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30 aprile 2008

yom ha Shoah

 



I prossimi giorni non saranno facili. Yom ha Shoah è una ricorrenza terribile, forse ancora più grave se sei europeo, se il luogo in cui sei nato è vicino a quelli dell'orrore. Uno vorrebbe avere delle risposte, ma non ci sono. Si prova appena a formularle: sei milioni di persone sono morte per via del conflitto tra lavoratori e capitale. Oppure: sei milioni di persone sono morte perché ci sono in giro persone tanto cattive. Suona terribilmente ridicolo. Uno ci prova, a cercare risposte. La domanda, il perché?, resta in gola. Ogni possibile risposta può essere smentita e dopo tanti tentativi il solo pensiero di chiedere diventa tragicamente vuoto.
Il più vasto cimitero ebraico del mondo è a
Lodz. I nazisti a Lodz non incenerivano i cadaveri: li sotterravano. Naturalmente dopo averli privati di nome, segnati con un numero. E attualmente è in corso un progetto, a cura anche dell'esercito di Israele, in cui si cerca di restituire nomi alle vittime, utilizzando la documentazione archivistica. Non è raro vedere soldati isreliani nel cimitero del ghetto di Lodz (pochi sanno che il servizio militare in Israele comprende anche quello che in Italia si chiama volontariato, solo che è obbligatorio). Fu dentro il cmitero di Lodz che si salvò una signora di cui mi hanno parlato, qualche giorno fa. La mamma la nascose là, in mezzo alle tombe, il giorno che tutti i bambini dovevano partire da Lodz verso l'ignoto. I tedeschi le trovarono poco dopo e le spedirono ad Auschwitz. Ad Auschwitz diedero loro questa possibilità: o girare senza mutande, o vestire della biancheri intima ricavata dai tallitot. Infamare gli oggetti rituali ebraici era uno dei passatemi preferiti dei nazisti. Lo è stato dei romani, che bruciavano i maestri dopo averli avvolti dei rotoli della Torà, e poi lo è stato dell'Inquisizione, e poi dei comunisti e adesso degli islamisti, che trasformano i cimiteri ebraici in latrine.
Degradazione che mamma e figlia rifiutarono. Uscite dall'inferno emigrarono in Israele e la signora ha spiegato che là, nelle tenebre, era riuscita a sopravvivere perché aveva un sogno, che ora si è realizzato: ad per ogni membro della sua famiglia che vive in Israele ha regalato un tallet tessuto ta lei. Un paio si sono visti anche indosso ai soldati che lavorano per dare un nome alle vittime dell'inferno di Lodz e che poi rischiano la propria vita perché quell'orrore non torni più.


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30 aprile 2008

Chi ha "castrato" gli italiani?

 

  

Gli italiani fanno sempre meno figli, ma il bilancio demografico nazionale è in positivo, per l'alto tasso di natalità dei cittadini stranieri. E', infatti, figlio di immigrati un bambino su dieci, mentre gli stranieri rappresentano il 5 per cento della popolazione italiana. E' quanto emerge da uno studio del Centro Artes di Torino, che ha elaborato i dati ufficiali di Istat, Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) e le stime 2007 Cia (C.I.A. World Factbook).

Le più recenti statistiche collocano il nostro Paese agli ultimi posti per tasso di fertilità, con un valore per il 2007 pari a 1,29 figli per donna. Un fenomeno comune a quasi tutti i paesi industrializzati, ma nessuno ha avuto un'evoluzione così marcata come in Italia. Il tasso di fertilità nei 15 paesi dell'Unione Europea fra il 1960 e il 2007 è sceso da 2,59 a 1,50 figli per donna, mentre in Italia si è quasi dimezzato (dal 2,41 all'1,29).

Cala, quindi, il numero di nascite in Italia (519.731 nel 2004 e 505.202 nel 2007, ben 14.528 nati in meno) mentre quello dei nati stranieri registra un fortissimo incremento (da 48.925 nel 2004 a 57.925 nel 2007 con un saldo di +8.840 nati). Inoltre, il ritmo di crescita medio annuale degli stranieri, secondo le stime Caritas-Migrantes, è pari a circa 325 mila, il che porta ad ipotizzare più che un raddoppio della popolazione immigrata da qui a 10 anni: tenuto conto che la velocità di crescita della popolazione straniera non sembra tendere a diminuire nel 2050 gli extracomunitari rappresenteranno dal 17 al 20% della popolazione residente.

La popolazione italiana, a gennaio del 2007 è pari a 59.157.091 persone (dati Istat). Gli immigrati regolari in Italia sono quindi quasi il 5% della popolazione. L'incidenza delle nascite di bambini stranieri sul totale della popolazione italiana è passata da poco più di 9mila (1,7%) nel 1995 all'11,4% del 2007.

Un figlio: un lusso che non tutti possono permettersi
Mantenere un figlio dalla culla fino alla laurea costa molto caro: 300 mila euro. La stima è contenuta in un’inchiesta pubblicata su Panorama. Questa cifra è valida per una famiglia che guadagna 3.500 euro netti al mese. Ma se lo stipendio sale, aumenta infatti anche il conto da pagare: per una famiglia che ha un reddito mensile di 5 mila euro, mantenere un figlio fino ai 24 anni arriva a costare poco meno di 400 mila euro.

L’inchiesta di Panorama è stata realizzata in collaborazione con l’associazione Crescere Insieme, che ha messo a punto un programma per calcolare il costo del mantenimento dei figli in base all’età dei ragazzi e del reddito familiare.

Per esempio, un bimbo di 3 anni costa 3.350 euro all’anno per una famiglia che guadagna 12mila euro netti.

La spesa annua sale invece a 13.200 euro se la famiglia porta in casa 70mila euro di reddito. Un ragazzino di 9 anni costa 4mila euro all’anno per una famiglia che ne guadagna 12mila e 15.250 per una che ha un reddito netto di 70mila euro annui.
A incidere di più sul costo del mantenimento dei figli è la casa, seguita da alimentazione e trasporti.

A giudicare dai rari e modesti interventi attuati sino ad oggi - il più eclatante riguarda la politica fiscale - sembra che (a differenza degli altri paesi europei), per lo Stato italiano, questi problemi debbano essere esclusivamente a carico delle famiglie italiane, mentre si ravvisa una certa propensione negli aiuti alle famiglie di immigrati. Politica miope o freddo calcolo per stravolgere il tessuto sociale italiano? Qualsiasi sia la risposta - da italiani - c'è da esserne seriamente preoccupati

Tratti da Repubblica e La Padania, elaborato da Huricane 53


30 aprile 2008

iniziativa contro Israele all'Università di Torino

  l’Associazione Italia Israele ha inviato il comunicato allegato per protestare contro l’apertura dell’Università, 

 proprio prima della Fiera del libro,  a Tariq Ramadan e all’ ISM, 

 che è per statuto un movimento politico CONTRO Israele, non una associazione culturale.   

 

 Se  questo vi pare scorretto (ma prima leggete quanto postato sotto), vi prego di farlo sapere al Preside di Scienze politiche e al Rettore.  E di invitare i vostri amici a fare altrettanto .

Eccovi gli indirizzi  e-mail di entrambi:

 

 presidenza.scipol@unito.it

rettore@unito.it

 

Tariq Ramadan all'Università di Torino.



L'Associazione Italia Israele di Torino segnala il grave episodio
dell'ospitalità, da parte della Facoltà di Scienze Politiche
dell'Università di Torino il 5 e 6 Maggio p.v., di un convegno sulla "Pulizia etnica della Palestina"(sic!), in cui l'ospite d'onore sarà Tariq
Ramadan, principale promotore del boicottaggio della prossima Fiera
del Libro.


Mentre il Rettore dell'Università di Bologna, prof. Calzolari, ha
negato lo spazio per un incontro di mezza giornata con Gianni Vattimo
sul Medio Oriente finalizzato al boicottaggio della Fiera del libro, l'Università di Torino sta per ospitare al suo interno un evento di dimensioni ancora maggiori,
contenente un messaggio di estrema violenza e intolleranza politica e
culturale, ed ospitando un personaggio come Ramadan, già giudicato
"indesiderabile" da diversi Atenei, come la vicina Università della
Valle d'Aosta. Negli Stati Uniti d'America non ha neppure diritto di ingresso.
L'Associazione Italia Israele esprime profonda indignazione per la
concessione della sala lauree della Facoltà di Scienze Politiche ad un
tale convegno. Stupisce anche il comportamento del Rettore del'Università
di Torino che, a differenza del collega bolognese, non ha sentito fino ad ora il dovere morale di intervenire.



