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  LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”
 
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30 giugno 2013

"Islamizzeremo l'Italia. E' la volontà di Dio. L'ha detto Maometto e tutto questo succederà: è un bene per l'Italia. L'islamizzazione di Roma avverrà piano piano."

  •  Ibrahim El Ghaesh, Imam della moschea di Latina - Corriere della Sera - 26 ottobre 2006 


    "nel 2025 saremo 5 o 6 milioni. Il vostro pane lo faranno i mussulmani. Le vostre mucche le mungeranno i mussulmani. Avremo il nostro partito e i nostri parlamentari" Roberto Hamza Piccardo, Segretario dell' UCOII - il Giornale 23 gennaio 2000




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30 giugno 2013

Lettera aperta a Margherita Hack




In 3400 chiedono spiegazioni alla scienziata che ha aderito a un manifesto antisionista



Lettera aperta a Margherita Hack
Gentile Signora Hack conoscendo la sua formazione scientifica, constatiamo con stupore come, assieme a noti antisemiti, lei abbia firmato l'appello “Gaza vivrà”, si veda il sito “www.gazavive.com”, pubblicato su un dominio registrato a nome di un noto militante dell'estrema destra nazifascista. In quell'appello si afferma testualmente che lo Stato di Israele sta compiendo un supposto “genocidio” ai danni dei palestinesi della striscia di Gaza “come nei campi di concentramento nazisti” e si domanda al governo Prodi di rifiutare la definizione, riconosciuta universalmente, di organizzazione terrorista, per Hamas. Da anni ormai la propaganda antisemita dipinge il governo di Gerusalemme ed il suo popolo come genocida, tralasciando di specificare come questo Stato viva, dal momento della sua fondazione, sotto minaccia di costante distruzione mediante guerre, azioni terroristiche, lancio di missili Qassam, rapimenti ed uccisioni di militari e di civili, e senza considerare la fine che Israele avrebbe da lungo fatto, se non avesse saputo o potuto difendersi.

La compassione per il popolo ebraico che ha visto cessare la minaccia dello sterminio per mano nazista nel momento stesso in cui è cominciata quella dell'annientamento per mano araba non può che associarsi al biasimo per quei dittatori arabi che, dopo aver mandato al macello i palestinesi contro Israele, si sono rifiutati di accoglierli come esuli e li hanno costretti a vivere nell'ignoranza, nel sottosviluppo e nella miseria dei campi profughi. Per fare in modo che sia gli israeliani che gli arabi abbiano un'opportunità di vivere nella sicurezza e nella pace, il contributo della comunità internazionale è senz'altro auspicabile. Ma la pace non può essere in alcun modo raggiunta sostenendo un'organizzazione terrorista come Hamas, un gruppo che compie stragi di civili e che nel suo Statuto dichiara espressamente la sua volontà di distruggere uno Stato internazionalmente riconosciuto, che impone al suo stesso popolo una sottomissione forzata ai dettami del più bieco fondamentalismo religioso e che usa i fondi degli aiuti internazionali per acquistare armi e ricompensare le famiglie dei terroristi suicidi.

Il sostegno fattivo alla pace richiede perseveranza, mediazione, comprensione e rispetto per chi ha duramente lottato e lavorato per inverare il sogno sionista e realizzare il diritto all'autodeterminazione del popolo ebraico, per un popolo che dopo millenni di persecuzioni è riuscito a costruire l'unico Stato democratico del Medio Oriente, pagando con ingenti sacrifici la sua volontà di resistere all'annientamento, alla colonizzazione araba e al terrorismo. Le abbiamo scritto questa lettera aperta per domandarle come si possa firmare un documento di così dubbia provenienza e che contiene così orribili menzogne, arrivando a paragonare Israele - il paese edificato dai sopravvissuti all'Olocausto - alla bestialità infame del nazismo. Un regime d'ispirazione nazista che di certo non avrebbe aspettato più di mezzo secolo per risolvere i problemi coi paesi ostili che minacciano i suoi confini, né restituito gran parte dei territori occupati vincendo delle guerre di aggressione, né tanto meno sobbarcandosi per anni il rifornimento energetico di un nemico che invece di sedersi al tavolo delle trattative continua ad aggredire le località di confine con quotidiani lanci di missili Qassam. Restiamo in attesa di conoscere come abbia trovato il coraggio di sottoscrivere un appello tanto ingiusto e menzognero.


Distinti saluti

Abu Ibrahim Kalim

Seguono 3400 firme


30 giugno 2013

Avete idea di che cosa voglia vivere sotto una dittatura totalitaria?

La vita sotto il regime
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Testata: Informazione Corretta
Data: 30 giugno 2013
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «La vita sotto il regime»

" La vita sotto il regime "
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

avete idea di che cosa voglia vivere sotto una dittatura totalitaria? Pochi oggi sono coloro che hanno memoria personale del fascismo e del nazismo; molti di più hanno fatto visita in paesi comunisti, prima dell'89 nell'Europa dell'Est o in Russia o magari anche dopo, a Cuba o in Cina. Ma durante queste visite di solito prevale l'esotismo, l'effetto turistico o il trattamento speciale che ricevono le “delegazioni” e non occorre essere vili adulatori delle dittature (come sono stati la grande maggioranza degli intellettuali europei del Novecento) per scambiare l'oppressione più feroce per il paradiso in terra; basta parlare con le persone giuste e vedere i luoghi giusti, evitando accuratamente di entrare in contatto con la gente che fa le spese di questi paradisi, di vedere prigioni o gulag, di provare che cosa significa il tentativo di formulare idee “sbagliate”.

Lo stesso vale per il mondo islamico. Non solo coloro che sono andati da turisti a Sharm o a Luxor, a Saana o a Petra non hanno potuto capire nulla dei regimi che governavano l'Egitto, lo Yemen o la Siria,  ma anche i non pochi turisti politici che andavano a baciare la pantofola a Khomeini e ad Assad, ad Arafat o a Gheddafi si sono preoccupati della vita dei sudditi di quelle dittature. Ora buona parte di esse è stata sostituita da guerre civili aperte o striscianti, dove il potere, quando c'è, è tenuto in maniera apertamente violenta. La domanda allora è più semplice: avete idea di che cosa vuol dire vivere nella guerra civile, in una situazione in cui il fronte è dappertutto e nessuno è al riparo dai nemici? Anche in questo caso la risposta della nostra generazione è no, per fortuna. Ma forse è più facile immaginarsi l'orrore diretto della repressione quotidiana, la guerra della dittatura totalitaria.  

Vi è però almeno un luogo nel mondo islamico dove la dittatura regge, ed è capace di suscitare sempre nuove illusioni di “moderazione” e “riforma”, così come regge la dittatura comunista di Cuba: è l'Iran, dove da trent'anni il pugno del clero islamico continua a soffocare un paese che una volta era moderno e ancora è pieno di risorse intellettuali e materiali. La mia domanda è: avete idea di che cosa significa vivere in Iran?  In un luogo in cui non solo si impiccano gli omosessuali, si lapidano le donne adultere, si picchiano a morte gli oppositori, ma un ragazzo qualunque che non ha fatto nulla di speciale ma magari si veste in maniera un po' diversa dal “normale” può ricevere un sms dal governo che gli dice: “il tuo comportamento non convenzionale e’ stato notato. la ripetizione di un comportamento del genere ti causerà ripercussioni legali“ cioè in parole non ipocrite: il carcere, le torture, magari la morte (http://nopasdaran2.wordpress.com/2013/06/25/iran-sms-regime-minacce/ )?

Difficile per noi anche immaginare la mescolanza dell'odore di antica violenza fisica e la sorveglianza postmoderna da Grande Fratello (quello di Orwell, non quello della Tv) che questa storia comporta. Difficile anche che i giornalisti si mettano a raccontare queste storie, parlano piuttosto di fazioni del regime, fanno gossip su questo o quel personaggio, magari avvertono dei rischi strategici che il regime con l'armamento atomico che persegue con terribile ostinazione porta al contesto mediorientale e in prospettiva anche alla nostra regione (ma più spesso no, raccontano storie consolatorie su una prossima “svolta moderata” o sulla “razionalità poilitica” dewgli ayatollah...). E però è importante capire come si vive sotto una dittatura islamista, soprattutto se non è semplicistica e primitiva come quella dei talebani afghani o delle bande di Al Qaeda che girano il mondo a cercare la riconquista islamica di tutta la terra. In fondo ci sono serie possibilità che un regime islamista si instauri in diversi paesi europei nel giro di pochi decenni ed è bene sapere che cosa rischiamo, se non noi, probabilmente i nostri figli.


Sahar Delijani, L'albero dei fiori viola (ed. Rizzoli)

Per questo mi permetto di raccomandarvi non un link giornalistico, ma un romanzo. Un romanzo che non si vuole esplicitamente politico, che non è militante o partigiano, ma che racconta la vita quotidiana in Iran sotto il regime degli ayatollah. Ne è autrice una giovane iraniana che vive in Italia da qualche anno, dopo essere lei stessa nata in una prigione di Teheran dove sua madre era rinchiusa, Sahar Dedlijani. Il libro (“L'albero dei fiori viola”, Rizzoli, pp.358, € 18) racconta la vita di una famiglia normale, medio-borghese, sotto l'oppressione degli ayatollah. E' una storia di donne, perché il punto di vista è prevalentemente femminile: sono le donne che vedono i loro uomini arrestati e torturati, che subiscono esse stesse la violenza, che cercano di conservare un minimo di normalità. E' una storia di paura quotidiana, in cui il terrore ha odore, sapore, oscurità ancora prima che forma umana: è difficile trovare un libro in cui la violenza psicologica quotidiana dell'oppressione sia più efficacemente fatta percepire. E' naturalmente anche una storia di persone che cercano di vivere normalmente e in parte anche ci riescono emigrando per sfuggire al regime, ci sono amicizie e amori e momenti di allegria, che rendono  la storia un romanzo piacevole e tradotto in molte lingue e non un pamphlet politico. Ma quel che conta per noi qui è la verità dell'oppressione, il senso concreto della vita sotto il giogo infinito della dittatura: un libro da leggere, su cui emozionarsi, e intorno a cui meditare.

Ugo Volli


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




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29 giugno 2013

Archeologia a Gerusalemme: sulle tracce del terribile assedio romano di duemila anni fa


Una piccola cisterna annessa a un edificio è stata portata alla luce di recente durante uno scavo archeologico che la Israel Antiquities Authority sta conducendo nei pressi del Muro Occidentale (“del pianto”), vicino all’Arco di Robinson, nel parco archeologico di Gerusalemme. Dentro la cisterna c’erano tre brocche da cucina intatte e una piccola lampada a olio di ceramica che risalgono ai tempi della prima guerra giudaica (66-70 e.v.). Il vasellame è stato rinvenuto nel canale di drenaggio che è stato interamente portato alla luce, dalla Vasca di Siloe, nella Città di David, all'inizio dell’Arco di Robinson.
Secondo Eli Shukron, direttore degli scavi per la Israel Antiquities Authority, “questa è la prima volta che siamo in grado di collegare dei reperti archeologici con la carestia che ebbe luogo durante l’assedio di Gerusalemme al tempo della rivolta anti-romana. Le brocche da cucina intatte e la lampada a olio in ceramica indicano che la gente scendeva nella cisterna dove mangiava di nascosto il cibo contenuto nelle brocche senza farsi vedere da nessuno, il che corrisponde al racconto fornito da Giuseppe Flavio”. Nel suo libro “La guerra giudaica”, Giuseppe descrive l’assedio romano a Gerusalemme e la tremenda fame che esso provocò all'interno della città accerchiata. Nella sua drammatica descrizione della carestia a Gerusalemme, egli racconta dei ribelli ebrei che cercavano il cibo nelle case dei loro fratelli. Costoro, scrive Giuseppe, nascondevano il cibo che possedevano per timore che venisse rubato dai ribelli e lo mangiavano negli angoli più nascosti delle loro case. 
«La fame aumentava il furore dei ribelli – scrive Giuseppe Flavio – E poiché non si trovava grano da nessuna parte, essi irrompevano nelle case per rovistare: se ne trovavano, percuotevano gli abitanti per aver negato di averne; se non ne trovavano, li torturavano sospettandoli d’averlo nascosto troppo bene. … Molti barattavano segretamente le loro proprietà per una misura di grano, se erano ricchi, di orzo se erano poveri. E rinchiusi nei più nascosti recessi della casa, alcuni lo divoravano crudo com'era, tanta era la loro fame; altri lo mettevano a cuocere, secondo necessità e paura. Non c’era più da nessuna parte una tavola imbandita». (Giuseppe Flavio, “La guerra giudaica”, Libro V).

(Da: MFA, 27.6.13)




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29 giugno 2013

Emma Bonino insiste per l'ingresso della Turchia in Europa una pessima idea

 Cronaca di Antonella Rampino

Testata: La Stampa
Data: 28 giugno 2013
Pagina: 14
Autore: Antonella Rampino
Titolo: «Bonino spinge Ankara in Europa»

Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 28/06/2013, a pag. 14, l'articolo di Antonella Rampino dal titolo "Bonino spinge Ankara in Europa".


Emma Bonino                         Recep Tayyp Erdogan

La sottovalutazione dell'islamismo di Erdogan da parte  del ministro Bonino, è un pericolo non solo per l'Italia, ma per tutta l'Europa.
Erdogan ha annullato le libertà economiche, politiche e civili che la Turchia aveva ereditato dalla rivoluzione modernizzatrice di Atatürk.
Con Erdogan il futuro della Turchia sarà sempre più islamico e la sua presenza in Europa segnerebbe la fine del nostro progresso democratico.
Ecco il pezzo:

Ankara deve fare luce su quanto avvenuto durante le proteste, ma «Taksim non è piazza Tahrir, è una protesta che somiglia alle manifestazioni che chiamiamo occupyqualcosa, la Turchia ha radici democratiche» e la lunga marcia di avvicinamento di Ankara all’Europa non deve fermarsi: l’Europa non deve rinunciare ad avere «influenza» sulla politica turca e sul rispetto dei diritti. E anzi, «il processo di adesione alla Ue ha sempre dimostrato di essere una potente leva di impulso alle riforme democratiche nei Paesi candidati».

Emma Bonino interviene in Senato sulla situazione politica in Turchia e dà una lettura in positivo della recente riunione dei ministri degli Esteri dei 27 (che da domenica saranno 28, con l’ingresso della Croazia): l’apertura del negoziato sulla politica regionale il cosiddetto capito 22 - «è un passo in avanti». Certo, meglio sarebbe stato «aver aperto anche il capitolo negoziale sulla giustizia e il rispetto dei diritti fondamentali», cosa che avrebbe significato un modo efficace per influire su Erdogan e sulla sua «capacità di ascoltare la voce dei cittadini, visto che democrazia significa anche ascoltarli, e non solo vincere le elezioni». Ma intanto, col capitolo 22, un primo passo è stato compiuto.

Il ministro degli Esteri l’aveva detto subito, anche personalmente, all’omologo turco Davutoglu che le aveva telefonato all’indomani della riunione in Lussemburgo in cui è stata presa quella decisione, apprezzata da Ankara, anche perché – ha osservato Bonino di fronte alla delusione che Davutoglu le manifestava – «meglio tre mesi di attesa in più, che un negoziato bloccato». In Senato, il ministro ha ribadito che «si è evitato il muro contro muro», allontanando così il rischio di «spingere Ankara verso altri poli». Emarginare la Turchia non è nell’interesse politico ed economico dell’Unione europea, né dell’Italia, «né di un popolo, quello turco, che aspira a un ancoraggio europeo». E aspira, aggiungeremmo, dal 1964.

Sulle proteste di Gezi Park il governo italiano, assicura il ministro, «ha insistentemente rivolto al governo turco un forte appello alla moderazione e alla ricerca di soluzioni condivise» che, a differenza di «reazioni sproporzionate», sono «espressioni, proprio nei momenti critici, di una democrazia partecipativa e matura». Un percorso che, peraltro, la Turchia ha già imboccato, pur tra luci ed ombre.

