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2 dicembre 2007

Le priorità della Farnesina in Medio Oriente

 Equivicinanza? Si, ma tra Hezbollah e Hamas



Dalema a Beirut













le detta il ministro degli esteri con la keffia

Testata: L'Unità
Data: 01 dicembre 2007
Pagina: 10
Autore: Umberto De Giovannangeli
Titolo: «Dal Medio Oriente al Kosovo, i dossier-priorità dell'Italia all'Onu»

Da oggi l'Italia è il paese presidente di turno del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, ce lo ricorda premurosamente dalle colonne dell'UNITA' ,oggi 01/12/2007, a pag.10, Umberto De Giovannangeli, preoccupato che la Farnesina, guidata dall'equidistante Massimo D'Alema, si trovi con troppi problemi sul tavolo.  Il primo, ci ricorda  Udg, è il Medio Oriente. Ecco cosa scrive: "  Due sono le direttrici su cui l’Italia intende marciare: in primo luogo, dare seguito immediato alla Conferenza di Annapolis. In questo ambito, l’Italia intende riproporre in sede di Consiglio di Sicurezza la necessità di sostenere, con un piano ad hoc, la ricostruzione nei Territori, con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita della popolazione palestinese, in particolare nella Striscia di Gaza. Il dossier mediorientale riguarda anche un’altra situazione caldissima: il Libano. In programma, spiega la fonte diplomatica, è una relazione del segretario generale dell’Onu, Ban ki-moon, sullo stato di attuazione della risoluzione 1701, sulla base della quale si è realizzata la missione «Unfil 2» nel Sud Libano." Come si vede, dal Medio Oriente, sono rigorosamente esclusi alcuni problemi di poco conto, quali , , < la destabilizzazione del Libano ad opera della Siria>, ecc. Sembra, ma non solo sembra,e se lo scrive l'UNITA' c'é da crederci, che la preoccupazione maggiore della nostra politica estera in Medio Oriente siano le condizioni di vita dei palestinesi. Che sarà pure un argomento serio da affrontare, ma che a noi pare piuttosto una conseguenza delle attività dei loro dirigenti, impegnato a combattero lo Stato ebraico, invece di pensare al benessere dei loro cittadini. Sapendo che la sicurezza non è una priorità per il nostro ministro degli esteri, conosciamo fin da subito quello che ci aspetta.

Per inviare il proprio parere all'Unità, cliccare sulla e-mail sottostante.


lettere@unita.it


2 dicembre 2007

Il caso del Dalai Lama (La sinistra del “vorrei ma non posso…”)

