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  LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”
 
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31 gennaio 2008

Israele: la Seconda Guerra d'Indipendenza

 

Se i giovani Israeliani del 2008 si ritrovassero oggi nella situazione dei loro nonni o dei loro bisnonni alla vigilia dell’indipendenza del 1948, quale movimento di resistenza sosterrebbero?

La Haganah, l’organizzazione militare semi-ufficiale nata dall’Agenzia Ebraica, dominata dai partiti della sinistra, professanti una dottrina di moderazione strategica?
L’Irgun, figlio del sionismo di destra, che invocava una rivolta immediata contro i Britannici e la conquista di tutto Eretz Israel?
O il gruppo Stern, ultra-nazionalista, pronto a ricorrere ai metodi piu’ duri pur di assicurare la creazione di uno stato ebraico?

Questo sondaggio e’ stato fatto alla fine del 2007. I risultati sono stati eloquenti. Il 40% dei giovani intervistati ha scelto la Haganah, il 30% l’Irgun e il 30% il gruppo Stern. In altri termini, la linea dura ha vinto col 60% contro il 40%.
Altri sondaggi, vertenti su questioni similari, hanno dato gli stessi risultati. I giovani israeliani votano molto di piu’ a destra dei loro genitori, e manifestano pure un patriottismo molto piu’ spiccato. Questo e’ vero sia per i laici come per i religiosi, per gli immigrati come per gli autoctoni, per gli Ashkenaziti come per i Sefarditi, per i ragazzi come pure per le ragazze.

La Commissione Winograd, che ha analizzato il fallimento di Zahal durante la seconda guerra del Libano del 2006, ha confermato che i giovani soldati, sia che facessero parte di unita’ scelte, di contingente o delle riserve, hanno avuto una condotta irreprensibile e un “alto livello di motivazione”.

A cosa e’ dovuta questa radicalizzazione? Si e' tentati di rispondere: perche’ i giovani israeliani hanno un cervello. Il paese nel quale stanno crescendo e’ moderno, ricco, futuristico, tecnologico e felice, ma minacciato. Nel 2000, quando con un suffragio universale fu eletto primo ministro, Ariel Sharon affermo’ che “Israele si trovava di fronte a una seconda guerra d’indipendenza”. Otto anni piu’ tardi, le cose non sono cambiate. Sharon ha avuto il grosso merito di arginare parzialmente la minaccia in Cisgiordania. Per quanto riguarda Gaza, egli ha preso delle decisioni rischiose che, nelle mani dei suoi successori, si sono rivelate catastrofiche.

Con l’arrivo del 2008, nuvole nere si addensano all’orizzonte: gli Hizbullah nel Libano e Hamas a Gaza hanno dimostrato di poter colpire la popolazione civile israeliana come vogliono, e continuare a sopravvivere.

Risultato: le regioni che si trovano in prossimita’ immediata delle loro basi si spopolano. Questo non fa che incoraggiare le due organizzazioni jihadiste a colpire piu’ forte, piu’ lontano. Dopo Sderot, e’ toccato ad Askelon. Dopo la Galilea, e’ il cuore demografico d’Israele, la regione di Tel Aviv, Gush-Dan in ebraico, che potrebbe trovarsi a breve sotto il tiro dei missili qassam o katyusha tirati dalla Cisgiordania.
L’Egitto, paese arabo che si dice moderato, che ha firmato un trattato di pace con Israele dal 1978, tradisce le promesse fatte, una dopo l’altra, con un cinismo osceno. L’affaire dei 2000 pseudo-pellegrini di Gaza in Arabia Saudita, di cui l’Egitto doveva garantire la secolarizzazione e che alla fine ha lasciato rientrare senza il minimo controllo, e’ esemplare. Che questo paese abbia agito in siffatta maniera durante la visita privata e ufficiale del presidente francese sul suo territorio non sminuisce per niente, e’ ovvio, la gravita’ delle sue azioni.


Gli Arabi Israeliani, 1,3 milioni di anime, 17% della popolazione israeliana, sono pronti a passare dalla parte degli estremisti islamici e arabi. La riunione che si e’ svolta ieri a Nazareth, citta’ israeliana, e’ sintomatica. Una folla che non sventola altro che bandiere palestinesi, che tratta i ministri del suo paese come se fossero dei criminali di guerra, che proclama la sua solidarieta’ ad Hamas. Nessun paese sovrano tollererebbe una cosa simile. Di certo nessuno dei ventidue paesi membri della Lega Araba o i cinquantadue stati membri della Conferenza Islamica.

Il Medio Oriente non conosce che la forza. E’ un peccato. Ma e’ così. Se Israele si ritira da un territorio, non appare agli occhi dei suoi vicini arabi come un paese maturo e generoso, ma come un paese debole. Se non si eserciteranno pressioni sull’Egitto, quel paese continuera’ a tradirci. Se Israele non convince i suoi cittadini arabi della sua volonta’ politica, questi ultimi abbracceranno la Jihad.
I giovani israeliani, loro, lo sanno. E lotteranno. Solo essi meritano il nostro rispetto e sostegno!

Michel Gurfinkiel

(Tradotto da Bennauro col gentile permesso di Michel Gurfinkiel)
http://www.michelgurfinkiel.com/


31 gennaio 2008

Esuli e sloveni in guerra per una scuola e un francobollo

 

Un’immagine d’epoca dell’esodo degli italiani dall’IstriaTornano a divampare le polemiche tra istriani e sloveni con l’avvicinarsi della Giornata del Ricordo e del dramma delle Foibe, il prossimo 9 febbraio. A più di sessant’anni dai tragici fatti, le organizzazioni che rappresentano gli esuli che abbandonarono l’Istria e le istituzioni della Slovenia affilano nuovamente i coltelli e il pretesto, oggi, è un francobollo commemorativo del vecchio Ginnasio Combi di Capodistria, la cui emissione, prevista per la commemorazione, è slittata alla prossima estate.
Il francobollo della discordia - Le voci giravano in alcuni ambienti diplomatici e nelle strutture filateliche da qualche giorno, ma hanno trovato conferma solo ieri e immediatamente l’Unione degli Istriani ha alzato la voce. Per il presidente Massimiliano Lacota è una situazione inaccettabile: “Da fonti giornalistiche con le quali siamo in contatto abbiamo avuto l’informazione che l’emissione del francobollo dedicato allo storico liceo Ginnasio Carlo Combi è stata differita addirittura alla prossima estate su richiesta del governo sloveno, al termine del suo mandato alla presidenza dell’Unione Europea”. Lacota accusa l’atteggiamento delle istituzioni italiane, preoccupati di non voler turbare i vicini slavi, non fornendo quelle spiegazioni che sono invece giunte dagli ambienti diplomatici croati.
Botta e risposta - Lacota è un fiume in piena. Ricorda che con la Slovenia ci sono questioni ancora aperte sui beni requisiti ai profughi e che una polemica simile è sorta tre mesi fa con l’emmissione del francobollo sulla città di Fiume, mentre niente di tutto ciò era accaduto per un altro francobollo dedicato ad un liceo di Pisino, centro a poca distanza da Capodistria.
Ma cosa rappresenta esattamente per gli esuli istriani il Ginnasio Combi? Si tratta di una scuola di grande prestigio. La struttura è del ‘600 ed è stata scuola di vanto in periodo veneziano, asburgico ed italiano. Oggi è intitolato a Gian Rinaldo Carni, un illustre istriano.
Conclude polemico Lacota: “Quello che più turba è che non esiste una dignità nazionale”.
Di tutt’altro parere è Sandi Volk, storico sloveno che parla un fluente italiano e che si occupa di foibe e movimenti partigiani sul confine fra Friuli e Jugoslavia. Per Volk queste polemiche sono solo provocazioni ridicole e pericolose.
Come giudicare allora i rapporti attuali tra gli esuli e gli sloveni?
“Occorre fare una distinzione fra gli esuli e le organizzazioni che li rappresentano”, precisa lo storico ricordando che negli statuti di queste associazioni è previsto che le terre d’Istria tornino italiane e che nel tempo hanno promosso attività irredentiste, inaugurando biblioteche dedicate a Cristian Patern, un componente dei Non nobis Domine, gruppo musicale dichiaratamente di estrema destra, nei cui testi si possono riscontrare riferimenti antisemiti.
“Onestamente la situazione oggi è a meta tra l’essere stufi per questi atteggiamenti e tra le logiche risposte a certe provocazioni politiche”.


Dario Mazzocchi


31 gennaio 2008

Barack Obama sostiene lo Stato ebraico

 

Barack Obama, il candidato democratico preferito dai media, è sempre al centro dell’attenzione. Secondo il New York Times, la notizia del sostegno conferito a Obama dalla famiglia Kennedy ha addirittura oscurato il discorso sullo Stato dell’Unione del presidente Bush. Meno noto, ma non meno importante, invece, il sostegno che Obama ha promesso a Israele, dichiarando che i palestinesi non hanno diritto al rientro dei profughi. “Il diritto del ritorno in Israele” - ha dichiarato il candidato - “non è da considerarsi un’opzione nel senso letterale del termine”. Il democratico, che è favorevole alla nascita di uno Stato palestinese, ha anche dichiarato che ogni trattativa con la Palestina debba “assicurare prima di tutto che Israele resti uno Stato ebraico”. Chiunque vinca, dunque, terrà ben salda la barra della politica estera americana sull’alleanza con Israele.


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31 gennaio 2008

SHOAH/ ROMA,APPARTAMENTO-PRIGIONE EBREI DONATO A MUSEO LIBERAZIONE

  
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La camicia insanguinata del prof. Gioacchino Gesmundo, torturato a via Tasso prima di essere ucciso alle Fosse Ardeatine, Museo storico della Liberazione, Roma



 Il ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, ha consegnato questa mattina al Museo della Liberazione di via Tasso a Roma le chiavi di un appartamento che, storicamente, fu uno dei luoghi di prigionia degli ebrei e di tutti coloro che fecero parte della Resistenza durante la Seconda guerra mondiale. "Questo è un museo molto importante non solo per la nostra città ma soprattutto per la memoria - ha detto Rutelli - Il senso più potente di questo museo sono proprio gli appartamenti, luogo dove si è svolta una pagina della storia molto dura e cruenta. Questa - continua - è una pagina che non bisogna chiudere e io penso che una città ed una comunità nazionale non possa fare altro che rinnovare quella pagine dell'orrore nazifascista. Ha un senso quindi - conclude il ministro - che queste pagine si amplino e che queste appartamenti dello stabile di Via Tasso, luogo di detenzione e tortura degli ebrei vengano consegnati alla gente".

Il Museo storico della Liberazione è uno dei luoghi della memoria più importanti della Capitale: il museo è stato allestito nei locali dell'edificio che, nei mesi dell'occupazione nazista di Roma, dall'11 settembre 1943 fino al 4 giugno del 1944, venne utilizzato come carcere dal comando della polizia di sicurezza nazista. Le celle di detenzione occupavano l'intero stabile. Attualmente soltanto due dei quattro appartamenti sono stati acquistati dallo Stato e destinati a museo e sono visibili al pubblico nelle stesse condizioni in cui furono lasciati dai tedeschi in fuga. A cinquanta anni dall'inizio della sua attività, il museo ha assunto una fisionomia più ampia, di centro di documentazione e di istituto promotore di iniziative culturali per la memoria e la difesa dei diritti umani.

Il nuovo appartamento è stato prima acquistato dal Demanio e poi, dopo una trattativa di circa un anno è stato consegnato al museo. L'appartamento è costato allo Stato 380mila euro e sono in corso lavori di sistemazione per tutto il museo, compresa la visita virtuale, per una spesa di 350mila euro. Questo museo nei suoi 50 anni di memoria è un punto fondamentale "per ricordare e non dimenticare", ha concluso Rutelli.