Al mattino, prima di riferire in Senato sulla Turchia, il ministro aveva parlato del caso dei marò: «Siamo sulla strada per una soluzione giusta e rapida a una vicenda gestita in modo pasticciato». La prima buona notizia è che il caso è stato spostato dal Kerala a New Delhi, la seconda è che saranno giudicati da una Corte speciale. Tra breve finiranno le indagini supplementari, e inizierà il processo. In caso di condanna «abbiamo firmato un accordo perché la pena sia scontata in Italia».

Per inviare la propria opinione alla Stampa, cliccare sull'e-mail sottostante


lettere@lastampa.it




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28 giugno 2013

L'ISLAM ALLA CONQUISTA DEL MONDO Africa la prima tappa di conquista di Iraniani e Sauditi


pagina 1

 

dall'idea all'azione  o conversione o massacri e distruzione

13 Agosto 2005

 

E' un argomento che mi sta molto a cuore e quindi torno su di esso per approfondirlo, poiché sono fermamente convinta che non prendere coscienza di quello che sta veramente succedendo nell'Islam potrebbe condurre la nostra civiltà all'estinzione forzata.

 

Ho già avuto modo di scrivere alcuni articoli, il primo specificamente dedicato a questo argomento e non ai tanti episodi di violenza a cui l'Islam purtroppo ci sta abituando, l'ho pubblicato su questo magazine il 28  novembre 2004 con questo titolo: Sapete che esiste una strategia islamica per conquistare il mondo? a questo url e mi sono ripromessa di approfondire il discorso, infatti lo sto facendo.

 

Un altro articolo l'ho pubblicato il 9 luglio di quest'anno, prendendo spunto da un articolo molto interessante, dal titolo: Così l’islam radicale s’infiltra in Europa, storia segreta di un lungo affondo pubblicato su Il Foglio  in cui si mette in evidenza la strategia di infiltrazione e il sistema di radicamento del "nuovo Islam" che vuole restaurare alcuni precetti coranici, ma non in terra islamica, bensì li vuole instaurare in tutto il mondo, in quanto lo considera patrimonio del proprio dio unico Allah e del suo autoeletto profeta Maometto.

 

 Sheik Yusuf al-Qaradawi ideologo e predicatore dell'islamizzazione del mondo

Ayman al-Zawahiri - dottore egiziano ideologo di Al Qaeda

consigliere di Osama Bin Laden

Osama Bin Laden - di origini arabe-yemenite - stratega del terrorismo islamico

 

Nonostante la quantità immensa degli attentati e la loro vastità, nel senso che hanno interessato moltissimi paesi nel mondo, c'è ancora chi si ostina a prendere queste notizie, come fantasie, poiché non riesce a vedere gli islamici in altro modo che non sia quello delle popolazioni povere e oppresse, costrette a emigrare per sopravvivere, dimenticando che sono i loro stessi governi, di natura teocratica per giunta ad affamarli, poiché in realtà la zona ove l'Islam si è insediato e dalla quale ha dilagato, è una zona che possiede i più ricchi giacimenti di petrolio e di gas del mondo, inoltre hanno preso possesso di terre che sono ricche di giacimenti auriferi, diamanti e uranio, a danno delle popolazioni africane, sterminando le cristiane e le animiste, e quelle sopravvissute hanno dovuto convertirsi all'Islam.  Queste sembrano le uniche  attività in cui sono veramente afferrati sia quella dello sfruttamento delle risorse, di chiunque siano, infatti dopo quelle della terra, che di quelle umane, e per arrivare all'obiettivo non nascondono di aver abbracciato la Jiad, cioè la guerra santa, nascondendola dietro una falsa idea di riscatto religioso, dall'oppressione dell'occidente.

Basta vedere come si presentano e cosa c'è scritto sui cartelli che vengono innalzati in una manifestazione Londra, che non si possono più avere dubbi, altrimenti significa non avere capito proprio nulla o peggio essere votati al suicidio ideologico, fisico e collettivo.

L'Islam dominerà il mondo

La Jihad (guerra santa) è la nostra scelta

l'islam è il futuro per la Gran Bretagna

E' necessario che leggiate attentamente l'articolo pubblicato da Silvia Sgrilli su Panorama e forse potrete farvi un'idea più precisa di quanto sta succedendo e capire che si tratta veramente di uno scontro di civiltà, anzi di uno scontro fra l'inciviltà islamica e la nostra civiltà, perché non può essere civile una cultura che prevede gli sgozzamenti, i kamikaze, gli assassini di massa dei cittadini innocenti, dei bambini, i maltrattamenti e le discriminazioni verso le donne, la schiavitù, il razzismo religioso ed ideologico, le lapidazioni per le adultere e per gli omosessuali, i linciaggi dei presunti o veri oppositori politici, l'utilizzo dei bambini per trasformarli in shaid, rubando loro non solo l'infanzia, ma anche la vita e i kamikaze che si fanno esplodere per poter avere nel paradiso musulmano 72 vergini di scopare, come se si trovassero nel peggior bordello possibile, trasformando allah in un ruffiano, che avrebbe creato il paradiso, solo per poter far godere i maiali assassini nell'al di là.  Paradiso che discrimina ancora le donne, che faticano ad entrare, perché la loro condizione è tale che nemmeno dopo morte vengono rispettate o elevate al livello degli uomini.

Lisistrata

A Parigi un dossier dimostra la strategia dei Fratelli musulmani per conquistare l'Europa.

Punto primo: allearsi con la sinistra no global e i cattolici terzomondisti.

Punto secondo: dissimulare.

 

C'è un islam che vuole convertirci - Panorama  27 ottobre 2004

Silvia Grilli 

 

Un libro sensazionale è stato pubblicato in Francia. Citando fonti, documenti e trascrizioni da nastri registrati, descrive il progetto del gruppo fondamentalista dei Fratelli musulmani per islamizzare l'Europa. Il titolo è Frère Tariq (Fratello Tariq) e si riferisce a Tariq Ramadan, un professore di filosofia d'origine egiziana che vive a Ginevra, in Svizzera. Perché intitolargli un libro? Perché Ramadan non è solo il nipote di Hassan al-Banna, che nel 1928 fondò l'organizzazione integralista dei Fratelli musulmani. Non è solo il più carismatico predicatore dell'Islam assolutista del VII secolo fra i giovani musulmani immigrati in Europa. Non è stato soltanto consulente della Commissione europea durante la presidenza di Romano Prodi. Non è soltanto l'ospite applaudito delle tavole rotonde sui dialoghi tra religioni, dove è presentato come un «riformatore dell'Islam». Per la giornalista Caroline Fourest, che ha scritto il libro, è soprattutto l'uomo che tra il 1992 e il 1993 è stato designato in Egitto dall'ufficio politico della congregazione per una missione di grande importanza: la «dawa» in Occidente. Cioè convertire l'Europa all'Islam fondamentalista dei Fratelli musulmani e realizzare una società ideale basata sulla «sharia», la legge islamica.

Il piano di penetrazione dei Fratelli musulmani in Europa avrebbe una strategia e un metodo. Secondo Fourest, la strategia è questa: i musulmani non si integrano nella società europea, non accettano le leggi in contrasto con la loro religione, approfittano della libertà di espressione, del senso di colpa e dell'ingenuità occidentali per cercare alleati nella sinistra, nei no global e nei cattolici terzomondisti europei. In pratica collaborano provvisoriamente con gli avversari della globalizzazione nell'attesa che venga «il gran giorno». Il giorno in cui, secondo le conclusioni dell'inchiesta di Fourest, i non musulmani non avranno più voce in capitolo e si realizzerà la società ideale della sharia. Un mondo dove «le donne saranno velate, le scuole saranno islamiche, la colonizzazione occidentale verrà considerata causa di tutti mali, si metterà fine al sistema monetario internazionale, le prigioni si riempiranno di femministe, omosessuali e musulmani democratici, giudicati "blasfemi" dalla polizia etica».

Il metodo è invece quello del doppio registro: «Sviluppare un discorso che si adatti all'orecchio che ascolta» insegna Ramadan in una delle cassette vendute in decine di migliaia di copie dalle edizioni Tawhid, legate ai Fratelli musulmani. In un opuscolo pubblicato dallo stesso editore, Ramadan elabora per ogni concetto chiave come «diritto, razionalità, democrazia e comunità» una seconda definizione che può essere compresa soltanto dagli studenti che hanno seguito i suoi corsi. «Questo» afferma Fourest «gli permette di tenere discorsi apparentemente inoffensivi restando invece fedele a un messaggio islamista». Interpellato da Panorama, Ramadan non vuole commentare l'inchiesta di Fourest. Però avverte: «Invece d'indagare su di me, dovreste indagare su quella donna». Dunque chi è Caroline Fourest?

È una giornalista francese e una militante del laicismo. È caporedattore di ProChoix, una rivista in difesa delle libertà individuali contro le ideologie totalitarie. Da 10 anni si occupa d'integralismo religioso: cristiano, ebraico, islamico. Nell'ultimo anno ha studiato i documenti lasciati dietro di sé dal rètore Ramadan: un centinaio di cassette, una quindicina di libri, 1.500 pagine d'interviste e di articoli apparsi su di lui nei giornali inglesi, francesi, italiani e spagnoli. Poi ha scritto Frère Tariq per l'editore Grasset. Fourest dice a Panorama: «Ci vuole più coraggio per combattere l'integralismo musulmano che quello cristiano, perché gli islamisti hanno nella sinistra europea molti più alleati di quanti ne abbia il fondamentalismo cristiano. Se il commissario europeo Rocco Buttiglione dice: "L'omossessualità è peccato", nessuno lo scambia per un cattolico liberale. Perché invece si considerano musulmani liberali degli estremisti islamici? Gli islamisti fanno leva sulla scusa di essere una minoranza perseguitata per annullare il nostro spirito critico. Ma bisogna superare la paura di essere accusati di razzismo».

Khaled Fouad Allam è professore di sociologia del mondo musulmano all'Università di Trieste. Di origine algerina, ha scritto il libro Lettera a un kamikaze (Rizzoli editore). È editorialista del quotidiano La Repubblica. Conosce il progetto fondamentalista dei Fratelli musulmani. Dice a Panorama: «La rivoluzione iraniana, con la conseguente nascita dello stato islamico, ha ampliato gli obiettivi della fratellanza. Non si limita più alla conversione spirituale. Vuole dare un apparato politico all'islamizzazione. Oggi, con la diaspora dei giovani musulmani in Europa, ha trasferito i suoi obiettivi in Occidente». Il piano dei Fratelli musulmani è una minaccia mondiale. «È soprattutto un pericolo per i musulmani che credono sia possibile unire Islam e libertà, Islam e democrazia».

Non si pensi che la strategia si fermi ai paesi dove gli immigrati musulmani sono più numerosi, come la Francia o la Gran Bretagna. «La fratellanza musulmana» spiega Fouad Allam «non ragiona per stati, ma a livello transnazionale. Lo scopo è atrofizzare le democrazie occidentali. La strategia di penetrazione utilizza il principio della "taqiyya", la dissimulazione, che ha origine nella tradizione di misticismo dell'Islam. Uno degli emblemi di una confraternita di mistici musulmani, la Naqsbandiyya, è la frase "Solo nella folla", nel senso che nessuno deve riconoscerti nella folla. La taqiyya è stata ripresa dal fondatore dei Fratelli musulmani al-Banna per mantenere la segretezza delle strutture. Prevede un doppio linguaggio: uno per l'interno della congregazione, un altro per l'esterno».

Avanzare mascherati permette ai Fratelli di crescere e fare nuovi proseliti. Nulla si deve sapere della confraternita. Nessuno deve rivendicare pubblicamente d'appartenere alla congregazione. Nemmeno Tariq Ramadan, che ha sempre negato. Per Caroline Fourest l'evidenza è che nel cuore dell'Europa, nella svizzera Ginevra, il Centro islamico di cui Ramadan è amministratore diffonde un Islam radicale di resistenza all'Occidente. L'evidenza è che in Francia l'ideologia della fratellanza ispira l'Union des organizations islamiques de France, che riunisce oltre 200 associazioni. In Italia influenza l'Unione delle comunità e organizzazioni islamiche, che controlla il 70 per cento delle moschee. A Londra, l'Associazione dei musulmani di Gran Bretagna, vicina ai Fratelli musulmani, ha lanciato in luglio una grande campagna in favore del velo islamico. L'hanno presentata Youssef al-Qaradhawi, il teologo che presiede il Consiglio europeo della fatwa, e Ramadan. Se la dawa fosse soltanto una missione religiosa, sarebbe una faccenda di fondamentalismo retrogrado. Ma i Fratelli musulmani sono un movimento politico, prima che religioso. Fourest scrive che nel 2004 Ramadan ha partecipato alla preparazione di una lista di candidati musulmani per le elezioni europee.

Nell'Epistola ai giovani, il fondatore della Fratellanza al-Banna scrisse:

«Noi vogliamo che la bandiera dell'Islam sventoli di nuovo, al vento e bene in alto, in tutte le contrade che hanno avuto la fortuna di accogliere l'Islam per un certo periodo di tempo, e dove la voce dei muezzin (chi chiama alla preghiera, ndr) è risuonata tra i takbirs e i tahlils (orazioni coraniche, ndr). Poi la mala sorte ha voluto che le luci dell'Islam si ritirassero da queste contrade, cadute nella miscredenza. Dunque l'Andalusia, la Sicilia, i Balcani, le coste italiane e le isole mediterranee sono tutte colonie musulmane e bisogna che ritornino in seno all'Islam.

Allo stesso modo occorre anche che il Mediterraneo e il Mar Rosso ridiventino mari musulmani, come lo erano prima.

Noi vogliamo esporre il nostro messaggio islamico al mondo intero, raggiungere le genti nella loro totalità, sottomettere tutti i tiranni finché non ci sia più disordine e la religione sia interamente votata a Dio».

COME SAUDITI E IRANIANI HANNO CONQUISTATO L'AFRICA

di Amir Taheri, editorialista, scrittore, autore di The unknown life of the Shah, Hutchinson, 1991. Tratto da African-geopolitics Riduzione di PdL.

«L’Africa è il campo di battaglia principale», dice Ali-Muhammad Taskhiri, consigliere della « Guida suprema » sui temi della « Esportazione » della rivoluzione khomeynista. « In Africa l’equilibrio globale delle forze in campo potrà volgersi in favore dell’islam, nella sua guerra contro l’arroganza mondiale » (Nameh Farhang, Teheran, 22 Aprile 2001).

Il mullah basa la sua analisi su diversi dati.

(…) Intanto l’attesa « esplosione » di conversioni all’islam nelle vecchie repubbliche dell’Unione Sovietica non c’è stata. Anzi, se c’è stata un’evoluzione, è andata in senso inverso, con la conversione di un numero crescente di musulmani in Tatarstan, Bachkortostan e Kazakhstan alle diverse chiese cristiano evangeliche predicate da missioni ricche in dollari, provenienti dagli Stati Uniti. [simile quadro in america latina, dove le chiese evangeliche hanno ogni anno un incremento di fedeli pari a tre volte la crescita del PIL cinese, ndr]

L’Asia è considerata difficile da conquistare, in ragione delle tradizioni e dei valori profondamente radicati nei fedeli induisti, buddisti e shintoisti. Alcuni rapporti islamici dimostrano che il tasso di conversioni all’islam in Asia è declinato costantemente dalla metà degli anni 1990 (rapporto pubblicato dal ministero iraniano della Cultura islamica, dipartimento relazioni internazionali, il 14 gennaio 2001).

 

Nel sottocontinente indiano e in una vasta parte dell’Asia del sud, specialmente in Indonesia e Filippine [ma anche in Tailandia], la comparsa di gruppi islamici radicali, per lo più terroristi, ha nuociuto al proselitismo dei non musulmani. Tutto ciò contribuisce a rendere l’Africa il campo di battaglia più promettente per gli islamici radicali..

