.
Annunci online

  LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”
 
Diario
 








  







Liberali per Israele 






     
  A Shuny 
                     

    
  




 Contatori visite gratuiti


30 novembre 2007

Negoziati bilaterali e continui per la pace entro il 2008

 ”Esprimiamo la nostra determinazione a porre fine ai versamenti di sangue... a diffondere una cultura di pace e di non-violenza, a combattere il terrorismo e l’istigazione all’odio, che gli autori siano palestinesi o israeliani”.
Lo hanno dichiarato martedì ad Annapolis i rappresentanti “del governo dello Stato di Israele e della OLP, rispettivamente il primo ministro Ehud Olmert e il presidente Mahmoud Abbas nelle sue qualità di presidente del comitato esecutivo dell’OLP e dell’Autorità Palestinese”.
"Per perseguire l'obiettivo di due stati, Israele e Palestina, che vivano fianco a fianco nella pace e la sicurezza – prosegue la dichiarazione congiunta letta dal presidente Usa George Bush – decidiamo di lanciare immediatamente negoziati bilaterali in buona fede per concludere un trattato di pace che risolva tutte le questioni di fondo, comprese quelle che stanno al cuore del conflitto, senza eccezioni".
"Conveniamo di impegnarci con determinazione in negoziati senza interruzioni. A tale scopo (verrà creato) una commissione diretta congiuntamente dai capi delle delegazioni delle due parti. La prima riunione di questa commissione si svolgerà il 12 dicembre 2007. A meno che le parti decidano differentemente, l'applicazione del futuro trattato di pace dipenderà da quella della Road Map''.


30 novembre 2007

Iran: campagna contro il rap

 

Genere musicale dichiarato illegale dal governo

 
Le autorita' iraniane hanno deciso di lanciare una campagna contro la musica rap che rischia di 'diffondere l'immoralita' nella societa''. Il rap si e' diffuso rapidamente negli ultimi anni tra i giovani attraverso dischi clandestini e via Internet e per Teheran 'non ci sarebbero problemi per questa musica in se', ma a causa delle parole oscene usate dai cantanti, il genere e' dichiarato illegale'. Lo ha spiegato il capo del consiglio per supervisione e valutazione delle attivita' musicali.


30 novembre 2007

Padre Filippo Pilato, nomen omen

 


Sul sito "Identita' europea" e' apparso un articolo in data 29 0ttobre firmato da padre Filippo Fortunato Pilato dal titolo "Con la Terra Santa nel cuore". Vi segnaliamo alcune chicche del Pilato (non avrebbe potuto scegliere cognome piu' adatto).
"Svariate sono le missioni alle quali ero votato tra cui la documentazione del brutale tentativo di urbanizzazione dei Beduini del Neghev,dei sempre piu' oppressivi check point nei territori occupati,della giudeo-sionizzazione di Gerusalemme...".
"Uno spiacevole contrattempo mi ha costretto ad abbandonare la Giordania di corsa a bordo di un taxi in quanto il mio compagno di viaggio,padre Mario,frate
della Custodia di Terra Santa,83 anni,fu colto da una improvvisa e aggressiva forma di infezione bronchiale,con febbre altissima che faceva presagire il peggio.Lasciato il gruppo di amici ad Amman ci siamo dovuti dirigere a Gerusalemme dove egli fu ricoverato all'ospedale St. Joseph,gestito dai cattolici.In quelli a GESTIONE ISRAELITA non sarebbero state certo le stesse cure e attenzioni...... anzi.....tra i religiosi e addetti ai lavori si dava per certo in quel caso una lunga degenza......".
Ma perche',allora,non se ne e' rimasto a Amman ?

KOL HA-ITALKIM


30 novembre 2007

Gli arabi al tavolo e Teheran resta sola

 

E’ fin troppo ovvio che il vero giudizio sulla Conferenza di Annapolis lo si potrà dare soltanto sulla base di quello che accadrà poi. Ed è altrettanto ovvio che la strada da percorrere per arrivare da Annapolis fino a un trattato di pace fra lo Stato d’Israele e un nuovo Stato palestinese sarà tutta in salita. Ma sarebbe da stolti non augurarsi che la conferenza di Annapolis, e la svolta di Bush, prima disinteressato al conflitto israelo-palestinese, ora impegnato a fondo nell’impresa di ridare in extremis lustro alla sua logora presidenza, spingendo e tirando con tutte le sue forze gli storici nemici mediorientali sulla via della pace, segnino un nuovo principio verso un lieto fine che fino a ieri era quasi inimmaginabile.

È facile pronunciare giudizi catastrofici, come quello del buon maestro Barenboim, che vede nella conferenza una semplice «messinscena» di Bush, e che avverte (con qualche ragione) che anche se Olmert e Abu Mazen raggiungeranno un accordo, nessuno dei due troverà un facile sostegno da parte della propria gente. Tutto questo lo sapevamo già. Era altrettanto prevedibile che Netanyahu, e cento rabbini (ma di rabbini in Israele ce ne sono molti più di cento), avrebbero dato un giudizio negativo su Olmert, e che i capi dell’ala estremista di Hamas avrebbero annunciato di avere pronto «un esercito di kamikaze che fanno la fila per immolarsi in Israele». Ma è difficile non fare il tifo per i due leader e per il loro coraggio; e trovare anche motivo di speranza in alcune reazioni scontate, come la furibonda rabbia del leader iraniano Ahmadinejad, che promette tutto il suo aiuto agli aspiranti terroristi, confermando la previsione che Israele non sopravvivrà.

A provocare l’ira di Teheran non può essere stato l’esito positivo dell’incontro fra Abu Mazen e Olmert, che una volta deciso di andare ad Annapolis non potevano certo tornarsene a casa a mani vuote. Quello che ad Ahmadinejad deve essere risultato intollerabile, e pericoloso, è la partecipazione all’incontro dei rappresentanti di sedici Stati arabi (compresa la Siria). Teheran non può non sapere che questa discesa in campo degli arabi a favore della pace ha anche, e forse soprattutto, profonde motivazioni anti-iraniane. L’Iran, con l’appoggio ai «kamikaze», e con le sue ambizioni missilistico-nucleari, non minaccia soltanto la sopravvivenza d’Israele. L’Iran, che non è arabo, ed è l’unico stato sciita della regione, si presenta, con la sua ambizione a diventare la superpotenza regionale, come una minaccia al mondo arabo e ai suoi governanti. La paura dell’Iran trova d’accordo arabi ed ebrei.

La vera novità di Annapolis, che fino a poco tempo addietro nessuno poteva dare per certa, sta probabilmente in questa presenza araba, quasi plebiscitaria. Essa si raffigura come una forte pressione su Israele, ma anche come un forte motivo di speranza per lo Stato ebraico; che non vuole soltanto far pace con i palestinesi, ma col mondo arabo-islamico in cui la storia, sempre matrigna col «popolo eletto», ha finito per collocare quello Stato ebraico che, cent’anni fa, era solo un’utopia.

E adesso, più che indugiare nell’elenco ben noto degli ostacoli che si incontreranno sulla via del negoziato, e sulla difficoltà dei problemi da risolvere (la collocazione a Gerusalemme di due capitali; il futuro dei profughi palestinesi; la definizione dei confini; la cancellazione di un certo numero di insediamenti israeliani; il graduale e necessario, ma rischioso ritiro delle forze di sicurezza d’Israele dalla West Bank; la necessità di far prevalere gli elementi più moderati anche in seno a Hamas, che non potrà isolarsi in eterno dal mondo arabo; la necessità di «vendere» l’accordo di pace ai due popoli), è il momento di chiedersi che cosa possiamo fare noi, gli europei e i russi e gli americani, per spianare la strada ad un’intesa.

