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15 luglio 2013

Quelle stragi palestinesi dimenticate dall’Italia

 

Alessandro Frigerio

È il secondo mattatoio dello stragismo dopo la stazione di Bologna. Ma è anche il simbolo perverso della selettività con cui istituzioni e opinione pubblica elaborano il ricordo. Perché ci sono fatti di sangue che si vuole rafforzino il comune sentire, di una parte più o meno ampia della collettività, e altri che ragion di Stato e ideologia rigettano come corpi estranei.

All’aeroporto «Leonardo Da Vinci» di Fiumicino i corpi estranei sono quarantotto. Tante le vittime causate dal terrorismo arabo-palestinese nel corso di due diversi attentati, nel 1973 e nel 1985. E il primo di questi è un modello di rimozione storica esemplare.

«A mio fratello Antonio hanno conferito la medaglia d’oro al valor militare - spiega Angelo Zara -, il suo nome compare su due caserme, su un pattugliatore della Guardia di finanza e sulla targa di una piazza nel paese. Ma questa storia è ancora un buco nero: non ho mai avuto notizia di un’indagine, di un processo. Solo tempo dopo ho appreso dai giornali che il Mossad aveva scovato i terroristi». Daniela Ippoliti aveva nove anni quando le uccisero il padre. Ricorda il funerale così vicino al Natale, l’assedio sfrontato dei giornalisti e poi il silenzio. «I colleghi di lavoro gli dedicarono un busto, ma dove siano finiti i terroristi e perché fecero quella strage non ce l’ha mai detto nessuno. Siamo stati dimenticati».

Un abbandono che si spiega con i numerosi aspetti mai chiariti della vicenda: le ambigue scelte di politica internazionale del nostro Paese negli anni Settanta, la Libia di Gheddafi che ospitava e sosteneva il terrorismo palestinese e il ruolo dei nostri servizi segreti. «Il Sid aveva avuto notizia dell’imminente attacco - racconta il generale Corrado Narciso, fratello di un’altra vittima - ma l’aeroporto non venne messo in sicurezza».

E l’inchiesta fu sbrigativa. Appurò che alle 12 e 50 di lunedì 17 dicembre 1973 un commando composto da cinque uomini di Settembre Nero, proveniente con volo Alitalia da Madrid, aveva aperto il fuoco nella zona transiti dello scalo romano e lanciato due bombe al fosforo in un jumbo fermo sulla pista, uccidendo 32 passeggeri. Tra loro anche quattro italiani: l’ingegnere Raffaele Narciso, il funzionario dell’Alitalia Giuliano De Angelis, la moglie Emma Zanghi e la figlia Monica, di nove anni. Prima di sequestrare un aereo della Lufthansa i terroristi avevano ucciso il finanziere Antonio Zara e preso in ostaggio sei agenti di polizia e un addetto al trasporto dei bagagli, Domenico Ippoliti. Il dirottamento, dopo una tappa ad Atene, che con l’assassinio di Ippoliti aggiunse sangue a sangue, si concluse a Kuwait City tra l’affettuosa simpatia riservata ai terroristi dalle autorità. Alla richiesta di estradizione il governo kuwaitiano oppose un rifiuto, adducendo il carattere «politico» della carneficina.
Pochi mesi dopo i cinque furono affidati all’Egitto e quindi rilasciati come contropartita per la liberazione degli ostaggi di un aereo di linea britannico.

Fin qui la tragica sequenza dei fatti. Ai quali seguì l’immediata rimozione. Lo fece a modo suo l’Unità, evitando di citare nei titoli, nei sommari e nell’articolo di fondo del 18 dicembre l’origine degli attentatori. Vi contribuì il Pci, definendo la strage «un chiaro tentativo di marca reazionaria» contro il popolo palestinese. Fece molto di più la Dc, spingendo il piede sull’acceleratore della politica di appeasement verso il mondo arabo. 

A funerali appena conclusi l’allora ministro degli esteri Aldo Moro visitò le principali capitali del mondo arabo, compresa Kuwait City. Ci si aspettava, se non un atteggiamento intransigente, almeno parole ferme e chiare. Invece la richiesta di consegna dei colpevoli fu sacrificata sull’altare della crisi energetica e dell’esigenza di nuove forniture petrolifere. E per scongiurare nuovi attacchi, il governo perfezionò con l’Olp il patto scellerato che avrebbe garantito impunità e libertà di transito agli uomini dell’organizzazione palestinese.

Da allora su quei 34 morti è calato il silenzio. I loro nomi non sono negli elenchi delle associazioni delle vittime del terrorismo e nelle pubblicazioni ufficiali. Una lapide nella zona transiti dell’aeroporto di Fiumicino ricorda solo il sacrificio di Antonio Zara.

Per tutti gli altri, compresi i 14 dell’attentato del 1985 ai banchi della Twa e dell’El Al, non una riga. Passati trentacinque anni dagli eventi ci sembra doveroso rimuovere questa cappa di omertà. Per ricordare chi non c’è più. E per inserire a pieno titolo il terrorismo arabo-palestinese nella galleria degli orrori del Novecento.


4 luglio 2013

Terroriste impenitenti

 “Non sono dispiaciuta per quello che ho fatto, comunque ci libereremo dal dominio di Israele e allora anch’io verrò liberata dalla prigione”. Lo afferma Ahlam Tamimi, la terrorista palestinese condannata per complicità nell’attentato suicida alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme dell’agosto 2001 costato la vita a 15 civili israeliani. Tamimi è la persona che portò in auto l’attentatore suicida sul luogo dove perpetrò la strage. Oggi è detenuta nel carcere israeliano Hasharon insieme ad altre 106 donne palestinesi condannate per reati di terrorismo, affiliate a Hamas, Jihad Islamica, Fatah e altre organizzazioni terroristiche.
“Hamas ha dei principi nel confronto con Israele – dichiara Temimi – Hamas vuole raggiungere risultati senza rinunciare alla Palestina. Non sono dispiaciuta per quello che ho fatto. Comunque uscirò di prigione. E mi rifiuto di riconoscere l’esistenza di Israele. Le discussioni avranno luogo solo dopo che Israele avrà riconosciuto che tutta questa terra è terra islamica. Anche se sono stata condannata a sedici ergastoli, so che ci libereremo dal dominio israeliano e allora anch’io verrò liberata dalla prigione”.
Una delle figure predominanti nel carcere Hasharon è Amana Muna, condannata all’ergastolo per aver adescato via internet nel gennaio 2001 un sedicenne israeliano, Ofir Nahum, e averlo poi consegnato a terroristi palestinesi di Ramallah che l’hanno assassinato. Muna, affiliata a Fatah, si dice poco interessata agli esiti delle recenti elezioni palestinesi. “Non fa molta differenza – afferma – non c’è grande distanza fra Fatah e Hamas”. Anche Muna dichiara di non essere affatto dispiaciuta per ciò che ha fatto. “Non l’ho fatto per me, era qualcos’altro e non intendo parlarne. Con l’aiuto d’Iddio uscirò di prigione, e alla fine mi vedrete fuori”.

(Da: YnetNews, 27)

Nella foto in alto: l’ingresso del “museo” allestito nel 2001 all’università palestinese Al-Najah per “celebrare” la strage terroristica perpetrata alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme.


20 giugno 2013

Umorismo ebraico: L'Elezione del Presidente

 

Per la prima volta, una donna ebrea è eletta Presidente degli Stati Uniti. Chiama sua madre:

"Mamma, ho vinto le elezioni, devi venire ai festeggiamenti!"

"Oddio, come mi vesto?"

"Non preoccuparti, Armani sta preparandoti un vestito."

"Ma io mangio kasher…"

"L'assemblea dei rabbini ha nominato un mashghiach (controllore della kasherùt) per tutta la casa bianca. L'Air Force One è già in volo per venirti a prendere."

"E dove dormirò?"

"Nella Lincoln Room e sto facendo costruire un mikve (bagno rituale) apposta per te."

"Va bene, va bene, se ti fa piacere vengo."

Arriva il grande giorno, e la Signora Presidente è seduta tra i presidentidel Senato e della Camera di fronte al Campidoglio.

La madre tira la manica di un senatore e gli dice "Vedi quella ragazza con la mano sulla Bibbia?"

"Certo!"

"Suo fratello è un dottore."


19 giugno 2013

In vendita

 

Traduzione: IN VENDITA: Nazione in buono stato, modello 48. Revisione nel 67 e incidente nel 73. Volante rotto che tende a sinistra. Prezzi più che modici. Consegna immediata. Info: Governo israeliano (chiedere di Ehud).


11 aprile 2013

Ma cosa vogliono questi ebrei?

 Abbiamo ricordato Il piccolo Stefano Tache', ucciso da un commando  palestinese il 9 ottobre del 1982 mentre usciva  dal Tempio Maggiore di Roma. Insieme a lui altre 50 persone rimasero ferite, alcune gravemente.

