avvengono sotto tortura e senza l’assistenza di un avvocato difensore che ha modo di conoscere il suo assistito solo in occasione della lettura del verdetto finale. Secondo Amnesty International la tortura e la falsificazione delle prove costituiscono la base del sistema penale giudiziario palestinese, sia a Gaza sia in Cisgiordania.


Da Giustizia Giusta




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25 agosto 2013

Padroni del mondo?


Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

vi prego, fatemi una promessa. Se vedete che mi monto la testa e che incomincio a pensare di essere il padrone del mondo, o di poter cambiare le sorti della politica di questo o quel paese, ecco, per favore avvertitemi. Riportatemi coi piedi per terra. Lo sapevano i nostri maestri, l'hanno esemplificato bene i tragici greci: la presunzione è pericolosa, porta all'arroganza, alla prepotenza. Ogni "ubris" è in genere punita pesantemente. "Non t'allargà" è una norma morale, prima che di buon comportamento, e vale per tutti, anche per un umile compilatore di cartoline quotidiane come il sottoscritto.

Perché penso di correre questo rischio? Mah, naturalmente non avrei questa propensione in maniera individuale, al massimo posso pensare di essere il più prolifico cartolinaio d'Italia - ma diciamo in senso collettivo, come ebreo, potrebbe succedermi. Non per la vecchia storia del "popolo eletto", che col potere e la politica certo non c'entra, ma significa in sostanza assumersi una serie di obblighi religiosi, come l'alimentazione Kasher, che non sono ritenuti obbligatori per gli altri popoli. E neanche per la pretesa a un "Grande Israele", che sarebbe in definitiva assai più piccolo della padania di bossiana memoria.

No, il punto è quello che dicono che noi collettivamente, come ebrei o come israeliani (i musulmani non distinguono fra i due termini, o meglio distinguono anche gli israeliani in ebrei e arabi, odiando e combattendo solo i primi insieme ai loro parenti della diaspora). Ci attribuiscono continuamente poteri straordinari sulla politica e l'economia mondiale, come se fossimo i padroni del mondo, o stessimo seriamente lavorando per diventarlo. Vediamo qualche esempio recente.


Recep Erdogan

Senza dubbio nel mare di dichiarazioni che riguardano la crisi egiziana, avete letto quella di Erdogan, che ha affermato con grande enfasi che la defenestrazione della fratellanza musulmana è colpa degli "ebrei" (http://www.focusonisrael.org/2013/08/20/golpe-egitto-erdogan-accuse-a-israele/ ). Del resto qualcosa del genere aveva detto anche la Fratellanza stessa, attribuendo al capo della giunta militare Al Sisi origini ebraiche e spiegando la sua malvagità con il suo "sionismo". Anche Morsi però era stato in precedenza inquadrato dai manifesti dei suoi nemici in una bandiera israeliana e così ancora prima Mubarak: tutti ebrei, figuriamoci. La lotta di potere in Egitto si è svolta fra ebrei, se prendiamo sul serio questi insulti - perché erano insulti razzisti, i peggiori che conoscono, mica complimenti. E anche il "New York Times", organo supremo dell'odio di sé ebraico dai tempi in cui minimizzava la Shoah in corso per non creare problemi all'amministrazione Roosvelt fino a oggi, ha sostenuto che l'azione dei generali ha avuto successo perché Israele (questa volta non "gli ebrei", ma si sa...) si è messo di traverso alla benefica azione della diplomazia di Obama a favore dei Fratelli Musulmani. Dunque è Israele, 8 milioni di abitanti e 22.000 chilometri quadrati, a controllare la situazione politica in Egitto, 90 milioni di abitanti e un milione di chilometri quadrati. Altro che la famosa coda che agita il suo cane...


Amina Sboui

Ma non basta. Perché il sullodato Erdogan ha anche sostenuto qualche settimana fa che le agitazioni sociali e per la libertà che continuano in Turchia (anche se la stampa annoiata non ci bada) sono manovrate dagli ebrei. Meno potente di lui, ma altrettanto popolare sui media, la femminista tunisina Amina Sboui, nota per le sue esibizioni a seno nudo su Internet e in moschea, ha dichiarato di lasciare il gruppo Femen cui apparteneva, perché considera islamofobe le manifestazioni di solidarietà tenute per lei stessa davanti alle ambasciate del suo paese e sospetta che il gruppo sia finanziato da Israele (http://www.agoravox.it/Amina-lascia-le-Femen-Sono-un.html ). Il deputato inglese antisemita (pardon, antisionista) Galloway ha sostenuto recentemente che Israele fornisce le armi chimiche ad Al Qaeda (http://www.jewsnews.co.il/2013/08/23/galloway-israel-gave-chemical-arms-to-al-qaida-in-syria-attack/ ) e il premier libanese Suleiman ha sostenuto che dietro  le autobombe contro Hezbollah a Beirut c'era "lo zampino" di Israele (http://italian.irib.ir/notizie/mondo/item/130128-libano-il-presidente-suleiman,-dietro-all-esplosione-di-beirut-c-%C3%A8-lo-zampino-di-israele ). Sempre in Libano, Hezbollah sostiene pure che la colpa degli attentati dell'altro ieri contro i suoi nemici sciiti non è sua, ma naturalmente di Israele (http://www.rightsreporter.org/libano-hezbollah-accusa-israele-degli-attentati-alle-moschee-sunnite/ ).

Potrei andare avanti a lungo in Medio Oriente, parlandovi di avvoltoi, pescecani maiali e altri strumenti di guerra non convenzionale, delle improbabili seduzioni di Tzipi Livni ai danni di leader arabi, dei terremoti, delle siccità e degli altri disastri provocati dalla scienza occulta degli ebrei. Padroni di tutto, capaci di parlare con gli animali, di comandare alla meteorologia e alla sismologia, grandi maghi... non c'è da inorgoglirsi?

Ma basta girare un po' per la Rete e si trovano anche in Occidente, anche in Italia fior di siti che proclamano come la colpa della crisi economica sia degli "ebrei" (spesso fra l'altro qualificando  come tali delle persone che col popolo ebraico non c'entrano proprio nulla). E non sono solo i soliti allocchi che spiegano il mondo con le "scie chimiche" e il "signoraggio", scettici sulla Shoah ma fiduciosi su tutto il resto; e neppure solo antisemiti dichiarati, negazionisti e revisionisti che fanno dell'odio agli ebrei la loro bandiera (se volete divertirvi con la follia, guardate questo filmato, che se ne sta tranquillamente da mesi su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=TXcaDrWrXP4 ). Fra quelli che in maniera più o meno velata parlano del dominio della "finanza ebraica" (nell'epoca in cui il maggiore creditore mondiale è la Cina...) vi sono molti grillini, ma non mancano i nostalgici del comunismo e gli "antimondialisti".

Insomma, anche la crisi è merito nostro. Del nostro dominio totale sull'economia, o dei nostri contorti ed efficacissimi piani per ottenerlo.  Del resto non siamo da secoli alla caccia del potere supremo? Lo dicono quei "Protocolli dei Savi di Sion" che piacevano a Hitler e ad Arafat (e in Italia a "grandi intellettuali" come Vattimo). Niente, del resto, rispetto all'impresa di "uccidere Dio": questo significa letteralmente l'accusa di "deicidio" che la tradizione cristiana ci ha scaraventato addosso per secoli. E un popolo che ha il potere di compiere una simile impresa, figuriamoci se non è capace di rovesciare Morsi, di far fallire qualche banca o di mettere in difficoltà politici di bassissimo livello come Erdogan o Obama. Sciocchezze: terremoti ed epidemie, siccità e aggressioni di insetti sono ben più difficili, e li pratichiamo frequentemente.


Shoah

E però... però non non abbiamo evitato la Shoah (vabbé per gli antisemiti non c'è mai stata, o è stata concordata coi sionisti per rubare la terra ai poveri palestinesi, ma sei milioni di morti, la metà del popolo ebraico non siamo riusciti a salvarli). Non siamo riusciti a evitare i ghetti e i pogrom e le discriminazioni anche nel mondo islamico per secoli e secoli. Non riusciamo a smettere di essere ammazzati, con le bombe degli attentati, coi gas dei Lager, coi coltelli dei "patrioti palestinesi", coi razzi; non riusciamo a far sì che smettano di insultarci, di compilare liste coi nostri cognomi, di usare il nostro nome come insulto ("Tizio ebreo! Caio giudeo! ecc.) dai campi di calcio alla politica. Non riusciamo a stare in pace nel piccolo territorio che la comunità internazionale ci ha assegnato, e in cui del resto il nostro popolo si è sviluppato per millenni, tutti vogliono "cancellarci dalla carta geografica" per citare Achmadinedjad; e non ci facciamo illusioni, non è che vogliono "una patria per il popolo palestinese, non gli potrebbe importare di meno dei palestinesi, si vede da come li trattano; quel che vogliono è cacciare noi, possibilmente completare l'opera di Hitler facendoci fuori tutti. Sarà anche questo un segno di potere? Che volete, forse è la popolarità che si paga.

