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4 luglio 2013

Terroriste impenitenti

 “Non sono dispiaciuta per quello che ho fatto, comunque ci libereremo dal dominio di Israele e allora anch’io verrò liberata dalla prigione”. Lo afferma Ahlam Tamimi, la terrorista palestinese condannata per complicità nell’attentato suicida alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme dell’agosto 2001 costato la vita a 15 civili israeliani. Tamimi è la persona che portò in auto l’attentatore suicida sul luogo dove perpetrò la strage. Oggi è detenuta nel carcere israeliano Hasharon insieme ad altre 106 donne palestinesi condannate per reati di terrorismo, affiliate a Hamas, Jihad Islamica, Fatah e altre organizzazioni terroristiche.
“Hamas ha dei principi nel confronto con Israele – dichiara Temimi – Hamas vuole raggiungere risultati senza rinunciare alla Palestina. Non sono dispiaciuta per quello che ho fatto. Comunque uscirò di prigione. E mi rifiuto di riconoscere l’esistenza di Israele. Le discussioni avranno luogo solo dopo che Israele avrà riconosciuto che tutta questa terra è terra islamica. Anche se sono stata condannata a sedici ergastoli, so che ci libereremo dal dominio israeliano e allora anch’io verrò liberata dalla prigione”.
Una delle figure predominanti nel carcere Hasharon è Amana Muna, condannata all’ergastolo per aver adescato via internet nel gennaio 2001 un sedicenne israeliano, Ofir Nahum, e averlo poi consegnato a terroristi palestinesi di Ramallah che l’hanno assassinato. Muna, affiliata a Fatah, si dice poco interessata agli esiti delle recenti elezioni palestinesi. “Non fa molta differenza – afferma – non c’è grande distanza fra Fatah e Hamas”. Anche Muna dichiara di non essere affatto dispiaciuta per ciò che ha fatto. “Non l’ho fatto per me, era qualcos’altro e non intendo parlarne. Con l’aiuto d’Iddio uscirò di prigione, e alla fine mi vedrete fuori”.

(Da: YnetNews, 27)

Nella foto in alto: l’ingresso del “museo” allestito nel 2001 all’università palestinese Al-Najah per “celebrare” la strage terroristica perpetrata alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme.


11 aprile 2013

Ma cosa vogliono questi ebrei?

 Abbiamo ricordato Il piccolo Stefano Tache', ucciso da un commando  palestinese il 9 ottobre del 1982 mentre usciva  dal Tempio Maggiore di Roma. Insieme a lui altre 50 persone rimasero ferite, alcune gravemente.

Il commando  di assassini non fu mai catturato pero' uno di essi, tale Abdel al Zomar, fu condannato all'ergastolo... peccato che la condanna arrivo' dopo che l'uomo fu aiutato a fuggire verso Atene, dove,  come era successo in Italia, nessuno si sogno' di arrestarlo e riparti' indisturbato verso Tripoli per ricevere l'abbraccio di Arafat.
L'assassinio di Stefano Tache' fu uno dei tanti delitti commessi dai palestinesi in Italia nonostante il Lodo Moro di molti anni prima che sanciva che Arafat e la sua cricca di assassini non dovevano essere disturbati dalla polizia italiana.
Questo accordo prevedeva che l'Italia non sarebbe stata colpita dal terrorismo...l'Italia...no....gli ebrei italiani, si.
Ricordo l'angoscia, ricordo il volantino dei giovani ebrei che portava una sola parola rivolta evidentemente a chi sgovernava l'Italia, una sola parola, l'unica che poteva essere scritta perche' si vergognassero: "Grazie".
Chissa' se i governanti dell'epoca si vergognarono, se provarono rimorso per aver, come dice Cossiga, venduto gli ebrei italiani al vero boss dell'Italia di quegli anni :Arafat.
Nooo, nel modo piu' assoluto, non si vergognarono, non provarono rimorsi e la dimostrazione la diede  apertamente e con una ferocia inaspettata il Presidente Pertini che nel suo discorso dell'ultimo dell'anno, col piccolo Stefano al cimitero,  ci lascio' letteralmente senza fiato esclamando "ma cosa vogliono questi ebrei?"
Ricordo che ero seduta nel salotto di amici, a Bolzano,  a quella frase ci guardammo allibiti, volevamo aver capito male e io sentii un sudore freddo e un senso di nausea alla bocca dello stomaco.
Era dunque  quella l'Italia!
L'Italia che da piu' di 10 anni era diventata la succursale del terrorismo palestinese, l'Italia che odiava Israele  come aveva odiato gli ebrei che aveva consegnato ai tedeschi, l'Italia cattocomunista antisemita come lo era stata l'Italia fascista, l'Italia che  20 anni dopo queste tragedie avrebbe applaudito cortei di  kamikaze mentre l'amato Arafat colpiva Israele con altre tragedie facendo esplodere autobus, bar, caffe', teatri nelle citta' israeliane.
Era l'Italia della vergogna.
Cossiga nell'intervista rilasciata recentemente al giornale israeliano Yediot Haharonot, parla di come furono venduti gli ebrei italiani ad Arafat perche' il terrorista non colpisse L'Italia e le sue Istituzioni. Niente di quello che oggi racconta il Presidente e' una novita', sono tutte cose che si sapevano esattamente mentre accadevano.
Tutti sapevano che Arafat era il padrone, che entrava in RAI armato e quando voleva, che l'asservimento al raiss assassino era totale.
Sapevamo che era stato nascosto nel Gabinetto di Cossiga quando lo cercava l'Interpol, sapevamo che tutti i palestinesi furono fatti scappare dopo ogni delitto, da Craxi e Andreotti.
Sapevamo tutto mentre vedevamo con orrore, Occhetto e Lama portare un assassino in trionfo ad Assisi dove veniva ricevuto con amore dai frati della Basilica.
Abbiamo assistito  quasi increduli alla rivolta dei pacifisti a Sigonella dove, insieme ai carabinieri spediti da Craxi, erano corsi ad aspettare gli americani che volevano capire perche' il governo italiano aveva fatto fuggire Abu Abbas , l'assassino del povero Leo Klinghofer e dirottatore dell'Achille Lauro.
Era la prima volta che vedevamo sventolare l'emblema del razzismo e dell'odio, la bandiera  della pace.
L'italia paracula e i suoi pacifisti, con Bettino in prima fila, contro l'America e Israele mentre i loro amici palestinesi ammazzavano ebrei americani e italiani a piacere.
Quando  tutto questo accadeva i governanti di Israele erano ospiti non graditi in Italia.
Mentre il Papa abbracciava Arafat, che era entrato armato persino  nella Santa Sede, il Vaticano ancora non riconosceva Israele come Nazione e tra i due paesi non esistevano relazioni diplomatiche fino al 1993, 55 anni dopo la dichiarazione di Indipendenza di Israele.
Un'altra grande, immensa vergogna.
Italia e mondo cattolico uniti nell'odio contro Israele  e guidati dal grande odio di tutto il mondo comunista.
No, nessuna delle dichiarazioni di Cossiga e' una sorpresa, la vera sorpresa e' che non ci siano state reazioni di sorta e che nessun giornale italiano abbia ripreso l'intervista chiedendo un'inchiesta. Esattamente come per Bologna, strage non fascista come sta scritto sulla targa , ma quasi sicuramente palestinese.
Un'inchiesta seria sugli anni bui del terrorismo arabo e' doverosa.
La faranno? No mai!
A proposito di targhe alla memoria, ne esiste una a Fiumicino dove i palestinesi commisero un'altra strage?
Qualcuno ha scritto sul bronzo o sul marmo " Qui avvenne una delle tante stragi palestinesi..."  
No? Ne ero sicura.
La conclusione dunque e' che non verra' mai fuori niente di ufficiale contro i crimini commessi da Arafat in Italia.
La realta' e' che il "Grazie" sarcastico  e disperato dei giovani ebrei contro i governanti italiani e' sempre valido, che quel "Cosa vogliono questi ebrei" quasi gridato dal Presidente con la Pipa all'Italia intera, mentre Stefanino Tache' era ancora caldo, era il pensiero di tanti altri italiani, gli stessi che avevano accompagnato, urlando "morte agli ebrei", l'altra Pipa famosa, Luciano Lama, mentre veniva gettata una bara nera davanti alla lapide  della sinagoga che riportava i nomi delle vittime delle Fosse Ardeatine.
Gli stessi italiani che durante i cortei della famosa Pantera passavano davanti al Tempio Maggiore in Trastevere urlando , a pugno chiuso e braccio teso, "Ebrei ai forni".
Gli stessi italiani che nel 2000 hanno applaudito il corteo di kamikaze che sfilava per le vie di Roma  per sostenere Arafat che stava distruggendo Israele. 
 
Deborah  Fait
 
 


19 febbraio 2013

"Io, piccolo ebreo della foto simbolo dell' Olocausto"

 

Parla Tsvi Nussbaum, ritratto nell' immagine del 1943 e sopravvissuto ai Lager: oggi vive negli Usa Vive negli Usa il protagonista del drammatico «scatto» nel ghetto di Varsavia: «Non posso provarlo, ma non ha più importanza: io non ho dimenticato»

«Il bambino della foto sono io» Tsvi Nussbaum: in quelle braccia alzate l' angoscia di un milione e mezzo di piccoli ebrei