Qualcosa, e più di qualcosa, possiamo fare, non soltanto predisponendoci, se mai ci verrà chiesto, a fornire anche (con buona pace di coloro cui ogni menzione di armi ed armati fa venire l’orticaria) forze militari d’interposizione; ma soprattutto preparandoci a gesti di grande generosità, a partire dalla «conferenza dei donatori» per i palestinesi, già indetta per il 17 dicembre a Parigi, al fine di mettere in moto una rapida rinascita economica e civile dei territori palestinesi, a cominciare dalla West Bank; contribuendo, in tal modo, anche a creare un ambiente capace di accogliere quei profughi che vorranno, un giorno, tornare a casa loro. Bisogna mettere a punto (come del resto in Afghanistan) una strategia politico-economica, che richiederà non solo generosità, ma anche fantasia, capacità operativa, e consapevolezza del fatto che abbiamo poco tempo per aiutare la nascita di un apparato di governo palestinese credibile, e per convincere la gente palestinese (anche i palestinesi di Gaza) che la pace paga; e che la creazione di una patria palestinese accanto a una patria israeliana potrebbe ridare agli uni e agli altri (e a tutti coloro che vogliono bene agli uni e agli altri) una nuova speranza.
Arrigo Levi


30 novembre 2007

Vasco Blog

 

Caro Blogger,

Ti presento Vasco Blog, la nuova directory che raggruppa tantissimi blog italiani.

Un nuovo modo per dar loro visibilità ed aumentarne gli accessi.

Una pagina demo?

www.vascoblog.com/blog.php?link=www.vascoblog.com/weblog3.php

Anche se sei già presente in altre directories, iscriviti a Vascoblog !

E' un buon modo per aumentare visite, lettori, contatti. Non esiste concorrenza tra blog e blog, perchè finito di leggerne uno, non vai certamente

a rileggerlo, rileggerlo, rileggerlo.... se non dopo qualche giorno, quando sarà aggiornato.

Non c'e' niente di male quindi, se dopo il Tuo, l'utente ne legge un altro. L'importante è che abbia visto "anche" il Tuo.

Perchè naturalmente se oggi sei Tu a passare l'utente al blog successivo, domani, o anche subito dopo, capiterà che un altro Blog contraccambi la cortesia.

E quindi è molto importante che la nostra directory (come pure le altre) diventi di abituale utilizzo per quanti piu' utenti possibile.La novità del nostro VascoBlog? E' presto detto:

Nel frame in basso nella pagina c'e' un player radio che permette di ascoltare RadioVasco e molte altre emittenti.

L' utente potrà tranquillamente navigare tra le pagine dei blog, e nel frattempo ascoltare della bella musica in sottofondo, con

un ulteriore servizio in piu':mentre ascolta la radio e legge il blog, vede i titoli delle canzoni in onda in quel momento sulle altre emittenti,

in modo da poterle ascoltare immediatamente, con un veloce click, nel caso individui dei titoli interessanti.

Senza cambiare pagina, senza cambiare blog, ma scegliendo il sottofondo musicale che preferisce.

Nella speranza che questo nuovo servizio possa essere utile agli utenti ed anche ai Blog per diventare piu' gradevolmente fruibili,

Ti chiediamo un po' di collaborazione.

Affinchè il servizio possa decollare velocemente, e quindi possa essere molto piu' utile a tutti, sarebbe gradito anche un Tuo link .

L'investimento iniziale lo facciamo noi, con una massiccia campagna su Google che apparirà nei prossimi giorni con varie chiavi di ricerca,

per risultare velocemente visibili.

Ma non potremo continuare all'infinito ad investire senza rientri.

Pertanto Ti chiediamo di parlare di questa nostra iniziativa, inserendo una breve descrizione del nostro servizio (con parole Tue)

nel Tuo Blog, ed anche un link alla nostra home page: http://www.vascoblog.com

o alla pagina che contiene il player radio: http://www.vascoblog.com/blog?link=www.vascoblog.com/weblog3.php.

In cambio alterneremo nelle prime posizioni della categoria di riferimento i Blog che ci daranno la disponibilità.

Sperando di aver iniziato un servizio interessante, Ti salutiamo ed aspettiamo la Tua adesione.

Inviaci una mail a info@vascoblog.com

con indicati:

--Titolo del Blog

--Indirizzo della pagina da inserire

--Breve descrizione

--Categoria in cui vuoi essere inserito (vedi la nostra homepage www.vascoblog.com)

--Città

--Provincia

--Pagina nella quale hai inserito la descrizione del nostro servizio ed il link alla nostra home page (privo del tag "nofollow").

Ciao e grazie




permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 30/11/2007 alle 15:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


30 novembre 2007

Pillole di Israele

 

Il giorno dopo Annapolis, questa la mappa ''della Palestina'' trasmessa dalla tv dell'Autorità Palestinese: lo stato di Israele è cancellato


“Israele deve approfittare di ogni occasione che gli è offerta per far avanzare il processo di pace”. Lo ha detto giovedì sera il ministro della difesa, Ehud Barak, riferendo della conferenza di Annapolis al partito laburista. “Nessun primo ministro israeliano può permettersi di mancare tale opportunità”, ha aggiunto.

Le tre ditte high-tech che hanno realizzato negli ultimi cinque anni il più forte tasso di crescita sono tutte israeliane, secondo la valutazione fatta dalla Lloyds su più di 500 imprese europee. Le prime tre sono Celltic, Rencom e Voltech.

Missile Qassam palestinese lanciato giovedì pomeriggio dal nord della striscia di Gaza verso Israele si è abbattuto vicino a Sderot.

In un comunicato indirizzato all'Onu nel giorno del 60esimo anniversario della risoluzione 181 sulla spartizione del Mandato Britannico, Hamas ha chiesto all'organizzazione internazionale di “revocare immediatamente” la risoluzione, che sancì sul piano del diritto internazionale la nascita dello Stato di Israele.

Due granate di mortaio palestinesi lanciate dalla striscia di Gaza si sono abbattute giovedì vicino alla barriera di sicurezza nei pressi del kibbutz Nahal Oz.

Hamas non si sente per nulla impegnata dalla conferenza di Annapolis. Lo affermano in un comunicato diffuso giovedì, le Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato dell'organizzazione terroristica, aggiungendo che non collaboreranno nemmeno all'applicazione della Road Map.

Una unità delle Forze di Difesa israeliane ha aperto il fuoco, mercoledì notte, contro due palestinesi che cercavano di mettere esplosivi alla barriera di sicurezza, nella parte sud della striscia di Gaza. I due palestinesi, affiliati a Hamas, sono stati colpiti e, secondo fonti palestinesi, uccisi.


30 novembre 2007

Le Cheerleaders in Iraq, Buon Natale ai soldati Usa

 
 
 

Per i soldati Usa in missione in Iraq il regalo di Natale è arrivato con un po' di anticipo. I ragazzi della 101esima divisione aerea hanno infatti ricevuto la visita di un gruppo di cheerleaders del Washington Football Team, che hanno ballato per loro nella base militare, venti chilometri a sud di Bagdad


30 novembre 2007

I dolci della festa ebraica di Channukkah

 Le sufganiot



Le sufganiot sono i dolci tipici di Channukà. Come ho già scritto
l'importante è che siano fritti nell'olio, perchè è appunto l'olio trovato
nel piccola ampolla il soggetto del miracolo che noi ricordiamo. Esistono
diverse ricette, ve ne lascio una di base:

Ingredienti:

-1 bicchiere d'acqua
- 1 bicchiere di olio
- 2 cucchiai grandi di zucchero
- farina (quanta ce ne vuole)
- 1 cubetto di lievito di birra sciolto nell'acqua tiepida

Preparazione:

Mescolare tutti gli ingredienti e lasciar lievitare fino a che la pasta non
raddoppia di volume. Fare le palline con la pasta e friggere in olio
bollente. Sono consigliabili le palline piccole così riesce a friggere
meglio.

buon appetito e chag sameach


30 novembre 2007

Annapolis, è gia disgelo Siria-Stati Uniti?