E' per questa ragione che quando capita che qualcuno, in maniera del tutto innocente e perfino amichevole nelle intenzioni, mi faccia i complimenti per l'infallibilità del Mossad o l' "intelligenza" del mio popolo, mi irrigidisco. Tendo a vederci una strana e diffusissima forma di razzismo positivo. Anche quando ci sono tutte le ragioni per essere fieri, per esempio a proposito del numero di premi Nobel delle università israeliane o del successo delle sue start-up tecnologiche, mi ricordo la morale del "non t'allargà" e tendo a diffidare non delle intenzioni di chi le ammira, ma delle condizioni sociali che producono un complimento del genere. Perché dall'ammirazione al capro espiatorio, come ha mostrato René Girard e prima di lui la storia, il passo è molto breve. E' vero, ci difendiamo bene. Siamo in pochi ma teniamo botta a nemici assai più grandi e più potenti di noi. Vedete, è necessario:  sappiamo bene di non poter fare a meno di difenderci, di non poterci permettere di perdere una guerra senza che riprenda la strage interrotta nel '45. Dunque siamo obbligati a essere difensori efficienti di noi stessi.  Ma per la stessa ragione sappiamo che la presunzione e l'ubris sono pericolosissime.

Ugo Volli


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




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25 agosto 2013

Egitto: il governo pensa di chiudere al Jazeera


visto il suo appoggio ai Fratelli Musulmani rappresenta un pericolo per la sicurezza interna

Testata: Corriere della Sera
Data: 25 agosto 2013
Pagina: 13
Autore: Redazione del Corriere della Sera
Titolo: «Il governo del Cairo: 'Al Jazeera un pericolo. Bisogna chiuderla'»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 25/08/2013, a pag. 13, l'articolo dal titolo "Il governo del Cairo: «Al Jazeera un pericolo. Bisogna chiuderla»".


al Jazeera                                Mohamed Morsi

IL CAIRO — Il governo dei militari chiede di silenziare Al Jazeera : il network di Al Jazeera Misr , il canale egiziano della più famosa emittente araba di notizie, «opera senza alcun permesso, la sua presenza è illegale ed è una minaccia diretta alla sicurezza del Paese». L’ha detto ieri la ministra dell’Informazione Doreya Sharaf a el Masri el Yom. «La chiusura è una richiesta popolare, e comunque gli egiziani non la guardano», ha detto la signora Sharaf, lanciando un monito agli emiri del Qatar: «Speriamo che il loro governo intervenga per calmare i giornalisti». Al Jazeera Misr garantisce da inizio luglio una copertura costante delle manifestazioni dei sostenitori pro Morsi, culminata nelle dirette notturne dalle piazze Rabaa e Nahda, poi sgomberate con la forza il 14 agosto. L’emittente, già accusata dal governo di una copertura «non professionale degli eventi», «fabbrica informazioni» ha proseguito la signora Sharaf. «È un dovere degli egiziani non guardare quel canale, perché è una minaccia per il Paese». Da una tv che dà fastidio a una tv amica: l’emittente di Stato ha annunciato ieri che il coprifuoco in Egitto d’ora in avanti avrà luogo a partire dalle 21 e non più dalle 19. Rimarrà in vigore fino alle 6 del mattino. Faranno eccezione i venerdì, i giorni della preghiera nelle moschee, quando il coprifuoco rimane fissato alle 19. Intanto oggi cominciano nello stesso tribunale, in sezioni diverse, i processi a carico di Mohamed Badie, guida dei Fratelli musulmani accusato di incitamento alle violenze, e di Hosni Mubarak per l’uccisione dei dimostranti nel 2011. I procedimenti avranno luogo al tribunale di New Cairo, il mega insediamento urbano alla periferia est della capitale.

Per inviare la propria opinione al Corriere della Sera, cliccare sull'e-mail sottostante


lettere@corriere.it




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24 agosto 2013

PERCHE’ SI TACE SUI CADUTI ITALIANI IN RUSSIA?

 
 

 

 

Il 27 marzo 2007 alcuni organi di stampa hanno riportato una notizia gravissima: il piccolo cimitero di Luhansk, in Ucraina sudorientale, che ospita i resti di 202 soldati italiani morti nella Seconda Guerra Mondiale, è stato profanato da macchine e ruspe per costruire le fondamenta di un centro commerciale di tre piani.

A denunciare la vicenda è stato Yury Yenchenko, Presidente del Centro per la Storia, la Solidarietà e i Diritti Umani di Luhansk che ha chiesto l’interruzione immediata dei lavori.

Allo stato attuale il cantiere è stato bloccato ma la situazione ha creato forti tensioni fra il Presidente del Centro, a cui è stato vietato l’accesso al cimitero, e la società incaricata dei lavori che, all’arrivo delle ruspe, ha iniziato a scavare, portando alla luce delle ossa e il Presidente Yenchenko ha tentato di spiegare ai rappresentanti della società Spetstekhnika quanto fosse irriguardoso il loro comportamento. In quel cimitero erano sepolti bersaglieri, fanti, alpini, Camice Nere e il reggimento Savoia Cavalleria che avevano combattuto eroicamente.

La vicenda è aggravata dal fatto che non si ha la minima idea dove saranno composte le spoglie dei nostri soldati, visto che non risulta nessuna catalogazione e secondo notizie del Commissariato Generale Onoranze ai Caduti di Guerra nel 2001 sono stati esumati i resti di 14 soldati noti e di un militare ignoto, mentre degli altri non si sa nulla.


Pare incredibile che di quanto avvenuto la Commissione cimiteriale di Luhansk abbia affermato di non esserne al corrente e di non poter impedire tale scempio.

E’ inconcepibile che un Paese civile come l’Ucraina non dimostri il minimo rispetto per la memoria di soldati caduti in guerra e permetta che, per puro interesse economico, si passi sopra a qualsiasi principio morale.

Situazione analoga pare si sia verificata già negli anni 70, quando era stato approvato un progetto che prevedeva di edificare, sullo stesso cimitero, un palazzo di dieci piani ma, la notizia aveva provocato immediata reazione delle autorità italiane che erano riuscite a bloccare l’iniziativa immobiliare con una nota di protesta. Come andrà a finire, per ora, non si sa, ci si augura che i nostri soldati possano avere quel rispetto che si deve a chi ha combattuto ed è morto in terra straniera ed ha diritto a degna sepoltura.


Rendono omaggio ai Caduti ...

Oltre duecentomila furono i soldati italiani che combatterono in Russia e persero la vita. Della maggior parte non si è saputo mai nulla e solo dai contadini si venne a sapere che sotto quelle distese di grano ci fossero le tombe dei nostri soldati.

E’ vergognoso il disinteresse dei vari governi che si sono succeduti dalla fine della guerra verso chi ha dato la propria vita per una Patria così ingrata!

 

Grazie a ERCOLINA MILANESI

 

 


 




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24 agosto 2013

I calcoli di Hamas: un negoziato vale bene delle vittime ...

 

Janiki Cingoli, 62 anni, è direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (Cipmo), riconosciuto dal ministero degli Esteri dal 1998. E’ uno dei massimi esperti di questioni mediorientali. Panorama.it l’ha contattato per conoscere il suo parere sull’ attacco militare a Gaza e sui possibili scenari futuri nella regione.


Cacciabombardieri F 16 della Forza Aerea Israeliana (IAF)

Come si è arrivati a questa “resa dei conti”?
“Il 19 dicembre è scaduta la tregua, che bene o male aveva retto per buona parte del 2008. Hamas ha annunciato che non avrebbe rinnovato la tregua perché riteneva non adempiute alcune condizioni, specialmente riguardo i valichi da e per Gaza. Così è iniziata la pioggia di razzi verso Israele, razzi che sono sempre più potenti, ormai arrivano a 100 km di gittata. Una reazione, voluta e provocata da Hamas, era inevitabile”

Perchè voluta? Hanno subito molte perdite
“Hamas ha bisogno di passare come il martire della stuazione e vuole attirare l’attenzione sulla condizione di vita a Gaza. In definitiva vogliono arrivare a una tregua più favorevole ed essere tenuti in considerazione”

E non rischiano invece di essere annientati da Israele?
“C’è una cosa che tutti i comandanti israeliani hanno ben chiara: ‘non ripetere il Libano’. Anche se Barak minaccia un intervento lungo e anche via terra, solo militarmente Israele non può vincere”

Perché?
“Se occupa di nuovo la Striscia di Gaza deve poi tenerla sotto controllo con un costo in termini di vite umane, denaro e legittimità internazionale che non può permettersi di pagare. In più dovrebbe farsi carico di un milione e mezzo di palestinesi carichi d’odio. E’ una tenaglia montata da Hamas”

Ma una soluzione politica sembra quanto mai lontana
“In questo momento ci sono due strade: o si va a uno showdown ancora più progressivo o si riapre un negoziato. Con l’Anp, l’Egitto come mediatore e anche Hamas. Dopo aver mostrato i muscoli, forse nel giro di 5-6 giorni, le parti cominceranno a trattare”

Hamas sembra pronta a tutto fuorché a trattare
“Hamas è fondamentalista ma non illogico. è ormai la principale forza politica palestinese: Al Fatah è un partito ormai fatiscente, ha perso i contatti coi civili. Cosa che invece i fondamentalisti mantengono, e possono chiamare a una “terza intifada” contro Israele ma anche contro Fatah. Non si può non tenere conto di Hamas, ma bisogna esigere la fine degli attentati e dei razzi”

Israele può ottenere la fine del lancio di Qassam?
Solo con un intervento dell’aeronautica no. Ma un intervento di terra presenta rischi più gravi

Anche in campo elettorale?
“Le elezioni sono a febbraio. E’ chiaro che il ministro della difesa laburista Barak adesso torna figura di primo piano nell’arena politica, dopo essere stato accusato di eccessiva mollezza dal Likud e dalla Livni. Ma un’eccessiva durata dell’operazione potrebbe essere controproducente: il Libano insegna.”