 
Il Dalai Lama con Marco Zacchera

Difficile non mettere in crisi le diverse anime della sinistra italiana quando c’è da trovare una quadra dovendo difendere interessi troppi divergenti e costringendola così ad un sostanziale immobilismo. L’ultima occasione di strappo interno è la prossima visita del Dalai Lama in Italia che a metà dicembre lo vedrà per una settimana in visita a diverse località della penisola. Ospite benvenuto, ma anche scomodo vista l’ evidente irritazione di Pechino ad un eventuale ricevimento del Dalai Lama che risultasse troppo caloroso o a livello istituzionale troppo elevato. Il caso è scoppiato a Torino – dove è stata cancellata la visita di un ministro cinese dopo che il Consiglio Regionale del Piemonte aveva invitato Tenzin Gyatso ad una conferenza – ma soprattutto a Roma, dove il Dalai Lama è invitato da Veltroni ma Fausto Bertinotti ha detto “no” alla richiesta della maggioranza dei deputati (di ogni gruppo politico salvo il PCDI) che chiedevano che il Dalai Lama potesse portare un saluto all’aula, come avvenne per Arafat, Re Juan Carlos di Spagna e Giovanni Paolo II, o almeno affacciarsi alla tribuna. Timoroso delle ripercussioni, il programma di Bertinotti prevede quindi un taglio decisamente più sobrio e nessuna cerimonia pubblica o in aula. Una volta di più l’Italia si ferma un passo prima del dimostrare coraggio, quel coraggio che per esempio ha avuto recentemente la cancelliera tedesca Angela Merkel ricevendo pubblicamente il Dalai Lama o il congresso degli Strati Uniti che - pur a maggioranza democratica - non ha esitato ad invitarlo perché parlasse all’assemblea riunita in forma solenne. Il problema non è certo spirituale, ma politico, con la Cina da sempre porta avanti una politica di delegittimazione del leader tibetano nonostante che il Dalai Lama ribadisca di non ritenersi una autorità politica ma religiosa, non chieda più l’indipendenza del Tibet ma solo una larga autonomia. Pechino considera e tratta il Dalai Lama come “terrorista” (!) e chi non ha il coraggio di protestare per questo evidentemente ha dei timori reverenziali nel ricordare la verità storica della violenta occupazione militare cinese del Tibet. Ancora più grave è far finta di non vedere l’evidente tentativo di “normalizzare” il Tibet in questi ultimi anni violandone l’anima prima ancora che i costumi e le tradizioni popolari. I quartieri di Lasha dove i palazzi d’acciaio hanno sostituito l’architettura tradizionale, abbattuta in modo devastante, ne sono l’esempio più umiliante con la cacofonia dei karaoke che hanno cancellato le preghiere dei monaci. Davanti a questa situazione gran parte del mondo occidentale ostenta ipocriti, grandi elogi verbali al Dalai Lama ma – come l’Italia - non osa poi sfidare il colosso cinese dimostrando che la “realpolitik” degli affari vale di più degli ideali e dei principi. E’ tipico delle società e delle nazioni deboli che temono quelle più forti di loro, magari senza rendersi conto che oggi la Cina è non solo un formidabile impero economico, ma anche una nazione dove non sarà possibile per lungo tempo negare la realtà e la necessità di un riconoscimento più vasto dei diritti umani, a partire da questioni come la pena di morte, il rispetto dell’ambiente, lo sfruttamento di centinaia di milioni di persone e la stessa questione del Tibet. Per tutto questo – convinti – avevamo sottoscritto l’appello a Bertinotti: dimostrasse l’Italia di non aver nulla “contro” la Cina, ma allo stesso tempo rivendicasse la grande validità del messaggio non violento del Dalai Lama, premio Nobel della pace. Un simbolo soprattutto portatore di valori di cui anche la Cina avrebbe grande bisogno per non implodere presto al proprio interno. Chi nota come le cronache politiche di queste settimane siano piene di dichiarazioni di “vorrei ma non posso” da parte di questo o quell’esponente di maggioranza avrà un’ulteriore conferma della reciproca loro debolezza. Chi pensava - che almeno in questa occasione - Prodi e la sinistra avessero il coraggio di rompere un tabù rimarrà deluso, certo è davvero emblematico che - pur di galleggiare - questa sinistra abbia davvero sacrificato ogni anima e ogni principio.

Marco Zacchera


2 dicembre 2007

«Il re senza corona di Israele»

 