 

 

“L’hanno scansata come fosse la sorella più piccola del conte Dracula”. Le parole del ministro degli Esteri olandese Frans Timmermans, raccolte dal Washington Post a conclusione del vertice di Annapolis, descrivono bene la gelida accoglienza riservata alla collega israeliana Tzipi Livni da parte dei ministri di paesi arabi e islamici presenti al vertice. Da parte sua Livni avrebbe chiesto ai suoi omologhi di smetterla di trattarla “come una pariah”. Secondo i maggiori media israeliani, tutti gli sforzi del ministro di parlare a quattr’occhi con i ministri arabi sono stati vani. Nullo anche il suo tentativo, riferisce il Jerusalem Post, di fare tappa in Marocco e in Tunisia sulla via del ritorno dagli Stati Uniti. Se ci fosse stata anche solo una piccola parte di verità nelle dichiarazioni di Livni, in seguito smentite dal ministero degli Esteri israeliano, il vertice di Annapolis avrebbe fallito in uno dei suoi intenti: quello appunto di coinvolgere maggiormente il mondo arabo nel processo di pace israelo-palestinese. La posizione araba nei confronti di Israele resta dunque invariata: gelo e freddezza finche il “nocciolo duro” del conflitto non sarà risolto. A differenza del percorso a tappe previsto dalla road map, Annapolis prevede però il monitoraggio degli attesi progressi negoziali israelo-palestinesi. E in questo senso anche l’Italia, che si accinge a presiedere il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il mese di dicembre, ha già fatto sapere via Farnesina che nelle prossime settimane promuoverà una riunione a New York. Al Palazzo di Vetro si farà dunque il punto sui primi sviluppi di un dialogo che le parti riprenderanno sotto la mediazione americana a partire dal 12 dicembre.


Peraltro quella di Tzipi Livni potrebbe essere stata una semplice manovra diversiva. Secondo il quotidiano kuwaitiano al-Jarida - racconta la versione online dell’israeliano Yedioth Ahronoth -, mentre i ministri arabi sdegnavano il ministro israeliano degli Esteri, il titolare della Difesa, l’ex primo ministro e generale a cinque stelle Ehud Barak, incontrava a Washington in gran segreto il viceministro degli Esteri siriano Faisal al-Miqdad. Una notizia sorprendente se si considera che solo due mesi fa proprio Barak ha ordinato il blitz dell’aviazione israeliana su una postazione siriana sospettata da Israele di custodire materiale nucleare di origine nordcoreana. Senza poi contare la storica contrapposizione, a tratti anche ideologica, tra Siria e Israele su questioni centrali quali l’occupazione delle alture del Golan, ivi comprese la Fattorie di Sheba, i rapporti con Hezbollah, e l’ospitalità che Damasco offre al leader politico di Hamas, Khaled Meshaal. D’altro canto, al di là del gelo riservato a Tzipi Livni, secondo molti osservatori Annapolis ha sancito una santa alleanza tra il mondo moderato sunnita e lo stato ebraico in funzione anti-iraniana. E c’è chi dice che nella capitale del Maryland siano state fatte le prove generali per il disgelo tra gli Usa e la Siria. Difficile trovare conferme all’incontro che al-Jarida sostiene sia avvenuto in un’albergo di Washington, meno difficile osservare che la Siria è isolata in seno al mondo sunnita e che il presidente Bashar Assad, da molti definito un leader pragmatico, abbia deciso di mutare alleanze.


Solo il tempo può provare l’eventuale giro di valzer siriano ma, al di là del Golan, almeno due questioni aperte sul terreno possono servire da indicatore per capire dove va la Siria. La prima, più impellente, è la questione della presidenza del Libano. Domani il Parlamento di Beirut dovrebbe riunirsi per trovare un accordo bipartisan sul nome del prossimo capo dello Stato. Un mutato atteggiamento di Damasco potrebbe aiutare l’opposizione filosiriana a scendere a patti con la maggioranza filo-occidentale sbloccando finalmente l’impasse che ha fatto scivolare il paese dei Cedri in un pericoloso vuoto istituzionale. L’altra è la protezione concessa a Meshaal. Se davvero Damasco si sta riavvicinando a Washington accingendosi a comporre anche il conflitto con Israele, per il leader di Hamas potrebbe giungere presto l’ora di fare le valigie.

(Daniel Mosseri)


29 novembre 2007

Al Azhar: aborto per donne stuprate

 

Lo ha annunciato imam Tantawi della moschea del Cairo

 Secondo la massima istanza dell'Islam sunnita, Mohamed Sayed Tantawi, una donna violentata ha diritto di abortire in qualunque momento. 'La ragazza o la donna violentata ha il diritto di sottoporsi a aborto in qualunque momento quando scopre di essere incinta', ha detto Tantawi, grande imam della moschea di Al Azhar del Cairo. Il grande imam ha spiegato che pero' 'l'applicazione di questa fatwa richiede che la vittima si sia difesa con tutti i mezzi possibili per impedire lo stupro'.


29 novembre 2007

Gossip su e da Annapolis

 

  • Il rappresentante libanese è stato sul punto di lasciare il convegno ancora prima che cominciasse. La ragione: i palestinesi e gli israeliani hanno ricevuto dieci posti a sedere vicino al tavolo della conferenza. Ai libanesi ne è stato riservato soltanto uno! (Ariela: ma caro, quando farete la conferenza per la pace tra i libanesi Hizbullah e quelli non Hizbullah, vi riserveranno tanti posti vicino al tavolo, non credi?).
  • Il vice primo ministro israeliano Eli Yshai: “Ogni parte ha definito nel suo discorso il proprio sogno, la domanda è in che realtà ci sveglieremo”.
  • Il ministro degli esteri dell’Arabia Saudita ha applaudito con entusiasmo Olmert alla fine del discorso. Supposizioni: o dormiva e si è svegliato di soprassalto al suono degli applausi e si è messo ad applaudire come tutti senza capire a chi erano indirizzati. O a forza di tenere le mani immobili per non stringerle agli israeliani gli si erano addormentate ed ha approfittato degli applausi per sgranchirle. O ci avviciniamo ai giorni dell’arrivo del Messia e succedono miracoli.
  • In Arabia Saudita, alla TV hanno trasmesso per intero il discorso di Olmert. In Siria, durante il discorso di Olmert hanno trasmesso alla TV una partita di calcio.

Hamas ha promesso una pioggia di Kassam e attentati di tutti i generi. C’è lo stato d’allerta. Hanye è così incavolato che sembra il Mohammed delle vignette. Ahaminedjad ha annunciato che gli iraniani hanno creato un missile con una traiettoria di 2000 km.

Anche in Israele c’è chi sembra aver inghiottito un kg di fiele e pronostica tutto il male possibile. E diciamo che in parte possono aver ragione, a che cosa serve farci venire il malumore in anticipo?

Ma che guastafeste!

