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21 novembre 2013

Arabi e israeliani divisi da tutto ma uniti dai siti porno

 



Il dieci per cento dei contatti via Internet arriva da Territori, ArabiaSaudita e da altre nazioni arabe. I più cliccati sono i video con donne soldato

C' è un luogo dove palestinesi ed israeliani si incontrano in pace, uno spazio idilliaco condiviso da ebrei e arabi senza tabù, nè manifestazioni di odio etnico o religioso. E' un luogo virtuale ed etereo, ma appartiene pur tuttavia a questo mondo. Si materializza, secondo il giornale Yediot Ahronoth, nei siti porno israeliani, visitati anche, in una percentuale che dal 2 al 10%, da internauti di Paesi musulmani come l’Arabia Saudita, la Tunisia, la Giordania, l’Egitto Iran, Iraq, Kuwait e Terrirori palestinesi. Paesi, cioè, i cui governi, spesso, nemmeno riconoscono quello israeliano.

Un fenomeno in crescita. Tanto che i webmaster di questi servizi, con il pragmatismo e il senso degli affari che fanno parte della tradizione ebraica, si sono subito adeguati e hanno deciso di offrire video e film anche in lingua araba. Secondo Nir Shahar, manager del sito porno «Ratuv» (che in inglese sarebbe wet e in italiano umido, o bagnato, da declinare a piacere), vanno moltissimo, fra questi utenti forestieri, proprio le ambientazioni tipiche israeliane, quelle che hanno come protagoniste donne soldato, agenti donne del Mossad e poliziotte.

Il video più popolare tra i clienti arabi, ad esempio, è «Nome in codice: investigazione profonda», che mette in parodia, ovviamente a a sfondo erotico, il caso Vanunu. Ed è proprio per soddisfare questa crescente domanda che Shahar ha aggiunto una versione araba al suo sito. Ricevendo molti complimenti e ringraziamenti dai «navigatori» musulmani. E  anche qualche domanda incredula, del tipo: «Ma davvero esistono le donne soldato?». Anche Gil Naftali, proprietario e operatore di un altro sito web israeliano, SexV, dice di avere fra i suoi migliori utenti «centinaia di navigatori che vivono in Paesi dove il porno è proibito».

Le statistiche dicono che su Sex V lo scorso mese si sono registrati oltre duemila contatti da Riad, la capitale dell’Arabia saudita e che sono di lingua araba il 10% dei visitatori del più popolare sito porno d’Israele, Domina, da tempo attrezzato per fornire servizi ad hoc.

Il dato è tanto più curioso e signifcativo se si pensa che, in molti paesi arabi i collegamenti internet con Israele sono banditi e vengono bloccati automaticamente dal server e quindi raggiungere i siti è una piccola impresa informatica.
carla reschia
la Stampa


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permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 21/11/2013 alle 12:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


7 novembre 2013

Contro il velo al ritmo di Pornorap

Contro il velo al ritmo di Pornorap

La star del femminismo d'emigrazione
Reyhan Sahin

Reyhan Sahin va in giro con un ciondolo enorme appeso al collo e un numero spropositato di anelli dorati formato extralarge su cui spiccano delle piccole scritte: «Puttana», «Hip Hop», «Fica», «Fottetevi». Reyhan Sahin è la prima «Pornorapperin» tedesca, come lei stessa si definisce. Le sue canzoni, diffuse dall'etichetta «Vagina Style Records», sono state scaricate migliaia di volte e il suo sito su MySpace ha totalizzato quasi due milioni di clic. Il tutto, senza aver mai pubblicato un solo album.

La sua fama, Lady «Bitch» Ray, come si lascia chiamare questa ventiseienne nata a Brema da genitori turchi, la deve soprattutto ai suoi testi. E ai suoi video. Come quello in cui la «dottoressa Bitch Ray» è chiamata d'urgenza in sala operatoria per risolvere «un problema sotto i pantaloni» di un ragazzo. O ai «dieci comandamenti del Vagina Style», come vengono elencati sul suo sito. Si va dall'invito alle ragazze a scoprire il proprio punto G (quinto comandamento) fino alla richiesta di non andare a letto col primo che capita già a sedici anni (nono comandamento). Di mezzo, un elenco interminabile di riferimenti sessuali più o meno scurrili. Nulla di anormale: il grande pubblico tedesco ha già imparato a conoscere la «dottoressa Bitch Ray» nelle scorse settimane, quando è stata ospite di Sandra Maischberger in uno dei più noti talk show della tv pubblica. Tema della serata: «Abbiamo ancora bisogno di una morale sessuale?». In 75 minuti di trasmissione la Pornorapperin è riuscita a pronunciare 74 parole sconce per spiegare la sua teoria della «autodeterminazione vaginale». Una scena ripetuta poco dopo su una tv austriaca, forse a imitazione di una celebre analoga performance della scoppiatissima e indimenticata Nina Hagen: è entrata in studio, ha distribuito ai presenti il suo biglietto da visita stampato su un assorbente e ha rovesciato un bicchiere d'acqua in faccia all'allora direttore del «Vanity Fair» tedesco, Ulf Porschardt, colpevole di averla criticata.

Tutte provocazioni costruite a tavolino? Sarebbe forse sbrigativo liquidarla così. Lady «Bitch» Ray sostiene infatti di rappresentare una nuova forma di «autocoscienza femminile». Una sorta di moderna Alice Schwarzer, l'icona del movimento femminista tedesco. Solo che lei «è troppo vecchia», ha precisato in un'intervista. «Bitch» (Puttana), chiarisce, è qualcosa di positivo, serve a indicare una donna che sa quello che vuole e che lo ottiene, non è stupida e non si lascia imporre nulla. Parole che, per lei, figlia di un «Gastarbeiter» e di una casalinga arrivati trent'anni fa in Germania dall'Est della Turchia, hanno un significato particolare: Frau Sahin dice di voler distruggere il ruolo tradizionale affidato alla donna turca e spara a zero su quei «turchi idioti» che impongono il velo alle loro mogli. Affermazioni che le hanno assicurato una serie di insulti sul suo sito.

Quella di Pornorapperin non è infatti la sua unica carriera. Lady «Bitch» Ray parla sei lingue, e sta per conseguire un dottorato in linguistica, con un lavoro sulla semiotica dell'abbigliamento (non a caso disegna lei stessa gli stravaganti vestiti che indossa nelle occasioni ufficiali). Per un certo periodo ha presentato un programma su Radio Bremen (che l'ha poi sbattuta fuori perché si rifiutava di cancellare dal suo sito la canzone «Ti odio», contro la cantante tedesca Sarah Connor). E infine c'è la carriera di attrice. Ieri ha debuttato nelle sale tedesche «Chiko», un film dell’ultima Berlinale, dove Reyahn interpreta il ruolo di una prostituta. 

Alessandro Alviani



 

 


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permalink | inviato da LiberaliPerIsraele il 7/11/2013 alle 22:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 luglio 2013

Quelle stragi palestinesi dimenticate dall’Italia

 

Alessandro Frigerio

È il secondo mattatoio dello stragismo dopo la stazione di Bologna. Ma è anche il simbolo perverso della selettività con cui istituzioni e opinione pubblica elaborano il ricordo. Perché ci sono fatti di sangue che si vuole rafforzino il comune sentire, di una parte più o meno ampia della collettività, e altri che ragion di Stato e ideologia rigettano come corpi estranei.

All’aeroporto «Leonardo Da Vinci» di Fiumicino i corpi estranei sono quarantotto. Tante le vittime causate dal terrorismo arabo-palestinese nel corso di due diversi attentati, nel 1973 e nel 1985. E il primo di questi è un modello di rimozione storica esemplare.

«A mio fratello Antonio hanno conferito la medaglia d’oro al valor militare - spiega Angelo Zara -, il suo nome compare su due caserme, su un pattugliatore della Guardia di finanza e sulla targa di una piazza nel paese. Ma questa storia è ancora un buco nero: non ho mai avuto notizia di un’indagine, di un processo. Solo tempo dopo ho appreso dai giornali che il Mossad aveva scovato i terroristi». Daniela Ippoliti aveva nove anni quando le uccisero il padre. Ricorda il funerale così vicino al Natale, l’assedio sfrontato dei giornalisti e poi il silenzio. «I colleghi di lavoro gli dedicarono un busto, ma dove siano finiti i terroristi e perché fecero quella strage non ce l’ha mai detto nessuno. Siamo stati dimenticati».

Un abbandono che si spiega con i numerosi aspetti mai chiariti della vicenda: le ambigue scelte di politica internazionale del nostro Paese negli anni Settanta, la Libia di Gheddafi che ospitava e sosteneva il terrorismo palestinese e il ruolo dei nostri servizi segreti. «Il Sid aveva avuto notizia dell’imminente attacco - racconta il generale Corrado Narciso, fratello di un’altra vittima - ma l’aeroporto non venne messo in sicurezza».

E l’inchiesta fu sbrigativa. Appurò che alle 12 e 50 di lunedì 17 dicembre 1973 un commando composto da cinque uomini di Settembre Nero, proveniente con volo Alitalia da Madrid, aveva aperto il fuoco nella zona transiti dello scalo romano e lanciato due bombe al fosforo in un jumbo fermo sulla pista, uccidendo 32 passeggeri. Tra loro anche quattro italiani: l’ingegnere Raffaele Narciso, il funzionario dell’Alitalia Giuliano De Angelis, la moglie Emma Zanghi e la figlia Monica, di nove anni. Prima di sequestrare un aereo della Lufthansa i terroristi avevano ucciso il finanziere Antonio Zara e preso in ostaggio sei agenti di polizia e un addetto al trasporto dei bagagli, Domenico Ippoliti. Il dirottamento, dopo una tappa ad Atene, che con l’assassinio di Ippoliti aggiunse sangue a sangue, si concluse a Kuwait City tra l’affettuosa simpatia riservata ai terroristi dalle autorità. Alla richiesta di estradizione il governo kuwaitiano oppose un rifiuto, adducendo il carattere «politico» della carneficina.
Pochi mesi dopo i cinque furono affidati all’Egitto e quindi rilasciati come contropartita per la liberazione degli ostaggi di un aereo di linea britannico.

Fin qui la tragica sequenza dei fatti. Ai quali seguì l’immediata rimozione. Lo fece a modo suo l’Unità, evitando di citare nei titoli, nei sommari e nell’articolo di fondo del 18 dicembre l’origine degli attentatori. Vi contribuì il Pci, definendo la strage «un chiaro tentativo di marca reazionaria» contro il popolo palestinese. Fece molto di più la Dc, spingendo il piede sull’acceleratore della politica di appeasement verso il mondo arabo. 

A funerali appena conclusi l’allora ministro degli esteri Aldo Moro visitò le principali capitali del mondo arabo, compresa Kuwait City. Ci si aspettava, se non un atteggiamento intransigente, almeno parole ferme e chiare. Invece la richiesta di consegna dei colpevoli fu sacrificata sull’altare della crisi energetica e dell’esigenza di nuove forniture petrolifere. E per scongiurare nuovi attacchi, il governo perfezionò con l’Olp il patto scellerato che avrebbe garantito impunità e libertà di transito agli uomini dell’organizzazione palestinese.

Da allora su quei 34 morti è calato il silenzio. I loro nomi non sono negli elenchi delle associazioni delle vittime del terrorismo e nelle pubblicazioni ufficiali. Una lapide nella zona transiti dell’aeroporto di Fiumicino ricorda solo il sacrificio di Antonio Zara.