31 gennaio 2008

Il 53% dei palestinesi favorevole alla cessazione degli attacchi contro la zona sud di Israele

 


Un sondaggio effettuato su un campione di 800 palestinesi residenti nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania dall'università A-Najah a Nablus rende noto che il 53% dei palestinesi è contrario al lancio di razzi Qassam contro la zona sud di Israele.
Il razzo Qassam, è di fabbricazione artigianale e, essendo scarsamente intercettabile, arreca danni assai limitati ma haun forte impatto sulla popolazione israeliana che vive nelle zone limitrofe che ha risentito di numerose perdite.
Il 43% degli intervistati è invece favorevole a proseguire gli attacchi.
Secondo l'indagine, il 70% dei palestinesi crede che il lancio di razzi dovrebbe terminare nel momento in cui Israele leverà l'embargo imposto a Gaza. C'è poi un 43% che è convinto che il lancio di Qassam stia danneggiando gli interessi dei palestinesi, mentre il 34% è dell'opinione contraria. (mps)



31 gennaio 2008

Fausto Bertinotti vuole esportare l’indulto in Israele

 

FAUSTO BERTINOTTI, in visita al Parlamento palestinese:
“Da parte di Israele sarebbe un coraggioso atto di volontà la liberazione di tutti i prigionieri e detenuti palestinesi”.

PESI MEDIA: cercasi aspirante Mastella in kefiah per indulto in salsa kasher.


Grazie a pesimedia.


31 gennaio 2008

A proposito del “muro” attorno alla Cisgiordania e a Gerusalemme

 

In questi ultimi anni ho ripetutamente letto e ascoltato l’opinione e le considerazioni di chi parlando della barriera difensiva costruita dagli israeliani a partire dal 2002, appellandosi alle più svariate argomentazioni, esprimeva condanna e riprovazione.


Da persona che ha molti amici in Israele, che visita spesso quel paese e che comprende, per averli condivisi, i sentimenti e i problemi quotidiani della popolazione israeliana, al contrario di tutti costoro, sin dal primo momento, da quando cioè si iniziò a parlare della costruzione del muro, accolsi la notizia con un sentimento più che di sollievo, direi di convinta approvazione.


Mi sembrò il classico uovo di Colombo, una soluzione geniale nella sua semplicità e debbo dire che provo ancora oggi un sentimento di riconoscenza per chi ebbe l’intelligenza e il coraggio di proporre e subito dopo di realizzare un rimedio non violento eppure tanto efficace e che di fatto ha azzerato gli attentati terroristici nelle città israeliane.


Stiamo parlando di una barriera difensiva di 600 chilometri, lungo il confine della Linea verde, costata un milione di dollari a chilometro, in gran parte composta da sensori elettronici, fossati e reticolati, ma in alcuni tratti anche da muri di cemento alti 8 metri.


Nel 2003 nero uccisi 563 israeliani in 142 attentati terroristici avevano l’obiettivo di colpire i civili inermi.
Nel 2004, quando il Muro non era ancora completo, le azioni terroristiche furono 55 e vennero uccisi 118 israeliani, a partire dal 2005 i morti si contano sulle dita di una mano.

Non a caso Israele sta progettando di realizzare una barriera simile, dal costo stimato in un miliardo di dollari, anche lungo i confini meridionali con la Stri¬scia di Gaza e con il Sinai egiziano, dove è in aumento la presenza di cellule terroristiche.
Secondo la mia opinione, anche chi, per propria ideologia politica, non avesse troppo a cuore il pericolo terribile corso dagli israeliani: quello di morire dilaniati in un attentato suicida, dovrebbe perlomeno avere a cuore il destino sventurato di quegli adolescenti spinti all’omicidio e al suicido, alla distruzione della propria vita insieme a quella altrui, da criminali senza coscienza, in un’età nella quale più che in ogni altra si è facilmente influenzabili e manipolabili da parte di persone più anziane ed esperte, soprattutto se abili nel travestire da nobile causa o con un nobile fine superiore anche i comportamenti più abietti.


Quante vite di adolescenti palestinesi sono state salvate dal Muro? Quanti adolescenti che tra qualche anno ricorderanno con orrore il pericolo da loro corso in un’età tanto delicata, la fine alla quale li stavano condannando i falsi maestri e una falsa educazione?
Quante donne ricattabili per i più svariati motivi, magari per una libertà sessuale, che Hamas tiene in serbo con la minaccia di rendere pubblica la loro vergogna e in questo caso di essere uccise comunque,come accadde alla sventurata avvocatessa (c’è qualcuno che si ricorda ancora di lei?) che morì suicida facendo saltare un ristorante di Haifa, e alla quale in cambio Hamas aveva promesso di mantenere segreta la storia di una relazione extraconiugale, salvando così i suoi bambini dal disonore?


Un’altra argomentazione più volte ascoltata è che la barriera difensiva violerebbe i diritti di proprietà di quei palestinesi separati da terre dalla cui coltivazione traevano il sostentamento per se e per le proprie famiglie.
E’ ovvio che il Muro è stato costruito, in tutta fretta, ponendo come priorità assoluta il diritto alla difesa e passando sopra a tutti gli altri diritti e io penso che ciò non sia stato un errore.
In situazioni di pericolo per prima cosa bisogna pensare a salvare vite umane, e giacché tutto è rimediabile fuorché la morte, il resto viene dopo e si può rimediare.

Il tracciato della barriera difensiva è modificabile e infatti l’Alta Corte di giustizia, venendo incontro alle legittime proteste di molti contadini palestinesi, ha già obbligato il governo a modificarne il tracciato per svariate decine di chilometri e oggi nulla vieta di continuare su questa strada per il futuro.
Un’altra motivazione che si ritrova spesso è più di principio, si sarebbe contrari al Muro in quanto simbolo di divisione che non piace agli europei, sarebbe tanto più bello, infatti, erigere simboli di fraternità umana e di civile convivenza e così via sviolinando…


Anche in ciò la penso diversamente. Nella mia vita sono sempre stata favorevole alla separazione e al divorzio nei quali ognuno possa ritrovare la propria libertà quando la convivenza non può più basarsi sul reciproco amore e rispetto perché oramai deteriorata in sentimenti di insofferenza, rabbia o peggio, di odio.
Da questo punto di vista potrei addirittura affermare che il Muro mi piace, in quanto simbolo di separazione tra esseri umani che non vogliono vivere insieme perché non si amano. E ché poi ognuno sia libero di vivere a suo modo in casa propria.

Chi sarebbe oggi disposto a dormire senza la protezione dei muri della casa o senza l’uscio chiuso?
Anch’io so che la vita era molto più bella, 50 anni fa, quando nei nostri villaggi si lasciava la chiave sulla toppa per tutto il giorno e d’estate si dormiva a finestre spalancate anche al livello della strada. Purtroppo chi lo facesse oggi sarebbe un incosciente.

E creare delle barriere di difesa, siano esse un muro o la serratura alla porta o le sbarre alle finestre è semplicemente necessario, il che non esclude che un domani, si possano eliminare o abbattere se la realtà dovesse cambiare nella direzione da noi tutti auspicata.

Per concludere vorrei ricordare che anche i Paesi arabi non disdegnano le barriere difensive. In queste ultime settimane, si sta discutendo se costruire un muro a Bagdad intorno al quartiere sciita per proteggere quella popolazione dalla violenza sunnita.
Riad aveva iniziato a costruirne una lungo i 1.800 chilometri di frontiera desertica con lo Yemen da dove entravano nel regno droga, armi, esplosivi, generi di contrabbando e la gran parte dei terroristi di al-Qaeda che hanno compiuto attentati in Arabia Saudita.

Dopo i primi 100 chilometri i lavori sono stati sospesi all'inizio del 2004 in seguito ad un accordo tra i due Paesi che prevede maggiori controlli sulla frontiera.
Riad sta però valutando di realizzare un'opera simile lungo il confine iracheno.
Il Marocco è stato il primo Paese arabo a realizzare barriere, quando negli anni '80 eresse sei muri di sabbia per complessivi 2.720 chilometri con bunker e campi minati per proteggere il Sahara Occidentale dalle incursioni dei guerriglieri del Fronte Polisario.

Ma oggi proprio il Marocco non risparmia critiche a Madrid per le triplici barriere alte 4/6 metri con reti, paratie metalliche e sostanze urticanti realizzate intorno alle énclaves di Ceuta e Melilla, territori spagnoli assediati da africani che cercano di emigrare illegalmente in Europa, e non ci giunge notizia alcuna che il compagno Zapatero abbia la minima intenzione di smantellarle.

Però di tutti questi altri muri non si parla mai, né per criticarli né per condannarli. Qualcuno ci sa spiegare il perché?

Anna Rolli



31 gennaio 2008

La Carta Araba dei Diritti dell’Uomo propugna l’eliminazione di Israele

 In una lettera diffusa lunedì, l’organizzazione UN Watch sollecita l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani a chiarire la sua recente presa di posizione a sostegno della Carta Araba dei Diritti Umani, un documento che contiene “diverse clausole che promuovono temi classicamente antisemiti”.
UN Watch, ente che ha lo scopo di monitorare il rispetto dei principi della Carta dell’Onu da parte dell’Onu stessa, punta il dito su diverse frasi della Carta Araba, come ad esempio quella dove dice di “respingere tutte le forme di razzismo e di sionismo, che costituiscono una violazione dei diritti umani e una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale”, o dove si dice che “tutte le forme di razzismo, sionismo, occupazione e dominazione straniera costituiscono una lesione della dignità umana” e che “tutte queste pratiche devono essere condannate e si deve fare ogni sforzo per la loro eliminazione”.
La Carta Araba dei Diritti Umani dovrebbe servire come base per i principi di libertà a cui dovranno attenersi le nazioni arabe, ed è volta a garantire i diritti civili, culturali, economici, politici e sociali dei popoli di queste nazioni.
La Lega Araba adottò inizialmente la Carta nel 1994. Dopo di allora, il documento subì vari cambiamenti, ma finora non era entrato in vigore perché mai ratificato dal numero minimo di sette stati membri della Lega Araba. All’inizio di questo mese, però, gli Emirati Arabi Uniti sono diventati il settimo paese che l’ha ratificata, dopo Giordania, Bahrain, Algeria, Siria, Libia e Autorità Palestinese.
Lo scorso 24 gennaio Louise Arbour, attuale Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, ha espresso soddisfazione per la ratifica, che farà entrare in vigore la Carta Araba, dicendo che si tratta di “un importante passo in avanti” per l’affermazione dei diritti umani nel mondo arabo. “L’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani – ha dichiarato la Arbour – è impegnato verso gli stati sottoscrittori della Carta ed è pronto a sostenerli nel garantire che i fondamentali valori dei diritti umani vengano rispettati”.
“Il sionismo – spiega UN Watch nella lettera – è il movimento di auto-determinazione nazionale del popolo ebraico e asserisce il diritto, intrinseco ed internazionalmente riconosciuto, di Israele ad esistere. Un testo che equipara il sionismo al razzismo, che lo descrive come una minaccia alla pace mondiale e come un nemico dei diritti umani e della dignità umana, e che invita ad adoperarsi per la sua eliminazione è un testo manifestamente antisemita. Quand’anche la Carta Araba contenesse disposizioni positive – conclude la lettera – nulla può giustificare il sostegno dato a un testo che contiene parole così cariche di odio”.