Nel novembre del 1938 un ebreo russo a capo di un movimento noto come “Nuova organizzazione sionistica” spedì a uno studente sudafricano una lettera che ha fatto epoca, tanto da essere stata inserita più di trent’anni dopo nell’Enciclopedia Judaica. “Perché vivere?”, chiedeva lo scrittore presagendo un’Europa trasformata nel mattatoio del giudaismo, intravedendo i forni della Shoah nelle immagini della vaporosa, piacevole volgarità della borghesia tedesca e mitteleuropea, le salsicce che scoppiano, i vasi da notte, le birre e gli antisemiti vestiti in calzoni attillati di cuoio. “Il suicidio è peggio della codardia, è la resa. Nei prossimi dieci anni vedremo lo stato d’Israele non solo proclamato, ma anche realtà”. La redenzione di Israele andava cercata prima quaggiù in terra, senza aspettare gli angusti spazi celesti. L’autore della lettera, Ze’ev Jabotinsky, sarebbe diventato la figura più popolare in Israele, dopo esserne stato per decenni il demone nero che non meritava neppure l’eterno riposo nella terra che tanto amava. Lo afferma un incredibile sondaggio reso noto dal quotidiano Yedioth Ahronot e il numero di strade che gli sono state dedicate. Il “lupo solitario” padrino della destra israeliana, da Menachem Begin ad Ariel Sharon passando per Ehud Olmert e Benjamin Netanyahu, precede di gran lunga il suo storico avversario, David Ben Gurion e il profeta Theodor Herzl, fra le figure più amate della storia israeliana. C’è soltanto una donna. Non è Golda Meir, ma Hannah Senesh, si fece paracadutare dietro le linee naziste e fu torturata a morte dalla Gestapo. Jabotinsky era profondamente pessimista sulla tenuta della cultura illuminista, vedeva la debolezza del liberalismo weimariano e il suo irenismo cosmopolita che si sarebbe mangiato gli ebrei, decifrò per primo l’imminente salasso israelitico nella nazione che aveva vinto il maggior numero di Nobel e raggiunto per prima l’alfabetizzazione di massa. “Saggio è stato il filosofo che ha detto homo homini lupus: l’uomo è lupo all’uomo, e passerà molto tempo prima che questo potrà essere corretto, non con una riforma del sistema elettorale, né con la cultura o con l’insegnamento e l’esperienza. Quando mi viene rimproverato che sostengo il separatismo, la sfiducia e tutte le altre cose da digerire per gli intellettuali, vorrei rispondere: lo ammetto, sono fatto così, sostengo e sosterrò questo e altro, perché il separatismo, la sfiducia, l’essere in guardia, il tenere sempre il bastone in mano è l’unico mezzo per sopravvivere in questa guerra di lupi”. Jabotinsky ordinava ai suoi seguaci del Betar di strappare la bandiera nazista dal consolato tedesco a Gerusalemme. Quelle incursioni sono entrate a far parte degli annali dell’eroismo israeliano. Poeta, romanziere, giornalista, soldato, visionario e statista, Vladimir Ze’ev Jabotinsky con un gruppo di amici nel 1904 fondò la casa editrice “Kadima” (Avanti). Lo stesso nome che avrebbe usato Sharon per fondare il suo partito. Jabotinsky si firmava con lo pseudonimo “Altalena”, come la nave carica di armi e combattenti revisionisti affondata da Ben Gurion a largo di Tel Aviv. Jabotinsky aveva la vocazione del grande normalizzatore, secondo Begin combinava “la nobiltà dello spirito a una logica di ferro”. Le fotografie ci trasmettono l’immagine di un filologo in fuga dalla persecuzione, un concentrato di orgoglio e tristezza, rabbia e fierezza. Apolide e rivoluzionario morto a New York nel 1940 dopo un’esistenza di lotte e sconfitte, Jabotinsky è al centro di un saggio di Vincenzo Pinto, “Imparare a sparare” (Utet). Il titolo riprende una raccomandazione che il leader sionista trasmise al filosofo della politica Leo Strauss. Il libro è la prima accurata ricostruzione di una figura ampiamente vendicata dalla storia. Già negli anni Venti, mentre la sinistra sionista cercava di conciliare socialismo ebraico e nazionalismo arabo, nella pretesa che la logica di classe e l’universalismo socialista sciogliessero l’incipiente conflitto, Jabotinsky ebbe la chiarezza intellettuale di comprendere il dominio della Palestina. Fu lui a lanciare l’allarme sul destino degli ebrei d’Europa, propose l’“evacuazione” di tutti quelli che vivevano “là”. Non scelse a caso un termine che suggeriva l’emergenza, “sono in pericolo milioni di ebrei europei”. Come ha scritto Tom Segev nel suo libro “Il settimo milione”, “se avessero dato ascolto al leader revisionista Ze’ev Jabotinsky, avrebbero evacuato tutti gli ebrei d’Europa prima della guerra, portandoli in Palestina”. In un breve articolo intitolato “Il Muro di Ferro” Jabotinsky riconosceva, ben prima che se ne accorgessero i laburisti – che nel 1969 per bocca di Golda Meir negavano ancora l’esistenza di un’identità nazionale palestinese – che gli arabi di Palestina erano un popolo, che il conflitto consisteva in uno scontro tra due aspirazioni nazionali e che i sionisti sarebbero riusciti nel loro intento soltanto se capaci di difendere il loro progetto politico con la forza delle armi. Jabotinsky sapeva che la presenza ebraica in territorio arabo non sarebbe stata una festa né per gli ebrei né per gli arabi, quanto il grandioso e tragico inveramento di un incredibile sogno che dura dalla fine dell’Ottocento. Il suo “Muro di Ferro” è la chiave di volta dei trattati di pace con Egitto e Giordania. Fu travisata perché interpretata in chiave offensiva e non difensiva, è la capacità di difendersi per scoraggiare l’avversario e