Ariela


29 novembre 2007

Il medico israeliano di notte si trasforma in assassino

 

la strategia della demonizzazione in un lancio d'agenzia e in un titolo

Testata:Ansa - La Stampa
Autore: la redazione - Frnacesca Paci
Titolo: «Israele: Yuval, medico e aviatore - Di giorno curo i palestinesi di notte li uccido»

Dal sito di ANSA  un lancio che deforma la realtà (i piloti israeliani colpiscono i terroristi palestinesi, non i bambini) e cerca di attribuire a Israele e ai suoi soldati un immagine demoniaca ("Di giorno salva le vite, magari quelle di bambini palestinesi, di notte le toglie", "Salva la vita con la luce, la toglie con il buio" ). 
La storia di per sè, direbbe molto della realtà di Israele, un paese che è costretto a difendersi, ma che continua a fornire cure mediche ai civili palestinesi.
Ma, adeguatamente stravolta, può servire anch'essa alla disinformazione e alla propaganda d'odio.

Ecco il testo completo:

Israele: Yuval, medico e aviatore
Salva la vita con la luce, la toglie con il buio


(ANSA) - TEL AVIV, 28 NOV - Di giorno e' pediatra in un centro medico nella zona di Tel Aviv, di notte pilota della riserva di elicottero Cobra. E' la vita dell'israeliano Yuval, come la descrive oggi il quotidiano Maariv riprendendo un analogo articolo pubblicato dal Washington Post. Di giorno salva le vite, magari quelle di bambini palestinesi, di notte le toglie. Magari con un razzo terra-aria come e' accaduto contro una cellula palestinesE, quando ha ucciso due persone

Sullo stesso argomento La STAMPA pubblica un articolo sostanzialmente corretto di Francesca Paci, con un titolo inaccettabile “Di giorno curo
i palestinesi di notte li uccido”. La foto che illustra l'articolo è di un bambino palestinese ferito. Il messaggio è chiaro: i palestinesi curati e uccisi da Yuval sono in entrambi i casi bambini (vedi immagine sopra).
In realtà il "dottor Yuval" è un riservista dell'esercito israeliano, quindi non si dedica tutte le notti ad operazioni militari. 
Inoltre, non uccide gli stessi palestinesi che cura.
Cura i civili, e uccide i terroristi. E anche in quest'ultimo modo, salva vite umane.

Ecco il testo dell'articolo di Francesca Paci:

Nel portafoglio, insieme alla foto dei figli, il dottor Yuval tiene quella di una bambina palestinese di 5 anni, Rima Mosa. Le ha salvato la vita nove mesi fa, aveva un problema molto serio al cuore: la mamma, Suad, gli ha lasciato per ricordo un’istantanea con scritto in arabo «shukran», grazie. All’ospedale pediatrico di Holon, dove lavora di giorno, lo chiamano «l’angelo di Gaza», ha curato decine di piccoli pazienti di Beit Hanun, Rafah, del campo profughi di Jabalia. Per i colleghi riservisti dell’esercito il maggiore Yuval è l’opposto, «il terrore dei palestinesi», un pilota specializzato in «targeted killing», gli omicidi mirati con cui dall’inizio della seconda Intifada Israele risponde agli attentati di Hamas e della Jihad Islamica. Dalla fine del 2000 ne ha firmati almeno quindici.
Quarant’anni, tre figli, un nome di fantasia per ragioni di sicurezza, Yuval è il doppio volto di una nazione all’alba dei suoi primi sessant’anni di vita e di guerra: il mattino indossa il camice bianco e controlla la temperatura tra le corsie echeggianti di gridolini infantili, la notte lancia missili con la divisa dell’Air Force. «Non c’è contraddizione», osserva il fisico Sion Houri, uno dei superiori di Yuval. Lo dice anche la Bibbia, «c’è un tempo per uccidere e uno per curare». E accade che talvolta bianco e nero si sovrappongano: «È oggi, siamo noi, è la nostra storia di israeliani».
Una grande storia e milioni di piccole storie. Come quella di Yuval, cresciuto in una fattoria a nord della Striscia di Gaza dove, all’uscita da scuola, guidava il trattore con il padre e raccoglieva arance con i contadini palestinesi. «I nostri rapporti non stati sempre pesanti come oggi», ricorda. «All’ora di pranzo facevamo pausa insieme, io portavo pane e formaggio loro termos di caffè arabo». Amici? Forse no. Certamente conoscenti, nel senso che entrambi conoscevano il nome e l’aspetto dell’altro: «Sembra trascorso un secolo».
Non ne è passato neppure un quarto. Quando nacque il primo figlio Yuval pensò che almeno lui non avrebbe conosciuto l’uniforme. Era il 1990, la vigilia degli accordi di Oslo, l’orizzonte sembrava luminoso. Un abbaglio: «Nel 2000, con la seconda Intifada, i kamikaze nelle discoteche e nei caffè, ci svegliammo di colpo». Il premier Barak rispolverò la pratica in disuso dei «targeted killing» e Yuval tornò a bordo dell’elicottero «puntatore», riservista.
«Dottor Jekyll and Mr. Hyde», lo prende in giro Efrat, la fidanzata di Michael, uno dei suoi due fratelli, piloti come lui. Ori, il maggiore, guida un aereo da ricognizione. Michael un F16, a bordo del quale ha tentato ripetutamente di uccidere il leader di Hezbollah Hasan Nasrallah. Il confronto è una terapia, spiega Yuval: «Con Mike e Ori parliamo soprattutto delle volte che abbiamo mancato il bersaglio, i fallimenti ci aiutano a non essere schiacciati dai successi». Certo, ammette che i voli di Michael, a 20 mila piedi d’altezza, sono meno «problematici»: «Se punti il mirino su una persona che corre è più difficile. Guardi il video, vedi bianco e lui smette di muoversi. È durissima, l’unica chance è non pensare a sua madre».
Le incontra poi in ospedale, a Holon, tra le bandiere con la stella di David. Mamme, mogli, sorelle palestinesi, che aspettano l’esito dei suoi interventi e lo salutano come «il salvatore dei nostri figli». Il dottor Yuval, lo stesso uomo che la notte turba i loro sonni con il rombo ostile dell’elicottero.
Nel 2003 un gruppo di piloti inviò una lettera al primo ministro Sharon per protestare contro i «targeted killing» e «l’uso cinico della divisa». Yuval li giudica «imperdonabili». Lui che a terra restituisce la vita a bambini palestinesi senza speranza, la toglie dal cielo premendo un pulsante: «È terribile ma so che in questo modo salvo molte altre persone». Lo sa anche la moglie Tamar che condivide paure e tensioni nell’appartamento nella base militare di Palmachim, a nord di Gaza. Lo sanno i figli, che ogni giorno lo vedono uscire con il camice bianco e tornare in uniforme. Il più grande, Imry, partirà a breve per la leva, nella testa il suo paese e nel portafoglio la foto del padre.