Quali sono le responsabilità della comunità internazionale?
“Il fatto che non sia stato accettato l’accordo de La Mecca è uno dei motivi del rafforzamento di Hamas. E poi la dottrina Bush della divisione del mondo in buoni e cattivi ha di fatto rafforzato solo i “cattivi”: la Siria ora tratta con Israele e partecipa ai vertici internazionali, l’Iran fa da leader “anti-sionisti”, Hezbollah è partito di governo in Libano e Hamas ha il controllo di Gaza …”

Panorama




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23 agosto 2013

A OBAMA MANCAVA SOLO IL FRATELLASTRO MUSULMANO - “MALICK FINANZIA GLI ISLAMISTI”, BUFERA SULLA CASA BIANCA



A OBAMA MANCAVA SOLO IL FRATELLASTRO MUSULMANO - “MALICK FINANZIA GLI ISLAMISTI”, BUFERA SULLA CASA BIANCA

Tehani al-Gebali, vicepresidente della Corte Costituzionale egiziana, sgancia la bomba: “Il fratello di Barack Obama, è uno degli architetti dei maggiori investimenti della Fratellanza musulmana” - “L’amministrazione è consapevole di sostenere il terrorismo e questo è giusto che la gente sappia…”

Malik, fratellastro del presidente UsaMALIK, FRATELLASTRO DEL PRESIDENTE USA

Francesco Semprini per La Stampa

Come se non bastasse, a complicare la già precaria posizione dell'amministrazione americana sulla crisi egiziana, è arrivato niente meno che il fratello del presidente degli Stati Uniti. Malik Obama, figlio di altro letto del padre di Barack, sembra infatti essere legato a doppio filo alla Fratellanza musulmana, l'organizzazione del deposto presidente Morsi, e sostenuta dallo stesso inquilino della Casa Bianca nell'ambito di una storica svolta politica sul nodo mediorientale che gli sta creando non pochi molti grattacapi.

Obama barakOBAMA BARAK

Malik sarebbe infatti il supervisore di una importante quota di investimenti finanziari internazionali che fanno capo ai «Muslim Brootherhood», secondo quanto rivelato da Tehani al-Gebali, vicepresidente della Corte Costituzionale suprema egiziana. «Gradirei informare il popolo americano, che il fratello del loro presidente, Barack Obama, è uno degli architetti dei maggiori investimenti della Fratellanza musulmana», ha detto Gebali nel corso di un discorso pronunciato dinanzi a una televisione nazionale.

Questo, secondo l'alta togata egiziana, spiegherebbe l'ostinato supporto del presidente degli Stati Uniti all'organizzazione islamica. «Noi difenderemo a spada tratta la legge, e gli americani non ci potranno fermare - ha tuonato Gebali -. Per questo dobbiamo aprire un'indagine e avviare un dibattito in aula».

BARACK OBAMA A BOCCA APERTABARACK OBAMA A BOCCA APERTA

A complicare la situazione dei fratelli Obama sarebbe inoltre una esenzione tributaria riconosciuta a Malik dal supervisore dell'Irs, il fisco americano, Lois Lerner. Per i detrattori di Morsi e dei suoi sostenitori si tratta di un legame degno dell'impeachment. «L'amministrazione è consapevole di sostenere il terrorismo e questo è giusto che la gente sappia», ha proseguito Gebali definendo le rivelazioni sulla «Obama connection» un «regalo» al popolo americano, a cui ne seguiranno molti altri.




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22 agosto 2013

Il segreto e le bufale




Il segreto e le bufale
Cartoline da Eurabia di Ugo Volli

a destra, Saeb Erekat, John Kerry, Tzipi Livni

Cari amici,

probabilmente domani, a orario ignoto e in una località ignota dei territori amministrati dall'Anp, si svolgerà il secondo colloquio (il terzo se si conta quello preliminare di Washington) delle trattative di pace così tenacemente volute dall'amministrazione Obama. Vi siete chiesti perché non se ne sa nulla? Perché neanche del primo si è avuta una misera foto, per non dire un verbale, un comunicato, un'indiscrezione? La ragione è semplice: come si racconta qui (http://www.gatestoneinstitute.org/3939/palestinians-peace-negotiators ) i leader palestinesi non vogliono assolutamente essere ritratti con gli israeliani perché temono le reazioni dei loro stessi militanti. Non è solo Hamas che si oppone alle trattative, ma tutte le fazioni dell'Olp, che hanno votato a grande maggioranza il loro rifiuto il giorno prima che Kerry le annunciasse e hanno ribadito la loro totale opposizione.

Lo scopo delle trattative è ora, dal punto di vista palestinese, trovare il modo di uscirne dando la colpa a Israele e senza imbestialire troppo il grande fratello americano, che ha appena sganciato urgentemente 148 milioni di dollari per salvare l'Anp dal fallimento immediato (http://www.jpost.com/Middle-East/US-delivers-148m-in-aid-to-Palestinian-Authority-323631). La risposta che si sono dati non è brillantissima, è la solita questione delle costruzioni negli insediamenti (attenzione, all'interno degli insediamenti, non di nuove comunità e per di più all'interno dei quartieri di Gerusalemme e dei "grandi blocchi" che in qualunque soluzione di pace è chiaro andrebbero a Israele, come Maalé Adumim e Gush Etzion, non negli "avamposti" che Obama vorrebbe far sgomberare). E' un tradimento, un atto disumano, un crimine di guerra, si sono messi a strepitare (http://www.jpost.com/Middle-East/PLO-charges-Israel-with-war-crimes-anti-human-racist-acts-323504 ), subito smentiti da Kerry che ha detto come Israele non avesse preso nessun impegno a bloccare le costruzioni e loro lo sapevano benissimo. Il risultato è che si sono messi a gridare al tradimento anche contro Kerry, salvo smetterla quando si sono resi conto che anche per i cani rabbiosi c'è un limite al mordere la mano che li nutre, e cioè proprio il cibo - vale a dire i dollari - di cui hanno bisogno per evitare che l'ufficiale giudiziario bussi all'ufficio di Mahmoud Abbas.

Continuando a strepitare per le costruzioni, Abbas & Co. hanno pensato bene di mettere altra carne al fuoco. Così, mentre in teoria partecipano a una trattativa il cui scopo principale sarebbe di stabilire i confini della convivenza fra due stati, hanno fatto dichiarare alla loro radio che "un giorno Israele non esisterà più" (la dichiarazione esatta è questa: "Un saluto a tutti i nostri ascoltatori e buone feste a voi, la nostra gente in Palestina occupata [cioè Israele], nella Palestina del 1948, nei territori del 1948 [cioè Israele, creato nel 1948] ... Saluti al nostro popolo ad Acri, Nazareth, Tiberiade, Haifa e Jaffa [tutte le città israeliane].! ... che la vostra identità palestinese resti radicata nei vostri cuori e nelle menti. Ad Allah piacendo, un giorno la Palestina sarà di nuovo la Palestina " (http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/171079#.UhNhBJJ7KWY). 
Carino, vero? Immaginate se la Rai facesse una trasmissione rivolgendosi agli italiani del 1945, cioè di Fiume, Zara, Ragusa, Postumia, o se la Germania lo facesse con Königsberg, Praga, Wroclaw... immaginatevi che cosa verrebbe fuori. E invece no, sulle "colonie" israeliane sono tutti pronti a sparare condanne, ma sul revanscismo palestinese stanno tutti zitti (http://www.jpost.com/Diplomacy-and-Politics/World-mum-on-PA-incitement-but-slams-Israel-on-construction-323645 ). A parte il fatto che nel 1948 ad Acco, Tiberiade, Haifa ecc. comandavano gli inglesi, prima del 1918 i turchi e nessuno aveva mai visto da quelle parti una cosa come i palestinesi (arabi sì, magari siriani, ma non palestinesi) e che uno stato palestinese non è mai esistito, né a Nazareth, né a Gerusalemme, né da nessuna parte.

C'è poi il fatto che all'Anp sostengono di aver avuto da Kerry delle assicurazioni che lui non poteva dare, come la linea verde presa a base dei confini del futuro stato palestinese. Probabilmente si tratta di vanterie propagandistiche senza corrispondenza con la realtà, dato che sono fatte in arabo per un pubblico palestinese. Ma è interessante leggere che la recente delibera dell'Unione Europea che mette al bando ogni collaborazione degli stati membri con prodotti e ricerche realizzate in Giudea e Samaria sarebbe stata concordata con loro (http://www.timesofisrael.com/us-letter-guaranteed-our-preconditions-pa-negotiator-says/? ). Può essere una bufala, lo ripeto. O un bluff assai imprudente di Kerry. Comunque è anche questo un buon pretesto per uscire dai negoziati. Perché ormai l'Anp e in genere il mondo arabo si sono impiccati alla loro propaganda. Hanno tanto demonizzato Israele da non poter ammettere di fare degli accordi o anche dei contatti, che invece fanno, senza poterlo dire. Il risultato è un'ambiguità insostenibile in epoca di informazioni aperte a tutti come questa.