costringerlo ad accettare l’esistenza d’Israele. Il giovane leone di Odessa aveva capito che questa era l’unica strategia possibile in un paese che si percorre con un jet in due minuti e la cui esistenza, come ha scritto Ehud Barak, “può essere distrutta in un solo giorno di combattimenti”. Fu Jabotinsky a comprendere che la diplomazia che aveva partorito Monaco non avrebbe guadagnato agli ebrei uno stato. “Se una Bibbia sionista è mai stata scritta, Jabotinsky deve essere considerato il suo compassionevole profeta”, scrive Sarah Honig sul Jerusalem Post. I seguaci ne hanno avvolto la figura con un velo di santità. Il Wall Street Journal nel 1987 pubblicava un articolo che chiedeva riforme liberiste in Israele. Era stato scritto nel 1926 da Jabotinsky. “L’uomo era un genio”, dice Rafaella Bilski dell’Università ebraica di Gerusalemme, il cui saggio “Every individual a king” ha riabilitato la figura di Jabotinsky, a cui Ben Gurion si riferiva con il nomignolo di “Adolf” e “Vladimir Hitler”. Fu proprio il ritorno delle sue spoglie a Gerusalemme, sul monte Herzl accanto agli altri eroi della rinascita ebraica, il gesto con il quale il successore di Ben Gurion, Levi Eshkol, avviò la pacificazione. Quando Begin si affacciò dall’Hotel Aviv in Sion Square, per denunciare l’accordo fra il governo israeliano e quello tedesco, pronunciò queste parole: “Nel nome di Gerusalemme, nel nome di quanti sono saliti sul patibolo, nel nome di Ze’ev Jabotinsky, se dimenticherò lo sterminio degli ebrei, che mi si secchi la mano destra; che la lingua mi si incolli al palato se non vi ricorderò, se non metterò al di sopra di tutti i miei dolori lo sterminio degli ebrei”. Begin aveva perso tutta la famiglia nella Shoah. “Jabotisnky è stato influenzato da Labriola e da Garibaldi”, ci spiega Vittorio Dan Segre, saggista e combattente durante la guerra d’Indipendenza israeliana. “Un uomo geniale con una memoria straordinaria, scriveva in un ebraico classico e ha tradotto Dante. E’ stato il primo straniero ufficiale dell’esercito britannico. Fu condannato a morte per la difesa degli ebrei a Gerusalemme nel 1919. E’ uno dei personaggi più romantici ed eroici della storia ebraica, ma è stato dimenticato dalla corrente socialista. L’idea del Muro realizzata da Sharon è di Jabotinsky, oggi i suoi figli sono al potere. Livni è nata nell’adorazione di Jabotinsky, Olmert pure. I revisionisti sono stati dimenticati, il sionismo doveva essere di sinistra e laburista”. Non è d’accordo lo storico Benny Morris, che ha appena pubblicato “La prima guerra d’Israele” (Rizzoli). “Molti israeliani ancora non conoscono Jabotinsky. E’ morto nel 1940, prima che lo stato fosse realizzato e non fu decisivo nella creazione. E’ diventato importante da un punto di vista ideologico nel 1977 con l’arrivo al potere di Begin, il suo erede. I revisionisti erano una minoranza molto attiva. Nella prima elezione generale del 1949 presero soltanto il 12 per cento dei voti. Tutto cambia negli anni Settanta, quando l’Herut arrivò al potere riscattando la storia revisionista, grazie al voto degli immigrati delle ondate di aliyah. Oggi sono al potere i suoi eredi, i likudniks. I padri di Livni e Olmert erano revisionisti”. Odessa, il luogo natio di Jabotinsky, era una città unica al mondo. Creata a fine Settecento per volere della zarina Caterina II, il porto sul Mar Nero divenne il laboratorio illuminista dell’Europa levantina. Vladimir Ze’ev nacque nell’ottobre 1880 come secondogenito da Evgenij, un mercante ebreo secolarizzato di seconda generazione e da Eva Sack, di famiglia ebraica benestante, più tradizionalista e infarcita di cultura tedesca. Privo di un’educazione ebraica e di una vicinanza al mondo yiddish, Jabotinsky fu “acculturato” come un tipico ebreo russo. Giunse a Roma nell’autunno 1898 e si iscrisse alla facoltà di legge. Dirà di essere diventato sionista durante quel soggiorno. Il pogrom di Kishinev del 1903 lo spinse a formulare l’idea di autodifesa ebraica: sionismo significa che mai più il sangue degli ebrei sarebbe scorso impunemente. Quell’anno Jabotinsky prese parte al sesto congresso sionista, ma fu sovrastato da Herzl. Rimase abbagliato dalla figura di Herzl, come lui giornalista e come lui visionario (Kraus definì Herzl un “ridicolo messia”). “Un profilo di un imperatore assiro come quelli sulle antiche lastre di marmo”, scrive di Herzl. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, Jabotinsky, che si era fatto un nome da esteta e letterato, fu spedito come inviato in Europa occidentale. “Il sionismo cerca di strappare gli ebrei dalla vicinanza spirituale con l’Europa? No. Il sionismo cerca un luogo per gli ebrei, dove essi possano conservare tale vicinanza, sviluppare e gustarla, senza soffrire la degradazione o la persecuzione”. Pensava che il sionismo fosse innato nelle masse ebraiche, “sono silenti, non parlano ma pensano, e il sionismo articola i loro pensieri. Nei giorni di dolore, in esilio, che cosa può sognare il popolo se non una patria; pregò e si strusse per essa in tutti i suoi libri sacri, forniti di espressioni miracolose, preservando le rovine dei luoghi santi, dati ai loro avi, strappati ai loro padri e promessi ai loro nipoti”. A San Pietroburgo iniziò la carriera di polemista nemico della soluzione bundista, quanto di quelle liberali e socialiste. La sua scrittura era piena di orgoglio ebraico, “noi non eravamo abituati, dalla nostra infanzia, all’idea che potevamo