Associazione Italia-Israele di Torino




30 aprile 2008

Gli italiani e la bandiera di Israele

 UNA PROPOSTA PER IL 14 MAGGIO


In Italia esporre la bandiera israeliana è di fatto vietato perché
considerata di per sé come «provocatoria», in quanto espressione di uno
Stato percepito come illegale e criminale che può essere, per forza
maggiore, tollerato ma mai e poi mai pienamente legittimato come
qualsiasi altro Paese del mondo. Ne abbiamo avuto conferma con la
reiterata aggressione, nel corso del corteo romano del 25 aprile, contro
i superstiti della «Brigata Ebraica» e i sopravvissuti ad Auschwitz, rei
di avere sfilato sventolando la bandiera con la stella a sei punte. Così
come si è verificato il giorno prima a Torino quando il questore,
Stefano Berrettoni, ha negato ad alcuni esponenti della comunità ebraica
l' autorizzazione a sostare pacificamente con la bandiera israeliana
accogliendo il presidente Napolitano all' inaugurazione della Fiera del
Libro l' 8 maggio che, proprio quest' anno, ha Israele quale ospite d'
onore nel sessantesimo della sua fondazione. Il questore ha addotto
«motivi di ordine pubblico», precisando che l' esposizione delle
bandiere israeliane davanti all' ingresso della Fiera del Libro
«sembrerebbe una provocazione», che rischierebbe di far esplodere lo
scontro con i manifestanti ostili alla presenza di Israele e che il 10
maggio sempre a Torino indiranno una manifestazione nazionale per la
«Palestina libera». Il questore ha quindi disposto che l' accoglienza
del capo dello Stato avverrà all' interno della Fiera. Di fatto a Torino
da mesi questi manifestanti, appartenenti perlopiù all' area della
sinistra radicale, espongono liberamente bandiere palestinesi ovunque e
imbrattano impunemente la città di scritte antisraeliane. Tutto ciò a
loro è consentito perché appartiene, piaccia o meno, a una consolidata
tradizione politica filo-araba e filo-palestinese che l' Italia ha
promosso sin dal dopoguerra. E anche se oggi è una minoranza ad
esprimerla pubblicamente, di fatto sono molti di più quelli che
condividono il pregiudizio antisraeliano. Dobbiamo prendere atto del
fatto che in Italia è del tutto legittimo sventolare la bandiera di uno
Stato inesistente e che non è mai esistito nella storia, la Palestina,
mentre si può rischiare il linciaggio se ci si espone pubblicamente con
la bandiera di uno Stato esistente e pienamente legittimato dalle
Nazioni Unite. Il fatto assume connotati ancor più incresciosi
considerando che la Palestina vagheggiata non è uno Stato che dovrebbe
convivere pacificamente al fianco di Israele, bensì sostituirsi ad
Israele di cui si nega il diritto all' esistenza. Questo paradosso non
viene meno anche di fronte all' orientamento della comunità ebraica di
assecondare la decisione del questore di Torino all' insegna del quieto
vivere e per non creare alcuna tensione che potrebbe portare all'
annullamento della presenza di Napolitano. Ebbene proprio il capo dello
Stato, che si è già coraggiosamente schierato a difesa del diritto di
Israele all' esistenza condannando l' antisionismo quale nuova forma di
antisemitismo, potrebbe nel sessantesimo della fondazione dello Stato
ebraico assumere una decisione altrettanto coraggiosa per legittimare a
pieno titolo l' esposizione della bandiera israeliana ovunque in Italia.
Napolitano potrebbe dare lui stesso l' esempio accogliendo una bandiera
israeliana offertagli dall' ambasciatore Gideon Meir, nel giorno dell'
inaugurazione della Fiera del Libro. Il suo esempio potrebbe essere
raccolto dalle istituzioni pubbliche e dagli enti locali, esibendo nel
giorno dell' indipendenza di Israele, il prossimo 14 maggio, la bandiera
israeliana. Sarebbe un gesto simbolico che, oggi più che mai, in una
fase storica in cui l' Iran e la Siria rincorrono l' arma atomica per
distruggere lo Stato ebraico, corrisponderebbe a una precisa scelta
etica a favore del diritto alla vita.

di Magdi Cristiano Allam
corriere della sera


30 aprile 2008

Israele. Se è genocidio, dimostrarlo è facile

 

Al Palazzo di Vetro i paesi arabi, spesso fiancheggiati da governi africani
e stati asiatici di religione islamica, ci provano continuamente a infilare
nelle risoluzioni e nei testi ufficiali delle agenzie Onu denunce e
dichiarazioni di condanna contro Israele per atti di razzismo,
discriminazione e genocidio. Il tentativo più clamoroso fu quello di Durban
1, la Conferenza mondiale contro il razzismo, la discriminazione razziale,
la xenofobia e altre forme correlate di intolleranza organizzata dalla
Commissione Onu per i diritti umani nell'estate del 2001 e risoltasi in un
attacco all'Occidente, e a Israele in particolare, che nel testo finale
proposto al voto dell'Assemblea generale erano accusati di violazioni
gravissime dei diritti umani. L'aggressione allora fu respinta dagli Stati
Uniti e da Israele che ritirano le loro delegazioni prima della conclusione
dei lavori dopo di che l'Unione Europea rifiutò di sottoscrivere il
documento finché le frasi incriminanti non furono cancellate.

Quell'evento sarà ricordato come la prima volta che gli Usa, e Israele al
loro fianco, hanno affermato e dimostrato di essere disposti a difendere
valori e interessi occidentali anche da soli, se necessario. Poche ore dopo
la chiusura della conferenza moriva assassinato il leader afghano
antitalebano Ahmad Shah Massud, il «Leone del Panshir», e poi sorgeva l'alba
dell'11 settembre: sconfitti a Durban sul piano diplomatico, i nemici
dell'Occidente erano passati all'offensiva armata. Tra un anno si svolgerà
Durban 2 e le prove di forza sono già incominciate. La più recente è quella
dello scorso 23 aprile, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Durante un'ennesima discussione in merito alle condizioni di vita a Gaza, il
rappresentante della Libia, Giadalla Ettalhi, le ha paragonate a quelle dei
lager nazisti, con l'aggravante dei bombardamenti, e ha chiesto che nella
dichiarazione ufficiale del Consiglio fosse inserito il termine «Olocausto».
 A quel punto l'ambasciatore francese si è alzato e se ne è andato, seguito
da cinque colleghi, dopo di che, su suggerimento dell'ambasciatore italiano
Marcello Sapatafora, il presidente di turno, il sudafricano Dumisani Kumalo,
ha dichiarato sospesa la seduta. L'unico a dare ragione alla Libia è stato
il rappresentante della Siria che ha commentato: «Coloro che si lamentano di
essere stati vittime di genocidio ripetono lo stesso tipo di genocidio
contro i palestinesi».

Genocidio è un termine che non si può usare a sproposito senza essere
contraddetti dalla realtà. Quando gli Hutu in Rwanda hanno provato a
sterminare i Tutsi - e in soli 100 giorni le vittime sono state 937.000
secondo i dati ufficiali del governo rwandese - i fiumi erano rossi di
sangue e, a confermare l'eccidio, poi, c'erano i cadaveri insepolti, le case
vuote, i bambini orfani, le scuole deserte, i campi incolti. La Cambogia ha
perso un terzo dei suoi abitanti durante il regime di Pol Pot, tra il 1976 e
il 1979, e questo risulta dai dati demografici oltre che dalle decine di
migliaia di teschi accumulati nei musei a perenne ricordo della tragedia. Lo
stesso vale per il genocidio armeno e naturalmente, prima di tutto, per
l'Olocausto che ha dimezzato gli ebrei residenti in Europa.

Ma gli andamenti demografici dei palestinesi sono tutti di segno opposto.
Nel 1949 i profughi erano meno di un milione e adesso sono cinque milioni.
In dieci anni la crescita demografica in Cisgiordania è stata del 37%, con
un tasso di fertilità di 5,4, e a Gaza del 45%, con una media di oltre sette
figli per donna, il tasso di fertilità più elevato del mondo. D'altra parte,
gli stessi dati usati per dimostrare il danno causato da Israele ai
palestinesi smentiscono il genocidio. Si prenda, ad esempio, Jean Ziegler,
il sociologo svizzero allievo di Che Guevara per anni relatore speciale
dell'Onu per il diritto all'alimentazione e ora nominato esperto nel
Comitato consultivo del Consiglio dei diritti umani sempre all'Onu. A lui si
deve l'espressione «punizione collettiva vietata dalle Convenzioni di
Ginevra» usata per la prima volta nel 2004 per definire lo stato di
malnutrizione in cui Israele costringerebbe i palestinesi. Secondo Ziegler,
in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è in corso una catastrofe
umanitaria e lo prova il fatto che «la Striscia di Gaza è uno dei luoghi più
affollati della terra con la più alta densità di popolazione: 1,3 milioni di
persone stipate in un'area di 360 chilometri quadrati».