Il commando  di assassini non fu mai catturato pero' uno di essi, tale Abdel al Zomar, fu condannato all'ergastolo... peccato che la condanna arrivo' dopo che l'uomo fu aiutato a fuggire verso Atene, dove,  come era successo in Italia, nessuno si sogno' di arrestarlo e riparti' indisturbato verso Tripoli per ricevere l'abbraccio di Arafat.
L'assassinio di Stefano Tache' fu uno dei tanti delitti commessi dai palestinesi in Italia nonostante il Lodo Moro di molti anni prima che sanciva che Arafat e la sua cricca di assassini non dovevano essere disturbati dalla polizia italiana.
Questo accordo prevedeva che l'Italia non sarebbe stata colpita dal terrorismo...l'Italia...no....gli ebrei italiani, si.
Ricordo l'angoscia, ricordo il volantino dei giovani ebrei che portava una sola parola rivolta evidentemente a chi sgovernava l'Italia, una sola parola, l'unica che poteva essere scritta perche' si vergognassero: "Grazie".
Chissa' se i governanti dell'epoca si vergognarono, se provarono rimorso per aver, come dice Cossiga, venduto gli ebrei italiani al vero boss dell'Italia di quegli anni :Arafat.
Nooo, nel modo piu' assoluto, non si vergognarono, non provarono rimorsi e la dimostrazione la diede  apertamente e con una ferocia inaspettata il Presidente Pertini che nel suo discorso dell'ultimo dell'anno, col piccolo Stefano al cimitero,  ci lascio' letteralmente senza fiato esclamando "ma cosa vogliono questi ebrei?"
Ricordo che ero seduta nel salotto di amici, a Bolzano,  a quella frase ci guardammo allibiti, volevamo aver capito male e io sentii un sudore freddo e un senso di nausea alla bocca dello stomaco.
Era dunque  quella l'Italia!
L'Italia che da piu' di 10 anni era diventata la succursale del terrorismo palestinese, l'Italia che odiava Israele  come aveva odiato gli ebrei che aveva consegnato ai tedeschi, l'Italia cattocomunista antisemita come lo era stata l'Italia fascista, l'Italia che  20 anni dopo queste tragedie avrebbe applaudito cortei di  kamikaze mentre l'amato Arafat colpiva Israele con altre tragedie facendo esplodere autobus, bar, caffe', teatri nelle citta' israeliane.
Era l'Italia della vergogna.
Cossiga nell'intervista rilasciata recentemente al giornale israeliano Yediot Haharonot, parla di come furono venduti gli ebrei italiani ad Arafat perche' il terrorista non colpisse L'Italia e le sue Istituzioni. Niente di quello che oggi racconta il Presidente e' una novita', sono tutte cose che si sapevano esattamente mentre accadevano.
Tutti sapevano che Arafat era il padrone, che entrava in RAI armato e quando voleva, che l'asservimento al raiss assassino era totale.
Sapevamo che era stato nascosto nel Gabinetto di Cossiga quando lo cercava l'Interpol, sapevamo che tutti i palestinesi furono fatti scappare dopo ogni delitto, da Craxi e Andreotti.
Sapevamo tutto mentre vedevamo con orrore, Occhetto e Lama portare un assassino in trionfo ad Assisi dove veniva ricevuto con amore dai frati della Basilica.
Abbiamo assistito  quasi increduli alla rivolta dei pacifisti a Sigonella dove, insieme ai carabinieri spediti da Craxi, erano corsi ad aspettare gli americani che volevano capire perche' il governo italiano aveva fatto fuggire Abu Abbas , l'assassino del povero Leo Klinghofer e dirottatore dell'Achille Lauro.
Era la prima volta che vedevamo sventolare l'emblema del razzismo e dell'odio, la bandiera  della pace.
L'italia paracula e i suoi pacifisti, con Bettino in prima fila, contro l'America e Israele mentre i loro amici palestinesi ammazzavano ebrei americani e italiani a piacere.
Quando  tutto questo accadeva i governanti di Israele erano ospiti non graditi in Italia.
Mentre il Papa abbracciava Arafat, che era entrato armato persino  nella Santa Sede, il Vaticano ancora non riconosceva Israele come Nazione e tra i due paesi non esistevano relazioni diplomatiche fino al 1993, 55 anni dopo la dichiarazione di Indipendenza di Israele.
Un'altra grande, immensa vergogna.
Italia e mondo cattolico uniti nell'odio contro Israele  e guidati dal grande odio di tutto il mondo comunista.
No, nessuna delle dichiarazioni di Cossiga e' una sorpresa, la vera sorpresa e' che non ci siano state reazioni di sorta e che nessun giornale italiano abbia ripreso l'intervista chiedendo un'inchiesta. Esattamente come per Bologna, strage non fascista come sta scritto sulla targa , ma quasi sicuramente palestinese.
Un'inchiesta seria sugli anni bui del terrorismo arabo e' doverosa.
La faranno? No mai!
A proposito di targhe alla memoria, ne esiste una a Fiumicino dove i palestinesi commisero un'altra strage?
Qualcuno ha scritto sul bronzo o sul marmo " Qui avvenne una delle tante stragi palestinesi..."  
No? Ne ero sicura.
La conclusione dunque e' che non verra' mai fuori niente di ufficiale contro i crimini commessi da Arafat in Italia.
La realta' e' che il "Grazie" sarcastico  e disperato dei giovani ebrei contro i governanti italiani e' sempre valido, che quel "Cosa vogliono questi ebrei" quasi gridato dal Presidente con la Pipa all'Italia intera, mentre Stefanino Tache' era ancora caldo, era il pensiero di tanti altri italiani, gli stessi che avevano accompagnato, urlando "morte agli ebrei", l'altra Pipa famosa, Luciano Lama, mentre veniva gettata una bara nera davanti alla lapide  della sinagoga che riportava i nomi delle vittime delle Fosse Ardeatine.
Gli stessi italiani che durante i cortei della famosa Pantera passavano davanti al Tempio Maggiore in Trastevere urlando , a pugno chiuso e braccio teso, "Ebrei ai forni".
Gli stessi italiani che nel 2000 hanno applaudito il corteo di kamikaze che sfilava per le vie di Roma  per sostenere Arafat che stava distruggendo Israele. 
 
Deborah  Fait
 
 


19 febbraio 2013

"Io, piccolo ebreo della foto simbolo dell' Olocausto"

 

Parla Tsvi Nussbaum, ritratto nell' immagine del 1943 e sopravvissuto ai Lager: oggi vive negli Usa Vive negli Usa il protagonista del drammatico «scatto» nel ghetto di Varsavia: «Non posso provarlo, ma non ha più importanza: io non ho dimenticato»

«Il bambino della foto sono io» Tsvi Nussbaum: in quelle braccia alzate l' angoscia di un milione e mezzo di piccoli ebrei

Parla Tsvi Nussbaum, ritratto nell' immagine del 1943 e sopravvissuto ai Lager: oggi vive negli Usa "Io, piccolo ebreo della foto simbolo dell' Olocausto" SPRING VALLEY (New York) - A volte la voce diventa un sussurro. Si spezza. E Tsvi deve fare ancora uno sforzo per superare il peso del silenzio: "I tedeschi chiamavano la gente per caricarla sui camion davanti all' hotel Polsky. Avevano una lista, ma il mio nome non era su quella lista... I miei genitori erano gia' stati ammazzati e io non sapevo che cosa fare... + allora che sono uscito dalla fila, e' allora che un tedesco ha gridato: "Alza le mani", e io le ho alzate. + allora che un altro tedesco ha detto: " + un bambino solo, tanto varrebbe fucilarlo subito", e che hanno scattato quella foto". Non dice mai "nazisti", Tsvi Nussbaum, dice sempre "tedeschi". Dice: "Io non ho perdonato i tedeschi. Io non ho dimenticato". Diciott' anni fa, nell' 82, ha rotto per la prima volta quei silenzi che gli avevano trasformato la vita in un incubo muto. E ha raccontato al mondo di essere lui il protagonista di un' immagine che ha fatto la storia del Novecento: lui, il bambino di quella livida giornata di Varsavia 1943. CONTINUA A PAGINA 17Vive negli Usa il protagonista del drammatico «scatto» nel ghetto di Varsavia: «Non posso provarlo, ma non ha più importanza: io non ho dimenticato» «Il bambino della foto sono io» Tsvi Nussbaum: in quelle braccia alzate l' angoscia di un milione e mezzo di piccoli ebrei Lui, con le braccine levate come un prigioniero di guerra davanti agli assassini della Gestapo, sotto quel berretto troppo grande, stretto in un cappotto striminzito, con i pantaloncini che sembrano cadergli sulle ginocchia, in mezzo a una folla di ostaggi destinati al martirio. Il peso simbolico di quell' immagine è enorme, il riconoscimento è stato a lungo discusso in questi anni, contestato anche da storici autorevoli. Molti hanno sostenuto che quel bambino sia morto in un campo di concentramento, altri si sono levati per dire «sono io» ma le loro voci si sono spente tra le contraddizioni e le smentite. Tsvi Nussbaum ha 64 anni, ne aveva poco più di sette nel ' 43. Abita nella contea di Rockland, a un' ora da New York. E' un otorinolaringoiatra adesso in pensione, negli Stati Uniti dal 1953. Ha una moglie americana, Beverly. Quattro figlie grandi, due nipotini, una lunga vita dall' apparenza serena. Seduto a un tavolo del Centro Studi sull' Olocausto di Spring Valley, tormenta due foto con le mani ossute, quella del piccolo prigioniero di Varsavia e la fototessera che fecero a lui nel ' 45, dopo la liberazione, prima di mandarlo dal Belgio nella futura terra d' Israele: la somiglianza è impressionante. Tsvi dice: «Sì, sono io quel bambino, anche se non potrò mai provarlo, anche se quasi non me la sento più di ripeterlo, anche se non è nemmeno importante che sia io. Ho detto molte volte quello che dico anche adesso: un milione e mezzo di bambini ebrei, di bambini dei lager, sta seduto qui, a questo tavolo, assieme a me, a gridare: sono io!». Nel 1942 la sua piccola storia di famiglia comincia a coincidere con la tragedia collettiva di sei milioni di persone. I Nussbaum sono tornati pochi anni prima dalla Palestina, dov' è nato Tsvi. Vivono nella campagna polacca, a Sandomjez. «Mia madre parlava bene il tedesco ed era coraggiosa. Andava lei al comando della Gestapo, per chiedere permessi a nome della comunità». Un giorno è lì a protestare per qualcosa: «Un ufficiale l' ascolta, tranquillo, prende nota, tranquillo, poi afferra tranquillamente la rivoltella dalla scrivania e le spara». Il padre di Tsvi viene ucciso poche ore dopo, forse dallo stesso nazista. «Venne da noi una donna, bella, bionda, si chiamava Miriam Shochat, mi portò con sé e mi nascose a Varsavia, facendomi passare per suo figlio... anche i miei zii e i miei cugini ci seguirono a Varsavia. Il mio fratellino non l' ho più visto, né i miei nonni, né la mia bisnonna. Noi eravamo nascosti fuori dal ghetto, quando il ghetto venne distrutto, tra il 19 aprile e il 16 maggio ' 43. La data d' inizio dell' operazione fu un' idea di Himmler. Hitler era nato il 20 aprile e Himmler volle fargli questo regalo di compleanno». Quei terribili 27 giorni furono documentati con teutonica pignoleria dal nazista che dirigeva la devastazione, il generale Juergen Stroop, che per questo si guadagnò la croce di ferro di prima classe. Stroop, attraverso il comando di Cracovia, mandava messaggi quotidiani a Himmler e raccolse orgogliosamente 54 fotografie di quell' orrore: ebrei denudati, mani sulla testa, fagotti umani davanti a macerie e case che bruciano. Una delle 54 foto del «Rapporto Stroop», la numero 12-202z, è proprio quella che diventerà la foto del secolo: «il bambino del ghetto». Ma il punto sta proprio qui, dice Tsvi: «Se quella foto è davvero stata scattata nel ghetto, tra aprile e maggio, il bambino non posso essere io, perché nel ghetto non c' ero. Noi eravamo nascosti fuori, all' hotel Polsky. Però Stroop si è fermato a Varsavia fino a settembre. Io credo che abbia integrato il suo dossier. E sono convinto che quella foto sia stata scattata il 13 luglio 1943, il giorno che ci hanno portato via. Non nel ghetto, perché nel ghetto i bambini morivano di fame per strada mentre in quella foto stiamo tutti male ma nessuno è davvero denutrito... «Sì, avevamo i cappotti addosso a luglio, mi hanno contestato anche questo, poi: ma avevamo addosso tutto quello che si poteva portare. Un papà costrinse la figlia a mettere gli stivali e lei piangeva: è stata l' unica dei suoi a non congelare». Il 13 luglio ' 43, dunque. L' hotel Polsky. «Ci avevano detto: vi rimandiamo da dove siete venuti, tornate in Palestina. Così siamo usciti dai nascondigli e ci hanno caricato sui camion e poi sui treni. Ma un treno era diretto a Auschwitz. L' altro, il nostro, a Bergen Belsen. Io non ci sarei neanche arrivato a quel treno, i tedeschi mi avrebbero fucilato subito perché ero un bambino solo. Mio zio s' è fatto avanti, ha detto "questo è mio figlio" e mi ha salvato. Mio zio si chiamava Shalom Nussbaum, è morto un anno fa a Toronto, per me è stato un altro padre... Del viaggio ricordo che i tedeschi giocavano a tiro a segno sui nostri vagoni che passavano. Del lager ricordo poco. So che non posso più vedere le bucce di patata, perché mangiavo soprattutto bucce di patata. So che fino a dieci anni fa non sopportavo i vestiti a righe, perché mi ricordavano la divisa del campo. So che ho paura dei cani, perché i cani del campo mi terrorizzavano. So che conservo sempre un pezzo di pane per domani, perché domani non sai se i tedeschi ti daranno da mangiare. Poi ricordo il sergente americano che ci ha liberato, mentre i tedeschi ci stavano trasferendo ancora in treno a Magdeburgo e si strappavano le spalline da ufficiali per sembrare semplici esecutori di ordini: si chiamava Cohen, quel sergente». Il resto è la vita che cerca di tornare a scorrere, la laurea a New York, il matrimonio, i bambini: «Ho sempre tentato di guardare al domani». Ma raccontare davvero è difficile, quasi impossibile. «No, non ne ho mai parlato con le mie figlie. E soltanto una volta ne ho parlato con mia moglie. Loro non mi chiedono nulla, mai, sanno cosa vuol dire per me. Per capire cos' era, devi esserci stato. Io qui ho solo amici americani, quando sono stato in Israele ho trovato solo gente nata nei kibbutz, ormai, nessuno sa». Chi sapeva era Marc Berkowitz, una figura carismatica nei circoli dei sopravvissuti all' Olocausto. E' Berkowitz che all' inizio dell' 82 squarcia il velo della memoria. «Era un mio paziente, sopravvissuto agli esperimenti di Mengele ad Auschwitz. Io gli parlavo del mio passato, lui mi parlava del suo. Mi diceva: "Come fai a sapere che non sei tu, in quella foto?". Io rispondevo: "Perché è una foto del ghetto". Fece delle indagini, tornò da me: "La foto non è del ghetto, e credo proprio che sia tu quel bambino", mi disse». Tsvi Nussbaum si alza. Guarda il cielo grigio su Spring Valley, dalla finestra del centro studi. «A volte preferirei davvero che quel bambino fosse rimasto senza nome. Perché le foto di oggi, le interviste, anche quest' intervista... tutto è una pena enorme. Ma poi penso che lo devo al mio popolo. Al nostro futuro. Perché quello che è successo non succeda mai più. E allora riesco ancora a vincerlo, il silenzio». Goffredo Buccini