essere ebrei, ma che non dovevamo essere ebrei”. Da una parte, diceva, ci sono quelli che, più o meno con sapevolmente, hanno perduto ogni speranza e che conducono l’identità ebraica verso la “sparizione definitiva”; dall’altra quelli che cercano di preservare “questo fratello che ha il nome di Israele”. “E’ lo scontro tra il desiderio di vivere e la sottomissione a un verdetto di morte”. Voleva che l’ebraismo abbandonasse la cultura del ghetto per quella del “braccio che adopera la spada, dei muscoli di granito e tendini d’acciaio”. Immaginava quelle masse prendere la strada per Haifa e Tel Aviv, come avrebbero fatto su carrette di fortuna dopo l’Olocausto. “Verrà il momento in cui il mio popolo sarà grande e indipendente e la Palestina sarà illuminata dai raggi della sua naturale bellezza, nel sudore del suo suolo che lo lavorerà. La mia opera è quella di uno spaccapietre che costruisce il nuovo tempio per il suo Dio sovrano assoluto. Il nome di questo Dio è il popolo ebraico. E se un lampo attraversa istantaneamente il cielo oscuro degli stranieri, impongo al mio cuore di non battere e ai miei occhi di non vedere. Prendo il mattone che segue in fila e lo metto sull’altro; e questa è l’unica mia risposta al fragore della distruzione”. I laburisti pensavano invece che soltanto la rivoluzione socialista fosse il presupposto per un focolare ebraico. Il giovane ammiratore di Verlaine e di Rimbaud vide un’unica soluzione all’antisemitismo: una patria ebraica in Palestina, l’emigrazione di massa e la riappropriazione della forza da parte degli ebrei. La svolta fu l’incontro con Josef Trumpeldor ad Alessandria d’Egitto nel dicembre 1914. Lì erano stati ammassati molti coloni ebrei (tra cui Ben Gurion) espulsi dalla Palestina. Trumpeldor era un mito per l’impresa sionista: aveva partecipato al conflitto russo-nipponico del 1905, perdendo il braccio sinistro nella battaglia di Port Arthur; unico soldato ebreo promosso ufficiale, al termine del conflitto si era laureato in legge all’università di San Pietroburgo; successivamente aveva deciso di abbandonare la Russia per compiere alijah in Galilea. L’alone carismatico promanato da Trumpeldor era descritto così da Jabotinsky. “Con la sua unica mano era più destro che tanti di noi con due. Con quella egli si lavava, si radeva, si vestiva; con quella tagliava il suo pane e si puliva le scarpe; con quella, in Palestina e, più tardi, a Gallipoli guidava il suo cavallo e maneggiava il suo fucile”. In una lettera dell’ottobre 1915, il giornalista di Odessa chiarì il suo progetto: critica di ogni posizione opportunistica di fronte agli eventi; postulato della pressione morale; necessità di un’autodifesa armata; realismo politico inteso come capacità di adattare repentinamente i mezzi tattici in vista degli obiettivi strategici. Jabotinsky non era amato dal mondo ebraico dell’Inghilterra e dalla stampa d’opinione, come il Times, che ne sosteneva la secolarizzazione. I britannici, che facevano capo al chimico Chaim Weizmann, erano intenzionati a rafforzare la “splendid relationship” con Londra. Jabotisnky pretendeva l’immediato riconoscimento di un’autodifesa ebraica organizzata. Il 24 gennaio 1930 il capo revisionista parlò di immigrazione necessaria per l’Europa dell’“incurabile antisemitismo”. Accusò i laburisti di aver svenduto “i sacri tesori della Torah”. Alle critiche di clericalismo ebraico Jabotinsky rispose che “è il potere morale della religione, e non la sua falsificazione clericalistica che intendiamo includere nella nostra piattaforma. Non riconoscete che la Torah contiene nobili e sacre verità?”. Il 13 marzo 1940 sbarcò a New York. Sei giorni dopo parlò al Manhattan Center davanti a quattromila persone. L’unico “obiettivo di guerra” degli ebrei, disse, è la restaurazione dello stato ebraico. Telegrafò al neopremier britannico Winston Churchill, proponendogli un esercito ebraico con una propria bandiera da utilizzare su tutti i fronti di guerra alleati, simile a quello del governo polacco in esilio, in cambio di una revisione della politica del Libro bianco sull’emigrazione ebraica in Palestina. Era l’origine della Legione ebraica. Non vide mai la nascita d’Israele, ma i suoi uomini del Betar contarono 60 mila militanti in Europa orientale, si batterono come leoni nei ghetti e nelle foreste, ma anche nei deserti della Giudea e della Samaria. Secondo Moshe Arens, ministro della Difesa e autore della storia dei revisionisti nelle rivolte contro i nazisti, “Jabotinsky era il più grande leader sionista”. Quando morì esule a New York nel 1940, nessun organo di stampa laburista diede la notizia con risalto. Ben Gurion si oppose finché fu vivo al trasporto delle sue ceneri in Israele. “Oggi la gente inizia a capire che Jabotinsky fu il più democratico dei sionisti”, ha detto l’ex primo ministro Yitzhak Shamir. Il caso volle che finisse i suoi giorni da apolide dopo aver predicato la fine dell’assimilazione e il “ritorno alle radici”. Morì cercando di convincere gli americani sulla partecipazione materiale del giudaismo alla causa antinazista. Non sapeva che un milione e mezzo di ebrei avrebbero combattuto nelle armate alleate. Non fece in tempo a vederli partire, quei volontari stranieri nella guerra, per la libertà d’Israele. Il leone di Odessa, per bocca del suo bellissimo Sansone letterario, lasciò un testamento al popolo ebraico: “Che raccolgano armi, scelgano un re e imparino a ridere".
Di Giulio Meotti