(Da: Jerusalem Post)

Nella foto in alto: Louise Arbour, attuale Alto Commissario Onu per i Diritti Umani


31 gennaio 2008

Usa, ultima stretta sulla sicurezza, impronte digitali alla frontiera

 Via da ieri alla nuova procedura negli scali maggiori del Paese
E arriva anche il check out: i controlli verranno ripetuti all'uscita

<b>Usa, ultima stretta sulla sicurezza<br>impronte di dieci dita alla frontiera</b>

Controlli delle impronte digitali all'aeroporto di San Francisco

 "Ten Fingerprints", la schedatura digitale dell'impronta di tutte e dieci le dita: è la nuova frontiera della sicurezza americana. Da ieri all'aeroporto di Chicago, da domani al Kennedy di New York, entro la fine dell'anno ad ogni ingresso negli Stati Uniti ogni cittadino straniero dai 14 ai 79 anni dovrà permettere l'archiviazione dei dati di tutti i suoi polpastrelli.

Finora si premevano soltanto i due indici su uno scanner che rilevava l'impronta digitale e la archiviava, dopo averla confrontata con i dati delle memorie dell'Fbi e del Dipartimento della Sicurezza Nazionale. Da oggi, i dati biometrici di chi arriva in America verranno schedati nel database Ident, che già contiene 90 milioni di impronte e cresce al ritmo di 20 milioni ogni dodici mesi, e ci resteranno per 76 anni.

Robert A. Mocny, direttore dello "Us-visit program", l'organismo che gestisce la raccolta dei dati personali e registra l'entrata e l'uscita dagli Usa di ogni straniero, ci spiega che verrà rispettata la privacy ma poi racconta che le informazioni verranno condivise con l'Fbi, il Dipartimento di Stato, quello della Giustizia, il Pentagono, le polizie locali, la Guardia costiera, la Cia e tutte le agenzie di intelligence.

Perché dieci dita, non bastavano i due indici come in passato? Mocny parte a raffica: "Efficienza e sicurezza: queste nuove impronte digitali ci permettono di prevenire meglio l'uso di documenti falsi, proteggere i visitatori dal furto d'identità e fermare criminali e terroristi. Ora capita che i computer non siano in grado di distinguere due impronte simili e allora si passa alla comparazione fatta ad occhio da un agente, procedura che arriva a prendere mezz'ora. Con le dieci dita non si può più sbagliare".


Poi afferra una bottiglietta d'acqua con il pollice, il medio, l'anulare e il mignolo e sorride: "Un terrorista potrebbe averci bevuto ma schedando solo l'indice non avremmo nessun aiuto. E molte impronte raccolte dall'Fbi sulla scena di un crimine provengono dalle altre dita. Adesso ha capito?".

Così si dovranno premere insieme le quattro dita della mano sinistra, poi quelle della destra e infine i due pollici e infine si verrà fotografati. Si discute se fare i pollici insieme o separati, nel primo caso chi ha un neonato in braccio non sa dove metterlo, nel secondo si risparmia tempo. I tempi si allungheranno e così le file, anche se il nuovo scanner è più veloce dei vecchi, ma chi viaggia spesso e quindi sarà presto schedato potrà in futuro dare solo 4 dita.

Due anni fa la macchina sperimentale per scannerizzare dieci dita era grande come un forno a microonde, oggi le nuove - che si chiamano Guardian e Identix - sono dei cubi di 15 centimetri per lato e costano 2500 dollari. Solo a New York ne verranno messe 800 ma alla fine dell'anno le userà ognuno dei 18mila ufficiali di frontiera.

L'altra novità allo studio per il 2008 è il check-out: il controllo all'uscita dal Paese. Oggi basta consegnare il cartoncino di ingresso alla linea aerea, ma questo non garantisce di archiviare con certezza la data e di controllare chi resta più a lungo del consentito, così si sta studiando di ripetere l'intera procedura di controllo anche a chi sta ripartendo, con conseguenti nuove code.

La pecora nera del sistema, per la gioia degli amanti della privacy, è l'altro aeroporto newyorchese, quello di Newark, dove le dieci dita arriveranno solo il prossimo Natale.

Mario Calabresi
Espresso


31 gennaio 2008

La frustrazione sessuale dei musulmani all'origine della violenza

 “L'11 SETTEMBRE CONTINUA, CON IL SUO MISTERO, E IL SUO TERRIBILE DINAMISMO”
ATTERRA IL NUOVO LIBRO DI MARTIN AMIS,“THE SECOND PLANE”, E SCOPPIA IL CAOS



 

Guido Santevecchi per il Corriere della Sera


Tutto comincia con gli aerei lanciati sulle Torri Gemelle. O meglio, con il secondo jet che oltraggia la Statua della Libertà: «Quello è stato il momento, fino a quel punto l'America aveva pensato di essere di fronte a niente di più serio del peggiore disastro nella storia dell'aviazione; da allora ha avuto il senso della fantastica veemenza messa in campo contro di lei». E finisce con la consapevolezza che «l'11 Settembre continua, con il suo mistero, la sua instabilità e il suo terribile dinamismo».

Nel mezzo ci sono i 14 capitoli del nuovo libro di Martin Amis, The Second Plane, in uscita a Londra per Jonathan Cape (uscirà in Italia da Einaudi), già accompagnato da una polemica politico-culturale che non smette di seguire lo scrittore da quando ha deciso di prendere posizione sulla questione del terrorismo islamico. Da una parte, quelli che lo accusano di «razzismo islamofobico»; dall'altra, quelli che criticano il suo stile stellare, il suo gusto per l'estremo e il grottesco, le acrobazie stilistiche che danno forza ai romanzi ma risulterebbero banali quando vengono applicate allo scontro tra civiltà che si combatte con il terrorismo, le campagne in Iraq e in Afghanistan. Ha ricevuto già diversi attacchi.

The Second Plane: sulla stampa inglese di sinistra (il Guardian) secondo cui «questo libro non aggiunge niente alla sua reputazione»; e su quella conservatrice (Times), che lo ha bollato con il titolo «Un trionfo dello stile sulla conoscenza ». Martin Amis non è impressionato. Nella prefazione alla raccolta di 12 saggi e 2 racconti brevi riconosce che «la geopolitica può non essere il mio soggetto naturale».

Ma non rimpiange nemmeno una delle parole che ha scritto in questi anni e ci scherza anche su: «I quattordici pezzi inclusi in questa raccolta sono riprodotti in ordine cronologico: un riconoscimento della ovvia verità che la nostra comprensione dell'11 Settembre è progressiva e non può mai sperare di essere intatta o intera. Ho solo fatto aggiunte a ciascuno di loro e non ho tagliato niente, anche se a volte sono stato brevemente tentato a farlo, per cancellare le tracce».

Le tracce potrebbero essere per esempio quelle osservazioni sull'«impulso a dire che la comunità musulmana dovrà soffrire fintanto che non metterà ordine al proprio interno».

Amis risponde con calma: «Sono un romanziere e amo la pace, ma non nego di aver provato quell'impulso di fronte ai tremila morti delle Torri... ed è un fatto che la gente che fa queste cose tende a essere originaria del Pakistan o del Medio Oriente. La violenza viene dall'altra parte di un mondo che si è scoperto ancora una volta bipolare», ha ripetuto alla Bbc.



Giochi inquietanti!

In The Second Plane, dunque, Amis ammette che la geopolitica può non essere il suo campo naturale, ma subito contrattacca: «la mascolinità lo è». E chiede: «Abbiamo mai visto l'idea di maschio in abiti così vergognosi come quelli dell'Islam radicale?».

E qui viene il colpo basso, l'argomentazione secondo cui gli attentati si susseguono perché i musulmani hanno problemi di frustrazione sessuale. Amis cita gli scritti di Sayyid Qutb, fondatore dei Fratelli Musulmani, contro la decadenza dei costumi occidentali e osserva: «È stato ipotizzato che gli attentatori suicidi cerchino in realtà solo il modo più semplice di trovare una ragazza. Può essere che alcuni di loro cerchino la via più breve per avere dell'alcol che, come il sesso extraconiugale, è strettamente proibito in vita ma esiste in grande abbondanza dopo la morte».

Il critico del Times commenta che con questa affermazione l'atteggiamento occidentale chiude il suo cerchio nei confronti dell'Islam: «I vittoriani accusavano il mondo islamico di essere sensuale e decadente e di avere una propensione per la sodomia; ora Amis lo attacca attribuendogli frustrazione impotente».

Amis ha qualcosa da dire sulla religione in genere: «Tutte le religioni sono violente, come tutte le ideologie». Nega di essere islamofobo: «Sono un anti islamista, perché la fobia è una paura irrazionale, mentre non è irrazionale temere qualcosa che dice di volerti uccidere».

Gioca ancora con la costruzione delle frasi e le assonanze: «Naturalmente rispettiamo l'Islam, ma non l'islamismo, proprio come abbiamo rispetto per il profeta Muhammad ma non per Muhammad Atta». Il ragionamento torna ai piloti suicidi dell'11 Settembre. E Amis, in uno dei capitoli più brillanti del Secondo aereo, analizza la formula americana per definire la strage: «9/11». L'ossessione anglosassone per le abbreviazioni: «Perché stancarsi a dire Jennifer Lopez quando puoi risparmiare tempo prezioso con J-Lo? Nine/Eleven è un paio di sillabe più corto di September Eleven ». Restringere il «fascino disperato» di quel giorno di settembre in una sigla numerica però a Martin Amis non piace: «C'è Avenue 7/14 in Francia e Piazza 4/25 in Italia?».

Martin Amis

La conclusione è che «Se l'11 Settembre doveva accadere, allora non mi dispiace affatto che sia accaduto durante la mia vita». Sarà un trionfo dello stile sulla conoscenza, ma The Second Plane ha il merito di attraversare questi anni di orrore senza l'aridità della geopolitica.

LA PREFAZIONE - «VOGLIONO UN MONDO DI TERRORE E NOIA»
«Questa è una narrazione di sofferenza e dolore e anche di disperata fascinazione», scrive Martin Amis nella prefazione a The Second Plane. September 11: 2001-2007. Il primo saggio è datato 18 settembre 2001, quando ancora dalle macerie delle Torri si alzava il fumo. «Il terrorismo è comunicazione politica con altri mezzi. Il messaggio è: America, è tempo che tu impari quanto implacabilmente sei odiata.
Quegli aerei della United Airlines erano missili balistici intercontinentali lanciati dall'Afghanistan e mirati contro la sua innocenza. Quell'innocenza era un'illusione anacronistica».
Allora Amis suggeriva di «bombardare gli afghani non con i Cruise ma con aiuti umanitari».
Anni dopo: «L'islamismo vuole un mondo di perfetto terrore e perfetta noia, senza gioco, arti, donne». E ancora: «Ti chiedi perché stiamo affrontando un fiasco illegittimo in Iraq quando potremmo avere un fiasco legittimo in Iran».


31 gennaio 2008

La Turchia islamizzata si ammanta del velo

 Non si ferma in Turchia il dibattito - popolare, oltre che politico - sull'abolizione del divieto di indossare il velo islamico nelle scuole e nelle università sul quale, secondo alcuni sondaggi concorda l'80% della popolazione.

velo islamico occhi.jpgL'accordo raggiunto lunedì tra il partito di maggioranza del premier Recep Tayyp Erdogan, l'AKP, ed il nazionalista Partito di azione nazionale (MHP), se garantisce il quorum necessario per emendare il divieto costituzionale non è riuscito a fermare i contrasti, né è garantire che l'eventuale modifica divenga esecutiva. Da più parti, infatti, si pensa che la Corte costituzionale annullerebbe un cambiamento della Carta fondamentale sul divieto, in quanto contraria alla "immodificabile" laicità dello Stato.

Anche se non direttamente previsto dalla Costituzione del 1925 di Kemal Ataturk  il divieto del velo fu sancito dalla Corte costituzionale, in analogia a quello rivolto agli uomini che vieta di indossare un copricapo che indichi l'appartenenza religiosa. Su tale base negli anni '80 la Corte annullò una legge che ammetteva il velo.