     Grazie per il suo scritto ad Anna Bono


30 aprile 2008

E i media fanno sempre finta di niente

 

Razzi su Sderot: colpita scuola, città allo stremo

 Oltre dieci razzi Qassam sono stati sparati oggi dal nord della Striscia di Gaza verso il Neghev israeliano e in particolare verso la città di Sderot. Non si segnalano vittime. Fonti locali precisano che uno dei razzi è esploso all' interno del cortile di una scuola mentre le classi venivano aperte. Un altro ha sfiorato una stazione di benzina, un altro ancora è esploso in un deposito di camion. Nella zona del valico di Erez miliziani palestinesi hanno inoltre aperto il fuoco verso una pattuglia israeliana. Non si ha notizia di vittime. Ieri, in una conversazione con il premier Ehud Olmert, il sindaco di Sderot, Ely Moyal, ha fatto presente che la popolazione, dopo anni di bombardamenti quasi quotidiani da parte dei palestinesi, è allo stremo. Secondo Moyal, circa il 15% dei 20 mila abitanti ha abbandonato la città. 


30 aprile 2008

"E’ doveroso ammettere che in Europa i media non scrivono che raramente sulla questione curda"

Ricevo con piacere da Ercolina e trasmetto


 

intervista

 

la giornalista e scrittrice Ercolina Milanesi

"E’ doveroso ammettere che in Europa i media non scrivono che raramente sulla questione curda"

a cura di Shorsh Surme

- Lei sia come scrittrice sia come giornalista ha conosciuto tutte le tematiche in del Medioriente, e conosce bene la situazione del popolo curdo: un popolo oppresso da secoli, e suddiviso arbitrariamente dalle potenze vincitrici della prima guerra mondiale. Sono una della più importanti ed antiche civiltà dell’Oriente, eppure questa verità elementare e fondamentale resta quasi sempre nell’ombra. Ora che una parte della Kurdistan per esattezza il Kurdistan dell’Iraq si è liberta dopo molti anni di massacri e di brutalità commesso del regime dittatoriale di Saddam nei loro confronti. Secondo lei l’Europa cosa può fare per aiutare quella piccola parte del grande Kurdistan.?

- E’ doveroso ammettere che in Europa i media non scrivono che raramente sulla questione curda e questo è un fattore molto grave. Siete un grande popolo, coraggioso, avete subito un genocidio, la vostra terra è suddivisa in modo indegno, dopo anni e anni non siete ancora riusciti ad ottenere il vostro diritto di avere una nazione. L’Europa potrebbe fare molto per voi, ma gli interessi economici e politici prevalgono e ne abbiamo una prova con la Turchia che entrerà, molto facilmente, nell’Unione Europea.

- Al terzo millennio e all’anno 2008 è possibile che un popolo di 40 milioni di persone che possiede una storia,cultura e una lingua debba lottare ancora per la sua sopravivenza o meglio per la sua esistenza. Lei come vede il futuro di questo popolo è possibile un Kurdistan indipendente che come ben sa è molto più grande del Kosovo?

- Domanda molto ostica a cui rispondere. Pur essendo vostro inalienabile diritto avere un Kurdistan indipendente prevedo che non sarà facilmente raggiungibile in tempi brevi. In questo periodo, sia in Europa che in America, vi è una forte disoccupazione, l’economia è in crisi, lotte intestine nei vari stati in politica. Indi le vostre giuste pretese passano in seconda linea, come d’altronde quei poveri paesi africani ove ogni giorno muoiono a centinaia per mancanza di aiuti o meglio disinteresse.

- La nazione del Kurdistan sicuramente non può vantare gli uomini più ricchi del pianeta, anche se la terra curda galleggia su petrolio che il popolo curdo non mai potuto usufruire per suo sviluppo e per il suo ben essere e genericamente viene indicata come una minoranza oppressa, quindi domandarsi chi sono i curdi, e cercare una risposta a tale interrogativo secondo Lei non è un segno di civiltà?

- Ecco un motivo valido per non darvi il Kurdistan indipendente. I giochi di potere prevalgono su onore e dignità. Il petrolio è oro e difficilmente se ne separa.

Non dovete porvi la domanda chi sono i curdi, perché è lapalissiano che tutto il mondo vi stima, riconosce in voi un popolo meraviglioso che ha subito per anni torture ed avete dovuto andare raminghi per il mondo, scacciati da casa vostra ed ancora alla ricerca della vostra vera identità. Non chinate mai il capo, combattete per i vostri diritti, per la vostra libertà, siate orgogliosi delle vostre radici millenarie, della vostra cultura. Un giorno arriverà, anche per voi, l’agognato Kurdistan indipendente, siatene certi. Non sarete più un popolo che vive parte in Turchia, in Iran, in Iraq e in Siria, ma nel grande Kurdistan perché questa sarà la vostra Nazione, come di diritto.


 


30 aprile 2008

Israele: «Il generale italiano copre Hezbollah»

 


Denunciati quattro episodi in cui non sarebbero stati affrontati guerriglieri armati: un segnale per ottenere più fermezza

La pazienza è finita. Israele è stufo e spara a zero sull’Unifil e sul suo comandante, il generale italiano Claudio Graziano.

La dichiarazione di guerra, resa pubblica attraverso le indiscrezioni del quotidiano Haaretz, parla chiaro. Tsahal, l’esercito israeliano, e il ministero degli Esteri di Gerusalemme accusano la missione Onu di coprire ogni notizia sul riarmo delle milizie filoiraniane, sottolineano l’indulgenza dei Caschi blu nei confronti dei miliziani sorpresi a scortare camion di armamenti, rinfacciano al generale Graziano di interpretare con leggerezza e scarsa determinazione il dettato dalla Risoluzione 1701.

Il disappunto israeliano è espresso da alcuni alti ufficiali di Tsahal che, stando al quotidiano, rimproverano al nostro generale di «presentare mezze verità per evitare situazioni di imbarazzo e di conflitto con Hezbollah». Il generale Graziano nega tutto, liquida come «attività di disinformazione» le indiscrezioni di Haaretz e ricorda che le «ingiuste accuse» possono «ledere la credibilità della missione». Per il generale «la credibilità di Unifil è la nostra forza maggiore: siamo equi e fermi con tutte le parti, riportiamo e affrontiamo ogni violazione da qualunque parte arrivi. L’Unifil - aggiunge - sta svolgendo il suo compito principale, che è il mantenimento del cessate il fuoco in Libano in un momento interno di grave difficoltà».

Le «mezze verità» del generale Graziano, a detta degli israeliani, puntano invece a coprire i quattro incontri ravvicinati tra Caschi blu e miliziani armati del Partito di Dio susseguitisi negli ultimi sei mesi. In tutti questi casi, sostiene Haaretz, l’Unifil non solo non ha fatto nulla, ma ha anche omesso di trasmettere «un rapporto completo sull’incidente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu».

La più grave delle «mezza verità» coprirebbe l’incidente del 30 marzo, quando una pattuglia italiana sarebbe stata messa in fuga con le armi da Hezbollah. Secondo il comando Unifil tutto si riduce ad una fugace contrapposizione notturna con degli «uomini armati non identificati». Secondo Haaretz l’incontro è un vero «scontro», durante il quale gli uomini di Hezbollah di scorta ad un «camion pieno di esplosivo minacciano il battaglione italiano dell’Unifil con le armi». E la reazione dei nostri soldati non è – per Haaretz - delle più efficaci visto che «invece di usare la forza come richiesto dal mandato i soldati dell’Onu hanno abbandonato la loro posizione».

L’«annacquato» rapporto dell’Unifil al Consiglio di Sicurezza ometterebbe tutti questi particolari, liquidando l’incidente come «il primo di questo tipo» e dimenticando i tre casi analoghi dei mesi precedenti. Il generale Graziano replica di aver lui stesso «riportato l’accaduto in sede di riunione tripartita». Un comunicato dell’Unifil ammette però che la pattuglia italiana è stata bloccata da «tre macchine cariche di uomini armati mentre seguiva un pick up» e conferma indirettamente la gravità dell’episodio. «La pattuglia – ammette l’Unifil - ha fronteggiato gli elementi armati che hanno abbandonato la zona tre minuti dopo».