Per tutti gli altri, compresi i 14 dell’attentato del 1985 ai banchi della Twa e dell’El Al, non una riga. Passati trentacinque anni dagli eventi ci sembra doveroso rimuovere questa cappa di omertà. Per ricordare chi non c’è più. E per inserire a pieno titolo il terrorismo arabo-palestinese nella galleria degli orrori del Novecento.


4 luglio 2013

Terroriste impenitenti

 “Non sono dispiaciuta per quello che ho fatto, comunque ci libereremo dal dominio di Israele e allora anch’io verrò liberata dalla prigione”. Lo afferma Ahlam Tamimi, la terrorista palestinese condannata per complicità nell’attentato suicida alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme dell’agosto 2001 costato la vita a 15 civili israeliani. Tamimi è la persona che portò in auto l’attentatore suicida sul luogo dove perpetrò la strage. Oggi è detenuta nel carcere israeliano Hasharon insieme ad altre 106 donne palestinesi condannate per reati di terrorismo, affiliate a Hamas, Jihad Islamica, Fatah e altre organizzazioni terroristiche.
“Hamas ha dei principi nel confronto con Israele – dichiara Temimi – Hamas vuole raggiungere risultati senza rinunciare alla Palestina. Non sono dispiaciuta per quello che ho fatto. Comunque uscirò di prigione. E mi rifiuto di riconoscere l’esistenza di Israele. Le discussioni avranno luogo solo dopo che Israele avrà riconosciuto che tutta questa terra è terra islamica. Anche se sono stata condannata a sedici ergastoli, so che ci libereremo dal dominio israeliano e allora anch’io verrò liberata dalla prigione”.
Una delle figure predominanti nel carcere Hasharon è Amana Muna, condannata all’ergastolo per aver adescato via internet nel gennaio 2001 un sedicenne israeliano, Ofir Nahum, e averlo poi consegnato a terroristi palestinesi di Ramallah che l’hanno assassinato. Muna, affiliata a Fatah, si dice poco interessata agli esiti delle recenti elezioni palestinesi. “Non fa molta differenza – afferma – non c’è grande distanza fra Fatah e Hamas”. Anche Muna dichiara di non essere affatto dispiaciuta per ciò che ha fatto. “Non l’ho fatto per me, era qualcos’altro e non intendo parlarne. Con l’aiuto d’Iddio uscirò di prigione, e alla fine mi vedrete fuori”.

(Da: YnetNews, 27)

Nella foto in alto: l’ingresso del “museo” allestito nel 2001 all’università palestinese Al-Najah per “celebrare” la strage terroristica perpetrata alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme.


20 giugno 2013

Umorismo ebraico: L'Elezione del Presidente

 

Per la prima volta, una donna ebrea è eletta Presidente degli Stati Uniti. Chiama sua madre:

"Mamma, ho vinto le elezioni, devi venire ai festeggiamenti!"

"Oddio, come mi vesto?"

"Non preoccuparti, Armani sta preparandoti un vestito."

"Ma io mangio kasher…"

"L'assemblea dei rabbini ha nominato un mashghiach (controllore della kasherùt) per tutta la casa bianca. L'Air Force One è già in volo per venirti a prendere."

"E dove dormirò?"

"Nella Lincoln Room e sto facendo costruire un mikve (bagno rituale) apposta per te."

"Va bene, va bene, se ti fa piacere vengo."

Arriva il grande giorno, e la Signora Presidente è seduta tra i presidentidel Senato e della Camera di fronte al Campidoglio.

La madre tira la manica di un senatore e gli dice "Vedi quella ragazza con la mano sulla Bibbia?"

"Certo!"

"Suo fratello è un dottore."


19 giugno 2013

In vendita

 

Traduzione: IN VENDITA: Nazione in buono stato, modello 48. Revisione nel 67 e incidente nel 73. Volante rotto che tende a sinistra. Prezzi più che modici. Consegna immediata. Info: Governo israeliano (chiedere di Ehud).


16 aprile 2013

Barça, via la croce in nome dell'Islam

 La tolleranza e la multiculturalità è da una parte sola!

I Sacrificio della croce di San Giorgio, da oltre cent’anni sulle maglie del club





La decisione per non «urtare la sensibilità religiosa»

MADRID Via la croce rossa in campo bianco dall’emblema del Barça: per farsi accettare in Arabia Saudita e in altri paesi islamici, come l'Algeria, maglie, bandiere e gagliardetti della squadra di calcio di Ronaldiñho sono state ritoccate per non «urtare la sensibilità religiosa» dei non pochi tifosi mediorientali. La croce di Sant Jordi, il San Giorgio catalano, protettore degli innamorati, risulta insopportabilmente odiosa agli occhi musulmani, che la ricordano sul petto dei cavalieri crociati dell’inizio del secondo millennio. Intenzionati a diffondere semplicemente la fede blu-granata, i sostenitori del Barcellona football club hanno studiato la questione e pensato che in fondo sarebbe bastato cancellare la trave orizzontale della croce, lasciando un’inoffensiva, per quanto insignificante barra rossa verticale. Lo stemma risulta così diviso tra i colori della squadra, in basso, quelli giallorossi della Catalogna, in alto a destra e un palo rosso in campo bianco, in alto a sinistra.

Il quotidiano di Barcellona, La Vanguardia, ha interpellato i connazionali temporaneamente residenti a Riad e verificato che il sacrificio della croce di San Giorgio, da oltre cent’anni sulle maglie del club, era dolorosamente necessario: “Qui non sono ammesse croci, né quella del Barça, né altre – testimonia Carlos, uno spagnolo che abita in Arabia Saudita -, c’è molto entusiasmo per il calcio e per la Liga Spagnola, e nei negozi sono in vendita maglie ufficiali del Barcellona, con una banda rossa verticale al posto della croce”. I responsabili della società negano che si tratti di maglie ufficiali e parla di contraffazioni, ma non nasconde qualche preoccupazione per l’eventualità che nei sorteggi degli ottavi di finale della Champions, le tocchi affrontare in campo i turchi del Fenerbahçe, con i quali ha già avuto problemi analoghi l’Inter, a Milano il 27 novembre scorso. Le maglie del centenario della squadra di Moratti, bianche con una grande croce rossa sul dorso, provocarono la furia della stampa turca che si chiese come “l’Uefa avesse potuto permettere un simile affronto”.

corriere


11 aprile 2013

Ma cosa vogliono questi ebrei?

 Abbiamo ricordato Il piccolo Stefano Tache', ucciso da un commando  palestinese il 9 ottobre del 1982 mentre usciva  dal Tempio Maggiore di Roma. Insieme a lui altre 50 persone rimasero ferite, alcune gravemente.

Il commando  di assassini non fu mai catturato pero' uno di essi, tale Abdel al Zomar, fu condannato all'ergastolo... peccato che la condanna arrivo' dopo che l'uomo fu aiutato a fuggire verso Atene, dove,  come era successo in Italia, nessuno si sogno' di arrestarlo e riparti' indisturbato verso Tripoli per ricevere l'abbraccio di Arafat.
L'assassinio di Stefano Tache' fu uno dei tanti delitti commessi dai palestinesi in Italia nonostante il Lodo Moro di molti anni prima che sanciva che Arafat e la sua cricca di assassini non dovevano essere disturbati dalla polizia italiana.
Questo accordo prevedeva che l'Italia non sarebbe stata colpita dal terrorismo...l'Italia...no....gli ebrei italiani, si.
Ricordo l'angoscia, ricordo il volantino dei giovani ebrei che portava una sola parola rivolta evidentemente a chi sgovernava l'Italia, una sola parola, l'unica che poteva essere scritta perche' si vergognassero: "Grazie".
Chissa' se i governanti dell'epoca si vergognarono, se provarono rimorso per aver, come dice Cossiga, venduto gli ebrei italiani al vero boss dell'Italia di quegli anni :Arafat.
Nooo, nel modo piu' assoluto, non si vergognarono, non provarono rimorsi e la dimostrazione la diede  apertamente e con una ferocia inaspettata il Presidente Pertini che nel suo discorso dell'ultimo dell'anno, col piccolo Stefano al cimitero,  ci lascio' letteralmente senza fiato esclamando "ma cosa vogliono questi ebrei?"
Ricordo che ero seduta nel salotto di amici, a Bolzano,  a quella frase ci guardammo allibiti, volevamo aver capito male e io sentii un sudore freddo e un senso di nausea alla bocca dello stomaco.
Era dunque  quella l'Italia!
L'Italia che da piu' di 10 anni era diventata la succursale del terrorismo palestinese, l'Italia che odiava Israele  come aveva odiato gli ebrei che aveva consegnato ai tedeschi, l'Italia cattocomunista antisemita come lo era stata l'Italia fascista, l'Italia che  20 anni dopo queste tragedie avrebbe applaudito cortei di  kamikaze mentre l'amato Arafat colpiva Israele con altre tragedie facendo esplodere autobus, bar, caffe', teatri nelle citta' israeliane.
Era l'Italia della vergogna.
Cossiga nell'intervista rilasciata recentemente al giornale israeliano Yediot Haharonot, parla di come furono venduti gli ebrei italiani ad Arafat perche' il terrorista non colpisse L'Italia e le sue Istituzioni. Niente di quello che oggi racconta il Presidente e' una novita', sono tutte cose che si sapevano esattamente mentre accadevano.
Tutti sapevano che Arafat era il padrone, che entrava in RAI armato e quando voleva, che l'asservimento al raiss assassino era totale.
Sapevamo che era stato nascosto nel Gabinetto di Cossiga quando lo cercava l'Interpol, sapevamo che tutti i palestinesi furono fatti scappare dopo ogni delitto, da Craxi e Andreotti.
Sapevamo tutto mentre vedevamo con orrore, Occhetto e Lama portare un assassino in trionfo ad Assisi dove veniva ricevuto con amore dai frati della Basilica.
Abbiamo assistito  quasi increduli alla rivolta dei pacifisti a Sigonella dove, insieme ai carabinieri spediti da Craxi, erano corsi ad aspettare gli americani che volevano capire perche' il governo italiano aveva fatto fuggire Abu Abbas , l'assassino del povero Leo Klinghofer e dirottatore dell'Achille Lauro.
Era la prima volta che vedevamo sventolare l'emblema del razzismo e dell'odio, la bandiera  della pace.
L'italia paracula e i suoi pacifisti, con Bettino in prima fila, contro l'America e Israele mentre i loro amici palestinesi ammazzavano ebrei americani e italiani a piacere.
Quando  tutto questo accadeva i governanti di Israele erano ospiti non graditi in Italia.
Mentre il Papa abbracciava Arafat, che era entrato armato persino  nella Santa Sede, il Vaticano ancora non riconosceva Israele come Nazione e tra i due paesi non esistevano relazioni diplomatiche fino al 1993, 55 anni dopo la dichiarazione di Indipendenza di Israele.
Un'altra grande, immensa vergogna.
Italia e mondo cattolico uniti nell'odio contro Israele  e guidati dal grande odio di tutto il mondo comunista.
No, nessuna delle dichiarazioni di Cossiga e' una sorpresa, la vera sorpresa e' che non ci siano state reazioni di sorta e che nessun giornale italiano abbia ripreso l'intervista chiedendo un'inchiesta. Esattamente come per Bologna, strage non fascista come sta scritto sulla targa , ma quasi sicuramente palestinese.
Un'inchiesta seria sugli anni bui del terrorismo arabo e' doverosa.
La faranno? No mai!
A proposito di targhe alla memoria, ne esiste una a Fiumicino dove i palestinesi commisero un'altra strage?
Qualcuno ha scritto sul bronzo o sul marmo " Qui avvenne una delle tante stragi palestinesi..."  
No? Ne ero sicura.
La conclusione dunque e' che non verra' mai fuori niente di ufficiale contro i crimini commessi da Arafat in Italia.
La realta' e' che il "Grazie" sarcastico  e disperato dei giovani ebrei contro i governanti italiani e' sempre valido, che quel "Cosa vogliono questi ebrei" quasi gridato dal Presidente con la Pipa all'Italia intera, mentre Stefanino Tache' era ancora caldo, era il pensiero di tanti altri italiani, gli stessi che avevano accompagnato, urlando "morte agli ebrei", l'altra Pipa famosa, Luciano Lama, mentre veniva gettata una bara nera davanti alla lapide  della sinagoga che riportava i nomi delle vittime delle Fosse Ardeatine.
Gli stessi italiani che durante i cortei della famosa Pantera passavano davanti al Tempio Maggiore in Trastevere urlando , a pugno chiuso e braccio teso, "Ebrei ai forni".
Gli stessi italiani che nel 2000 hanno applaudito il corteo di kamikaze che sfilava per le vie di Roma  per sostenere Arafat che stava distruggendo Israele. 
 