L’interesse dell’Iran per l’Africa nera data da prima della rivoluzione komeinista del 1979. L’offensiva diplomatica aveva preso l’avvio dalla fine degli anni 1960: all’inizio del decennio successivo, l’Iran aveva stabilito relazioni diplomatiche e ambasciate in una trentina di paesi africani. In Africa occidentale, il Senegal era diventato un alleato di riguardo, in ragione del rapporto personale che il presidente Léopold Sedar Senghor aveva sviluppato con lo Sciah. In Africa orientale, il primo riferimento per l’Iran fu il Kenya. A metà anni 1970, l’Iran aveva relazioni « speciali » con molti altri paesi, in particolare l’Africa del Sud, la Somalia e il Sudan. (…) Truppe iraniane aiutavano l’esercito marocchino contro il Polisario nel Sahara occidentale, altre aiutavano a Ogaden i ribelli etiopi anticomunisti. L’interesse comune per il petrolio aveva condotto l’Iran a legarsi con Nigeria e Gabon, due paesi che hanno fatto parte dell’OPEC, grazie anche all’aiuto di Téhéran. A questo si aggiungeva il fatto che lo Sciah aveva individuato nel Gabon la fonte di uranio per la sua industria nucleare nascente.

 

(...) Lo Sciah era preoccupato di dimostrare una distanza dai regimi islamici, tanto che diventò un sostegno importante nella rivolta del Biafra contro i musulmani nigeriani, il che fu un importante argomento della propaganda condotta contro di lui dai mullah radicali. (…)

 

 

I mullah sciiti

Quando i mullah presero il potere a Teheran, nel 1979, ereditarono una rete di relazioni diplomatiche, economiche e militari con numerosi paesi dell’Africa nera. …I mullah cercarono di trasformarla da strumento di interessi nazionali a mezzo per diffondere la loro rivoluzione. Le missioni diplomatiche in Africa passarono da 11 nel 1979 a 32 nel 1989 (nel 1970 l’Iran aveva nell’Africa nera una sola ambasciata permanente: Addis-Abeba). Questa crescita rifletteva largamente l’interesse dell’Iran in favore dei regimi orientati a sinistra, come la Guinea di Sekou-Touré, lo Zimbawe, il Mozambico, l’Angola et l’Etiopia, prima della caduta di Mengistu Haile-Mariam. Nel 1989 la presa di potere in Sudan da parte di militari islamici ha aggiunto questo paese alla lista degli « interessi speciali » dell’Iran in Africa nera. Il Sudan è ben presto diventato il centro dell’interventismo iraniano. Nel 1990, l’Iran beneficiava di un « attracco privilegiato » a Port-Sudan, dove la marina iraniana aveva una presenza quasi permanente e conduceva una missione militare di 400 persone, che aveva lo scopo di addestrare l’esercito sudanese nella sua guerra contro i secessionisti del sud. Teheran ha successivamente commutato un prestito di 189 milioni di dollari contratto dal Sudan nel periodo dello sciah, con un programma di aiuti che includeva la fornitura di petrolio a prezzo ridotto e la consegna di armi per 130 milioni di dollari (…Nel 1993 l’Iran ha aiutato il Sudan nell’acquisto di armi cinesi, costruendo nel frattempo aereoporti e ospedali militari per l’esercito sudanese). Per sottolineare la relazione speciale tra I due paesi, il presidente Ali-Akbar Hashemi Rafsanjani fece due visite di Stato a Khartum…

 

L’incursione dei mullah in Africa nera non ha avuto sempre successo. Nel 1986, Ali Hassani Khameneï, allora presidente e oggi « guida suprema », si recò in visita a Harare, capitale dello Zimbawe. Rifiutò di stringere la mano alla moglie del presidente Robert Mugabe e non partecipò a una colazione di Stato offerta in suo onore perché Mugabe aveva ammesso la presenza di donne. Di conseguenza venne obbligato a rientrare nella sua ambasciata, interruppe la visita e rientrò a Teheran il giorno successivo. (da Holy Terror: Inside the World of Islamic Terrorism, London 1988).

 

I mullah iraniani scoprirono che potevano utilizzare la potente ed estesa rete sciita presente in Africa. Vi sono infatti molte comunità sciite di origine siriana o libanese, in quasi tutte le capitali dell’Africa nera. Nell’Africa occidentale hanno in mano buona parte del mondo degli affari, da Nouakchott a Luanda passando da Freetown e Brazzaville. Favorendo le comunità sciite i mullah iraniani raccolsero una grande simpatia, anche se le comunità erano ormai secolarizzate da decenni. (…)

Il risveglio dei Sauditi.

 

(…) Negli anni ‘80, i Sauditi capirono che la loro pretesa di essere i soli rappresentanti del mondo musulmano veniva messa in discussione dai mullah iraniani. Fu l’ayatollah Ruhallah Khomeyni a definire il regime saudita come « colportore dell’islam americano », chiamando alla « liberazione » di La Mecca e Medina dal controllo degli Al-Saud. Di sicuro i Saud avevano più denaro degli iraniani, ma mancavano di uomini per condurre una controoffensiva. Cercarono di rimediare alleandosi col generale Muhammad Zia ul-Haq, capo fondamentalista del Pakistan. L’alleanza aveva il sostegno americano a causa della campagna in corso contro l’occupazione sovietica in Afghanistan.

 

Negli anni 1980 l’Africa, senza avere i titoli delle prime pagine dei giornali del mondo, diventò un campo di battaglia della guerra ideologica, diplomatica, missionaria e militare condotta dai sauditi. L’Arabia in dieci anni aprì quaranta nuove missioni diplomatiche nel continente. Cominciò anche a finanziare iniziative sociali islamiche : moschee, scuole coraniche e organizzazioni missionarie.

Gran parte delle risorse impiegate dai wahabiti in Africa proviene da ricchi dignitari di corte. Nel 1997, si è valutato che l’entità degli investimenti era di 150 milioni di dollari all’anno (Cfr. Arab News, Jeddah, 12 March 2000). La somma equivale a ciò che L’Iran spende ogni anno per promuovere la sua concezione di Islam in Africa nera. Malgrado la rivalità, l’Iran e l’Arabia sembrano spesso alleati. In Senegal per esempio i due paesi offrono ricompense in denaro alle famiglie che obbligano i propri bambini a ricoprire il proprio ventre e che portano lo « hijab » (o velo islamico) . Prima del 1979, nessuna donna portava lo hijab in Sénégal. Oggi, si stima che circa il 45 %, delle donne abbia « scelto » questa usanza islamica.

 

A Zanzibar, che fa parte della federazione della Tanzania, l’Iran e l’Arabia finanziano tutti e due i gruppi islamici ribelli che combattono per la secessione.

(…) In molte regioni del continente wahabiti e sciiti sono riusciti a presentare il cristianesimo come la religione delle potenze coloniali e imperialiste, colpevoli della instabilità e della povertà dell’Africa. Dichiarano che i valori islamici hanno molto in comune con la tradizione africana – come il predominio della proprietà « comune », la distinzione tra uomini e donne, la tolleranza verso la poligamia. I missionari islamici affermano che il cristianesimo è la religione dei ricchi, ed è straniera alla maggior parte degli africani… è interessante notare che molti cristiani africani condividono questo punto di vista.

Iraniani e sauditi predicano che la democrazia è un concetto occidentale, tendente a perpetuare l’influsso coloniale. Il fatto che l’esperienza della democrazia è stata quasi sempre devastante… offre il destro a queste asserzioni. L’Islam diventa così un potente mezzo di espressione della collera africana contro il ricco occidente governato dagli Stati Uniti.

 

Successo in Nigeria.

Documenti ufficiali dichiarano « una serie di successi per l’islam » in molti paesi africani. Un rapporto iraniano stima che circa l’80 % degli Africani neri sarà islamico nel 2020. Un esempio di questo successo è la Nigeria, dove la sharia, introdotta inizialmente nello Zamfara, piccolo Stato del nord, nel 1999, si è poi estesa a dodici stati fino a raggiungere nel 2002, un terzo dell’intera popolazione nigeriana, che conta 120 milioni di abitanti.

Ciò è successo mentre la Nigeria usciva da sedici anni di regime militare corrotto, ed subiva la presenza di una classe di ricchi parassiti di governo mentre la popolazione era impoverita. In queste condizioni l’esperienza di Zamfara colmava un vuoto. Pochi mesi dopo l’introduzione della Sharia – grazie all’amputazione degli arti nei confronti dei ladri- il tasso di criminalità era caduto al livello più basso della storia. Terrorizzate dai gruppi islamici militanti, le donne oggi indossano lo « hijab » divenuto obbligatorio mentre le scuole miste vengono chiuse. Chi commette adulterio viene impiccato o lapidato…

A Kano, capitale del nord Nigeria, la islamizzazione è stata sancita dalla più grande manifestazione mai vista nella città. I capi musulmani locali utilizzano la sharia per destabilizzare il governo del presidente Obasanjo, che è cristiano. In termini di violenze, il prezzo è stato alto. Tra il 1999 e il 2002, circa 5 000 nigeriani sono stati uccisi nel corso degli scontri tra islamici radicali contro cristiani e animisti.

« L’islam sta vincendo », dice il reverendo Benjamin Kwashi, vescovo anglicano di Jos, città del centro Nigeria. « …Anzi, ha già vinto ed avanza rapidamente. Per molti africani sembra logico ricusare i valori laici dell’america e dell’Europa, l’egoismo e l’esibizione del corpo femminile, così abbracciano la fede islamica » (Intervista a BBC news, 21 giugno 2000).

(Di recente il vescovo ha subito la morte di 500 persone, uccise nel corso di scontri coi musulmani di Jos, che avevano lanciato una campagna per la chiusura e distruzione delle chiese cristiane locali).

 

Nell’Africa orientale, in Kenya, Tanzania e Uganda, combattono almeno nove gruppi fondamentalisti. Tutti ottengono aiuti da Sauditi, iraniani e dal Sudan, che offre canali di comunicazione e rifugio. ... Nel Corno d’Africa questi stessi stati incoraggiano e finanziano l’imposizione della Sha’riah in Somalia, dove non c’è più uno Stato. In Sudan e Ciad, la scoperta di giacimenti di petrolio ha aggiunto una nuova carne al fuoco.

Nell’Africa occidentale, gli aiuti iraniani e sauditi sono confluiti soprattutto in Costa d’Avorio. Teheran e Ryad affermano che i musulmani sono già maggioranza nel paese. (…)

 

Anche nei paesi a maggioranza islamica, come il Niger e il Mali, confluisce l’attenzione dei missionari iraniani e sauditi. In Guinea e Senegal si sono formati dei gruppi islamici, costituiti come piattaforme permanenti di agitazione politica antigovernativa. In Sierra Leone, gli islamici hanno accelerato il ritorno al potere di Ahmad Tijan Kabba, dopo la sua deposizione da parte di ribelli cristiani e animisti (…)

 

Rivalità e cooperazione.

Nel 1997, il principe ereditario saudita Abdallah Ibn Abdel-Aziz si è recato a Teheran, riprendendo i primi contatti tra i due paesi dopo il 1978. L’Africa ha avuto un posto di riguardo nell’agenda delle discussioni col presidente Muhammad Khatami, un mullah che aveva condotto la «esportazione della rivoluzione » in tutti gli anni 1980.

I due uomini si sono accordati nel porre fine alle controversie e riunire gli sforzi contro le chiese cristiane d’Africa, ma anche contro i movimenti sufiti e laici presenti in diversi stati africani.

 

Nel frattempo la Libia, terzo grande attore islamico nel continente, si è trovata di fronte a una ribellione islamica interna, e ha scelto di evidenziare « valori africani », mai definiti per altro, piuttosto che predicare l’Islam. Facendosi paladino dell’idea degli Stati Uniti d’Africa, Gheddafi si è esposto alle critiche dei panislamisti iraniani e sauditi. L’islam radicale incontra ancora resistenza da parte delle religioni africane tradizionali e molte confraternite sufi considerano l’islamismo radicale, in ogni sua forma, come estraneo alla tradizione islamica e dannoso. Ma questi movimenti non hanno un appoggio da parte di un qualsiasi stato, mentre devono contrastare ideologie rivali foraggiate da due tra i più ricchi stati musulmani.

(…) « L’Africa è posto del mondo in cui l’islam può dimostrare la sua superiorità sul sistema occidentale corrotto », afferma Ali-Muhammad Taskhiri. « Questo sarà il secolo dello scontro tra le civiltà. E chi vincerà in Africa ha ottime possibilità di vincere nel mondo intero».

Siamo in guerra da vent'anni, oppure questa è solo l'opinione di qualche neo-con?

da Le Guerre Civili

 

Ci sono inoltre siti che mentono spudoratamente sull'Islam e hanno il coraggio di scrivere menzogne immonde come questa: Protezione dei luoghi santi: la prospettiva dell'Islam

L'Islam, nel corso della sua storia, ha mostrato il più alto grado di tolleranza verso le minoranze religiose consentendo persino le pratiche contrarie all'ideologia dello stato. L'approccio rispettoso e tollerante verso le altre fedi non ha paralleli nella storia dell'umanità.....  clicca per leggerlo tutto

 

Ma se hanno passato la vita a distruggere i luoghi santi altrui, e le popolazioni, per impedire che professassero la propria religione o le hanno islamizzate con la violenza. E lo hanno fatto con tutte le culture con cui sono entrati in contatto, ma di quale rispetto parlano? L'impudenza non gli fa certo difetto ai "predicatori aspiranti futuri dominatori del mondo", ma in quante chiese cristiane e in quanti templi induisti hanno messo bombe che hanno prodotto massacri e crolli, ma se sono episodi che si ripetono a ritmo vertiginoso tutt'ora, ma se è solo dell'altro giorno l'abbattimento della grande Teiera che fungeva da luogo sacro per una piccola comunità religiosa, che venerava la purezza delle acque in Indonesia? Ma di quale rispetto vanno cianciando?  A menzogne l'Islam è un vero campione e ha molto da insegnarci, ma noi non possiamo dimenticare anche solo l'ultimo secolo di storia: 

 

E le comunità cristiane in Libano e le loro chiese, chi li ha distrutti e assassinati in massa?

E il massacro della comunità cristiana e la distruzione della città di Damour  in Libano, chi lo avrebbe perpetrato?

E il genocidio degli Armeni e dei loro simboli, chiese comprese, (che sta continuando tutt'ora per la cancellazione delle vestigia e della cultura cristiana) chi lo ha realizzato?

E le comunità cristiane in Indonesia, non si ricordano nemmeno di Timor Est?

E le comunità cristiane e animiste in Africa,basta citare alcuni stati: Nigeria, Kenia, Tanzania, Uganda, Somalia, Corno d'Africa, Sudan, Ciad, anche queste vogliono negare?

E  in Kosovo dove sono state bruciate più di 150 chiese cristiane, dalla fine della guerra di liberazione a cui noi abbiamo dato il nostro contributo? Ove la popolazione cristiana è praticamente prigioniera e monaci e sacerdoti non possono uscire per strada o rischiano di essere assassinati, mentre l'Arabia invia denaro e fa costruire moschee.

E tutt'ora in Indonesia, e in Pakistan e in Terra Santa?

E in Egitto le chiese cristiane copte assaltate e il tentativo di assassinio del Pope?

 

Cosa sarebbe tutto ciò che ho descritto qua sopra? UN SUICIDIO DI MASSA COLLETTIVO DELLE COMUNITA' CRISTIANE? O Un disegno criminoso di stampo nazi-islamico, che si vuole portare a compimento per avere il controllo globale del mondo?

 

A mio parere è vergognoso che ci sia ancora chi li difende o sostiene che siano moderati, tutto ciò di cui a questo corposo articolo, corrisponde a realtà, fatti accaduti e in continuo accadimento, senza interruzione e soprattutto con maggior frequenza e spudoratezza.