Buccini Goffredo


8 ottobre 2012

Battuta molto vera :-)

 

2 amici in florida stanno chiaccherando uno dice al altro ,

Cosa farai stasera ?

Risposta

Niente di particolare me ne staro in casa di fronte alla TV a vedere
gli spot per Obama .

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Vi garantisco che c'e molto di vero , qui dalla mattina alla sera se sei
in macchina in ufficio o a casa, radio e TV non fanno altro che mandare
in onda spot per votare Obama alle elezioni.

Dove avra preso tutti sti soldi ?

Obama e il candidato presidente che ha piu raccolto e piu speso soldi
in pubblicita di tutta la storia americana, e di gran lunga.

Alon




8 ottobre 2012

L’Italia è campione d’Europa

 

In un post recente avevamo riferito che “a detta del comandante italiano Graziano, [l’hezbollah] collabora tanto bene con l’UNIFIL nel Libano“. Ci siamo invece dimenticati di aggiungere che il generale Graziano sembra soffrire di una falsa modestia veramente fuori luogo, poiché anche il rovescio della medaglia, e cioè il fatto che, viceversa, anche l’Unifil non collabora maluccio con i terroristi dell’hezbollah, è, per così dire, carino. Ad esempio, all’inizio di marzo

attivisti armati di hezbollah […] che guidavano un autocarro pieno d’esplosivi, minacciarono il battaglione italiano dell’UNIFIL con le armi. Invece di usare la forza, come richiesto dal loro mandato, i soldati dell’Onu abbandonarono il posto.

L’organizzazione antisemitica Hezbollah, da parte sua, secondo una dichiarazione recente del suo segretario generale Nasrallah, si considera tuttora in guerra con Israele (”die Jüdische” del 05/09/2008) e sembra anche più massicciamente armata di prima di quella nuova “missione di pace” voluta da gente come Prodi, D’Alema e Rice.

Dire che uno più uno fa due, e cioè che l’UNIFIL è servito e serve a camuffare e con ciò a sostenere i preparativi di guerra di sterminio dell’Iran contro Israele, sarebbe tuttavia molto esagerato. E sarebbe ancora peggio dire che tutto questo sarebbe stato previsto già dall’allora presidente di consiglio Romano Prodi quando si impegnò tanto per impedire ad Israele di sconfiggere efficacemente quelli che intendono annientarla, arrivando perfino a proporre come mediatore per la risoluzione “pacifica” del conflitto fra Hezbollah e Israele proprio un rappresantante dei tele-comandanti dei terroristi jihadisti, l’iraniano Ali Larijani.

Eh no: e non si può proprio dire che, come ebbe a dire il defunto presidente del Consiglio centrale degli Ebrei in Germania, Paul Spiegel, “dietro il grido di pace si trincerano gli assassini”! Non si può!

Ralph Raschen - Website
 


5 luglio 2012

Mota Gur (Mordechai Gur)

 



E' da poco passato il 13 anniversario della morte di Mordechai Gur ,
meglio conosciuto come Mota Gur , nato il 6 maggio 1930 e deceduto il
13 luglio 1995 .

Mota Gur nasce a Gerusalemme citta che e stata anche protagonista del
momento culmine , della sua grande carriera militare nel IDF ( Israel
defence forces )

Da giovanissimo Mota Gur si arruola nel'hagana l'esercito ombra del
futuro stato di Israele , e nel 1948 ha un ruolo attivo nella guerra
di indipendenza di Israele .

Gur faceva parte dei paracadutisti Israeliani , le truppe di Elite
quelli che indossano il berretto rosso, nel 1950 era gia comandante
di un battaglione che rispondeva direttamente agli ordini di Ariel
Sharon, fu anche ferito durante un operazione di antiterrorismo a
Khan Yunis e ricevette una medaglia al onore dall'allora capo di
stato maggiore Moshe Dayan .

Per migliorare ulteriormente le sue attitudini al comando e il sapere
militare Gur frequento nel 1957 la prestigiosa scuola militare di
Parigi.

Al suo ritorno fu nominato comandante della brigata Golani ( il
meglio del meglio del esercito Israeliano ) insegno ai suoi soldati
il valore morale e lo spirito di corpo, e anche l'onore di indossare
la divisa del esercito Israeliano, valori che ancora oggi vengono
tramandati .

Dopo questo incarico che termino nel 1963 Gur divenne il reponsabile
della scuola per i futuri comandanti del IDF .

Nel 1966 Gur fu messo al comando della 55 Brigata dei paracadutisti
della riserva del esercito Israeliano.

Dopo la guerra dei sei giorni fu nominato Brigadiere generale e fu
messo al comando della striscia di gaza , nel 1969 fu alzato ad
maggiore generale e fu messo al comando del confine nord di Israele
dal quale i palestinesi iniziavano ad infiltrarsi per fare attentati
teroristici in Israele, Gur organizzo i controattacchi israeliani che
avevano come obbiettivo pricipale la Siria che appoggiava e aiutava
le infiltrazioni dei Palestinesi, conquisto le fattorie di Sheba
ancora oggi in mano Israeliana , e organizzo in maniera efficace
l'esercito e le postazioni al nord per prevenire i tentativi del OLP
di entrare in territorio Israeliano .

Nel 1972 fu traferito a Washington come Attache militare presso
l'ambasciata Israeliana in USA.

Dopo la guerra del Kippur e le dimissioni di David Elazar come capo
di Stato Maggiore , fu richiamato in Israele e raggiunse il momento
piu alto della sua carriera come Capo di Stato Maggiore del IDF ,
durante questo incarico Mota Gur riposiziono l'esercito Israeliano
nel posto che gli compete , cioe ai massimi livelli mondiali per
coraggio , intraprendenza e amore della vita .

Mota Gur fu il principale ideatore ed artefice del operazione di
salvataggio dei passeggeri del air france ostaggi ad Entebbe in
Uganda .

Il primo ministro Rabin lo premeva per avere un operazione militare
quasi impossibile, Peres ministro della difesa ma non molto familiare
con le cose militari , voleva fortemente un operazione per salvare
gli ostaggi , ma tutti aspettavano che il capo di stato maggiore la
organizzasse , Mota in silenzio come era nel suo stile na parlo ai
suoi piu fidati collaboratori da Dan Shomron a Yoni Nethanyahu
insieme studiarono ed organizzarono il piano, poi lo presentarono a
Peres che immediatamente lo presento a Rabin e al governo Israeliano.

Il resto e ormai leggenda, un operazione quasi impossibile, volare
con 200 dei migliori soldati di Israele a 4000 km da dal proprio
paese in mezzo al Africa , fatta ed portata a termine per salvare 103
Ebrei solo per il fatto che erano Ebrei.




Ma anche se il successo del operazione di Entebbe ebbe un successo
incredibile , e diede ad Israele la primissima posizione al mondo
come paese che lotta contro il terrorismo , Mota Gur passera alla
storia di Israele per un altro fatto.