Per inviare una e-mail alla redazione di Ansa e della Stampa cliccare sul link sottostante


redazione.internet@ansa.it
lettere@lastampa.it


29 novembre 2007

Avviare rapporti normali con Israele

 

Il risultato del summit pre-Annapolis della Lega Araba viene pubblicizzato come un grande successo per Washington. Adesso ci si attende che una ventina di paesi arabi siano presenti alla conferenza di Annapolis a livello di ministri degli esteri. Ma il sottotesto di questa adesione desta la preoccupazione che alcuni arabi abbiano piuttosto l’intenzione di minare Annapolis ed anche il processo di pace che Annapolis dovrebbe rilanciare.
“La Lega Araba parteciperà per la prima volta a una conferenza che vede una presenza israeliana”, ha dichiarato il segretario generale della Lega Araba Amr Moussa, in modo abbastanza fuorviante dal momento che gli stati arabi, comprese Siria e Arabia Saudita, parteciparono già alla Conferenza di Madrid del 1991. Poi Amr Moussa ha aggiunto: “Andremo ad Annapolis a dire che non vi può essere alcuna normalizzazione (dei rapporti con Israele) se non nel quadro dell’iniziativa di pace araba e di una pace globale”. Il che suona come una inquietante riaffermazione della tradizionale posizione secondo cui la normalizzazione potrebbe arrivare solo al termine di un processo che offra piena soddisfazione alle rivendicazioni arabe, mentre è del tutto evidente che proprio un graduale processo di normalizzazione sarebbe cruciale per il successo di qualunque sforzo di riconciliazione.
Ancora più clamoroso, la risposta che ha dato il principe Saud al-Faisal, ministro degli esteri saudita, alla domanda se avrebbe stretto la mano del suo omologo israeliano Tzipi Livni: “Non siamo disponibili per uno show teatrale… Non andiamo ad Annapolis per stringere la mano a qualcuno né per fare mostra di sentimenti che non proviamo”. Persino Yasser Arafat strinse la mano di Yitzchak Rabin. Ma i sauditi, pur figurando come propositori di un piano di pace, pretendono di essere più palestinesi dei palestinesi.
Nessuno chiede ai sauditi di iniziare a costruire un’ambasciata a Gerusalemme, anche se sarebbe un’idea eccellente per promuovere la pace. È tuttavia necessario che gli stati arabi aprano la strada verso la pace, anziché farsi trascinare. Come ha detto Tzipi Livni mentre era in volo per Annapolis, “non c’è un solo palestinese che possa arrivare a un accordo con Israele senza il sostegno del mondo arabo: questo è uno degli insegnamenti che abbiamo appreso sette anni fa”.
È sempre stato vero, ma non è mai stato così evidente, che i palestinesi sono tropo deboli, troppo divisi e troppo estremisti per fare la pace da soli o per aprire la strada verso la pace trascinandosi dietro gli stati arabi. Non a caso Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha implorato i paesi arabi di venire ad Annapolis, e Hamas si è infuriata con la Lega Araba per aver dato retta alle preghiere del presidente palestinese.
Ma qui non si tratta di uno di quei casi dove basta fare atto di presenza. Gli stati arabi devono decidere se vogliono o meno che nel futuro prossimo la prospettiva due popoli-due stati diventi realtà. Se non lo vogliono, allora possono andare avanti come hanno fatto finora e potranno stare tranquilli che non accadrà. Ma se il mondo arabo, per suoi motivi e interessi – vuoi perché il conflitto ha bloccato il loro sviluppo, vuoi perché hanno paura che l’Iran si impadronisca del conflitto per suoi propri scopi – se il mondo arabo desidera porre fine ufficialmente al tentativo di distruggere Israele, allora può mettere il vento in poppa al processo di pace in qualunque momento.
Amr Moussa dice che non vi sarà nessuna normalizzazione “gratis”. Ma Israele ha già pagato: lo ha fatto rinunciando all’aspetto per lui più importante della Road Map, e cioè quella sequenza che prevedeva la fine del terrorismo prima dell’inizio dei negoziati.
In base alla Road Map, le questioni relative all’assetto definitivo dovevano essere negoziate solo nella Fase Tre, ben dopo che i palestinesi, nella Fase Uno, si fossero impegnati in “operazioni durature, mirate ed efficaci per contrastare tutti coloro che sono implicati nel terrorismo e smantellare l'infrastruttura e le risorse dei terroristi”. Nella Fase Due, gli stati arabi avrebbero dovuto “ristabilire i legami che avevano con Israele prima dell'intifada (uffici commerciali, ecc.)”, nonché “ripristinare gli impegni multilaterali su questioni come le risorse idriche regionali, l’ambiente, lo sviluppo economico, i profughi e il controllo degli armamenti”.
Se Israele ha già fatto una enorme concessione accettando di procedere con la Fase Tre della Road Map mentre deve tuttora battersi contro le strutture del terrorismo palestinese che, semmai, stanno aumentando anziché diminuire, perché mai i paesi arabi dovrebbero considerarsi svincolati dagli impegni della Fase Due?
In definitiva, comunque, un processo di pace non si giudica calcolando i punti, bensì valutando se porta da qualche parte. Nessun “orizzonte politico” che Israele possa offrire potrà sostituire ciò che gli stati arabi possono e devono fare per creare un clima favorevole alla pace. Alcuni di questi stati hanno chiassosamente protestato di non essere interessati a una semplice foto di gruppo. Ma se mantengono il loro aperto rifiuto persino di stringere la mano agli israeliani, per non dire di normalizzare i rapporti con Israele, Annapolis e i negoziati che seguiranno si ridurranno proprio a questo.
(Da: Jerusalem Post, 26.11.07 fonte Israele net)
Nella foto in alto: Il segretario generale della Lega Araba Amr Moussa (a destra) e il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal durante la conferenza stampa di venerdì scorso al termine del vertice arabo al Cairo


29 novembre 2007

"Annapolis? Annapolis in nothing, è nulla"