Parla Tsvi Nussbaum, ritratto nell' immagine del 1943 e sopravvissuto ai Lager: oggi vive negli Usa "Io, piccolo ebreo della foto simbolo dell' Olocausto" SPRING VALLEY (New York) - A volte la voce diventa un sussurro. Si spezza. E Tsvi deve fare ancora uno sforzo per superare il peso del silenzio: "I tedeschi chiamavano la gente per caricarla sui camion davanti all' hotel Polsky. Avevano una lista, ma il mio nome non era su quella lista... I miei genitori erano gia' stati ammazzati e io non sapevo che cosa fare... + allora che sono uscito dalla fila, e' allora che un tedesco ha gridato: "Alza le mani", e io le ho alzate. + allora che un altro tedesco ha detto: " + un bambino solo, tanto varrebbe fucilarlo subito", e che hanno scattato quella foto". Non dice mai "nazisti", Tsvi Nussbaum, dice sempre "tedeschi". Dice: "Io non ho perdonato i tedeschi. Io non ho dimenticato". Diciott' anni fa, nell' 82, ha rotto per la prima volta quei silenzi che gli avevano trasformato la vita in un incubo muto. E ha raccontato al mondo di essere lui il protagonista di un' immagine che ha fatto la storia del Novecento: lui, il bambino di quella livida giornata di Varsavia 1943. CONTINUA A PAGINA 17Vive negli Usa il protagonista del drammatico «scatto» nel ghetto di Varsavia: «Non posso provarlo, ma non ha più importanza: io non ho dimenticato» «Il bambino della foto sono io» Tsvi Nussbaum: in quelle braccia alzate l' angoscia di un milione e mezzo di piccoli ebrei Lui, con le braccine levate come un prigioniero di guerra davanti agli assassini della Gestapo, sotto quel berretto troppo grande, stretto in un cappotto striminzito, con i pantaloncini che sembrano cadergli sulle ginocchia, in mezzo a una folla di ostaggi destinati al martirio. Il peso simbolico di quell' immagine è enorme, il riconoscimento è stato a lungo discusso in questi anni, contestato anche da storici autorevoli. Molti hanno sostenuto che quel bambino sia morto in un campo di concentramento, altri si sono levati per dire «sono io» ma le loro voci si sono spente tra le contraddizioni e le smentite. Tsvi Nussbaum ha 64 anni, ne aveva poco più di sette nel ' 43. Abita nella contea di Rockland, a un' ora da New York. E' un otorinolaringoiatra adesso in pensione, negli Stati Uniti dal 1953. Ha una moglie americana, Beverly. Quattro figlie grandi, due nipotini, una lunga vita dall' apparenza serena. Seduto a un tavolo del Centro Studi sull' Olocausto di Spring Valley, tormenta due foto con le mani ossute, quella del piccolo prigioniero di Varsavia e la fototessera che fecero a lui nel ' 45, dopo la liberazione, prima di mandarlo dal Belgio nella futura terra d' Israele: la somiglianza è impressionante. Tsvi dice: «Sì, sono io quel bambino, anche se non potrò mai provarlo, anche se quasi non me la sento più di ripeterlo, anche se non è nemmeno importante che sia io. Ho detto molte volte quello che dico anche adesso: un milione e mezzo di bambini ebrei, di bambini dei lager, sta seduto qui, a questo tavolo, assieme a me, a gridare: sono io!». Nel 1942 la sua piccola storia di famiglia comincia a coincidere con la tragedia collettiva di sei milioni di persone. I Nussbaum sono tornati pochi anni prima dalla Palestina, dov' è nato Tsvi. Vivono nella campagna polacca, a Sandomjez. «Mia madre parlava bene il tedesco ed era coraggiosa. Andava lei al comando della Gestapo, per chiedere permessi a nome della comunità». Un giorno è lì a protestare per qualcosa: «Un ufficiale l' ascolta, tranquillo, prende nota, tranquillo, poi afferra tranquillamente la rivoltella dalla scrivania e le spara». Il padre di Tsvi viene ucciso poche ore dopo, forse dallo stesso nazista. «Venne da noi una donna, bella, bionda, si chiamava Miriam Shochat, mi portò con sé e mi nascose a Varsavia, facendomi passare per suo figlio... anche i miei zii e i miei cugini ci seguirono a Varsavia. Il mio fratellino non l' ho più visto, né i miei nonni, né la mia bisnonna. Noi eravamo nascosti fuori dal ghetto, quando il ghetto venne distrutto, tra il 19 aprile e il 16 maggio ' 43. La data d' inizio dell' operazione fu un' idea di Himmler. Hitler era nato il 20 aprile e Himmler volle fargli questo regalo di compleanno». Quei terribili 27 giorni furono documentati con teutonica pignoleria dal nazista che dirigeva la devastazione, il generale Juergen Stroop, che per questo si guadagnò la croce di ferro di prima classe. Stroop, attraverso il comando di Cracovia, mandava messaggi quotidiani a Himmler e raccolse orgogliosamente 54 fotografie di quell' orrore: ebrei denudati, mani sulla testa, fagotti umani davanti a macerie e case che bruciano. Una delle 54 foto del «Rapporto Stroop», la numero 12-202z, è proprio quella che diventerà la foto del secolo: «il bambino del ghetto». Ma il punto sta proprio qui, dice Tsvi: «Se quella foto è davvero stata scattata nel ghetto, tra aprile e maggio, il bambino non posso essere io, perché nel ghetto non c' ero. Noi eravamo nascosti fuori, all' hotel Polsky. Però Stroop si è fermato a Varsavia fino a settembre. Io credo che abbia integrato il suo dossier. E sono convinto che quella foto sia stata scattata il 13 luglio 1943, il giorno che ci hanno portato via. Non nel ghetto, perché nel ghetto i bambini morivano di fame per strada mentre in quella foto stiamo tutti male ma nessuno è davvero denutrito... «Sì, avevamo i cappotti addosso a luglio, mi hanno contestato anche questo, poi: ma avevamo addosso tutto quello che si poteva portare. Un papà costrinse la figlia a mettere gli stivali e lei piangeva: è stata l' unica dei suoi a non congelare». Il 13 luglio ' 43, dunque. L' hotel Polsky. «Ci avevano detto: vi rimandiamo da dove siete venuti, tornate in Palestina. Così siamo usciti dai nascondigli e ci hanno caricato sui camion e poi sui treni. Ma un treno era diretto a Auschwitz. L' altro, il nostro, a Bergen Belsen. Io non ci sarei neanche arrivato a quel treno, i tedeschi mi avrebbero fucilato subito perché ero un bambino solo. Mio zio s' è fatto avanti, ha detto "questo è mio figlio" e mi ha salvato. Mio zio si chiamava Shalom Nussbaum, è morto un anno fa a Toronto, per me è stato un altro padre... Del viaggio ricordo che i tedeschi giocavano a tiro a segno sui nostri vagoni che passavano. Del lager ricordo poco. So che non posso più vedere le bucce di patata, perché mangiavo soprattutto bucce di patata. So che fino a dieci anni fa non sopportavo i vestiti a righe, perché mi ricordavano la divisa del campo. So che ho paura dei cani, perché i cani del campo mi terrorizzavano. So che conservo sempre un pezzo di pane per domani, perché domani non sai se i tedeschi ti daranno da mangiare. Poi ricordo il sergente americano che ci ha liberato, mentre i tedeschi ci stavano trasferendo ancora in treno a Magdeburgo e si strappavano le spalline da ufficiali per sembrare semplici esecutori di ordini: si chiamava Cohen, quel sergente». Il resto è la vita che cerca di tornare a scorrere, la laurea a New York, il matrimonio, i bambini: «Ho sempre tentato di guardare al domani». Ma raccontare davvero è difficile, quasi impossibile. «No, non ne ho mai parlato con le mie figlie. E soltanto una volta ne ho parlato con mia moglie. Loro non mi chiedono nulla, mai, sanno cosa vuol dire per me. Per capire cos' era, devi esserci stato. Io qui ho solo amici americani, quando sono stato in Israele ho trovato solo gente nata nei kibbutz, ormai, nessuno sa». Chi sapeva era Marc Berkowitz, una figura carismatica nei circoli dei sopravvissuti all' Olocausto. E' Berkowitz che all' inizio dell' 82 squarcia il velo della memoria. «Era un mio paziente, sopravvissuto agli esperimenti di Mengele ad Auschwitz. Io gli parlavo del mio passato, lui mi parlava del suo. Mi diceva: "Come fai a sapere che non sei tu, in quella foto?". Io rispondevo: "Perché è una foto del ghetto". Fece delle indagini, tornò da me: "La foto non è del ghetto, e credo proprio che sia tu quel bambino", mi disse». Tsvi Nussbaum si alza. Guarda il cielo grigio su Spring Valley, dalla finestra del centro studi. «A volte preferirei davvero che quel bambino fosse rimasto senza nome. Perché le foto di oggi, le interviste, anche quest' intervista... tutto è una pena enorme. Ma poi penso che lo devo al mio popolo. Al nostro futuro. Perché quello che è successo non succeda mai più. E allora riesco ancora a vincerlo, il silenzio». Goffredo Buccini

Buccini Goffredo


8 ottobre 2012

Battuta molto vera :-)

 

2 amici in florida stanno chiaccherando uno dice al altro ,

Cosa farai stasera ?

Risposta

Niente di particolare me ne staro in casa di fronte alla TV a vedere
gli spot per Obama .

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Vi garantisco che c'e molto di vero , qui dalla mattina alla sera se sei
in macchina in ufficio o a casa, radio e TV non fanno altro che mandare
in onda spot per votare Obama alle elezioni.

Dove avra preso tutti sti soldi ?

Obama e il candidato presidente che ha piu raccolto e piu speso soldi
in pubblicita di tutta la storia americana, e di gran lunga.

Alon




5 luglio 2012

Mota Gur (Mordechai Gur)

 



E' da poco passato il 13 anniversario della morte di Mordechai Gur ,
meglio conosciuto come Mota Gur , nato il 6 maggio 1930 e deceduto il
13 luglio 1995 .

Mota Gur nasce a Gerusalemme citta che e stata anche protagonista del
momento culmine , della sua grande carriera militare nel IDF ( Israel
defence forces )

Da giovanissimo Mota Gur si arruola nel'hagana l'esercito ombra del
futuro stato di Israele , e nel 1948 ha un ruolo attivo nella guerra
di indipendenza di Israele .

Gur faceva parte dei paracadutisti Israeliani , le truppe di Elite
quelli che indossano il berretto rosso, nel 1950 era gia comandante
di un battaglione che rispondeva direttamente agli ordini di Ariel
Sharon, fu anche ferito durante un operazione di antiterrorismo a
Khan Yunis e ricevette una medaglia al onore dall'allora capo di
stato maggiore Moshe Dayan .

Per migliorare ulteriormente le sue attitudini al comando e il sapere
militare Gur frequento nel 1957 la prestigiosa scuola militare di
Parigi.

Al suo ritorno fu nominato comandante della brigata Golani ( il
meglio del meglio del esercito Israeliano ) insegno ai suoi soldati
il valore morale e lo spirito di corpo, e anche l'onore di indossare
la divisa del esercito Israeliano, valori che ancora oggi vengono
tramandati .

Dopo questo incarico che termino nel 1963 Gur divenne il reponsabile
della scuola per i futuri comandanti del IDF .

Nel 1966 Gur fu messo al comando della 55 Brigata dei paracadutisti
della riserva del esercito Israeliano.

Dopo la guerra dei sei giorni fu nominato Brigadiere generale e fu
messo al comando della striscia di gaza , nel 1969 fu alzato ad
maggiore generale e fu messo al comando del confine nord di Israele
dal quale i palestinesi iniziavano ad infiltrarsi per fare attentati
teroristici in Israele, Gur organizzo i controattacchi israeliani che
avevano come obbiettivo pricipale la Siria che appoggiava e aiutava
le infiltrazioni dei Palestinesi, conquisto le fattorie di Sheba
ancora oggi in mano Israeliana , e organizzo in maniera efficace
l'esercito e le postazioni al nord per prevenire i tentativi del OLP
di entrare in territorio Israeliano .

Nel 1972 fu traferito a Washington come Attache militare presso
l'ambasciata Israeliana in USA.

Dopo la guerra del Kippur e le dimissioni di David Elazar come capo
di Stato Maggiore , fu richiamato in Israele e raggiunse il momento
piu alto della sua carriera come Capo di Stato Maggiore del IDF ,
durante questo incarico Mota Gur riposiziono l'esercito Israeliano
nel posto che gli compete , cioe ai massimi livelli mondiali per
coraggio , intraprendenza e amore della vita .

Mota Gur fu il principale ideatore ed artefice del operazione di
salvataggio dei passeggeri del air france ostaggi ad Entebbe in
Uganda .

Il primo ministro Rabin lo premeva per avere un operazione militare
quasi impossibile, Peres ministro della difesa ma non molto familiare
con le cose militari , voleva fortemente un operazione per salvare
gli ostaggi , ma tutti aspettavano che il capo di stato maggiore la
organizzasse , Mota in silenzio come era nel suo stile na parlo ai
suoi piu fidati collaboratori da Dan Shomron a Yoni Nethanyahu
insieme studiarono ed organizzarono il piano, poi lo presentarono a
Peres che immediatamente lo presento a Rabin e al governo Israeliano.

Il resto e ormai leggenda, un operazione quasi impossibile, volare
con 200 dei migliori soldati di Israele a 4000 km da dal proprio
paese in mezzo al Africa , fatta ed portata a termine per salvare 103
Ebrei solo per il fatto che erano Ebrei.




Ma anche se il successo del operazione di Entebbe ebbe un successo
incredibile , e diede ad Israele la primissima posizione al mondo
come paese che lotta contro il terrorismo , Mota Gur passera alla
storia di Israele per un altro fatto.

Il 7 giugno 1967 , Mota Gur guida i suoi paracadutisti nella citta
vecchia di Gerusalemme , la Legione Araba di Re Hussein si sta
dissolvendo e gli Israeliani avanzano veloci solo qualche cecchino
cerca di fermarne l'avanzata.

Mota Gur via radio annuncia al governo e ai soldati " siamo molto
vicini riesco a vedere la Citta vecchia, stiamo per entrare , saremo
i primi ad entrare nella parte vecchia della citta , quello che per
generazioni il popolo Ebraico ha sognato sta per avvenire " .

Per 2000 anni gli Ebrei erano stati lontani da Gerusalemme, per causa
della diaspora , e quando la parte vecchia della citta era sotto
controllo arabo, agli Ebrei era semplicemente negato anche il solo
avvicinarsi al muro del pianto , e alla citta vechia di Gerusalemme .

Passano pochissimi minuti e Mota Gur annuncia ancora via radio la
notizia che tutti gli Ebrei aspettavano da 2000 anni, Mota passera
alla storia di Israele per avere detto " har abait be iadenu , ani
choser ar abait be iadenu " ( il monte del tempio e in mano nostra ,
ripeto, il monte del tempio e in mano nostra )

La notizia rimbalza immediatamente da Gerusalemme in tutto il mondo,
dagli Stati Uniti al Europa fino in Australia tutte le comunita
Ebraiche si riuniscono in preghiera , quello che per 2000 anni e
stato un semplice augurio o forse ancora di piu un sogno, e diventato
realta, per 20 secoli dopo essere stati cacciati dalla loro terra
dalle legioni di Roma gli Ebrei si salutavano dicendo " le shana abaa
be Yerushalaim " ( l'anno prossimo a Gerusalemme )

Il 7 giugno 1967 grazie a Mota Gur e ai suoi meravigliosi soldati, un
semplice augurio e diventato realta, poco dopo il capo rabbino del
esercito Israeliano Rav Shlomo Goren suona lo Shofar davanti al Muro
del Pianto , e riconsegna al popolo Ebraico la loro capitale .

Lasciato l'esercito nel 1978 Mota Gur entra nelle file del partito
maarach e si da alla politica e ricopre vari ministeri.

Nel 1995 purtroppo e un malato terminale di cancro, che lo fa
soffrire in maniera atroce , Mota decide di dare fine alla sua
sofferenza e si spara un colpo con la sua pistola personale .

Era il 16 Luglio 1995.

Alon

PS se avete pazienza e la voglia di ascoltare la voce di Mota Gur
mentre conquista la parte vecchia di gerusalemme cliccate il link
qui sotto .

http://www.youtube.com/watch?v=7l1ol69rRxo&feature=related


30 luglio 2009

A gennaio furono 200.000 le telefonate fatte ai civili di Gaza per scongiurare perdite innocenti

La Difesa israeliana ha deciso che, nelle prossime occasioni che dovessero presentarsi, cercherà di includere dettagli ancora più precisi negli avvertimenti che usa inviare alla popolazione civile palestinese prima di effettuare incursioni armate, soprattutto aeree, contro obiettivi terroristici. La misura è tesa a migliorare le possibilità degli abitanti innocenti della zona presa di mira di mettersi al sicuro per tempo.
YnetNews ha appreso che, durante recenti riunioni dedicate alla controffensiva anti-Hamas nella striscia di Gaza del gennaio scorso, varie fonti militari, compresi alcuni rappresentanti dell’ufficio Diritto internazionale del dipartimento legale delle Forze di Difesa, hanno convenuto che, in futuro, si dovranno fornire informazioni ancora più specifiche, come ad esempio orari esatti e indicazioni dettagliate sulle vie di fuga, nonostante le conseguenze che ciò potrà comportare in termini di perdita dell’effetto sorpresa sul nemico e, di conseguenza, di minor efficacia dell’azione ed anche maggiori rischi per i soldati israeliani impegnati nelle operazioni. Secondo queste direttive, inoltre, d’ora in avanti gli avvertimenti fatti pervenire per telefono o con volantini dovranno essere ancora più espliciti nel chiarire ai civili che la loro vita è in pericolo dando loro una possibilità di fuga. Tali raccomandazioni – è stato detto nelle riunioni militari – non intendono disconoscere i grossi sforzi fatti finora dalle forze israeliane per evitare perdite civili fra i palestinesi, ma solo migliorarli ulteriormente.
Nel corso della controffensiva anti-Hamas del gennaio scorso le Forze di Difesa israeliane fecero non meno di 200.000 telefonate di avvertimento a case palestinesi e lanciarono parecchie migliaia di volantini allo scopo di preavvertire i civili di imminenti attacchi contro obiettivi Hamas nelle zone di residenza: misure nate dalla necessità di bersagliare centri di comando e postazioni di Hamas piazzati nel cuore di zone densamente abitate da civili che le Forze di Difesa israeliane non avevano né interesse né la volontà di coinvolgere negli scontri.
Per quanto problematica dal punto di vista tattico, la pratica del preavvertimenti ai civili viene considerata dalla Difesa israeliana anche un modo per vanificare la pratica di Hamas di proteggersi rintanandosi fra la propria stessa gente. È con l’obiettivo di mantenere e migliorare ulteriormente questa politica che è stata approvata dalle alte sfere dell’esercito la decisione di fornire ai civili “nemici” avvertimenti sempre più circostanziati.

(Da: YnetNews, 29.07.09)

Nella foto in alto: Un volantino lanciato dalle Forze di Difesa israeliane durante la guerra contro Hamas a Gaza: “...A causa delle attività dei terroristi compiute da questa zona contro Israele, le Forze di Difesa israeliane sono costrette a reagire operando in questa zona. Vi sollecitiamo, per la vostra sicurezza, a sgomberare quest’area al più presto”.
 


29 luglio 2009

Hamas continua l’indottrinamento all’odio dei propri figli: adesso il gioco è “rapisci l’israeliano

Gaza, 28 Luglio 2009 - Armi giocattolo, cartoni animati e videogiochi che inneggiano alla jihad e al martirio non bastavano. Per «educare» i palestinesi fin da piccoli alla guerra e all’odio verso i «nemici di Dio», Hamas ora si serve anche di simulazioni di gruppo in cui i bambini mettono in scena il sequestro di un militare israeliano. E neppure uno a caso, ma quello del soldato dell’Idf Gilad Shalit, episodio che nel 2006 scatenò la guerra a Gaza e in Libano. Succede tutto nei campi estivi organizzati dal movimento integralista che controlla la Striscia.

A rivelarlo ieri è stato il quotidiano Jerusalem Post, entrato in possesso di alcune immagini che ritraggono la particolare esercitazione inscenata nella cerimonia conclusiva di uno dei campi: alcuni bambini indossano una divisa con la bandiera israeliana (nella foto piccola), altri indumenti con i simboli palestinesi; maneggiano armi giocattolo, con cui simulano scontri e rievocano il rapimento di Shalit come una vittoria di Hamas. Tutto sotto gli occhi attenti di Osama Mazini, dirigente della formazione islamica, negoziatore con lo Stato ebraico proprio sulla vicenda del giovane soldato.

Secondo i funzionari della Difesa israeliana, sono circa 120mila i bambini che frequentano i campi scuola di Hamas, dove seguono lezioni di religione, ma anche una formazione militare di base. In un’altra foto, Mazini è ritratto al fianco di Ahmad Bahar, speaker del Consiglio legislativo palestinese, che distribuisce copie del Corano ai partecipanti. «Questo è un messaggio - ha commentato una fonte militare israeliana -. Prova che Hamas insegna ai bambini che rapire nostri soldati è giusto».

Parallelamente ai campi estivi di Hamas, ce ne sono alcuni organizzati dalle Nazioni Unite in circa 150 località della Striscia di Gaza, e a cui partecipano 240mila bambini tra i sei e i 15 anni; vi si svolgono gare sportive e attività artistiche e culturali. La scorsa settimana Hamas, per voce del suo dirigente Younes al-Istal, ha definito questi campi Onu come un piano per corrompere i giovani e prepararli alla normalizzazione dei rapporti con Israele.

Hamas non è nuova all’indottrinamento dei bambini attraverso i mezzi più disparati. Nel 2007 la morte da «martire» del «Topolino» islamico Farfur, mandata in onda dalla tv Al-Aqsa, sollevò dure critiche internazionali. L’anno scorso al suo posto è subentrata Nahul, l’«Ape Maia» jihadista, che si è detta pronta a «continuare sulla strada del martirio, dei guerrieri della jihad».

Il Giornale.it

emanuel baroz


12 luglio 2009

Chi dei due prende in giro gli israeliani?

 

“Gilad Shalit sta bene”. "Il presidente egiziano non ne sa nulla”. Nel giro di 24 ore due dichiarazioni di opposto tenore sulle condizioni del caporale israeliano rapito dagli islamici di Hamas sono giunte dal Medio Oriente. Dapprima il rais egiziano Hosni Mubarak ha dichiarato davanti al capo dello Stato ebraico Shimon Peres, in visita al Cairo, che il giovane militare stava bene, aggiungendo: “porremo presto fine a questa vicenda”. Oggi invece un portavoce di Hamas, ripreso da fonti internazionali di agenzia, ha dichiarato che Mubarak non ne sa nulla. Il movimento islamico ha fatto del silenzio attorno alle sorti di Shalit uno dei punti di forza a proprio favore per alzare la posta con Israele nel caso in cui le due parti si accordino per uno scambio di prigionieri. Neppure alla Croce Rossa Internazionale è stato permesso di visitare il prigioniero nel corso degli ultimi tre anni.


L’intelligence egiziana media da mesi tra israeliani e Hamas per giungere a uno scambio di prigionieri, tuttavia nelle ultime ore il portavoce dell'organizzazione islamica, Usamah al-Mizeini, ha negato la preparazione da parte del suo movimento di una nuova lista di detenuti palestinesi in sostituzione di quella con 450 nomi preparata mesi fa. Al-Mizeini ha anche negato che Hamas abbia ricevuto un invito recente a riprendere il dialogo con gli israeliani sulla questione, quindi ha aggiunto che la stessa Hamas “ha pochi contatti” con i sequestratori.

 
Il Velino

Forse entrambi?

 

 esperimento


1 luglio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

 

Mentre nelle piazze e nelle strade dell’Iran continua, seppur compressa dalle forze dell’ordine e tacitata dalla censura sulla stampa, la protesta dei giovani “verdi” contro il regime di Khamenei/Ahmadinejad e i suoi ormai palesi brogli elettorali (notizia proveniente dai blog e riportata dal Corriere della Sera), l’attenzione dei media si sposta sul secondo capitolo della repressione, quello ancora più pesante ma spesso silenzioso delle torture e delle pseudo-confessioni estorte con la forza nelle carceri. Il Messaggero ci riferisce di grandi preparativi ai vertici del potere iraniano per istruire processi esemplari: il capo dell’apparato giudiziario ayatollah Shahrudi sta approntando all’uopo una Commissione speciale, secondo gli ordini di un trionfante Ahmadinejad, che dopo la conferma del voto ottenuta dal Consiglio dei Guardiani e con l’appoggio dell’Organizzazione della Conferenza islamica ha dichiarato di voler “distruggere l’egemonia globale”; la Ong italiana “Secondo Protocollo” denuncia l’esistenza – presso Teheran – di una Guantanamo iraniana dove si interroga, si tortura, si uccide. Si tratta forse dello stesso carcere di Evin di cui ci parla Gian Micalessin sul Giornale, presentandoci la testimonianza anonima di un redattore editoriale arrestato con molti altri mentre osservava alla finestra una dimostrazione di piazza e precipitato nel giro di pochi giorni in un vortice di  repressione collettiva. Centinaia di persone concentrate nel cortile di un centro di sicurezza, poi ammassate in prigione, interrogate e torturate a turno, costrette – per riavere una provvisoria libertà – a confessare di aver tramato e manifestato contro lo Stato. Terribili luoghi di reclusione di cui ci narra anche il giornalista e scrittore Ali Izadi (“Quelle confessioni fasulle”, sull’Unità): luoghi che da trenta anni, dall’avvento di Khomeini al potere, sono ingranaggi sanguinari della macchina della repressione iraniana.
Dalle piazze e dalle prigioni l’Iran ci fa scoprire in questi giorni un Islam diverso, non succube di visioni fondamentaliste ma aperto al nuovo, desideroso di democrazia e proiettato verso l’Occidente. Capace di generare quell’atmosfera concitata, tesa ma viva e disponibile che, con il coinvolgimento diretto di alcuni iraniani residenti in Italia, si respirava lunedì durante una pubblica assemblea convocata al Circolo dei Lettori di Torino da Pietro Marcenaro, Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato. Lo stesso spirito di dialogo, la stessa speranza di cambiamento si palpa oggi nell’intervista di Yael Dayan (la politica laburista figlia di Moshé Dayan) all’Unità. Ma l’Occidente saprà cogliere questi stimoli? Saprà appoggiare con la dovuta fermezza la voglia di libertà e di giustizia che spontaneamente esplode oggi a Teheran? Le cautele del G8, certo legate a preminenti esigenze diplomatiche, sembrano andare in senso contrario, come teme e a ragione stigmatizza Davide Giacalone su Libero. Peccato che l’apprezzabile coraggio ideale venga dal giornalista speso malamente per difendere Berlusconi nell’improbabile ruolo di bandiera della giustizia internazionale. Quel camaleontico Berlusconi che, dopo aver imprudentemente anticipato una improbabile durezza del G8 dell’Aquila nei confronti dell’Iran, è pronto a partire per la Libia. Dove a Sirte, nel corso dell’assemblea dell’Unione Africana, incontrerà il suo grande amico Gheddafi, certo campione di libertà e di democrazia, impegnato a predisporre il suo personalissimo progetto di Stati Uniti d’Africa, un governo africano sotto la sua “illuminata” leadership (Il Sole 24 Ore, La Stampa). E a Sirte – guarda un po’ chi fa capolino in questo convegno di dittatori – arriva anche Ahmadinejad, ansioso di rilanciare la sua immagine a livello internazionale e di dare segnali forti che in Iran tutto è ormai sotto il suo controllo.
Ma sarà proprio vero? Perché questo, anche al di là della cronaca d’oggi, resta l’interrogativo fondamentale sulla situazione iraniana e sul futuro della regione: nonostante l’apparentemente stabile dominio politico dell’establishment, a Teheran è in corso una crisi interna del regime? Il tarlo della rivoluzione verde riuscirà col tempo a corrodere i robusti pilastri di un potere spietato? La risposta verrà solo con i prossimi mesi, o addirittura con  prossimi anni.
Accanto a un Iran ribollente, l’Iraq celebra una sua ritrovata unità nazionale (Michele Farina sul Corriere della Sera). Lo fa a modo suo: grandi parate militari nazionaliste e totale esclusione (fuori dalle manifestazioni, fuori da ogni città) delle truppe americane. Realistica ingratitudine. Certo gli Stati Uniti di Bush hanno portato qui la guerra e lo hanno fatto soprattutto per i loro interessi economici e politico-strategici. Ma dopotutto è merito degli yankees e dei loro alleati se oggi l’Iraq ha un governo e un’organizzazione politica credibile. In un infido Medio Oriente la situazione irakena resta comunque infida e instabile come sempre, e l’attentato di ieri, a Kirkuk, lo conferma. Sarà il petrolio, che ha proprio a Kirkuk il suo principale centro produttore, a rilanciare l’Iraq? Alberto Negri sul Sole 24 Ore ne dubita e spiega perché, analizzando la vicenda storica e i contrasti attuali legati allo strabordante oro nero della Mesopotamia.
Il nostro zoom mediorientale si concentra infine su Israele. Tra Israele e Francia è in corso quella che molti giornali (Repubblica, Giornale, Unità, La Stampa) chiamano “tempesta diplomatica”. A causarla le sincere, incaute e un po’ invadenti esternazioni di Sarkozy durante il recente incontro con Netanyahu all’Eliseo: “liberati di Lieberman”, gli avrebbe detto, “e potrai essere un grande protagonista della storia. Fà entrare al suo posto la Livni”. Bibi difende il suo ministro, in privato un uomo pragmatico. Sarko rincara la dose paragonando indirettamente Avigdor “Yvette” Lieberman  al “piacevole” Le Pen. Apriti cielo. Lieberman apprende l’episodio in ritardo, dai giornali e solleva – ovviamente – un polverone nazionale e internazionale all’insegna, comprensibilissima, della “indebita ingerenza politica”. Dietro, come giustamente sottolineano Francesco Battistini sul Corriere della Sera e Alberto Stabile su Repubblica, ci sono i rapporti non facili tra Israele e la Francia; ma ci sono anche le ben diverse prospettive politiche internazionali che si aprirebbero con un coinvolgimento di Kadima nel governo. E c’è anche (come fa notare Anna Momigliano sul Riformista) il quasi totale silenzio dei laburisti su tutta la vicenda: atteggiamento strano, forse dettato da una sintonia della sinistra israeliana – nonostante la non condivisibile intrusione francese – con il punto di vista di Parigi.
Al di là della cronaca politica quotidiana, Il Manifesto sceglie di concentrarsi – come sempre in modo ideologico e militante – sulle radici irrisolte del nodo israelo-palestinese. Michelangelo Coco punta il dito accusatore contro il “Progetto 2020” che vuole espandere la Gerusalemme ebraica al sobborgo arabo di Silwan facendone un parco archeologico; estende poi la questione “colonie” all’intera area dei Territori, denotando come (anche a detta di un palestinese moderato come Sari Nusseibeh) gli spazi per la trattativa si stiano rapidamente esaurendo per lasciare posto alla richiesta araba interna di “uguali diritti in uno Stato solo” (cioè la via verso uno Stato israeliano non più a carattere ebraico); ma con onestà – per quanto del tutto schierato dalla parte dei palestinesi – fa anche presenti le diverse matrici di chi in Israele difende gli insediamenti, quella religioso-culturale di molti oltranzisti, quella militare di chi vuole dare un minimo di profondità alle linee di difesa. Michele Giorgio è più duro e manicheo: raccontando di una struttura realizzata da una ong di Bologna e capace di portare acqua a 22.000 palestinesi, non esita ad additare gli israeliani come coloro che assetano la popolazione sofferente di Gaza. Ci saranno responsabilità e chiusure, ma se ricevesse da Gaza aperture politiche invece di missili Israele potrebbe forse offrire la sua non indifferente competenza nel settore idrico per affrontare le gravi difficoltà locali.
Sul fronte italiano ed europeo, va segnalato l’appello di alcuni intellettuali – pubblicato su Liberazione – contro le inique limitazioni che le recenti leggi italiane pongono agli immigrati clandestini. Giustamente Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovaia, Maurizio Scaparro e Gianni Amelio si fanno portavoce di fronte all’Europa dei sacrosanti diritti degli stranieri, di tutti gli stranieri come di tutti gli uomini. Suscita però perplessità il paragone, evocato a ogni pie’ sospinto e senza alcuna contestualizzazione storica, con le leggi razziali del 1938. Rischiamo di non capire più cosa furono davvero se le usiamo come strumentale pietra di paragone per ogni condannabile abuso di potere dei nostri giorni, per ogni attuale ignobile rifiuto della diversità che ci circonda. Ad attestare oggi l’importanza di ricordare e di comprendere quale fosse davvero il clima diffuso dall’antisemitismo e dal razzismo trionfante giunge la notizia (riportata da Avvenire e da Europa) dell’apertura, a Varsavia, di un museo sulla storia degli ebrei polacchi. Fatto centrale è che questo museo si trova nella zona dove sorgeva il ghetto: sul luogo di morte, la memoria della vita (e della morte).                                                        

David Sorani ucei


24 maggio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

 

Rassegna stampa piuttosto sintetica, quella di oggi. Sul fronte politico interno si segnala, sul Manifesto, Orsola Casagrande che riferisce della manifestazione neofascista in programma per sabato prossimo a Venezia. Contro la marcia, che dovrebbe concludersi a pochi passi dal Ghetto, ha già preso posizione un fronte composito cui prende parte anche la Comunità ebraica. In tema di politica estera, sempre sul Manifesto Michele Giorgio dà conto della “frenata” impressa da Obama al piano di pace e sempre in tema mediorientale il Riformista riporta un ulteriore pesante attacco di Ahmadinejad a Israele sferrato, non a caso, a pochi giorni dalle elezioni. La pagina culturale propone infine sulla Stampa un’anticipazione del libro di Elena Loewenthal La città che non vuole invecchiare in uscita in questi giorni da Feltrinelli e dedicato a Tel Aviv. Sul Sole 24 ore, infine, Giulio Busi recensisce il volume Architettura dell’occupazione Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele (Bruno Mondadori) di Eyal Weizman.

dg


20 maggio 2009

Netanyahu va nuovamente a Washington per parlare di pace

 

George Friedman ha scritto un interessantissimo articolo dal titolo sopra riportato su una rivista americana di geopolitica e politologia (Stratfor - Global Intelligence), il cui link è in nota:[1]. Il testo, oltre ad essere in inglese, è molto lungo e qualcuno potrebbe contentarsi del riassunto che se ne fornisce qui.
Netanyahu va a Washington per parlare di pace tra Israele e palestinesi, e dell’ipotesi di “due popoli due Stati”, ma in totale è tutta una pantomima. Innanzi tutto perché, dal lato palestinese, Gaza e i Territori Occupati sono ostili fra loro e dunque non hanno un’azione comune. In secondo luogo, qualunque Stato palestinese non avrebbe le caratteristiche per sopravvivere da solo, dovrebbe appoggiarsi su Israele per geografia ed economia, e questo ne minerebbe l’indipendenza. Poi nessun governo palestinese potrebbe garantire che non vengano sparati da qualche demente razzi su Israele, in particolare colpendo il corridoio Tel Aviv-Gerusalemme, che è “il cuore di Israele”. Fra l’altro, manca da ambedue i lati un tale leader che possa permettersi di proporre seriamente qualcosa del genere;  oggi qualunque negoziatore sarebbe contestato e distrutto, in Israele come in Palestina, dai suoi nemici ed anche dai suoi amici; ecco perché, dice Friedman, “the entire peace process — including the two-state solution — is a chimera”, l’intero processo di pace, inclusa la soluzione dei due stati, è una chimera.
L’articolo diviene ancora più interessante quando parla dell’ostilità di tutti gli stati arabi ad una simile soluzione; i giordani infatti temono i palestinesi come una minaccia alla loro monarchia. Non solo essi sono etnicamente differenti dai palestinesi, ma hanno anche brutti ricordi: nessuno ha dimenticato il Settembre Nero del 1970. Gli egiziani vedono Hamas come una filiazione della Fratellanza Musulmana che vorrebbe rovesciare Mubarak; e dunque la temono più di quanto non vogliano aiutarla. I sauditi e gli altri arabi non desiderano una radicale alterazione dello status quo ma tutti “pay lip service”, offrono un omaggio puramente verbale al principio di uno stato palestinese. Questo anche perché è quello che vogliono le loro popolazioni. In altre parole, tutti gli Stati, per fare contenta la piazza, si dichiarano a favore di questa soluzione, mentre nei fatti non la vogliono affatto e dunque fanno promesse che si guardano bene dal mantenere. La loro politica è sempre quella di far sembrare che stanno facendo qualcosa per i palestinesi mentre di fatto non fanno niente; cosa del resto facile da ottenere. I colloqui di pace hanno sempre avuto questo scopo: fornire l’illusione dell’attività. Magari finché c’è un’altra crisi di violenza e l’intero ciclo ricomincia.
Netanyahu si presenta da Obama sostenendo che non è contro la formula dei due Stati ma chiede anzi che i vari Stati arabi siano coinvolti nei negoziati. Lo fa perché  conosce benissimo la contraddizione fra le loro dichiarazioni e i loro reali interessi, e quell’invito avrebbe lo scopo di costringerli a rivelare pubblicamente le loro vere posizioni, creando in ultima analisi delle crisi negli Stati arabi.
Naturalmente Netanyahu sa che tutto questo non lo otterrà e del resto non è affatto vero che desideri ottenerlo. Nell’interesse del suo Paese c’è la stabilità della Giordania, dell’Arabia Saudita, dell’Egitto e perfino della Siria, dal momento che un nuovo governo potrebbe essere peggiore di quello attuale. Ad Israele il Medio Oriente va bene com’è. E gli andrebbe bene, per fini di politica interna, anche una conferenza internazionale in cui gli arabi condannassero in coro Israele: potrebbe mostrare al mondo un Israele circondato da Stati ostili. Naturalmente gli Stati arabi rifiuteranno e Obama ne sarà contento: non sarebbe lieto di vedere il disastro di una conferenza di pace.
Una cosa che Netanyahu amerebbe sul serio avere è una maggiore libertà di manovra e potrebbe ottenerla facendo vedere al mondo un dissidio con Obama che facesse sembrare più lontani Stati Uniti ed Israele. Questo perché i palestinesi non sentirebbero di poter contare su un prevedibile freno statunitense su Israele e ne temerebbero l’imprevedibilità. Il “vantaggio dell’incertezza”, lo chiama Friedman, in contrapposizione con l’attuale prevedibilità.
Invece lo status quo va bene anche ad Obama. Il Presidente non desidera niente di “imprevedibile”. Soprattutto ora che l’Iraq diviene più stabile e l’Afghanistan più instabile.
Il problema iraniano è invece più difficile. Se volesse distruggere le installazioni atomiche iraniane, Israele avrebbe grandissime difficoltà. Si tratta di obiettivi a centinaia e centinaia di chilometri di distanza, da raggiungere attraversando zone sotto controllo aereo statunitense. E questo non è problema da poco. Gli eventuali missili Cruise non penetrerebbero nei bunker appena protetti. Idem per gli ICBM (Intercontinental Ballistic Missiles). E un attacco sarebbe comunque impossibile senza che gli Usa lo sappiano. In totale i pesi e contrappesi, in tutte le direzioni, sono tali, che Israele non ha totale libertà d’azione e deve tenere conto degli Stati Uniti.
In conclusione, dice Friedman, “questo è uno studio classico sui limiti del potere”. Israele non è in grado di pagare il prezzo di una totale libertà d’azione. Netnayahu va a Washington sperando di ottenerla gratis, ma non ci riuscirà. Israele non è quella grande potenza che alcuni israeliani credono. Sono i suoi vicini, ad essere deboli. Dunque nulla cambierà. Si continuerà a parlare di pace, non si concluderà nulla, i palestinesi rimarranno isolati e ogni tanto scoppieranno delle guerre. L’unico vantaggio di questa situazione è che le alternative sono ancora peggiori.
George Friedman
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it 
 [1] http://www.stratfor.com/weekly/20090518_israeli_prime_minister_comes_washington_again
Per chi lo preferisse, ecco qui l’articolo.
 
AN ISRAELI PRIME MINISTER COME TO WASHINGTON AGAIN
Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu is visiting Washington for his first official visit with U.S. President Barack Obama. A range of issues — including the future of Israeli-Palestinian negotiations, Israeli-Syrian talks and Iran policy — are on the table. This is one of an endless series of meetings between U.S. presidents and Israeli prime ministers over the years, many of which concerned these same issues. Yet little has changed.
That Israel has a new prime minister and the United States a new president might appear to make this meeting significant. But this is Netanyahu’s second time as prime minister, and his government is as diverse and fractious as most recent Israeli governments. Israeli politics are in gridlock, with deep divisions along multiple fault lines and an electoral system designed to magnify disagreements.
Obama is much stronger politically, but he has consistently acted with caution, particularly in the foreign policy arena. Much of his foreign policy follows from the Bush administration. He has made no major breaks in foreign policy beyond rhetoric; his policies on Iraq, Afghanistan, Iran, Russia and Europe are essentially extensions of pre-existing policy. Obama faces major economic problems in the United States and clearly is not looking for major changes in foreign policy. He understands how quickly public sentiment can change, and he does not plan to take risks he does not have to take right now.
This, then, is the problem: Netanyahu is coming to Washington hoping to get Obama to agree to fundamental redefinitions of the regional dynamic. For example, he wants Obama to re-examine the commitment to a two-state solution in the Israeli-Palestinian dispute. (Netanyahu’s foreign minister, Avigdor Lieberman, has said Israel is no longer bound by prior commitments to that concept.) Netanyahu also wants the United States to commit itself to a finite time frame for talks with Iran, after which unspecified but ominous-sounding actions are to be taken.
Facing a major test in Afghanistan and Pakistan, Obama has more than enough to deal with at the moment. Moreover, U.S. presidents who get involved in Israeli-Palestinian negotiations frequently get sucked into a morass from which they do not return. For Netanyahu to even request that the White House devote attention to the Israeli-Palestinian problem at present is asking a lot. Asking for a complete review of the peace process is even less realistic.
Obstacles to the Two-State Solution
The foundation of the Israeli-Palestinian peace process for years has been the assumption that there would be a two-state solution. Such a solution has not materialized for a host of reasons. First, at present there are two Palestinian entities, Gaza and the West Bank, which are hostile to each other. Second, the geography and economy of any Palestinian state would be so reliant on Israel that independence would be meaningless; geography simply makes the two-state proposal almost impossible to implement. Third, no Palestinian government would have the power to guarantee that rogue elements would not launch rockets at Israel, potentially striking at the Tel Aviv-Jerusalem corridor, Israel’s heartland. And fourth, neither the Palestinians nor the Israelis have the domestic political coherence to allow any negotiator to operate from a position of confidence. Whatever the two sides negotiated would be revised and destroyed by their political opponents, and even their friends.
“For this reason, the entire peace process — including the two-state solution — is a chimera”. Neither side can live with what the other can offer. But if it is a fiction, it is a fiction that serves U.S. purposes. The United States has interests that go well beyond Israeli interests and sometimes go in a different direction altogether. Like Israel, the United States understands that one of the major obstacles to any serious evolution toward a two-state solution is Arab hostility to such an outcome.
The Jordanians have feared and loathed Fatah in the West Bank ever since the Black September uprisings of 1970. The ruling Hashemites are ethnically different from the Palestinians (who constitute an overwhelming majority of the Jordanian population), and they fear that a Palestinian state under Fatah would threaten the Jordanian monarchy. For their part, the Egyptians see Hamas as a descendent of the Muslim Brotherhood, which seeks the Mubarak government’s ouster — meaning Cairo would hate to see a Hamas-led state. Meanwhile, the Saudis and the other Arab states do not wish to see a radical altering of the status quo, which would likely come about with the rise of a Palestinian polity.
At the same time, whatever the basic strategic interests of the Arab regimes, all pay lip service to the principle of Palestinian statehood. This is hardly a unique situation. States frequently claim to favor various things they actually are either indifferent to or have no intention of doing anything about. Complicating matters for the Arab states is the fact that they have substantial populations that do care about the fate of the Palestinians. These states thus are caught between public passion on behalf of Palestinians and the regimes’ interests that are threatened by the Palestinian cause. The states’ challenge, accordingly, is to appear to be doing something on behalf of the Palestinians while in fact doing nothing.
The United States has a vested interest in the preservation of these states. The futures of Egypt, Saudi Arabia and the Gulf states are of vital importance to Washington. The United States must therefore simultaneously publicly demonstrate its sensitivity to pressures from these nations over the Palestinian question while being careful to achieve nothing — an easy enough goal to achieve.
The various Israeli-Palestinian peace processes have thus served U.S. and Arab interests quite well. They provide the illusion of activity, with high-level visits breathlessly reported in the media, succeeded by talks and concessions — all followed by stalemate and new rounds of violence, thus beginning the cycle all over again.
The Palestinian Peace Process as Political Theater
One of the most important proposals Netanyahu is bringing to Obama calls for reshaping the peace process. If Israeli President Shimon Peres is to be believed, Netanyahu will not back away from the two-state formula. Instead, the Israeli prime minister is asking that the various Arab state stakeholders become directly involved in the negotiations. In other words, Netanyahu is proposing that Arab states with very different public and private positions on Palestinian statehood be asked to participate — thereby forcing them to reveal publicly their true positions, ultimately creating internal political crises in the Arab states.
The clever thing about this position is that Netanyahu not only knows his request will not become a reality, but he also does not want it to become a reality. The political stability of Jordan, Saudi Arabia and Egypt is as much an Israeli interest as an American one. Indeed, Israel even wants a stable Syria, since whatever would come after the Alawite regime in Damascus would be much more dangerous to Israeli security than the current Syrian regime.
Overall, Israel is a conservative power. In terms of nation-states, it does not want upheaval; it is quite content with the current regimes in the Arab world. But Netanyahu would love to see an international conference with the Arab states roundly condemning Israel publicly. This would shore up the justification for Netanyahu’s policies domestically while simultaneously creating a framework for reshaping world opinion by showing an Israel isolated among hostile states.
Obama is likely hearing through diplomatic channels from the Arab countries that they do not want to participate directly in the Palestinian peace process. And the United States really does not want them there, either. The peace process normally ends in a train wreck anyway, and Obama is in no hurry to see the wreckage. He will want to insulate other allies from the fallout, putting off the denouement of the peace process as long as possible. Obama has sent George Mitchell as his Middle East special envoy to deal with the issue, and from the U.S. president’s point of view, that is quite enough attention to the problem.
Netanyahu, of course, knows all this. Part of his mission is simply convincing his ruling coalition — and particularly Lieberman, whom Netanyahu needs to survive, and who is by far Israel’s most aggressive foreign minister ever — that he is committed to redefining the entire Israeli-Palestinian relationship. But in a broader context, Netanyahu is looking for greater freedom of action. By posing a demand the United States will not grant, Israel is positioning itself to ask for something that appears smaller.
Israel and the Appearance of Freedom of Action
What Israel actually would do with greater freedom of action is far less important than simply creating the appearance that the United States has endorsed Israel’s ability to act in a new and unpredictable manner. From Israel’s point of view, the problem with Israeli-Palestinian relations is that Israel is under severe constraints from the United States, and the Palestinians know it. This means that the Palestinians can even anticipate the application of force by Israel, meaning they can prepare for it and endure it. From Netanyahu’s point of view, Israel’s primary problem is that the Palestinians are confident they know what the Israelis will do. If Netanyahu can get Obama to introduce a degree of ambiguity into the situation, Israel could regain the advantage of uncertainty.
The problem for Netanyahu is that Washington is not interested in having anything unpredictable happen in Israeli-Palestinian relations. The United States is quite content with the current situation, particularly while Iraq becomes more stable and the Afghan situation remains unstable. Obama does not want a crisis from the Mediterranean to the Hindu Kush. The fact that Netanyahu has a political coalition to satisfy will not interest the United States, and while Washington at some unspecified point might endorse a peace conference, it will not be until Israel and its foreign minister endorse the two-state formula.
Netanyahu will then shift to another area where freedom of action is relevant — namely, Iran. The Israelis have leaked to the Israeli media that the Obama administration has told them that Israel may not attack Iran without U.S. permission, and that Israel agreed to this requirement. (U.S. President George W. Bush and Israeli Prime Minister Ehud Olmert went through the same routine not too long ago, using a good cop/bad cop act in a bid to kick-start negotiations with Iran.)
In reality, Israel would have a great deal of difficulty attacking Iranian facilities with non-nuclear forces. A multitarget campaign 1,000 miles away against an enemy with some air defenses could be a long and complex operation. Such a raid would require a long trip through U.S.-controlled airspace for the fairly small Israeli air force. Israel could use cruise missiles, but the tonnage of high explosive delivered by a cruise missile cannot penetrate even moderately hardened structures; the same is true for ICBMs carrying conventional warheads. Israel would have to notify the United States of its intentions because it would be passing through Iraqi airspace — and because U.S. technical intelligence would know what it was up to before Israeli aircraft even took off. The idea that Israel might consider attacking Iran without informing Washington is therefore absurd on the surface. Even so, the story has surfaced yet again in an Israeli newspaper in a virtual carbon copy of stories published more than a year ago.
Netanyahu has promised that the endless stalemate with the Palestinians will not be allowed to continue. He also knows that whatever happens, Israel cannot threaten the stability of Arab states that are by and large uninterested in the Palestinians. He also understands that in the long run, Israel’s freedom of action is defined by the United States, not by Israel. His electoral platform and his strategic realities have never aligned. Arguably, it might be in the Israeli interest that the status quo be disrupted, but it is not in the American interest. Netanyahu therefore will get to redefine neither the Palestinian situation nor the Iranian situation. Israel simply lacks the power to impose the reality it wants, the current constellation of Arab regimes it needs, and the strategic relationship with the United States on which Israeli national security rests.
In the end, this is a classic study in the limits of power. Israel can have its freedom of action anytime it is willing to pay the price for it. But Israel can’t pay the price. Netanyahu is coming to Washington to see if he can get what he wants without paying the price, and we suspect strongly he knows he won’t get it. His problem is the same as that of the Arab states. There are many in Israel, particularly among Netanyahu’s supporters, who believe Israel is a great power. It isn’t. It is a nation that is strong partly because it lives in a pretty weak neighborhood, and partly because it has very strong friends. Many Israelis don’t want to be told that, and Netanyahu came to office playing on the sense of Israeli national power.
So the peace process will continue, no one will expect anything from it, the Palestinians will remain isolated and wars regularly will break out. The only advantage of this situation from the U.S. point of view it is that it is preferable to all other available realities.
 
Gianni Pardo


19 aprile 2009

Israele per i media

 Rimbalza sui giornali di oggi la minaccia di un imminente attacco israeliano ai siti nucleari dell’Iran. Secondo il Times, scrive Francesco Battistini sul Corriere della sera, l’azione potrebbe essere imminente. Accanto ai segnali politici, a indicare che
“qualcosa prima o poi ci si aspetta” vi sarebbe la simulazione di attacco missilistico
dall’Iran in programma per la prima settimana di giugno (“La più grande esercitazione
nella storia d'Israele” secondo il generale Yair Golan). “Alle 11  in punto – scrive
Battistini - le sirene strilleranno dalla Galilea al Negev. Tv, radio, Web avvertiranno di
nascondersi nel rifugio più vicino. Scuole e uffici si svuoteranno. Il premier Bibi
Netanyahu riunirà il governo in una località segreta”. “A giugno – continua - con le
simulazioni, si cominceranno a distribuire anche 5 milioni di maschere a gas: «Con Saddam abbiamo imparato a scartarle, scrive il giornale Yedioth Ahronot, con Ahmadinejad impareremo a usarle».
Sempre in tema di Medio Oriente sul
Giornale Andrea Tornielli riflette sul prossimo viaggio del Papa che tra l’8 e l’11 maggio sarà in Giordania, Israele e Autonomia palestinese. “Niente politica nel viaggio del Papa in Terrasanta”, titola il quotidiano. Anche se, scrive Tornelli “le ricadute politiche saranno molteplici, e la Santa Sede teme strumentalizzazioni in questo senso”.
E’ dedicato invece al processo di pace un approfondimento di Rita Di Leo sul
Manifesto che, a partire da una recente corrispondenza da Washington pubblicata da
Yedioth Ahronoth sugli orientamenti dell’amministrazione Obama, si sofferma con toni
piuttosto critici sul rapporto tra ebraismo diasporico e Israele.
Sul fronte culturale si segnala sul
Corriere della sera un’intervista di Nuccio Ordine a George Steiner, in procinto di compiere 80 anni. Il grande critico letterario parla di idee e rimpianti. Tra questi ultimi, il non aver capito subito l’importanza del femminismo e non aver proseguito lo studio dell’ebraico, abbandonato da ragazzo per il greco e latino. “Adesso – dice - alla fine del mio percorso, questa lingua mi manca, perché la cultura ebraica ha segnato tutta la mia esistenza". Infine sul Sole 24 ore un altro compleanno, quello di Rita Levi Montalcini, che in questi giorni compie cent'anni.


19 aprile 2009

Quello che i nostri media non dicono...

bambini ebrei da proteggereNella guerra israelo-palestinese succede anche che venga decretata la condanna a morte di bambini. Un leader di Hamas avverte che gli islamisti potrebbero uccidere bambini ebrei in qualsiasi parte del mondo quale vendetta per il recente attacco di Israele nella striscia di Gaza.

"Loro hanno legittimato la morte dei loro bambini con l'uccisione dei bambini della Palestina" afferma Mahmoud Zahar in un messaggio televisivo registrato in una località segreta, "Hanno legittimato l'uccisione della loro gente uccidendo la nostra gente".



M.O.: PALESTINESE ARMATO ENTRA IN INSEDIAMENTO EBRAICO, UCCISO

Tel Aviv, 17 apr. - (Adnkronos/Dpa) - Un palestinese armato di un coltello
si e' introdotto questa mattina all'interno di un insediamento ebraico nella
parte meridionale della Cisgiordania ed e' stato ucciso a colpi di arma da
fuoco da un colono israeliano. A darne notizia e' stato l'esercito
israeliano: stando a quanto riferito da una portavoce a Tel Aviv il
palestinese era entrato nell'insediamento di Beit Hagai, a sud di Hebron,
per sferrare un attacco. Il colono che gli ha sparato era rimasto
leggermente ferito dal coltello. Militari e polizia stanno perlustrando la
zona per assicurarsi che l'uomo fosse solo e che non avesse esplosivi. 

 M.O./ Gerusalemme, auto contro agenti israeliani, due feriti
di Apcom
Ad un posto di blocco tra Gerusalemme e CIsgiordania
Gerusalemme, 18 apr. (Apcom) - Due poliziotti israeliani sono rimasti feriti
stamattina, quando un palestinese li ha investiti con la sua auto a un posto
di blocco di Hizme, tra la zona nord di Gerusalemme e la Cisgiordania. "Due
poliziotti sono stati feriti, uno in modo lieve ad una gamba, l'altro più
gravemente alla testa, quando un palestinese li ha deliberatamente urtati
con il suo veicolo", ha spiegato un portavoce della polizia. (con fonte afp


13 aprile 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 


Oggi in Italia non escono i giornali. Può essere una buona occasione per guardare indietro e leggere qualche articolo particolarmente significativo uscito nei giorni scorsi, quando era Moed e poi Shabbat, ma l’azienda che compila la rassegna ha comunque raccolto gli articoli. Non ce ne sono molti. Andando all’indietro, si potrebbe cominciare dall’articolo di Giulio Meotti sul Foglio in cui si ricostruiscono le vicende del padre di Netanyahu, che fu segretario di Yabotinski. Non si capiscono reazioni di odio puro nei confronti di Israele, come quella di Gideon Levy (nella rassegna di ieri, su Haaretz), che se la prende perfino con la narrazione di Pesach se non si pensa alla vecchissima scissione fra ala destra e sinistra del sionismo, con la sconfitta di Jabotinski ad opera di Ben Gurion, la rivincita di Begin quarant’anno dopo e la progressiva fuoriuscita dal sionismo di buona parte della sinistra, ormai ridotta a percentuali minime dell’elettorato. Una storia di Israele che tenga conto di queste dinamiche, dell’appropriazione dell’eredità sionista da parte di emarginati come il padre di Netanyahu o della Livni e dell’abbandono degli ideali sionisti da parte della sinistra, attende ancora di essere scritta.  
Durante questi giorni è interessante seguire anche la vicenda di Gerry Adams, l’ex terrorista dell’Ira, presidente di un partito da sempre compromesso con l’antisemitismo come il Sinn Fein, di recente firmatario di campagne di boicottaggio contro Israele, che il governo israeliano non voleva far entrare a Gaza e che vi è stato ammesso per l’insistenza di Tony Blair (inviato del Quartetto per la pace in Medio Oriente e cattolico come Adams). Se si legge l’intervista sull’
Unità di venerdì e poi le sue dichiarazioni al Giornale di sabato si capisce meglio il meccanismo ipocrita dei molti discorsi che si vogliono “di pace”.
Vi è una discussione in corso sul senso della svolta di Obama. da leggere, come botta e risposta, l’intervento di David Bidussa sul
Secolo XIX di venerdì e quello di Fiamma Nirenstein sul Giornale di ieri. Nel quadro internazionale ha un posto importante anche la successione al trono dell’Arabia Saudita, che sembra destinata a un conservatore estremista antioccidentale. Su questo punto si può leggere utilmente l’articolo di Carlo Panella sul Foglio di venerdì.  C’è stata anche una certa svolta della politica italiana, con la visita di Frattini in Siria e le dichiarazioni  sul Golan, ostacolo alla pace (cronache di Giuliano Gallo sul Corriere di giovedì, Novazio sulla Stampa dello stesso giorno, intervista sul Foglio di venerdì)
Si è riaperta la polemica sulla preghiera cattolica del venerdì santo, che i lefebvriani hanno restaurato nella versione originale, rifiutando il compromesso di Benedetto XVI, che pure al mondo ebraico non piace (cronache di Alessandro Speciale
su Liberazione e di Guglielmo Federici su Il Secolo d’Italia) Un altro fronte polemico si apre sulla restituzione delle opere d’arte rapinate dai nazisti agli ebrei. Norma Rosenthal, un esperto internazionale che lavora per i musei, che di solito sono i soggetti obbligati alla restituzione, dichiara in un’intervista a Danilo Taino sul Corriere di sabato che è ora di finirla, come non si discute più della proprietà delle opere portate al Louvre da Napoleone: bell’accostamento.
Da leggere infine il pezzo molto intenso su Pesach di Natahan Englander, autore di una nuova traduzione della Haggadah sulla
Repubblica di ieri e sempre sulla Repubblica, ma di sabato, la recensione dell’autobiografia di Arrigo Levi scritta da Edmondo Berselli.

Ugo Volli u.c.e.i.


2 marzo 2009

Pilllole di Israele

 

10 razzi palestinesi sabato da Gaza su Israele, centrata una scuola ad Ashkelon. Altri 3 razzi domenica sera, centrata un’abitazione a Sderot


Tel Aviv investirà 44 milioni di shekel per festeggiamenti e iniziative culturali in occasione del centenario della sua fondazione, che ricorre nell’aprile 2009.


 In un'intervista domenica alla CNN, il capo di stato maggiore interforze americano Michael Mullen ha detto che, secondo gli Usa, Teheran ha accumulato abbastanza materiale fissile per fabbricare la bomba atomica

 Razzo Qassam palestinese lanciato domenica pomeriggio dalla striscia di Gaza verso Israele.

 Il Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu) si riunisce lunedì al Cairo, a margine del vertice dei paesi donatori per Gaza. Presenti i ministri degli esteri russo e americano Sergei Lavrov e Hillary Clinton, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon e il capo della diplomazia europea Javier Solana.

 “Non posso accettare l'impostazione di alcuni leader europei che considerano Hamas come un simbolo di responsabilità e di pace, senza capire che si tratta di una organizzazione terroristica omicida che impedisce la pace”. Lo ha detto domenica il presidente israeliano Shimon Peres incontrando il ministro degli eteri norvegese Jonas Gahr Støre. “Noi desideriamo che gli abitanti di Gaza vivano in pace, ma hanno ricominciato a fare fuoco su Israele”, ha aggiunto Peres.

 Binyamin Netanyahu vuole “formare rapidamente un governo più ampio possibile”. Il leader del Likud e primo ministro incaricato lo ha detto al termine di un colloquio con il ministro degli esteri canadese Lawrence Cannon. Netanyahu ha invitato tutti i partiti interpellati ad aderire al futuro governo di coalizione “dando prova di senso di responsabilità di fronte alle sfide che Israele deve affrontare”.

  Better Place convertirà all’elettrico le flotte di veicoli di grandi imprese israeliane. Diciannove maggiori aziende israeliane tra cui Orange, Teva, Pelephone, Rafael e Matrix hanno convenuto di lavorare in partenariato con la società Better Place per la progettazione, installazione e prova della sua rete nazionale per la ricarica di veicoli elettrici in Israele.

  “Valzer con Bashir”, dell’israeliano Ari Folman, si è aggiudicato il premio César come miglior film straniero.

  L'appello dei palestinesi non è solo per le ricostruzioni nella striscia di Gaza. Il primo ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad conta di raccogliere 2,8 miliardi di $ in occasione del vertice dei paesi donatori lunedì al Cairo, mentre la ricostruzione di Gaza è stimata a 1,95 miliardi di $. “Il resto sarà destinato al rilancio dell'economia palestinese”, ha detto Fayyad.

 Il Gran Rabbinato d'Israele riprende il dialogo con il Vaticano, dopo che la Santa Sede ha respinto come “insufficienti” le scuse del vescovo negazionista Williamson. Il Vaticano ha confermato l'arrivo a Roma fra due settimane di una delegazione del Rabbinato Capo di Israele, guidata dal rabbino Shear Yishuv Cohen, che incontrerà papa Benedetto XVI per calmare le polemiche relative alla reintegrazione nella Chiesa di Williamson e preparare il viaggio del Pontefice in Terra Santa.

 Il livello del lago Kinneret (Tiberiade) è salito di 21 cm negli ultimi giorni, ma resta quasi 1 m sotto il limite d’allarme inferiore (rischio siccità).

 Paesi Bassi: il Tribunale speciale per il Libano ha aperto i lavori con una cerimonia speciale nel villaggio di Leischendam, sobborgo dell’Aia. Il procuratore canadese Daniel Bellemare, che si occupa dell’assassinio dell'ex primo ministro libanese Rafik Hariri, chiederà a Beirut l'estradizione di 4 generali filo-siriani implicati nell’affare.

  Striscia di Gaza: 5 palestinesi morti, uno disperso nel crollo, dovuto al maltempo, di un tunnel al confine con l’Egitto.

L’UNRWA si scusa per essersi prestata a fare da postino di Hamas, contravvenendo al proprio mandato umanitario. La direttrice dell’agenzia Onu aveva trasmesso una lettera di Hamas al senatore John Kerry durante la sua visita nella Striscia di Gaza.

  Il leader di Kadima Tzipi Livni ha respinto la richiesta del ministro e numero due del partito Shaul Mofaz di creare una nuova équipe per continuare a negoziare l’ingresso in un governo di unità nazionale a guida Likud.

 Il Cairo ha respinto il rapporto del Dipartimento di stato Usa in materia di diritti umani, secondo il quale in Egitto vi sarebbero “violazioni significative in molti settori”. “L'Egitto non accetta che un altro paese faccia da protettore del popolo egiziano o giudichi la situazione dei diritti umani nel paese”, ha detto il portavoce del ministero degli esteri egiziano, Hossam Zaki.

  Il governo israeliano ha approvato la creazione di una nuova facoltà di medicina, la quinta del paese, nella città di Tzfat (Safed), nel nord di Israele.

 Sono più di 120 i razzi e gli obici di mortaio sparati da terroristi palestinesi della striscia di Gaza contro Israele dopo la fine della controffensiva anti-Hamas del gennaio scorso.

 “Hamas non accetterà mai di sedere in un governo d’unità nazionale palestinese che riconosca Israele”. Lo ha detto Ayman Taha, alto esponente dell’organizzazione terroristica, in risposta all'appello del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che chiedeva a Hamas di accettare la soluzione “due popoli-due stati”.


1 marzo 2009

La settimana dell'odio

 

La puzza nauseabonda dell'odio 



Tenetevi forte!
Oggi, 1 marzo, avra' inizio la Settimana dell'odio contro Israele definita la settimana dell'apartheid di Israele verso i poveri palestinesi!
Si sa che l'odio antisemita non ha un inizio ne' una fine, c'e' sempre, ma per sette giorni sara' incanalato meglio, con piu' ordine e sara' alimentato da conferenze, filmati, testimonianze, tarocchi su tarocchi, tutto teso a far capire agli studenti universitari e dei college di tutto il mondo che Israele e' uno stato di apartheid come lo fu il SudAfrica, che Israele e' uno stato da odiare, da demonizzare, da dileggiare, da calunniare. All'uopo e' stato creato un poster che e' tutto un programma: una grande scritta nera che recita GAZA sulla quale cammina un dolce bambinetto in kefiah e orsetto Dubi Dubi tra le braccine. Sopra di lui arriva un Apache con la scritta nera ISRAEL dal quale parte un missile che si dirige dritto verso il dolce bambinetto palestinese.
Questo poster sara' esposto per sette giorni consecutivi ( ma dopo nessuno sara' costretto a levarlo) in tutte le universita' del mondo che vorranno aderire alla settimana di odio.
Per sette giorni tutti i giovani delle accademie internazionali saranno invitati a boicottare ogni prodotto israeliano, naturalmente, siccome sono degli ipocriti falsi e opportunisti, verranno boicottati solo i prodotti che non servono, tipo arance, cibi, succhi di frutta, tutte cose senza le quali i giovani possono vivere, si dimenticheranno di boicottare prodotti per loro importanti ..... tipo.... il cellulare, le e-mail, tutti i microchip che permettono la navigazione in internet, Google, Microsoft windows XP, Microsoft Office, Intel microchip, Pentium chip, antivirus di tutti i tipi. Tutte cose e molte altre che sono state create o sviluppate in Israele. Cose che i razzisti di tutto il mondo fingono di dimenticare che portino da qualche parte un made in Israel.
Nel mondo, ormai da sempre, si assiste al festival dell'odio antisraeliano, non sanno piu' cosa inventare. Se gli studenti ebrei si ribellano vengono malmenati, i gruppi dei palestinesi sono sempre piu' organizzati, violenti , ormai sono una rete internazionale molto potente e sempre di piu' riescono a creare odio antisemita tra i giovani di tutto il mondo , basta raccontare un paio di palle ed ecco che i soci di tali organizzazioni aumentano e si dedicano alla caccia all'ebreo.
Il Fronte per la Liberazione della palestina controlla le universita' , dall'Inghilterra agli USA e detta le sue regole, eccole qui di seguito tratte dal loro sito:

1) La University of Manchester deve pubblicare un comunicato che condanni le azioni di Israele nella striscia di Gaza, riconoscendo in particolare gli effetti sulle istituzioni scolastiche, come il bombardamento dell’università islamica di Gaza, e che esprima preoccupazione sulle accuse di crimini di guerra
2) Sostenere una giornata di raccolta di fondi per il campus il cui ricavato vada all’appello Disasters Emergency Committee (DEC) per Gaza
3) L’Università deve diffondere l’appello del DEC in qualsiasi modo possibile (anche con un banner sul sito web) e deve mettere pressione alla BBC e a Sky affinché trasmettano la promozione di quest’appello.
4) Tutte gli attrezzi e le provviste in più degli edifici che sono state rinnovate devono essere mandate a Gaza sul convoglio Viva Palestina.
5) L’Università deve partecipare alla campagna BDS fermando la vendita di prodotti di merci Israeliane, nei locali dell’università e deve smettere di comprare qualsiasi di attrezzo per il campus da compagnie israeliane.
6) L’Università deve disinvestire da tutte le compagnie direttamente coinvolte nella produzione di armi. Chiediamo anche che l’Università prenda seriamente in considerazione la questione della trasparenza negli investimenti
7) L’Università deve pubblicamente sostenere il diritto di protesta dei suoi studenti, come le occupazioni. Su questa linea l’università deve facilitare lo svolgimento della conferenza “Students for Palestine”, che si terrà la seconda settimana di aprile.
8) L’Università deve mandare un messaggio pubblico in solidarietà con l’Università Islamica di Gaza, il cui campus è stato praticamente distrutto, e pubblicarlo sul sito web dell’università e diffonderlo agli indirizzi e-mail dell’università.
9) L’Università deve emettere almeno cinque borse di studio per gli studenti Palestinesi e cinque borse di studio per gli studenti israeliani che rifiutano di prestare servizio nelle FDI.
10) L’Università deve creare un modulo sulla storia palestinese disponibile come modulo opzionale per qualsiasi studente della University of Manchester.
11) L’università deve applicare tasse pari a quelle che pagherebbero in patria agli studenti palestinesi che vogliono frequentare la University of Manchester
12) L’Università non deve vittimizzare coloro che partecipano all’occupazione e si deve essere possibile un movimento libero sia dentro che fuori lo spazio occupato.
La lotta del popolo palestinese per la liberazione è un confronto con l’imperialismo e il sionismo a livello palestinese, arabo e internazionale e queste azioni dirette di solidarietà sono una parte critica della nostra lotta per raggiungere i nostri diritti nazionali di auto determinazioni, sovranità e di rompere la stretta mortale dell’imperialismo e del sionismo intorno alla nostra gente.
Inoltre nel momento in cui il livello di coinvolgimento della NATO e dell’Unione Europea è aumentata per prolungare l’assedio contro la nostra gente e sopprimere i nostri diritti nazionali, la lotta di questi studenti per porre fine all’assedio a Gaza e per isolare internazionalmente Israele è stata particolarmente importante.
Particolarmente ci complimentiamo con gli studenti della University of Manchester per aver preso la risoluzione di boicottare Israele al suo meeting generale, coinvolgendo più di mille studenti e per aver mandato messaggi di solidarietà e di sostegno a tutti gli studenti e le altre persone in Gran Bretagna e intorno al mondo che stanno lottando per la liberazione della Palestina.
Tratto da:
http://www.pflp.ps/english/
Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli
coll.autorg.universitario@gmail.com
http://cau.noblogs.org
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

Ormai i palestinesi sono diventati i padroni del mondo e gli occidentali sono i loro schiavetti adoranti, le violenze antiebraiche non si contano in tutto il mondo, violenze fisiche e psichiche, nelle universita' inglesi per esempio hanno deciso da anni di fare le conferenze il venerdi sera escludendo cosi' la partecipazione degli ebrei osservanti. Giorni fa un ragazzo ebreo in Florida fu bastonato e semiannegato in una spiaggia all'urlo "crepa ebreo crepa". Negli atenei inglesi, americani, canadesi la vita e' difficile per i giovani ebrei, devono uscire in gruppi per il timore di essere aggrediti se soli. L'atmosfera che si vive e' da 1938.
La vita per gli ebrei e' difficile e pericolosa al di fuori di Israele e non siamo ancora arivati a Durban 2, la vendetta. quando sara' pericoloso per ogni ebreo farsi vedere per strada.
Anche l'Italia nel suo piccolo fa del suo meglio per non sfigurare in questa sinfonia di odio puzzolente e ha escluso Israele dai Giochi della Gioventu' che quest'anno si svolgeranno a Pescara.
Israele si affaccia sul Mediterraneo? Si ma non puo' partecipare perche' i paesi arabi, quelli che a sentire D'alema tanto anelano alla pace, non permettono che partecipi , dettano legge al comitato e il comitato presieduto dal recidivo Mario Pescante obbedisce.
Non e' una novita' che quando i Giochi si fanno in Italia Israele non possa partecipare. Molti anni fa, negli anni 90. quando i Giochi del Mediterraneo si svolgevano a Bari, avevo scritto al solito Pescante una lettera di protesta per l'esclusione di Israele dai Giochi e lui mi aveva risposto che Israele poteva partecipare solo se venivano palestinesi. Adesso Pescante scrive che esiste un comitato olimpico palestinese. Ma come non esiste la Palestina, non esistono atleti palestinesi ma questa specie di comitato ha persino voce in capitolo!
Ma in che mondo ipocrita viviamo? Israele dopo 60 anni dalla sua fondazione non puo' fare in campo internazionale cose che sono permesse a un paese inesistente!
Dove viviamo?! Dove viviamo?!!!
Viviamo in uno schifo di mondo, amici, in un mondo dove si organizzano settimane di odio contro una democrazia, dove alla stessa democrazia e' impedito di partecipare a gare sportive e dove a una dittatura diabolica come l'Iran viene proposto addirittura di partecipare al G8 prossimo venturo.

Deborah Fait

www.informazionecorretta.com


28 febbraio 2009

"Lasciate morire Sharon" Polemiche in Israele

  Ariel Sharon, l’ex Primo ministro e generale israeliano, è ormai in coma da tre anni: il 4 gennaio 2006 venne colpito da una grave emorragia celebrale che lo relegato al letto di un ospedale, nonostante due operazioni. Pochi giorni dopo è uscito dal coma farmacologico, ma non si è mai ripreso. E così, a tre anni di distanza, l’associazione di consumatori Ometz ha attaccato i figli dell’ex premier perché si oppongono al trasferimento del padre a casa, ripetendo che vogliono che Sharon rimanda all’ospedale Sheba di Tel Aviv. 
Da tempo Ometz cerca di spingere amministratori e medici perché chiedano alla famiglia di riportare a casa Sharon, sostenendo che può essere tranquillamente assistito da personale specializzato, riducendo i costi per la sanità pubblica. “Con tutto il rispetto dovuto a un uomo che ha dato tanto al Paese – si domandando quelli dell’organizzazione -, perché non portarlo nel suo ranch del Negev, dov’è sufficiente un’infermiera? Perché l’ospedale deve sopportare i disagi dovuti alla presenza di tanti poliziotti? Perché quella stanza non può essere data a chi ne ha più bisogno?”.
I medici dell’ospedale non sono del tutto contrari a questa opportunità e in Israele circolano già voci per le quali si tratterebbe di un invito a lasciar morire l’ex condottiere israeliano. I figli non ne vogliono proprio sapere e Ariel, per il momento, rimarrà dov’è.


27 febbraio 2009

INFORMAZIONE SUL MEDIO ORIENTE, ISTRUZIONI PER L’USO

 

Cari amici,

mi permetto di usare questa cartolina per trasmettervi i primi articoli di un "manuale di stile o codice etico per la redazione di notizie sul conflitto del Medio Oriente sui grandi mezzi di comunicazione politically correct", proposto dall'argentino Patricio A. Brodski. Non che noi ne abbiamo bisogno, dato che la nostra stampa eurabiana è sempre informazione (politicamente corretta), ma magari a voi può far comodo. Ecco:

1. In Medio Oriente è sempre Israele che attacca per primo e sono sempre gli arabi a cercare di difendersi. Questa difesa va chiamata "resistenza all'occupazione"
2. Israele non ha diritto di uccidere terroristi irregolari e senza uniforme. Essi vanno chiamati "civili, in maggioranza donne e bambini."
3. Gli arabi hanno diritto ad ammazzare i civili nella loro "ricerca del paradiso". Ciò andrà descritto come "legittima difesa contro l'occupazione".
4. Quando gli arabi ammazzano civili in massa, l'opinione pubblica internazionale resta in silenzio, mentre l'Onu condanna immediatamente la reazione israeliana. Questo va chiamato "reazione della comunità internazionale”.
5. Palestinesi e libanesi hanno il diritto di sequestrare quando e dove gli pare quanti soldati israeliani vogliono e possono trattenerli indefinitamente. Questo si chiama "cattura di prigionieri"
6. Israele non ha diritto di arrestare, giudicare o incarcerare pericolosi assassini anche se arrestati quando cercano o riescono ad ammazzare donne e bambini israeliani. Se lo fa, bisogna definirlo "sequestro di civili indifesi”.
7. Quando si menziona la parola Israele, è obbligatorio specificare che è appoggiato e finanziato dagli Stati Uniti.
8. Quando si cita Hezbollah o Hamas è proibito aggiungere che sono finanziati, appoggiati e armati dalla Siria e dall'Iran.
9. Quando si parla di territori palestinesi, devono sempre apparire i seguenti concetti: "occupazione", "risoluzioni dell'Onu", "violazione dei diritti umani" e possibilmente "olocausto palestinese".
10. Bisogna assolutamente evitare di insinuare che i terroristi libanesi o palestinesi si nascondono in mezzo a una popolazione civile che non li vuole. Israele non ha diritto di combattere i terroristi con bombe e missili quando si nascondono così. Questo va descritto come "azione criminale di uno stato terrorista".
11. I palestinesi, essendo poveri e oppressi, meritano di far sentire la loro voce molto più degli israeliani. Questo atteggiamento di aiuto ai diseredati è la vera oggettività giornalistica.
12. Quando si pubblicano foto o filmati, bisogna evitare di mostrare attentati compiuti in Israele o contro gli israeliani. Morti e feriti potrebbero trasmettere l'idea erronea che anche gli israeliani siano vittime.
13. Bisogna sempre mostrare immagini che illustrino la sofferenza del popolo palestinese, anche quando sono evidentemente falsificate o costruite apposta. Se non sono proprio vere, è giusto il loro significato.
14. Quando si parla di morti in territorio libanese o palestinese, ricordarsi che sono tutti civili. Specificare donne e bambini. I morti israeliani vanno invece descritti come "coloni"; se non si può, limitarsi al numero.
15. Se vi trovate a enumerare gli attentati terroristi nel mondo, evitate di citare quelli in Israele o contro obiettivi ebraici, come la strage al centro sociale ebraico in Argentina, gli attentati a Djerba o a Istambul.
16. Usate come sinonimi ebreo, israeliano, sionista. Ma contestate come un'aberrazione razzista il carattere ebraico dello Stato di Israele.
17. Non accennate mai alla presenza ebraica nella regione, prima del XX secolo.
18. Per parlare dei territori fra Giordano [e Mediterraneo], usate sempre la parola Palestina (magari aggiungendo "occupata"), o Palestina storica. Che non sia mai esistito uno stato palestinese, che il nome sia stato inventato dai romani per de-ebraicizzare Israele, che il Filistei fossero indoeuropei senza alcun rapporto con i palestinesi attuali, non importa.
19. Eventualmente insinuate che i discendenti dei residenti del tempo di Gesù siano i palestinesi attuali, e gli ebrei solo colonialisti europei.
20. Mai parlare di Gerusalemme come capitale di Israele. Anche se ha sede da quarant'anni a Gerusalemme, il governo israeliano è "il governo di Tel Aviv".
21. Se c'è almeno un morto, ogni azione militare israeliana non è solo un "atto criminale", "omicidio", "strage", ma "genocidio".
22. Meravigliatevi e rattristatevi sempre che le vittime di un tempo siano diventati i carnefici di oggi.
23. Ogni volta che parlate dei problemi dei palestinesi, fate riferimento a Auschwitz, all'Olocausto, ai campi di concentramento o almeno all'apartheid.
24. Tutti quelli che si discostano da queste idee sono razzisti, fascisti, complici del colonialismo. Non esitate a dirlo.


Tanti auguri: se applicherete scrupolosamente queste regole, sarete pronti a fare i corrispondenti di Repubblica o del TG3. (fonte)

Ugo Volli

Niente da aggiungere: è perfetto così.


Infame sionista giustiziata nel corso della legittima lotta di liberazione

barbara
ilblogdibarbara


27 febbraio 2009

NON SONO LORO RAZZISTI ( E NOI COMPLICI), SIETE VOI INFERIORI

 

Vedete, cari: non sono gli arabi (e un po´ per contagio noi eurarabi) che sono razzisti. Siete voi a essere una razza inferiore, con cui è meglio non aver contatto. L´avversione razzista si distingue da quella politica perché riguarda tutte le sfere della vita, l´amore, lo sport, lo spettacolo. Bene, un attore come Di Caprio si fidanza con una "puttanella ebrea", cioè Bar Rafaeli (così definita sul blog della tv Al Arabya, riferito dal Corriere): lo si boicotta! Chi va a letto con un´israeliana non si merita i sogni delle adolescenti egiziane. Una tennista israeliana conquista il diritto di giocare al torneo di Dubai: non le si dà il visto! Come si permette di sporcare la terra araba? Si celebrano i giochi del Mediterraneo a Pescara (attenzione, in Italia, provincia di Eurabia) e Israele si affaccia ovviamente sul Mediterraneo: non lo si invita, per "non interrompere il dialogo sportivo fra le due rive del Mediterraneo", (così dichiara il saggio Raffaele Pignozzi, vicepresidente del comitato dei giochi), cioè in sostanza per evitare che i paesi arabi boicottino. Pur di non invitare Israele, si escludono anche i palestinesi. L´importrante è mantenera l´apartheid! Che ci volete fare: non sono loro razzisti (e noi complici), siete voi inferiori. Perché dovrebbero sporcarsi? Come si dice "Juden raus" in arabo?

Ugo Volli


25 febbraio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

Non fatti clamorosi ma analisi interessanti sui giornali di stamattina. Analisi complesse in una fase assai delicata degli equilibri mondiali, resa vieppiù precaria dalla crisi economica planetaria i cui effetti cominciano a manifestarsi ovunque. Analisi che talvolta paiono preludere in modo inquietante a disgregazioni politiche e a nuove guerre catastrofiche che speriamo restino solo nelle previsioni dei politologi.
Due sono le introspezioni politiche particolarmente penetranti. La prima è quella di Niall Ferguson sul 
Corriere della sera per la rubrica “Geopolitica – Paesi instabili”. Con un esame suggestivo e un po’ allarmante lo studioso, cogliendo paralleli e diversità rispetto al Novecento su cui ha scritto pagine importanti come “La guerra del mondo”, parla di un nuovo “asse del caos” come settore di Paesi altamente instabili. Un asse diverso e più imprevedibile rispetto a quello disegnato sette anni fa da Bush come “asse del male”. Un assai esteso club di paesi a rischio e rischiosi per il mondo intero, in cui il fattore pericolo è legato - come ma anche diversamente rispetto al secolo XX° - a tensioni inter-etniche, a instabilità economica, a declino di imperi e sfaldamento delle loro strutture. In questo magma di crisi mondiale, che Ferguson passa in rassegna nelle sue varie  aree – composite e interconnesse, posto centrale spetta all’incertissimo Medio Oriente, dove a un Afghanistan e a un Pakistan sull’orlo del collasso e a un Iran pericolosamente indirizzato al dominio regionale con l’arma atomica si affianca l’incancrenita situazione israelo-palestinese. La guerra di Gaza, per Ferguson (e non solo per lui), per quanto giustificabile ha portato a Israele più problemi che soluzioni: avversione dell’opinione pubblica mondiale, Hamas sempre forte sul territorio, popolazione locale sempre più radicalmente nemica. Su ogni aspetto del caos mondiale grava oggi, a rendere il pericolo davvero concreto, la crisi economica mondiale, che fa da acceleratore di ogni processo disgregativo. Il guaio è, conclude lo storico, che tutte le nazioni sono troppo prese dai problemi interni (e come potrebbe essere diversamente?) per sollevare lo sguardo alla situazione planetaria che le coinvolge complessivamente.
La seconda analisi approfondita, più centrata sullo scacchiere mediorientale, è quella di Ghassan Charbel su 
Liberal. Tutti stiamo “aspettando Barak”, ma la situazione che Obama si trova a fronteggiare pare davvero proibitiva. I rapporti tra Israele e i suoi vicini (i palestinesi, il Libano, la Siria) sembrano tutti quanti un riflesso locale della più grande sfida con l’Iran ormai quasi nucleare di Ahmadinejad; le tensioni della regione paiono così destinate a crescere, in funzione della crescita della minaccia iraniana. Intanto, il “fattore Netanyahu” che si profila per Israele renderà le cose più difficili, perché il suo governo – se riuscirà a farlo – sarà tutto in funzione di emergenza anti-iraniana e per niente proiettato verso una vera pace con i palestinesi. Può darsi, ma è innegabile che il pericolo, l’incertezza futura per Israele arrivano da Teheran; ed è dunque inevitabile che la politica del domani guardi soprattutto a quel grande rischio, più che a uno zoppicante processo di pace con l’ANP. Però è anche vero che la politica non la si fa pensando solo al domani immediato e incerto, ma la si prepara provvedendo al dopodomani, a futuro prossimo e lontano. E allora i rapporti con i vicini di casa diventano assolutamente decisivi.
Dai due articoli-panorama o articoli-periscopio zoomiamo all’interno della situazione politica israeliana, dove, mentre i nuovi deputati giurano insediandosi alla Knesset, le trattative per la formazione del nuovo governo si fanno sempre più intricate. Un vero rebus, per le linee contrapposte, i veti incrociati, gli interessi contrastanti in gioco. Ne parlano diversi giornali (
Avvenire, L’UnitàEuropa, Il Messaggero), soffermandosi tutti sull’opzione preferenziale dell’incaricato Netanyahu, quella di un governo di unità nazionale con Kadima e con la diretta partecipazione della Livni: un esecutivo più stabile e sicuro per Bibi, una formazione più rispettosa della volontà nazionale per Peres, anche lui impegnato nel convincere sia pur indirettamente Tzipi a dire di sì. Una soluzione che avvicinerebbe la via della pace con i palestinesi di Abu Mazen? Gli osservatori più acuti sembrano negarlo, come abbiamo visto. Ma gli Stati Uniti puntano proprio su questa soluzione, se è vero – come riferisce Umberto de Giovannangeli su L’Unità – che anche Hillary Clinton, in Medioriente dal 2 al 4 marzo per la sua prima decisiva missione nella zona da Segretario di Stato, insiste sull’unità nazionale come ponte verso le trattative. Chi avrà ragione? Mentre i media israeliani colgono l’occasione degli incontri Bibi-Tzipi per sfogarsi con una sagace satira “matrimoniale” (Europa), Haaretz (citato dalla stessa Europa) prevede che la questione verrà risolta da Netanyahu con la proposta alla Livni di scrivere insieme i “criteri politici” del nuovo esecutivo: puro espediente tattico o effettiva strategia politica di lunga portata?
Un articolo non firmato sul
Foglio offre un quadro vivace ma forse un po’ superficiale della netta scissione sociale e politica di Israele tra presenza religiosa e presenza laica (Gerusalemme e Tel Aviv). Cose che i lettori ebrei conoscono benissimo ed interpretano in modo più motivato e profondo dell’autore di questo pezzo, che pure si muove agilmente e con molti particolari tra i mille volti contrastanti di un Paese che può apparire insieme pio e miscredente. Un Paese in cui è nettamente in aumento il numero di soldati osservanti: segno di un rafforzamento religioso di una istituzione fondante come Tzahal o della laicizzazione sionista di quote crescenti di popolazione religiosa? La risposta israeliana è sempre multidirezionale.
Altre significative note dal Medioriente le possiamo leggere ancora sul
Corriere della sera, dove Paolo Salom descrive le manifestazioni anti-regime degli studenti iraniani. O sul Messaggero, che anonimamente analizza le prospettive della conferenza internazionale in programma a Sharm el Sheikh e destinata allo stanziamento di fondi e alla programmazione in vista della ricostruzione di Gaza dopo la recente guerra: dei due miliardi di dollari stanziati nell’insieme per l’iniziativa, gli Usa da soli metteranno a disposizione 900 milioni di dollari; ma niente andrà ad Hamas. E speriamo che la realtà dei fatti rispecchi questa intenzione, altrimenti a Gaza si moltiplicheranno presto le armi e la violenza, invece delle case restaurate. Sono tutte notizie che in un modo o nell’altro paiono confermare il quadro di crisi e tensione globale che Ferguson e Charbel dipingevano nelle loro analisi complessive. Più costruttive le prospettive tracciate dai due ministri degli esteri italiano e francese su La Stampa all’indomani degli incontri romani tra i vertici dei due Stati. Parlando da politici di professione e non da analisti politici (cioè da costruttori di intese diplomatiche e non da osservatori di tendenze strategiche), Frattini e Kouchner esaminano nello specifico la situazione del Libano, elogiando il ruolo delle truppe Unifil e prevedendo possibili sviluppi unitari e pacificatori in un Paese finalmente padrone del suo futuro; ma rilevano anche le possibili prospettive positive che un Libano finalmente pacificato potrà avere sull’intera area mediorientale, incoraggiando per esempio trattative Israele-Libano parallele a quelle già faticosamente in atto tra Israele e Siria.
Poche le notizie davvero interessanti, dal nostro punto di vista, sugli altri settori dello scenario mondiale. L’arcivescovo negazionista Williamson, giustamente (e tardivamente) cacciato da Buenos Aires, giunge a Londra, a casa sua; non troppo ben accolto, ma – appunto perché in patria – non più allontanabile. Ci segnalano il fatto
Avvenire, Libero, L’Unità. Israele non potrà partecipare ai Giochi del Mediterraneo che si apriranno il 26 giugno a Pescara: orrido e ormai consueto prezzo del boicottaggio arabo e del bisogno di sicurezza in queste manifestazioni sportive. Vibrate, sacrosante ma inutili proteste dell’ambasciatore israeliano Ghidon Meir, mentre gli organizzatori si nascondono dietro diplomatici e ambigui inviti alla calma e alla trattativa. Ma non pare che i Paesi arabi abbiano intenzione di cedere sul punto: a livello sportivo Israele per loro deve scomparire. Solo a livello sportivo? La notizia ci giunge ancora dal Corriere, attraverso l’articolo di Gianna Fregonara.
Più interessanti due spunti di riflessione, che segnaliamo in chiusura di questo commento alla rassegna stampa. Su
Repubblica Vito Mancuso, valorizzando i contenuti innovatori e i grandi meriti del Concilio Vaticano II, ne nota però anche i limiti di ancoraggio a un mondo ormai passato, auspicando un Vaticano III che, sulla base di quei princìpi, possa aprirsi alle esigenze della Chiesa e ai problemi dell’umanità di oggi, primo tra tutti quello di una “nuova teologia della natura”. Prospettiva discutibile ma interessante, alla luce delle polemiche e delle spinose questioni ancora aperte, dal fronte della bioetica a quello dei rapporti con le minoranze religiose ebraismo in testa. Sulla Stampa Ezio Bettiza risponde da par suo – cioè con grande umanità ma insieme con grande fermezza e chiarezza – alle accuse di razzismo anti-romeno lanciate dal Presidente del Senato di Bucarest all’Italia. Pochi casi deprecabili di intolleranza (a fronte di molti episodi di violenza con protagonisti romeni) non cancellano una risposta politica complessiva volta all’integrazione e degna di un paese civil
e. 

David Sorani  u.c.e.i.


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