L’aspetto più interessante della polemica innescata da Haaretz è il taglio «italianocentrico» delle accuse. Oltre a puntare il dito contro Graziano, le anonime fonti di Gerusalemme sottolineano le responsabilità dell’unità italiana, colpevole di aver permesso il passaggio di un carico di armamenti. Tutta questa animosità, secondo alcuni osservatori, non va letta come un’accusa ai nostri militari, ma come una denuncia dell’uscente governo Prodi colpevole di sfruttare il comando dell’Unifil e il controllo del contingente più numeroso (2.400 uomini su 13mila) per imporre un comportamento remissivo e indulgente nei confronti di Hezbollah.

Israele, insomma, vuole approfittare del cambio ai vertici della politica italiana per chiedere all’Onu e alla comunità internazionale maggior determinazione e più concretezza nell’attuare quel mandato della risoluzione 1701 che prevede, tra l’altro, il disarmo di tutte le milizie presenti nel sud del Libano. Propositi espressi con chiarezza da una fonte del governo israeliano secondo cui «la politica della copertura e dell’annacquamento non durerà a lungo, una volta reso pubblico il tentativo di nascondere le informazioni le cose cambieranno».
Gian Micalessin
 Il Giornale


30 aprile 2008

Libano: bufera sulla missione Unifil

 

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Israele accusa Claudio Graziano, il comandante della missione Unifil in Libano, di aver nascosto deliberatamente informazioni sul rafforzamento militare della milizia sciita di Hezbollah nel Libano, a sud del fiume Litani. Secondo il quotidiano Hareetz, che riporta autorevoli fonti del governo di Gerusalemme, negli ultimi sei mesi sarebbero avvenuti diversi momenti di tensione tra i caschi blu e i miliziani sciiti, dei quali il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non è mai stato messo al corrente.

Il dubbio che l’operazione Leonte, dove i soldati internazionali sono chiamati ad agire come semplice “cuscinetto” tra i contendenti, stia insabbiando le attività di Hezbollah cova da tempo tra gli alti comandi dell’esercito israeliano ma è esploso nel corso di una riunione a porte chiuse dopo l’episodio, rivelato di recente, che ha visto la notte tra il 30 e il 31 marzo militari italiani scoprire un carico di armi e tornare alla base sotto le minacce di un gruppo di miliziani. Graziano, secondo gli alti gradi dell’esercito ebraico, “continua a presentare mezze verità nel timore di eventuali conflitti con Hezbollah” .

Quello che secondo Israele il comandante italiano sta mettendo in atto è un’interpretazione quantomeno indulgente del suo mandato ma il cui risultato è quello di svuotare il contenuto della risoluzione 1701 (...). Secondo una fonte diplomatica delle Nazioni Unite contattata da Hareetz, anche l’incidente di marzo era destinato ad essere cancellato dal rapporto dell’Onu sotto pressioni del segretariato generale del Palazzo di Vetro e di ufficiali in alto grado di Unifil. Uno dei problemi più dibattuti della missione in Libano sono le cosiddette regole di ingaggio, in base alle quali i soldati possono sì usare le armi per disarmare i contendenti ma solo se attaccati.

Panorama


30 aprile 2008

Nuova realizzazione di soldato-robot da parte della difesa israeliana, guardium il terrore della prima linea

  Porta 300 chili di carico senza discutere, fa turni di oltre 24 ore senza stancarsi, vede a 360 gradi e svolge i servizi più disparati grazie alla flessibilità del proprio software. Sa usare perfettamente le armi e lo può comandare anche un infante che sappia usare la PlayStation.

Difesa a Tel AvivCos'è? È
Guardium, il nuovo robot-soldato sviluppato da G-nius Unmanned Ground System per il Ministero della Difesa israeliano. Si muove su quattro ruote ma funziona esattamente come un soldato vero: può sostituire un milite reale in moltissime missioni, riducendo il rischio di perdita di vite umane.

Esattamente come molti
droni (velivoli privi di pilota), Guardium agisce sotto il controllo di una postazione remota, distante dalla linea del fronte operativo. Può montare telecamere aggiuntive, visori notturni ed altri sensori, nonché impiegare strumenti letali come armi automatiche.

Seguendo rotte preimpostate può girare da solo per le città: sa perfettamente come agire al cospetto di incroci, traffico e gomitoli di strade. Può sorvegliare confini, scandendoli a 360 gradi con le telecamere rotanti e avvertire l'operatore se rileva qualcosa di anomalo. Non meno importante, non ha mai sonno, non ha una famiglia che rischia di abbandonare e, in caso di perdita, "robot vuol dire non dover scrivere una lettera di condoglianze", dice John Pike, direttore della think tank Globalsecurity.org.

La console di comando è un perfetto arcade-game: due grandi schermi, un joystick e due pedali, uno per accelerare e uno per frenare. Il tutto a disposizione dell'operatore, qualora fosse opportuno prenderne il controllo manualmente.

Stavolta non si tratta di un concorso, come
accaduto a Singapore, o di insettoidi dall'aspetto sinistro. Pochi ed ermetici sono i commenti dei generali israeliani: hanno riferito solo che ancora non è operativo, null'altro. L'unico mezzo simile sinora attivo è quello impiegato per pattugliare la zona smilitarizzata che separa le due Coree. Ma rispetto ai primi esemplari simili, sviluppati da Samsung per la Corea, costa di più: ci vogliono 600 mila dollari (circa 385 mila euro) per averne uno e il prezzo varia a seconda del software in dotazione.

Marco Valerio Principato p.informatico



30 aprile 2008

“Il dolore d’Israele è più sincero di quello dei terroristi che si fanno scudo dei civili”

 

Olmert: “Profondo rincrescimento”

 

Profondo rincrescimento: lo ha espresso il primo ministro israeliano Ehud Olmert aprendo martedì la riunione del governo, a proposito della morte, lunedì a Beit Hanoun (striscia di Gaza), di una madre palestinese e dei suoi quattro figli.
“A nome del governo e dello stato di Israele – ha detto Olmert – desidero esprimere il più profondo rincrescimento per il tragico incidente in cui sono rimasti uccisi una madre e i suoi quattro bambini. Siamo anche addolorati – ha poi aggiunto – per i nostri bambini che da anni vengono incessantemente bersagliati, compreso il piccolo che ha perduto una gamba alcune settimane” a causa di un Qassam palestinese.
“Siamo addolorati per il fatto che dei civili vengano colpiti, e ci rincresce che Hamas continui a operare dall’interno di zone abitate da civili esponendoli a conseguenze che non sono affatto nelle nostre intenzioni e che anzi le contraddicono, ma che diventano inevitabili a causa del fatto che siamo costretti a difendere i nostri cittadini. Sono convinto che il nostro rincrescimento è più autentico, sincero e addolorato di quello delle organizzazioni terroristiche, che si fanno scudo dei loro civili”.
Olmert ha sottolineato che proseguono le indagini sull’incidente da parte delle Forze di Difesa israeliane, che lunedì ribadivano la valutazione secondo cui la strage sarebbe stata causata dall’esplosione a catena di alcuni ordigni che venivano trasportati da una cellula di terroristi presa di mira dalle forze aeree israeliane.
“Per tutta la mattina – ha ricordato Olmert introducendo martedì la riunione del governo – sono piovuti Qassam palestinesi sulle comunità di civili nel sud di Israele, e uno ha centrato in pieno un’abitazione. Ieri (lunedì) non meno di diciotto missili Qassam palestinesi erano stati lanciati sulle città attorno alla striscia di Gaza ed era stata colpita una casa a Sderot, fortunatamente senza causare vittime. Mi auguro – ha concluso il primo ministro israeliano, alludendo agli sforzi egiziani per mediare una tregua – che le organizzazioni terroristiche vogliano cessare il loro fuoco indiscriminato, e mi rincresce che invece continuino senza sosta. Finché le organizzazioni terroristiche continueranno a fare fuoco dalla striscia di Gaza sui nostri cittadini del sud, le Forze di Difesa israeliane continueranno ad operare contro di loro”.

Scrive l’editoriale di Yediot Aharonot che il tragico incidente nella striscia di Gaza “e stato un errore operativo, non morale. Coloro che sparano regolarmente e deliberatamente sui nostri civili determinano di conseguenza che anche dei loro civili possano restare uccisi per errore, di tanto in tanto. Non è né bello né giusto, ma è un dato di fatto. Esprimiamo profondo dolore, ma non abbiamo da chiedere scusa”.

(Da: YnetNews, Jerusalem Post, 29.04.08)

Nella foto in alto: Terroristi manovrano armi ed esplosivi in mezzo ai bambini palestinesi nella striscia di Gaza (foto d’archivio)


30 aprile 2008

Una foto che vale mille parole

 

Calev Ben-David

Se è vero che tante volte una foto vale mille parole, allora la foto presentata giovedì scorso al Congresso americano che ritrae il capo della Commissione nucleare siriana insieme al Direttore del reattore nucleare nordcoreano di Yongbyon vale la lunghezza di tutto l’articolo qui di seguito.
Se qualcuno si domandava come è stato possibile che si verificassero esattamente nello stesso momento due sviluppi concernenti la Siria (le recenti rivelazioni sull’attacco israeliano dello scorso settembre su un presunto impianto nucleare siriano costruito con l’aiuto dei nordcoreani, e il recente scambio di messaggi tra il primo ministro israeliano Ehud Olmert e il presidente siriano Bashar Assad, con cui Olmert avrebbe espresso approvazione alla cessione del Golan a Damasco in cambio di un autentico accordo di pace), la vista di questi due particolari funzionari – siriano e nordcoreano – che sorridono come scemi davanti all’obiettivo offre una spiegazione assai convincente.
Naturalmente all’audizione del Congresso sono state presentate altre e particolareggiate fotografie del reattore siriano di Tibnah, prove ancora più schiaccianti del ruolo svolto dalla Corea del Nord nell’aiutare Damasco a costruire il reattore che sarebbe dovuto entrare in funzione fra breve. Ma nessuna era personalmente imbarazzante come quello scatto. Ed altrettanto, se non più, eloquente del contenuto delle foto è il fatto che esse, a quanto pare, siano state fornite, o forse addirittura scattate, da un agente israeliano presso l’impianto siriano.
Se autentiche – e nonostante le smentite siriane, non c’è motivo di dubitarne, alla luce delle altre prove presentate dalla Cia al Congresso la scorsa settimana – queste foto fanno parte di uno dei più straordinari colpi di intelligence messi a segno da Israele contro la Siria dai tempi dell’affare Eli Cohen degli anni ’60. La presentazione in pubblico di queste fotografie a poca distanza dall’assassinio a Damasco, lo scorso febbraio, del capo delle operazioni terroristiche di Hezbollah Imad Mughniyeh, costituisce un tremendo imbarazzo internazionale per il regime di Assad. Sicuramente salteranno delle teste, a Damasco, forse anche in senso letterale, sempre che non sia già successo.
Nessuna meraviglia, dunque, che fonti israeliane abbiano ripetuto per settimane che il governo Olmert avrebbe preferito che il Congresso non tenesse quest’audizione, nel timore che la rivelazione del materiale potesse scuotere a tal punto Damasco da spingerla a reagire con qualche sventatezza militare contro Israele.
Il che probabilmente getta anche nuova luce sui recenti sviluppi nelle relazioni israelo-siriane, in particolare il già ricordato scambio di messaggi tra Olmert e Assad via governo turco, col quale il primo ministro israeliano avrebbe segnalato all’interlocutore siriano la propria disponibilità a un completo ritiro dalle Alture del Golan. Aver fatto trapelare sulla stampa la scorsa settimana qualche informazione circa tale scambio molto convenientemente assicura ad Assad qualche elemento con cui salvare la faccia e con cui distrarre i mass-media; cosa di cui sicuramente sentiva un gran bisogno in questo preciso momento per controbilanciare le novità in arrivo da Washington.
Col che non si vuol dire che l’offerta del Golan da parte di Gerusalemme fosse poco sincera o solo un cinico stratagemma per ridurre le tensioni con la Siria in un momento in cui avrebbero potuto raggiungere il punto di rottura. Dopo tutto, è ragionevole supporre che Olmert sia disposto a spingersi almeno fin dove si spinse il suo collega di coalizione, il ministro della difesa Ehud Barak, quando da primo ministro laburista negoziò con i siriani sul Golan otto anni fa. E forse persino un po’ più avanti, vale a dire fino a un accesso dei siriani al Lago di Tiberiade, purché nel quadro di una corretta formula complessiva.
Tuttavia vi sono diverse ragioni per cui Olmert potrebbe avanzare in questo momento una siffatta offerta nella consapevolezza che è improbabile che conduca a un reale accordo, che potrebbe risultargli politicamente problematico attuare in tempi ravvicinati.
Innanzitutto le condizioni legate all’offerta, e cioè che la Siria interrompa i suoi legami con Hamas e Hezbollah ed esca dall’orbita iraniana: condizioni probabilmente troppo difficili da ingoiare per Assad in questo frangente.
Secondo, i progressi sull’asse israelo-siriano dovrebbero probabilmente aspettare che l’amministrazione Bush, infuriata con Damasco per motivi legati all’Iraq, lasci la Casa Bianca all’inizio dell’anno prossimo.
Né Olmert può realisticamente aspettarsi che un accordo sul Golan trovi sufficiente sostegno all’interno del suo stesso governo, e nemmeno nel suo partito Kadima. Anzi, forse anticipando le reazioni negative alle rivelazioni sul suo scambio con Damasco, il primo ministro si è opportunamente organizzato una breve vacanza per la pasqua ebraica sul Golan proprio mentre uscivano queste notizie, giusto nel caso qualcuno temesse che abbia intenzione di precipitarsi a restituire le Alture ai siriani. È questo affabile tocco da pubbliche relazioni che dimostra ancora una volta che quintessenza di politico sia Olmert.
Ma la presentazione tenuta giovedì scorso a Washington dimostra anche qualcos’altro. Per quanti errori questo primo ministro possa aver fatto, è chiaro che ha avuto assolutamente ragione a ordinare il raid sull’impianto di Tibnah lo scorso settembre, nonostante i terribili rischi implicati. Le prove presentate a Washington mettono in chiaro che quel reattore era in uno stadio avanzato di sviluppo e poneva una minaccia incombente sottoforma del plutonio arricchito che avrebbe potuto produrre per armi nucleari. Di più, secondo fonti americane Olmert è andato avanti e l’ha fatto nonostante le esitazioni di Washington sul fatto se fosse preferibile tentare prima la via delle pressioni diplomatiche su Damasco. Come qualcuno nell’amministrazione Bush, dopo il fiasco sulle armi di sterminio irachene, riesca ancora a pensare che questa opzione possa credibilmente mobilitare il sostegno internazionale alla causa contro il programma nucleare siriano va oltre le possibilità di comprensione. Basta considerare la reazione ridicolmente assurda, lo scorso finesettimana, da parte del capo della AIEA (International Atomic Energy Agency) Mohamed ElBaradei – che ha preferito non criticare la Siria per la violazione evidente del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare da essa firmato, e accusare piuttosto Israele di aver “compromesso il necessario processo di verifica” – per capire che Gerusalemme non aveva altra scelta che quella di agire rapidamente di propria iniziativa.
E Olmert ha agito.
Molti di quelli che nel 1981 criticarono Menachem Begin quando ordinò il raid sul reattore Osirak di Saddam Hussein,oggi a posteriori ammettono che aveva preso la decisione giusta. Lo stesso dovrebbe valere oggi, almeno in Israele, circa questo primo ministro così tanto criticato (e non senza ragione), il quale però, dando luce verde all’operazione del 6 settembre, ha reso un servizio coraggioso alla sicurezza del suo paese, e dell’intera regione. Anche se le ricadute di Tibnah continueranno senza dubbio influenzerà il nostro corso per settimane e per mesi, negli anni a venire potremo tutti dormire sonni più tranquilli sapendo che da qualche parte, laggiù nell’entroterra siriano i sogni atomici di Damasco giaceranno sepolti sotto le sabbie del deserto per un bel pezzo.

(Da: Jerusalem Post, 27.04.08)

Nella foto in alto: il capo del reattore nordcoreano con il capo della Commissione per l’energia atomica siriana


29 aprile 2008

A volte una immagine vale più di mille parole….

 
Focus on Israel


29 aprile 2008

Holywar, uno dei più beceri e visitati siti antisemiti

 

Con versioni in 7 lingue diverse
http://holywar.org

gestito dal norvegese Alfred Olsen, famigerato cattolico tradizionalista è di nuovo online con tutto il suo pattume.
Dello squallido personaggio fa cenno anche Luigi Vianelli nel suo saggio online sul negazionismo:
http://www.olokaustos.org/saggi/saggi/negaz-ita/negaz5.htm

Il sito pare fosse stato chiuso dallo stesso Olsen e non, come pensavo e speravo, da qualche tribunale che, invece, aveva oscurato nel 2004 un sito italiano quasi omonimo "Holy war against Zionist Occupation Government", il cui gestore di Viterbo, è difeso dall' avvocato di Pordenone Edoardo Longo, legale abituale dei neonazisti italiani e gestore a sua volta di altri indecenti siti neonazisti e antisemiti.

E’ comunque un’indecenza che il sito Holywar continui, non solo ad esistere, ma ad essere indicizzato su tutti i motori di ricerca.


29 aprile 2008

Alemanno votato dal ghetto

 

“Ho perso un nonno ad Auschwitz, per me è stata una scelta difficile”

Roma. Nella comunità ebraica che si stabilì lungo le rive del Tevere, la più antica di Europa, il neosindaco Gianni Alemanno è avvertito soprattutto come uomo d’ordine. Nel “serraglio dei giudii”, il ghetto di Roma, “il recinto di strade assai meschino, ch’è ombroso e renne ancor malinconia” come cantava Meo Patacca, si respira da tempo un’aria di cambiamento. Sicurezza, degrado urbano, insofferenza per il governo uscente sulla politica estera filoaraba, il solido rapporto della destra finiana con Israele, numerosi sono stati i motivi che hanno spinto gli ebrei romani a votare Alemanno. Di mille deportati dal ghetto, da Auschwitz ne tornarono in tutto quindici tra i quali una sola donna e nessun bambino. Ma il retroterra missino, “subumano” secondo una corsivista del Manifesto, non è stato una discriminante contro Alemanno. “Lo abbiamo votato per la Roma sporca, menefreghista, sudicia e per la sicurezza” ci dicono da Spizzichino, il famoso negozio di merceria. “A parole sono tutti bravi, ora si vedrà come agiranno. Noi non dimenticheremo mai, ma sono passati sessant’anni e magari è un’altra destra. Serviva un cambiamento”. Secondo Edith Arbib, esponente di spicco della comunità, “il supporto e l’amicizia verso Israele dimostrati più volte da Alemanno ci portano a manifestargli la nostra stima. Ricordiamo suoi incontri con il Movimento dei Kibbutzim”. Giuliana, che vende oggetti di judaica, ora si aspetta dei fatti. “Qui non si vive più, è degrado generale. Al nord fanno le ronde? Bene, non sarebbe male se ci fossero anche qui. A Sant’Ambrogio, qui vicino, c’è un centro sociale, il venerdì e il sabato è un dramma, ci hanno invaso, fino alle quattro di notte bevono e si drogano. Veltroni ha messo una discoteca dove si radunano i peggio della terra. E’ la rovina delle strade, uno schifo. Io quindi guardo oltre, altro che pregiudiziale fascista”. Una splendida signora anziana alza il pollice, “non voglio promesse, ma che vadano avanti i più bravi”. Per molti il ricordo delle Fosse Ardeatine è ancora ingombrante: “Chieda chi hanno votato i morti?” sbraita un anziano negoziante. “Lo chieda ai cattolici uccisi in quella catacomba ebraica”. Di gesti di empatia verso la comunità ebraica Gianni Alemanno ne ha compiuti molti in queste settimane. “Credo che sia giusto dotare la comunità ebraica di Ostia, una delle più popolose d’Italia, di una sinagoga” ha detto a ridosso del ballottaggio. Un impegno che affiancherà a quelli già assunti in collaborazione con la comunità ebraica di Roma, come portare a termine il museo della Shoah, la riqualificazione del ghetto e la ricerca di uno spazio per un nuovo cimitero. “In passato ci siamo espressi soltanto quando c’era un’evidente ostilità verso l’ebraismo” ci spiega Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma. Come nel caso di Storace, “perché ha costruito la scissione nel non prendere le distanze dal fascismo. Abbiamo avuto un grande rapporto con Veltroni e poi con Rutelli, che sono molto diversi dal pensiero di D’Alema su Israele. E forse quello che ha premiato Alemanno è stato più un voto contro D’Alema che a suo favore. Abbiamo molto valutato il movimento dentro Alleanza nazionale, penso al gesto di Gianfranco Fini al memoriale israeliano dello Yad Vashem”.
Alemanno non si è mai dissociato da Fini, a differenza di Storace. “Alleanza nazionale è confluita in un grande partito che non ha alcun complesso nostalgico, ma che anzi è evidentemente antifascista. Nelle formazioni giovanili ci sono atteggiamenti ancora sbagliati, ma dobbiamo essere felici che ci sia una destra occidentale e conservatrice come nel resto d’Europa. Non mi sfuggiva che l’elettorato ebraico si fosse spostato verso il centrodestra, lo ha fatto chi ha avuto vittime nella Shoah e non dobbiamo mai rimproverare loro una simile scelta. E poi non viviamo solo di ricordo, vogliamo dare garanzie ai nostri figli, agli ebrei vivi”.
Alexandra ha una gioielleria. “Sono felice del risultato, meno male. Lo abbiamo votato per i pochi soldi, contro chi governava e per la sicurezza. E poi l’appoggio di Berlusconi era una garanzia per la comunità ebraica. Bisogna viverci qui per capire”. Liana Dellarocca nel ghetto ha un negozio di abbigliamento da più di mezzo secolo. “Se anche noi di origine ebraica abbiamo votato Alemanno, significa che la sinistra ci ha proprio deluso” racconta parlando di un familiare ridotto in cenere a Birkenau. “Si cerca di ricredersi sul passato delle persone. Siamo italiani di religione ebraica e per me è stata una scelta difficile, la sinistra non mi piaceva come pensa e a mali estremi estremi rimedi. Io ho pur sempre perso un nonno ad Auschwitz”.

di Giulio Meotti
Il Foglio


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29 aprile 2008

Gerusalemme, la bandiera piu' grande del mondo per i 60 anni dello Stato di Israele

 

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Quella bandiera di Israele da 18.847 metri

Questa bandiera,  di 18,847 metri quadrati,  5.2 tonnellate di peso,  avendo superato il record detenuto precedentemente,  è oggi la bandiera più grande  al Mondo.


italiasvegliati

Da portarla a Torino alla Fiera del Libro…
F G Mangascià
italiasvegliati@gmail.com


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29 aprile 2008

Assegni: dal 30 aprile le nuove regole

 

Le novità sono state messe a punto dal ministero dell'Economia per combattere fenomeni di riciclaggio e adeguarsi alla normativa comunitaria: norme che complicheranno di sicuro la vita già complicata dei cittadini onesti e che, in termini di lotta al riciclaggio, rappresentano delle scelte ridicole, un po' come se si prtendesse di andare a caccia di tigri con la retina per le farfalle ...
Hurricane 53




Ecco le sei regole principali che l'Abi (Associazione bancaria italiana) ricorda ai clienti.

1) Gli assegni bancari, circolari o postali con un importo pari o superiore a 5.000 euro dovranno riportare la clausola "non trasferibile".

2) Chi vuole continuare ad utilizzare assegni in forma libera, per importi inferiori a 5.000 euro, può farlo con una richiesta scritta alla propria banca e per ciascun assegno rilasciato o emesso in forma libera senza la dicitura "non trasferibile" è previsto dalla legge il pagamento di un'imposta di bollo di 1,50 euro che la banca verserà allo Stato.

3) I vecchi carnet di assegni, emessi prima dell'entrata in vigore delle nuove misure, potranno essere usati fino al loro esaurimento, e per importi pari o superiori a 5.000 euro è necessario "'validarli" inserendo la clausola di "non trasferibilità".

4) Sugli assegni in forma libera ogni girata, pena la sua nullità, dovrà riportare il codice fiscale di chi la effettua.

5) Gli assegni intestati a "me medesimo" o "m.m" possono essere girati per l'incasso soltanto presso uno sportello bancario o postale, vengono considerati "non trasferibili" e possono essere incassati unicamente dall'emittente, che non può girarli ad altri.

6) Il saldo dei libretti di deposito al portatore non potrà essere pari o superiore alla somma di 5.000 euro. Per quelli in essere è prevista l'estinzione o la riduzione alla soglia stabilita dalla legge entro il 30 giugno 2009.



29 aprile 2008

Hamas: “La tregua è solo una mossa tattica”

 Hamas accetterebbe un cessate il fuoco proposto dall’Egitto solo come una mossa “tattica” nella sua lotta contro lo stato d’Israele. Lo ha detto esplicitamente sabato scorso il capo del Politburo di Hamas con base a Damasco Khaled Mashaal in un’intervista alla tv al-Jazeera, facendo riferimento a una tregua di sei mesi proposta dall’Egitto tra Israele e la striscia di Gaza controllata da Hamas.
Nell’intervista, Mashaal ha detto che il suo movimento è disposto a cooperate, ma ha aggiunto subito dopo: “E’ una tattica nella conduzione della lotta. E’ normale, per un movimento di lotta armata che opera nell’interesse del popolo, in certi momento intensificare (gli attacchi), in altri tirarsi un po’ indietro. E’ così che deve essere condotta la battaglia, e Hamas sa come farlo. Nel 2003 ci fu un cessate-il fuoco – ha continuato il leader di Hamas – e poi le operazioni sono riprese”.
Detto questo, Mashaal ha aggiunto che Hamas starebbe ancora aspettando la risposta ufficiale di Gerusalemme all’offerta di tregua avanzata dal suo gruppo, e ha minacciato “un’esplosione di violenza” se Israele dovesse respingere l’offerta.

(Da: YnetNews, Jerusalem, Post, 26.04.08)

Nella foto in alto: il capo del Politburo di Hamas Khaled Mashaal


29 aprile 2008

Corsa all'energia atomica in tutto il mondo

 


La centrale nucleare di Alania (Grecia)

L’energia nucleare sembra tornata di gran moda nella stagione dell’affanno energetico e dell’allarmismo climatico e ambientale. Qua e là nel mondo si manifesta sempre più palesemente il rinnovato interesse di alcuni paesi verso questa forma di produzione energetica, divenuta centrale anche in chiave geopolitica. In quest’ottica, i paesi già dotati della tecnologia e da sempre orientati all’innovazione ed allo sviluppo delle centrali sul proprio territorio si fregano le mani. Saranno proprio loro i primi, diretti beneficiari del fenomeno ormai noto come “revival nucleare”. Attualmente, il mondo conta 441 centrali nucleari attive. Un’ulteriore trentina risulta in fase di costruzione. Secondo le stime di alcuni analisti il 2050 vedrà la presenza di 5-600 impianti attivi.

Le cause di un tale incremento sono facili da ricostuire. Molti degli stati sviluppati, cui si aggiungono quelli in via di (tumultuosa) crescita economica, si trovano oggi ad affrontare il rebus della dipendenza energetica da paesi produttori instabili, situati in regioni “calde” del globo o pronti ad utilizzare le proprie risorse in chiave politico-strategica, con interessi sovente contrapposti a quelli dei grandi importatori. La polveriera vicino-orientale, croce e delizia di americani ed europei, si rivela sempre più a rischio. Russia, Iran, Venezuela, Libia e altri giocano la carta energetica appena possono, alterando a proprio vantaggio le regole del gioco. L’Africa, da più parti considerata il nuovo epicentro dei sondaggi volti alla scoperta e al conseguente sfruttamento di nuovi giacimenti di gas e di petrolio, non offre garanzie adeguate a coloro che si accingano ad investirvi somme ingenti. La cronica instabilità politica, la corruzione capillarmente diffusa, la presenza di gruppi sempre più agguerriti che rivendicano una parte dei benefici dell’estrazione di materie prime rendono insicuri gli investimenti nel continente. La concorrenza cinese, inoltre, sembra saper sbaragliare i competitori occidentali con grande agevolezza, attraverso la pratica rituale della “cooperazione incondizionata”. Flusso di capitali in moneta sonante, infrastrutture, formazione: le compagnie di Pechino esportano tutto questo nel Continente Nero (e non solo) per mettere le mani sulle risorse, senza però imporre, o per lo meno suggerire, democrazia, rispetto dei diritti umani ed affini. Un modello, superfluo sottolinearlo, che ai politici africani piace, e parecchio.

Nel 2007 l’attenzione mediatica e politica a livello globale si è appuntata sulle tematiche ambientali, con riguardo particolare ai cambiamenti climatici. Basti pensare al Premio Nobel assegnato ad Al Gore ed agli scienziati componenti l’Intergovernamental Panel on Climate Ch’ange, il primo riferimento del Presidente Bush alla tematica in esame in un suo discorso ufficiale, gli ambiziosi obiettivi 20+20+20 stabiliti dall’Unione europea. Il nodo è costituito, come noto, dalle emissioni climalteranti di cui i combustibili fossili tradizionalmente utilizzati per produrre energia sono responsabili. I sostenitori del nucleare sottolineano la sua qualità di energia verde. Secondo le loro teorie, i rischi che essa produce sono di gran lunga inferiori a quelli dell’effetto serra, tanto in termini ecologici quanto di salute umana. Ambientalisti di lungo corso, come James Lovelock nel Regno Unito e Chicco Testa in Italia, capeggiano la schiera dei sempre più numerosi fautori dell’atomo, a loro avviso la risposta agli imperativi posti dal cambiamento climatico. Gli avversari del nucleare, però, sono altrettanto pugnaci e non privi di argomenti. Qualcuno nutre forti remore circa le scorie, spingendosi ad affermare che queste equivalgano a bombe, sepolte nel sottosuolo a rischio e pericolo delle generazioni a venire. Altri temono l’eventualità che si verifichino incidenti devastanti, memori di Chernobyl. Altri ancora prevedono, per effetto della corsa all’uranio, un innalzamento vertiginoso dei prezzi della materia, simile a quello determinato per il greggio dall’inestinguibile sete dei nuovi colossi asiatici. Le centrali di quarta generazione (attive nel medio termine, oggi sono utilizzate quelle di terza generazione più) sembrano offrire sufficienti garanzie in termini di sicurezza, mentre la soluzione delle criticità legate allo smaltimento delle scorie pare più lontana; qualche segnale positivo proviene dai trasmutatori atomici, auspicabilmente pronti nel giro di qualche decennio, in grado di ridurre la vita media dei materiali radioattivi artificiali.

La considerazione più allarmante concerne il pericolo di una proliferazione del nucleare non civile, l’ eventualità che un numero sempre più ingente di stati si doti della famigerata bomba, l’arma per eccellenza. E’ chiaro che il ricorso alla tecnologia per il nucleare civile faciliti enormemente lo sviluppo dell’arsenale atomico. Le mosse dell’Iran innervosiscono i paesi sunniti dell’area, preoccupati dall’influenza e dal prestigio conseguiti da Teheran anche attraverso il potenziale sviluppo del proprio armamentario. Così, fioriscono i programmi per la creazione delle centrali proprio in quei paesi produttori di greggio che, in apparenza, dovrebbero essere totalmente autosufficienti. Qualcuno vede nella rincorsa al nucleare civile anche un calcolo di natura precauzionale, dovuto alle più recenti ed allarmistiche stime sull’esaurimento dei giacimenti nel medio periodo. Il Venezuela di Chavez non nasconde di considerare l’atomica uno strumento di affrancamento dalla tradizionale egemonia Usa nel continente. Il Pakistan sigla con la Cina un accordo per rispondere alla partnership operativa tra Nuova Delhi e Washington. La Libia si è rivolta ai francesi con lo stesso obiettivo. La corsa è iniziata, gli atleti impegnati sono sempre più numerosi ed agguerriti. Intanto, a Roma, tutto tace.

Francesco Tajani


29 aprile 2008

La Festa della Liberta'

(un po in ritardo) :)
 


Questa sera, in Israele, domani nella diaspora,
ha fine la settimana di Pesach ed esplode
la festa di Mimouna, tradizionale e gioiosa celebrazione
di origine ebreo-marocchina che segna la fine del
divieto di mangiare hametz e l'inizio della primavera.
Si aprono le porte di casa, si mettono a disposizione
di chiunque tavolate di dolciumi, ogni tipo di delicatezze,
leccornie e tanta allegria, musica e balli.
La sera del Seder quasi tutti in Israele hanno
lasciato due posti liberi alle tavole imbandite,
uno per il profeta Elia e uno per i nostri soldati
rapiti e scomparsi nel buio tunnel della barbarie araba.
Alla fine della cena e della Hagada',
la storia della Liberazione dalla schiavitu',
il grido che, per disperazione, abbiamo
ripetuto per 2000 anni, e che oggi continua
per tradizione ( e forse per scaramanzia)
"L'anno prossimo a Gerusalemme".
Finita la schiavitu', liberta', liberta' per il popolo
ebraico, i soldati del Faraone ci inseguono ma le
onde del Mar Rosso si chiudono su di loro.