Il 7 giugno 1967 , Mota Gur guida i suoi paracadutisti nella citta
vecchia di Gerusalemme , la Legione Araba di Re Hussein si sta
dissolvendo e gli Israeliani avanzano veloci solo qualche cecchino
cerca di fermarne l'avanzata.

Mota Gur via radio annuncia al governo e ai soldati " siamo molto
vicini riesco a vedere la Citta vecchia, stiamo per entrare , saremo
i primi ad entrare nella parte vecchia della citta , quello che per
generazioni il popolo Ebraico ha sognato sta per avvenire " .

Per 2000 anni gli Ebrei erano stati lontani da Gerusalemme, per causa
della diaspora , e quando la parte vecchia della citta era sotto
controllo arabo, agli Ebrei era semplicemente negato anche il solo
avvicinarsi al muro del pianto , e alla citta vechia di Gerusalemme .

Passano pochissimi minuti e Mota Gur annuncia ancora via radio la
notizia che tutti gli Ebrei aspettavano da 2000 anni, Mota passera
alla storia di Israele per avere detto " har abait be iadenu , ani
choser ar abait be iadenu " ( il monte del tempio e in mano nostra ,
ripeto, il monte del tempio e in mano nostra )

La notizia rimbalza immediatamente da Gerusalemme in tutto il mondo,
dagli Stati Uniti al Europa fino in Australia tutte le comunita
Ebraiche si riuniscono in preghiera , quello che per 2000 anni e
stato un semplice augurio o forse ancora di piu un sogno, e diventato
realta, per 20 secoli dopo essere stati cacciati dalla loro terra
dalle legioni di Roma gli Ebrei si salutavano dicendo " le shana abaa
be Yerushalaim " ( l'anno prossimo a Gerusalemme )

Il 7 giugno 1967 grazie a Mota Gur e ai suoi meravigliosi soldati, un
semplice augurio e diventato realta, poco dopo il capo rabbino del
esercito Israeliano Rav Shlomo Goren suona lo Shofar davanti al Muro
del Pianto , e riconsegna al popolo Ebraico la loro capitale .

Lasciato l'esercito nel 1978 Mota Gur entra nelle file del partito
maarach e si da alla politica e ricopre vari ministeri.

Nel 1995 purtroppo e un malato terminale di cancro, che lo fa
soffrire in maniera atroce , Mota decide di dare fine alla sua
sofferenza e si spara un colpo con la sua pistola personale .

Era il 16 Luglio 1995.

Alon

PS se avete pazienza e la voglia di ascoltare la voce di Mota Gur
mentre conquista la parte vecchia di gerusalemme cliccate il link
qui sotto .

http://www.youtube.com/watch?v=7l1ol69rRxo&feature=related


30 luglio 2009

A gennaio furono 200.000 le telefonate fatte ai civili di Gaza per scongiurare perdite innocenti

La Difesa israeliana ha deciso che, nelle prossime occasioni che dovessero presentarsi, cercherà di includere dettagli ancora più precisi negli avvertimenti che usa inviare alla popolazione civile palestinese prima di effettuare incursioni armate, soprattutto aeree, contro obiettivi terroristici. La misura è tesa a migliorare le possibilità degli abitanti innocenti della zona presa di mira di mettersi al sicuro per tempo.
YnetNews ha appreso che, durante recenti riunioni dedicate alla controffensiva anti-Hamas nella striscia di Gaza del gennaio scorso, varie fonti militari, compresi alcuni rappresentanti dell’ufficio Diritto internazionale del dipartimento legale delle Forze di Difesa, hanno convenuto che, in futuro, si dovranno fornire informazioni ancora più specifiche, come ad esempio orari esatti e indicazioni dettagliate sulle vie di fuga, nonostante le conseguenze che ciò potrà comportare in termini di perdita dell’effetto sorpresa sul nemico e, di conseguenza, di minor efficacia dell’azione ed anche maggiori rischi per i soldati israeliani impegnati nelle operazioni. Secondo queste direttive, inoltre, d’ora in avanti gli avvertimenti fatti pervenire per telefono o con volantini dovranno essere ancora più espliciti nel chiarire ai civili che la loro vita è in pericolo dando loro una possibilità di fuga. Tali raccomandazioni – è stato detto nelle riunioni militari – non intendono disconoscere i grossi sforzi fatti finora dalle forze israeliane per evitare perdite civili fra i palestinesi, ma solo migliorarli ulteriormente.
Nel corso della controffensiva anti-Hamas del gennaio scorso le Forze di Difesa israeliane fecero non meno di 200.000 telefonate di avvertimento a case palestinesi e lanciarono parecchie migliaia di volantini allo scopo di preavvertire i civili di imminenti attacchi contro obiettivi Hamas nelle zone di residenza: misure nate dalla necessità di bersagliare centri di comando e postazioni di Hamas piazzati nel cuore di zone densamente abitate da civili che le Forze di Difesa israeliane non avevano né interesse né la volontà di coinvolgere negli scontri.
Per quanto problematica dal punto di vista tattico, la pratica del preavvertimenti ai civili viene considerata dalla Difesa israeliana anche un modo per vanificare la pratica di Hamas di proteggersi rintanandosi fra la propria stessa gente. È con l’obiettivo di mantenere e migliorare ulteriormente questa politica che è stata approvata dalle alte sfere dell’esercito la decisione di fornire ai civili “nemici” avvertimenti sempre più circostanziati.

(Da: YnetNews, 29.07.09)

Nella foto in alto: Un volantino lanciato dalle Forze di Difesa israeliane durante la guerra contro Hamas a Gaza: “...A causa delle attività dei terroristi compiute da questa zona contro Israele, le Forze di Difesa israeliane sono costrette a reagire operando in questa zona. Vi sollecitiamo, per la vostra sicurezza, a sgomberare quest’area al più presto”.
 


29 luglio 2009

Hamas continua l’indottrinamento all’odio dei propri figli: adesso il gioco è “rapisci l’israeliano

Gaza, 28 Luglio 2009 - Armi giocattolo, cartoni animati e videogiochi che inneggiano alla jihad e al martirio non bastavano. Per «educare» i palestinesi fin da piccoli alla guerra e all’odio verso i «nemici di Dio», Hamas ora si serve anche di simulazioni di gruppo in cui i bambini mettono in scena il sequestro di un militare israeliano. E neppure uno a caso, ma quello del soldato dell’Idf Gilad Shalit, episodio che nel 2006 scatenò la guerra a Gaza e in Libano. Succede tutto nei campi estivi organizzati dal movimento integralista che controlla la Striscia.

A rivelarlo ieri è stato il quotidiano Jerusalem Post, entrato in possesso di alcune immagini che ritraggono la particolare esercitazione inscenata nella cerimonia conclusiva di uno dei campi: alcuni bambini indossano una divisa con la bandiera israeliana (nella foto piccola), altri indumenti con i simboli palestinesi; maneggiano armi giocattolo, con cui simulano scontri e rievocano il rapimento di Shalit come una vittoria di Hamas. Tutto sotto gli occhi attenti di Osama Mazini, dirigente della formazione islamica, negoziatore con lo Stato ebraico proprio sulla vicenda del giovane soldato.

Secondo i funzionari della Difesa israeliana, sono circa 120mila i bambini che frequentano i campi scuola di Hamas, dove seguono lezioni di religione, ma anche una formazione militare di base. In un’altra foto, Mazini è ritratto al fianco di Ahmad Bahar, speaker del Consiglio legislativo palestinese, che distribuisce copie del Corano ai partecipanti. «Questo è un messaggio - ha commentato una fonte militare israeliana -. Prova che Hamas insegna ai bambini che rapire nostri soldati è giusto».

Parallelamente ai campi estivi di Hamas, ce ne sono alcuni organizzati dalle Nazioni Unite in circa 150 località della Striscia di Gaza, e a cui partecipano 240mila bambini tra i sei e i 15 anni; vi si svolgono gare sportive e attività artistiche e culturali. La scorsa settimana Hamas, per voce del suo dirigente Younes al-Istal, ha definito questi campi Onu come un piano per corrompere i giovani e prepararli alla normalizzazione dei rapporti con Israele.

Hamas non è nuova all’indottrinamento dei bambini attraverso i mezzi più disparati. Nel 2007 la morte da «martire» del «Topolino» islamico Farfur, mandata in onda dalla tv Al-Aqsa, sollevò dure critiche internazionali. L’anno scorso al suo posto è subentrata Nahul, l’«Ape Maia» jihadista, che si è detta pronta a «continuare sulla strada del martirio, dei guerrieri della jihad».

Il Giornale.it

emanuel baroz


23 luglio 2009

Giornalisti coraggiosi ecco quello che scrive Claudio Pagliara da Israele


tg1_direzione@rai.it

Il vergognoso caso dell’espulsione dei giornalisti israeliani

http://medioriente.blog.rai.it/2009/07/20/il-vergognoso-caso-dellespulsione-dei-giornalisti-israliani/

By Claudio Pagliara | July 20, 2009

 Claudio Pagliara

 

I giornalisti israeliani criticano liberamente, spesso più liberamente dei colleghi italiani, ogni singolo atto del loro governo. Nahmun Barnea, principe del giornalismo israeliano, solo per fare un esempio odierno, polemizza aspramente con il premier Netanyahu attribuendogli la responsabilità di causare un’erosione del sostegno ad Israele della pubblica opinione americana con la sua linea intransigente sull’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. I principali quotidiani israeliani ospitano articoli di colleghi palestinesi o arabo israeliani che parlano di “occupazione”, di “diritti negati”, di “Nakba”.La conduttrice del Canale 2 della tv israeliana, l’ammiraglia, durante la guerra a Gaza non nascondeva con chiose e espressioni del volto il suo turbamento per l’alto numero di vittime civili. Izzedin Abuelaish, il medico di Gaza che ha avuto 3 dei suoi figli uccisi da una cannonata israeliana durante il recente conflitto, ha telefonato al suo amico giornalista israeliano, Shlomi Eldar, di Canale 10, e ha raccontato in diretta la sua drammatica esperienza, raggiungendo le case e i cuori di tutto Israele. E cosa fa la Federazione internazionale dei giornalisti? Espelle i giornalisti israeliani, all’unanimità, con il pretesto di una quota non pagata. All’unanimità, dunque anche col consenso di Paolo Serventi Longhi e della “SUA” Federazioni della Stampa. Come giornalista italiano da 6 anni responsabile dell’Ufficio di corrispondenza della Rai in Medio Oriente mi dissocio da questa aberrante decisione. E invito tutti gli amici a sottoscrivere il gruppo nato su Facebook: Non in mio nome