2 dicembre 2007

Souha Arafat: dalle stelle alle stalle....

 

 

Souha Arafat, la vedova allegra, si lamenta degli “stenti”

 Tradotto da: Kritikon


 


 

“Vivo con appena 10.000 dollari (circa 7.100 euro – ndr) al mese, una pensione dell’Autorità palestinese”. Questo il lamento di Souha Arafat nelle pagine del Sundey Times.

Souha ricorda che, durante l’agonia del marito, Yasser Arafat, gli era stato chiesto di parlargli, di modo da favorire la sua uscita dal coma. “gli parlai di ciò che più gli piaceva: la Palestina, Gerusalemme, la sua infanzia, la madre….. Gli abbiamo recitato i suoi versetti preferiti del Corano”.

Souha Arafat vive a Malta con sua madre, Raymonda al-Tawil, una “militante della causa palestinese” proveniente da una famiglia agiata e proprietaria terriera nel nord di Israele, e la figlia dodicenne, Zahwa.

I suoi beni personali nonchè i documenti del marito le sono stati confiscati dal governo tunisino che, lo scorso mese di agosto, le ha revocato anche la cittadinanza a seguito di una aspra polemica avuta con il presidente tunisino a circa la fondazione di una scuola.

Quanto alle voci di avvelenamento di Arafat, Souha pensa che “i rapporti dei medici erano discordanti e non c’erano prove attendibili. Credo che, in fondo, non sapremo mai la verità”.

Mahmoud Abbas lo scorso 10 novembre ha inaugurato un mausoleo dedicato proprio a Yasser Arafat ed il cui costo si aggira intorno a 1,75 milioni di dollari.

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Povera cocca!!!.....

 inviato da KRITIKON


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