Deborah  Fait
 
 


19 febbraio 2013

"Io, piccolo ebreo della foto simbolo dell' Olocausto"

 

Parla Tsvi Nussbaum, ritratto nell' immagine del 1943 e sopravvissuto ai Lager: oggi vive negli Usa Vive negli Usa il protagonista del drammatico «scatto» nel ghetto di Varsavia: «Non posso provarlo, ma non ha più importanza: io non ho dimenticato»

«Il bambino della foto sono io» Tsvi Nussbaum: in quelle braccia alzate l' angoscia di un milione e mezzo di piccoli ebrei

Parla Tsvi Nussbaum, ritratto nell' immagine del 1943 e sopravvissuto ai Lager: oggi vive negli Usa "Io, piccolo ebreo della foto simbolo dell' Olocausto" SPRING VALLEY (New York) - A volte la voce diventa un sussurro. Si spezza. E Tsvi deve fare ancora uno sforzo per superare il peso del silenzio: "I tedeschi chiamavano la gente per caricarla sui camion davanti all' hotel Polsky. Avevano una lista, ma il mio nome non era su quella lista... I miei genitori erano gia' stati ammazzati e io non sapevo che cosa fare... + allora che sono uscito dalla fila, e' allora che un tedesco ha gridato: "Alza le mani", e io le ho alzate. + allora che un altro tedesco ha detto: " + un bambino solo, tanto varrebbe fucilarlo subito", e che hanno scattato quella foto". Non dice mai "nazisti", Tsvi Nussbaum, dice sempre "tedeschi". Dice: "Io non ho perdonato i tedeschi. Io non ho dimenticato". Diciott' anni fa, nell' 82, ha rotto per la prima volta quei silenzi che gli avevano trasformato la vita in un incubo muto. E ha raccontato al mondo di essere lui il protagonista di un' immagine che ha fatto la storia del Novecento: lui, il bambino di quella livida giornata di Varsavia 1943. CONTINUA A PAGINA 17Vive negli Usa il protagonista del drammatico «scatto» nel ghetto di Varsavia: «Non posso provarlo, ma non ha più importanza: io non ho dimenticato» «Il bambino della foto sono io» Tsvi Nussbaum: in quelle braccia alzate l' angoscia di un milione e mezzo di piccoli ebrei Lui, con le braccine levate come un prigioniero di guerra davanti agli assassini della Gestapo, sotto quel berretto troppo grande, stretto in un cappotto striminzito, con i pantaloncini che sembrano cadergli sulle ginocchia, in mezzo a una folla di ostaggi destinati al martirio. Il peso simbolico di quell' immagine è enorme, il riconoscimento è stato a lungo discusso in questi anni, contestato anche da storici autorevoli. Molti hanno sostenuto che quel bambino sia morto in un campo di concentramento, altri si sono levati per dire «sono io» ma le loro voci si sono spente tra le contraddizioni e le smentite. Tsvi Nussbaum ha 64 anni, ne aveva poco più di sette nel ' 43. Abita nella contea di Rockland, a un' ora da New York. E' un otorinolaringoiatra adesso in pensione, negli Stati Uniti dal 1953. Ha una moglie americana, Beverly. Quattro figlie grandi, due nipotini, una lunga vita dall' apparenza serena. Seduto a un tavolo del Centro Studi sull' Olocausto di Spring Valley, tormenta due foto con le mani ossute, quella del piccolo prigioniero di Varsavia e la fototessera che fecero a lui nel ' 45, dopo la liberazione, prima di mandarlo dal Belgio nella futura terra d' Israele: la somiglianza è impressionante. Tsvi dice: «Sì, sono io quel bambino, anche se non potrò mai provarlo, anche se quasi non me la sento più di ripeterlo, anche se non è nemmeno importante che sia io. Ho detto molte volte quello che dico anche adesso: un milione e mezzo di bambini ebrei, di bambini dei lager, sta seduto qui, a questo tavolo, assieme a me, a gridare: sono io!». Nel 1942 la sua piccola storia di famiglia comincia a coincidere con la tragedia collettiva di sei milioni di persone. I Nussbaum sono tornati pochi anni prima dalla Palestina, dov' è nato Tsvi. Vivono nella campagna polacca, a Sandomjez. «Mia madre parlava bene il tedesco ed era coraggiosa. Andava lei al comando della Gestapo, per chiedere permessi a nome della comunità». Un giorno è lì a protestare per qualcosa: «Un ufficiale l' ascolta, tranquillo, prende nota, tranquillo, poi afferra tranquillamente la rivoltella dalla scrivania e le spara». Il padre di Tsvi viene ucciso poche ore dopo, forse dallo stesso nazista. «Venne da noi una donna, bella, bionda, si chiamava Miriam Shochat, mi portò con sé e mi nascose a Varsavia, facendomi passare per suo figlio... anche i miei zii e i miei cugini ci seguirono a Varsavia. Il mio fratellino non l' ho più visto, né i miei nonni, né la mia bisnonna. Noi eravamo nascosti fuori dal ghetto, quando il ghetto venne distrutto, tra il 19 aprile e il 16 maggio ' 43. La data d' inizio dell' operazione fu un' idea di Himmler. Hitler era nato il 20 aprile e Himmler volle fargli questo regalo di compleanno». Quei terribili 27 giorni furono documentati con teutonica pignoleria dal nazista che dirigeva la devastazione, il generale Juergen Stroop, che per questo si guadagnò la croce di ferro di prima classe. Stroop, attraverso il comando di Cracovia, mandava messaggi quotidiani a Himmler e raccolse orgogliosamente 54 fotografie di quell' orrore: ebrei denudati, mani sulla testa, fagotti umani davanti a macerie e case che bruciano. Una delle 54 foto del «Rapporto Stroop», la numero 12-202z, è proprio quella che diventerà la foto del secolo: «il bambino del ghetto». Ma il punto sta proprio qui, dice Tsvi: «Se quella foto è davvero stata scattata nel ghetto, tra aprile e maggio, il bambino non posso essere io, perché nel ghetto non c' ero. Noi eravamo nascosti fuori, all' hotel Polsky. Però Stroop si è fermato a Varsavia fino a settembre. Io credo che abbia integrato il suo dossier. E sono convinto che quella foto sia stata scattata il 13 luglio 1943, il giorno che ci hanno portato via. Non nel ghetto, perché nel ghetto i bambini morivano di fame per strada mentre in quella foto stiamo tutti male ma nessuno è davvero denutrito... «Sì, avevamo i cappotti addosso a luglio, mi hanno contestato anche questo, poi: ma avevamo addosso tutto quello che si poteva portare. Un papà costrinse la figlia a mettere gli stivali e lei piangeva: è stata l' unica dei suoi a non congelare». Il 13 luglio ' 43, dunque. L' hotel Polsky. «Ci avevano detto: vi rimandiamo da dove siete venuti, tornate in Palestina. Così siamo usciti dai nascondigli e ci hanno caricato sui camion e poi sui treni. Ma un treno era diretto a Auschwitz. L' altro, il nostro, a Bergen Belsen. Io non ci sarei neanche arrivato a quel treno, i tedeschi mi avrebbero fucilato subito perché ero un bambino solo. Mio zio s' è fatto avanti, ha detto "questo è mio figlio" e mi ha salvato. Mio zio si chiamava Shalom Nussbaum, è morto un anno fa a Toronto, per me è stato un altro padre... Del viaggio ricordo che i tedeschi giocavano a tiro a segno sui nostri vagoni che passavano. Del lager ricordo poco. So che non posso più vedere le bucce di patata, perché mangiavo soprattutto bucce di patata. So che fino a dieci anni fa non sopportavo i vestiti a righe, perché mi ricordavano la divisa del campo. So che ho paura dei cani, perché i cani del campo mi terrorizzavano. So che conservo sempre un pezzo di pane per domani, perché domani non sai se i tedeschi ti daranno da mangiare. Poi ricordo il sergente americano che ci ha liberato, mentre i tedeschi ci stavano trasferendo ancora in treno a Magdeburgo e si strappavano le spalline da ufficiali per sembrare semplici esecutori di ordini: si chiamava Cohen, quel sergente». Il resto è la vita che cerca di tornare a scorrere, la laurea a New York, il matrimonio, i bambini: «Ho sempre tentato di guardare al domani». Ma raccontare davvero è difficile, quasi impossibile. «No, non ne ho mai parlato con le mie figlie. E soltanto una volta ne ho parlato con mia moglie. Loro non mi chiedono nulla, mai, sanno cosa vuol dire per me. Per capire cos' era, devi esserci stato. Io qui ho solo amici americani, quando sono stato in Israele ho trovato solo gente nata nei kibbutz, ormai, nessuno sa». Chi sapeva era Marc Berkowitz, una figura carismatica nei circoli dei sopravvissuti all' Olocausto. E' Berkowitz che all' inizio dell' 82 squarcia il velo della memoria. «Era un mio paziente, sopravvissuto agli esperimenti di Mengele ad Auschwitz. Io gli parlavo del mio passato, lui mi parlava del suo. Mi diceva: "Come fai a sapere che non sei tu, in quella foto?". Io rispondevo: "Perché è una foto del ghetto". Fece delle indagini, tornò da me: "La foto non è del ghetto, e credo proprio che sia tu quel bambino", mi disse». Tsvi Nussbaum si alza. Guarda il cielo grigio su Spring Valley, dalla finestra del centro studi. «A volte preferirei davvero che quel bambino fosse rimasto senza nome. Perché le foto di oggi, le interviste, anche quest' intervista... tutto è una pena enorme. Ma poi penso che lo devo al mio popolo. Al nostro futuro. Perché quello che è successo non succeda mai più. E allora riesco ancora a vincerlo, il silenzio». Goffredo Buccini

Buccini Goffredo


20 gennaio 2013

Quando è impossibile continuare a subire

 Il lancio di missili Qassam su Sderot e sui kibbutz circostanti non cessa ed esige un prezzo sempre più alto in termini di terrore e sangue. La responsabilità per il bombardamento dalla striscia di Gaza,che ormai dura da sette anni (sia prima che dopo il disimpegno israeliano), ricade sui palestinesi. Se non facessero fuoco su Israele, Israele non risponderebbe.
Da otto mesi Hamas ha il controllo esclusivo sulla striscia di Gaza e non è più possibile giustificare i lanci come frutto di una mancanza di controllo su presunte organizzazioni-canaglia. È ora che i palestinesi interroghino se stessi e i loro leader su dove vogliono andare. Cisgiordania e striscia di Gaza sono ancora un’entità unica che aspira a diventare uno stato indipendente a fianco di Israele? È possibile che in qualunque situazione Israele intrattenga negoziati per la creazione di un tale stato, mentre Hamas continua a sparargli addosso? Hamas ha deciso di far fallire qualunque accordo, imponendo alla propria gente una guerra permanente?
Israele se n’è andato dalla striscia di Gaza nell’estate 2005 per avviare la fine dell’occupazione. Il partito Kadima venne creato quando importanti esponenti del Likud, guidati da Ariel Sharon, decisero di rinunciare alla totalità della Terra d’Israele per attestarsi su confini più limitati e più sicuri. La piattaforma politica del partito prevedeva anche un ritiro dalla Cisgiordania, col risultato di spartire la Terra in due stati per due popoli, sgomberando gli insediamenti. Per dimostrare la serietà del programma, gli insediamenti di Gush Katif (nella striscia di Gaza) e quelli nella Samaria settentrionale (Cisgiordania) vennero sgomberati senza nemmeno aspettare un accordo.
La palla passò allora in campo palestinese, dove è rimasta inchiodata da quando i palestinesi a maggioranza hanno eletto Hamas, che è contraria a un accordo di pace con Israele. E Gaza, anziché diventare la prima pietra del futuro stato palestinese, si è trasformata in un’entità ostile sotto assedio.
Il disimpegno non è stato un errore, bensì una mossa necessaria improntata a visione e speranza. È Hamas che ha fatto naufragare la speranza in un futuro condiviso, e che ha consapevolmente scelto, come sua politica dichiarata, di continuare la “resistenza” contro l’esistenza stessa d’Israele e, per estensione, di proseguire sulla strada della violenza.
Mentre Israele cerca di correggere l’errore storico d’aver creato insediamenti nel cuore dei territori abitati da popolazione palestinese, cercando di convergere all’interno di vecchi/nuovi confini per preservare la propria etica democratica, i palestinesi hanno votato in massa per Hamas, che è ostile a qualunque compromesso.
Gli attacchi di Qassam non dimostrano che il disimpegno è fallito: dimostrano che Hamas sta conducendo i palestinesi verso un nuovo round di guerra inutile. Mahmoud Abbas (Abu Mazen) cerca con le unghie e coi denti di tenere aperto con Israele un canale di dialogo che porti a un accordo. Hamas e altri gruppi palestinesi fanno di tutto per far fallire qualunque possibilità di soluzione.
Se le limitate azioni militari che Israele intraprende per cercare di fermare i lanci di Qassam non porranno termine al fuoco sui civili israeliani, se gli stati moderati, e in primo luogo l’Egitto e la Giordania, non riusciranno a contenere Hamas, allora Israele non potrà fare altro che lanciare un’operazione militare di vasta portata. La ragion d’essere delle Forze di Difesa israeliane è proteggere i cittadini israeliani dagli attacchi nemici. Quand’anche il successo di una tale operazione militare non fosse garantito, questo non può impedire al governo di fare tutto ciò che è necessario per proteggere la vita dei suoi cittadini e i confini dello stato.
La soluzione del conflitto israelo-palestinese è politica, e bisogna continuare a perseguirla. Allo stesso tempo, però, Israele deve dimostrare che il sangue dei suoi cittadini non può essere versato impunemente, anche per garantire che in futuro i suoi vicini rispettino gli accordi a cui si sono impegnati.

(Da: Ha’aretz )

Nella foto in alto: Osher Twito, il bambino israeliano di 8 anni a cui è stata amputata una gamba a causa delle ferite riportate per un Qassam palestinese caduto su Sderot.


8 novembre 2012

La bandiera più grande del mondo

 


La bandiera di Israele e quella delle Filippine. Insiame hanno formato una striscia lunga 200 metri. L'iniziativa ha suggellato i cinquant'anni di relazione tra i due paesi che hanno festeggiato l'evento sul Mar Morto. La bandiera è entrata nel guinnes dei primati.
(clikka l'immagine per ulteriori foto)


25 ottobre 2012

Neri e apartheid (dei bianchi)

 

Ma sono, poi, così lontani i tempi dell’Apartheid in Sud Africa ?All’apparenza sì. Nella sostanza, invece, si sta assistendo al fenomeno opposto dove i Neri si sono trasformati in carnefici ed i bianchi in vittime. Forse parlare di questo può apparire politicamente scorretto, ma non ci sentiamo di metterci il bavaglio perché è una questione di giustizia verso i Boeri.. Da anni, ormai, con il termine “ Afrikaners” s’iniziarono ad intendere tutti i Bianchi di lingua Afrikaans, residenti in Africa del Sud, compresi Negri e meticci di madrelingua Afrikaans.Nella provincia del Capo, per esempio, molti meticci si definiscono “Afrikaner Marroni”.

Dal 1994, in Sud Africa, è al potere una coalizione di movimenti formata da : ANC (African National Congress), COSATU (Congress of South African Trade Unions –Sindacati Neri) e il SAKP (Partito Comunista Sudafricano).Una coalizione formatasi dopo il crollo del regime di Botha e che ha ottenuto consensi dietro false promesse di libertà, giustizia sociale e benessere.

Che fine hanno fatto quelle promesse a quasi 10 anni di distanza? Cosa succede, ogni giorno, nel nuovo Sud Africa fedele al Nuovo ordine Mondiale? Succede il caos! Dalla fine dell’apartheid nessuna promessa di Mandela è stata mantenuta. I media fecero santo Nelson Mandela, un terrorista dichiarato che fu imprigionato dal governo dei Bianchi , ma che divenne Presidente non appena i Bianchi capitolarono. Il Daily Telegraph ha scritto che “ il tasso della criminalità è aumentato, drammaticamente, dalla fine dell’Apartheid , facendo diventare questa terra il secondo paese più violento al mondo dopo la Colombia”.

Dopo l’annuncio dei media che la loro lunga campagna di sanzioni, boicottaggi ed intimidazioni aveva, finalmente, portato “ uguaglianza “ e “ democrazia “in uno dei pochi santuari della civilizzazione bianca in Africa, la copertura mediatica su quel paese cessò e, oggi, si sente , raramente, parlare del Sudafrica. La ragione è che il Sudafrica sta precipitando nel crimine, nelle malattie, nella corruzione e nella ferocia. Sin dalla presa del potere nel 1994, 1.368 agricoltori bianchi sono stati assassinati (cioè circa 170 all’anno, praticamente uno ogni due giorni) durante veri e propri attacchi alle fattorie. Più della metà degli agricoltori si sono arresi abbandonando le loro proprietà, contribuendo alla sempre più crescente penuria alimentare della regione. In uno studio commissionato da una importante banca sudafricana, la Nedbank, è stato rivelato che i criminali neri prendono, deliberatamente, di mira le proprietà per uccidere le loro vittime Afrikaner.

Il furto non è il motivo principale, in effetti, nell’85% dei casi avvenuti lo scorso anno, nulla fu rubato. In altre parole, uccidere l’uomo bianco, stuprare ed uccidere la donna bianca, stuprare ed uccidere il bambino bianco, sono le vere motivazioni. Però, silenzio totale dei media.

Di fatti cruenti ve ne sono a centinaia. Solo nel settembre del 2002 sono stati uccisi nove agricoltori, compresi quattro bimbi, una coppia di anziani e pur il loro cane. Il rapporto della polizia su tali assassinii fu “ senza movente “. Nei primi mesi del 2002 sono stati commessi più di 30 omicidi di agricoltori, compreso l’assassinio della musicista classica Felicity Gale, 58 anni, di Port Jackson ; suo marito Rodney, 67 anni si salvò. Arthur Smith, 63 anni e sua moglie Isobel, furono trovati entrambi con la gola tagliata e con i corpi torturati nella loro fattoria di Tundra.

Questi sono solo alcuni degli avvenimenti degli ultimi mesi. Gli orribili dettagli ed i numeri possono essere reperiti nei rapporti di Crimebusters South Africa.

Il Sudafrica non ha una politica appoggiata dal governo che ammetta l’invasione ed i massacri nelle fattorie( come avviene nello Zimbabwe ), ma usano la politica di guardare dall’altra parte, senza fare nulla, una politica che incoraggia le violenze dei Neri nei confronti dei Bianchi. Il loro atteggiamento è forse meglio rappresentato da Peter Mokaba, fino a poco tempo fa Vice Ministro dell’Ambiente e del turismo, il quale si lamentava, recentemente, che “ l’alto tasso di criminalità sta provocando serie ripercussioni sul turismo e bisogna promuovere una immagine alternativa del

Sudafrica. Vogliamo incoraggiare la gente a venire qui da noi e dimostrare che il crimine non la fa da padrone “. Ciò che però il sig. Mokaba non dice è che lui stesso era famoso per gli slogan da lui inventati quando era leader dell’ANC Comunista contro il governo Bianco del Sudafrica: “ Uccidi il Boero! Uccidi il contadino!” ed anche “ un colono,, un proiettile “. Ed i contadini Bianchi dovrebbero chiedere protezione a “ questo” tipo di governo?Anche il governo dei Neri ammette che il crimine è fuori controllo.Questi sono, probabilmente, i meravigliosi benefici della “ democrazia multirazziale”.

L’incidenza degli omicidi, nelle città, è assai maggiore. Solo a Johannesburg se ne contano 500 al mese. Il Sudafrica è, anche, la capitale dello stupro Viene violentata una donna ogni 23 secondi e un minore ogni 30 minuti. E questi sono soltanto i fatti di violenza carnale ufficialmente dichiarati.

Questo record è stato raggiunto, grazie, all’innata ferocia di Neri liberati dal controllo delle “ persone civili” ed in parte grazie alla credenza, fra i Neri, che violentare una vergine li guarirà dall’Aids, malattia predominante nel paese. ( Jackie Loffell, Johannesburg Child Welfare Society, 13° Congresso Internazionale sull’Abuso e sull’Abbandono dei Minori a Durban ).

In alcuni paesi la popolazione passa il tempo a seppellire infetti dall’Aids.

Il dr. Andrei Jamieson , direttore medico della British Airways Travel Clinic ha detto: “ la comunità Medico-accademica ha discusso questo tema per alcuni anni e circa sei mesi fa è stato deciso che, astenersi dai viaggi in quel paese, è la cosa più ragionevole da farsi. Esiste un rischio reale per i viaggiatori in Sudafrica e altri paesi. Abbiamo una altissima incidenza di sieropositività e di stupri e questo non lo si può smentire”. Il governo sudafricano, lo stesso che rifiuta di proteggere le donne Bianche dagli stupratori, è furioso con questi medici in quanto temono un ulteriore perdita di turismo e di dollari.

Città del Capo, è diventata la capitale mondiale del “ commercio” e del “turismo” sessuale. Rapporti giornalistici l’hanno definita la capitale mondiale della trasgressione.

Pervertiti da tutto il mondo vi si recano ( portando i tanti sospirati “dollari del turismo”) per fare sesso con bambini, molti di loro veri e propri schiavi Bianchi del sesso, mentre altri vengono importati da bordelli della Thailandia. “ Sesso coi bambini “ è, semplicemente, un eufemismo per giustificare lo stupro di un innocente. “ Tours del sesso con bambini” vengono, addirittura, sponsorizzati da alcuni “ imprenditori “, mentre il governo si gira dall’altra parte.

Nei “ vergognosi” e “tristi” giorni dell’Apartheid, queste cose non venivano tollerate.

Il sindaco di Città del Capo, un Nero di nome William Bantom, è stato, recentemente, trovato in possesso di una enorme collezione personale di videocassette pornografiche infantili nel suo ufficio, che “visionava” mentre era al lavoro e continua a fare il sindaco….

I Boeri si sentono abbandonati e si chiedono perché nessuno vada in loro soccorso. Forse, perché, oggi, l’uccisione di uomini Bianchi, da parte dei Neri, risulta essere politicamente corretta ed i mezzi di informazione evitano di schierarsi troppo con chi , un tempo, era additato come razzista e colonialista. Fatto è che ci troviamo di fronte ad un Paese dove la criminalità è alle stelle, l’economia in caduta libera e il Rand (la moneta locale) in costante ribasso. In tutto questo bisogna tener presente che il nuovo Sudafrica è nato grazie a quell’insieme di forze economiche , finanziarie, politiche, militari che si possono riassumere con il termine di Nuovo Ordine Mondiale.

La sconcertante conclusione è che per l’ANC se un Bianco colpisce un Nero è una imperdonabile forma di razzismo ( inteso come odio razziale ) , se un Nero ammazza un Bianco , ha compiuto una azione politicamente corretta. Una delle filosofie del Nuovo Ordine Mondiale.

Eppure, all’estero, chiamano questo paese: “ il paese dell’arcobaleno”…e dire che ai Boeri pare di vivere in una tempesta senza fine!

ERCOLINA MILANESI


25 ottobre 2012

Herbert Pagani, arringa per la mia terra

 


http://www.youtube.com/watch?v=LxNEhKdb4uI&feature=related

Vivamente consigliata la visione di questo video, per i non "francofoni", sotto, la traduzione.

 
 

Questo testo fu scritto nel novembre del 1975, all’indomani della vergognosa mozione ONU che assimilava il sionismo al razzismo. L’autore lo diffuse, l’11 novembre 1975, dai microfoni dell’emittente Europe 1, e, nell’aprile 1976, alla televisione francese. La versione italiana, che viene qui riprodotta, è opera dello stesso autore.

È stato inserito in questo lavoro, perché, a tanti anni di distanza, ci sembra conservi tutta la sua drammatica attualità.

Herbert Pagani, ebreo originario di Libia, nacque nel 1944 e trascorse la sua infanzia in costante movimento tra diversi paesi, Germania, Svizzera, Italia, Francia. Per orientarsi in questa babele di lingue, scelse il disegno come prima principale forma di comunicazione. E in questo campo ottenne i primi riconoscimenti internazionali. Nel 1964 iniziò la sua collaborazione con il Club des Amis du Livre, illustrando le opere di autori di fama e affermandosi come il più giovane esponente della corrente detta Réalisme fantastique. Sue sono le copertine, per la Rizzoli, della Fantarca di Giuseppe Berto e, per Einaudi, delle Cosmicomiche di Calvino.

Dal 1966, decise di impegnarsi costantemente e contemporaneamente in tutte le discipline della comunicazione - prosa, poesia scritta e cantata, animazione radiofonica, scenografia teatrale, tecniche video e creazione pubblicitaria - da lui considerate comunicanti tra di loro.

Dopo il debutto in Italia, con un album che gli valse il Premio della Critica, tornò in Francia, sua seconda patria.

Un primo viaggio in Israele non ebbe per lui solo il senso del riappropriarsi delle sue radici, ma l’immersione totale nelle problematiche mediorientali. Da questo momento uno degli scopi della sua vita sarà la pace tra israeliani e palestinesi.

Per questo, quando nel 1975, l’ONU approvò la vergognosa risoluzione che equiparava il sionismo al razzismo, uscì allo scoperto, e, con una serie di conferenze, di editoriali, di spettacoli, denunciò l’antisemitismo rinato sotto la veste dell’antisionismo e mise in guardia la sinistra, nelle cui file militava, dalla mistificazione in cui si era ritrovata,

Il suo incessante attivismo a favore di Israele, che non si interromperà fino alla morte prematura, si accompagnò all’impegno ecologista, alla lotta per la salvaguardia di Venezia, Nel 1987 venne nominato direttore artistico del Centre Mondial de l’Héritage Culturel du Judaisme Nord Africain, museo e centro culturale nel cuore di Gerusalemme.

Herbert Pagani è morto nel 1988.

Ringraziamo la signora Rita Gubbay e Anna Jencek per aver fornito questo testo.

Di passaggio a Fiumicino sento due turisti dire, sfogliando un giornale: "Fra guerre e attentati non si parla che di ebrei, che scocciatori…" È vero, siamo dei rompiscatole, sono secoli che rompiamo le balle all’universo. Che volete. Fa parte della nostra natura.

Ha cominciato Abramo col suo Dio unico, poi Mosè con le Tavole della Legge, poi Gesù con l’altra guancia sempre pronta per la seconda sberla, poi Freud, Marx, Einstein, tutti esseri imbarazzanti, rivoluzionari, nemici dell’ordine. Perché?

Perché l’ordine, quale che fosse il secolo, non poteva soddisfarli, visto che era un ordine dal quale erano regolarmente esclusi; rimettere in discussione, cambiare il mondo per cambiare destino, questo è stato il destino dei miei antenati; per questo sono sempre stati odiati da tutti i paladini dell’ordine prestabilito. L’antisemita di destra rimprovera agli ebrei di aver fatto la rivoluzione bolscevica. È vero. C’erano molti ebrei nel 1917.

L’antisemita di sinistra rimprovera agli ebrei di essere i proprietari di Manhattan, i gestori del capitalismo… È vero ci sono molti capitalisti ebrei.

La ragione è semplice: la cultura, la religione, l’idea rivoluzionaria da una parte, i portafogli e le banche dall’altra sono stati gli unici valori mobili, le sole patrie possibili per quelli che non avevano una patria.

Ora che una patria esiste, l’antisemitismo rinasce dalle sue ceneri, o meglio, scusate, dalle nostre, e si chiama antisionismo.

Prima si applicava agli individui, adesso viene applicato a una nazione. Israele è un ghetto, Gerusalemme è Varsavia.

Chi ci assedia non sono più i tedeschi ma gli arabi e se la loro mezzaluna si è talvolta mascherata da falce era per meglio fregare le sinistre del mondo intero.

Io, ebreo di sinistra, me ne sbatto di una sinistra che vuole liberare gli uomini a spese di una minoranza, perché io faccio parte di questa minoranza.

Se la sinistra ci tiene a contarmi fra i suoi non può eludere il mio problema. E il mio problema è che dopo le deportazioni in massa operate dai romani nel primo secolo dell’era volgare, noi siamo stati ovunque banditi, schiacciati, odiati, spogliati, inseguiti e convertiti a forza. Perché? …perché la nostra religione, cioè la nostra cultura erano pericolose.

Qualche esempio? Il giudaismo è stato il primo a creare il sabato, il giorno del Signore, giorno di riposo obbligatorio. Insomma il week-end. Immaginate la gioia dei faraoni, sempre in ritardo di una piramide. Il giudaismo proibisce la schiavitù. Immaginate la simpatia dei romani, i più grossi importatori di manodopera gratuita dell’antichità.

Nella Bibbia è scritto: "La terra non appartiene all’uomo, ma a Dio"; da questa frase scaturisce una legge, quella della estinzione automatica dei diritti di proprietà ogni 49 anni. Vi immaginate la reazione dei papi del medioevo e degli imperatori del Rinascimento?

Non bisognava che il popolo sapesse.

Si cominciò quindi col proibire la lettura della Bibbia, che venne svalutata come Vecchio Testamento. Poi ci fu la maldicenza: muri di calunnie che divennero muri di pietra: i ghetti. Poi ci furono l’indice, l’inquisizione e più tardi le stelle gialle.

Ma Auschwitz non è che un esempio industriale di genocidio. Di genocidi artigianali ce ne sono stati a migliaia. Mi ci vorrebbero dieci giorni solo per fare la lista di tutti i pogrom di Spagna, Russia, Polonia e Nord Africa. A forza di fuggire, di spostarsi, l’ebreo è andato dappertutto. Si estrapola il significato e eccoci giudicati gente di nessun posto. Noi siamo in mezzo ad altri popoli come gli orfani affidati al brefotrofio.

Io non voglio più essere adottato, non voglio più che la mia vita dipenda dall’umore dei miei padroni di casa, non voglio più affittare una cittadinanza, ne ho abbastanza di bussare alle porte della storia e di aspettare che mi dicano Avanti.

Stavolta entro e grido; mi sento a casa mia sulla terra e sulla terra ho la mia terra. Perché l’espressione terra promessa deve valere per tutti i popoli meno che per quello che l’ha inventata?

Che cos’è il sionismo? …si riduce a una sola frase: l’anno prossimo a Gerusalemme.

No, non è lo slogan di qualche club di vacanza; è scritto nella Bibbia, il libro più venduto e peggio letto del mondo.

E questa preghiera è divenuta un grido, un grido che ha più di duemila anni, e i padri di Cristoforo Colombo, di Kafka, di Proust, di Chagall, di Marx, di Einstein, di Modigliani, e di Woody Allen l’hanno ripetuta, questa frase, almeno una volta all’anno: il giorno della Pasqua.

Allora il sionismo è razzismo ?

Ma non fatemi ridere. Il sionismo è il nome di una lotta di liberazione e come ogni movimento democratico ha le sue destre e le sue sinistre.

Nel mondo ciascuno ha i suoi ebrei. I francesi hanno i còrsi, i lavoratori algerini; gli italiani hanno i terroni e i terremotati; gli americani hanno i negri, i portoricani; gli uomini hanno le donne; la Società ha i ladri, gli omosessuali, gli handicappati.

Noi siamo gli ebrei di tutti.

A quelli che mi chiedono: "e i palestinesi?" Rispondo "io sono un palestinese di duemila anni fa, sono l’oppresso più vecchio del mondo, sono pronto a discutere con loro ma non a cedergli la terra che ho lavorato. Tanto più che laggiù c’è posto per due popoli e due nazioni"

Le frontiere le dobbiamo disegnare insieme.

Tutta la sinistra sionista cerca da trent’anni degli interlocutori palestinesi, ma l’OLP, incoraggiata dal capitale arabo e dalle sinistre europee, si è chiusa in un irredentismo che sta costando la vita a tutto un popolo, un popolo che mi è fratello, ma che vuole forgiare la sua indipendenza sulle mie ceneri.

C’è scritto sulla carta dell’OLP: "verranno accettati nella Palestina riunificata solo gli ebrei venuti prima del 1917"

A questo punto devo essere solidale con la mia gente.

Quando gli arabi mi riconosceranno, mi batterò insieme a loro contro i nostri comuni oppressori.

Ma per oggi la famosa frase di Cartesio penso, dunque sono non ha nessun valore.

Noi ebrei sono cinquemila anni che pensiamo e ci negano ancora il diritto di esistere.

Oggi, anche se mi fa orrore, sono costretto a dire mi difendo, dunque sono.


8 ottobre 2012

Battuta molto vera :-)

 

2 amici in florida stanno chiaccherando uno dice al altro ,

Cosa farai stasera ?

Risposta

Niente di particolare me ne staro in casa di fronte alla TV a vedere
gli spot per Obama .

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Vi garantisco che c'e molto di vero , qui dalla mattina alla sera se sei
in macchina in ufficio o a casa, radio e TV non fanno altro che mandare
in onda spot per votare Obama alle elezioni.

Dove avra preso tutti sti soldi ?

Obama e il candidato presidente che ha piu raccolto e piu speso soldi
in pubblicita di tutta la storia americana, e di gran lunga.

Alon




8 ottobre 2012

L’Italia è campione d’Europa

 

In un post recente avevamo riferito che “a detta del comandante italiano Graziano, [l’hezbollah] collabora tanto bene con l’UNIFIL nel Libano“. Ci siamo invece dimenticati di aggiungere che il generale Graziano sembra soffrire di una falsa modestia veramente fuori luogo, poiché anche il rovescio della medaglia, e cioè il fatto che, viceversa, anche l’Unifil non collabora maluccio con i terroristi dell’hezbollah, è, per così dire, carino. Ad esempio, all’inizio di marzo

attivisti armati di hezbollah […] che guidavano un autocarro pieno d’esplosivi, minacciarono il battaglione italiano dell’UNIFIL con le armi. Invece di usare la forza, come richiesto dal loro mandato, i soldati dell’Onu abbandonarono il posto.

L’organizzazione antisemitica Hezbollah, da parte sua, secondo una dichiarazione recente del suo segretario generale Nasrallah, si considera tuttora in guerra con Israele (”die Jüdische” del 05/09/2008) e sembra anche più massicciamente armata di prima di quella nuova “missione di pace” voluta da gente come Prodi, D’Alema e Rice.

Dire che uno più uno fa due, e cioè che l’UNIFIL è servito e serve a camuffare e con ciò a sostenere i preparativi di guerra di sterminio dell’Iran contro Israele, sarebbe tuttavia molto esagerato. E sarebbe ancora peggio dire che tutto questo sarebbe stato previsto già dall’allora presidente di consiglio Romano Prodi quando si impegnò tanto per impedire ad Israele di sconfiggere efficacemente quelli che intendono annientarla, arrivando perfino a proporre come mediatore per la risoluzione “pacifica” del conflitto fra Hezbollah e Israele proprio un rappresantante dei tele-comandanti dei terroristi jihadisti, l’iraniano Ali Larijani.

Eh no: e non si può proprio dire che, come ebbe a dire il defunto presidente del Consiglio centrale degli Ebrei in Germania, Paul Spiegel, “dietro il grido di pace si trincerano gli assassini”! Non si può!

Ralph Raschen - Website
 


1 agosto 2012

Turchia: sesso, cocktail e tabù

 

Selin Tamtekin, 33 anni, è stata ribattezzata il «Salman Rushdie in gonnella».

Turchia: sesso, cocktail e tabù
Giovane scrittrice fa scandalo

Figlia di un diplomatico, vive a Londra. «Non sono una prostituta»

 Occhi chiari fissi sul fotografo, sorriso compiaciuto. Tailleur con generosa scollatura e bicchiere in mano. Selin Tamtekin, figlia di un diplomatico turco, 33 anni, 14 dei quali trascorsi a Londra, ostenta sex appeal e sicurezza dalla pagina del tabloid Daily Mail. Brinda al suo primo romanzo, La figlia del diplomatico turco, appena uscito in Gran Bretagna e di prossima pubblicazione nella sua nativa Turchia. Storia di sesso nell’alta società. Inno all’amore libero tra una giovane turca benestante e tanti uomini, tra cui un padrone di casa e un marinaio, sposati alcuni, e col doppio degli anni pure. A Ginevra, Londra, Istanbul, Islamabad. Il giorno dopo, la stampa britannica la battezza «Salman Rushdie in gonnella».

Eppure nessuno ha scagliato una fatwa contro Tamtekin, né la giovane ha ricevuto minacce di morte. Che possa accaderle è un’idea di un suo amico inglese, William Cash, editore di una rivista per miliardari a Londra. Cash ha dato un party per lanciare il libro di Tamtekin alla galleria Maddox Arts, nell’esclusivo quartiere di Mayfair. «È diventata la Salman Rushdie della Turchia», ha detto. Dopo la rivelazione del suo vero nome in patria (il romanzo è firmato con lo pseudonimo Deniz Goran), «ha dovuto nascondersi », ha incalzato. La stampa britannica ha preso nota e il Times ha titolato: «Sex and the Muslim Girl», il sesso e la ragazza musulmana, paragonandola anche al regista Theo Van Gogh, assassinato in Olanda per il suo film sull’Islam. Tamtekin, laureata in arte allo University College di Londra, fa la gallerista aMayfair e ha tanti amici altolocati. Papà Yuksel è un diplomatico noto in Turchia, proprio come il padre della protagonista del suo romanzo. Lei insiste: «Non è autobiografico».

Ma poi provoca la stampa turca e, come la protagonista del romanzo, dice al giornale Sabah di aver avuto rapporti con uomini più grandi e sposati: «Non suggerisco alle ragazze di fare come me, ma dovevo vivere queste esperienze per maturare». Provoca, ma si lamenta: «La stampa turca ha scoperto chi sono e mi sono ritrovata in prima pagina su tutti i giornali. Mi hanno definita una prostituta dei quartieri alti». Secondo il Times, Tamtekin è stata «derisa» e ha causato «oltraggio» in Turchia. Però il giornalista turco Gokan Eren precisa: «I quotidiani non le hanno prestato così tanta attenzione». Secondo il Times, inoltre, Tamtekin è «la prima donna turca musulmana a pubblicare un libro esplicito sul sesso». Ma ad Eren non risulta: «Da 25-30 anni vi sono giornaliste e scrittrici turche che parlano di sesso, raccontando anche le proprie esperienze. La prima fu Duygu Asena, duramente criticata per La donna non ha nome, ma oggi considerata una grande femminista». «Si sta facendo pubblicità — osserva Emre Kizilkaya sul suo blog Istanbulian —. Funziona sempre con i media occidentali: è il solito trucco dello scrittore novellino mediorientale che vive in Occidente e denuncia la propria cultura». 

Tamtekin dice al Times: «In Turchia le donne hanno una vita sessuale, ma fanno in modo che nessuno lo sappia. Non possono parlare di sesso o desiderio per gli uomini». «Dipende. Il sesso è tabù in alcune parti della Turchia, ma non lo è nelle grandi città», afferma Bedri Baykam, autore del romanzo Sex, uscito in Italia e in Turchia. «Nel suo libro non è il solo sesso a fare scandalo, ma il fatto che è figlia di un uomo noto». Il papà, che le ha tolto il saluto, non ha dichiarato se era offeso dal sesso tout court o dal danno alla propria reputazione. Lei però ha subito raccontato alla stampa del litigio protestando: «Eppure è lui che mi ha insegnato che nell’arte non ci sono tabù».

Viviana Mazza


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31 luglio 2012

29 novembre 1947 - 60 anni fa l’Onu decretava la nascita di Israele

 

 


                   29 novembre 1947

In occasione del 60esimo anniversario della storica risoluzione dell'Assemblea Generale dell’Onu sulla creazione dello Stato di Israele (Risoluzione 181 del 29 novembre 1947 sulla spartizione del Mandato Britannico), pubblichiamo una sintesi storico-politica dei nodi del conflitto arabo-israeliano tratta dal capitolo “La travagliata ricerca della pace fra Israele, palestinesi e paesi arabi” in: M. Paganoni, "Ad rivum eundem: Cronache da Israele" (2006, Proedi, Milano).

Israele e Palestina non sono due entità distinte, una accanto all’altra, una occupata dall’altra. Israele e Palestina sono i due nomi con cui, nel corso della storia, popoli diversi hanno indicato la stessa terra.
La Terra d’Israele – sulla quale il popolo ebraico si formò e conobbe nell’antichità lunghi periodi di indipendenza – divenne successivamente la provincia di Palestina, governata da imperi più vasti: romano, bizantino, arabo, crociato, ottomano, britannico.
Tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo, quella Terra d’Israele sulla quale il sionismo (il movimento risorgimentale del popolo ebraico) aspirava ad esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione era la stessa Palestina che il nazionalismo arabo considerava parte integrante e irrinunciabile delle terre arabe da riscattare e unificare.
È la terra che nel 1922 la Gran Bretagna decide di dividere in due parti, una al di là del fiume Giordano destinata a diventare un regno arabo; l’altra, tra il Giordano e il mar Mediterraneo, destinata ad ospitare la “sede nazionale” promessa agli ebrei dalla Società delle Nazioni.
È la terra – tra il fiume e il mare – che nel 1947 l’Onu decide di spartire una seconda volta, suddividendola in due Stati (con Gerusalemme sotto governo internazionale per dieci anni). Il 29 novembre 1947, infatti, con la risoluzione 181 l’Onu raccomanda la spartizione del Mandato Britannico in due stati, uno arabo e uno ebraico. È la risoluzione su cui si basa la dichiarazione di indipendenza dello Stato d’Israele (14 maggio 1948). Gli stati della Lega Araba si oppongono e scatenano la guerra. Israele riesce a difendere la propria esistenza. I territori destinati agli arabi palestinesi e la parte est della città di Gerusalemme cadono, invece, sotto occupazione giordana ed egiziana.
Dopo la guerra, i rapporti fra Israele e paesi confinanti vengono regolati da accordi armistiziali espressamente provvisori che “congelano” per quasi vent’anni la linea del cessate il fuoco (Linea Verde). Nel frattempo la guerra ha provocato anche lo sfollamento di alcune centinaia di migliaia di profughi: arabi di Palestina verso i territori sotto controllo arabo (dove vengono chiusi nei campi profughi), ebrei dai paesi arabi verso Israele (dove vengono integrati).
Dal 1949 al 1967 la questione arabo-israeliana è relativamente chiara. Israele vuole negoziare con i paesi vicini i termini di una pace stabile (confini definitivi, libertà di scambi e navigazione, apertura di ambasciate, garanzie reciproche sulla sicurezza, sforzo congiunto per la soluzione del problema dei profughi). I paesi arabi rifiutano l’esistenza di Israele, persistono a occupare terre palestinesi e varano una politica di assedio economico, diplomatico, propagandistico e terroristico di Israele, in attesa di una futura soluzione militare.
Il quadro cambia nel giugno 1967 quando l’assedio arabo genera l’escalation che sfocia nella “guerra dei sei giorni” al termine della quale i territori di Palestina, già occupati dagli stati arabi, passano sotto controllo israeliano. Israele spera di poterne usare una parte per ottenere in cambio la pace. Gli stati arabi rispondono con “i no di Khartoum” al riconoscimento e alla pace con Israele (1 settembre 1967).
Il 22 novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza approva la risoluzione 242 che in sostanza dice a Israele e paesi arabi: non avete il diritto di “acquisire territori con la guerra”, quindi dovete negoziare per arrivare a una pace “giusta e duratura”. Il negoziato dovrà ispirarsi ad alcuni punti: un “ritiro delle forze israeliane entro confini sicuri e riconosciuti”, la “fine di ogni pretesa o stato di belligeranza”, il “rispetto e il riconoscimento della sovranità, integrità territoriale e indipendenza politica di ogni stato della regione”. Con la 242 l’Onu non dice quale debba essere il confine fra Israele e arabi, né fa cenno alla creazione di nuovi stati indipendenti. Quello che dice a Israele e vicini arabi è che devono concordare un confine e rispettarlo, e che bisogna trovare una soluzione ai problema umano dei rifugiati.
Israele accetta la 242 e si dichiara pronto a negoziarne l’applicazione con ogni stato arabo disponibile. I trattati di pace con l’Egitto (1979) e con la Giordania (1994) verranno infatti stipulati sulla base della 242.
Con gli Accordi-Quadro di Camp David del 1978 Israele va oltre: accetta il principio che la 242 venga applicata anche al caso dei palestinesi, come fossero uno degli “stati della regione” citati dalla risoluzione. In altre parole: lo stato arabo-palestinese non c’è (i paesi arabi ne hanno impedito la nascita), ma in futuro ci sarà e dunque può trattare come se fosse l’Egitto o la Giordania. È un’interpretazione che potrebbe aprire la strada a negoziati diretti fra israeliani e palestinesi, ma nel 1978 il mondo arabo (Egitto a parte) rifiuta gli Accordi di Camp David e il negoziato con Israele.
Sul piano giuridico-diplomatico il “fronte del rifiuto” arabo paralizza la situazione per altri quindici anni. Solo allora, infatti, dopo la sconfitta delle forze militari palestinesi in Libano (estate 1982), lo scoppio della prima rivolta dei palestinesi nei territori occupati (dicembre 1987) e la fine della guerra fredda (1989), l’Olp accetta di riconoscere Israele (scambio di lettere del 9 settembre 1993). Con la stretta di mano Rabin-Arafat e la firma della Dichiarazione di Principi (13 settembre 1993) e dell’Accordo ad interim (28 settembre 1995), si avvia il processo di pace israelo-palestinese (processo di Oslo) basato su: riconoscimento reciproco, ripudio di violenza e terrorismo a favore del negoziato, applicazione graduale di accordi transitori con la nascita di un’Autorità Palestinese provvisoria, sino alla firma di un accordo definitivo che porrà fine al conflitto e a ogni ulteriore rivendicazione.
Il processo di Oslo non si ferma con l’assassinio di Yitzhak Rabin (4 novembre 1995). Nei mesi successivi, benché continuino gli attentati, Shimon Peres ritira le forze israeliane dalle città palestinesi (dicembre 1995) e indice le prime elezioni palestinesi nei territori (20 gennaio 1996). Negli anni seguenti Benjamin Netanyahu, sebbene contrario a Oslo, non si discosta dallo schema: incontro con Arafat (4 settembre 1996), accordo su Hebron (15 gennaio 1997), Memorandum di Wye Plantation (23 ottobre 1998).
L’apice viene raggiunto da Ehud Barak che, al summit di Camp David del luglio 2000, e di nuovo nel dicembre accettando la formula Clinton, offre a Yasser Arafat un accordo definitivo con la nascita di uno stato palestinese sul 97% dei territori e capitale a Gerusalemme est, più indennizzi per i profughi. Ma Arafat rifiuta. Scrive Dennis Ross, allora consigliere della Casa Bianca: “Arafat non fu in grado di porre fine al conflitto. Accordi parziali erano per lui sempre possibili, un accordo complessivo no. Poteva convivere con un processo, non con la sua conclusione”.
Scoppia nel frattempo l’intifada al-Aqsa, la più massiccia ondata di attentati stragisti subita dalla società israeliana. Mentre naufragano vari tentativi internazionali di far cessare le violenze (Commissione Mitchell, mediazioni Tenet e Zinni), nella primavera 2002 Israele reagisce agli attentati rientrando nelle città palestinesi (Operazione Scudo Difensivo) e isola Arafat, asserragliato con un gruppo di terroristi nel suo quartier generale a Ramallah.
A questo punto il Consiglio di Sicurezza adotta la risoluzione 1397 (12 marzo 2002) che, facendo propria la lettura della 242 allargata ai palestinesi, afferma “la prospettiva di una regione in cui due stati, Israele e Palestina, vivano fianco a fianco entro confini sicuri e riconosciuti”. Ancora una volta, coerentemente, l’Onu non dice quali debbano essere i futuri confini, né prescrive ricette per risolvere nodi come Gerusalemme, i profughi ecc. Ma afferma che lo stato di Israele e il (futuro) stato di Palestina devono “riprendere i negoziati per una composizione politica” e che per farlo è necessario innanzitutto che “cessi ogni atto di violenza, comprese tutte le forme di terrorismo, provocazione, istigazione e distruzione”.
Ma il terrorismo non cessa. Il 23 aprile 2003 il Quartetto Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Onu formula un piano detto Road Map, che rilancia la soluzione “due stati” secondo un calendario di tappe ravvicinate che prevede innanzitutto la cessazione del terrorismo. Il 4 giugno il primo ministro israeliano Ariel Sharon e il primo ministro palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) si incontrano ad Aqaba, in Giordania, e sottoscrivono la Road Map. Alla fine del mese alcune fazioni palestinesi concordano di rispettare una hudna (tregua provvisoria), ma già ad agosto l’ennesimo attentato suicida uccide 22 persone su un autobus di Gerusalemme. Poco dopo, mentre Abu Mazen è costretto da Arafat a rassegnare le dimissioni, Israele reagisce con una campagna mirata contro i capi di Hamas (uccisioni di Ahmad Yassin e Abd al-Aziz Rantisi).
L’11 novembre 2004, a Parigi, muore Arafat. Sharon, considerando il netto ridimensionamento subito dal terrorismo (grazie anche all’avvio della costruzione di una barriera difensiva fra Israele e territori palestinesi), ma anche la mancanza di un interlocutore negoziale affidabile, lancia il ritiro unilaterale di civili e militari israeliani dalla striscia di Gaza (agosto 2005), nella convinzione che esso risponda a vitali interessi israeliani (economici, militari, diplomatici, demografici).
Il 28 gennaio 2005 i palestinesi eleggono al posto di Arafat il più realista Abu Mazen che, in un incontro con Sharon a Sharm el Sheikh, si impegna a far cessare ogni violenza anti-israeliana. Ma un anno dopo, alle elezioni parlamentari, attribuiscono la maggioranza assoluta dei seggi a Hamas, potente organizzazione fondamentalista palestinese, responsabile di molte stragi terroristiche e contraria all’esistenza dello stato di Israele.
Nel dicembre 2005 Sharon esce di scena, colpito da ictus cerebrale. Poco dopo, nel marzo 2006, il successore Ehud Olmert vince le elezioni dichiarando: “Procederemo con ulteriori ritiri unilaterali: non abbiamo intenzione di aspettare per anni che Hamas si decida a riconoscere il diritto di Israele ad esistere”. È il cosiddetto piano di “convergenza” o “riallineamento”: concentrare gli insediamenti in pochi grandi blocchi a ridosso della Linea Verde, e ritirarsi dal resto della Cisgiordania.
Sembra di essere a un passo dalla effettiva separazione dei due popoli. Ma per tutti i mesi che vanno dall’estate 2005 all’estate 2006 organizzazioni armate palestinesi lanciano centinaia di razzi Qassam dalla striscia di Gaza sul territorio israeliano. Intanto trasformano gli ex insediamenti israeliani in depositi di armi e campi di addestramento. La situazione precipita quando, il 25 giugno 2006, un commando congiunto Hamas-Brigate al Aqsa attacca una postazione in territorio israeliano, uccide due soldati e ne sequestra uno come ostaggio (Gilad Shalit). Poco dopo, il 12 luglio, con un’analoga operazione sul confine nord, Hezbollah uccide otto soldati e ne prende in ostaggio due (Ehud Goldwasser e Eldad Regev). Le Forze di Difesa israeliane, sotto la guida del ministro della difesa laburista Amir Peretz, reagiscono con operazioni militari in profondità nella striscia di Gaza e in Libano meridionale. Ma la guerra contro gruppi terroristici fanatici, ben armati e sovvenzionati e che si fanno sistematicamente scudo dei civili palestinesi e libanesi, si rivela molto difficile, sanguinosa e dal risultato incerto. E gli Hezbollah, sponsorizzati da Teheran e Damasco, rivelano la potenza di fuoco accumulata negli anni lanciando in 33 giorni di combattimenti più di quattromila missili sulle città di tutto il nord di Israele. La popolazione israeliana, costretta – come quella libanese – a sfollare o nascondersi nei rifugi, resiste con grande determinazione. Ma l’ipotesi politica del ritiro dalla Cisgiordania patisce un duro colpo dall’attacco congiunto subito da Israele sui confini internazionalmente riconosciuti a nord e a sud. “Il pubblico israeliano – spiega Shimon Peres nel settembre 2006 – non si fida più dopo che i terroristi hanno approfittato dei ritiri per trasformare striscia di Gaza e Libano meridionale in roccaforti da cui continuare a colpire Israele”. Arduo si profila il compito della forza Onu Unifil, rafforzata con la risoluzione 1701 del l’11 agosto 2006, di aiutare Beirut a ripristinare la propria sovranità sul suo territorio impedendo che venga di nuovo trasformato in fronte di guerra dai nemici giurati dell’esistenza di Israele.
Da: M. Paganoni, "Ad rivum eundem: cronache da Israele", Proedi, Milano
http://www.israele.net/sections.php?id_article=1584&ion_cat=7
Nella foto in alto: La folla a Tel Aviv la sera del 29 novembre 1947


24 luglio 2012

Pornografia e Olocausto


Un documentario israeliano illustra la letteratura erotica ambientata nei campi di concentramento

pouhol erschiessen 1278377p Pornografia e OlocaustoA inizio degli anni sessantacomparvero in Israele una serie di fumetti pornografici che ritraevano storie di sesso e violenza tra affascinanti aguzzine naziste e soldati alleati caduti nelle loro peccaminose mani. Un genere letterario che importò la pornografia in Israele, a soli 15 anni dall’infinito dramma della Shoah. Un documentario intitolato “Pornografia ed Olocausto” di un giovane regista israeliano, Ari Libker, che esce in questi giorni in Germania illumina il curioso fenomeno attraendo grande interesse nel Paese dove il genocidio degli ebrei Ã¨ ancora un argomento tabù.

PORNO NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO – Stalags Ã¨ il nome dei quadernetti pornografici che comparvero a inizio degli anni ’60 alle fermate dei bus di Tel Aviv. Stalags è un’abbreviazione tedesca che significa campi di concentramento, e il nome dei fogli erotici già illustrava immediatamente l’ambientazione delleavventure sessuali dei protagonisti. Negli Stalags piloti o soldati di fanteria degli eserciti alleati si trovano prigionieri nei campi di concentramento nazisti, ed erano sorvegliati da soldatesse vestite con camice aperte che lasciano intravedere seni molto grossistivalitacco altissimo e pantaloni molto, molto aderenti. Le bionde ed affascinanti kapò prima torturavano i prigionieri, per passare alsadomasochismo e poi al sesso vero e proprio, fino a che le parti si capovolgevano e gli schiavi, sessuali,diventavano i padroni. 

pouhol gefesselter 1278371p Pornografia e OlocaustoFENOMENO DI CULTO -

 

ESCAPISMO NEL TRASH - Il primo Stalag fu scritto da un certo Eli Kaider sotto lo pseudonimo di Mike Baden, e nei due anni successivi, proprio mentre Israele si confrontava pubblicamente per la prima volta con la tragedia dell’Olocausto assistendo al processo Eichmann, ci fu una vera e proprio epidemia di questi giornalettipornografici, con storie sempre più spinte, torturatrici nazistesempre più belle e cattive. Il loro successo finì però quando un tribunale bloccò la pubblicazione di uno Stalag intitolato “Sono la puttana  personale del colonnello Schultz”, dove per la prima volta una donna era la protagonista delle attenzioni erotiche di un nazista. L’intervento della magistratura spense il fenomeno, e gliStalag rimasero nella memoria e i vecchi numeri passati di mano in mano. Ora valgono moltissimo per chi li colleziona, raggiungendocifre considerevoli nelle aste su Internet.

pouhol buchcover D 1278373p Pornografia e OlocaustoTENTATA RISPOSTA - Il documentario di Ari Libker prova a spiegare il successo e i motivi per i quali la pornografia in Israele arrivò utilizzando un immaginario basato sulla più grande tragedia vissuta dal popolo ebreo. Una sorta di tentativo di risposta al grande trauma collettivo basato sui sogni erotici che gli stessi prigionieri dei campi di concentramento confessavano. Le naziste presenti nei campi, confessa una delle persone intervistate nel documentario, costituivano l’unico sogno erotico per persone che quotidianamente vivevano un incubo inimmaginabile. Il film di Libker non offre risposte, ma costituisce un interessante approfondimento su un fenomeno particolare. L’utilizzo del basso, del trash, come forma diaccettazione, se non di vero e proprio escapismo, per una realtà che non si riesce ad accettare.