Per inviare la propria opinione direttamente a Claudio Pagliara, cliccare su questa e-mail <raijlm@netvision.net.il>

 


16 luglio 2009

Raccontare Sderot a Ginevra

 

Noam Bedein

Lo scorso 6 luglio sono andato a Ginevra a testimoniare davanti alla Missione d’indagine Onu sul conflitto a Gaza. Con me nella delegazione c’erano il sindaco di Ashkelon Benny Vaknin, il dottor Alan Marcus, direttore del dipartimento pianificazione di Ashkelon, Ophir Shinhar del College Sapir e la dottoressa Mirelda Sidrer, ferita in un attacco di razzi contro un ambulatorio medico nel centro commerciale di Ashkelon.
Faceva parte della delegazione anche Noam Schalit, che ha parlato con passione a nome di suo figlio Gilad, sequestrato tre anni fa da terroristi palestinesi e da allora tenuto in ostaggio da Hamas.
Ufficialmente il governo israeliano si è rifiutato di cooperare con la Missione Onu giacché le conclusioni dell’indagine sono state già formulate in partenza nell’enunciato stesso del suo mandato, che afferma che Israele ha commesso crimini di guerra durante la guerra dello scorso gennaio.
Al contempo, tuttavia, il capo della Missione Onu, il giudice sudafricano Richard Goldstone, ha dichiarato alla stampa israeliana che avrebbe voluto ascoltare entrambe le parti. “Scopo delle audizioni pubbliche – ha detto – è quello di rendere visibili le sofferenze umane e far ascoltare le voci delle vittime”.
In preparazione delle audizioni a Ginevra, la Missione Onu ha chiesto allo “Sderot Media Center” di preparare filmati e materiale informativo sull’impatto dei bombardamenti da Gaza sulla popolazione civile nella regione israeliana del Negev durante la guerra.
Prima delle audizioni, la delegazione ha ascoltato un briefing di Hillel Neuer, capo dell’organizzazione non governativa “UN Watch” dedita al controllo delle attività dell’Onu, che ha spiegato il background della Missione d’indagine e dell’agenda di ciascuno dei giudici che siedono nell’organismo investigativo.
Non è stato facile prender sonno nei giorni immediatamente precedenti la testimonianza: come unico membro della delegazione abitante a Sderot e della regione del Negev occidentale, sapevo che vi sarebbero stati solo 30 minuti per comunicare come il terrorismo dal cielo abbia avuto un impatto devastante sulla popolazione civile. D’altra parte, l’Onu offriva allo “Sderot Media Center”, dedicato a descrivere le vicende umane a Sderot e la vita sotto gli incessanti lanci di razzi dei terroristi, l’opportunità di rivolgersi finalmente alle Nazioni Unite.
Mentre la delegazione si preparava a testimoniare, fu penoso venire a sapere che, fra i giudici dell’Onu, sedeva la professoressa di Londra Christine Chinkin, la stessa che l’11 gennaio, in un articolo pubblicato sul Sunday Times, aveva già sostenuto la tesi secondo cui “il bombardamento israeliano di Gaza non è autodifesa, è un crimine di guerra”.
I giornalisti israeliani a Ginevra ci posero domande non facili: perché testimoniare davanti a un giudice così “neutrale” da sostenere che Israele non ha il diritto di difendere i propri cittadini e che le sue azioni “equivalgono a un’aggressione in violazione del diritto internazionale e dei diritti umani”? Perché testimoniare quando il governo stesso ha deciso di boicottare un’inchiesta che ha già formulato le sue accuse contro Israele ancor prima di iniziare l’indagine?
Tuttavia, la presenza di una delegazione da Israele invitata dall’Onu creava un precedente importante. Neuer ha sottolineato come, nei sedici anni di attività a Ginevra, non vi fosse mai stata prima d’ora una sola volta in cui l’Onu avesse invitato e addirittura spesato una delegazione da Israele per ascoltarne la testimonianza. Per la prima volta l’Onu ha offerto un’occasione alla gente ordinaria d’Israele di far sentire la propria voce al mondo. È stato un onore per un abitante di Sderot prendere parte a tale evento.
Ma la lunga strada per la pace e la giustizia per abitanti di Sderot e della regione del Negev non si esaurisce davanti a una commissione di giudici Onu o a un rapporto commissionato. Gli abitanti sono costretti a far sentire la propria voce e cercare di comunicare l’esperienza di cosa significa vivere sotto continui attacchi di razzi: che sono un atto di terrorismo e un crimine contro l’umanità.
Dopo aver proiettato davanti alla commissione due brevi filmati che illustrano i 15 secondi di tempo che hanno gli abitanti di Sdeot e i loro bambini per correre al riparo quando suona l’allarme antiaereo, ho concluso la mia presentazione con queste riflessioni e queste domande: “Non bastano le dita delle mani per contare quante volte i razzi sono esplosi a pochi metri da un asilo d’infanzia. Quale altra democrazia occidentale tollererebbe anche un solo razzo sparato contro i civili del suo territorio? Com’è che dobbiamo aspettare che venga colpito in pieno un asilo o una classe piena di bambini affinché Israele ottenga l’appoggio internazionale per fare quello che è necessario per proteggere la propria gente?”.
Ha detto bene il presidente Barack Obama, quando venne a visitare una casa di Sderot devastata, durante la sua campagna elettorale del 2008: “Se qualcuno lanciasse razzi su casa mia dove la notte dormono le mie bambine, farei tutto ciò che è in mio potere per fermarli, e mi aspetto che Israele faccia lo stesso”.
Non vi sono state domande o reazione da parte dei giudici Onu. Dovremo aspettare, insieme a tutti gli altri abitanti del sud di Israele, di leggere attentamente il verdetto di Ginevra sulla guerra quando il rapporto della Missione Onu verrà pubblicato, a settembre.

(Da: Jerusalem Post, 16.07.09)

Nella foto in alto: Noam Bedein, autore di questo articolo, è direttore dello "Sderot Media Center":
http://sderotmedia.org.il


15 luglio 2009

Il mondo secondo Fayad

Grande attenzione è stata prestata all’ampio discorso politico del primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu. Non così per la sua controparte, il primo ministro dell’Autorità Palestinese Salaam Fayad, la cui esposizione del 22 giugno scorso merita invece un’attenta analisi.
Fayad è primo ministro palestinese per una sola ragione: per compiacere i governi occidentali e i donatori di finanziamenti. Difetta di abilità politica, di influenza ideologica e di un significativo sostegno dalla base, ma continua a far affluire denari grazie al fatto di essere relativamente onesto, moderato e professionale sulle questioni economiche. Tuttavia la sua stessa gente non gli dà ascolto. La maggior parte dei politici dell’Autorità Palestinese lo vorrebbero fuori, la pressione internazionale lo tiene dentro.
E dunque, ecco il paradosso Fayad: se rappresentasse realmente posizioni e pensieri dell’Autorità Palestinese, vi sarebbe qualche speranza di pace; giacché invece è così desintonizzato dai suoi colleghi, Fayad appare nettamente diverso da tutti loro. Ed anche lui è profondamente limitato da ciò che è possibile nella realtà politica palestinese: quei limiti che garantiscono il fallimento dell’Autorità Palestinese, l’assenza di pace e l’inesistenza di uno stato palestinese.
Il suo primo problema è che Hamas controlla la striscia di Gaza e cerca di rovesciare l’Autorità Palestinese anche in Cisgiordania. La maggior parte dei leader di Fatah e dell’Autorità Palestinese preferiscono la pace con Hamas a una pace con Israele. Sia chiaro: si tratta di due opzioni che si escludono a vicenda. Se Hamas si riunisse all’Autorità Palestinese, il risultato sarebbe di gran lunga troppo estremista per negoziare una soluzione, e sarebbe alla fine dominato dall’estremismo islamista alleato di Teheran. Inoltre, per tenere aperta la porta verso una tale riconciliazione, l’Autorità Palestinese non potrebbe mai avvicinarsi a un accordo con Israele.
Ma non basta. Fayad dice che i palestinesi devono evitare di “politicizzare” la questione di Gaza permettendo la permanenza di sanzioni contro il regime di Hamas che vi impera. Ma, non opponendosi alla strategia degli attentati suicidi, Fayad persegue una politica che è a sua volta suicida. Battendosi contro ogni forma di isolamento o di sanzioni verso Hamas, l’Autorità Palestinese garantisce a Hamas la possibilità di rafforzare la sua presa sulla striscia di Gaza. Difendendo la pretesa di Hamas di attaccare Israele senza pagare pegno, l’Autorità Palestinese stessa si assicura che i suoi rivali islamisti appaiano i combattenti più efficaci.
Inoltre, pur non sostenendo direttamente terrorismo e violenza, a differenza di quanto fanno tanti suoi colleghi e istituzioni della sua Autorità Palestinese, tuttavia Fayad continua a sostenere che qualunque palestinese detenuto nelle carceri d’Israele costituisca “una violazione del diritto internazionale”.
E poi sostiene che non è compito dell’Autorità Palestinese persuadere Israele con comportamenti positivi né negoziare bilateralmente sulla base di reciproche concessioni e compromessi. Al contrario la strategia dell’Autorità Palestinese, come hanno apertamente ribadito anche di recente altri leader dell’Autorità Palestinese, è quella di ottenere che il mondo faccia pressione su Israele affinché ceda su tutta la linea.
Ancora oggi la versione dei palestinesi è che gli ebrei non avrebbero alcun diritto a uno stato e che tutta la terra apparterebbe di diritto ai palestinesi, agli arabi e (per la maggior parte) ai musulmani. Tale posizione impedisce di fatto la soluzione a due stati. Questo è ciò che Fayad non può ammettere. Egli effettivamente asserisce che la “principale aspirazione” dei palestinesi è avere una loro patria, che – promette – vivrà in pace, cooperazione e rispetto coi suoi vicini. Ma non può dichiarare che insedierà i profughi palestinesi (e loro discendenti) all’interno dei confini di tale patria, che non vi farà entrare truppe straniere, che essa porrà fine per sempre alle rivendicazioni e al conflitto, e che darà piene garanzie di sicurezza. Può darsi che questo sia il risultato cui Fayad personalmente aspirerebbe, ma non è la posizione palestinese.
Fayad afferma che l’Autorità Palestinese ha fatto un buon lavoro e che “i cittadini percepiscono questi progressi”. Perché allora l’Autorità Palestinese ha paura a indire elezioni, anche in Cisgiordania? In realtà l’amministrazione dell’Autorità Palestinese rimane di scarsissimo livello, intrisa di corruzione e incompetenza. Fayad non può fare nulla per riformarla giacché l’élite politica non è con lui, ed egli non ha potere sui “signori della guerra” e sui loro miliziani che spesso rappresentano il potere reale in Cisgiordania.
Secondo Fayad, il motivo per cui non si arriva alla pace è che si chiede all’Autorità Palestinese di fare tutte le concessioni. La verità, naturalmente, è esattamente l’opposto. Israele si è ritirato dalla maggior parte dei territori, ha permesso a 200mila palestinesi di farvi ingresso, ha cooperato alla creazione di forze di sicurezza palestinesi, ha acconsentito a finanziamenti su vasta scala all’Autorità Palestinese e così via. E quali concessioni avrebbe fatto l’Autorità Palestinese? All’uditorio internazionale – ma non sui loro mass-medie, nelle loro moschee, scuole e dichiarazioni interne – dicono che hanno accettato l’esistenza di Israele, e talvolta, ma solo talvolta, fermano qualche attacco terrorista, per lo più quando gli conviene.
Non vede Fayad l’assurdità delle sue parole? Egli descrive Israele come la parte debole rispetto all’occidente, e pensa che i paesi occidentali possano costringere Gerusalemme a fare concessioni senza limiti.
Alimentando l’ingannevole convinzione dell’Autorità Palestinese che l’occidente farà pressione su Israele fino a fargli accettare uno stato nei confini che vogliono loro senza do dover accettare né concessioni né restrizioni e nemmeno l’applicazione delle promesse già fatte, i governi d’America e d’Europa rendono di fatto un ottimo servizio al fallimento di ogni possibilità di pace.
(Da: Jerusalem Post, 28.06.09)