Ugo Volli


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




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22 agosto 2013

LE (SOLITE) TEORIE DEL COMPLOTTO E ISRAELE DIVENTA IL NEMICO PERFETTO

 

di Davide Frattini *
Il premier turco che adesso incolpa Israele di aver tramato con i generali egiziani, durante la protesta al parco Gezi insinuava che i dimostranti fossero sponsorizzati dalla «lobby dei tassi d'interesse». L'attivista Amina Sboui lascia il movimento Femen e lo accusa di ricevere «soldi sospetti»: a manipolare dalle ombre le femministe sarebbero ancora una volta gli israeliani. Un ex leader dei Fratelli musulmani sostiene che il generale Abdel Fattah El Sissi sia di origine ebraica e suo zio sia stato un combattente dell'Haganah, la milizia da cui è nato l'esercito israeliano: «Abbiamo dimostrato il piano sionista per destabilizzare l'Egitto».
Cambiano le teorie del complotto, non cambia l'indiziato. Il quotidiano Haaretz definisce la sparata di Recep Tayyip Erdogan «nonsense nello stile dei Protocolli dei Savi di Sion» e fa notare che il primo ministro ha sempre rigettato le accuse di antisemitismo ricordando la protezione offerta dalla Turchia agli ebrei. Eppure i riferimenti alle banche controllate dagli ebrei che a loro volta controllano il mondo (o in questo caso fomentano le proteste contro l'abbattimento degli alberi in un parco a Istanbul) ricostruiscono la classica sceneggiatura.
Disegnare trame che coinvolgono il Mossad aiuta i leader della regione a reindirizzare la rabbia popolare, a nascondere le proprie responsabilità. Così Bashar Assad denuncia le strategie degli israeliani dietro al caos mediorientale e alla guerra civile siriana («sono quelli che ne beneficiano di più»), fino a creare un cortocircuito ideologico: anche i ribelli accusano di interferenze l'intelligence del Paese confinante, solo che nel loro scenario l'alleato segreto dello Stato ebraico sarebbe lo stesso Assad.
A contorsioni intellettuali sono costretti alcuni «liberai» egiziani: sostengono l'esercito nella repressione dei Fratelli musulmani, invocano l'intervento militare in Sinai contro i fondamentalisti e allo stesso tempo chiedono la cancellazione dell'accordo di pace con Israele. Fingendo di non sapere che è la cooperazione (senza sfoggio) tra i due eserciti a favorire le operazioni contro gli estremisti nella penisola senza legge.
* Pubblicato su Il Corriere della Sera del 22 agosto 2013




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21 agosto 2013

Egitto: l'Occidente sbaglia a schierarsi con Morsi contro i militari


Cronache e interviste di Fausto Biloslavo, Viviana Mazza, Paolo Mastrolilli, Claudio Gallo, Giulio Meotti

Testata:Il Giornale - Corriere della Sera - La Stampa - Il Foglio
Autore: Fausto Biloslavo - Viviana Mazza - Paolo Mastrolilli - Claudio Gallo - Giulio Meotti
Titolo: «Così l’Occidente trasforma Al Sisi in un eroe - Siamo pragmatici, la democrazia può attendere - Ankara attacca, Riad sgomita. Le alleanze americane nel caos - Badie, il leninista islamico che sogna la jihad globale - Dopo 1.600 anni le campane delle chies»

Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 21/08/2013, a pag. 14, l'intervista di Fausto Biloslavo a Wael Faruk dal titolo " Così l’Occidente trasforma Al Sisi in un eroe ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 11, l'intervista di Viviana Mazza a Charles Kupchan dal titolo " Siamo pragmatici, la democrazia può attendere". Dalla STAMPA, a pag. 11, l'articolo di Paolo Mastrolilli dal titolo " Ankara attacca, Riad sgomita. Le alleanze americane nel caos ", preceduto dal nostro commento, l'articolo di Claudio Gallo dal titolo " Badie, il leninista islamico che sogna la jihad globale ". Dal FOGLIO, a pag. 2, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " Dopo 1.600 anni le campane delle chiese sono di nuovo mute in Egitto ".
Ecco i pezzi:

Il GIORNALE - Fausto Biloslavo : " Così l’Occidente trasforma Al Sisi in un eroe"


Wael Faruq

Wael Faruq, ospite d’onore del Meeting di Rimini è un docen­te musulmano di lingua araba al­l’università americana del Cairo, in visita alla Cattolica di Milano. Intellettuale e rivoluzionario del­la prima ora ha le idee chiare sui cambiamenti in Egitto.
L’arresto di Mohammed Ba­die, leader dei Fratelli musul­mani, fermerà le proteste?
«No. I Fratelli puntano sulla pressione internazionale sul­l’Egitto e non vogliono nuove ele­zioni per timore di ridare voce al popolo. Loro sanno che in un an­no di governo di Mohammed Morsi si sono inimicati la stra­grande maggioranza degli egizia­ni. Questa è la ragione che ci ha portati di nuovo in piazza contro il potere della Fratellanza».
Lei è musulmano. Come giudi­ca la reazione di piazza alla de­stituzione di Morsi? 
«I Fratelli musulmani hanno mostrato il loro fascismo religio­so. Se il tuo presidente viene co­stretto ad andarsene da milioni di egiziani non ti scateni contro gli edifici governativi e nella caccia ai cristiani o bruciando le chiese. Oggi c’è violenza in Egitto sia per mano dell’esercito, che da parte della Fratellanza, ma l’odio che l’ha provocato deriva dalle scelte di Morsi dell’ultimo anno».
Ottanta fra chiese, scuole ed istituti cristiani sono stati at­taccati. È una vendetta?
«È il frutto di una propaganda costante del partito Giustizia e li­bertà dei Fratelli musulmani. Pos­so elencare i nomi di chi in que­st’ultimo anno ha accusato i cri­stiani di cospirazione contro lo stato islamico. Ringrazio Dio che adesso sono fuori gioco». 
Non pensa che la repressione, con circa 1000 morti, sia stata terribilmente sanguinosa?
«Sono d’accordo, ma i soldati sono mal addestrati e si tratta in gran parte di ragazzi senza alcu­na istruzione. L’alto numero di vittime è stato provocato da que­ste carenze strutturali. Non so­stengo l’esercito, ma sono ferma­mente contrario al terrorismo e auspico nuove e libere elezioni che mostrino il vero volto del­l’Egitto ». 
Cosa pensa della possibile li­berazione dell’ex presidente Mubarak?
«È da due anni in prigione sen­za essere stato ancora condanna­to. Non può rimanere dietro le sbarre per sempre. Senza una pe­na il tribunale è obbligato a rila­sciarlo ». 
Dopo la morte in custodia del­la p­olizia di 36 attivisti dei Fra­telli musulmani, 24 agenti so­no stati «giustiziati» nel Sinai.
È lo spettro siriano che avan­za?
«Morsi ha fatto rilasciare centi­naia di terroristi. Il Sinai è fuori controllo, rifugio di Al Qaida. I Fr­a­telli musulmani propagandano il rischio della guerra civile, ma non penso sia realistico».
Come giudica la reazione del­l’Occidente e dell’Italia davan­ti agli ultimi avvenimenti? 
«Quando i Fratelli musulmani hanno preso il potere, molti in Eu­ropa pensavano che lo avrebbero tenuto per decenni e si sono di­menticati di noi. Ho conosciuto Emma Bonino, prima che diven­tasse ministro degli Esteri, quan­do er­a venuta al Cairo per difende­re i diritti delle donne egiziane. Le stesse donne hanno perso i loro diritti in un solo anno sotto Morsi. La signora Bonino, però, è rima­sta in silenzio. Perché? Non solo io, ma la maggioranza degli egizia­ni è profondamente sorpresa dal doppio standard dell’Unione Eu­ropea e degli Stati Uniti. Di fronte alle violazioni dei nostri diritti da parte di Morsi, la comunità inter­nazionale ci ha abbandonato. E adesso protesta per la rivolta con­tro i Fratelli musulmani».
Il generale Abdel Fattah Al Si­si, che ha destituito Morsi, sa­rà il prossimo Rais?
«Non sono un fan dei militari o di Al Sisi, ma chi l’ha trasformato in eroe? Le pressioni degli Usa e della Ue. E se verranno applicate sanzioni sarà punito il popolo egi­ziano, non i militari, ma Al Sisi ri­sulterà sempre più un eroe. L’Eu­ropa sta facendo esattamente l’opposto di quello in cui spera. Con la pressione sull’Egitto il ge­nerale diventerà un secondo Nas­ser democraticamente eletto».

CORRIERE della SERA - Viviana Mazza : " Siamo pragmatici, la democrazia può attendere "