Gli Stalags diventarono un fenomeno di grandissima dimensione, tanto che le copie del primo quaderno andarono esaurite dopo la stampa di ben 80 mila copie, una cifra davvero considerevole vista la popolazione dell’epoca diIsraele,circa 2 milioni di abitanti. La diffusione dei quaderni pornografici a sfondo nazista fu davvero notevole,  e dopo la loro repentina scomparsa sono rimasti ancora oggi nella memoria collettiva del Paese. In un film culto del cinema israeliano degli anni ’70, Eskimo Limon, il protagonista si rinchiude in bagno per masturbarsi sfogliando l’antico giornaletto porno. Le storie erano raccontate senza alcun pudore, e le illustrazioni sotto le immagini non lasciavano spazio ai dubbi. Un estratto recitava :”Lei prese il suo pene tra le mani e in broken english disse: questo è cosa mia, ora”.

 

http://www.giornalettismo.com/archives/107606/pornografia-e-olocausto/



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5 luglio 2012

Mota Gur (Mordechai Gur)

 



E' da poco passato il 13 anniversario della morte di Mordechai Gur ,
meglio conosciuto come Mota Gur , nato il 6 maggio 1930 e deceduto il
13 luglio 1995 .

Mota Gur nasce a Gerusalemme citta che e stata anche protagonista del
momento culmine , della sua grande carriera militare nel IDF ( Israel
defence forces )

Da giovanissimo Mota Gur si arruola nel'hagana l'esercito ombra del
futuro stato di Israele , e nel 1948 ha un ruolo attivo nella guerra
di indipendenza di Israele .

Gur faceva parte dei paracadutisti Israeliani , le truppe di Elite
quelli che indossano il berretto rosso, nel 1950 era gia comandante
di un battaglione che rispondeva direttamente agli ordini di Ariel
Sharon, fu anche ferito durante un operazione di antiterrorismo a
Khan Yunis e ricevette una medaglia al onore dall'allora capo di
stato maggiore Moshe Dayan .

Per migliorare ulteriormente le sue attitudini al comando e il sapere
militare Gur frequento nel 1957 la prestigiosa scuola militare di
Parigi.

Al suo ritorno fu nominato comandante della brigata Golani ( il
meglio del meglio del esercito Israeliano ) insegno ai suoi soldati
il valore morale e lo spirito di corpo, e anche l'onore di indossare
la divisa del esercito Israeliano, valori che ancora oggi vengono
tramandati .

Dopo questo incarico che termino nel 1963 Gur divenne il reponsabile
della scuola per i futuri comandanti del IDF .

Nel 1966 Gur fu messo al comando della 55 Brigata dei paracadutisti
della riserva del esercito Israeliano.

Dopo la guerra dei sei giorni fu nominato Brigadiere generale e fu
messo al comando della striscia di gaza , nel 1969 fu alzato ad
maggiore generale e fu messo al comando del confine nord di Israele
dal quale i palestinesi iniziavano ad infiltrarsi per fare attentati
teroristici in Israele, Gur organizzo i controattacchi israeliani che
avevano come obbiettivo pricipale la Siria che appoggiava e aiutava
le infiltrazioni dei Palestinesi, conquisto le fattorie di Sheba
ancora oggi in mano Israeliana , e organizzo in maniera efficace
l'esercito e le postazioni al nord per prevenire i tentativi del OLP
di entrare in territorio Israeliano .

Nel 1972 fu traferito a Washington come Attache militare presso
l'ambasciata Israeliana in USA.

Dopo la guerra del Kippur e le dimissioni di David Elazar come capo
di Stato Maggiore , fu richiamato in Israele e raggiunse il momento
piu alto della sua carriera come Capo di Stato Maggiore del IDF ,
durante questo incarico Mota Gur riposiziono l'esercito Israeliano
nel posto che gli compete , cioe ai massimi livelli mondiali per
coraggio , intraprendenza e amore della vita .

Mota Gur fu il principale ideatore ed artefice del operazione di
salvataggio dei passeggeri del air france ostaggi ad Entebbe in
Uganda .

Il primo ministro Rabin lo premeva per avere un operazione militare
quasi impossibile, Peres ministro della difesa ma non molto familiare
con le cose militari , voleva fortemente un operazione per salvare
gli ostaggi , ma tutti aspettavano che il capo di stato maggiore la
organizzasse , Mota in silenzio come era nel suo stile na parlo ai
suoi piu fidati collaboratori da Dan Shomron a Yoni Nethanyahu
insieme studiarono ed organizzarono il piano, poi lo presentarono a
Peres che immediatamente lo presento a Rabin e al governo Israeliano.

Il resto e ormai leggenda, un operazione quasi impossibile, volare
con 200 dei migliori soldati di Israele a 4000 km da dal proprio
paese in mezzo al Africa , fatta ed portata a termine per salvare 103
Ebrei solo per il fatto che erano Ebrei.




Ma anche se il successo del operazione di Entebbe ebbe un successo
incredibile , e diede ad Israele la primissima posizione al mondo
come paese che lotta contro il terrorismo , Mota Gur passera alla
storia di Israele per un altro fatto.

Il 7 giugno 1967 , Mota Gur guida i suoi paracadutisti nella citta
vecchia di Gerusalemme , la Legione Araba di Re Hussein si sta
dissolvendo e gli Israeliani avanzano veloci solo qualche cecchino
cerca di fermarne l'avanzata.

Mota Gur via radio annuncia al governo e ai soldati " siamo molto
vicini riesco a vedere la Citta vecchia, stiamo per entrare , saremo
i primi ad entrare nella parte vecchia della citta , quello che per
generazioni il popolo Ebraico ha sognato sta per avvenire " .

Per 2000 anni gli Ebrei erano stati lontani da Gerusalemme, per causa
della diaspora , e quando la parte vecchia della citta era sotto
controllo arabo, agli Ebrei era semplicemente negato anche il solo
avvicinarsi al muro del pianto , e alla citta vechia di Gerusalemme .

Passano pochissimi minuti e Mota Gur annuncia ancora via radio la
notizia che tutti gli Ebrei aspettavano da 2000 anni, Mota passera
alla storia di Israele per avere detto " har abait be iadenu , ani
choser ar abait be iadenu " ( il monte del tempio e in mano nostra ,
ripeto, il monte del tempio e in mano nostra )

La notizia rimbalza immediatamente da Gerusalemme in tutto il mondo,
dagli Stati Uniti al Europa fino in Australia tutte le comunita
Ebraiche si riuniscono in preghiera , quello che per 2000 anni e
stato un semplice augurio o forse ancora di piu un sogno, e diventato
realta, per 20 secoli dopo essere stati cacciati dalla loro terra
dalle legioni di Roma gli Ebrei si salutavano dicendo " le shana abaa
be Yerushalaim " ( l'anno prossimo a Gerusalemme )

Il 7 giugno 1967 grazie a Mota Gur e ai suoi meravigliosi soldati, un
semplice augurio e diventato realta, poco dopo il capo rabbino del
esercito Israeliano Rav Shlomo Goren suona lo Shofar davanti al Muro
del Pianto , e riconsegna al popolo Ebraico la loro capitale .

Lasciato l'esercito nel 1978 Mota Gur entra nelle file del partito
maarach e si da alla politica e ricopre vari ministeri.

Nel 1995 purtroppo e un malato terminale di cancro, che lo fa
soffrire in maniera atroce , Mota decide di dare fine alla sua
sofferenza e si spara un colpo con la sua pistola personale .

Era il 16 Luglio 1995.

Alon

PS se avete pazienza e la voglia di ascoltare la voce di Mota Gur
mentre conquista la parte vecchia di gerusalemme cliccate il link
qui sotto .

http://www.youtube.com/watch?v=7l1ol69rRxo&feature=related


28 giugno 2012

Ora l’Islam fa proseliti tra gli indios

 

  
Evoluzione di costumi tra gli indios e magari ci si limitasse al chador ...

La fede non ha confini, ma trovare una tribù indios del Venezuela pronta a pregare Allah e imporre il velo alle donne era, un tempo, abbastanza improbabile. Ora non più. Grazie a Hugo Chavez e all’amicizia tra Caracas e Teheran, l’islam sciita ha superato ogni frontiera. Da qualche anno la giungla a nord ovest di Maracaibo è il terreno di cultura di un nuovo esperimento politico-etnico-religioso, la provetta in cui si distillano le schiere «islamico latine» pronte a sfidare gli yankee di Washington. Per creare l’esplosivo miscuglio sono bastati un visionario avventuriero deciso a trasformarsi in un novello comandante Marcos islamico, la messa al bando dei missionari cristiani e la buona volontà di qualche mullah iraniano pronto a sostituirli. Così centinaia di giovani della tribù Wayuu hanno incominciato a recitare il Corano e a tirarsi dietro moglie e fidanzate nascoste da un esotico velo nero.

Le foto dei militanti religiosi e delle loro donne destarono poca attenzione fino al 23 ottobre di un anno fa quando la polizia di Caracas trovò un paio di bombe destinate a esplodere davanti all’ambasciata americana e a quella israeliana. Gli ordigni nascosti in una scatola erano avvolti in volantini firmati da uno sconosciuto Hezbollah Venezuela. Indagando sul fallito attentato la polizia mise le mani su José Miguel Rojas Espinoza, uno studente con in spalla uno zaino pieno di pani d’esplosivo, filo elettrico e inneschi. Ancor prima che Rojas Espinoza confessasse, Hezbollah Venezuela rivendicava l’attentato sul proprio sito internet definendo lo studente «un fratello mujaheddin».

L’avvento delle bombe islamiche era stato annunciato nell’agosto 2006. Mentre in Libano infuriava la guerra tra Israele e l’autentico Partito di Dio, uno sconosciuto comandante Teodoro, nominatosi leader di Hezbollah Venezuela, proclamava l’avvio del jihad in Sudamerica e annunciava l’imminente esplosione di alcune bombe. La storia del «Nasrallah» in miniatura era incominciata alla fine degli anni Novanta tra le capanne di un villaggio Wayuu dove l’allora Teodoro Darnott propagandava la lotta all’America e al capitalismo. Il futuro «comandante Teodoro» capì subito che la sua primigenia fede socialcomunista aveva ben poco futuro e decise di sfruttare al meglio la nascente amicizia tra il presidente Hugo Chavez e la Repubblica islamica.

Da lì a mettere al bando dalla zona tutti i missionari cristiani e a invitare al loro posto gli emissari iraniani fu un attimo. Ora grazie alla benedizione di Chavez, i legami con Teheran e la tessera del partito presidenziale, il Comandante Teodoro ha già fatto sapere di voler far germogliare una cellula di Hezbollah in ogni paese latinoamericano.

Gian Micalessin


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