SCRIVE YISRAEL HAYOM, in un editoriale di lunedì, che il dialogo proposto domenica dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu all’Autorità Palestinese “o favorirà progressi verso una composizione, o rivelerà che l’altra parte non è interessata ad alcuna composizione. L’Autorità Palestinese - continua il quotidiano israeliano - ha già dimostrato almeno due volte che, al momento della verità, si tira indietro dal compromesso di pace: a Camp David nel 2000 e l'anno scorso quando Ehud Olmert offrì in pratica un ritiro sui confini pre-67 con pochi cambiamenti. I palestinesi sono riluttanti ad impegnarsi in un autentico dialogo per almeno tre motivi: 1) hanno l’impressione che l’amministrazione Obama gli assicurerà ogni cosa che vogliono senza che venga chiesto loro di fare reciproche concessioni; 2) per gli appelli di personaggi come Javier Solana a favore di una soluzione imposta; 3) a causa dell’antagonismo fra Fatah e Hamas”.
(Da: Yisrael Hayom, 13.07.09)

Nella foto in alto: Salaam Fayad, primo ministro dell’Autorità Palestinese
 


13 luglio 2009

Un brutto colpo alle chance di pace

 

Yossi Alpher

I negoziati israelo-palestinesi per una soluzione definitiva lanciati dalla conferenza di Annapolis dell’autunno 2007 non è mai sembrato che avessero qualche reale chance di successo. I leader di tutte le parti – israeliani, palestinesi e americani – erano o troppo deboli o troppo poco interessati. Alcuni sostenitori dei negoziati, che sono durati fino a tutto il 2008, si sono spinti a sostenere che persino colloqui senza speranza erano importanti come strumento per puntellare le misure di confidence-building (per creare fiducia) su sicurezza ed economia che venivano nel frattempo messe in atto in Cisgiordania. Ma se anche i colloqui avessero dato qualche frutto, in base alle intese di Annapolis il loro risultato era destinato in ogni caso a diventare uno “shelf agreement” (accordo di principio) in attesa del completamento della “fase uno” della Road Map e del ripristino del governo dell’Olp sulla striscia di Gaza.
L’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert e il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) hanno recentemente discusso sulla stampa americana (in due interviste, rispettivamente sul Washington Post il 29 maggio e su Newsweek il 13 giugno) quanto effettivamente essi arrivarono a concordare con i loro negoziati del 2008. Il “prodotto” da essi descritto in quelle interviste è grossomodo simile ai parametri di Bill Clinton della fine del 2000, agli accordi di Taba dell’inizio del 2001 e all’iniziativa di pace ufficiosa di Ginevra del 2003. Tenendo a mente l’evidente incapacità dei due leader anche solo di prendere in considerazione l’attuazione di un accordo, i dettagli non poi tanto originali del negoziato Olmert-Abu Mazen appaiono come l’ennesimo esercizio virtuale in peacemaking.
Forse i protocolli che i due leader hanno lasciato si riveleranno utili per i futuri peacemakers. Ma dobbiamo anche sperare che il fallimento finale dei loro negoziati non influenzi negativamente la determinazione della prossima generazione di leader a tentare di nuovo.
Per quanto mi riguarda, questo è il motivo per cui ero contrario al processo di Annapolis: impegnarsi in negoziati che non hanno realistiche possibilità di dare frutti e andare a buon fine può voler dire aggiungere un altro strato di fiaschi all’edificio sempre più deprimente delle abortite iniziative di pace israelo-palestinesi. Il che può dissuadere anziché incoraggiare la prossima tornata di negoziati. Quante volte ancora i leader israeliani e palestinesi accetteranno di rischiare la carriera politica, quando non addirittura la vita, nel reinventare sempre la stessa ruota per la pace, solo per vederla uscire dal suo asse per l’ennesima volta?
Olmert afferma d’aver offerto ad Abu Mazen tra il 93,5 e il 93,7% della Cisgiordania, oltre a un 5,8% in scambi territoriali e un passaggio garantito fra Cisgiordania e striscia di Gaza. Abu Mazen ricorda un’offerta del 97%. Entrambi affermano che Israele ha accettato di accogliere un piccolo numero di profughi palestinesi, con Olmert che aggiunge però d’aver respinto il cosiddetto “diritto al ritorno” e d’aver offerto un numero limitato di ritorni in Israele come “gesto umanitario”. Olmert ha anche offerto, in pratica, di internazionalizzare il cosiddetto “bacino dei Luoghi Santi” di Gerusalemme.
L’intervistatore di Olmert riferisce che il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat “ha confermato che Olmert ha fatto questa offerta” e che “era serio”. Erekat sostiene che i palestinesi avevano bisogno di tempo per studiare l’offerta di Olmert [peraltro, come si è detto, quasi identica a quelle degli ultimi otto anni] e preparare una risposta, e che il tempo è mancato quando Olmert ha rassegnato le dimissioni e Israele ha attaccato la striscia di Gaza: Ma questo non è ciò che ha detto Abu Mazen (e nessuno del suo entourage ha smentito ciò che Abu Mazen ha dichiarato a Jackson Diehl del Washington Post), e questa è la parte seccante per chiunque analizzi questa esperienza negoziale per trarne indicazioni su future chance di successo.
Ogni tanto un leader nazionale fa dichiarazioni in un’intervista che ridefiniscono la sua posizione sul palcoscenico mondiale. Abu Mazen sembra aver fatto proprio questo. Ha scelto di interpretare qualunque affermazione di empatia verso i profughi fatta da Olmert – lo sforzo che, a quanto pare, ha fatto di offrire ai palestinesi una specie di conclusione psicologica degli eventi del 1948 – come l’accettazione del “diritto al ritorno”, mentre dal suo punto di vista Olmert intendeva dire esattamente il contrario, rifiutando il principio del diritto al ritorno.
Ora, Abu Mazen, di fronte all’offerta di quasi tutta la Cisgiordania con internazionalizzazione dei luoghi santi contesi a Gerusalemme e, stando a lui, del “diritto al ritorno”, l’ha respinta dicendo che “il gap era troppo ampio”. Come si può farcene una colpa se ci viene il sospetto che davvero non abbiamo nessun interlocutore per un accordo a due stati? Queste sono davvero brutte notizie. Abu Mazen è quanto di più moderato la leadership palestinese possa offrire. E Olmert si è dimostrato quanto di più moderato la leadership israeliana potesse offrire, ponendosi alla pari con Yossi Beilin, il capo israeliano degli architetti dell’iniziativa di Ginevra. Non conosco nessun altro leader israeliano che sarebbe disposto a offrire ai palestinesi di più, per arrivare a chiudere quel gap. Io stesso non avrei offerto tanto. Sono convinto che i palestinesi debbano accettare l’inequivocabile posizione israeliana secondo cui il “diritto al ritorno” è in contraddizione con lo spirito stesso della soluzione “due popoli-due stati”. E sostengo anche che il passaggio garantito Cisgiordania-striscia di Gaza “valga” molto di più dell’1% che emerge nei calcoli dello scambio territoriale, se non altro perché lo stato palestinese non potrebbe sopravvivere senza.
Sia come sia, posso solo sperare che da qualche parte dietro le quinte vi sia un leader palestinese capace di accettare inlinea di massima almeno l’offerta di Olmert, e senza stravolgerla. O che una qualche leadership internazionale, araba o americana, si riveli disposta e capace di persuadere la dirigenza e l’opinione pubblica palestinese a fare le necessarie concessioni. Altrimenti le reali possibilità di una svolta pacifica nel prossimo futuro verso i due stati risulteranno drasticamente ridotte dalle dichiarazioni di Abu Mazen.

(Da: Jerusalem Post, 1.07.09)

Nella foto in alto: Yossi Alpher, autore di questo articolo


12 luglio 2009

Chi dei due prende in giro gli israeliani?

 

“Gilad Shalit sta bene”. "Il presidente egiziano non ne sa nulla”. Nel giro di 24 ore due dichiarazioni di opposto tenore sulle condizioni del caporale israeliano rapito dagli islamici di Hamas sono giunte dal Medio Oriente. Dapprima il rais egiziano Hosni Mubarak ha dichiarato davanti al capo dello Stato ebraico Shimon Peres, in visita al Cairo, che il giovane militare stava bene, aggiungendo: “porremo presto fine a questa vicenda”. Oggi invece un portavoce di Hamas, ripreso da fonti internazionali di agenzia, ha dichiarato che Mubarak non ne sa nulla. Il movimento islamico ha fatto del silenzio attorno alle sorti di Shalit uno dei punti di forza a proprio favore per alzare la posta con Israele nel caso in cui le due parti si accordino per uno scambio di prigionieri. Neppure alla Croce Rossa Internazionale è stato permesso di visitare il prigioniero nel corso degli ultimi tre anni.