Adesso sembra si stiano cercando vie d'uscita al potenziale impasse: da una parte si pensa ad una formulazione della norma che vieti discriminazioni basate sull'abbigliamento (sena nominare il velo), dall'altra si formula una distinzione tra il "basortusu", che corrisponde più o meno al foulard che si usa per difendersi dal maltempo, ed il "turban", che è il velo islamico che copre completamente capelli e collo.

Erdogan, moglie e figlia del quale indossano il velo ed è a capo di un partito islamico, fin dalle elezioni del 2002 ha promesso di abolire il divieto, sostiene ora che indossare il velo rientra nei diritti umani. Ma gli oppositori, che trovano sostegno nel Partito popolare repubblicano (CHP) il più antico raggruppamento politico del Paese, dicono che la presenza nelle scuole di ragazze col velo produrrebbe una insopportabile "pressione" su quelle che non lo vogliono portare, così da costringerle ad omologare il loro abito, violando la loro libertà. La questione non è chiusa. (Asianews)


31 gennaio 2008

Marco polo, la via della seta se lo porta in cina

 

Tre uomini sbarcano da una galea su un molo di Venezia.

Nessuno corre ad accoglierli. Il loro ritorno in patria dopo 24 anni all’estero passerebbe inosservato se non fosse per il loro aspetto bizzarro che attira l’attenzione. Indossano abiti sbrindellati ma di ottima seta, alla moda dei mongoli ( o tartari, come si chiamavano allora ), e hanno “ una certa indescrivibile somiglianza con i tartari sia nel comportamento che nell’accento, avendo dimenticato quasi completamente la lingua veneziana”, afferma una fonte.

I viaggiatori sono Marco Polo, suo padre e suo zio. E’ l’anno 1295.

Le storie dei Polo di un viaggio fino al lontano Catai, l’odierna Cina, sembrarono incredibili ai loro contemporanei.

Le memorie di Marco Polo, raccolte in un libro intitolato prima”Descrizione del mondo”, poi “Il Milione”, parlavano di civiltà sconosciute dai tesori favolosi, ricche di prodotti ricercatissimi dai mercanti occidentali. Il libro ebbe un’enorme influenza sulla fantasia popolare. Entro 25 anni, dal ritorno di Marco Polo, ne esistevano versioni manoscritte in franco-italiano, francese, latino, toscano, veneziano e probabilmente in tedesco: un successo senza uguali nel Medioevo. Il libro fu copiato a mano per due secoli e dal 1477 ha continuato ad essere stampato in molte lingue. Probabilmente Marco Polo è l’europeo più famoso che abbia mai percorso la Via della Seta fino in Cina.

Perché fece quel viaggio? E si può credere a tutto quello che sostenne di aver visto e fatto?

Nel XIII° secolo molti mercanti veneziani si stabilirono a Costantinopoli, l’odierna Istanbul, e accumularono ingenti ricchezze. Fra loro c’erano Niccolò e Matteo Polo, padre e zio di Marco.

Verso il 1260 essi vendettero le proprietà che avevano, investirono il ricavato in gioielli e partirono per la capitale del Khanato occidentale dell’impero mongolo: Saraj, sul Volga.

Gli affari andarono bene ed essi raddoppiarono il capitale. Siccome la guerra impedì loro di tornare a casa, si diressero verso Oriente, probabilmente a cavallo e raggiunsero la città di Buchara, un importante centro di scambi commerciali dell’attuale Uzbekistan.

Le agitazioni li trattennero li per tre anni finchè non passarono da Buchara dei messi che si recavano da Qubilai, Gran Khan di tutti i mongoli, i cui domini si estendevano nell’area che oggi andrebbe dalla Corea alla Polonia.

I messi invitarono Niccolò e Matteo ad unirsi a loro, dato che, stando al racconto di Marco Polo, il Gran Khan non aveva mai visto dei “latini” (intendendo probabilmente abitanti dell’Europa meridionale) e sarebbe stato felice di parlare con loro. Dopo un anno di viaggio i Polo arrivarono alla corte di Qubilai Khan, nipote di Gengis Khan, fondatore dell’impero mongolo. Il Gran Khan accolse i due fratelli Polo con tutti gli onori e fece loro molte domande sull’Europa. Diede loro una piastra d’oro che doveva servire da salvacondotto per il viaggio di ritorno e affidò loro una lettera per il Papa in cui lo pregava di mandargli “ cento uomini savi, esperti nella religione cristiana, sapienti nelle sette arti “ per convertire la popolazione.

Marco, che era nato a Venezia, aveva 15 anni quando nel 1269 vide per la prima volta suo padre. Al rientro in paesi “cristiani”, Niccolò e Matteo appresero che Papa Clemente IV° era morto. Essi attesero un successore, ma quell’interregno, il più lungo della storia, durò tre anni. Dopo due anni, nel 1271, ripartirono alla volta del Gran Khan, portando con sé Marco che aveva 17 anni.

Ad Acri, in Palestina, un alto prelato e uomo politico, Tebaldo Visconti, diede ai Polo lettere per il Gran Khan che spiegavano perché non era possibile soddisfare la sua richiesta di cento savi. Giunti in Asia Minore, i Polo seppero che lo stesso Visconti era stato eletto Papa, perciò tornarono da lui ad Acri. Invece di cento savi,il nuovo Papa, Gregorio X°, mandò solo due frati autorizzati a ordinare sacerdoti e vescovi, e fornì loro le dovute credenziali e doni per il Khan. Il gruppo si rimise in viaggio ma, spaventati dalle guerre che devastavano quelle regioni, ben presto i frati tornarono indietro, mentre i Polo proseguirono.

I tre attraversarono i paesi che corrispondono agli attuali Turchia e Iran e scesero verso il Golfo Persico con l’intenzione di proseguire per mare. Tuttavia, constatando che le imbarcazioni erano malfatte e tenute insieme con delle funi e quindi non in grado di tenere il mare, presero la via di terra. Dirigendosi a nord e a est, superarono le immense zone desertiche, le imponenti catene montuose, gli altipiani verdeggianti e i fertili pascoli dell’Afghanistan e del Pamir prima di arrivare nella città di Kashgar, in quella che oggi è la regione autonoma cinese del Sinkiang Uighur. Quindi seguendo antiche carovaniere a sud del bacino del Tarim e del deserto del Gobi, giunsero a Cambaluc, l’odierna Pechino.

L’intero viaggio, reso difficile sia dal tempo inclemente che da una imprecisata malattia di Marco, richiese tre anni e mezzo.

Per via Marco Polo annota delle cose interessanti: la montagna dell’Armenia si cui si diceva si fosse fermata l’Arca di Noè, il presunto luogo di sepoltura dei Magi in Persia, paesi dal freddo intenso e dal buio perenne nell’estremo nord. Nella letteratura occidentale Marco Polo è il primo che menziona il petrolio. Rivela che la “ salamandra”, lungi dall’essere la lana di un animale resistente al fuoco, come si credeva, è un minerale (l’amianto) che si estrae nella regione del Sinkiang Uighur. Racconta che sassi neri che bruciano (il carbone) sono così comuni in Cina che ogni giorno si possono fare bagni caldi. Ovunque vada, Marco Polo prende nota di ornamenti, cibi, bevande (in particolare il latte fermentato di cavalla amato dai mongoli), come pure di riti religiosi e magici, mestieri e mercanzie. Interamente nuovo per lui è il denaro cartaceo usato nel reame del Gran Khan.

Marco Polo non esprime mai il suo pensiero, ma riferisce obiettivamente quello che vede o sente. Possiamo solo immaginare cosa provò quando fu attaccato da predoni che catturarono alcuni suoi compagni e ne uccisero altri.

Marco afferma che i Polo rimasero 17 anni al servizio di Qubilai Khan, vale a dire il Gran Khan. In quel tempo Marco Polo venne spesso mandato in missione in distanti parti dell’impero per raccogliere informazioni e persino governò quella che oggi è la città di Yang-chou, nella provincia di Kiangsu.

Non sappiamo se tutto quello che Marco Polo racconta è vero. I mongoli non si fidavano dei cinesi che avevano sottomesso e si servivano degli stranieri per governare l’impero. Tuttavia sembra poco probabile che un illetterato come Marco Polo potesse diventare governatore. Forse egli esagera l’incarico che ricoprì. Comunque gli studiosi sono propensi a ricnoscere che potrebbe essere stato “un utile emissario di un certo livello”.

Ad ogni modo Marco Polo fu in grado di fare una splendida descrizione di metropoli ricchissime e di usanze pagane ed esotiche proprie di un mondo completamente ignorato in Europa o noto solo attraverso favole e dicerie.

Potevano esistere davvero paesi civili così popolosi , più ricchi di quelli europei? Sembrava impossibile.

Il palazzo del Gran Khan era “ il più gran palazzo che si sia mai visto”, dice Marco Polo.

“E’ palazzo tanto bello e maestoso che nessuno al mondo che avesse la facoltà di farlo avrebbe saputo disegnarlo e costruirlo in modo migliore”. Le mura erano ricoperte d’oro e d’argento, adorno di statue di draghi, animali e uccelli dorati, cavalieri e idoli. Il tetto elevato, vermiglio, giallo, verde e blu, splendeva come cristallo. Gli splendidi parchi erano pieni di animali di ogni tipo.

A differenza delle vie tortuose dell’Europa medievale, le strade di Cambaluc erano così ampie e diritte che da un punto delle mura della città si vedevano le mura sul lato opposto.

“Cambaluc è la città del mondo dove arrivano più rarità, più cose di pregio e in maggiore quantità di ogni altra città del mondo”, dice il veneziano e aggiunge :”Pensate solo a questo: a Cambaluc arrivano, ogni giorno, non meno di mille carrettate di seta”.

Il numero di imbarcazioni che navigavano lungo lo Yangtze Kiang, uno dei fiumi più lunghi del mondo, era straordinario. Marco Polo giudicò che solo nel porto di Sinju vi fossero 15.000 navi circa.

Fra le usanze dei mongoli che Marco Polo menziona vi è quella del matrimonio di bambini morti. Se una famiglia perdeva un figlio di quattro anni o poco più e un’altra una figlia della stessa età, i padri potevano decidere di farli sposare, facendo poi un regolare contratto di nozze e tenendo una gran festa. Si offrivano cibi e si bruciavano figure di carta raffiguranti schiavi, monete e oggetti di casa, con la convinzione che gli “sposi” avrebbero posseduto queste cose nel cosiddetto altro mondo.

Marco Polo rimane colpito dal valore militare dei mongoli, dai loro sistemi di governo e dalla tolleranza religiosa. Le misure socio economiche includevano sovvenzioni per i poveri ed i malati, pattuglie antincendio e antisommossa, granai di riserva per alleviare la miseria causata dalle inondazioni e un sistema postale per comunicare rapidamente.

Pur essendo a conoscenza dei tentativi dei mongoli di invadere il Giappone, Marco Polo non afferma di esserci stato. Tuttavia sostiene che in Giappone c’era oro in tale abbondanza che il tetto e il pavimento del palazzo dell’imperatore erano d’oro. Il suo è l’unico riferimento al Giappone nella letteratura occidentale anteriore al XVI° secolo.

Il libro di Marco Polo fu sia ammirato che dileggiato per secoli, ma oggi gli studiosi, dopo aver soppesato tutte le sue imprecisioni, lo definiscono “ la migliore descrizione esistente” del regno di Qubilai nel suo massimo splendore.

I Polo lasciarono la Cina verso il 1292. Marco dice che la spedizione compì un viaggio di 21 mesi, che partì da quella che oggi è Quanzhou, sostò in Vietnam, nella Penisola Malese, a Sumatra e nello Sri-Lanka, quindi seguì la costa dell’India fino in Persia. L’ultima tappa del viaggio li portò a Costantinopoli e infine a Venezia. Poiché erano stati via per 24 anni, non è difficile immaginare che i parenti stentassero a riconoscerli; ormai Marco aveva 41 o 42 anni.