Charles Kupchan

«La democrazia può aspettare in Egitto». L’ha scritto, sul New York Times Charles Kupchan, professore di studi internazionali all’Università di Georgetown, autore di «Come trasformare i nemici in amici» (Fazi) e di «No One’s World. The West, the Rising Rest and the Coming Global Turn» (e Gideon Rachman è giunto a simili conclusioni sul Financial Times ). «Non si tratta di un invito all’isolazionismo», spiega Kupchan al Corriere , ma è piuttosto un appello al «pragmatismo nella politica estera americana<. Nel caso egiziano, lo studioso sostiene che «chiedere all’esercito di lasciare il potere e indire le elezioni, come ha fatto Obama, non porterà affatto a essere ascoltati ma solo a una perdita di influenza per gli Stati Uniti. La diplomazia americana otterrebbe invece risultati più efficaci lavorando con il generale Al Sisi e con altri nel governo egiziano per ricostruire l’economia e spingere al rispetto dei diritti umani». 
Non è una scusa per non fare nulla mentre l’esercito reprime gli islamici? 
«Penso che, al contrario, sia una strategia per evitare di non far nulla. Se guardiamo alla realtà in bianco e nero, o democrazia liberale o niente, finiamo per mollare. Invece questa è una prospettiva che cerca di aiutare le autocrazie a trasformarsi in modo graduale in governi responsabili. In questo modo gli Stati Uniti avranno una maggiore influenza nella regione, oltre che un intervento più efficace». 
Lei suggerisce di privilegiare gli interessi americani anziché gli ideali di democrazia? 
«Suggerisco il pragmatismo, c’è bisogno di bilanciare il lato morale e idealista dell’equazione con quello realista e basato sugli interessi. Questo è un dilemma che gli Stati Uniti si trovano periodicamente ad affrontare, è la tensione tra idealismo e realismo in politica estera. Accadde in Iran con la rivoluzione del 1979: c’erano coloro che suggerivano di appoggiare lo Scià e di tollerare la repressione per proteggere gli interessi americani, e chi invece sosteneva che bisognava puntare i piedi e aiutare le forze della democrazia. Ebbene la rivoluzione ha portato a un lungo periodo di conseguenze negative per gli interessi americani. Anche adesso Obama si trova di fronte a un dilemma: e la posta in gioco è alta, include il diritto di sorvolo del territorio egiziano e il passaggio navale da Suez, la lotta all’estremismo nel Sinai, il rapporto tra blocco sunnita e sciita, il trattato di pace con Israele. La lista è lunga ed è per questo che Obama sta faticando a trovare il giusto equilibrio di condanna e punizione senza rompere i rapporti. A volte i politici americani tendono ad essere un po’ ingenui sulle difficoltà della transizione verso la democrazia. Gli Stati Uniti hanno già fatto questo errore in passato. Ma la democrazia non può essere imposta, deve essere coltivata dal basso». 
Come ci si assicura che la transizione vada nella giusta direzione? 
«Non c’è modo per esserne sicuri. L’ultimo decennio e le primavere arabe ci hanno insegnato che la nostra capacità di influenzare il corso degli eventi è in realtà piuttosto limitata, a partire dall’Egitto e dalla Tunisia. E dunque gli Stati Uniti dovrebbero essere attenti a fare il passo più lungo della gamba, come insegnano l’Iraq, l’Afghanistan e la Libia dove l’intervento ha portato a un lungo e profondo coinvolgimento in situazioni difficili». 
Dunque l’intervento in Libia è stato sbagliato? Lo paragona all’Iraq e all’Afghanistan? 
«Io ero contrario all’intervento in Libia. Devo dire che la missione della Nato, dal punto di vista militare, ha avuto successo e ha portato alla caduta di Gheddafi. Ma se ci chiediamo “Ne valeva la pena? Quali sono state le conseguenze a lungo termine?” allora diventa discutibile: pensiamo all’ambasciatore americano ucciso a Bengasi, che era stata la roccaforte dei ribelli, alle armi che circolano nel Paese. La Libia oggi non è stabile, è vicina ad essere uno stato fallito ed è un terreno fertile per l’estremismo. Iraq, Afghanistan e Libia sono situazioni diverse ma insegnano la difficoltà della transizione politica in Medio Oriente, anche perché include questioni come le fedeltà tribali e settarie, il ruolo della religione nella politica». 
Lei ha sostenuto che l’Islam non è incompatibile con la democrazia. Lo crede ancora? 
«Sì è quello che credo. Ma penso pure che la tradizione islamica che non vede distinzione tra moschea e stato, tra sacro e laico è un aspetto che questa regione dovrà affrontare per riuscire a incorporare questi due aspetti. La stessa cosa peraltro accade in Israele, che è una democrazia liberale e laica, ma dove c’è una profonda divisione tra comunità religiose e laiche a proposito del ruolo della religione».

La STAMPA - Paolo Mastrolilli : " Ankara attacca, Riad sgomita. Le alleanze americane nel caos "


Recep Erdogan

Aggiungiamo una nota al pezzo. Quando Mastrolilli scrive " Proprio ieri Erdogan ha detto di avere le prove che Israele «è dietro al golpe», riferendosi a una conversazione in cui Tzipi Livni e Bernard-Henri Levy dicevano che la democrazia non sta solo nel voto " si riferisce al video girato durante un incontro sulle 'primavere arabe' tenutosi nel 2011 alla Tel Aviv University.
Ecco il pezzo:

Il mondo alla rovescia. La crisi egiziana mette a rischio le alleanze su cui gli Usa cercavano di ricostruire una parvenza di stabilità in Medio Oriente, dopo la «primavera araba», creando imbarazzo e confusione anche sul fronte interno.

Partiamo dai guai domestici, per allargarci poi a quelli internazionali. I neocon avevano spinto l’amministrazione Bush a diffondere la democrazia con ogni mezzo, inclusa la guerra in Iraq, e Michael Novak rivendica ancora oggi che «la primavera araba è stata un effetto di quella politica». C’è da chiedersi se l’effetto è stato positivo, però, considerando l’instabilità che travolge l’intero Medio Oriente. Ed è curioso notare che proprio il rivale repubblicano di Bush, John McCain, sostiene ora la necessità di adottare la linea dura contro i militari egiziani e tagliare gli aiuti, mentre analisti democratici come Charles Kupchan o Zbigniew Brzezinski invitano a passare dal moralismo al realismo, lasciando che l’esercito sconfigga i Fratelli musulmani.

L’amministrazione Obama non sarebbe certamente dispiaciuta di vedere gli islamici fuori gioco, anche se aveva fatto di necessità virtù, stabilendo un rapporto di collaborazione col governo di Morsi. Però aveva posto dei paletti: prima aveva chiesto proprio a Morsi di rendere democratico il suo esecutivo e dialogare con l’opposizione, quindi aveva sconsigliato il golpe ai militari, e una volta accaduto aveva sollecitato il generale Al Sisi a non infierire sui Fratelli musulmani, ricostruendo al più presto un governo civile. Nulla di tutto questo è avvenuto, anche perché gli alleati di Washington hanno fatto l’opposto di quanto si aspettava Obama. Arabia, Emirati e Kuwait, decisi ad eliminare la concorrenza del modello islamico egiziano, hanno promesso a Sisi di compensare qualunque riduzione degli aiuti Usa: 12 miliardi di dollari offerti, contro 1,5 degli americani, e discorso chiuso.

Nello stesso tempo Israele, pur non coordinandosi con l’Arabia, ha fatto capire che sta dalla parte dei militari, ad esempio con l’intervento dell’Aipac sui parlamentari repubblicani che proponevano il taglio degli aiuti al Cairo. Netanyahu ha appena accettato di tornare al negoziato con i palestinesi, e non si capisce perché dovrebbe favorire la conservazione in Egitto di un regime islamico alleato di Hamas. Dunque Stato ebraico sulla stessa linea di Arabia ed Emirati, che neppure lo riconoscono.

Lo scompiglio delle alleanze, però, è anche più complicato di così. Infatti Turchia e Qatar hanno lavorato insieme agli Usa per contrastare in Siria l’Iran, Hezbollah e gli sciiti che appoggiano Assad, ma in Egitto hanno difeso Morsi. Proprio ieri Erdogan ha detto di avere le prove che Israele «è dietro al golpe», riferendosi a una conversazione in cui Tzipi Livni e Bernard-Henri Levy dicevano che la democrazia non sta solo nel voto

Se questo non bastasse, la Russia sta attentamente alla finestra, pronta a sfruttare l’occasione per ristabilire la sua influenza al Cairo. Magari Sisi «comprerà gli Su-35 di Mosca, al posto degli aerei F16 americani, con i soldi offerti dall’Arabia», avverte l’editorialista del «Wall Street Journal» Bret Stephens.

Come se ne viene fuori? Per gli interessi americani il successo dei militari sarebbe la soluzione migliore, anche se significherebbe derogare ai valori di democrazia e libertà, a patto però di non provocare una guerra civile o generare una nuova ondata terroristica. Su questo, almeno, l’analista del Council on Foreign Relations Kupchan non ha dubbi: «Piuttosto che vedere la fine del monopolio autocratico come un’occasione per diffondere la democrazia, Washington dovrebbe ridimensionare le sue ambizioni e lavorare con governi di transizione per stabilire le fondamenta di un potere responsabile, anche se non democratico».

La STAMPA - Claudio Gallo : " Badie, il leninista islamico che sogna la jihad globale "


Mohamed Badie

Era l’ultimo giorno del gennaio 2011, in un vecchio palazzo slabbrato vicino alla pasticceria Groppi al Cairo si riuniva il Gotha dell’opposizione egiziana, mentre nella vicina piazza Tahrir i sanculotti stavano rovesciando Mubarak. Nell’emiciclo di boiserie e velluti che sembrava non essere mai uscito dal XIX secolo, vecchi tromboni liberali come Aymar Nour e il magnate nazionalista Rami Lakah, franco egiziano, greco-cattolico, discutevano con islamisti moderati come Magdi Hussein sul futuro di un paese che li ignorava.

A un certo punto arrivò un tizio con il fez, accompagnato da due armadi: era Mohammed Badie, leader dei Fratelli musulmani. Non faceva parte di quel ridicolo parlamento ombra, ma con la sua curata barba bianca salì su uno scranno, fece un breve discorso e se ne andò. Si capiva che quell’ometto dalla faccia sveglia non era un politico da operetta come quegli altri ma almeno aveva dietro qualcuno. Adesso, due anni dopo, in un mondo sempre più veloce, Al Badie ha già percorso un’intera parabola politica che lo ha portato dalla regia del potere alla prigione.

Le immagini che la crudele propaganda dei generali egiziani ha diffuso nell’etere mostrano un uomo ancora aggrappato alla dignità del suo ruolo ma umiliato. La polizia sa che mostrarlo come un vecchio fragile equivale a dire tacitamente che l’intera Fratellanza è indifesa come il suo leader.