L’intelligence egiziana media da mesi tra israeliani e Hamas per giungere a uno scambio di prigionieri, tuttavia nelle ultime ore il portavoce dell'organizzazione islamica, Usamah al-Mizeini, ha negato la preparazione da parte del suo movimento di una nuova lista di detenuti palestinesi in sostituzione di quella con 450 nomi preparata mesi fa. Al-Mizeini ha anche negato che Hamas abbia ricevuto un invito recente a riprendere il dialogo con gli israeliani sulla questione, quindi ha aggiunto che la stessa Hamas “ha pochi contatti” con i sequestratori.

 
Il Velino

Forse entrambi?

 

 esperimento


7 luglio 2009

Perché Hamas non vuole lo scambio

 

Guy Bechor

[…] Al di là di tutte le voci e le manovre, quali sono le probabilità realistiche di ottenere la liberazione di Gilad Shalit? Ben poche, purtroppo. Vediamo perché.
1. Gilad Shalit rappresenta oggi il principale e forse l’unico punto forte in mano a Hamas. È lui ciò che ha permesso a Hamas di trasformarsi da una banda di terroristi in una “rispettabile” organizzazione che spinge politici internazionali a incontrare i suoi rappresentanti: apparentemente per uno scopo “umanitario”, ma solo un ingenuo potrebbe crederlo davvero. I negoziati su Shalit permettono a Hamas di far entrare e uscire da Gaza alti esponenti dell’organizzazione, di mandarli in Egitto e in Siria, di garantir loro immunità da tentativi di uccisioni mirate ecc. Chiunque con un po’ di sale in zucca non rinuncerebbe a un tale asso nella manica. Israele, con il suo desiderio di arrivare a uno scambio, non ha fatto che rafforzare questo vantaggio, rendendolo sempre più prezioso.
2. L’Egitto ha promesso che non aprirà il valico di Rafah al confine con la striscia di Gaza finché Shalit sarà in cattività, per impedire che l’ostaggio possa essere trasportato di nascosto in territorio egiziano. Così Shalit è diventato la polizza d’assicurazione egiziana per garantirsi che Gaza rimanga ben separata dall’Egitto.
3. La disponibilità di Israele a scarcerare anche Marwan Barghouti, nell’eventuale scambio, ha preso di sorpresa Hamas. Dopotutto, il movimento islamista aveva messo quel nome della lista dei detenuti da scarcerare al solo scopo di intralciare i colloqui, senza credere per un solo momento che Israele avrebbe potuto accettarlo. Si pensa davvero che Hamas desideri ottenere la scarcerazione del suo più grande nemico, mettendoli così in condizione di predisporre Fatah ad impegnarsi in un’azione militare contro Hamas?
4. Per Hamas, Shalit e i detenuti palestinesi non sono la questione numero uno, non sono nemmeno una questione prioritaria. Ben più in alto, nell’agenda di Hamas, stanno la questione del governo d’unità palestinese, che non vedrà la luce, e la questione dei valichi d’accesso alla striscia di Gaza. Finché queste questioni restano bloccate, anche i colloqui sullo scambio ostaggio/detenuti resteranno a un punto morto.
5. Hamas è letteralmente terrorizzata dall’enorme risentimento che scaturirà dallo scambio quando salterà fuori che i detenuti che sarà riuscita a far scarcerare saranno 1.400, e non i 12.000 che aveva promesso. I famigliari di ogni detenuto palestinese sono assolutamente convinti che il loro congiunto figuri tra quelli che saranno scarcerati, il che costituisce una seria minaccia per Hamas e la sua popolarità. Ecco perché preferisce che i detenuti restino dove sono. Hamas sa che Mahmoud Abbas (Abu Mazen) avrebbe solo da guadagnare dall’enorme malcontento che n deriverebbe.
6. Nel momento in cui lo scambio fosse completato, Hamas perderebbe tutta la sua fama sui mass-media. Si consideri come Hezbollah è scomparso dai mass-media: senza ostaggi e senza il loro estremo sforzo per stare appiccicati a Israele, i mass-media non hanno interesse in questi movimenti. Hamas non gradisce questo possibile sviluppo.
7. Alti esponenti di Hamas sono attualmente detenuti in Israele. Se venissero scarcerati, l’equilibrio di potere fra Hamas all’interno e i suoi capi all’estero potrebbe cambiare a favore del gruppo all’interno. Khaled Mashaal, Musa abu-Marzuk e altri capi di Hamas che stanno a Damasco considerano questa eventualità una minaccia alla loro leadership. Sotto questo punto di vista, Israele fa loro un favore tenendo in carcere parte della effettiva dirigenza dell’interno.
8. Gli israeliani si lacerano fra loro tra chi preme perché il governo ottenga la liberazione di Shalit “ad ogni costo” e chi non accetta questa impostazione; gli uni fanno manifestazioni, gli altri protestano per il motivo opposto. Hamas si compiace di tale spettacolo.
9. In Israele c’è chi si illude che aggiungendo questo o quel nome alla lista dei detenuti da scarcerare, l’affare verrebbe risolto. Hanno mandato gli emissari Ofer Dekel e Amos Gilad, si sono gingillati con gli elenchi di nomi, ma questa non è mai stata una eventualità realistica. Hamas si gioca ben più consistenti interessi che non una lista di nomi, i quali comunque in questo momento non sono poi così importanti.
10. Infine, bisogna capire che un’organizzazione come Hamas ha bisogno di essere in conflitto con Israele: questa è la sua ragion d’essere. Tenere un soldato israeliano in ostaggio rafforza il suo aggressivo ethos islamista. Un soldato israeliano in ostaggio costituisce la migliore rappresentazione della sua lotta senza quartiere contro Israele e della capacità di Hamas di mettere in difficoltà e sconfiggere Israele. Senza Gilad Shalit, Hamas sarebbe costretta a combattere davvero Israele, cosa che in questo momento non ha nessuna voglia di fare.

(Da: YnetNews, 3.07.09)

Nella foto in alto: Hamas si fa beffe a Gaza delle sofferenze dell’ostaggio Gilad Shalit e dei suoi famigliari. Nell’immagine: un mural che lo dipinge nel 2036, invecchiato, dopo trent'anni in cattività. Martedì la tv di Hamas ha trasmesso un cortometraggio a cartoni animati che deride Gilad Shalit, mostrandolo incatenato alla parete della cella di una prigione mentre supplica d’essere liberato. Sequestrato in territorio israeliano nel giugno 2006, da allora Shalit non è stato più visto e Hamas ha impedito qualunque contatto anche attraverso la Croce Rossa.


1 luglio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

 