E’ difficile calcolare quanto abbia viaggiato Marco Polo. Uno scrittore che recentemente ha cercato di ricalcare le sue orme ha percorso circa 10.000 chilometri fra l’Iran e la Cina soltanto. Anche con moderni mezzi di trasporto è stata un’ardua impresa.

Si dice che il libro di Marco Polo sia stato dettato nel 1298 a un certo Rustichello da Pisa in una prigione di Genova. La tradizione vuole che in una battaglia navale, mentre era al comando di una galea veneziana, Marco Polo venisse fatto prigioniero dai genovesi, che erano in guerra con Venezia. Rustichello da Pisa, suo compagno di prigionia, aveva esperienza come scrittore di storie in prosa in francese o franco-italiano, e la compagnia di Marco Polo evidentemente fu uno stimolo a scrivere.

Con tutta probabilità Marco Polo fu rimesso in libertà nel 1299, quando Venezia e Genova fecero la pace. Tornò a Venezia, si sposò ed ebbe tre figlie. Nel 1324, a 69 anni, morì nella sua città natale.

Nella mente di alcuni permane il dubbio se Marco Polo abbia davvero fatto tutto quello che dice o abbia semplicemente ripetuto storie sentite da altri viaggiatori. Ma qualunque fossero le fonti del “Milione” di Marco Polo, gli studiosi ne riconoscono il valore. “Mai né prima né dopo, dice uno storico, “ un solo uomo ha fornito all’Europa una tale mole di nuove informazioni geografiche”.

Il libro di Marco Polo è una testimonianza dell’interesse dell’uomo per i viaggi, le novità e i paesi lontani.

ERCOLINA MILANESI

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31 gennaio 2008

Non si incrimina solo per blandire la piazza

 


“Nello Stato di Israele, le persone non vengono incriminate per blandire questo o quel settore dell’opinione pubblica”. Con queste parole un alto funzionario del ministero della giustizia israeliano ha reagito domenica sera alle scomposte proteste suscitate dalla decisione del procuratore generale Menachem Mazuz di non procedere in giudizio contro gli agenti di polizia coinvolti nei violenti scontri dell’ottobre 2000 che causarono la morte di 13 dimostranti arabi israeliani. “Ogni decisione può essere criticata – ha continuato il funzionario – ma le critiche devono essere pertinenti e basate sui fatti. Condanne e sfuriate sui mass-media non possono sostituirsi a una seria disamina dei fatti”.
Il procuratore generale Mazuz, accogliendo le conclusioni dell’indagine interna di polizia, ha deciso domenica di non perseguire in giudizio gli agenti coinvolti negli scontri di sette anni fa in Galilea, spiegando che “non sono emerse prove concrete sulla responsabilità penale dei poliziotti implicati in quegli eventi”.
“In uno stato di diritto – spiega il funzionario del ministero di giustizia – non si incrimina sulla base di congetture o sentimenti viscerali. C’è un codice penale che stabilisce chiaramente le precise condizioni per l’incriminazione di qualunque cittadino, per qualunque fatto”. Il funzionario aggiunge che la decisione di Mazuz è scaturita, fra l’altro, dalla mancata cooperazione da parte dei familiari delle vittime e della comunità araba in generale. “Le famiglie hanno rifiutato l’autopsia; sia le famiglie che la comunità araba nel suo insieme si sono rifiutate di collaborare con le indagini che hanno avuto luogo dopo gli scontri, un rifiuto che non è rimasto senza conseguenze”.
Secondo la fonte governativa, “alla luce delle evidenze non si poteva escludere, con il grado di sicurezza richiesto da un’incriminazione penale, la possibilità che le forze di polizia si siano trovate effettivamente a operare in condizioni di concreto pericolo di vita, circostanza che le esonera dalla responsabilità penale”.
“In ogni caso – conclude il funzionario del ministero – la morte di tredici persone resta un fatto grave e preoccupante, come asseriva la Commissione Or nel suo rapporto. Proprio per garantire un’indagine il più possibile esauriente è stata condotta un’ulteriore inchiesta ad ampio raggio, affidata a una squadra di alto profilo giuridico sotto la guida del procuratore generale: la decisione del procuratore generale ha pienamente tenuto conto dei risultati e delle conclusioni di quest’ultima indagine”.
Il presidente d’Israele Shimon Peres si è espresso lunedì sulla decisione del procuratore generale Mazuz. “Non credo – ha detto Peres durante una visita nella città arabo-israeliana di Nazareth – che vi sia stato un tentativo di insabbiamento. Quello che risulta è che non c’erano prove sufficienti da un punto di vista legale”. Tuttavia, pur dicendo di comprendere la collera della comunità araba, Peres ha aggiunto che “ogni paese democratico ha un sistema giudiziario che prende le sue decisioni in modo indipendente, e non spetta a me assegnare voti all’operato di Mazuz”.

 YnetNews


31 gennaio 2008

Lettera a Valentino PARLATO

 

Valentino Parlato,
Devo darle atto di essersi civilmente schierato contro il boicottaggio di Israele alla Fiera del libro di Torino, boicottaggio proposto da elementi di sinistra duri  e puri nel loro odio antisionista,  antiisraeliano, antisemita.
Non sono rimasta sconvolta dalle lettere di protesta di suoi lettori pubblicate sul Manifesto perche' sono la dimostrazione di quello che io vado scrivendo da molti anni: comunisti e fascisti sono uniti nell'odio contro il Popolo Ebraico e contro Israele.
Sono una cosa sola, due pezzi di una mela avvelenata che si uniscono all'occasione.
Non sono rimasta sconvolta nemmeno dall'espressione "razza ebraica" tornato tristemente in auge tra il popolo della sinistra italiana.
Non mi stupisce neppure la rozza  scelta del boicottaggio culturale che non dovrebbe mai esistere ma  ormai la barbarie impera nella nostra povera Europa.
Quello che mi ha lasciata letteralmente senza fiato, signor Parlato, sono state le sue argomentazioni, le sue spiegazioni, la sua, mi perdoni, ignoranza sull'argomento Israele-palestinesi.
I suoi paragoni!!! Valentino Parlato, i suoi paragoni!
Lei paragona i palestinesi agli ebrei, intelligenti e perseguitati allo stesso modo.
Ma si rende conto del razzismo che contengono queste sue parole? Innanzitutto non si puo' affermare che un popolo sia intelligente e un altro cretino, vi sono popoli piu' o meno colti, piu' o meno attivi, piu' o meno progrediti  ma non intelligenti o cretini.
Pero' mi metto al suo livello e vorrei ricordarle che gli ebrei, perseguitati da 2000 anni, uccisi, decimati, privi di diritti civili, hanno regalato  all'Europa  scienza, musica, medicina.
Cultura, Parlato, Cultura! 
Gli ebrei, questo  popolo che ha subito l'Inquisizione, i pogrom, la shoa', ha letteralmente nutrito l'Europa con  il suo sapere.
Gli ebrei perseguitati non hanno mai avuto un'arma e non hanno mai alzato un dito contro i loro persecutori.
E allora come fa a paragonare i palestinesi  a gli ebrei Signor Parlato?
I palestinesi, e diciamocelo, Parlato, in quarant'anni di esistenza hanno prodotto solo terrorismo e miseria nonostante i miliardi loro elargiti.   
Israele gli ha dato scuole e universita' che  loro hanno usato come covi per il terrorismo.
Israele gli ha dato la tecnologia e loro l'hanno bruciata.
Intelligenti, Parlato? Strana forma di intelligenza davvero, ogni popolo cerca di progredire non di imbarbarirsi, ogni popolo cerca di educare i propri figli non di farne dei terroristi martiri assassini .
 
Si, sono stati rinchiusi in campi dai loro fratelli arabi e si sono lasciati usare per odio, felici di essere considerati il simbolo dell'oppressione israeliana. Si sono fatti sfruttare per inettitudine  e per ottenere in cambio la distruzione di Israele. 
Hanno usato tutta la violenza di cui sono capaci, hanno ammazzato, sgozzato, linciato e lei  li definisce perseguitati? Ma lo sa cosa significa persecuzione? Forse dovrebbe informarsi e magari andare a vedere quello che succede in Africa ai popoli che voi avete rimosso dalle vostre menti  perche' l'unico chiodo fisso  sono  loro, i palestinesi, attraverso i quali odiare gli ebrei, i sionisti, sti capitalisti del cavolo, vero Parlato, che lavorano come matti per il Paese che hanno e per renderlo sempre migliore.
Che i popoli dell'Africa si fottano, la' non ci sono ebrei da demonizzare.
Ma lasciamo perdere i palestinesi e la loro fede nazista ereditata da Haj Amin Al Husseini, il mufti zio di Arafat, amico e collaboratore di Hitler  e  veniamo alle sue perle signor Parlato.   
Nell'intervista all'Unita' lei afferma " Un vero Stato degli ebrei non è mai esistito. Gli ebrei sono per definizione la diaspora, che è stata una grande risorsa intellettuale».
Roba che vado in svenimento, Parlato! 
Si rende conto ? Ma lei a scuola c'e' stato? Non ha imparato che gli ebrei hanno avuto uno stato per 1000 anni con capitale  Hebron prima e poi  Gerusalemme? 
Come si permette di delegittimare gli ebrei e di negarne la storia? come si permette di dire che  sono  la diaspora per definizione  e che questo vi ha fatto tanto  comodo per la risorsa intellettuale che sono stati.
Ormai non dovrei meravigliarmi piu' di niente , dopo 40 anni di antisemitismo comunista intrecciato con l'antisionismo. Ne avete dette di tutti i colori, avete falsato la storia, avete mitizzato e giustificato i terroristi  ma che il fondatore di un giornale faccia affermazioni simili e' scioccante mi creda.
E ci dica Parlato, quando mai i palestinesi hanno avuto uno stato?
Mai, pensi, MAI e lei per compensarli di questo e per premiarli della loro barbarie vorrebbe uno stato per due popoli. Ma bravo, ma bene, bis, e perche'?
Gli ebrei non possono, secondo lei, avere il loro paese come tutti i popoli di questo mondo dove vivere tranquilli dopo tanto patire?
I palestinesi hanno la Giordania perche' e' quella la Palestina storica , tutto il resto lo hanno rifiutato perche' le loro carte geogerafiche, probabilmente anche le vostre, danno a Israele il nome di Palestina e non si fermeranno fino a quando , come diceva il vostro guru  Arafat, non ci avranno gettati in mare.
No no no,  Parlato,  Israele e'  degli israeliani non degli arabi ed e' uno stato ebraico, non islamico ed e' una democrazia, non una dittatura.
Si metta l'animo in pace e studi la Storia, quella vera, non quella  taroccata,  e glielo dica ai vostri amici palestinesi, Israele e' degli ebrei e non si torna indietro nelle Storia, non possono pretendere oggi quello che hanno ripetutamente rifiutato  per 60 anni sperando in un altro genocidio di ebrei come promesso dai loro fratelli arabi.
Glielo aveva promesso anche Nasser , che lei definisce , spero scherzando, "un egiziano democratico".
Mannaggia , signor Parlato, se lei che e' un direttore di giornale ha simili lacune, convinzioni  e disinformazioni storiche  cosa si puo' sperare dai suoi giornalisti !
E cosa  possiamo  aspettarci dalla base che vi legge: boicottaggio di Israele, bandiere di Israele bruciate, negazionismo,  isteria razzista  che va a braccetto con quella araba.
l'intelligentia araba e' antiisraeliana, antisionista e antisemita.
L'Intelligentia ebraica e israeliana di sinistra, e' antiisraeliana, antisionista e, in alcuni casi purtroppo e' anche antisemita.
Siamo rimasti solo noi ebrei cattivi a difendere Israele ma lo faremo fino all'ultima goccia di sangue alla faccia dei boccottaggi,  dell'odio, della disinformazione.
In questo quadro desolante  di odi, delegittimazioni, demonizzazioni, boicottagi, finalmente una buona notizia,  il Rabbino di Napoli Pierpaolo Pinhas Punturello  ha rifiutato l'invito della Jervolino in occasione delle cerimonie per la Giornata della Memoria perche' la Sindaca durante un incontro con una delegazione di palestinesi aveva paragonato  la situazione mediorientale all'occupazione nazista.
Ehhh si, e' un viziaccio dei piu' sporchi,  per fortuna la Jervolino ha trovato un rabbino con  una buona dose di orgoglio cui esprimo tutta la mia ammirazione e solidarieta'.
Se facessero tutti cosi' forse incomicereste a pensare che qualcosa in voi, popolo della sinistra, non funziona.
Viva gli ebrei cattivi, Valentino Parlato, perche' sono quelli che amano Israele e la liberta'!
Quelli buoni, alla Moni Ovadia, li lasciamo a voi. 
 
Deborah Fait    
 
 


31 gennaio 2008

Cosa bianca e balena bianca, stessa minestra

 

E così ritorniamo alla DC!

Il Capo di Stato ha dato il mandato a Marini, presidente del Senato, per un incarico esplorativo per fare una nuova maggioranza. Ma quale maggioranza potrà cercare di fare un ex democristiano? Invece di progredire l’Italia tornerà indietro di circa 60 anni quando al governo vi erano i democristiani al potere.

Ma quale è stato il risultato della Balena Bianca? Un fallimento totale, difatti per sopravvivere, ossia stare seduti sul cadreghino tanto amato, si sono alleati con la sinistra e ne è venuto fuori il Centrosinistra, vera peste del secolo.

Varie le supposizioni del mandato a Marini: per prima cosa si farà di tutto per non andare alle votazioni prima di otto mesi, così con due anni e sei mesi e un giorno, termine minimo per assicurare una pensione completa a deputati e senatori ( circa 3.000 euro al mese per un mandato e 5.000 se sono già al secondo), argomento che trova sensibilità trasversali tra gli schieramenti…magari un breve governo tecnico che cambi la legge elettorale e assicuri l’arrivo al traguardo agognato. La pecunia è troppo importante, gli ideali non rendono.

Chi ha perso la maggioranza cercherà in ogni dove argomenti sottili, falsi ma con qualche apparenza di validità per riprendere il potere.

Marini non solo è un ex DC, ma è stato anche un sindacalista. E che significato ha sindacalismo? Programma mirante a organizzare i lavoratori in sindacati al fine di garantire gli interessi nei confronti dei datori di lavoro. E quale è stato il risultato?

I sindacati si sono arricchiti con le forti quote di iscritti dei poveri lavoratori che in compenso non hanno mai ottenuto nulla, anzi con i continui scioperi organizzati dai sindacati hanno perso denaro per assenza dal lavoro.

Era ovvio attendersi da Napolitano dare l’incarico ad uno della maggioranza da poter giostrare a piacimento. Marini è stato il prescelto anche se correva Amato.

Ora siamo in un circolo talmente vizioso che pare un labirinto, non si trova una via d’uscita.

Chi vuole subito le elezioni, chi le voleva ma ora ha cambiato parere, chi voleva il referendum ora vuole votare, insomma il solito dilèmma e incoerenza prettamente italiano.

Chi vincerà al tiro della fune?

Secondo i sondaggi, raramente ne imbroccano una giusta, dovrebbe vincere il centrodestra, secondo altri il centrosinistra. Ora, poi, vi sarebbe la prospettiva di una terza coalizione: il centro, ossia ritornare alla Prima Repubblica con la Balena Bianca, pardon, la Cosa Bianca, alias DC.

Se il governo Prodi è stato il peggior governo che l’Italia abbia mai avuto, le previsioni se vincesse il centro sarebbe l’Apocalisse!

ERCOLINA MILANESI

www.ercolinamilanesi.com



31 gennaio 2008

Giovani arabi israeliani a favore del servizio nazionale

 Raddoppia il numero di ragazzi e ragazze arabi che scelgono il volontariato nell'ambito del servizio nazionale-civile israeliano. Nonostante l'opposizione della leadership del settore arabo.



Il numero di giovani arabi che hanno prestato volontariato per il servizio nazionale nel 2007 è raddoppiato rispetto allo scorso anno, nonostante l’opposizione sollevata dai leader arabo-israeliani. È quanto emerge dai dati raccolti dall’Amministrazione per il Servizio Nazionale e Civile, l’autorità governativa incaricata del servizio nazionale civile.

Le statistiche fornite dall’autorità, che inizierà ad operare in forma ufficiale all’inizio del 2008, mostrano che alla fine di ottobre [del 2007] 600 arabi hanno prestato servizio volontario per il servizio nazionale, mentre erano stati la metà nel 2006. Attualmente ci sono in totale 1'200 volontari, la maggior parte dei quali sono donne.

Ogni cittadino israeliano che non è obbligato a prestare servizio nelle Forze di Difesa di Israele può prestare volontariato per il servizio nazionale, che è chiamato anche “servizio civico”. Questo include assistenza nelle scuole, negli ospedali e in altre istituzioni. Recentemente il governo ha deciso la creazione di un’amministrazione centrale per coordinare gli sforzi di tutte le associazioni di volontariato. Lo Stato è interessato ad aumentare il numero di giovani uomini volontari dai settori che non servono nell’esercito, come i cittadini non ebrei e gli ultraortodossi.


La Shlomit Foundation, uno dei più importanti gruppi per il servizio nazionale, ha riferito di un significativo aumento dei volontari arabi. Stando alle statistiche di Shlomit, lo scorso anno 140 arabi hanno prestato volontariato con questa fondazione, mentre nel 2007 sono stati più di 220. Haya Shmuel, direttore generale di Shlomit, ha detto che altri 180 giovani arabi, uomini e donne, si sono registrati con l’associazione, ma non sono stati ancora trovati loro degli incarichi, a causa della mancanza di posti autorizzati.

Ci sono però ancora molti arabi israeliani che si oppongono a questo volontariato, definendolo un tentativo da parte dell’establishment ebraico di offuscare l’identità arabo-palestinese della generazione più giovane e di “israelianizzarla”. Un’altra accusa è che lo stato stia usando il servizio nazionale per reclutare indirettamente la gioventù araba per una specie di servizio militare.

Iman Ouda, coordinatore presso l’Israeli-Arab Monitoring Committee delle attività contro il servizio nazionale, afferma che la principale ragione per l’obiezione al servizio nazionale è che questo ha un diretto legame con il servire le Forze di Difesa di Israele.

"Il legame tra i due è esistito sin dalla costituzione dello Stato”, ha detto Ouda, insistendo sul fatto che dare sostegno a Tsahal o all’establishment della difesa è fuori questione per la maggior parte degli arabi israeliani.

Il dott. Reuven Gal, che guida il team che sta dando vita all’Amministrazione per il Servizio Nazionale-Civile, afferma che questo è un errore demagogico.

"Se lo Stato avesse voluto reclutarli, non lo avrebbe fatto indirettamente”, dice Gal, il quale crede che la vera ragione dell’opposizione del Monitoring Committee sia la paura che i volontari si integreranno nella società israeliana.

Gal ha inoltre rilevato che il Monitoring Committee non ha risposto al suo invito di partecipare all’iniziativa crescente del volontariato da parte degli arabi israeliani e che i rappresentanti del comitato hanno sollevato “accuse senza fondamento”, come l’esistenza di un legame tra l’amministrazione e l’establishment della difesa.

Il Prof. Sami Smooha, un sociologo dell’Università di Haifa, ha detto che uno studio da lui condotto ha permesso di riscontrare che il 70% dei giovani arabi è interessato al servizio nazionale.

"Per il retroscena dell’opposizione a questo programma, della mancanza di cooperazione da parte della leadership del settore arabo e del Monitoring Committee, queste statistiche non possono essere date per scontate”, dice una fonte dell’Ufficio del Primo Ministro, che ha chiesto di restare anonima, in merito all’aumento del numero di giovani arabi nel volontariato.

"In cambio del volontariato, questi giovani ottengono uno status alla pari con gli ebrei israeliani che hanno completato il loro servizio militare, e capiscono che sarà a loro vantaggio in futuro”, ha detto Smooha, spiegando i risultati del suo studio.

Smooha ha evidenziato che per alcuni arabi il servizio nazionale offre una specie di “valvola di sfogo” dai villaggi arabi, consentendo loro di stringere dei legami con la società in generale, e che il servizio aiuta le giovani donne arabe a raggiungere l’uguaglianza di genere.

L’interesse mostrato dalla gioventù araba verso il servizio nazionale, ha detto Smooha, indica le differenze tra le posizioni dei leader del settore arabo e della gente comune. Al di là del fatto che questo è un progetto governativo, ha detto Smooha, la leadership ha paura che il volontariato possa far diventare il servizio nazionale obbligatorio in futuro.

Samer Haskia, 19 anni, di Akko, ha prestato volontariato come istruttore di computer in una scuola della sua città, e ha dichiarato che sono stati i suoi amici a convincerlo a firmare [per questa opportunità].

"Mi sono reso conto dell’importanza del servizio, nonostante ciò che se ne dice nel settore arabo”, ha detto Haskia, aggiungendo che ad Akko, che è una città mista, ha ravvisato solo una leggera attitudine negativa nei confronti del volontariato.

Amna Gazawi, 19 anni, di Kfar Maher, vicino ad Akko, ha fatto volontariato per il servizio nazionale tre mesi fa ed è ora una consigliera giovanile in un liceo.

"I nostri leader non sono felici di questo e neppure la mia famiglia”, ha detto, “Dicono che è come prestare servizio militare, ma ho spiegato che sto solo aiutando dei ragazzi. Questa è la nostra unica scelta, perché dopo il liceo non abbiamo nulla da fare. Grazie al mio servizio, riceverò degli aiuti e sarò in migliore posizione in futuro”.

La Shlomit Foundation ha ricevuto richieste anche dai figli degli ufficiali dell’ex Esercito del Libano del Sud [alleati di Israele ai tempi della guerra civile libanese, poi riparati in Israele con le loro famiglie e oggi cittadini israeliani, ndCI] per la prima volta da quando sono giunti in Israele nel 2000. Nel 2007 sette ragazze figlie di soldati di quella milizia hanno prestato volontariato per il servizio nazionale attraverso Shlomit.

Haaretz on line trad cronache israeliane


30 gennaio 2008

La Fame dei Palestinesi

 

Ha proprio ragione la UNRWA (United Nations Relief and Works Agency): i Palestinesi sono alla fame. Manca il pane, mancano i generi di prima necessita'.
Meno male che li hanno potuti comprare in Egitto...




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30 gennaio 2008

L’Onu chiede trasparenza, gli italiani rispondono … picche

 

I funzionari dovrebbero rendere note tutte le proprie rendite esterne



Ban Ki-moon lancia un appello per la svolta al Palazzo di vetro, ma i funzionari italiani declinano l’invito. Le Nazioni Unite voltano pagina e puntano sulla trasparenza per rilanciare l’immagine dell’organizzazione internazionale offuscata dagli scandali degli ultimi anni, primi fra tutti quelli legati al programma «Oil for food». A dare l’esempio è proprio il segretario generale promotore di un’iniziativa senza precedenti, ovvero la pubblicazione volontaria da parte delle più alte cariche del Palazzo di vetro delle rendite derivanti da attività diverse dagli stipendi percepiti in veste di funzionari. Ban Ki-moon invita i colleghi a seguire l’esempio, applicando una circolare emanata il 1 maggio 2006 dall’«Ethic Office» (l’ufficio per la vigilanza dell’etica) dell’Onu.