Liberi!
Non avevamo altro che un sogno, il sogno di Israele.
Liberi!
Oggi abbiamo Israele e ce lo vogliono togliere.
Liberi!
Oggi abbiamo un esercito glorioso che ci difende.
Liberi!
Oggi abbiamo ancora tanto odio da combattere.

Ma come fanno a odiare tanto? Non esiste una
sola parte del mondo in cui non si urlino insulti
contro Israele.
Carter , il peggior presidente nocciolina americano,
quello che ci accusa di apartheid e che guadagna
fior di soldoni col libro antisemita che ha scritto,
e' andato da Meshal, capo dei terroristi di hamas.
E' andato, contro il parere di tutti, perche' lui,
l'angioletto, vuole che facciamo la pace ed
e' ritornato esultante perche' il capomafia palestinese,
residente a Damasco, gli ha risposto:
" Ma certo, se Iraele si ritira entro i confini pre 67,
rinuncia a Giudea, Samaria, Gerusalemme, Golan e
magari anche a qualcosaltro, tipo difesa e sicurezza,
io che sono un capomafia generoso concedo allo stato
sionista 10 anni di TREGUA".
Mannaggia, com'e' buono lei, mister Meshal.
E fra 10 anni, quando praticamente Israele sara'
relegato dentro pochi kilometri quadrati, e voi
vi sarete armati fino ai denti, magari anche
con armi nucleari, cosa faremo? Ci mettiamo a
giocare a moscacieca cosi' ci gettate in mare
con minor fatica?
Bastasse nocciolina Carter ! Lui e' solo uno
dei tanti nostri odiatori.
Abbiamo anche un'ebrea, premio nobel per
la letteratura, Nadine Gordimer, sudafricana, comunista,
candidata al Premio Israele...perche' Israele premia
persino i propri nemici se no come farebbe ad
essere cosi' naive e autolesionista....una ottantaquattrenne
che odia Israele e che e' sprofondata nel dilemma:
vado , non vado, accetto o non accetto il premio
prestigioso da quel paesaccio schifoso ?
Un'altra ebrea antisemita americana( gli ebrei
antisemiti non mancano mai, si autofecondano),
Susan Sontag, aveva ricevuto il premio Israele
nel 2001 e all'epoca la comunistissima Gordimer
l'aveva invitata a non andare a ritirarlo in spregio
al paese fascista che osa difendersi dai loro adorati palestinesi.
La Sontag, invece aveva ceduto alla propria superbia ,
ed era andata a Gerusalemme, ahi ahi ahi,
Gerusalemme Capitale di Israele ahi ahi ahi che
tradimento per i suoi protetti, a ritirare premio e onori.
Io glieli avrei sventolati sotto il naso e poi le avrei
detto "Ci abbiamo ripensato, Sontag, ci odi troppo
per meritarti questo. Pussa via!".
Sarebbe stata una scenetta con i fiocchi, di quelle che
ti rappacificano col mondo intero.
Nadine Gordimer, ebrea, comunista, antisemita ha
detto in un'intervista di aver ricevuto centinaia di
email che la invitano a non andare a Gerusalemme e
a rifiutare sprezzantemente il premio.
Primi fra tutti Hilary e Steven Rose, la britannica
coppia maledetta e malefica, leader del boicottaggio
culturale contro Israele, che addirittura la implorano
di non farsi complice della politica razzista israeliana..
Nadine Gordimer ci deve pensare, superfluo dire che
spererei per lei la stessa scenetta sognata per la Sonntag.

Ma come fanno a odiare tanto e con tanta costanza,
senza mai perdere un colpo?
Come fanno?? Non si stancano?
In Italia qualche decerebrato criminale ha di nuovo
contestato la Brigata Ebraica, durante le celebrazioni
del 25 aprile.
Sbeffeggiato il ricordo dei 5000 ebrei sionisti venuti a
liberare l'Italia dal nazifascismo e insultata la loro bandiera.
Partigiani ebrei insultati e minacciati da un paio
di comunisti senza anima, cervello, cuore e anche senza vergogna.
Direte, ma dai, solo pochi idioti ideologizizzati.
Si ma sempre pochi di troppo.
E cosa succede a Torino, alla viglia dell'inaugurazione
della Fiera del Libro, ospite d'onore Israele?
Ehhh, a Torino si affilano le unghie, i soliti decerebrati
criminali si preparano a boicottare Israele e la
cultura israeliana, si preparano con manifestazioni di
odio, picchetti con bandiere palestinesi, cartelloni in cui
si fa sempre il paragone sionismo = nazismo.
Maledetti maledetti maledetti.
L'odio che hanno, anziche' soffocarli, li rigenera,
La lista e' lunga ma non completa e credo che
aumentera' perche' l'odio gli da forza, l'odio li fa
vivere, l'odio contro l'ebreo sotto ogni forma, sia
di uomo singolo che di Nazione:
Action, ASP
Associazione Svizzera Palestina,
Associazione Casa della Pace (Roma),
Associazione di amicizia Italia- palestina (Firenze),
Associazione di
amicizia Sardegna-Palestina,
Associazione Ghassan Kanafani -- LUCCA,
Associazione I Mediterranei (Milano),
Associazione Michele Mancino
(Roma), Associazione politico-culturale L?altra Lombardia -
SU LA TESTA,
Associazione Wael Zwaiter, Associazione Zaatar --
GENOVA, Carc, Cecina
Social Forum, Centro di Iniziativa Popolare (Roma),
Centro occupato
autogestito Transiti (Milano), Centro popolare
occupato La Fucina (Sesto
S. Giovanni), Centro Sociale Vittoria (Milano),
Che fare? Redazione di
Salerno, Circolo Arci Agorà (Pisa),
Collettivo 20 luglio (Scienze
Politiche Università di Palermo),
Collettivo internazionalista di
Napoli, Collettivo Orientale di Napoli,
Comitato Ricordare la Nakba
(Torino), Comitato di solidarietà
con il popolo palestinese (Torino),
Comitato di solidarietà internazionalista Dino Frisullo,
Comitato di
sostegno alla resistenza palestinese (Versilia),
Comitato Palestina
Bologna, Comitato Palestina nel cuore (Roma),
Comitato promotore per il
boicottaggio (Torino), Comunità Araba (Napoli),
Comunità palestinese di
Roma e del Lazio, Confederazione Cobas,
Comitato di solidarietà con
l'intifada -- Palermo, Coordinamento
per l'unità dei comunisti,
Coordinamento toscano di solidarietà con la Palestina,
Corrispondenze
metropolitane, (Roma), Forum Palestina,
Gruppo di sostegno al popolo
palestinese (Massa e Carrara), Infopal (redazione), I
nternational
Solidarity Movement (Italia), Libreria Gramigna (Catania),
Lotta e unità
per l'organizzazione proletaria, Militanz CdP (Napoli),
Nuovi partigiani
della Pace (Torino), Partito Comunista dei Lavoratori,
Partito dei
Comunisti italiani, Progetto "La Sicilia con la Palestina",
redazione de
"L'Ernesto", redazione di "Resistenze.org",
redazione di Salento "Che
fare?", Rete dei Comunisti, rete nazionale Disarmiamoli!,
rete No War --
Roma e Lazio, Salaam, ragazzi dell'Olivo (Trieste),
Spazio Antagonista
Newroz (Pisa) Unione Democratica Arabo Palestinese (Italia), ...

Impressionante, decisamente.
I soldatacci del Faraone ci inseguono ancora per sterminarci
ma noi siamo qui ormai!
Noi siamo in Israele, liberi, dinamici e, nonostante
le tragedie che ci colpiscono e il continuo stato di guerra,
siamo anche pieni di gioia di vivere.
Siamo liberi in Israele, abbiamo creato una Nazione
dal niente, abbiamo creato una Casa per il Popolo
Ebraico, una Casa bellissima, piena di verde e di fiori,
di cervelli, di cultura, di Sapere, di giovani meravigliosi e felici.
Liberi in Israele e prima o poi le acque del Mar Rosso
si chiuderanno ancora una volta sui nostri odiatori.
La storia insegna, comunisti dei miei stivali:
tutti quelli che hanno voluto il nostro male si sono estinti
miseramente e noi siamo ancora qui.
Liberi in Israele, pronti a festeggiare i primi 60 anni
del nostro Paese, i primi 60 anni dell'era moderna,
con 5000 anni di storia negli occhi dei nostri figli che ,
forti del nostro passato, guardano al futuro, con vigore,
forza d'animo e speranza.

Pesach, la Festa della Liberta', e' finita.
Si mangi, si balli, e si canti!
E chi ci odia si soffochi col suo stesso veleno.



Deborah Fait
http://www.informazionecorretta.com


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