Mentre nelle piazze e nelle strade dell’Iran continua, seppur compressa dalle forze dell’ordine e tacitata dalla censura sulla stampa, la protesta dei giovani “verdi” contro il regime di Khamenei/Ahmadinejad e i suoi ormai palesi brogli elettorali (notizia proveniente dai blog e riportata dal Corriere della Sera), l’attenzione dei media si sposta sul secondo capitolo della repressione, quello ancora più pesante ma spesso silenzioso delle torture e delle pseudo-confessioni estorte con la forza nelle carceri. Il Messaggero ci riferisce di grandi preparativi ai vertici del potere iraniano per istruire processi esemplari: il capo dell’apparato giudiziario ayatollah Shahrudi sta approntando all’uopo una Commissione speciale, secondo gli ordini di un trionfante Ahmadinejad, che dopo la conferma del voto ottenuta dal Consiglio dei Guardiani e con l’appoggio dell’Organizzazione della Conferenza islamica ha dichiarato di voler “distruggere l’egemonia globale”; la Ong italiana “Secondo Protocollo” denuncia l’esistenza – presso Teheran – di una Guantanamo iraniana dove si interroga, si tortura, si uccide. Si tratta forse dello stesso carcere di Evin di cui ci parla Gian Micalessin sul Giornale, presentandoci la testimonianza anonima di un redattore editoriale arrestato con molti altri mentre osservava alla finestra una dimostrazione di piazza e precipitato nel giro di pochi giorni in un vortice di  repressione collettiva. Centinaia di persone concentrate nel cortile di un centro di sicurezza, poi ammassate in prigione, interrogate e torturate a turno, costrette – per riavere una provvisoria libertà – a confessare di aver tramato e manifestato contro lo Stato. Terribili luoghi di reclusione di cui ci narra anche il giornalista e scrittore Ali Izadi (“Quelle confessioni fasulle”, sull’Unità): luoghi che da trenta anni, dall’avvento di Khomeini al potere, sono ingranaggi sanguinari della macchina della repressione iraniana.
Dalle piazze e dalle prigioni l’Iran ci fa scoprire in questi giorni un Islam diverso, non succube di visioni fondamentaliste ma aperto al nuovo, desideroso di democrazia e proiettato verso l’Occidente. Capace di generare quell’atmosfera concitata, tesa ma viva e disponibile che, con il coinvolgimento diretto di alcuni iraniani residenti in Italia, si respirava lunedì durante una pubblica assemblea convocata al Circolo dei Lettori di Torino da Pietro Marcenaro, Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato. Lo stesso spirito di dialogo, la stessa speranza di cambiamento si palpa oggi nell’intervista di Yael Dayan (la politica laburista figlia di Moshé Dayan) all’Unità. Ma l’Occidente saprà cogliere questi stimoli? Saprà appoggiare con la dovuta fermezza la voglia di libertà e di giustizia che spontaneamente esplode oggi a Teheran? Le cautele del G8, certo legate a preminenti esigenze diplomatiche, sembrano andare in senso contrario, come teme e a ragione stigmatizza Davide Giacalone su Libero. Peccato che l’apprezzabile coraggio ideale venga dal giornalista speso malamente per difendere Berlusconi nell’improbabile ruolo di bandiera della giustizia internazionale. Quel camaleontico Berlusconi che, dopo aver imprudentemente anticipato una improbabile durezza del G8 dell’Aquila nei confronti dell’Iran, è pronto a partire per la Libia. Dove a Sirte, nel corso dell’assemblea dell’Unione Africana, incontrerà il suo grande amico Gheddafi, certo campione di libertà e di democrazia, impegnato a predisporre il suo personalissimo progetto di Stati Uniti d’Africa, un governo africano sotto la sua “illuminata” leadership (Il Sole 24 Ore, La Stampa). E a Sirte – guarda un po’ chi fa capolino in questo convegno di dittatori – arriva anche Ahmadinejad, ansioso di rilanciare la sua immagine a livello internazionale e di dare segnali forti che in Iran tutto è ormai sotto il suo controllo.
Ma sarà proprio vero? Perché questo, anche al di là della cronaca d’oggi, resta l’interrogativo fondamentale sulla situazione iraniana e sul futuro della regione: nonostante l’apparentemente stabile dominio politico dell’establishment, a Teheran è in corso una crisi interna del regime? Il tarlo della rivoluzione verde riuscirà col tempo a corrodere i robusti pilastri di un potere spietato? La risposta verrà solo con i prossimi mesi, o addirittura con  prossimi anni.
Accanto a un Iran ribollente, l’Iraq celebra una sua ritrovata unità nazionale (Michele Farina sul Corriere della Sera). Lo fa a modo suo: grandi parate militari nazionaliste e totale esclusione (fuori dalle manifestazioni, fuori da ogni città) delle truppe americane. Realistica ingratitudine. Certo gli Stati Uniti di Bush hanno portato qui la guerra e lo hanno fatto soprattutto per i loro interessi economici e politico-strategici. Ma dopotutto è merito degli yankees e dei loro alleati se oggi l’Iraq ha un governo e un’organizzazione politica credibile. In un infido Medio Oriente la situazione irakena resta comunque infida e instabile come sempre, e l’attentato di ieri, a Kirkuk, lo conferma. Sarà il petrolio, che ha proprio a Kirkuk il suo principale centro produttore, a rilanciare l’Iraq? Alberto Negri sul Sole 24 Ore ne dubita e spiega perché, analizzando la vicenda storica e i contrasti attuali legati allo strabordante oro nero della Mesopotamia.
Il nostro zoom mediorientale si concentra infine su Israele. Tra Israele e Francia è in corso quella che molti giornali (Repubblica, Giornale, Unità, La Stampa) chiamano “tempesta diplomatica”. A causarla le sincere, incaute e un po’ invadenti esternazioni di Sarkozy durante il recente incontro con Netanyahu all’Eliseo: “liberati di Lieberman”, gli avrebbe detto, “e potrai essere un grande protagonista della storia. Fà entrare al suo posto la Livni”. Bibi difende il suo ministro, in privato un uomo pragmatico. Sarko rincara la dose paragonando indirettamente Avigdor “Yvette” Lieberman  al “piacevole” Le Pen. Apriti cielo. Lieberman apprende l’episodio in ritardo, dai giornali e solleva – ovviamente – un polverone nazionale e internazionale all’insegna, comprensibilissima, della “indebita ingerenza politica”. Dietro, come giustamente sottolineano Francesco Battistini sul Corriere della Sera e Alberto Stabile su Repubblica, ci sono i rapporti non facili tra Israele e la Francia; ma ci sono anche le ben diverse prospettive politiche internazionali che si aprirebbero con un coinvolgimento di Kadima nel governo. E c’è anche (come fa notare Anna Momigliano sul Riformista) il quasi totale silenzio dei laburisti su tutta la vicenda: atteggiamento strano, forse dettato da una sintonia della sinistra israeliana – nonostante la non condivisibile intrusione francese – con il punto di vista di Parigi.
Al di là della cronaca politica quotidiana, Il Manifesto sceglie di concentrarsi – come sempre in modo ideologico e militante – sulle radici irrisolte del nodo israelo-palestinese. Michelangelo Coco punta il dito accusatore contro il “Progetto 2020” che vuole espandere la Gerusalemme ebraica al sobborgo arabo di Silwan facendone un parco archeologico; estende poi la questione “colonie” all’intera area dei Territori, denotando come (anche a detta di un palestinese moderato come Sari Nusseibeh) gli spazi per la trattativa si stiano rapidamente esaurendo per lasciare posto alla richiesta araba interna di “uguali diritti in uno Stato solo” (cioè la via verso uno Stato israeliano non più a carattere ebraico); ma con onestà – per quanto del tutto schierato dalla parte dei palestinesi – fa anche presenti le diverse matrici di chi in Israele difende gli insediamenti, quella religioso-culturale di molti oltranzisti, quella militare di chi vuole dare un minimo di profondità alle linee di difesa. Michele Giorgio è più duro e manicheo: raccontando di una struttura realizzata da una ong di Bologna e capace di portare acqua a 22.000 palestinesi, non esita ad additare gli israeliani come coloro che assetano la popolazione sofferente di Gaza. Ci saranno responsabilità e chiusure, ma se ricevesse da Gaza aperture politiche invece di missili Israele potrebbe forse offrire la sua non indifferente competenza nel settore idrico per affrontare le gravi difficoltà locali.
Sul fronte italiano ed europeo, va segnalato l’appello di alcuni intellettuali – pubblicato su Liberazione – contro le inique limitazioni che le recenti leggi italiane pongono agli immigrati clandestini. Giustamente Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovaia, Maurizio Scaparro e Gianni Amelio si fanno portavoce di fronte all’Europa dei sacrosanti diritti degli stranieri, di tutti gli stranieri come di tutti gli uomini. Suscita però perplessità il paragone, evocato a ogni pie’ sospinto e senza alcuna contestualizzazione storica, con le leggi razziali del 1938. Rischiamo di non capire più cosa furono davvero se le usiamo come strumentale pietra di paragone per ogni condannabile abuso di potere dei nostri giorni, per ogni attuale ignobile rifiuto della diversità che ci circonda. Ad attestare oggi l’importanza di ricordare e di comprendere quale fosse davvero il clima diffuso dall’antisemitismo e dal razzismo trionfante giunge la notizia (riportata da Avvenire e da Europa) dell’apertura, a Varsavia, di un museo sulla storia degli ebrei polacchi. Fatto centrale è che questo museo si trova nella zona dove sorgeva il ghetto: sul luogo di morte, la memoria della vita (e della morte).                                                        

David Sorani ucei


25 maggio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

Nella magra rassegna di oggi  si segnalano solo un paio di articoli rilevanti. Il Messaggero sostiene, in una notizia non firmata, che il ministro della difesa Israeliano Barak sarebbe oggetto di feroci polemiche per voler rimuovere una ventina di avamposti non autorizzati nel West Bank; L'Unità, in un'altra notizia senza firma, sostiene che il premier Netanyahu vorrebbe "ampliare le colonie esistenti". In realtà la politica israeliana è una ed è quella che seguivano anche gli ultimi governi: non permettere la fondazione di nuovi insediamenti, ma consentire la "crescita naturale" di quelli che ci sono, vale a dire l'edificazione di nuove case o il completamento di quelle che ci sono per venire incontro ai bisogni delle nuove coppie, della crescita dei figli ecc., cercare di eliminare gli insediamenti illegali senza provocare un altro focolaio di violenza.
Vale la pena invece di leggere e con molta attenzione l'editoriale dello Herald Tribune, anche perché di solito esso rispecchia l'opinione del "New York Times" e dell'intelligentia liberal e spesso ebraica dell'East Coast. Esso infatti assume esemplarmente una teoria "pedagogico-autoritaria" dei rapporti fra Usa e Israele, che era stata formulata (al solito) da alcuni giornalisti di "Haartetz": Obama deve andare avanti con durezza nella sua linea, "per il bene di entrambi gli stati" e quindi anche per il bene di Israele, contro l'opinione di Israele. Non deve farsi fermare dalle resistenze di Netanyahu ma costringere Israele a "abbracciare la soluzione dei due stati, sola base razionale per la pace", cioè a continuare esattamente la politica fallimentare degli ultimi dieci anni dopo il fallimento delle trattative fra Barak e Arafat, che ha portato all'insediamento di Hezbullah in Libano, di Hamas a Gaza, alla sanguinosa ondata degli attentatori suicidi e a due guerre. Che Arafat dieci anni fa e di nuovo Abbas l'anno scorso abbiano rifiutato tutte le proposte di pace israeliane che non fossero un puro e semplice suicidio (incluso il 96% dei territori, con scambi per il resto, perfino Gerusalemme Est ecc.), non conta. E così che i partiti palestinesi (non il governo ma tutti i movimenti, incluso Al Fatah) continuino a dichiarare di volere "liberare" "tutta la Palestina", che ogni ritiro da territori occupati li abbia trasformati non in luoghi fiorenti per la legittima crescita del livello di vita dei palestinesi, ma in luoghi di guerra e di aggressione, che oggi non ci sia un governo palestinese unico capace di prendere impegni, che insomma la sperimentazione dei due stati sia stato un insuccesso totale – tutto ciò non importa nulla allo sguardo dominato dall'ideologia di "Haaretz" e del "New York Times". Bisogna fare i due stati come vogliono i palestinesi, a costo di distruggere Israele, perché questa è "the only rational basis for a peace deal". "Rational" per chi? Sulla base di quali prove empiriche?
Lo stesso discorso vale per l'Iran e il suo armamento atomico. Qui il mantra è "negoziare, negoziare senza limiti" e gli israeliani sono cattivi e devono essere puniti, beninteso "per il loro bene", perché chiedono che la trattativa non possa andare avanti all'infinito. Anche in questo caso, l'esperienza degli ultimi sei o sette anni mostra un'alternarsi di trattative solo verbali, promesse di cambiamenti negoziali da parte iraniana, poi smentite dai fatti, sanzioni inefficienti, realizzazioni militari iraniane in termini di missili, accumulo di materiale fissile ecc. Le trattative lunghissime e inconcludenti, ci sono già state. Condurle ancora, e condurle senza limite significa semplicemente accettare l'armamento atomico iraniano. E' questo che il "New York Times" vuole che Obama voglia? Ma davvero credono al loro whishful thinking? Sorridere all'Iran e proseguire negoziati da una parte e dall'altra produrrà il miracolo che non si è realizzato negli ultimi trent'anni, da Oslo in poi? E questo risolverà i problemi in Iraq, Afganistan e Pakistan e tutti vivremo felici e contenti, grazie alla buona volontà di Obama?

Ugo Volli ucei


24 maggio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

 

Rassegna stampa piuttosto sintetica, quella di oggi. Sul fronte politico interno si segnala, sul Manifesto, Orsola Casagrande che riferisce della manifestazione neofascista in programma per sabato prossimo a Venezia. Contro la marcia, che dovrebbe concludersi a pochi passi dal Ghetto, ha già preso posizione un fronte composito cui prende parte anche la Comunità ebraica. In tema di politica estera, sempre sul Manifesto Michele Giorgio dà conto della “frenata” impressa da Obama al piano di pace e sempre in tema mediorientale il Riformista riporta un ulteriore pesante attacco di Ahmadinejad a Israele sferrato, non a caso, a pochi giorni dalle elezioni. La pagina culturale propone infine sulla Stampa un’anticipazione del libro di Elena Loewenthal La città che non vuole invecchiare in uscita in questi giorni da Feltrinelli e dedicato a Tel Aviv. Sul Sole 24 ore, infine, Giulio Busi recensisce il volume Architettura dell’occupazione Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele (Bruno Mondadori) di Eyal Weizman.

dg


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