Settant’anni, Badie è un veterano del movimento islamista. Nato in un centro del delta del Nilo dove il caldo è irrespirabile, sposato con tre figli, è professore part-time di veterinaria. Nella Fratellanza ha fatto carriera dalla gavetta, cominciando dalla sua città natale. Nel 1965 mentre in America si moltiplicano le marce contro il Vietnam, Nasser fa i conti con i Fratelli, messi fuorilegge fin dal ’48. Badie è arrestato insieme al leader di allora Sayyed Qutb e condannato a 15 anni di prigione.

Dopo nove anni, nel 1974, arriva la grazia del presidente Anwar el Sadat, l’uomo della pace con Israele, che sarà ucciso dal tenente islamista Khalid Islambouli durante una parata nel ’91. Teheran dedicherà all’assassino una via, vicino al ministero dell’Informazione. Nel frattempo Badie sale lentamente i gradini della gerarchia della Fratellanza. Nel 1994, già in era Mubarak, è arrestato per 75 giorni per aver partecipato a una società musulmana proibita.

Nel 2010 arriva al vertice, al posto di Muhammad Mahdi Akef. Mantenendo la linea politica ambiguamente moderata che ha permesso in qualche modo alla Fratellanza, proibita politicamente ma riconosciuta come associazione culturale, di fare politica sotto l’ultimo Faraone, ha espresso alcuni punti di vista radicali in politica estera. Sposando un tipo di retorica comune nel mondo islamico, ha accusato i »Paesi musulmani di evitare il confronto con l’«entità sionista» e gli Stati Uniti.

Le sue critiche, sulla stessa linea di Hamas, non hanno risparmiato l’Autorità palestinese che secondo lui ha svenduto la causa nazionale.

Anche quando il «suo» presidente Morsi è riuscito nel 2012 a mediare una tregua tra Hamas e Israele, ha detto che la pace con «i sionisti» era illusoria: i musulmani non avevano davanti a sé che la jihad. La sua visione politica appare quella di un leninista islamico che scende a patti tatticamente con il nemico senza accettare in realtà alcuna mediazione, aspettando pazientemente il momento di impadronirsi del potere. Proprio l’immagine che i generali egiziani vogliono dare dei Fratelli, anche se il movimento è certamente più complesso e stratificato, «un coacervo di partiti diversi», come ha detto qualcuno.

Mohammed Badie non è mai stato però il vero uomo forte della Fratellanza, Khairat al Shater (arrestato con lui), Mahmoud Ghozlan e Mahmoud Hussein e Mahmoud Ezzat (il suo successore) hanno contato più di lui nelle decisioni.

Il FOGLIO - Giulio Meotti : "Dopo 1.600 anni le campane delle chiese sono di nuovo mute in Egitto "

Roma. Mentre il leader di al Qaida Ayman al Zawahiri parla di “complotto copto contro Morsi”, un simbolo della cultura nazionale, le antiche chiese di Minya, per la prima volta non celebreranno la messa. “Non abbiamo officiato le funzioni religiose nel monastero per la prima volta in 1.600 anni”, ha detto padre Selwanes Lotfy al giornale al Masry al Youm. La chiesa è stata distrutta dai sostenitori del deposto presidente Mohammed Morsi. Sulla facciata dell’edificio qualcuno ha lasciato scritto: “Donatela alla moschea dei martiri”. Finora sono 58 le chiese assaltate o bruciate dai Fratelli musulmani e da altre formazioni islamiste. Il patriarca di Alessandria dei copti, Ibrahim Isaac Sidrak, ha fatto appello affinché l’esercito venga sostenuto in questa “lotta di tutti gli egiziani al terrorismo”. Per questo, aggiunge, la chiesa cattolica conferma il suo “sostegno” “alla polizia egiziana e alle Forze armate per tutti gli sforzi che stanno compiendo per proteggere il paese”. Il generale Abdel Fattah al Sisi, stratega del colpo di stato, ha ordinato all’esercito di ricostruire immediatamente le chiese distrutte dalla Fratellanza. Il Papa copto Tawadros II, che apparve al fianco del generale al Sisi durante l’annuncio della destituzione del presidente Morsi, da giorni è nascosto in una località segreta per timore di attacchi terroristici. Sulla pagina facebook della Fratellanza islamica giorni fa è apparso un proclama contro “la Repubblica militare del Papa copto Tawadros”. Presi di mira case, scuole, monasteri e negozi gestiti dai cristiani, da Suez a Minya, da Sohag ad Assiut. I luoghi dei cristiani sono marchiati con una “X” di colore nero, mentre i negozi dei musulmani con una “X” di colore rosso. Al termine degli scontri, gli edifici macchiati di nero sono stati distrutti, mentre sono rimasti illesi quelli di colore rosso. Dunque una operazione di “pulizia religiosa” preparata da giorni. La litania delle chiese attaccate e distrutte ormai si perde: San Giorgio, Santa Maria, Buon Pastore e Pentecostale a Minya; Santa Teresa, Chiesa della Riforma, Chiesa dell’Apostolo e di San Giovanni ad Assiut; Chiesa della Vergine Maria, Santa Damiana, San Giuseppe e Evangelica a Fayoum; Chiesa dell’Arcangelo Michele, Anglicana e le chiese ortodosse e francescane a Suez. Lo scorso luglio un cristiano è stato decapitato dagli islamisti e negli ultimi giorni si contano almeno sette morti confessionali fra i cristiani, compreso un tassista linciato a morte dalla folla. Il guru della Fratellanza, lo sceicco Yusuf al Qaradawi, ha dato formale approvazione agli attacchi contro i cristiani. In un video, Qaradawi dice che “i cristiani” sono stati “reclutati (dalla giunta militare, ndr) per uccidere musulmani innocenti”. E’ in corso un esodo della minoranza cristiana dal paese. Nel 2010, prima della cacciata di Hosni Mubarak, storico protettore dei copti, in 531 lasciarono il paese alla volta degli Stati Uniti. Nel 2012 sono stati 2.882. Il presidente deposto Morsi aveva consentito la costruzione di una sola chiesa, mentre Mubarak nel solo 2010 ne aveva consentite sedici. I video di questi giorni di attacchi e repressione mostrano chiese in fiamme e islamisti che si abbracciano e baciano, congratulandosi per lo scempio degli edifici degli “infedeli”. Nella città di Sohag, gli islamisti hanno issato una grande bandiera nera di al Qaida sulla chiesa di San Giorgio e giustiziato una coppia di cristiani, dopo aver chiesto loro la carta di identità, su cui per legge deve comparire la religione. La scuola francescana di Beni Suef, in Egitto, è stata data alle fiamme dagli islamisti, che hanno poi fatto sfilare tre suore per le strade come se fossero “prigioniere di guerra”, mentre la croce di fronte all’edificio veniva abbattuta e sostituita da una bandiera qaidista. Intanto, nella chiesa cattolica di Mallawi, la statua della Madonna veniva letteralmente decapitata.

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21 agosto 2013

IL PIANO DEI SAUDITI PER L’EGITTO: PUNTELLARE L’ESERCITO PER STROZZARE OVUNQUE I “FRATELLI MUSULMANI”


La monarchia del Golfo è pronta a subentrare agli occidentali nel sostegno all’economia del Cairo - Riad teme l’esportazione in casa propria del “movimentismo” dei Fratelli musulmani e la domanda di partecipazione da parte delle folle finora rimaste in sonno nei Paesi del Golfo…

Giusepe Sarcina per il "Corriere della Sera"

ABDALLAH DI GIORDANIAABDALLAH DI GIORDANIA


L'Arabia Saudita ci mette i soldi. Quelli che servono e forse anche di più. Mobilita i servizi segreti, la diplomazia, l'esercito, la televisione, Al Arabiya. Tutto quello che occorre pur di non «perdere» l'Egitto. I risultati, per ora, si vedono. Nel discorso di domenica scorsa il generale Abd al Fattah al-Sisi non ha mai citato un partner occidentale, nemmeno l'alleato chiave, gli Stati Uniti.

ABDALLAH DI GIORDANIAABDALLAH DI GIORDANIA

Il nuovo rais del Paese, invece, si è soffermato a lungo sui rapporti con l'Arabia Saudita, ringraziando il re Abdullah per il suo sostegno. In effetti il sovrano del «caveau» petrolifero del mondo si è esposto con parole insolitamente nette. Due i passaggi da riprendere nel suo messaggio. Primo: «Faccio appello agli uomini onesti dell'Egitto e delle nazioni arabe e musulmane a unirsi come un sol uomo e un solo cuore di fronte al tentativo di destabilizzare un Paese che rappresenta la parte più importante della storia araba e musulmana».

GENERALE ABDEL AL SISSIGENERALE ABDEL AL SISSI

Secondo: «Tutti coloro che interferiscono nelle vicende dell'Egitto devono sapere che stanno alimentando la sedizione e appoggiando quel terrorismo che dicono di voler combattere». Un segnale, dunque, all'intero mondo arabo e un altro agli americani con i loro alleati europei.

Il calore di queste dichiarazioni, però, non deve trarre in inganno. La politica estera saudita si ispira al pragmatismo più impermeabile alle emozioni e agli umori del momento. Per trent'anni il regno saudita ha appoggiato il regime autoritario di Hosni Mubarak. Poi stava trovando un accomodamento con il presidente candidato dal fronte islamico, Mohammed Morsi e ora, come se niente fosse, ecco il re Abdullah schierato con al-Sisi.