«Credo nella leadership e nell’esempio che deve dare, per questo non ho esitato a rendere pubblico il mio patrimonio e le mie rendite, come mai nessun Segretario generale ha fatto prima. Sono stato chiaro sulla necessità di trasparenza e sul rigore dell’etica professionale: le Nazioni Unite non permetteranno più episodi di corruzione o di abuso di potere».

Alle parole del Segretario generale, pronunciate il 31 agosto 2007 durante l’intervento alla sede delle Nazioni Unite di Torino, seguono i fatti. Un appartamento a Seul, proprietà e terreni sparsi in Corea del Sud e lo stipendio percepito in veste di ministro degli Esteri prima della nomina al Palazzo di vetro.

Ban Ki-moon non fa mistero del suo patrimonio e l’esempio viene seguito dalla sua vice, la tanzanese Asha-Rose Migiro, e da altri alti rappresentanti, inclusi i sottosegretari generali e gli assistenti del Segretario generale.

Ci sono anche tre italiani tra i funzionari a cui è esteso il provvedimento. Filippo Grandi, vice commissario generale, responsabile del programma di aiuti umanitari ai profughi palestinesi, e il generale Claudio Graziano, comandante della missione Unifil, la forza Onu schierata in Libano. Entrambi si sono rifiutati di rendere pubbliche le loro posizioni finanziarie.

«In ottemperanza con la risoluzione dell’Assemblea Generale “AJRES/60/238”, ho scelto di mantenere riservate le informazioni contemplate dal programma di trasparenza finanziaria», hanno dichiarato entrambi. Un terzo funzionario italiano Antonio Maria Costa, direttore generale dell’Ufficio Onu di Vienna non ha ancora presentato la dichiarazione, ma sono note le sue battaglie a favore della trasparenza in linea con la politica di Ban Ki-moon.

«Nonostante il carattere discrezionale dell’iniziativa - spiega una nota divulgata sul sito delle Nazioni Unite - la pubblicazione delle informazioni sul patrimonio rappresenta un’importante testimonianza che prova come lo staff dell’Onu non sarà influenzato nell’esercizio delle proprie funzione da interessi privati».

L’iniziativa promossa da Ban Ki-moon rappresenta un ulteriore passo in avanti nella campagna per rilanciare l’immagine delle Nazioni Unite appannata in particolare dagli scandali legati all’«Oil-for-food». Il programma umanitario «petrolio in cambio di cibo», avviato dalle Nazioni Unite nel 1995 con la risoluzione 986, e terminato nel 2003, era stato realizzato per consentire all'Iraq di vendere petrolio nel mercato mondiale in cambio di generi alimentari, medicine, e per far fronte ad altre esigenze della popolazione irachena vittima del regime di Saddam Hussein e provata dall’embargo della Comunità internazionale. Le indagini condotte successivamente hanno rilevato diversi casi di corruzione: in particolare i proventi della vendita di greggio rientravano nelle casse del regime di Baghdad o finivano nelle tasche di alcuni funzionari delle Nazioni Unite.

Episodi troppo gravi per Ban Ki-moon che non appena prese in mano le redini dell’Onu ha immediatamente puntato sul rilancio di immagine: «Il nostro obbiettivo è il rispetto degli standard etici. La reputazione delle Nazioni Unite è uno dei massimi valori e io farò il possibile per rafforzare la nostra immagine e per garantire la massima integrità e la coerenza etica dello staff», ha ribadito il Segretario generale dell’Onun. Ma l’interpretazione della trasparenza, evidentemente, non per tutti è uguale.

Francesco Semprini


30 gennaio 2008

I baby schiavi di Pechino

 

La denuncia: lavoro minorile, orari massacranti e salari da fame per gli operai del business del logo.

Il rapporto PlayFair: “Gravissimi abusi nelle fabbriche”.

"Ho lavorato dall'alba fino alle due di notte. Ero esausta ma il giorno dopo mi hanno costretto a ricominciare". È una bambina cinese di 13 anni a parlare, una piccola operaia-schiava che fabbrica i gadget con il logo ufficiale per le Olimpiadi del 2008. La sua testimonianza è stata raccolta da attivisti umanitari cinesi che sono riusciti a infiltrarsi in segreto in quattro aziende del sud del paese: tutte lavorano per conto del Comitato olimpico di Pechino. Queste aziende sono state regolarmente autorizzate a produrre i popolari oggetti in vendita con il marchio dei Giochi: borse e zainetti, T-shirt, berretti, quaderni, figurine e album illustrati per bambini. Il marketing degli oggetti griffati vale da solo 70 milioni di dollari, per gli organizzatori cinesi delle Olimpiadi. Ma dietro questo business ci sono fabbriche-lager dove si sfruttano i bambini, vige un clima di terrore, non vengono rispettati neppure i modesti diritti dei lavoratori previsti dalla legislazione cinese. "Nessuno indossa guanti protettivi qui - rivela un altro piccolo operaio che usa vernici tossiche e additivi chimici pericolosi - perché coi guanti si lavora meno in fretta e il caporeparto ti punisce. Le mie mani mi fanno molto male, quando le lavo piango di dolore". Queste testimonianze sono state raccolte a Shenzhen e nel Guangdong in quattro stabilimenti chiaramente identificati: Lekit Stationery (prodotti di cancelleria), Mainland Headwear Holdings (berretti sportivi), Eagle Leather Products (pelletteria) e Yue Wing Light Cheong Light Products (zainetti e accessori). Tutti lavorano alla luce del sole per conto delle autorità olimpiche cinesi. A smascherare gli abusi sistematici che avvengono in quelle fabbriche sono stati gli attivisti locali di PlayFair 2008, sigla che si traduce in "Gioca lealmente 2008": è un'organizzazione promossa e sostenuta dai sindacati occidentali dei lavoratori tessili e dall'ong umanitaria Clean Clothes. L'inchiesta sul campo è iniziata nell'inverno 2006. Dopo sei mesi di appostamenti, contatti segreti e interviste clandestine con gli operai, il quadro che emerge è disperante. Il lavoro minorile dilaga, alcuni bambini e bambine hanno appena 12 anni e sono già alla catena di montaggio. Una fabbrica di oggetti di cancelleria impiega venti bambini che ha ingaggiato durante le vacanze scolastiche: lavorano dalle 7.30 del mattino alle 22.30, con gli stessi ritmi degli adulti. Spesso sono obbligati a fare straordinari, non remunerati. Perfino il salario degli operai adulti in queste aziende, a 20 centesimi di euro all'ora, è la metà del minimo legale in vigore nella regione del Guangdong (già molto basso). Molti di loro sono costretti a lavorare sistematicamente 15 ore al giorno per sette giorni alla settimana, 30 giorni al mese, senza riposi né festività. I proprietari di Mainland Headwear costringono i dipendenti a mentire in caso di visite da parte degli ispettori del lavoro.A Shenzhen - la città della Cina meridionale che ha conosciuto un boom industriale spettacolare e ha il più alto reddito pro capite della zona - c'è un'impresa che produce su licenza ufficiale 50 oggetti griffati con il logo olimpico: lì i registri delle buste paga sono stati ripetutamente falsificati dai manager per fare apparire orari più corti e salari più alti. In quella fabbrica gli operai lamentano gravi problemi di salute, incidenti sul lavoro, malattie della pelle dovute al contatto con agenti chimici, difficoltà respiratorie per le polveri tossiche.



Alcuni operai hanno osato denunciare questi problemi alle autorità locali e sono stati licenziati in tronco. Il rapporto di denuncia divulgato da PlayFair si intitola "Niente medaglie olimpiche per i diritti dei lavoratori". Guy Rider, segretario generale della Confederazione internazionale dei sindacati del tessile-abbigliamento, ha dichiarato: "È vergognoso che questi gravi abusi avvengano in fabbriche che hanno la licenza ufficiale del comitato olimpico". Il sindacalista ha esortato il Comitato olimpico internazionale (Cio) a premere sugli organizzatori cinesi perché cessino queste violazioni dei diritti umani. A Pechino il comitato olimpico locale ha reagito annunciando che revocherà le licenze alle quattro aziende incriminate nel rapporto PlayFair. Ma le fabbriche dove avvengono questi abusi sono sicuramente più numerose. Le autorità di polizia locali avrebbero la possibilità di smascherare altre illegalità. A differenza degli attivisti di PlayFair costretti a indagare nella clandestinità, le forze dell'ordine cinesi hanno poteri pressoché illimitati e possono agire alla luce del sole. La ragione per cui non lo fanno è intuibile. In un caso di cronaca recente 31 operai sono stati liberati dalla schiavitù in una fabbrica di mattoni dello Shanxi. Da un anno lavoravano senza ricevere salario, solo razioni di pane e acqua. Il proprietario della fabbrica era il figlio del boss locale del partito comunista. Sono diffuse le collusioni e l'omertà tra il capitalismo selvaggio, la nomenklatura politica, la polizia e la magistratura. In vista delle Olimpiadi però la Cina sarà sottoposta a uno scrutinio sempre più pressante da parte dell'opinione pubblica occidentale. Per il regime i Giochi di Pechino sono una formidabile operazione d'immagine, devono consacrare il nuovo status del paese come superpotenza globale, il prestigio di Pechino come capitale cosmopolita e moderna, il fascino turistico della Cina. Ma oltre ad attirare almeno mezzo milione di visitatori stranieri, i Giochi saranno un momento di forte visibilità anche per ogni forma di dissenso, di disagio sociale e di denuncia di abusi.

INVIATO DA ERCOLINA MILANESI


30 gennaio 2008

Giudeo-bolscevismo? Una balla

 


Dalla Polonia parte il dibattito sul rapporto tra ebrei e comunismo che non va lasciato agli antisemiti. In URSS il popolo d’Israele fu duramente perseguitato, eppure molti intellettuali ebrei appoggiarono il regime
In occasione delle recenti elezioni politiche polacche (svoltesi il 21 ottobre) la battaglia ideologica fra il Partito della Legge e della Giustizia (Prawo i Sprawiedliwosc, PiS) del primo ministro Jaroslaw Kaczynski (fratello gemello del presidente della Repubblica di Polonia, Lech Kaczynski) – uscito sconfitto, seppure di misura, dalla consultazione – e i suoi oppositori è stata particolarmente aspra. Il PiS è stato accusato di antisemitismo, e ha a sua volta accusato gli oppositori, che criticavano la sua politica di lustracija, “pulizia”, intesa a fare emergere i nomi di coloro che in passato avevano collaborato con i servizi segreti della Polonia comunista, di far parte di un complotto antinazionale di “ebrei e comunisti”.

A una prima lettura, qualunque tesi che considera l’ebraismo e il comunismo come parte di uno stesso complotto – contro il cristianesimo, l’Europa o lo spirito nazionale della Polonia o di altri Paesi – appare semplicemente come un fantasma antisemita. È infatti evidente che il comunismo ha spesso perseguitato gli ebrei e la loro religione. La grande maggioranza delle sinagoghe in Russia e nei Paesi satelliti sono state distrutte o trasformate in magazzini o musei. Il “complotto dei medici” (1948-1953) – sostanzialmente inventato dalla propaganda staliniana, che accusava un gruppo di dottori di avere tentato di uccidere i principali dirigenti del regime – si tradusse in una recrudescenza di antisemitismo (dal momento che molti dei medici accusati erano ebrei) in tutta l’Unione Sovietica. La falsa “accusa del sangue” – cioè la calunnia secondo cui gli ebrei sgozzerebbero ritualmente fanciulli non ebrei per mescolare il loro sangue alle azzime di Pasqua –, oltre che nel mondo islamico, fu presa sul serio dalle autorità dopo la Seconda guerra mondiale quasi esclusivamente in URSS (per esempio in Uzbekistan: a Margilan nel 1961 e a Tashkent nel 1962).

Lo schieramento del regime sovietico, e del comunismo internazionale, a fianco dei palestinesi e dei Paesi arabi nella lotta contro Israele portò a una serie di discriminazioni e di campagne antisemite non solo in Unione Sovietica ma anche nei Paesi satelliti: nella stessa Polonia negli anni 1967-1968 centinaia di ebrei furono epurati dai quadri dirigenti del Partito Comunista. Chiunque conosca sia l’ostilità a Israele del mondo comunista, sia come questa ostilità si trasformi facilmente – anche se a volte per gradi, così che l’esito appare evidente solo alla fine del processo – in antisemitismo, non potrà che sorridere, certo amaramente, di fronte a espressioni come “giudeo-comunismo”, che appartengono a una semplice operazione di propaganda che ignora le realtà e la complessità della storia.

Era il 1991 quando...
Tuttavia la campagna elettorale polacca del 2007 ha fatto nascere anche un serio dibattito, almeno in Polonia, fra gli specialisti accademici del comunismo, alcuni dei quali sono ebrei. Il fatto che gli antisemiti sollevino la “questione comunista” in un modo non solo propagandistico ma storicamente assurdo vieta che la domanda sui rapporti fra un certo numero di ebrei e il comunismo sia posta?
Oppure il fatto che gli storici seri si autocensurino con un “divieto di fare domande” sul tema, per paura di essere confusi con gli antisemiti, non finisce con il fare il gioco degli antisemiti stessi?
La discussione, per la verità, non è nuova e – a prescindere da numerose pubblicazioni in lingua polacca – è stata avviata in Occidente già con il volume del 1991 di Jaff Schatz The Generation: The Rise and Fall of the Jewish Communists of Poland (University of California Press, Berkeley- Los Angeles-Londra), mentre in Russia lo stesso problema è stato posto ripetutamente da Aleksandr Solzenicyn. In occasione delle elezioni del 2007 Stanislaw Krajewski, professore di filosofia all’Università di Varsavia molto noto anche nel mondo cattolico per la sua partecipazione a iniziative di dialogo ebraico-cristiano, è tornato sulla questione, con un bilancio delle discussioni più recenti pubblicato sulla rivista statunitense Covenant: Global Jewish Magazine (vol. I, n. 3, ottobre 2007: Jews, Communists, and Jewish Communists, in Poland, Europe, and Beyond). Krajewski, tra l’altro, si dichiara interessato al dibattito anche per una ragione personale: è pronipote di Adolf Warski (1868-1937), che fu co-fondatore del Partito Comunista Polacco prima di cadere egli stesso vittima della “Grande Purga” staliniana.

L’ebreo Marx era antisemita
Krajewski non pensa che l’argomento dei rapporti fra alcuni ebrei e il comunismo (espressione più precisa rispetto a quella che implica una relazione fra ebraismo e comunismo) debba essere evitato per timore degli antisemiti. Alcuni dati statistici richiedono in effetti una riflessione.
Il filosofo polacco ricorda per esempio come uno dei primi “sovietologi” svedesi, non particolarmente noto come antisemita, Alfred Jensen (1859-1921), calcolasse nel 1920 che il 75% dei dirigenti bolscevichi russi fosse ebreo, anche se si deve considerare che questo dato precede l’epurazione di molti dirigenti ebrei dopo l’espulsione dell’ebreo Lev Trotsky (1879-1940) dal Partito Comunista dell’Unione Sovietica nel 1927. E in Polonia Krajewski ricorda che «dopo la Seconda guerra mondiale la maggioranza delle organizzazioni ebraiche erano filocomuniste». Tutto questo, ancora, prescinde dalle origini ebraiche di Karl Marx (1818-1883): se suo nonno era un rabbino, suo padre si era convertito al protestantesimo luterano. Karl era stato battezzato e dai suoi scritti traspaiono semmai evidenti pregiudizi antisemiti.

La questione potrebbe essere approfondita – ma non è l’interesse principale di Krajewski – con riferimento alla parabola dell’Haskalah, la versione ebraica dell’Illuminismo, che porta molti ebrei, talora (ma non sempre) transitando appunto per una conversione al protestantesimo liberale, a passare da una visione del mondo religiosa tradizionale a un liberalismo laicista, quindi da questo al socialismo, un’ideologia che è maggioritaria anche tra i fondatori e i primi dirigenti del movimento sionista.
Krajewski è più interessato alla storia del comunismo polacco, dove coesistono importanti dirigenti ebrei (come il suo bisnonno Warski) e antisemiti come Wladyslaw Gomulka (1905-1982), animatore della campagna antiebraica del 1967-1968, ma che già nel 1948 scriveva lettere a Josif Stalin (1878-1953) invocando purghe contro i membri ebrei del Partito.

Una prima conclusione di sedici anni di dibattiti – fra il libro di Schatz e le elezioni del 2007 – è che gli ebrei che diventavano comunisti lo facevano al termine di un percorso personale e familiare di progressiva perdita dell’identità ebraica. L’ebraismo – la più piccola delle religioni monoteistiche storiche (tredici milioni di persone contro un miliardo e mezzo di cristiani o di musulmani) – teme sempre di sparire per “assimilazione”: molti abbandonano la propria religione e non si considerano più ebrei, specie dopo avere sposato un coniuge non ebreo.

L’“assimilazione rossa”
Nel 1928 il famoso rabbino polacco Jehoshua Ozjasz Thon (1870-1936) metteva in guardia contro l’“assimilazione rossa”: gli ebrei, diventando comunisti, finivano per assumere totalmente un’identità comunista non solo rimuovendo l’identità ebraica ma talora (come Marx) vergognandosene e combattendola.
Ma la domanda rimane: perché un numero importante di ebrei, proporzionalmente maggiore rispetto ad altre comunità, aderì al comunismo? E anzitutto: ci sono cifre che lo confermano o tutti sono vittima di uno stereotipo antisemita? Secondo Krajewski gli studi più recenti e attendibili sulla Polonia mostrano che la percentuale di adesione di ebrei al Partito Comunista corrisponde, grosso modo, a quella degli ebrei sulla popolazione polacca in genere, ed è più bassa di quest’ultima prima della Seconda guerra mondiale, quando in Polonia vivevano ancora – prima di essere sterminati nell’Olocausto – grandi masse di ebrei rurali ultraortodossi e hassidici, ben poco inclini a farsi affascinare dal comunismo.
Quello che ha colpito la popolazione polacca è l’alta percentuale di ebrei (prima delle campagne anti-israeliane che iniziano nel 1956) fra i dirigenti comunisti e nei servizi segreti e di sicurezza interna. Ma anche in questi ultimi colpisce la cifra dei dirigenti, non quella dei semplici agenti. Nel periodo 1944-1956 fra gli agenti dei servizi di sicurezza polacchi gli ebrei sono l’1,7%, ma la cifra sale al 13,4% fra gli ufficiali e a quasi il 30% fra gli ufficiali superiori.

I figli dell’Haskalah
Ne consegue che, mentre è falso che in Polonia il comunismo abbia attirato gli ebrei più dei membri di altre etnie e religioni (anche perché alla percentuale di ebrei agenti dei servizi fa da contrappunto una percentuale ancor più alta di ebrei vittime degli stessi servizi), è vero che il comunismo ha arruolato un numero sproporzionato d’intellettuali di origine ebraica, molti dei quali particolarmente qualificati e preparati, così che – prima delle purghe antisioniste e antisemite degli anni 1950-1960 – nel Partito hanno potuto fare carriera. Ancora una volta – e Krajewski potrebbe forse andare più a fondo sul punto – tutto questo rimanda a una riflessione sulle classi colte e sugli intellettuali ebrei fra i secoli XVIII e XX, e sulla lenta deriva dall’assimilazione attraverso l’adesione all’Illuminismo fino all’“assimilazione rossa”: una deriva in cui per entrare, talora anche dalla porta principale, in ogni nuovo stato di cose che caratterizza l’Europa gli ebrei devono pagare un biglietto d’ingresso che consiste nel rinunciare alla propria religione e alla propria identità.
L’importanza di questa tematica difficilmente può essere sopravvalutata. L’errore più comune che porta a tollerare l’antisemitismo consiste nel costruire un modello “a taglia unica” de “gli ebrei”, mentre la parola “ebrei” designa gruppi umani con storie molto diverse fra loro.

Oggi fra un ebreo ultraortodosso di Gerusalemme (o di New York), con il suo modo di vestire che a molti sembra anacronistico e la sua morale rigorista, e un’attivista ebrea della California che frequenta una sinagoga riformata e sfila per il matrimonio tra le lesbiche c’è davvero poco in comune. Ma anche nel 1930 c’era poco in comune fra gli hassidim dei villaggi polacchi in attesa di essere sterminati dall’Olocausto e gli intellettuali di famiglia ebrea (ma atei) dei caffè di Varsavia che si entusiasmavano per il marxismo.
E tuttavia la domanda resta: perché molti intellettuali ebrei scelsero il comunismo? Perché non il liberalismo, o altre ideologie diverse da quella marxista? Sul punto la discussione non è conclusa. Alcuni dei partecipanti al recente dibattito polacco ritengono che gli intellettuali ebrei che diventarono comunisti, figli nella maggior parte dei casi di genitori passati dal razionalismo all’ateismo, in qualche modo tornassero alla religione, secolarizzando il messianismo ebraico nel messianismo marxista. Non è solo una analisi dell’atteggiamento di Marx, tanto nota e antica quanto controversa.

Memoria e purificazione
Lo stesso Schatz, il cui libro del 1991 come si è accennato è alle origini di tutto questo dibattito, paragona gli ebrei polacchi diventati dirigenti comunisti ai loro antenati che seguirono il falso messia Sabbatai Zevi (1626-1676). Altri – e Krajewski fra questi – fanno notare che il messianismo comunista contiene forse “ingredienti ebraici” ma che appare assai più persuasiva la sua ricostruzione come secolarizzazione (certo, con un equivoco drammatico e perverso) di idee tipiche del cristianesimo.
La vera domanda non è : “Perché i comunisti sono ebrei?” (una questione mal posta, e storicamente falsa) ma: “Perché molti (intellettuali) ebrei diventarono comunisti?”.
La risposta, secondo Krajewski, non ha tanto a che fare con la religione ma con un senso di marginalità e di “non appartenenza” alla società maggioritaria, un sentimento di cui la religione non è l’unica componente (e di cui l’economia è una componente trascurabile: non si tratta di marginalità economica, ma culturale e spirituale).

In questo senso, per il filosofo polacco è interessante notare che in Israele oggi esiste un piccolo Partito Comunista i cui dirigenti sono in maggioranza arabi. Anche nel loro caso non è l’islam, ma il senso di “non appartenere” davvero alla società israeliana che spiega la loro adesione al comunismo.
E tuttavia la questione rimane aperta. Krajewski, il cui bisnonno comunista è stato accusato di atrocità, pensa che una “purificazione della memoria” e il riconoscimento del comunismo come “problema morale” siano necessari anche per la comunità ebraica, che «le assurdità antisemite non debbano fermare la ricerca sui rapporti fra ebrei e comunismo», e che «coloro che denunciano come razzista ogni statistica sul numero di ebrei nelle istituzioni comuniste» abbiano torto.
«Discutere questi problemi non dev’essere lasciato agli antisemiti». Come ogni menzogna, l’antisemitismo vive nel buio e ogni ricerca che fa luce sulla storia, anche sui suoi aspetti più dolorosi, è in realtà il modo migliore per combatterlo.

 Massimo Introvigne


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