 Bush,Olmert e Abu Mazen
Bush,Olmert e Abu Mazen

«Annapolis? Annapolis is nothing, è nulla». Seduto al tavolino di un affollato caffè di Gerusalemme, lo storico israeliano Benny Morris parla con tono sostenuto, come dalla cattedra dell’università Ben Gurion. Nel locale zeppo di avvocati con doppio cellulare, amici rumorosi, giovani coppie innamorate, cala il silenzio. Per quanto il vertice americano sia dato per morto prima di nascere gli israeliani un po’ ci sperano. E Benny Morris, riccioli ribelli e ampia camicia a quadri, è un’icona, uno che i gerosolimitani riconoscono quando passa per la strada.
L’Egitto ci sarà. Forse anche la Siria. Non è possibile che alla fine esca fuori qualcosa di buono?
«Con o senza l’Egitto Annapolis conta zero ai fini del processo di pace. Israeliani e palestinesi non hanno neppure deciso di cosa parlare. Entrambi sono meno disposti alla mediazione di 7 anni fa a Camp David, dove pure fallirono. Oggi per Israele il problema è l’Iran, i palestinesi alla lunga sono irrilevanti».
Il coinvolgimento della Siria potrebbe servire a isolare l’Iran?
«Non ne sono convinto. Assad può al massimo sganciarsi da Teheran ma non può bloccare la bomba iraniana né dissuadere i mullah dal progetto di distruggere Israele. La Siria è un attore degli equilibri mediorientali, utile ma non indispensabile. Israele è andato vicino a trovare un accordo con Hafez al Assad. Sia Rabin che Barak gli offrirono il ritiro dal Golan, lui disse no. Assad padre non era interessato alla pace ma ai riflettori internazionali, come Arafat. Il figlio Bashar è più debole».
Ipotizziamo un’intesa con Damasco. Sarebbe una pace fredda come quella con l’Egitto, firmata da Sadat ma rifiutata dal popolo?
«Il mondo arabo non ha mai accettato la leggittimità d’Israele. Anche Paesi “amici” come Egitto e Giordania lo considerano uno Stato assassino. Sadat non amava Israele, aveva paura che con l’atomica distruggesse l’Egitto e lo accettò. Ma né il suo governo nè quello di Mubarak hanno mai fatto nulla per mutare la mentalità del popolo, la pace sarà sempre fredda. Con i palestinesi è lo stesso. Arafat parlava di dialogo ma cresceva intere generazioni a dosi d’odio verso Israele, lo stesso che nutriva lui».
La piattaforma di Annapolis è un foglio bianco. Da cosa partire?
«Dei tre nodi, il più semplice da sciogliere è quello dei confini: con qualche aggiustamento ci si dovrebbe intendere sulla linea del ‘67. Poi c’è Gerusalemme, sulla cui divisibilità sono scettico. A Camp David Barak era pronto a cederla secondo i parametri di Clinton ma i palestinesi rifiutarono. Oggi le condizioni sono peggiori e Barak ha imparato che il compromesso non paga. Infine ci sono i rifugiati, un rebus insolubile».
Addirittura?
«Il mito del ritorno è parte viva dell’identità palestinese quanto la Terra Promessa lo era del sionismo. Ci sono tre generazioni di palestinesi cresciute con l’illusione d'invertire la marcia della storia. Non discuto se sia giusto, dico che per Israele ne va della sopravvivenza: se i profughi rientrassero scompariremmo, ci annienterebbero. E nessuno qui, neppure io, può accettarlo: morale o immorale che sia».
Insomma, nessuna chance di pace?
«No, a meno che gli arabi cambino atteggiamento».
Nel saggio “Vittime” ricostruiva l’evacuazione dei villaggi palestinesi nel ‘48. Poi spiegò che era una misura necessaria: o noi o loro. In 60 anni non è cambiato niente?
«Non molto. Allora Israele doveva decidere se salvare la vita di 700 mila ebrei o cacciare gli arabi: scelse la prima, l’opzione più “morale”. Se gli arabi fossero rimasti avremmo visto un secondo Olocausto. Anche i Paesi arabi mandarono via gli ebrei ma gli ebrei egiziani o marocchini erano sudditi leali».
Il suo nuovo libro “La prima guerra d’Israele” (Rizzoli) afferma però che qualcosa da allora è cambiato, l’ascesa dell’islam politico.
«L’islam è da sempre presente nella società araba. L’Occidente si sveglia ora ma la guerra del 1948 è il primo vero jihad».
Come si risolve l’affare Iran?
«Le opzioni sono varie, tutte impraticabili. Il massimo sarebbe che rinunciasse spontaneamente al nucleare. O che le sanzioni funzionassero, utopia senza l’aiuto di Cina e Russia. O ancora che il regime degli ayatollah cadesse, ma è troppo ricco per implodere. C’è la via americana: Washington attacca l’Iran e con otto settimane di bombardamenti aerei rade al suolo gli impianti. Solo che gli Usa sono impantanati in Iraq e poco propensi a nuove avventure. Il cerino è nelle mani d’Israele: possiamo scegliere se convivere con l’Iran atomico, e sarebbe folle, o annientarlo. Come? Le armi convenzionali non bastano e ci resta solo l’opzione atomica, milioni di morti, uno scenario catastrofico. Questo oggi è il vero dilemma israeliano, Annapolis è nulla».
Di Francesca Paci fonte La Stampa


29 novembre 2007

Le stesse facce

 

Khaled Abu Toameh

Il motivo per cui tanti palestinesi restano scettici circa le prospettive della conferenza di pace di Annapolis ha a che vedere con la composizione della delegazione palestinese che sin è recata all’incontro. Guidata dal presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), la delegazione è composta da diversi stagionati esponenti, che conducono negoziati con Israele da almeno quattordici anni. Si tratta praticamente della stessa squadra che andò con Yasser Arafat al summit di Camp David del luglio 2000.
Oltre ad Abu Mazen, la delegazione palestinese ad Annapolis è guidata dall’alto funzionario di Fatah Ahmed Qurei (Abu Ala). I due furono tra i principali architetti degli Accordi di Oslo del 1993. Agli occhi di molti palestinesi (e di molti israeliani), quegli accordi non arrecarono altro che disastri e spargimenti di sangue a entrambe le popolazioni. In quanto ex primi ministri dell’Autorità Palestinese, sia Abu Mazen che Abu Ala non hanno fatto praticamente nulla per contrastare il terrorismo, per porre fine al caos e all’anarchia nelle strade palestinesi, per combattere la corruzione finanziaria.
Risulta inoltre che Abu Mazen e Abu Ala siano stati tra coloro che si prodigarono per dissuadere Arafat a Camp David dall’accettare le proposte israeliane e americane per la composizione definitiva del conflitto arabo-israeliano.
Altri tre alti funzionari che erano presenti a Camp David e che accompagnano oggi Abu Mazen ad Annapolis sono Saeb Erekat, Yasser Abed Rabbo e Nabil Sha'ath. Anche questi giocarono a suo tempo un ruolo nel convincere Arafat che le offerte di compromesso dell’allora primo ministro israeliano Ehud Barak e dell’allora presidente americano Bill Clinton fossero insufficienti.
Quasi tutti i membri della squadra negoziale palestinese a Camp David continuano ancora oggi a dare ad Israele tutta la colpa di quel fallimento. Nessuno di loro ha mai accennato a una qualche responsabilità di Arafat.
Molti palestinesi ancora oggi associano le figure di Sha'ath, Abed Rabbo e Abu Ala con la corruzione finanziaria e la cattiva gestione che caratterizzarono gli anni dell’Autorità Palestinese. In effetti, uno dei motivi per cui Hamas vinse le elezioni parlamentari nel gennaio 2006 fu proprio l’intramontabile presenza di questi funzionari nella cerchia più vicina a Abu Mazen. “E’ sempre la stessa gente che tratta a nostro nome – dice il rispettato direttore di un giornale palestinese di Ramallah – Francamente i membri della squadra negoziale palestinese non godono di molta credibilità fra i palestinesi. Anche se tornassero da Annapolis con un grande accordo, farebbero molta fatica a farlo accettare dalla maggior parte del loro pubblico”.
Difficile anche trovare qualche percettibile cambiamento nella posizione dei negoziatori palestinesi, che continuano ad attenersi alle stesse rivendicazioni che ripropongono da decenni: completo ritiro israeliano sui confini pre-67, scarcerazione di migliaia di detenuti palestinesi, rimozione di tutti gli ebrei che vivono nei territori, riconoscimento del “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi (all’interno di Israele). Sette anni dopo il fallimento di Camp David, non c’è motivo di credere che i negoziatori palestinesi si apprestino a rendere più flessibile la loro posizione offrendo maggiori concessioni. Così come è improbabile che i negoziatori palestinesi intendano accettare qualunque cosa che sia meno di ciò che loro e Arafat rifiutarono a Camp David.
E se anche volessero, questi negoziatori non potrebbero presentare vedute diverse perché sarebbero immediatamente condannati come traditori dalle masse arabe e islamiche. Anche il pesante prezzo in vite umane che i palestinesi hanno pagato dallo scoppio della seconda intifada rende impossibile per qualunque negoziatore mostrare qualche flessibilità, per lo meno nel breve periodo. Anzi, con Hamas e altri gruppi estremisti palestinesi che gli fiatano sul collo, è probabile che Abu Mazen e i suoi negoziatori tendano a irrigidire ancora di più la loro posizione per dimostrare che non sono “arrendevoli” né “disfattisti” e che non “svendono” i diritti dei palestinesi.