GENERALE ABDEL AL SISSI E MOHAMED MORSIGENERALE ABDEL AL SISSI E MOHAMED MORSI

Pragmatismo, almeno in questo caso, non significa opportunismo. E non serve alla comprensione degli ultimi sviluppi ripercorrere il tortuoso percorso delle relazioni bilaterali tra il Cairo e Riad. Solo un anno fa, per esempio, l'ambasciatore saudita, Hisham Nazer, era stato costretto a lasciare la capitale sul Nilo perché i funzionari dell'aeroporto saudita di Gedda erano accusati di aver maltrattato i fedeli egiziani in pellegrinaggio nei luoghi sacri dell'Islam. Incidenti di percorso, già dimenticati.

Ma c'è da dubitare che al re Abdullah prema davvero salvaguardare la culla della storia araba e islamica. Per spiegare il nuovo corso tra Egitto e Arabia Saudita è sufficiente osservare quello che in questi giorni è sotto gli occhi di tutti. Ahmed Abizaid, direttore delle ricerche nell'International Institute for culture diplomacy, con sede ad Abu Dhabi, prova a mettere ordine: «L'Arabia Saudita teme che la destabilizzazione dell'Egitto possa portare all'esportazione del movimentismo dei Fratelli musulmani nella regione, alla crescita del terrorismo, ma soprattutto alla domanda di partecipazione da parte delle folle finora rimaste in sonno nei Paesi del Golfo».

MOHAMED MOURSI FRATELLI MUSULMANIMOHAMED MOURSI FRATELLI MUSULMANI

Se è così non importa quale sia l'interlocutore (Mubarak, Morsi o al-Sisi) purché sia disponibile a contenere, o meglio ancora, annientare i fermenti «sovversivi», da qualunque parte provengono (Fratelli musulmani o i più radicali Salafiti). Ecco perché il pericolo evocato dal re Abdullah si riassume nel verbo «destabilizzare».

Poi (ma solo poi) vengono gli equilibri internazionali. I sauditi non si sentono in concorrenza con gli americani. Anzi l'alleanza con Washington è un affare sostanzialmente militare. Al Cairo molti osservatori sono convinti che, alla fine, la lobby petrolifera e quella filo esercito, indurranno il presidente Barack Obama a temperare la polemica con al-Sisi. Naturalmente a condizione che il generale riesca a garantire, in tempi relativamente brevi, la sicurezza in Egitto, creando le condizioni per rimettere in moto l'economia e lasciare il campo alla politica.


Ora al-Sisi, dopo le belle parole di appoggio, aspetta anche il denaro del re Abdullah. Nel frattempo dovrà misurarsi con l'imprevedibilità della piazza. Un'incognita che potrebbe vanificare i calcoli dei sauditi.
Un programma che ha bisogno di risorse: almeno 9 miliardi di dollari, secondo le stime più accreditate. Gli Stati Uniti ne versano 1,5 miliardi all'anno (e quelli del 2013 sono già arrivati). Con Morsi nel palazzo presidenziale i sauditi avevano promesso aiuti per 3,2 miliardi di dollari. Pochi giorni dopo il suo defenestramento (3 luglio 2013) hanno rilanciato: 12 miliardi di dollari (con il contributo degli Emirati Arabi e del Kuwait).

 

 




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20 agosto 2013

Avreste mai immaginato che difendendo i diritti dell'infanzia si potesse finire denunciati?

Pubblichiamo l'incipit di un articolo de "Il Giornale" di ieri, a firma di Alberto Giannoni, "Il portavoce della sinagoga denunciato per odio razziale", che offre alcuni spunti di riflessione.

MILANO - «Avreste mai immaginato che difendendo i diritti dell'infanzia si potesse finire denunciati?». È la domanda che pone alla città Davide Romano, portavoce della sinagoga Beth Shlomo. A lui potrebbe succedere: «Me lo ha promesso via stampa - dice - il portavoce del Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano, Davide Piccardo». «La mia colpa? - aggiunge - Avendo saputo che l'imam Al-Bustanji avrebbe partecipato all'evento di fine Ramadan, mi sono informato su chi fosse. Ho trovato un'intervista in cui racconta, tra le altre cose, di avere incontrato un bambino di meno di 10 anni che voleva farsi martire a Gerusalemme». «Mi aspettavo - confessa - un racconto dell'imam in cui spiegava come ha fatto a far recedere il bambino da un proposito così folle. Qualunque adulto ragionevole l'avrebbe fermato. Invece no: di fronte a un bambino con propositi suicidi, l'imam inizia a esaltarlo».

Potete leggere l'articolo completo qui: http://www.ilgiornale.it/news/milano/portavoce-sinagoga-denunciato-odio-razziale-caso-ramadan-943591.html

Foto: Pubblichiamo l'incipit di un articolo de "Il Giornale" di ieri, a firma di Alberto Giannoni, "Il portavoce della sinagoga denunciato per odio razziale", che offre alcuni spunti di riflessione.MILANO - «Avreste mai immaginato che difendendo i diritti dell'infanzia si potesse finire denunciati?». È la domanda che pone alla città Davide Romano, portavoce della sinagoga Beth Shlomo. A lui potrebbe succedere: «Me lo ha promesso via stampa - dice - il portavoce del Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano, Davide Piccardo». «La mia colpa? - aggiunge - Avendo saputo che l'imam Al-Bustanji avrebbe partecipato all'evento di fine Ramadan, mi sono informato su chi fosse. Ho trovato un'intervista in cui racconta, tra le altre cose, di avere incontrato un bambino di meno di 10 anni che voleva farsi martire a Gerusalemme». «Mi aspettavo - confessa - un racconto dell'imam in cui spiegava come ha fatto a far recedere il bambino da un proposito così folle. Qualunque adulto ragionevole l'avrebbe fermato. Invece no: di fronte a un bambino con propositi suicidi, l'imam inizia a esaltarlo». Potete leggere l'articolo completo qui: http://www.ilgiornale.it/news/milano/portavoce-sinagoga-denunciato-odio-razziale-caso-ramadan-943591.html




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19 agosto 2013

Blogger Italiana in Egitto denuncia media occidentali




  1. La blogger e scrittrice Sonia Serravalli, 39 anni, da 8 in Egitto,denuncia l'informazione «parziale» divulgata dai media occidentali dalla deposizione di Morsi alle odierne manifestazio...ni pro-Morsi. Serravalli vorrebbe si aprisse un confronto
    inserito da camilla ghedini
    E’ diventata blogger per vocazione, per missione, perché da sempre ama le parole scritte, quelle che lasciano traccia e se necessario, testimonianza. Sonia Serravalli ha 39 anni, una laurea in lingue, è ferrarese, ma la città estense, e la nazionalità italiana, le percepisce come una pelle che le si è ormai staccata, che talvolta rimette, quando torna in patria, per liberarsene subito con serenità. Vive a Dahab, sul mare, da 9 anni, scrivendo libri. E’ del 2007 L’Oro di Dahab (Il Filo Edizioni) , sull’attentato del 2006, e del 2011 Se baci la Rivoluzione (Ibuk Edizioni), entrambi finalizzati alla scoperta dell’incontro tra due culture mediterranee, quella araba e quella italiana, che secondo lei si guardano ancora con troppa diffidenza e incapacità di comprendersi. In Egitto, in mezzo a gente che ama, Sonia ha vissuto attentati, rivoluzioni e ha così deciso di mettere la propria voglia di raccontare il mondo e la propria idea di mondo, a disposizione della ‘causa’ degli egiziani. Con colleghi della comunità internazionale cura il blog, www.rivoluzionando.wordpress.com, nato con la rivoluzione egiziana del gennaio 2011. Con il milanese Marco Pieranelli e l’egiziano Tarek Khalifa ha recentemente fondato la pagina Facebook La verità sull’Egitto dopo il 30 giugno, con cui cerca di divulgare in molteplici lingue cosa succede in questo Paese dalla deposizione di Morsi in poi. Lei sta dalla parte degli Egiziani che si sono ribellati a Morsi, lei è contro i Fratelli Musulmani che invece lo rivorrebbero, ma lei è soprattutto per la verità, per un dibattito approfondito. «Vorrei che i media internazionali non emendassero, non falsassero, si limitassero a raccontare i fatti. Questo purtroppo non avviene e così l’Egitto che vivo io, e che viviamo noi tutti qui, non è quello delle immagini che passano in tv». Sa bene Serravalli che il suo parere non è il ‘verbo’, ma lo difende, anche da chi imputa che vivere al mare, e non a Il Cairo, rende più ‘superficiali’ certe prese di posizione. Lei scrolla le spalle, certa di operare al meglio. Le chiediamo quale potere affida alla parola, alla testimonianza diretta, e lei è un fiume in piena. «Scrivo dall’età di 5 anni, ma per quanto riguarda l’Egitto, sento particolarmente l'esigenza di testimoniare il vero quando mi scontro con canali che diffondono informazioni deformate. Parlano di popolazione spaccata in due, di golpe. Ma questa è la realtà che gli Stati Uniti vogliono dipingere, per giocare allo stesso vecchio gioco visto decine di volte negli ultimi decenni in Cile, Vietnam, Corea, Afghanistan, Iraq, Sudan, e per giustificare un intervento laddove servono petrolio, connivenze con il potere o, come in questo caso, il controllo del Canale di Suez e di Hamas. La situazione politica in Egitto è difficile, ma è resa molto più difficile dai mass media occidentali. Ne stiamo risentendo tutti, e non parlo solo del fatto che i milioni di persone che lavoravano nel turismo da due anni fanno fatica a mantenere le loro famiglie, parlo dell'immagine che viene data di questo Paese all'estero, soprattutto nelle ultime settimane. Parlo del fatto che le parole hanno un peso e un potere performativo e che bisogna stare attenti a usare termini come ‘guerra civile’, che non riguardano affatto la situazione fino ad oggi, con 40 milioni di persone che tra giugno e luglio si sono riversate nelle strade per gridare ancora una volta il loro sostegno a un governo transitorio dell'esercito in questa fase. Parlo dell'errore semantico dell'uso e ormai abuso della parola ‘golpe’, mentre non esiste democrazia più potente di quando il ‘demo’ scende in piazza a milioni per chiarire, in modo pacifico, che il loro Presidente non solo non ha rispettato le promesse né la volontà dei 700 martiri del 2011, ma stava smembrando il Paese, lo stava vendendo a pezzetti per interessi che non sono più nazionali, ma internazionali. Parlo del continuo sottolineare che Morsi fosse un presidente "democraticamente eletto", quando venne fatto credere a gran parte della popolazione che non votare lui andasse contro la propria religione. Il mondo intero ha visto che il popolo si è espresso, l'esercito si è trovato costretto a prendere una posizione per evitare una guerra civile. Che sia forse questo – si interroga - a dare fastidio al resto del mondo? Che siano stati i primi a farlo? E che un ‘colpo di stato popolare’ come lo definiscono qui, successivamente affiancato dall'esercito, dia fastidio in quanto nuovo fenomeno storico e sociale? Che non lo si voglia chiamare con il suo vero nome e lo si voglia per forza sporcare, perché rappresenterebbe un pericolo enorme, fornendo l'esempio ad altre decine di nazioni sull'orlo del baratro? Serravalli ce l’ha particolarmente coi Tg italiani che in questi giorni, quelli delle manifestazioni Pro-Morsi «divulgano notizie non corrispondenti alla realtà. Quelli che lo rivogliono, e manifestano, sono circa 700.000 contro gli 80 milioni di cittadini – osserva - . Molti sono confluiti in Egitto da Siria, Afghanistan, Palestina, Yemen, Libia… ». Serravalli sa di avere opinioni non sempre condivisibili, ma le enuncia comunque «affinché almeno ci si confronti, perché i problemi dell’Egitto non riguardano solo l’Egitto». Trae la sua energia dagli egiziani stessi, «con cui parlo, con cui convivo, che intervisto. Qualcuno direbbe che qui, in questo Paese, mi ha portato il caso, ma io credo che tutto abbia un significato. Non sono mai partita per una vacanza e basta. Sono sempre partita per guardarmi intorno e inserirmi il più possibile, per conoscere le realtà da dentro. Rimango qui per un senso di appartenenza e di casa che non ho mai provato altrove». E dell’Italia? «Sento staticità, immobilismo e l’illusione disturbante che in fondo vada bene così. Non ritrovo più la spinta vera al concetto di libertà e democrazia».

    Camilla Ghedini
    (18 Agosto 2013)

    http://www.noidonne.org/blog.php?ID=04639%5Burl%5D%5B%2Furl%5D

    http://www.noidonne.org/blog.php?ID=04639%5Burl%5D%5B%2Furl%5D
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    Foto: Blogger Italiana in Egitto denuncia media occidentaliLa blogger e scrittrice Sonia Serravalli, 39 anni, da 8 in Egitto,denuncia l'informazione «parziale» divulgata dai media occidentali dalla deposizione di Morsi alle odierne manifestazioni pro-Morsi. Serravalli vorrebbe si aprisse un confrontoinserito da camilla ghediniE’ diventata blogger per vocazione, per missione, perché da sempre ama le parole scritte, quelle che lasciano traccia e se necessario, testimonianza. Sonia Serravalli ha 39 anni, una laurea in lingue, è ferrarese, ma la città estense, e la nazionalità italiana, le percepisce come una pelle che le si è ormai staccata, che talvolta rimette, quando torna in patria, per liberarsene subito con serenità. Vive a Dahab, sul mare, da 9 anni, scrivendo libri. E’ del 2007 L’Oro di Dahab (Il Filo Edizioni) , sull’attentato del 2006, e del 2011 Se baci la Rivoluzione (Ibuk Edizioni), entrambi finalizzati alla scoperta dell’incontro tra due culture mediterranee, quella araba e quella italiana, che secondo lei si guardano ancora con troppa diffidenza e incapacità di comprendersi. In Egitto, in mezzo a gente che ama, Sonia ha vissuto attentati, rivoluzioni e ha così deciso di mettere la propria voglia di raccontare il mondo e la propria idea di mondo, a disposizione della ‘causa’ degli egiziani. Con colleghi della comunità internazionale cura il blog, www.rivoluzionando.wordpress.com, nato con la rivoluzione egiziana del gennaio 2011. Con il milanese Marco Pieranelli e l’egiziano Tarek Khalifa ha recentemente fondato la pagina Facebook La verità sull’Egitto dopo il 30 giugno, con cui cerca di divulgare in molteplici lingue cosa succede in questo Paese dalla deposizione di Morsi in poi. Lei sta dalla parte degli Egiziani che si sono ribellati a Morsi, lei è contro i Fratelli Musulmani che invece lo rivorrebbero, ma lei è soprattutto per la verità, per un dibattito approfondito. «Vorrei che i media internazionali non emendassero, non falsassero, si limitassero a raccontare i fatti. Questo purtroppo non avviene e così l’Egitto che vivo io, e che viviamo noi tutti qui, non è quello delle immagini che passano in tv». Sa bene Serravalli che il suo parere non è il ‘verbo’, ma lo difende, anche da chi imputa che vivere al mare, e non a Il Cairo, rende più ‘superficiali’ certe prese di posizione. Lei scrolla le spalle, certa di operare al meglio. Le chiediamo quale potere affida alla parola, alla testimonianza diretta, e lei è un fiume in piena. «Scrivo dall’età di 5 anni, ma per quanto riguarda l’Egitto, sento particolarmente l'esigenza di testimoniare il vero quando mi scontro con canali che diffondono informazioni deformate. Parlano di popolazione spaccata in due, di golpe. Ma questa è la realtà che gli Stati Uniti vogliono dipingere, per giocare allo stesso vecchio gioco visto decine di volte negli ultimi decenni in Cile, Vietnam, Corea, Afghanistan, Iraq, Sudan, e per giustificare un intervento laddove servono petrolio, connivenze con il potere o, come in questo caso, il controllo del Canale di Suez e di Hamas. La situazione politica in Egitto è difficile, ma è resa molto più difficile dai mass media occidentali. Ne stiamo risentendo tutti, e non parlo solo del fatto che i milioni di persone che lavoravano nel turismo da due anni fanno fatica a mantenere le loro famiglie, parlo dell'immagine che viene data di questo Paese all'estero, soprattutto nelle ultime settimane. Parlo del fatto che le parole hanno un peso e un potere performativo e che bisogna stare attenti a usare termini come ‘guerra civile’, che non riguardano affatto la situazione fino ad oggi, con 40 milioni di persone che tra giugno e luglio si sono riversate nelle strade per gridare ancora una volta il loro sostegno a un governo transitorio dell'esercito in questa fase. Parlo dell'errore semantico dell'uso e ormai abuso della parola ‘golpe’, mentre non esiste democrazia più potente di quando il ‘demo’ scende in piazza a milioni per chiarire, in modo pacifico, che il loro Presidente non solo non ha rispettato le promesse né la volontà dei 700 martiri del 2011, ma stava smembrando il Paese, lo stava vendendo a pezzetti per interessi che non sono più nazionali, ma internazionali. Parlo del continuo sottolineare che Morsi fosse un presidente "democraticamente eletto", quando venne fatto credere a gran parte della popolazione che non votare lui andasse contro la propria religione. Il mondo intero ha visto che il popolo si è espresso, l'esercito si è trovato costretto a prendere una posizione per evitare una guerra civile. Che sia forse questo – si interroga - a dare fastidio al resto del mondo? Che siano stati i primi a farlo? E che un ‘colpo di stato popolare’ come lo definiscono qui, successivamente affiancato dall'esercito, dia fastidio in quanto nuovo fenomeno storico e sociale? Che non lo si voglia chiamare con il suo vero nome e lo si voglia per forza sporcare, perché rappresenterebbe un pericolo enorme, fornendo l'esempio ad altre decine di nazioni sull'orlo del baratro? Serravalli ce l’ha particolarmente coi Tg italiani che in questi giorni, quelli delle manifestazioni Pro-Morsi «divulgano notizie non corrispondenti alla realtà. Quelli che lo rivogliono, e manifestano, sono circa 700.000 contro gli 80 milioni di cittadini – osserva - . Molti sono confluiti in Egitto da Siria, Afghanistan, Palestina, Yemen, Libia… ». Serravalli sa di avere opinioni non sempre condivisibili, ma le enuncia comunque «affinché almeno ci si confronti, perché i problemi dell’Egitto non riguardano solo l’Egitto». Trae la sua energia dagli egiziani stessi, «con cui parlo, con cui convivo, che intervisto. Qualcuno direbbe che qui, in questo Paese, mi ha portato il caso, ma io credo che tutto abbia un significato. Non sono mai partita per una vacanza e basta. Sono sempre partita per guardarmi intorno e inserirmi il più possibile, per conoscere le realtà da dentro. Rimango qui per un senso di appartenenza e di casa che non ho mai provato altrove». E dell’Italia? «Sento staticità, immobilismo e l’illusione disturbante che in fondo vada bene così. Non ritrovo più la spinta vera al concetto di libertà e democrazia».Camilla Ghedini(18 Agosto 2013)http://www.noidonne.org/blog.php?ID=04639[url][/url]http://www.noidonne.org/blog.php?ID=04639[url][/url]




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