 

Anche Ida Magli la pensa in questo modo, eccovi le sue considerazioni

 

La conquista musulmana dell’Italia - Italiani Liberi

Montezemolo ha venduto il 5% della Ferrari agli Emirati Arabi. Dire Arabi significa dire musulmani. E i musulmani possiedono enormi ricchezze (tanto più che lasciano nella più estrema povertà i propri sudditi) con le quali comprano le nostre aziende, le nostre case, i nostri negozi, i nostri territori, le nostre banche, i nostri giornali. Gli Agnelli avevano già venduto buona parte della Fiat a Gheddafi, il quale ci tratta giustamente da umili servi inviandoci migliaia di africani musulmani “poveri” cui lui, da perfetto osservante del Corano, non porge neanche un dito ben sapendo che gli servono per impadronirsi dell’Italia. D’altra parte perchè non dovrebbe comportarsi verso i suoi sudditi esattamente come i nostri governanti si comportano verso di noi? I sudditi sono strumenti da utilizzare per gli scopi di coloro che detengono il potere: che siano generali, monarchi, imperatori, dittatori o parlamentari delegati dal popolo non fa differenza.
Gli africani sono mantenuti nella miseria e nel degrado per poterli sradicare dalla loro terra, dai loro costumi costringendoli ad emigrare in Italia (e in Europa) per poterla conquistare. Gli Italiani e i cittadini degli altri Stati europei a loro volta sono costretti dai propri governanti a lasciarsi conquistare, spodestare, senza poter neanche aprire bocca per difendersi perchè il grande progetto europeo consiste proprio in questo: la cancellazione della cultura occidentale.
Ogni giorno si compie un passo in questa direzione. Arrivano a migliaia, con il permesso e senza permesso, e non sappiamo neanche con precisione quanti siano perchè i nostri governanti non vogliono farcelo sapere. Però è sufficiente ciò che si vede. Torino (non per nulla la città della Fiat) è già tutta di loro proprietà. Sono di loro proprietà interi quartieri di Roma, a partire dalla Stazione Termini come centro di una diffusione a raggiera che giunge a tutte le periferie. A Firenze si sono impadroniti di una vastissima zona intorno al Duomo acquistando appartamenti, palazzi, negozi nei quali vendono ai turisti le merci più famose per la loro antica e pregiata produzione come “fiorentina” (gli oggetti in pelle, per esempio). Hanno anche dato vita a una specie di catena che rende riconoscibile i loro negozi con i nomi di “Michelangelo I”, “Michelangelo 2”, “Raffaello I”, “Raffaello 2”, nomi che nessun negoziante italiano aveva mai osato utilizzare (naturalmente è l’Amministrazione Comunale che approva insegne e nomi). Ma perchè dovrebbero sentire del rispetto per i grandi di una terra che non è la loro? Giustamente ci sfruttano come tutti i conquistatori hanno sempre fatto.
Lo ripeto: le colpe sono tutte nostre che tacciamo e subiamo; e tacciamo e subiamo anche davanti ai nostri governanti che ci vogliono eliminare con questo metodo “non violento”.
Se lo scopo dei nostri politici non fosse appunto questo, dovrebbero immediatamente vietare con una legge apposita l’acquisto di qualsiasi bene immobiliare a chi non è cittadino italiano e residente in Italia da almeno trent’anni. Inoltre si dovrebbe chiedere subito ed ottenere con assoluta determinazione per l’Italia alcune eccezioni alle norme dei trattati europei. Per prima quella riguardante la libertà di trasferirsi da un paese all’altro nell’ambito della Comunità prendendovi la residenza e con diritto di voto attivo e passivo nelle elezioni amministrative anche per chi ha la cittadinanza in un paese diverso. Solo una follia suicida-omicida può aver suggerito simili leggi ai nostri governanti. Si pensa forse che saranno in grande maggioranza gli Italiani a trasferirsi per esempio in Svezia o in Polonia piuttosto che gli Svedesi o i Polacchi a trasferirsi in Italia? In Italia ce ne sono già delle vere e proprie colonie. Inoltre si trasferiscono da noi non soltanto i “veri” Svedesi e i “veri” Polacchi ma anche quegli immigrati africani, ovviamente musulmani, che hanno avuto subito in quei paesi la cittadinanza. Sia sufficiente sapere, per farsi un’idea di quello che sta succedendo, che in Svezia più del 20% della popolazione è formata da immigrati.

 
Questi sono i fatti. Rimane soltanto una domanda alla quale non si sa che cosa rispondere: pensano forse i politici che stanno uccidendo i propri popoli, di poter continuare a regnare una volta che gli stranieri saranno abbastanza forti da imporre la propria volontà e la propria religione?

http://www.lisistrata.com/2005specialedossier/014Islamallaconquista1.htmIda Magli

Per dimostrare che effettivamente c'è in atto una guerra mondiale, indipendentemente dal fatto che non sia stata dichiarata formalmente e che non abbia un centro nevralgico di comando, univoco e individuabile in uno spazio fisico, i fatti dimostrano la sua esistenza.  Le motivazioni? 'ideologia espressa da Maometto e contrabbandata come una verità assoluta, il cui significato primo ed ultimo è la totale sottomissione di tutto il mondo a questa fede, la strategia che l'ha ispirata è così intelligentemente furba, da non dare a nessuno la possibilità di confutarla, anche perché si tratta di fede e come tale non è supportata da prove scientifiche, che possono contraddire o confermare.

E' fede e tanto basta, priva di ogni logica razionale se non vista e considerata dall'ottica di coloro che credono incondizionatamente, a ciò che viene loro insegnato e quindi non si pongono nemmeno il problema della razionalità e del fatto che nulla è statico, tutto è soggetto a mutazioni, persino la fede, ma Maometto o meglio "i nuovi profeti" quelli che hanno rispolverato il corano e lo hanno riscritto a proprio uso e consumo, hanno fatto sì che venisse dichiarata l'universalità e l'immutabilità di Allah, dimenticando che se è universale è soggetta alle leggi dell'universo, che sono state create in divenire e non statiche, dimostrando per giunta di essere blasfemi, bestemmiatori e loro per primi: apostati.

E' facile da dimostrare la loro apostasia: si vergognano e nascondono le meravigliose bellezze femminili che dio, secondo loro, ha creato infliggendo a creature del loro stesso dio, la vergogna di rappresentare quella parte di umanità, senza la quale gli uomini non esisterebbero. 

Per essere coerenti con ciò che professano, urlando ai 4 venti, dovrebbero auto infliggersi la morte.

 

Dalla pagina 3  in poi, troverete pubblicati gli attentati iniziati molti anni fa, dagli islamici, di volta in volta con pretesti e motivazioni diverse, per giungere fino ai giorni nostri, dove, come avete potuto vedere nelle fotografie di questa pagina, gli islamici non si preoccupano nemmeno più di nascondere che il loro fine è la conquista del mondo, che deve essere dominato dall'Islam. Potrete anche notare che gli attentati si sono andati man mano realizzando in maniera più massiccia, cosa questa molto logica, in quanto negli ultimi anni è stata fatta una propaganda di reclutamento kamikaze partendo dai bambini.

Restano fuori dagli attentati quelli che riguardano nello specifico Israele, di cui farò un capitolo a parte e provvederò in seguito agli aggiornamenti, purtroppo gli eventi ci dimostrano che ancora tanti ne accadranno e se per caso ne avessi omesso qualcuno, vi sarei molto grata, se me lo comunicaste, per correggere l'eventuale lacuna.




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28 giugno 2013

Ricordo cosa diceva: L’intervento in Libia potrebbe risolversi in un boomerang

Yehezkel Dror
A prima vista il violento intervento occidentale in Libia si merita il plauso di chi sostiene libertà e diritti umani. Ad un esame più approfondito, tuttavia, sorgono dei dubbi circa le virtù dell’intervento e i risultati che si può aspettare.
In parte il sostegno europeo all’intervento nasce da un sincero impegno umanitario. Ma la mancanza di sforzi altrettanto seri per impedire assassinii e stupri di massa in aree dell’Africa sub-sahariana o nel Darfur sudanese suscitano dubbi sulla purezza delle ragioni dell’intervento in Libia. L’Europa ha un suo preciso interesse alla stabilizzazione della Libia, in particolare per prevenire un afflusso ai propri confini di profughi sgraditi. Anche le vaste riserve petrolifere della Libia giocano il loro ruolo. Un’ulteriore considerazione è legata al fatto che questo intervento militare è relativamente “a buon mercato” in termini di rischio per i soldati occidentali, che possono combattere dall’aria.
Il peso degli interessi di realpolitik nel decidere l’intervento in Libia non sfuggirà agli occhi degli osservatori arabo-islamici. Anche la partecipazione di alcune forze arabe non cancellerà l’idea, in larga parte del mondo arabo-islamico, che si tratti per lo più di un’aggressione neo-colonialista. Un’idea che verrà ulteriormente rafforzata dall’assenza di azioni occidentali contro autocrati che reprimono rivolte civili in altri paesi arabi ma che l’occidente ha interesse che restino al potere, o contro i quali comunque non è disposto a rischiare la vita dei propri soldati.
Nel frattempo la trasformazione della Libia in un tranquillo stato democratico è lungi dall’essere garantita (anche in caso di successo degli insorti), mentre il precedente rappresentato da questo intervento militare non servirà a dissuadere altri autocrati dal reprimere con estrema violenza le ribellioni. D’altra parte, l’intervento in Libia potrebbe incoraggiare sollevazioni in altri stati arabi (e non arabi) o forze anche favorire un processo di riforme.
Non è possibile prevedere il risultato di tali sviluppi, ad eccezione di un caratteristico crescendo del livello di impeto sociale nei paesi arabi. Ma l’intervento in Libia potrebbe facilmente dirigere tali energie contro l’occidente per via della sua immagine neocolonialista e della sensazione che voglia imporre i suoi valori alle società islamiche. Un certo incremento di terrorismo anti-occidentale è da mettere nel conto delle possibilità concrete.
Ma ancora più grave è la lezione che verosimilmente gli autocrati arabi trarranno dalla vicenda libica, e cioè che gli conviene dotarsi di armamenti in grado di dissuadere l’occidente. Sicuramente il capo libico Muammar Gheddafi oggi si rammarica di aver abbandonato (nel 2003) il suo programma per armi nucleari. Se oggi disponesse di armi di distruzione di massa, o perlomeno vi fosse la sensazione che ne abbia, le nazioni dell’occidente si tratterrebbero, indipendentemente da quanto sia dispotico il suo regime, o almeno lo farebbero finché la Libia non ponesse una serie e concreta minaccia contro di loro.
Altri non vorranno ripetere il suo “errore”. L’intervento contro Gheddafi rafforzerà la determinazione dell’Iran a sviluppare armamenti nucleari. Ed anche altri autocrati prenderanno esempio dalla Corea del Nord, dove l’arma atomica protegge un regime tirannico rispetto ad eventuali azioni di forza dall’esterno.
Le cose starebbero in modo diverso se l’intervento contro Gheddafi annunciasse davvero un nuovo ordine globale che vedesse le potenze mondiali intervenire negli altri paesi, anche con il ricorso alla forza, per impedire assassinii di massa, promuovere i diritti umani, fermare lo sviluppo di armi di distruzioni di massa. Israele sarebbe fortemente interessato a un tale ordine mondiale, che risponderebbe ai valori dell’ebraismo e garantirebbe la sua sicurezza, eventualmente anche al prezzo di accordi di pace non del tutto soddisfacenti per Gerusalemme. Ma un tale nuovo ordine mondiale è, allo stato attuale, estremamente improbabile. Dunque l’intervento dell’occidente contro Gheddafi può facilmente portare più danni che benefici.
Per quanto concerne Israele, è meglio che Gerusalemme se ne tenga fuori. Certamente non c’è alcuno spazio per simpatie verso Gheddafi, ma è tutt’altro che certo che coloro che stanno cercando di prendere il suo posto saranno meno ostili. E, per Israele, sforzi ancora più decisi da parte iraniana per sviluppare armamenti nucleari sono decisamente un male.

(Da: Ha’aretz, 22.3.11)

Nella foto in alto: Yehezkel Dror, autore di questo articolo

 




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28 giugno 2013

Un Sindaco come Marino, tra i più strenui difensori della Vivisezione

  • Immagine di copertina

    ...SPECIE IL BABBUINO UCCISO NEL 1992 DA MARINO CHE LO AMMETTE SENZA VERGOGNA!!!

    “Nel 1992 ho ucciso un babbuino. Lavoravo negli Stati Uniti dove studiavamo la possibilità di trapiantare organi di animali per salvare vite umane e superare in questo modo il problema della carenza di donatori. Il 28 giugno di quell'anno eseguimmo il primo trapianto di fegato da babbuino a uomo e oggi, a vent'anni di distanza, penso si trattasse di una strada sbagliata: il sistema immunitario degli uomini e quello dei babbui...ni non sono compatibili, nemmeno utilizzando i farmaci antirigetto più potenti. Ma non rinnego nulla…" (L’Espresso, 16 maggio 2012) http://www.ignaziomarino.it/Archivio/2/espresso_11_maggio_2012.pdf

    In realtà il babbuino in questione non è l'unico animale sottoposto a efferata violenza per "scopi scientifici" dal Dott. Marino nella sua carriera, ma ciò che egli afferma al riguardo è emblematico della sua dimensione etica anche attuale. Tra l'altro, nella stessa intervista e in generale, Marino si dimentica di ricordare e descrivere l'orribile sorte toccata ai pazienti che hanno subito simili trapianti.

    Nella sua girovagante carriera Ignazio Marino ha sempre ricevuto dei salvagenti.
    L’ultimo, provvidenziale, gli è stato offerto con la conferma della carica di Senatore, “smacchiato” da una serie imbarazzante di incidenti di percorso che la rete documenta in maniera diffusa.

    La nostra protesta non ha nessun colore politico e non abbiamo nulla contro il PD. Solo, non vogliamo un Sindaco come Marino perchè è tra i più strenui difensori della Vivisezione.
    Ricordiamo che, ancora pochi mesi fa, Marino ha concorso a bloccare in Senato una revisione della legge che avrebbe imposto almeno l'uso dell'anestesia nella sperimentazione! E poi rilascia interviste, come quella a L’Espresso nel maggio dello scorso anno, in cui ammetteva di aver ucciso un babbuino nel 1992 e di non provare pentimento, nonostante la pratica dei trapianti dal babbuino all’uomo si sia rivelata sbagliata!

    Siamo certi che il povero babbuino, se potesse parlare, metterebbe in guardia tutti noi dall’affidare non dico le nostre vite, ma anche il destino politico della nostra città ad una persona come il Sen. Ignazio Marino...
    MARINO NON PUO’ FARE I SUOI ESPERIMENTI SU ROMA E I ROMANI!!!
    Non abbiamo bisogno di una persona che, dopo cinque anni ci venga a dire: “Ho fallito il mio esperimento di Sindaco, ma lo rifarei…”

    Un vivisettore alla guida di una città come Roma è una cosa inammissibile.
    Se la politica è rispetto, il rispetto deve passare per tutti gli esseri viventi, anche per quelli più deboli e indifesi del mondo, quali sono gli animali.
    Non potremo mai riporre fiducia in un uomo che non solo sperimenta su dei babbuini inermi senza successo, ma che non ammette neanche il proprio fallimento e addirittura afferma che lo rifarebbe.
    Non ci può essere vero progresso morale e civile se non si coltivano sensibilità ed empatia.

    NON VOTEREMO MARINO E CHIEDIAMO A TUTTI GLI AMICI ROMANI ANIMALISTI E ANTIVIVISEZIONISTI DI NON VOTARLO!!!

    Mahatma Gandhi: "Di tutti i crimini neri che l'uomo commette contro Dio ed il Creato, la Vivisezione è il più nero".

    MAI CON IL VIVISETTORE!!!

    -------------------------------------------------------------------------

    Abbiamo creato questo evento ancora prima che il Sen. Marino ufficializzasse la sua candidatura alle primarie interne del Centrosinistra, sulla scorta di indiscrezioni di stampa che ventilavano questa possibilità.
    Non ci interessano improprie polemiche di tipo politico-partitico. Siamo animalisti antivivisezionisti e ci interessa solo contrastare il passo alla vivisezione e ai vivisezionisti. Ciò che abbiamo sempre chiesto e continuiamo a chiedere è, conseguentemente, il non-voto per Marino.
    Ricordiamo che questo evento è rivolto ai soli cittadini romani antivivisezionisti. Se non siete allo stesso tempo romani e antivivisezionisti, siete pregati di cliccare sull’ opzione “non parteciperò”, poiché questo non è il vostro evento. Grazie.




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27 giugno 2013

Questo bambino è salvo grazie ai soldati

  • Questa foto è del 2004. Racconta il tragico episodio di un bambino palestinese di 14 anni che fu imbottito di tritolo e mandato a saltare in mezzo a civili israeliani. Soldati dell'IDF, per fortuna, si resero conto della "missione" del ragazzo e riuscirono a togliergli di dosso la dinamite, salvando la vita a lui e a un numero imprecisato di altri civili innocenti. Questa foto sta girando on line con la dicitura "ecco come i soldati israeliani trattano i bambini".
    Questa foto è del 2004. Racconta il tragico episodio di un bambino palestinese di 14 anni che fu imbottito di tritolo e mandato a saltare in mezzo a civili isra...eliani. Soldati dell'IDF, per fortuna, si resero conto della "missione" del ragazzo e riuscirono a togliergli di dosso la dinamite, salvando la vita a lui e a un numero imprecisato di altri civili innocenti. Questa foto sta girando on line con la dicitura "ecco come i soldati israeliani trattano i bambini".




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27 giugno 2013

PER CHI VOLESSE SCRIVERE AI NOSTRI FUCILIERI ............ FACCIAMO SENTIRE LA NOSTRA VICINANZA




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27 giugno 2013

quelli della foto di sinistra, sono veri nazisti; quelli della foto di destra, sono falsi pacifisti

  1. ...
    Foto: Trova le differenze.La foto a sinistra è stata scattata la settimana scorsa a Budapest, quando i neonazisti ungheresi hanno bruciato la bandiera di Israele.La foto a destra è stata scattata a Torino, tre anni fa, dove i "pacifisti" hanno bruciato sempre la stessa bandiera, quella di Israele.------------------------------------------------------------------------Domanda: dato che il nemico comune dei neonazisti e dei "pacifisti" è lo stesso, che cosa c'è di diverso tra le due ideologie?Grazie per le risposte.




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27 giugno 2013

L’ISLAM IN EUROPA



Islam e Occidente nel Medioevo

  • I primi contatti tra Islam e Occidente furono gli scontri tra i gruppi arabo-islamici, il mondo bizantino e le popolazioni del Caucaso.
  • Le relazioni tra Islam ed Europa sono iniziate con le invasioni arabo-islamiche nei territori europei alla fine del VII secolo d.C., seguite dalla conquista omayyade della Spagna all’inizio dell’VIII secolo.
  • L’espansione dei governi arabo-islamici in Spagna verso occidente si è fermata con la vittoria europeo-cristiana nella battaglia di Tolosa del 721 d.C., sotto il condottiero Duca di Aquitania.
  • Anche la Sicilia cadde sotto il governo arabo, divenendo un Emirato arabo tra il IX e l’XI secolo, quando i Normanni la invasero conquistandola.

Le relazioni tra musulmani, cristiani ed ebrei nella Spagna araba medievale 

 al-Andalus

 Bernard Lewis, storico del Medio Oriente

  • Lo scambio culturale tra musulmani, cristiani ed ebrei nella Spagna governata dagli arabi, e in al-Andalus nello specifico, è stato oggetto di un ampio dibattito che comprende diverse voci.
  • La posizione tradizionale considera al-Andalus un esempio di armonia multiculturale, definita, “convivencia”. Secondo questa visione, il moderato governo islamico avrebbe favorito il fiorire della cultura ebraica, il pacifico sviluppo delle comunità cristiane e l’avanzamento scientifico dei musulmani.
  • Altri autori ritengono che al-Andalus non possa esser considerato un esempio di pacifica coesistenza. Mark Cohen sostiene che il dialogo interreligioso sia un mito storico, funzionale alla condanna delle persecuzioni anti-ebraiche da parte dei cristiani.
  • Dario Fernández-Morera pure ritiene che la “convivencia” sia un mito storico; secondo quest’autore, dipingere il governo islamico nella Spagna medievale come un esempio di tolleranza è semplicemente funzionale al sostegno del multiculturalismo e all’attacco alla cristianità.
  • Infine, Bernard Lewis spiega che la presunta accettazione positiva della diversità da parte dell’Islam sia una visione a-storica e teologicamente errata.
  • Questi autori evidenziano che i non musulmani, chiamati “dhimmi”, erano soggetti allo status giuridico speciale della “dhimma”, che accordava diritti limitati e specifici doveri ai non-musulmani soggetti a un governo islamico, ivi compreso il pagamento della jizya (la tassa sugli infedeli), la proibizione di andare a cavallo, le limitazioni all’esercizio del culto, e anche a volte l’obbligo di portare segni distintivi.
  • Altresì, questi autori documentano episodi di violenza anti-ebraica e anti-cristiana, benché tale violenza non fosse istituzionalizzata in politiche di persecuzione come accadeva nei governi cristiani.

L’Islam e l’Occidente nella modernità

 Mappa dell'Impero Ottomano

  • Dopo anni di scontri, invasioni e guerre, le popolazioni turco-islamiche conquistarono Costantinopoli nel 1453. Con la caduta dell’Impero Bizantino, il regno islamico si sviluppa rapidamente nel potente Impero Ottomano, che si espandeva da occidente, con la conquista dell’Ungheria e dei Balcani, a oriente, verso la Persia, l’Arabia e l’Africa del Nord.
  • Le invasioni ottomane per mare e per terra interessavano l’intera Europa: nel Mediterraneo, i Turchi dovettero affrontare l’influenza e il potere della Repubblica di Venezia; nell’Europa Centrale, i turchi combatterono contro gli austro-ungarici; mentre le invasioni turche arrivarono fino alla Polonia e all’Islanda.

 La Battaglia di Lepanto

  • La prima battuta d’arresto delle invasioni ottomane in Europa si ebbe con la sconfitta ottomana nella battaglia di Lepanto del 1571, quando la marina turca fu Battuta dall’alleanza degli eserciti dell’Europa del Sud guidata da Venezia, per il consolidamento dell’influenza “italiana” nel Mediterraneo e per la preservazione della supremazia cristiana in Europa.

 Eugenio di Savoia

  • La seconda battuta d’arresto delle invasioni ottomane in Europa fu la sconfitta dell’esercito ottomano nella battaglia di Zenta del 1699, sotto la guida del condottiero Principe Eugenio di Savoia (Eugene von Savoy), seguita dal Trattato di Karlowitz, che segna l’inizio del progressivo declino dell’influenza ottomana nell’Europa Centrale.
  • In seguito alla caduta dell’Impero Ottomano nel 1922, gli Stati di recente formazione hanno adottato istituzioni occidentali, ivi comprese costituzioni, parlamenti e governi, così come ideologie occidentali, compresi il fascismo, il socialismo e il nazionalismo. Tra questi Stati, la Turchia ha affrontato un importante processo di secolarizzazione e occidentalizzazione.

Le comunità islamiche contemporanee in Europa



  • Le comunità islamiche in Europa comprendono comunità musulmane storiche, originarie del periodo ottomano, e comunità musulmane costituite da immigrati e dai loro discendenti.
  • Le comunità musulmane storiche sono presenti in Grecia (Tracia), Bulgaria e in altri Stati non membri dell’UE (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Serbia e Montenegro).
  • Le comunità musulmane più recenti hanno origini dai Paesi nordafricani (Marocco, Tunisia, Algeria, Libia ed Egitto), Paesi subsahariani (principalmente dal Mali, Camerun e Sudan), dai Paesi arabi (principalmente Egitto, Giordania e Iraq) e dai Paesi asiatici (principalmente dall’Iran, Pakistan, India e Bangladesh).
  • Le più grandi comunità islamiche risiedono in Francia (Marsiglia, Parigi) di origine araba, in Austria (Vienna) e Germania (Berlino) di origine turca, nei Paesi Bassi (Amsterdam) di origine turca e araba, in Belgio (Bruxelles) di origine turca e araba, in Danimarca e Svezia (Copenaghen, Stoccolma e Malmö) di origine turca e araba, e nel Regno Unito (Londra e Birmingham) origine asiatica e araba.

Impatto culturale



  • Nel contesto della tutela delle minoranze, le minoranze islamiche richiedono il riconoscimento della shari’a (legge islamica), nell’attuazione dell’autonomia collettiva. Il Regno Unito ha riconosciuto le corti arbitrali islamiche (volontarie) in materia di diritto di famiglia e per una certa parte anche di diritto contrattuale.
  • In molti Stati europei, le istituzioni sono di fronte al dilemma del riconoscimento di istituzioni giuridiche islamiche come, per esempio, la poligamia, attraverso le richieste di unione famigliare per moglie e figli dei matrimoni poligami.


  • Le comunità islamiche godono della libertà religiosa, benché non sempre sia loro garantita la libertà di costruire nuovi siti religiosi. Per citare alcuni esempi: la controversia sulla moschea in Svizzera, dove nel 2009 un referendum ha introdotto il divieto di costruire nuovi minareti; il Regno Unito, dove il progetto non ancora eseguito di ampliamento della moschea di Stratford comporterebbe la costruzione della più grande moschea in Europa; la Germania, dove il progetto di una nuova moschea a Monaco ha scatenato proteste popolari; e l’Italia, dove attivisti politici cercano di impedire alle comunità islamiche di costruire nuove moschee.


  • La mobilitazione islamica in Europa è aumentata in conseguenza all’11 settembre 2001, con episodi di terrorismo islamico, proteste e scontri.


  • Gli attacchi terroristici in Europa colpiscono obiettivi europei, giustificati dalla politica estera europea, come l’attacco terroristico a Madrid nel 2004 e l’attacco alla metropolitana di Londra nel 2005, così come obiettivi non europei, come l’attacco ai turisti israeliani in Bulgaria del 2012. Una particolare forma di terrorismo islamico è diretta contro obiettivi ebraici in Europa, come gli attacchi alla scuola ebraica di Tolosa nel marzo 2012.
 Theo van Gogh
  • La mobilitazione islamica comprende anche proteste contro comportamenti o posizioni percepiti come lesivi della sensibilità islamica. È il caso della controversia conseguente alla pubblicazione dei fumetti che ritraevano Maometto nel giornale danese Jyllands-Posten e ripubblicati da molti altri giornali, incluso il francese “Charlie Hebdo” oggetto di un attacco terroristico. Il regista olandese Theo van Gogh fu assassinato nel 2004 per il suo film “Submission”, ritenuto dall’Islam blasfemo. Casi simili di mobilitazione anti-europea riguardano la controversia sul film “Innocence of Muslims”, considerato molto lesivo della sensibilità islamica e blasfemo. Un certo numero di politici e intellettuali europei vive sotto minaccia di morte per le posizioni sull’Islam e sull’integrazione dei musulmani in Europa.
  • Per favorire l’integrazione dell’Islam nelle società europee, si sono create molte istituzioni in sostegno del dialogo tra comunità islamiche e Paesi ospitanti, come il “Conseil des Musulmans de France”, la “Comisión Islámica de España”, la “Consulta per l’Islam italiano”, il “Muslim Council” nel Regno Unito, e il “Zentralrat der Muslime” in Germania. Spesso queste istituzioni sono accusate di comprendere organizzazioni dell’Islam militante, mettendo in dubbio il modello di integrazione che si concretizza nel “dialogo istituzionalizzato”.





Bat Ye'or


BAT YE'OR

Scrittrice, ricercatrice, pioniera negli studi su dhimmitudine e jihad




  • Bat Ye’or nasce in Egitto nel 1933, da cui viene espulsa nel 1957 perché ebrea. Stabilitasi in Gran Bretagna, studia archeologia allo University College di Londra e poi scienze sociali a Ginevra.
  • Bat Ye’or è ricercatrice e scrittirice, pioniera negli studi sulla dhimmitudine e sulla jihad.
  • Bat Ye’or definisce la jihad come una struttura concettuale teologico-giuridica, che regola le relazioni tra musulmani e non-musulmani (dhimmi) come belligeranza, armistizi temporanei e sottomissione.
  • L’autrice, analizzando l’universalità della jihad quale precetto teologico, descrive il nesso tra jihad e dhimmitudine, che consiste nell’accettazione di uno statuto di sottomissione e oppressione (dhimma, lo statuto giuridico da applicare ai dhimmi, non-musulmani soggetti di un governo islamico) in cambio di protezione e al fine di evitare la morte o la riduzione in schiavitù.
  • La dhimmitudine è per Bat Ye’or anche una condizione psicologica di sottomissione, che si esprime secondo l’autrice nella progressiva islamizzazione dell’Europa, sottomessa alla politica energetica dei Paesi arabi e islamici, la cui influenza politica e culturale si ripercuote sulle relazioni con Israele, sulle relazioni con gli ebrei e sulle politiche dell’immigrazione.
Tra le sue pubblicazioni più importanti:


  • Eurabia. Come l'Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita. Lindau, Torino, 2007;
  • Il declino della cristianità sotto l'Islam. Lindau, Torino, 2009; 
  • Verso il califfato universale. Come l'Europa è diventata complice dell'espansionismo musulmano. Lindau, Torino, 2009.





Intervista


Le minoranze islamiche in Europa avanzano continue richieste di maggiore indipendenza per gestire autonomamente gli affari delle comunità. Qual è a suo avviso la ragione del loro malcontento riguardo agli strumenti giuridici, politici e sociali di protezione delle minoranze che sono riconosciuti e loro accordati dagli Stati europei?

Gli immigrati musulmani provengono da Paesi in cui vige la legge islamica tradizionale e appartengono a una civiltà che ha forgiato disposizioni mentali e di pensiero così come modalità di comportamento che sono conformi ai valori e alle concezioni della shari’a. Alcuni immigrati hanno la forza di allontanarsi da questo condizionamento mentale, ma la più parte rimane fedele alla tradizione.

Le leggi della shari'a dànno forma a una società che contraddice in quasi ogni ambito lo stile di vita occidentale. Questo è vero non solo per l’eguaglianza di genere e della libertà sessuale, ma è vero anche per la politica, la religione, l’educazione, la scienza. Altresì, il Corano e gli Hadith (che insieme compongono le sacre scritture islamiche) proibiscono categoricamente ai musulmani di adottare usanze cristiane ed ebraiche. Questo divieto è proclamato nella prima surah del Corano, che dev’esser ripetuta cinque volte al giorno in occasione di ogni preghiera. Per questi motivi, il mondo islamico non ha adottato la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (del dicembre 1948), ispirata a valori europei universali e non religiosi, ma ha invece proclamato la Dichiarazione del Cairo sui Diritti Umani (nel 1990), i cui articoli si conformano interamente ai precetti della shari’a.

Oltre al rigetto delle usanze occidentali, ci sono altre due ragioni che sottostanno al rifiuto di integrarsi: 1) il tradizionale disprezzo per i cristiani, che devono esser sottomessi alla supremazia islamica, com’è avvenuto nei passati tredici secoli e come continua ad accadere oggi, e 2) l’obbligo religioso di imporre la legge islamica ai Paesi non musulmani per applicare la legge di Allah sul mondo.


Un crescente numero di Stati europei è favorevole all’adozione dellashari’a, perlomeno in corti arbitrali di diritto di famiglia, come avvenuto qualche anno fa nel Regno Unito. Che cosa potrebbe comportare questo cambiamento?

In una democrazia la giustizia e la legge devono essere le medesime per tutti. L’applicazione di leggi diverse secondo la diversità della popolazione porterebbe alla rottura della coesione nazionale, favorendo invece l’acuirsi dei conflitti. Questo è vero in particolar modo con riferimento agli immigrati musulmani: stiamo parlando di svariati milioni di persone in molti Stati europei, non di qualche migliaio. Secondo alcune stime, in Francia ci sarebbero più di dieci milioni di musulmani, che costituiscono una nazione all’interno di una nazione.

Nelle sue fonti e nel suo spirito, basati sulla parola “increata” del Corano e, pertanto, non suscettibile di discussione, modifica o critica (blasfemia), la shari’acontraddice la struttura logica della legge europea, della libertà di parola e di ricerca scientifica. In più, la shari’a discrimina tra uomini e donne, musulmani e non-musulmani, come si può osservare nei Paesi islamici contemporanei e anche in Europa. Le divisioni religiose tra gruppi che vivono nello stesso Paese si inasprirebbero. La shari’a, il suo spirito e la sua applicazione, costituisce un insieme sistemico totalizzante. Se si finisse per accettarne alcuni elementi, come per esempio l’educazione scolastica delle ragazze o la loro segregazione dalla società, dove ci fermeremo?

L’adozione della legge islamica in tanti Paesi europei porterebbe senza dubbio all’accelerazione dell’islamizzazione del continente, una prospettiva che gli europei non accettano. In alter parole, più importiamo fondamenti della civiltà islamica nei nostri Paesi, più assomigliamo a società islamiche. Questa situazione richiede una riflessione seria, che dev’esser oggetto di un dibattito pubblico perché potrebbe comportare cambiamenti irreversibili e conflitti sociali. Non può esser semplicemente accantonata.


Uno degli argomenti in favore dell’adozione della shari’a consiste nella convinzione che il riconoscimento della legge islamica assoggettata alla supervisione delle corti civili degli Stati comporterebbe un avanzamento degli standard occidentali nell’interpretazione della legge islamica, e, di conseguenza, le pratiche sociali illiberali interne alle comunità islamiche avrebbero più probabilità di essere abbandonate. Lei condivide quest’opinione?

Non si può basare una politica su una pia illusione. Quest’argomentazione afferma l’opposto della verità e rivela, invece, la debolezza dei governi che non possono o temono di imporre agli immigrati musulmani la legge dello Stato in cui risiedono, consci che loro la violano proprio perché le leggi europee sono contrarie alla shari’a


Nei suoi libri, Lei definisce la dhimmitudine come la sottomissione all’Islam e l’accettazione di uno status inferiore nella società al fine di evitare la morte o la riduzione in schiavitù; definisce inoltre la dhimmitudine contemporanea come la soggezione all’Islam al fine di evitare manifestazioni di violenza anti-occidentale. Oltre alla paura, come si esprimono la dhimmitudine e l’atteggiamento del dhimmi?

Molti sono i motivi che spingono le persone, e in particolare i politici, ad accettare la dhimmitudine senza nemmeno rendersi conto della loro passività. Anzitutto mi permetta di rimarcare che sia i politici sia il pubblico ignorano completamente il significato di dhimmitudine. Hanno una nozione vaga della condizione particolare dei non musulmani, solitamente cristiani, nei Paesi islamici, ma non hanno una parola per definirla. Non vedono che tutto ciò è la conseguenza di una legislazione militare e teologica obbligatoria che poggia su un fondamento ideologico. La loro ignoranza è anche causa della loro vulnerabilità.

Inoltre, siamo prigionieri di un indottrinamento sociale sistematico propagato dai media, dai libri, i film, dalla pubblicità attraverso cui si predica il multiculturalismo, il relativismo culturale, la decostruzione dei principi fondamentali dell’Occidente, il dialogo interreligioso, la colpa dell’Occidente, il debito scientifico e artistico dell’Europa nei confronti dello splendore della civiltà islamica di tolleranza e pace. Le nozioni di dhimmitudine e jihad sono completamente rigettate, e anche proibite. Le specifiche identità e la storia europee sono intenzionalmente confuse e respinte per soddisfare gli stranieri che, disprezzandole, mantengono fieramente le loro tradizioni e le loro credenze.

Vorrei anche precisare che la dhimmitudine non è solo una condizione militare, politica, giuridica, sociale e religiosa, ma anche il perverso condizionamento mentale di una persona che giustifica la propria sottomissione. La dhimmitudine intellettuale precede e facilita la realizzazione pratica della dhimmitudine.

La dhimmitudine in Occidente si manifesta nell’adozione libera e ufficiale della narrativa storica islamica da parte delle élite. Ritengo che i pregiudizi tanto frequenti nei resoconti storici debbano essere eliminati. Tuttavia, la struttura storica di dati e documenti dovrebbe esser preservata, poiché costituisce il fondamento dell’apprendimento e delle civilizzazioni. Nelle scuole e nelle università si assiste, invece, al costante scontro tra la concezione occidentale e la concezione islamica della storia, che elimina qualsiasi critica alla jihad in quanto sacro comando religioso. La jihad non è percepita come una guerra aggressiva, ma come un’attività islamica pacifica volta a sottrare agli infedeli occupatori le terre che dovrebbero diventare islamiche.


Si riferisce anche a Israele?

Fa impressione in particolar modo la narrativa islamica che l’Europa ha adottato con riferimento a Israele, poiché nega al popolo ebraico i diritti sulla propria terra ancestrale, sottomettendosi alla logica della jihad. L’Europa, ossessionata da un odio anti-israeliano colmo di risentimento, assieme ai Paesi arabo-musulmani, conduce a ogni livello una guerra di delegittimazione e demonizzazione contro Israele, con il fine ultimo di distruggerlo. Considero questa politica un esempio importante di dhimmitudine. L’Europa conosce molto bene la storia del popolo ebraico nella propria terra, perché è rimasta per venti secoli il fondamento della sua spiritualità e dei suoi valori. Tuttavia, l’Europa abbraccia l’ideologia jihadista che ne predica il disprezzo e che mira alla stessa distruzione dell’Europa così come di Israele. L’Europa sta perseguendo gli stessi fini islamisti diretti alla propria distruzione come un continente servitore.

Un altro segno di dhimmitudine è la creazione di un’intera industria europea di falsificazione della storia e dell’archeologia di Israele, compresi i siti biblici, per “palestinizzarli” e quindi islamizzarli. Nei musei di Parigi e Londra si usano le parole “Palestina” e “palestinesi” con riferimento agli ebrei del 2000 a.C., quando solo l’imperatore romano Adriano ha chiamato “Palestina” la terra ebraica dopo aver sconfitto gli abitanti ebrei nel 135 d.C.!


Quindi la dhimmitudine si ripercuote anche nella reazione alla mobilitazione politica delle minoranze islamiche in Europa?

Oltre alla politica da dhimmi servile nei confronti del mondo islamico con riguardo a Israele, all’immigrazione e ai testi scolastici, i governi europei impongono ai propri cittadini le leggi della shari’a che regolano la blasfemia. Il cosciente rifiuto dell’Unione Europea di denunciare il terrorismo e l’insicurezza è espressione della rassegnazione del dhimmi alla sua distruzione. La libertà di parola e la libertà di pensiero sono scomparse dalle università e dai media, rimpiazzate da aggressività e intolleranza.

Coloro che resistono, come Geert Wilders, Magdi Cristiano Allam, e altri ancora, finiscono nel mirino degli assassini. Di recente, Lars Hedegaard, paladino della libertà di parola, è sopravvissuto a un attentato mortale, ma poiché il sospettato non è stato trovato, si possono solo formulare congetture a riguardo. L’Europa sta diventando sempre meno europea e sempre più islamizzata, mentre i nativi non musulmani si abituano alla dhimmitudine e, di conseguenza, si assuefanno inconsciamente anche all’insicurezza, alle aggressioni, agli insulti.

La tendenza alla dhimmitudine avanza in un’Europa che ha scelto lo smantellamento delle proprie fondamenta e la distruzione delle strutture dello Stato-nazione. L’Islam radicale è un’ideologia anti-liberale.


Lei sostiene che l’atteggiamento ambivalente dell’Europa e la condotta dei dhimmi finiscono per darne un sostegno indiretto all’Islam radicale. Come spiega che i Paesi europei abbiano fatto enormi progressi nel campo della scienza, della tecnologia, del benessere, della cultura e di altre questioni sociali come i diritti delle minoranze o di genere e allo stesso tempo aprono le porte a ideologie anti-liberali?

La politica e la storia sono colme di contraddizioni e solitamente una molteplicità di fattori contribuisce a sopprimere la coerenza e l’uniformità. Grandi scoperte e successi artistici sono spesso avvenuti in periodi di guerre e ingiustizia sociale. Sotto i nazisti, la vita intellettuale e artistica continuava; nella Francia occupata, Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, così come molti altri grandi autori e artisti, continuavano le loro attività indisturbati dall’inumanità del periodo. Il progresso nella scienza, nella tecnologia e negli altri settori è conseguenza della devozione e dell’impegno di medici, scienziati, ricercatori e altri individui, non dei politici.

Come accade ai dissidenti nei regimi totalitari, l’opposizione alla politica europea pro-islamica esiste, benché sia bloccata. I dissidenti sono accusati di razzismo e sono dipinti come nazisti da una campagna mediatica internazionale che è diventata una caccia alla strega. I dissidenti sono vittime di boicottaggi, discriminazione, ostracismo sociale e professionale e soffrono di uno stato di insicurezza materiale proprio perché combattono contro la dhimmitudine. Non solo sono perseguitati dai loro governi e dagli apparati statali, ma sono anche nel mirino dei jihadisti che applicano in Europa la legge islamica della blasfemia.


Molte ONG, come l’inglese “One Law for All”, si oppongono all’adozione della shari’a e propongono invece l’integrazione delle minoranze islamiche nelle società europee, per prevenire la radicalizzazione che consegue all’educazione separata, ai sistemi giuridici separati e all’attivismo politico e religioso clandestino. Lei vede in queste iniziative un movimento sociale che emerge per contrastare la passività istituzionale?

Sì, sono iniziative positive, anche per gli stessi musulmani, perché impediscono l’acuirsi dei conflitti sociali e del malcontento contro di loro. Ci sono cinquantasei Paesi islamici e in più la Striscia di Gaza che applicano la shari’a. I musulmani che desiderano esser soggetti della legge islamica dovrebbero immigrare in questi Paesi, non nei Paesi occidentali.


I Paesi del Medio Oriente contemporaneo hanno ereditato il sistema ottomano del “millet”, che consisteva nell’autogoverno delle comunità etno-religiose circa gli affari interni e il diritto di famiglia (status personae). Israele ha adattato questo sistema riconoscendo le corti religiose, sia rabbiniche sia islamiche, con ampie competenze in materia di diritto di famiglia. La supervisione della Corte Suprema sulle decisioni dei giudici religiosi ha influenzato la loro giurisprudenza, comprese le corti shariatiche. A Suo avviso, può essere questo un modello da adattare in Europa per il riconoscimento delle corti islamiche, come già avvenuto nel Regno Unito?

Il cosiddetto sistema del millet è stato ideato dai Romani: con l’espansione dell’Impero e la conquista di territori e popoli, gli imperatori romani accettavano che i soggetti delle province praticassero culti religiosi propri della loro nazione, venerassero i loro dèi e applicassero le loro leggi. In questo contesto, il giudaismo, che era religione di una nazione alleata e amica di Roma, fu riconosciuto quale religio licita, e di conseguenza agli ebrei venne accordata autonomia giuridica. Anche in seguito alla distruzione dell’indipendenza ebraica da parte degli eserciti romani e la successiva inclusione della loro patria come nuova colonia dell’Impero Romano rinominata Palaestina (135 d.C.), lo statuto di autonomia rimase in vigore, pur con alcune modifiche.

È con la cristianizzazione dell’Impero Romano che la situazione “liberale” in cui versavano gli ebrei si trasformò in una condizione di miseria ed emarginazione. Tuttavia, mentre i culti pagani furono tutti proibiti, l’ebraismo fu tollerato, nei limiti di una legislazione discriminatoria e oppressiva, con lo scopo di umiliare e incitare all’odio. Tale legislazione fu poi codificata nei codici bizantini, dal V secolo in poi, costituendo lo statuto degli ebrei, applicato alle comunità ebraiche in tutta Europa fino al XVIII-XIX secolo e abolito dalla Rivoluzione Francese. Alcune di queste norme furono poi incluse nelle leggi anti-ebraiche varate dal governo di Vichy durante la Seconda Guerra Mondiale.

Quando gli arabi invasero le terre bizantine nel VII secolo, adottarono lo statuto degli ebrei in una versione islamizzata e ancor più oppressiva, integrandola nell’ordinamento giuridico della shari’a, da applicare a ebrei e cristiani. Nell’Impero Ottomano questo sistema assunse il nome di “millet”, e costituisce l’insieme di norme ancora vigenti oggi nei Paesi islamici che regolano la condizione sociale definita “dhimmitudine”, che è stata oggetto dei miei studi.

Mi permetta ora di spiegare perché sono contraria all’introduzione del sistema del millet in Europa nel XXI secolo. Anzitutto il sistema del millet non comporta solamente autonomia religiosa e civile per le minoranze, ma è un modello sociale che deriva dalle conquiste jihadiste e, pertanto, è intrinsecamente legato all’insieme delle norme jihadiste. È legato alle conquiste territoriali poiché è nato ed è stato applicato, sia nella più moderata forma ideata dai Romani sia nella più oppressiva forma regolata dalla shari’a, a svantaggio delle popolazioni conquistate dall’Impero islamico. In secondo luogo, il millet è parte integrante dell’intero sistema di de-umanizzazione costituito dalla dhimmitudine, i cui elementi fondamentali sono:

  • Ineguaglianza economica, sociale, religiosa, culturale e giuridica tra musulmani e non-musulmani;
  • Responsabilità collettiva delle comunità non-musulmane;
  • Limitazioni culturali;
  • Statuti giuridici discriminatori;
  • Protezione condizionata alla sottomissione a uno status civile inferiore;
  • Divieto di avere la proprietà di terre.
La colonizzazione europea dei Paesi musulmani e i governi arabi nazionalisti hanno abolito il millet, ma le disposizioni discriminatorie contro i non-musulmani sono state integrate nella shari’a e pertanto sono ancor oggi in vigore e applicate persino in Turchia—mentre in Arabia Saudita non sono mai state applicate perché i non-musulmani non ci potevano abitare.

La situazione delle comunità di immigrati musulmani in Europa è essenzialmente diversa dalle condizioni in cui versano i soggetti nativi dei Paesi musulmani cui è applicato il millet. Gli immigrati musulmani non sono nazioni originarie dell’Europa, ma stranieri che hanno deciso di immigrare per loro libera scelta. Ritengo che i giuristi dovrebbero elaborare un sistema che rispetti i loro principi religiosi in conformità con la legislazione nazionale dei Paesi ospitanti.

La Sua descrizione del sistema del millet nell’ordinamento giuridico israeliano è molto approfondita, ma c’è da ricordare che questo sistema è stato imposto dai britannici all’epoca della colonizzazione, mentre non è stato adottato da nessuno dei Paesi che sono riusciti a liberarsi dal giogo della dominazione coloniale islamica: Spagna, Sicilia, Serbia, Grecia, Bulgaria, Romania e Armenia.

I giuristi e i politici europei dovrebbero peraltro considerare tre questioni che attengono esclusivamente all’Islam:
  1. Il vincolo inscindibile tra religione e politica;
  2. L’origine “increata” delle sacre scritture dell’Islam, che pertanto sono immutabili;
  3. Il precetto religioso della jihad universale.


Quando si parla di Islam, si parla anche di relazioni islamico-ebraiche e dell’atteggiamento dei musulmani verso Israele. Formulerò una domanda apparentemente naïf. Perché agli ebrei è richiesto di assimilarsi nella cultura della maggioranza dei Paesi in cui risiedono, mentre i musulmani sono esortati nel chiedere maggiore indipendenza e autonomia sotto l’egida della protezione delle minoranze e dei diritti umani? Perché gli ebrei sono considerati un popolo incorreggibilmente “diverso”, attaccato a tradizioni antiche, mentre le pratiche musulmane sono accolte come espressione positiva di diversità, quasi romantica?

Le relazioni dell’Europa con i musulmani rientrano nello schema della dhimmitudine. I politici europei non osano confrontarsi con la potente Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC), che è la fonte dei diktat che impongono all’Europa una politica anti-israeliana, la strategia sull’immigrazione islamica con riferimento all’educazione, ai libri di testo, alla non-integrazione, alla scolarizzazione islamica separata, alla discriminazione positiva, alla promozione della diversità, alla legge sulla blasfemia, alle politiche bancarie islamiche ecc. L’Unione Europea e i suoi leader sono i semplici esecutori degli ordini dell’OIC, che recluta e paga numerose lobby e numerosi collaboratori per attuare la mite strategia jihadista.

Israele non ha questa stessa strategia verso l’Europa, né un comparabile potere finanziario e nemmeno la stessa influenza politica. Per quanto riguarda il risentimento anti-ebraico, questo atteggiamento è una combinazione in molti ambiti del tradizionale antisemitismo cristiano con la diffusa giudeofobia islamica e con il “palestinismo”.


Portare dei simboli ebraici è diventato sempre più pericoloso in Europa, a causa della violenza mossa sia dall’estrema sinistra sia dall’antigiudaismo islamico. La propaganda antisemita nelle comunità, nelle moschee e nelle scuole islamiche è nota. Qual è la ragione del disinteresse che le autorità mostrano verso questo fenomeno?

Non so se si possa più parlare di autorità. Grazie all’Unione Europea e all’OIC, gli Stati europei sono allo sbando, incapaci di imporre l’ordine e di garantire la sicurezza entro i loro confini, il che sarebbe il primo dovere verso i cittadini. Ora invece si pianifica di abolire i confini e rigettare i limiti dello Stato-nazione in favore dell’accettazione di un’immigrazione massiccia, da cui deriva la necessità di promuovere il multiculturalismo e il relativismo culturale. La crisi economica non fa che peggiorare la situazione.

Per quanto riguarda l’antisemitismo, è stato dapprima promosso dalla Commissione Europea nel 1999, per impaurire le sparute comunità ebraiche sopravvissute alla Shoah. Lo scopo è sempre stato quello di spingere gli ebrei a denunciare Israele per aumentare l’isolamento dello Stato ebraico. La campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni), il boicottaggio economico, le accuse lanciate a Israele di apartheid e “occupazione”, che innescano la miccia dell’antisemitismo, derivano proprio dall’Unione Europea, dall’OIC e dai suoi collaboratori europei, così come dalle Chiese palestinesi ridotte allo stato di dhimmi.

L’Europa politica si è sempre dimostrata ostile al movimento di liberazione nazionale ebraico, il Sionismo. Ad eccezione di alcuni individui e qualche politico, i governi europei hanno tutti collaborato alla Shoah per un verso o per l’altro. La condiscendenza europea verso l’Islam radicale si integra nel sostegno al “palestinismo”, un’ideologia che impregna l’iniqua guerra contro Israele.


Hezbollah ha organizzato un attacco terroristico contro turisti israeliani in Bulgaria. In precedenza, l’OLP capeggiata da Arafat ha colpito ripetutamente obiettivi ebraici e israeliani in Europa, appoggiata dalle organizzazioni terroristiche della sinistra estrema. Purtuttavia, l’UE non si decide a inserire Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche. È anche questo un esempio di dhimmitudine?

Certo. I dhimmi temono le rappresaglie terroristiche in Europa e in altri Paesi. Questo esempio dimostra come sia grottesca l’immagine da paladino dei diritti umani di cui si fregia l’Unione Europea. La Francia, grande nemico della politica israeliana di autodifesa, ha dichiarato molto eloquentemente che i terroristi devono essere sradicati dal Mali. E perché a Gaza no?


La sinistra estrema e i gruppi islamici hanno interessi convergenti nella delegittimazione e demonizzazione di Israele. Quali sono le ragioni di questa comunanza ideologica? I due gruppi, in fondo, sono radicalmente diversi quanto a concezioni basilari come il ruolo della religione, i diritti di genere e la politica. Il violento antisemitismo è sempre esistito nei partiti di sinistra.

Gli Stati comunisti hanno sostenuto Arafat, i palestinesi e il terzomondismo con una grande alleanza contro le democrazie. La moribonda sinistra estrema sopravvive proprio reclutando i propri adepti tra gli immigrati musulmani e le campagne anti-israeliane inondate di petrodollari.


Un’ultima domanda. Come vede il futuro dell’Europa? Cosa si può fare per contrastare la dhimmitudine?

È difficile prevedere il futuro dell’Europa perché è ancora in uno stato di transizione, avendo perso i propri punti di riferimento per l’intenzionale scelta di autodistruggersi, rinunciando alla stabilità territoriale e alle radici storiche e culturali. Ma una civiltà che disconosce i propri valori, la propria storia e cultura è una civiltà senza animo e si trasforma in una facile preda. I cambiamenti e l’adattamento alle situazioni in evoluzione sono necessari, ma la sopravvivenza dell’Europa richiede la difesa e la salvaguardia delle radici giudaico-cristiane e dei valori umanisti.

Per fermare la dhimmitudine, che promuove la soppressione delle libertà e della dignità umana, dobbiamo anzitutto esser capaci di riconoscerne i segni. Non puoi combattere qualcosa che non vedi né comprendi. Dobbiamo superare la politica di rifiuto ideologico imposto dalle élite dell’Unione Europea e il controllo fascista esercitato sulla cultura e sull’opinione pubblica al fine di controllarle e circoscriverle entro i limiti del politicamente corretto. Dobbiamo sostenere i politici, gli scrittori, i giornalisti e le persone comuni che mettono la loro vita in pericolo e accettano i sacrifici che impone la difesa dei valori fondamentali della democrazia.




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26 giugno 2013

Come funziona lo 'stato palestinese'


Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Testata: Informazione Corretta
Data: 26 giugno 2013
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Come funziona lo 'stato palestinese'»
Come funziona lo “stato palestinese”
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli
a destra: Rami Hamdallah

Cari amici,
 
anche oggi devo parlarvi di un paio di notizie poco diffuse e per niente commentate dalla stampa occidentale e in particolare da quella italiana. Voglio cioè darvi qualche informazione sul funzionamento dello stato palestinese. E' così che bisogna chiamarlo, no? Almeno dopo il voto dell'assemblea generale dell'Onu che l'ha riconosciuto come “stato osservatore”. 
Bene, questo “stato” come sappiamo sono due, anche a ignorare la Giordania, che è a maggioranza palestinese, è stata ritagliata dagli inglesi nel Mandato britannico di Palestina con la giustificazione di dare uno stato anche agli arabi che ci vivevano, ma oggi incomprensibilmente è tenuta fuori dal conto di chi vuole “due stati per due popoli”. 
Sono due: l'autorità nazionale palestinese in Giudea e Samaria e Hamas a Gaza. Come funzioni Hamas non  devo spiegarvelo qui io: torture, esecuzioni capitali, impossibilità per le donne delle libertà fondamentali, ingerenza dei “poliziotti” di Hamas addirittura nella pettinatura dei ragazzi, nessun  pluralismo politico, una dittatura poliziesca insomma, che è tutta diretta ad alimentare il terrorismo: la fabbriche producono solo razzi, il contrabbando serve a importare le armi, il principale datore di lavoro sono le bande terroristiche. 
Bene, se ci pensate questo è il solo vero stato autonomo palestinese, senza un  sovrano beduino come in Giordania, senza la vigilanza dell'esercito israeliano contro il terrorismo come a Ramallah e dintorni, senza neppure le pressioni americane. 
Se pensiamo a uno stato palestinese veramente libero diretto dal gruppo dirigente attuale, non importa se di Fatah o di Hamas, dobiamo pensare a Gaza; chi si batte per una “Palestina libera” di fare la sua strada vuole Gaza su tutta la Giudea e Samaria e magari su tutto il territorio israeliano (

Abu Mazen
 
Per il momento Ramallah è un po' diversa da Gaza, nel senso che non produce razzi e non li spedisce sulle città israeliane - perché l'esercito israliano è lì e glielo impedisce. 
Come funziona quello stato.
E' questo che vi volevo raccontare. C'è un presidente della repubblica, il cui mandato è scaduto quattro anni fa e che nessuno si sogna di rieleggere; c'è un parlamento il cui mandato è scaduto tre anni fa e che nessuno si sogna di rieleggere e neanche di convocare, perché la sua maggioranza è contraria al presidente. E c'è un primo ministro, cui nessun parlamento ha dato la fiducia per le ragioni che vi ho appena detto. Nominato a suo gusto dal presidente scaduto e privo di verifiche parlamentari: democraticissimo.
 
Salam Fayyad
O meglio c'era. Si chiamava Fayyad era stato un economista di secondo piano del Fondo Monetario (non che voglia dire granché, anche lì c'è la lottizzazione nazionale come in tutti gli enti internazionali), aveva un dottorato di un'università americana, anche se di secondo piano. Almeno sapeva l'inglese e conosceva quel tanto di economia che poteva permettergli di capire che una cleptocrazia, cioè una società governata da ladri come l'Anp non può sostenersi a lungo. 
Per questa ragione, e per il fatto di mancare di un curriculum terrorista, non avendo mai fatto parte di bande armate né essendo mai stato condannato per omicidio, godeva della fiducia degli americani e del rancore sia di Fatah che di Hamas: che cosa c'entrava con la Palestina quel mollaccione senz'armi? 
E perché pretendeva di ottenere cose inutili come i bilanci, il rendiconto delle spese, la distinzione fra investimenti produttivi e capricci di lusso dei capataz delle bande?

Fatto sta che Fayyad, senza essere uno stinco di santo, per carità, si è trovato sempre più spesso in conflitto con il suo presidente scaduto Abbas, che ne aveva bisogno per offrire al mondo e soprattutto ai donatori un volto rispettabile, ma non lo sopportava per differenza antropologica e soprattutto per sostanziosi conflitti di interesse. Di più, sia Fatah che Hamas, nelle interminabili trattative per la riunificazione, ne chiedevano la testa. E così Fayyad si è spesso dimesso, la sue dimissioni sono state dimenticate o di malavoglia rifiutate, fino a un  paio di mesi fa, quando finalmente Abbas si è deciso a eliminarlo. Senza voti parlamentari, sia ben chiaro.

Dopo un bel po' di interregno dovuto a inutilità e indecisioni, non alla necessità di raccogliere una maggioranza come da noi, Abbas si è trovato un altro primo ministro,  tale   Rami Hamdallah che di mestiere fino a quel momento faceva il rettore dell'università di Nablus, con una formazione anch'egli un po' internazionale (laureato all'Università di Amman, master a Manchester e ph. d. a Lancaster), ma non è un economista né un politico né un diplomatico, all'università insegna lingua inglese. E non ha precedenti per terrorismo, a quel che ne so, anche se è membro di Fatah. Come vedete anche lui scelto per la sua presentabilità internazionale, ma anche per non avere strumenti tecnici per occuparsi della politica palestinese, delle relazioni internazionali e soprattutto del punto critico della politica interna che è la gestione degli aiuti: un figura cerimoniale, messa lì per non contare nulla e non dare fastidio ai traffici del rais.

Per esserne più sicuro Abbas gli ha nominato lui due vicepresidenti (nello strano funzionamento dello stato palestinese la composizione del governo non dipende dal suo presidente ma dall'onnipresente Abbas): Mohammed Mustafa che è un suo consulente personale per l'economia (follow the money, seguire sempre i soldi, come dice il proverbio) e Ziad Abu Amr, già ministro degli esteri. Il messaggio era chiarissimo: Habdallah facesse rappresentanza, delle cose serie si sarebbero occupati gli uomini di Abbas. Che infatti si sono messi subito a prendere decisioni, senza neppure informare il loro capo. Che però deve avere un caratterino anche lui perché non è stato al gioco e si è dimesso. Dimissioni non sanzionate dal Parlamento come non lo era stata la sua nomina. Ma prontamente accettate da Abbas, che evidentemente non aveva voglia di avere a fianco un altro rompiscatole dello stile di Fayyad. (http://www.defenddemocracy.org/media-hit/the-exit-of-palestinian-prime-minister-rami-hamdallah-and-the-need-for-real/ )

Vedremo nelle prossime settimane (e mesi e anni) come proseguirà la telenovela, su chi convergerà l'equilibrio fra presentabilità internazionale e fedeltà personale ad Abbas. Questa storia però è importante, perché spiega come funziona il sistema decisionale dell'Anp, anche in cose più serie della nomina di un primo ministro, cioè nelle trattative con Israele e con gli Usa. Di solito si dice “i palestinesi vogliono”, “i palestinesi rifiutano”, “i palestinesi chiedono”. Be', sappiate che non sono “i palestinesi”. E neanche “gli arabi dell'Anp”, se preferite questa terminologia più realistica. E' l'Anp, che non ha nessuna base democratica. Cioè è Abbas, con i suoi capobanda. E se qualcuno cerca di mettere il dito in queste decisioni, quale che sia il suo titolo formale, glielo tagliano.

Ugo Volli 


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90




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26 giugno 2013

VENEZIANI: “I MAGISTRATI SONO DIVENTATI UNA SETTA CHE PUÒ TUTTO E CHE NESSUNO PUÒ FERMARE”


“La Legge, in teoria, è un argine al male. Ma se i giudici sono gli unici a decidere cosa è Legge, dispongono di un potere assoluto e irrevocabile. I confini tra prova e indizio sono superati a loro discrezione. Possono sfasciare imprese, economie nazionali, governi, alleanze, partiti, famiglie e persone”

Marcello Veneziani per "il Giornale"


Ho paura della magistratura. Ho paura del potere esclusivo e assoluto di cui essi dispongono e che può decidere le sorti di un popolo, di un governo, di uno Stato, di un partito oltre che di singoli cittadini, ridotti a loro sudditi. Quando cadono i principi fondamentali di una civiltà, quando si respinge ogni verità oggettiva, e non c'è più una morale condivisa, una religione rispettata, un comune amor patrio a cui rispondere, allora l'unico criterio supremo che stabilisce i confini del bene e del male e le relative sanzioni è la Legge. In teoria, la legge è un argine al male.

Ma in una società relativista che non crede più in niente, chi amministra la Legge, chi decide e sentenzia in suo nome, dispone di un potere assoluto, irrevocabile e autonomo che spaventa. Risponde solo a se stesso, in quanto è la stessa magistratura a interpretare la legge. L'unica differenza che c'è tra il potere dei magistrati e il potere degli ayatollah è che questi decidono e agiscono nel nome di una religione millenaria, radicata e largamente condivisa dal popolo su cui esercitano la loro autorità.

TURRI DECRISTOFARO DELIA GIUDICI BERLUSCONII magistrati, invece, sono la voce e il bastone di una setta che dispone del monopolio della forza, cioè il potere di revocare libertà, diritti e proprietà secondo la loro indiscutibile interpretazione della Legge. I confini tra le prove e gli indizi vengono superati a loro illimitata discrezione, e così quelli tra testimoni e imputati, se i primi non confermano i dettami del magistrato; le garanzie e i diritti elementari non contano rispetto ai loro responsi sovrani e non contano nemmeno gli effetti pubblici, politici, economici, che essi producono con le loro sciagurate sentenze.

TURRI DECRISTOFARO DELIA GIUDICI BERLUSCONI

Possono sfasciare imprese e perfino economie nazionali, governi, alleanze, partiti, famiglie e persone. È possibile, ad esempio, che l'uso delle intercettazioni sia lecito in alcuni casi e illecito in altri, sono loro a stabilire i confini, così le intercettazioni a volte sono la base su cui fondare i processi e le gogne mediatiche, a volte sono esse stesse il capo d'accusa in altri processi.

Non credo che i magistrati siano una specie malefica, quasi un'etnia feroce e una razza padrona. Sono nella media. Così come non credo che le agenzie di prelievo siano guidate da vampiri malvagi. Il problema è che se in una società incarognita e nichilista come la nostra che ha perso i confini del bene e del male, dove tutto è soggettivo e ognuno si stabilisce le regole di vita, dai a qualcuno un potere smisurato, l'abuso di potere è pressoché inevitabile.L'arbitrio nel nome della Legge è il peggiore degli arbitri perché è ammantato di oggettività e di obbligatorietà, non è sottoposto a nessun vincolo se non la legge da loro stessi interpretata e amministrata. Talvolta il dispotismo giudiziario viene esteso ad altri enti, come le agenzie delle entrate quando possono usare poteri enormi in materia di controllo, sanzione, pignoramenti e interessi di mora. Gli effetti anche in quel caso sono devastanti.

ilda boccassiniILDA BOCCASSINI

È questo che rende particolarmente efferata e nefasta la loro azione al riparo da chiunque contesti la facoltà, il metodo e il merito delle loro decisioni. Un politico, pur con tutti i privilegi che gode, alla fine risponde a qualcuno del suo operato: ai propri elettori, ai magistrati stessi, è in conflitto e in competizione con altri politici, deve dar conto a istituzioni internazionali. La magistratura no, il suo stesso organo di autogoverno è in realtà un organo di autodifesa e di autolegittimazione nel nome sacrosanto della sua autonomia e del Dettame a cui si richiama per esercitare il suo potere.


Ma la magistratura non solo non risponde all'interno della stessa giustizia, ma non risponde nemmeno fuori dal suo ambito, neanche se mette a repentaglio la vita, la salute e la sicurezza dei popoli, degli Stati e degli assetti istituzionali.


Negata la ragion di Stato, viene cancellata la norma suprema della civiltà giuridica romana secondo cui salus rei publicae suprema lex est ; la magistratura non tiene conto della priorità assoluta che è la salute della Repubblica e dei suoi cittadini. Si legittima da sé, si nutre dei suoi giudizi e dispone delle forze dell'ordine per far applicare le sue sentenze. Il precedente storico, si sa, furono i tribunali giacobini del Terrore.


A questo punto le soluzioni che restano sono due: uno è che gli altri poteri, esecutivo e legislativo, e il supremo garante dello Stato, vale a dire il Capo dello Stato, intervengano per modificare, frenare e bilanciare questo potere assoluto con i suoi abusi nefasti. L'altra soluzione è la rivoluzione, cioè la sospensione dello status quo e dei suoi canoni, la disobbedienza civile e il mutamento radicale. La rivoluzione dal basso si chiama ribellione, insurrezione, guerra partigiana; la rivoluzione dall'alto si chiama colpo di Stato.


Disarmate i magistrati che abusano del loro potere e disinnescate gli ordigni che stanno seminando. O si rimedia o nasce un mostro, anarchico in basso e dispotico in alto. Il problema, a questo punto, non è più Berlusconi. Sono loro.
Ma in entrambe le forme la rivoluzione è un'arma pericolosa, a doppio taglio, che di solito produce più danni di quanti ne riesca a rimediare e propizia l'avvento di una dittatura. Però quando un potere eccede e straripa, e agisce come se fosse legibus soluto , ossia sciolto da ogni vincolo di legge, giacché della legge l'unico interprete autorizzato è esso stesso che ne abusa, si espone ed espone la società a quel rischio tremendo.


Se il perno di un «sistema prostitutivo», come essi scrivono, è lo sfruttamento, in questa vicenda l'unico sfruttato accertato - da donnine e donnacce, da cortigiani e papponi, da avvocati, giornalisti e inquisitori - è Silvio Berlusconi. Tutti ne hanno tratto in modi diversi profitto e nessuno lamenta un danno subito da lui. A eccezione del condannato stesso. Berlusconi paga la presunta puttanata ben sette volte: in soldi, in salute, in reputazione, in consenso, in governo, e ora in sede penale e pure civile.
Postilla reticente . Sulla sentenza di lunedì a Milano esprimo un grande omissis. Sono troppe le cose che vorrei dire ma non posso dire. Non potendo esprimere in verità e in libertà le cose che penso, mi limito a notare una cosa.

 

 




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26 giugno 2013

Vestire Anna Frank con una keffiah palestinese è una palese, intollerabile oscenità, degna della "migliore" propaganda goebbelsiana anti-Israele

  • Vestire Anna Frank con una keffiah palestinese e trasformarla così nel formidabile simbolo promotore di quel boicottaggio dell'economia israeliana, che riecheggia sinistramente altri tragici episodi del genere (a partire da quello nazista del 1° aprile '33, esattamente 80 anni fa), è una palese, intollerabile oscenità, degna della "migliore" propaganda goebbelsiana anti-Israele:




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25 giugno 2013

Nella titolazione solo la risposta israeliana poi, ben nascosta nel pezzo, ciò che l'ha causata, i razzi di Hamas


Testata: L'Osservatore Romano
Data: 25 giugno 2013
Pagina: 1
Autore: Redazione dell'Osservatore Romano
Titolo: «Raid aerei israeliani nella Striscia di Gaza»

Riportiamo dall'OSSERVATORE ROMANO di oggi, 25/06/2013, in prima pagina, l'articolo dal titolo "Raid aerei israeliani nella Striscia di Gaza".

L'OSSERVATORE ROMANO è sulla stessa lunghezza d'onda delMANIFESTO, per quanto riguarda la diffusione delle notizie dal Medio Oriente.
Viene riportato un raid di aerei israeliani nella Striscia di Gaza, ma per conoscerne la causa (razzi lanciati da Hamas contro Israele) bisogna leggere la breve e anche chiedersi come mai quando cadono razzi su Israele da Gaza questa notizia viene ignorata.
 Le potenziali vittime israeliane non contano mai nulla?

Un palestinese è stato ucciso e altri due sono stati feriti in uno dei raid aerei condotti nella notte dall'aviazione israeliana nella striscia di Gaza, in particolare a Rafah, nei pressi dei tunnel fra la striscia stessa e il Sinai egiziano. In precedenza, un portavoce militare israeliano aveva comunicato diversi interventi dell'aviazione in risposta a lanci di razzi dal territorio palestinese controllato da Hamas. La ripresa delle violenze minaccia di aggravare ulteriormente la condizione della popolazione palestinese, che soffre in maniera sempre maggiore d'insicurezza alimentare, secondo quanto denunciato dal direttore del Programma alimentare mondiale (Pam) dell'Onu, Ertharin Cousin. Quest'ultima, nel fine settimana, ha condotto insieme con Filippo Grandi, il direttore dell'Unrwa, l'agenzia delle Nazioni Unite per gli aiuti ai rifugiati palestinesi, una visita nell'area di Gerico, in Cisgiordania. In una dichiarazione congiunta, le due organizzazioni hanno sottolineato che «nel 2012, circa 1,6 milioni di persone, il 34 per cento delle famiglie palestinesi, hanno sofferto d'insicurezza alimentare, un aumento significativo rispetto al 2011 quando la percentuale era stata del 27 per cento». Intanto, sempre durante il fine settimana, il presidente dell'Autorità palestinese, Abu Mazen, ha accettato le dimissioni del primo ministro Rami Hamdallah, dallo scorso 2 giugno al posto del dimissionario Salam Fayyad.

Per inviare la propria opinione all'Osservatore Romano, cliccare sull'e-mail sottostante


ornet@ossrom.va




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24 giugno 2013

In Italia la Giurisprudenza tende a far rima con la Demenza




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24 giugno 2013

E' accaduto ieri in Siria, gli insorti hanno "catturato" questa bimba di sette anni l'hanno incatenata ed obbligata ad assistere all'assassinio dei propri genitori che erano fedeli ad Assad

  • . Questa gente è la feccia del mondo, sono solo dei criminali!!! Chissà se ci sarà qualche imam in qualche moschea, che potrà alzarsi a raccontarci che per il bene dell'Islam anche questo è permesso.
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24 giugno 2013

ISRAELE TEME CHE IL CONFLITTO SIRIANO SUPERI IL CONFINE


Il Golan, che era diventata una meta turistica, adesso teme il ritorno della guerra - Israele si sta preparando al peggio: l’eco degli spari e delle bombe siriane si sente distintamente, e c’è la paura che il conflitto superi il confine - Per ora Israele non interverrà: aspetterà che i siriani facciano il primo passo... - -

Francesca Paci per "la Stampa"

ISRAELE TENSIONE NEL GOLANISRAELE TENSIONE NEL GOLAN

Nei ventitré anni trascorsi a Kidmat Zvi, tra i mango e le mele del Golan, Michael Raikan non ha mai guardato con apprensione al confine siriano distante un tiro di schioppo. Oggi non passa giorno senza chiedersi se non sarebbe meglio lasciare il consiglio comunale e portare altrove i suoi quattro figli: «L'eco dei colpi è così forte che non distingui più le nostre esercitazioni militari, come quelle dei giorni scorsi, dagli scontri tra l'esercito di Assad e i ribelli.

Ci stiamo preparando al peggio: abbiamo aperto e pulito i rifugi antiaereo, abbiamo fatto scorte di acqua, cibo in scatola e torce, a scuola i bambini vengono addestrati all'emergenza, iniziamo a pensare di poter diventare una Sderot del Nord». Diversamente dalla cittadina al confine con Gaza attrezzatasi suo malgrado a vivere sotto i razzi di Hamas, i kibbutz disseminati sulle alture occupate dal Israele nel 1967 e annesse unilateralmente nel 1980 hanno sempre goduto di una tranquillità tale da attrarre 3 milioni di turisti l'anno. Poi, dopo settimane di tensione crescente, la guerra è arrivata nel cortile di casa.

ISRAELE TENSIONE NEL GOLANISRAELE TENSIONE NEL GOLAN

«Combattevano proprio qui, c'erano decine di carri armati», racconta la 40enne Dalia Amos indicando la terra bruciata a ridosso di Quneitra, l'unico varco tra Siria e Israele, dove il 6 giugno le forze di Damasco hanno respinto l'opposizione armata. Sullo sfondo si vede il lago artificiale da 12 milioni di metri cubi d'acqua voluto da Hafez Assad contro un'eventuale invasione israeliana.

In realtà, nonostante i ricorrenti anatemi, il confine tra i due Paesi non è mai stato un problema né per la Knesset né per la missione Undof istituita nel 1974 dalle Nazioni Unite a difesa della pace. Venti giorni fa però, dopo essere stati raggiunti dalle granate, i 360 Caschi Blu austriaci hanno deciso di fare i bagagli: 60 sono già partiti.

ISRAELE TENSIONE NEL GOLANISRAELE TENSIONE NEL GOLAN

«È la prima volta che i tank siriani si spingono tanto avanti, tecnicamente avrebbero violato la linea del cessate il fuoco ma a meno di essere attaccati direttamente la nostra politica è di non intervenire», spiega il graduato responsabile dell'avamposto militare israeliano Mavar Quneitra.

Tra le torrette mimetiche dov'è in servizio dal 2009 e l'edificio di mattoni bordò sormontato dal tricolore rosso, bianco e nero di Damasco ci sono poche decine di metri e un massiccio cancello elettronico attraverso cui, con insolita sollecitudine, fanno avanti e indietro i blindati Onu. Secondo fonti vicine al contingente internazionale i ribelli non puntavano al controllo del valico ma volevano distogliere i lealisti dall'offensiva al Nord.

ESERCITO SIRIANOESERCITO SIRIANO

Il maggiore Adam, druso come 20 mila dei 44 mila abitanti del Golan, non era ancora nato quando il padre incrociava le armi con i siriani nella guerra del Kippur: «Per il momento il conflitto resta di là, i colpi di mortaio, compresi quelli dei giorni scorsi, sono caduti da questo lato per sbaglio e noi ci siamo limitati a fortificare i 90 km di confine con una barriera a sensori che sarà ultimata a breve.

Certo, stavolta sono arrivati così vicino da farci indossare i giubbotti antiproiettile, ho visto i ribelli sostituire per poche ore la bandiera del regime con la loro, abbiamo soccorso dei feriti... (uno è morto ieri ndr)». Sarà guerra totale? La risposta è lo stesso «no comment» riservato alla staffetta tra gli austriaci e i peacekeeper delle Figi: in tema di sicurezza Israele è abituato a far da sé.

«Il varco di Quneitra viene usato solo dai drusi che vanno a studiare in Siria, attualmente ce ne sono 42, o da chi deve sposarsi, ma è un simbolo importante per Damasco perché questi drusi sono fedeli al regime» continua l'ufficiale. La protagonista del film «La sposa siriana» affronta il mattino del matrimonio come il peggiore della sua vita, poiché convolando a nozze col cugino siriano conosciuto per lettera non potrà più tornare a trovare la famiglia in Israele.

I veicoli militari che s'incontrano lungo le strade costeggiate da vigneti e trattori rivelano il livello dell'allerta israeliana. Sebbene la crisi siriana abbia spezzato l'asse tra Damasco, le milizie libanesi di Hezbollah e i palestinesi di Hamas, ha saldato quello sciita facente riferimento a Teheran.

MISSILI SIRIANIMISSILI SIRIANI

«Siamo alla seconda fase del conflitto a bassa intensità, quella in cui fronteggi un nemico senza profilo e dunque molto diverso da Hamas o Hezbollah. La terza fase? È facile da immaginare» ragiona il generale Joshua Ben Anat, ex comandante della riserva e consulente dell'esercito, durante un forum organizzato dall'Europe Israel Press Association.

GUERRA IN SIRIAGUERRA IN SIRIA

Nel ‘73 ha combattuto proprio qui dove ora potrebbero essere stanziati i figli: «Israele è in un vicolo cieco, che dovessimo trovarci accanto la superpotenza iraniana con Hezbollah rafforzato dal training bellico o lo jihadismo sunnita c'è il rischio di rimpiangere Assad. Per questo non possiamo permetterci di scommettere come fa Washington sostenendo una parte dei ribelli: noi aspettiamo, reagiremo solo in caso di un cambio di equilibrio strategico». È già successo nel 2013, tre raid su obiettivi siriani mai smentiti dal premier Netanyahu.

siriaSIRIA

Sono passati sei mesi dalle elezioni in cui gli israeliani hanno premiato i candidati outsider Yair Lapid e Naftali Bennett che parlavano di carovita anziché di sicurezza. «La nostra coscienza è mutata», ammette Michael Raikan osservando la barriera che, pioniera, è stata costruita preventivamente.

Damasco dista appena 60 km da qui e oltre quelle colline c'è la terza divisione siriana. In mezzo, gramigna tra le crepe dell'opposizione, cresce al Qaeda. Chiunque si ricordasse a un tratto dell'antico nemico sionista avrebbe gioco facile: la prossimità è così invadente da escludere la sirena, l'allarme qui è il primo missile che centra il bersaglio.

GUERRA IN SIRIAGUERRA IN SIRIA

Quando e da chi proteggersi? La domanda è concreta: pochi in Israele dubitano di dover prima o poi fare i conti con il caos siriano. In un modo o nell'altro. «Tre settimane fa abbiamo "ricevuto" un razzo dal Libano ma il mittente non era Hezbollah bensì un gruppo, probabilmente palestinese, intenzionato a coinvolgerci per obbligare il partito di Dio a distogliere l'attenzione dal suo sostegno a Damasco», chiosa il generale Ben Anat. Da qualsiasi angolo lo scruti l'orizzonte è nero, gli abitanti del Golan mettono i sacchi di sabbia davanti alle finestre.




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24 giugno 2013

PALLYWOOD COLPISCE ANCORA (A VUOTO)

  1. PALLYWOOD COLPISCE ANCORA (A VUOTO)

    Questa foto è apparsa in un gruppo facebook aperto, postata da un gruppo chiamato Al fatah Italia, con la seguente didascalia: "L'occupante israeliano non esita a usare la tortura nelle sue carceri, anche nei confronti di minori..." La data dice maggio 2013. Ma la stessa foto era apparsa in un video di LiveLeak nel 2007 e riportava la guerra allora in corso tra #Fatah e #Hamas
    Foto: PALLYWOOD COLPISCE ANCORA (A VUOTO) Questa foto è apparsa in un gruppo facebook aperto, postata da un gruppo chiamato Al fatah Italia, con la seguente didascalia: "L'occupante israeliano non esita a usare la tortura nelle sue carceri, anche nei confronti di minori..." La data dice maggio 2013. Ma la stessa foto era apparsa in un video di LiveLeak nel 2007 e riportava la guerra allora in corso tra #Fatah e #Hamas




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