Jerusalem Post,


29 novembre 2007

Ernesto Nathan, Cento anni fa sindaco di Roma

 

Ernesto Nathan, ebreo, laico, massone, divenne sindaco di Roma cento
anni fa. Le tante occasioni per ricordarne l´incancellabile operato,
svolto all´insegna di un profondo rinnovamento della capitale,
rischiano per l´ennesima volta di reiterare una plateale menzogna.
Infatti tutti tacciono, negano o nel migliore dei casi aggirano
l´elemento storico che fu il più grande collante della nostra epopea
risorgimentale: l´appartenenza all´obbedienza liberomuratoria. Lo
storico Aldo Mola parla di una "distrazione comune" quando nota che
in tutte le rievocazioni istituzionali, dai libri di storia alle
commemorazioni ufficiali, si omette regolarmente di citare la
attività "tra le colonne" di Ernesto Nathan, che pure non fu un
iniziato qualunque: Gran Maestro del Grande Oriente d´Italia, il
grado più alto nella piramide massonica, compì una parte
ineliminabile del suo lavoro, dei suoi studi e delle sue opere con
il grembiule allacciato e il maglietto in pugno. Per non incorrere
nella medesima disattenzione, e anzi per raccontare la storia a
tutto tondo, diremo allora che Nathan, cosmopolita, adogmatico,
profondamente laico, fu il primo sindaco di Roma estraneo alla
classe di proprietari terrieri (nobili e non) che aveva governato la
città fino al 1907, anche dopo l'unità d'Italia.

Nato a Londra da famiglia borghese nel 1845, perse il padre
giovanissimo, rimanendo orfano all´età di quattordici anni. La
madre, ebrea italiana nata a Pesaro, lo convinse a recarsi in
Italia, dove poteva contare su una rete di fidati amici, e cercò di
instradarlo nel mondo degli affari. Dopo un viaggio a Firenze e una
parentesi a Lugano, fu a Milano e quindi in Sardegna, dove lavorò,
senza troppa passione, all´amministrazione di un cotonificio. "La
mia strada è quella della politica", disse nel suo venticinquesimo
compleanno, e lasciò la Sardegna per recarsi a Roma dove lo
attendevano al giornale mazziniano "La Roma del Popolo". Arrivò a
Roma proprio nel 1870, quando la città veniva liberata, come
invitato della Giovane Italia e protetto dal padre dei moti laici e
repubblicani. Dove conobbe Mazzini? A Londra, da bambino, dove
Nathan imparò a vedere nel patriota italiano un amico di famiglia
particolarmente rispettato. Mayer Moses Nathan, agente di cambio e
padre del futuro sindaco di Roma, si trovava ai vertici della
massoneria britannica quando questa organizzò per filo e per segno
il soggiorno londinese di Giuseppe Mazzini, già dal 1837,
considerando la carboneria italiana come una associazione segreta
culturalmente e idealmente contigua ai principi cardine della libera
muratoria.

Cromosomicamente indirizzato, il giovane Nathan simpatizza per le
associazioni mazziniane che associa naturalmente al rispetto dei
landmarks e degli statuti dell´Arte Reale appresi a Londra. Chiede
di essere iniziato alle attività di loggia nel 1887, giurando nel
tempio del Grande Oriente d´Italia, di cui diventerà il più alto
esponente dopo soli otto anni. Come testimoniano le raccolte di
scritti massonici, oggi reperibili in librerie specializzate, furono
otto anni di lavoro intenso che lo portarono ad affiancare alla vita
politica pubblica quella più riservata nelle "officine". Questo
spaccato della biografia del sindaco più amato dai romani di tutti i
tempi, di cui ancor oggi rimane vivido il ricordo nella città eterna
(si pensi al Milite Ignoto di Piazza Venezia, alla creazione di
quasi duecento asili nido comunali, al primo piano regolatore) non è
affatto un esercizio inutile. Quando Nathan aderisce, nel 1879 alla
sinistra storica, cioè allo schieramento allora guidato da Francesco
Crispi, sa tutto della massoneria inglese ed italiana, benché non
sia ancora operativo come massone, e sa che tra Mazzini e lo stesso
Crispi un legame forte, sotterraneo ma forte, c´è. Divenuto
presidente del Consiglio nel 1887 per succedere a Depretis, Crispi
si trovava nel ventiseiesimo anno della sua vita massonica.

Dietro agli accordi e alle maggioranze varibili del parlamento di
allora - il trasformismo - vi era la massoneria? Non sapremmo. Ma
sappiamo che nel 1861 Crispi venne "creato" libero muratore nella
loggia "I Rigeneratori" di Palermo. Inizialmente rimane "coperto",
poi si presta maggiormente. Scrive Aldo Mola: "Dopo un quarto di
secolo di scarsa attenzione per la vita di loggia, tradizione vuole
che Crispi sia stato richiamato più attivo con l´ingresso nella
loggia Propaganda Massonica da Adriano Lemmi, che il 21 aprile 1887
gli conferisce il grado 33 del Rito Scozzese Antico ed Accettato".
Si presti attenzione alle date: siamo nel 1887, e tutto sembra
improvvisamente ruotare intorno ad alcune logge, tra Roma e Torino.
L´allora Gran Maestro e Sovrano del Grande Oriente d´Italia, Adriano
Lemmi, si trovava a guidare una massoneria nella quale spiccava
quindi la figura dell´allora Presidente del Consiglio, Francesco
Crispi e ai cui vertici era giunto in quel momento un Giosuè
Carducci baciato dal successo, quando si trattò di celebrare
l´iniziazione di Ernesto Nathan. Poteva Nathan rimanere estraneo
alla formazione politica di Crispi, nella vita "profana"?

No, non poteva. E si trovò al centro di un momento nient´affatto
casualmente intenso della storia risorgimentale, in cui si
consultano, dietro le quinte dell´ufficialità istituzionale, alcune
tra le migliori intelligenze del Paese. Quelle che seppero
contribuire ad imprimere alla nascente Italia una scossa laica e
riformista ineguagliata, precorrendo i tempi. Il ruolo della
massoneria nella storia italiana, piaccia o meno, è un dato di
realtà inoppugnabile, cui va ascritto anche il merito di aver
formato, rafforzato, stabilizzato una classe dirigente nazionale,
altrimenti inesistente, e di averla affrancata tanto dai dettami
vaticani quanto dall´asfissia sabauda. Anche quelle della politica
sono architetture da costruire.

Aldo Torchiaro
L'Opinione


29 novembre 2007

Olmert: Siamo pronti a dolorosi compromessi su ogni nodo pur di fare la pace

 

“I negoziati affronteranno tutte le questioni che finora sono state evitate”. Lo ha detto il primo ministro israeliano Ehud Olmert durante il suo intervento, martedì, ai colloqui di Annapolis.
“Non eviteremo nessun argomento – ha detto Olmert – Sarà un processo estremamente difficile per molti di noi, ma è inevitabile. Lo so. Molti del mio popolo lo sanno. Ma siamo pronti. Sono convinto che la realtà del dopo-67 verrà radicalmente modificata”.
Rivolgendosi direttamente agli arabi presenti alla conferenza, Olmert ha continuato: “E’ tempo di porre fine al boicottaggio e all’isolamento contro lo stato di Israele”, un riferimento al fatto che quasi tutte le nazioni arabe continuano a rifiutarsi di stabilire relazioni con Israele.
“Voi e noi non possiamo più permetterci il lusso di restare attaccati a sogni slegati dalla sofferenza dei nostri popoli. Vogliamo la pace. Chiediamo la fine del terrorismo e dell’istigazione all’odio. Siamo pronti a fare dolorose compromessi, nonostante i rischi, pur di realizzare queste aspirazioni. Non sono venuto qui, oggi, per saldare conti storici. Voglio dirvi dal profondo del cuore che sono ben consapevole che, oltre ai molti che soffrono in Israele – una cosa che ha sempre fatto parte della nostra vita – anche il vostro popolo ha sofferto per molti anni e vi sono quelli che soffrono anche oggi. Non siamo indifferenti a questa sofferenza, non ignoriamo le tragedie che avete patito”.
“I colloqui – ha continuato il primo ministro israeliano – avranno luogo a casa nostra e a casa vostra; saranno bilaterali, diretti e continui, nello sforzo di completare il processo entro il 2008”, la stessa scadenza indicata anche dal presidente americano George Bush.
Secondo Olmert, “quando i negoziati si concluderanno, penso che saremo in grado di realizzare la prospettiva indicata dal presidente Bush di due stati per due popoli: uno stato per i palestinesi, libero dal terrorismo, e uno stato ebraico democratico, liberato dalla minaccia del terrorismo, una casa per il popolo ebraico: lo Stato di Israele.
Olmert si è impegnato “ad attenersi a tutti i nostri impegni”, aggiungendo: “e così anche voi”.
Rivolgendosi ai leader arabi, Olmert ha detto: “Non c’è un solo stato arabo con il quale non vogliamo fare la pace. A chiunque voglia fare la pace, noi diciamo dal profondo del cuore: 'ahalan wa'sahalan' [espressione araba di benvenuto].
Vedo qui i rappresentanti di paesi arabi che non hanno relazioni con noi. Non possiamo perdere il treno della pace. Dovete porre fine al boicottaggio e all’isolamento contro Israele: non serve i vostri interessi, e ci offende”.
Con una scelta insolita, Olmert ha anche dato importanza all’iniziativa araba: “Non ho dubbi che continueremo a farvi riferimento durante i colloqui con i palestinesi” ha detto, per poi aggiungere: “La pace con l’Egitto e la Giordania costituisce un esempio e un modello dei rapporti che potremmo costruire con tutti gli stati arabi”.

(Da: YnetNews, 27.11.07)


29 novembre 2007

Buon appetito con i dolci della cucina ebraica

 

Ciambellone al cacao parve

Ingredienti:

4 uova, 2 bicchieri di zucchero, 2 1/2 bicchieri di farina, 1 bicchiere di cacao amaro, 1 bicchiere di olio di semi, una porzione di succo di albicocca, 2 bustine di lievito

Preparazione:

Preriscaldare il forno a 180 gradi.

Amalgamare i 4 rossi d'uovo allo zucchero, aggiungere la farina, il cacao, l'olio, il succo di albicocca le 4 chiare montate a neve e infine il lievito diluito in un bicchiere d'acqua.

Cuocere al forno per un'ora.

N.B. La prima parte del dolce può essere miscelata servendosi delle fruste, invece nel momento in cui si aggiungono le chiare al composto, farlo sempre ad agio con un cucchiai di legno e un movimento dal basso verso l'alto.

Buon appetito!

Salame di cioccolata parve

Ingredienti:

2 tuorli, 100 g di zucchero a velo, 150 g di margarina, 100 g di cacao, 150 g di biscotti secchi parve

Preparazione:

Amalgamare i rossi con lo zucchero, il cacao, la margarina e i biscotti sbriciolati.

Dare al preparato la forma di un salame, sistemarlo nella carta argentata precedentemente oleata, porre nel congelatore per 2 ore.

N.B. Toglierlo dal congelatore un quarto d'ora prima di affettarlo, quindi servirlo a tavola.

Buon appetito!


29 novembre 2007

MOSCHEA: NO GRAZIE! A BOLOGNA IL 30/11 NUOVO CONVEGNO

 

Cari amici di Lisistrata, quella che vi annunciamo con questa mail è la nuova manifestazione che si terrà grazie alla LEGA ANTIDIFFAMAZIONE CRISTIANA a Bologna il 30 novembre prossimo, nel pomeriggio e la sera grazie alla LEGA NORD con la presenza dei due leader Umberto Bossi e Roberto Maroni, che terminerà con una cena conviviale.
A questo indirizzo, troverete tutte le informazioni sul tipo di incontro e gli ospiti, che questa volta sono proprio personaggi di grande importanza, nonché le coordinate per raggiungere il luogo del convegno
http://www.lisistrata.com/cgi-bin/tgfhydrdeswqenhgty/index.cgi?action=viewnews&id=2344

Mi auguro di incontrarvi di persona più numerosi possibili e di avere ancora una volta modo di contribuire a dare alla nostra società le motivazioni per scrollarsi di dosso il nichilismo autodistruttivo che sembra aver colpito non soltanto l'Italia, ma l'Europa e riuscire a "risvegliarla dal torpore in cui si è cacciata" contando su uno stimolo di autoconservazione che sappiamo tutti esistere dentro di noi, ma che ha bisogno della leva giusta per essere attivato.
Io spero di dare il mio contributo alla messa in moto di quella leva.

Vi aspettiamo numerosi e pronti a combattere una battaglia di civiltà e di coscienza, chiedendovi di dare voce sui vostri siti e blog alla manifestazione e gentilmente di mandarmi il link, per poter dopo la manifestazione pubblicare anche una rassegna stampa.

Un abbraccio e un ringraziamento anticipato per le vostre attenzioni.

Adriana Bolchini Gaigher





29 novembre 2007

Tre figli

 

Tre figli ebrei lasciarono la loro casa, si resero indipendenti e prosperarono.

Quando si riunirono di nuovo parlarono dei regali che avevano potuto fare alla loro madre.

Il primo disse: Io ho costruito una casa enorme per nostra madre.

Il secondo disse: Io le ho mandato una Mercedes con l'autista!

Il terzo disse: - Vi ho battuti entrambi: voi sapete quanto piaccia alla mamma leggere la Torah e sapete che non ci vede molto bene. Io le ho mandato un gran pappagallo marrone che sa recitare la Torah nella sua interezza. Ci sono voluti 20 anni a 12 rabbini per insegnarglielo. Io ho contribuito con 1 milione di dollari all'anno, per vent'anni, ma ne è valsa la pena. Mamma deve solo nominare il capitolo e lui lo recita!

Poco dopo Mamà inviò le sue lettere di ringraziamento.

Scrisse al primo figlio: Maurizio, la casa che hai costruito è così grande. Io vivo in una stanza sola, ma devo pulire tutta la casa.

Scrisse al secondo figlio: Mosè, sono troppo vecchia per viaggiare. Resto tutto il tempo in casa, quindi non ho mai usato la Mercedes.

Scrisse al terzo figlio: Carissimo Manuel, sei stato l'unico figlio che ha avuto il buon senso di sapere cosa piace a sua madre. Il pollo era buonissimo!!!


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. tre figli

permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 29/11/2007 alle 10:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

sfoglia     ottobre   <<  1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 | 9 | 10  >>   dicembre
 

 rubriche

Diario
La cucina ebraica
Filmati e humour
Documenti
Israele
Archivio
Ebraismo
Viale dei giusti e degli eroi
Made in Israel
Il meglio in libreria
Kibbutz

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

Komunistelli
il reazionario
animaliediritti
Facebook
yahoo gruppi
informazione
israele
ucei
hurricane
CERCO CASA
Esperimento
Antikom
societapertalivorno
iljester
lehaim
milleeunadonna
lideale
bendetto
focusonisrael
asianews
viva israele
giuliafresca
stefanorissetto
ilberrettoasonagli
pensieroliberale
jewishnewssite
ControCorrente
Fort
Centro Pannunzio
bosco100acri
essere liberi
Fiamma
Maralai
Nomi in Ebraico
Barbara
Raccoon
Salon-Voltaire
Frine
Serafico
Enzo Cumpostu
Israele-Dossier.info
Dilwica
300705
Deborah Fait
Nuvole di parole
calendario laico
gabbianourlante
imitidicthulhu
Fosca
Geppy Nitto
Topgonzo

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom