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  LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”
 
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12 luglio 2009

Chi dei due prende in giro gli israeliani?

 

“Gilad Shalit sta bene”. "Il presidente egiziano non ne sa nulla”. Nel giro di 24 ore due dichiarazioni di opposto tenore sulle condizioni del caporale israeliano rapito dagli islamici di Hamas sono giunte dal Medio Oriente. Dapprima il rais egiziano Hosni Mubarak ha dichiarato davanti al capo dello Stato ebraico Shimon Peres, in visita al Cairo, che il giovane militare stava bene, aggiungendo: “porremo presto fine a questa vicenda”. Oggi invece un portavoce di Hamas, ripreso da fonti internazionali di agenzia, ha dichiarato che Mubarak non ne sa nulla. Il movimento islamico ha fatto del silenzio attorno alle sorti di Shalit uno dei punti di forza a proprio favore per alzare la posta con Israele nel caso in cui le due parti si accordino per uno scambio di prigionieri. Neppure alla Croce Rossa Internazionale è stato permesso di visitare il prigioniero nel corso degli ultimi tre anni.


L’intelligence egiziana media da mesi tra israeliani e Hamas per giungere a uno scambio di prigionieri, tuttavia nelle ultime ore il portavoce dell'organizzazione islamica, Usamah al-Mizeini, ha negato la preparazione da parte del suo movimento di una nuova lista di detenuti palestinesi in sostituzione di quella con 450 nomi preparata mesi fa. Al-Mizeini ha anche negato che Hamas abbia ricevuto un invito recente a riprendere il dialogo con gli israeliani sulla questione, quindi ha aggiunto che la stessa Hamas “ha pochi contatti” con i sequestratori.

 
Il Velino

Forse entrambi?

 

 esperimento


1 luglio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

 

Mentre nelle piazze e nelle strade dell’Iran continua, seppur compressa dalle forze dell’ordine e tacitata dalla censura sulla stampa, la protesta dei giovani “verdi” contro il regime di Khamenei/Ahmadinejad e i suoi ormai palesi brogli elettorali (notizia proveniente dai blog e riportata dal Corriere della Sera), l’attenzione dei media si sposta sul secondo capitolo della repressione, quello ancora più pesante ma spesso silenzioso delle torture e delle pseudo-confessioni estorte con la forza nelle carceri. Il Messaggero ci riferisce di grandi preparativi ai vertici del potere iraniano per istruire processi esemplari: il capo dell’apparato giudiziario ayatollah Shahrudi sta approntando all’uopo una Commissione speciale, secondo gli ordini di un trionfante Ahmadinejad, che dopo la conferma del voto ottenuta dal Consiglio dei Guardiani e con l’appoggio dell’Organizzazione della Conferenza islamica ha dichiarato di voler “distruggere l’egemonia globale”; la Ong italiana “Secondo Protocollo” denuncia l’esistenza – presso Teheran – di una Guantanamo iraniana dove si interroga, si tortura, si uccide. Si tratta forse dello stesso carcere di Evin di cui ci parla Gian Micalessin sul Giornale, presentandoci la testimonianza anonima di un redattore editoriale arrestato con molti altri mentre osservava alla finestra una dimostrazione di piazza e precipitato nel giro di pochi giorni in un vortice di  repressione collettiva. Centinaia di persone concentrate nel cortile di un centro di sicurezza, poi ammassate in prigione, interrogate e torturate a turno, costrette – per riavere una provvisoria libertà – a confessare di aver tramato e manifestato contro lo Stato. Terribili luoghi di reclusione di cui ci narra anche il giornalista e scrittore Ali Izadi (“Quelle confessioni fasulle”, sull’Unità): luoghi che da trenta anni, dall’avvento di Khomeini al potere, sono ingranaggi sanguinari della macchina della repressione iraniana.
Dalle piazze e dalle prigioni l’Iran ci fa scoprire in questi giorni un Islam diverso, non succube di visioni fondamentaliste ma aperto al nuovo, desideroso di democrazia e proiettato verso l’Occidente. Capace di generare quell’atmosfera concitata, tesa ma viva e disponibile che, con il coinvolgimento diretto di alcuni iraniani residenti in Italia, si respirava lunedì durante una pubblica assemblea convocata al Circolo dei Lettori di Torino da Pietro Marcenaro, Presidente della Commissione Diritti Umani del Senato. Lo stesso spirito di dialogo, la stessa speranza di cambiamento si palpa oggi nell’intervista di Yael Dayan (la politica laburista figlia di Moshé Dayan) all’Unità. Ma l’Occidente saprà cogliere questi stimoli? Saprà appoggiare con la dovuta fermezza la voglia di libertà e di giustizia che spontaneamente esplode oggi a Teheran? Le cautele del G8, certo legate a preminenti esigenze diplomatiche, sembrano andare in senso contrario, come teme e a ragione stigmatizza Davide Giacalone su Libero. Peccato che l’apprezzabile coraggio ideale venga dal giornalista speso malamente per difendere Berlusconi nell’improbabile ruolo di bandiera della giustizia internazionale. Quel camaleontico Berlusconi che, dopo aver imprudentemente anticipato una improbabile durezza del G8 dell’Aquila nei confronti dell’Iran, è pronto a partire per la Libia. Dove a Sirte, nel corso dell’assemblea dell’Unione Africana, incontrerà il suo grande amico Gheddafi, certo campione di libertà e di democrazia, impegnato a predisporre il suo personalissimo progetto di Stati Uniti d’Africa, un governo africano sotto la sua “illuminata” leadership (Il Sole 24 Ore, La Stampa). E a Sirte – guarda un po’ chi fa capolino in questo convegno di dittatori – arriva anche Ahmadinejad, ansioso di rilanciare la sua immagine a livello internazionale e di dare segnali forti che in Iran tutto è ormai sotto il suo controllo.
Ma sarà proprio vero? Perché questo, anche al di là della cronaca d’oggi, resta l’interrogativo fondamentale sulla situazione iraniana e sul futuro della regione: nonostante l’apparentemente stabile dominio politico dell’establishment, a Teheran è in corso una crisi interna del regime? Il tarlo della rivoluzione verde riuscirà col tempo a corrodere i robusti pilastri di un potere spietato? La risposta verrà solo con i prossimi mesi, o addirittura con  prossimi anni.
Accanto a un Iran ribollente, l’Iraq celebra una sua ritrovata unità nazionale (Michele Farina sul Corriere della Sera). Lo fa a modo suo: grandi parate militari nazionaliste e totale esclusione (fuori dalle manifestazioni, fuori da ogni città) delle truppe americane. Realistica ingratitudine. Certo gli Stati Uniti di Bush hanno portato qui la guerra e lo hanno fatto soprattutto per i loro interessi economici e politico-strategici. Ma dopotutto è merito degli yankees e dei loro alleati se oggi l’Iraq ha un governo e un’organizzazione politica credibile. In un infido Medio Oriente la situazione irakena resta comunque infida e instabile come sempre, e l’attentato di ieri, a Kirkuk, lo conferma. Sarà il petrolio, che ha proprio a Kirkuk il suo principale centro produttore, a rilanciare l’Iraq? Alberto Negri sul Sole 24 Ore ne dubita e spiega perché, analizzando la vicenda storica e i contrasti attuali legati allo strabordante oro nero della Mesopotamia.
Il nostro zoom mediorientale si concentra infine su Israele. Tra Israele e Francia è in corso quella che molti giornali (Repubblica, Giornale, Unità, La Stampa) chiamano “tempesta diplomatica”. A causarla le sincere, incaute e un po’ invadenti esternazioni di Sarkozy durante il recente incontro con Netanyahu all’Eliseo: “liberati di Lieberman”, gli avrebbe detto, “e potrai essere un grande protagonista della storia. Fà entrare al suo posto la Livni”. Bibi difende il suo ministro, in privato un uomo pragmatico. Sarko rincara la dose paragonando indirettamente Avigdor “Yvette” Lieberman  al “piacevole” Le Pen. Apriti cielo. Lieberman apprende l’episodio in ritardo, dai giornali e solleva – ovviamente – un polverone nazionale e internazionale all’insegna, comprensibilissima, della “indebita ingerenza politica”. Dietro, come giustamente sottolineano Francesco Battistini sul Corriere della Sera e Alberto Stabile su Repubblica, ci sono i rapporti non facili tra Israele e la Francia; ma ci sono anche le ben diverse prospettive politiche internazionali che si aprirebbero con un coinvolgimento di Kadima nel governo. E c’è anche (come fa notare Anna Momigliano sul Riformista) il quasi totale silenzio dei laburisti su tutta la vicenda: atteggiamento strano, forse dettato da una sintonia della sinistra israeliana – nonostante la non condivisibile intrusione francese – con il punto di vista di Parigi.
Al di là della cronaca politica quotidiana, Il Manifesto sceglie di concentrarsi – come sempre in modo ideologico e militante – sulle radici irrisolte del nodo israelo-palestinese. Michelangelo Coco punta il dito accusatore contro il “Progetto 2020” che vuole espandere la Gerusalemme ebraica al sobborgo arabo di Silwan facendone un parco archeologico; estende poi la questione “colonie” all’intera area dei Territori, denotando come (anche a detta di un palestinese moderato come Sari Nusseibeh) gli spazi per la trattativa si stiano rapidamente esaurendo per lasciare posto alla richiesta araba interna di “uguali diritti in uno Stato solo” (cioè la via verso uno Stato israeliano non più a carattere ebraico); ma con onestà – per quanto del tutto schierato dalla parte dei palestinesi – fa anche presenti le diverse matrici di chi in Israele difende gli insediamenti, quella religioso-culturale di molti oltranzisti, quella militare di chi vuole dare un minimo di profondità alle linee di difesa. Michele Giorgio è più duro e manicheo: raccontando di una struttura realizzata da una ong di Bologna e capace di portare acqua a 22.000 palestinesi, non esita ad additare gli israeliani come coloro che assetano la popolazione sofferente di Gaza. Ci saranno responsabilità e chiusure, ma se ricevesse da Gaza aperture politiche invece di missili Israele potrebbe forse offrire la sua non indifferente competenza nel settore idrico per affrontare le gravi difficoltà locali.
Sul fronte italiano ed europeo, va segnalato l’appello di alcuni intellettuali – pubblicato su Liberazione – contro le inique limitazioni che le recenti leggi italiane pongono agli immigrati clandestini. Giustamente Andrea Camilleri, Antonio Tabucchi, Dacia Maraini, Dario Fo, Franca Rame, Moni Ovaia, Maurizio Scaparro e Gianni Amelio si fanno portavoce di fronte all’Europa dei sacrosanti diritti degli stranieri, di tutti gli stranieri come di tutti gli uomini. Suscita però perplessità il paragone, evocato a ogni pie’ sospinto e senza alcuna contestualizzazione storica, con le leggi razziali del 1938. Rischiamo di non capire più cosa furono davvero se le usiamo come strumentale pietra di paragone per ogni condannabile abuso di potere dei nostri giorni, per ogni attuale ignobile rifiuto della diversità che ci circonda. Ad attestare oggi l’importanza di ricordare e di comprendere quale fosse davvero il clima diffuso dall’antisemitismo e dal razzismo trionfante giunge la notizia (riportata da Avvenire e da Europa) dell’apertura, a Varsavia, di un museo sulla storia degli ebrei polacchi. Fatto centrale è che questo museo si trova nella zona dove sorgeva il ghetto: sul luogo di morte, la memoria della vita (e della morte).                                                        

David Sorani ucei


18 gennaio 2009

Armi e soldi, a Gaza

 




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An Israeli police officer kneels over a dog that was badly injured after a rocket landed in the southern town of Sderot



Le armi tacciono, a Gaza. Ma non basta, perché si deve investire nella pace.
Le democrazie occidentali aiutarono Hamas. Lo fece, sotto banco, anche
Israele, per indebolire l¹Organizzazione per la Liberazione della Palestina.
La storia, però, non si prende a spizzichi e bocconi, né si capisce una
guerra con foto usate come bombe.
Arafat fondò l¹Olp nel 1959, sparandola contro l¹esistenza stessa di
Israele. Erano anni di guerra fredda, di blocchi contrapposti, ed Israele
era la frontiera avanzata delle democrazie occidentali. L¹Italia era
condizionata da quel quadro e non eravamo in molti a detestare la politica
filopalestinese, che andava dal lodo Moro (si consentiva ai terroristi di
far passare sul nostro territorio le loro armi, purché fossero utilizzate
contro gli israeliani e non in casa nostra!) al non riconoscimento Vaticano
dello Stato di Israele. Storia complicata, in un intrecciarsi di torti e
ragioni che non si possono liquidare in poche righe. Compresi gli aiuti ad
Hamas, con Arafat che aveva ragione ad avvertire l¹occidente: state
allevando un mostro.
Gli anni portarono l¹Olp al tavolo del negoziato, e fu in quel momento che
l¹antagonismo fondamentalista si mise a lavorare non più per la conquista
dei consensi, contro la corruzione nella gestione dei denari, ma per la
guerra. Sanno che Israele non sarà cancellato, ma sanno anche che il
conflitto è la condizione per conservare un ruolo, oltre che appoggi e
soldi. Per Israele, invece, la partita è sempre la stessa: garantirsi la
sicurezza. Anche per i palestinesi, del resto, la situazione è sempre la
stessa: ostaggio di chi li usa per lanciare le loro vite, anzi, i loro corpi
contro la pace e contro l¹occidente. Israeliani e palestinesi hanno
interessi compatibili, ma diversi da quelli di chi pretende di rappresentare
i secondi.
Finita la guerra fredda, molti europei si sono acconciati al doppio gioco,
garantendo formale solidarietà agli israeliani e strizzando l¹occhio alle
teocrazie fornitrici di petrolio. Scaricando sugli americani l¹onere della
difesa effettiva. E¹ in casa nostra, quindi, che deve tornare il realismo,
anche nella gestione degli aiuti economici. Quelli che bruciano le bandiere
sono dei cretini, ma quelli che inceneriscono il ruolo politico dell¹Europa
sono, talora, al governo.

Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it


14 gennaio 2009

Cecità morale

 

di Dan Kosky

Ancora una volta mass-media, organismi internazionali come le Nazioni Unite e influenti organizzazioni non governative (ong) gettano accuse su Israele.
Israele ha imparato parecchio dalla guerra in Libano contro Hezbollah del 2006: non solo ha ulteriormente ridotto i danni involontariamente causati alla popolazione civile dietro cui si barricano i terroristi, ma diffonde con maggiore efficacia e rapidità nell’arena dell’opinione pubblica i risultati delle proprie indagini e delle verifiche sulle accuse che gli vengono continuamente rivolte. Ma le famose ong insistono con la loro tradizionale pratica di gettare addosso a Israele accuse infamanti per lo più non controllate né verificate.
Durante la guerra in Libano del 2006 i gruppi per i diritti umani, in particolare Human Rights Watch e Amnesty International, si affrettavano a diffondere condanne pressoché quotidiane di “crimini di guerra” e dell’uso “sproporzionato” della forza da parte di Israele. In un caso specifico, nel villaggio di Qana, Human Rights Watch sostenne – senza prendersi la briga di fare alcun controllo sui fatti – che un attacco aereo israeliano aveva causato una strage di civili. I titoli su giornali e tv di tutto il mondo furono uno dei fattori che spinsero il primo ministro israeliano Ehud Olmert a decretare una tregua di 48 ore che di fatto diede a Hezbollah, in quel momento in seria difficoltà, l’opportunità di riorganizzarsi, prolungando ulteriormente la guerra e lo spargimento di sangue. Successivamente Human Rights Watch corresse l’accusa e le cifre, ma naturalmente la ritrattazione passò quasi del tutto inosservata, e comunque il danno era già fatto.
Nel 2002, nel pieno della campagna Scudo Difensivo, quando le Forze di Difesa israeliane, dopo due anni di attentati suicidi nelle città israeliane, erano passate alla controffensiva andando a stanare i terroristi dentro i territori palestinesi, l’accusa – poi rivelatasi falsa – che avessero compiuto un “massacro” di centinaia di civili inermi a Jenin venne rilanciata e alimentata da Amnesty International, col risultato di scatenare i titoli di giornali e tv in tutto il mondo.
Da quando è iniziata la controffensiva israeliana a Gaza, le dichiarazioni delle ong seguono esattamente lo stesso schema. Ovviamente gruppi come Amnesty International e Oxfam si sono precipitati ad etichettare le operazioni israeliane come “sproporzionate” e “indiscriminate”. Poco importa se gli esperti di diritto spiegano che la proporzionalità prevista dalle convenzioni internazionali non ha nulla a che vedere con la conta dei morti (quella si chiama faida, ed è un’altra cosa; un’operazione militare ha il compito di debellare il nemico colpendone i combattenti e di cercare di subire meno perdite possibile, militari e civili, nel contempo risparmiando il più possibile anche i civili dell’altra parte). Con il valido supporto dei agit-prop di Hamas e dei mass-media, l’idea di operazioni “sproporzionate” e “indiscriminate” è diventata moneta corrente.
La manipolazione dei termini legali del problema si manifesta anche nella frequente definizione della striscia di Gaza come di un territorio “occupato da Israele”. Paradossalmente, invece, l’unico cittadino israeliano presente nella striscia di Gaza alla vigilia della controffensiva anti-Hamas era Gilad Shalit, il soldato di leva sequestrato da Hamas due anni e mezzo prima mentre era in servizio di guardia in territorio israeliano e da allora trattenuto in ostaggio senza che di lui sia dato sapere più nulla (mai permessa neanche una visita della Croce Rossa), anche se la cosa non sembra aver scosso più di tanto i gruppi per i diritti umani.
I proclami attuali delle ong non sono che la continuazione di una precedente campagna su Gaza. La risposta iniziale di Israele ai lanci quotidiani di razzi, continuati anche dopo il ritiro, fu un parziale blocco dei confini. Reagire agli attacchi contro la popolazione civile israeliana con una classica misura non-militare come le sanzioni era evidentemente “sproporzionato” nell’altro senso. Eppure le ong lanciarono in una invereconda campagna che denunciava la “politica aggressiva” di Israele e definiva “crimine di guerra” la sua decisione di imporre una “punizione collettiva” alla striscia di Gaza (per inciso, anche le sanzioni al Sudafrica razzista erano una “punizione collettiva”?).
Inoltre le ong propongono continuamente una equivalenza morale fra le azioni di Hamas e quelle delle Forze di Difesa israeliane. Ma Hamas misura esplicitamente il successo delle sue operazione dal numero di civili israeliani uccisi (qualcuno si ricorda i festeggiamenti e i dolci distribuiti per le strade dopo ogni attentato?). Viceversa Israele usa tutta l’intelligence e la tecnologia di cui dispone per cercare di mirare il più possibile ai combattenti nemici ed evitare perdite fra i civili (con la stessa logica, fa transitare convogli di aiuti umanitari anche nel pieno dei combattimenti). Stando così le cose, continuare a invocare che “tutte le parti evitino di colpire civili” serve solo a creare la falsa impressione che le parti siano egualmente e altrettanto colpevoli.
Per certi aspetti lo stesso vale per l’invocazione ripetuta da tante parti affinché “cessino tutte le violenze”. È comprensibile che politici e capi di stato vogliano darsi un’immagine di imparzialità ed equidistanza se non altro per tenersi aperte diverse opzioni diplomatiche. Ma lo stesso non dovrebbe valere per le ong. Per loro natura, i gruppi per i diritti umani non dovrebbero rispondere a logiche politiche, ma solo ad una scelta di chiarezza morale. Nel caso dei combattimenti a Gaza questa chiarezza morale non si è vista per nulla.

(Da: YnetNews, 11.01.09)

Nella foto in alto: Aiuti per la popolazione di Gaza transitano al valico di Kerem Shalom mentre continuano i combattimenti contro Hamas


8 gennaio 2009

Ostaggi di Hamas

 

di BERNARD HENRY-LEVY 



Non essendo un esperto militare, mi astengo dal giudicare se i bombardamenti israeliani su Gaza potevano essere più mirati, meno intensi. Poiché da decenni non sono mai riuscito a distinguere fra morti buoni e cattivi o, come diceva Camus, fra «vittime sospette» e «carnefici privilegiati», sono evidentemente sconvolto, anch'io, dalle immagini dei bambini palestinesi uccisi. Detto questo, e tenuto conto del vento di follia che, una volta di più, come sempre quando si tratta di Israele, sembra impadronirsi di certi mass media, vorrei ricordare alcuni fatti.

1) Nessun governo al mondo, nessun altro Paese se non l'Israele attuale, vilipeso, trascinato nel fango, demonizzato, tollererebbe di vedere migliaia di granate cadere, per anni, sulle proprie città: in questa vicenda, la cosa più sorprendente, il vero motivo di stupore non è la «brutalità» di Israele, ma, letteralmente, il fatto che si sia trattenuto così a lungo.

2) Il fatto che i Qassam di Hamas, e adesso i suoi missili Grad, abbiano provocato così pochi morti non prova che siano missili artigianali, inoffensivi o altro, ma che gli israeliani si proteggono, vivono rintanati nelle cantine dei loro edifici, nei rifugi: un'esistenza da incubo, in sospeso, al suono delle sirene e delle esplosioni. Sono stato a Sderot, lo so bene.

3) Il fatto che le granate israeliane facciano, al contrario, tante vittime non significa, come sbraitavano i manifestanti dello scorso week-end, che Israele si abbandoni a un «massacro» deliberato, ma che i dirigenti di Gaza hanno scelto l'atteggiamento inverso, di lasciare quindi le loro popolazioni esposte: una vecchia tattica dello «scudo umano » che fa sì che Hamas, come Hezbollah 2 anni fa, installi i propri centri di comando, i depositi d'armi, i bunker nei sotterranei di abitazioni, ospedali, scuole, moschee. Tattica efficace ma ripugnante.

4) Fra l'atteggiamento degli uni e quello degli altri esiste comunque una differenza capitale che non hanno diritto di ignorare coloro che vogliono farsi un'idea giusta e della tragedia e dei mezzi per porvi fine: i palestinesi sparano sulle città, in altre parole sui civili (e questo, in diritto internazionale, si chiama «crimine di guerra»); gli israeliani prendono come bersaglio obiettivi militari e, senza volerlo, provocano terribili danni civili (e questo, nel linguaggio della guerra, ha un nome: «danni collaterali» che, se pur orrendo, rimanda a una vera dissimmetria strategica e morale).

5) Poiché bisogna mettere i puntini sulle i, ricordiamo ancora un fatto al quale stranamente la stampa francese non ha dato risalto e di cui non conosco alcun precedente, in nessun'altra guerra, da parte di nessun altro esercito: le unità de Tsahal, durante l'offensiva aerea, hanno sistematicamente telefonato (la stampa anglosassone parla di 100.000 chiamate) ai cittadini di Gaza che vivono nei pressi di un bersaglio militare per invitarli ad andarsene. Che questo non cambi nulla rispetto alla disperazione delle famiglie, alle vite stroncate, alla carneficina, è evidente; ma che le cose si svolgano così non è, tuttavia, un dettaglio totalmente privo di senso.

6) Infine, quanto al famoso blocco integrale, imposto a un popolo affamato, che manca di tutto e precipitato in una crisi umanitaria senza precedenti (sic), di fatto non è proprio così: i convogli umanitari non hanno mai smesso di transitare, fino all'inizio dell'offensiva terrestre, per il punto di passaggio Kerem Shalom; solamente nella giornata del 2 gennaio, 90 camion di viveri e di medicinali hanno potuto, secondo il New York Times, entrare nel territorio. Tengo a ricordare (infatti, è inutile dirlo, anche se, secondo alcuni, sia meglio dirlo…) che gli ospedali israeliani continuano, nel momento in cui scrivo, ad accogliere e curare, tutti i giorni, i feriti palestinesi. Speriamo che i combattimenti cessino al più presto. E speriamo che al più presto i commentatori tornino in sé. Allora scopriranno che sono tanti gli errori commessi da Israele negli anni (occasioni mancate, lungo diniego della rivendicazione nazionale palestinese, unilateralismo), ma che i peggiori nemici dei palestinesi sono quei dirigenti estremisti che non hanno mai voluto la pace, mai voluto uno Stato e hanno concepito il proprio popolo solo come strumento e ostaggio (immagine sinistra di Khaled Mechaal il quale, il 27 dicembre, mentre si precisava l'imminenza della risposta israeliana tanto desiderata, non sapeva far altro che esortare la propria «nazione» a «offrire il sangue di altri martiri», e questo lo faceva dal suo confortevole esilio, ben nascosto, a Damasco). Oggi, delle due l'una. O i Fratelli musulmani di Gaza ristabiliscono la tregua che hanno rotto e dichiarano caduca una Carta fondata sul puro rifiuto dell'«Identità sionista», raggiungendo il vasto partito del compromesso che, Dio sia lodato, non smette di progredire nella regione, e allora la pace si farà. Oppure si ostinano a vedere nella sofferenza dei loro compagni solo un buon carburante per le loro passioni riacutizzate, il loro odio folle, nichilista, senza parole, e allora bisognerà liberare non solo Israele, ma i palestinesi, dall'oscura influenza di Hamas.
(traduzione di Daniela Maggioni)


13 dicembre 2008

Un politico musulmano danese si ribella al medioevo saudita

 


Naser Khader

Naser Khader è un cittadino danese di origine siriana ed è particolarmente noto, di questi tempi, nel gossip politico europeo in quanto fondatore del partito danese dei musulmani democratici. Membro del Parlamento danese, è uno dei leader del composito crogiuolo dell'alleanza liberale.

Già insignito di numerosi premi per il suo impegno democratico, Khader aveva palesato un coraggio sconosciuto ai suoi colleghi danesi quando, nel 2006, assunse una decisa posizione a favore del quotidiano danese JyllandsPosten (il giornale al centro della vicenda delle controverse vignette). Più di recente, nel 2007, è stato insignito in Francia del Premio internazionale del Comitato Laicità e Repubblica.

Il perché di tanto successo è direttamente legato al fatto che Naser Khader abbia finalmente proposto ai musulmani europei una "terza via", alternativa a quelle che non siano l'abbracciare il radicalismo medievalista o l'abbandono della fede musulmana.

Khader sostiene che essersi "fissati" nella lotta a Bin Laden, ai terroristi, agli estremisti islamici, sia un modo errato di affrontare un problema che, visto in quei termini, non rappresenta che la punta di un iceberg.

La vera battaglia è sui valori condivisi ed è difficile che possa essere vinta senza l'ausilio degli stessi musulmani moderati.

Per quanto riguarda il terrorismo islamico è certo che le armi e la forza dell'occidente siano necessarie ma, nella lotta all'integralismo islamico più in generale, i musulmani moderati "devono" impegnarsi.

E qui è bene che l'Occidente prenda coscienza seriamente della gravità della situazione. Quando un musulmano moderato pubblica un libro, la galassia islamista ha già editato dieci libri. Questi signori possiedono case editrici, denaro quasi illimitato (pullulano i misteriosi "benefattori" in incognito, sovente sauditi), godono di un coordinamento a livello planetario.

Di converso, spesso i musulmani moderati possono tutt'al più trovare una comune piattaforma di intesa nella lotta all'islamismo, salvo poi dividersi (spesso in modo insanabile) sulle politiche ideologiche dei rispettivi partiti di destra o di sinistra.

Khader è fermamente convinto che il problema principale della sua religione sia strettamente correlato al concetto di razzismo. E nel termine "razzismo" il politico danese ricomprende un significato sicuramente più vasto da quello comunemente sotteso nell'etimologia propria della parola.  

Quello che Khader denuncia è un razzismo tipico dei nostri tempi, slegato dal colore della pelle, dall'appartenenza etnica. Siamo in presenza di un razzismo religioso a tutti gli effetti: gli islamisti si considerano come persone migliori delle altre. Il resto dell'umanità destinata agli orrori dell'inferno, quando non su questa stessa terra.

Non solo. Khader teme assai più l'Arabia Saudita che non l'Iran. Ed il perché lo spiega in modo assolutamente cristallino. Per farlo, produce un esempio che, a ragion veduta per come stanno andando le cose anche nell'economia europea, è significativo. Denuncia il fatto che un servizio giornalistico sui collegamenti fra l'islam wahabita (tra i più oltranzisti e retrogradi) ed i finanziamenti ad esso correlati, pronto per essere divulgato dalla catena di informazione PBS, è stato censurato. A farlo bloccare, manco a dirlo, è stato un membro saudita del consiglio d'amministrazione.

Secondo Naser Khader, l'Occidente non ha ben afferrato (volutamente o meno, petrodollari permettendo) dove risiede il vero pericolo nella lotta per la pace e per la civiltà planetaria.
Perché, certo, la teocrazia iraniana rappresenta un indiscutibile pericolo (non solo per Israele), ma l'islam sciita può aspirare, per massa critica (11% dei fedeli musulmani nel mondo) che per capitali disponibili, ad una mera supremazia regionale.

Diverso è, invece, il peso politico-economico dell'Arabia Saudita. Perché la gerarchia saudita è impegnata da decenni a sviluppare la diffusione dell'islam più conservatore in modo sotterraneo.
E' questo, e non altri, il paese che rappresenta la più grande minaccia alla pace nel mondo.
Ora, i vertici religiosi sunniti (egiziani e sauditi), hanno da tempo individuato la potenza insita nella libertà d'espressione e, di converso, l'immenso pericolo che corre il proprio medievalismo religioso di essere criticato e messo in discussione dalle stesse masse islamiche, non solo europee.

La gestione della crisi delle vignette, basata essenzialmente su una scientifica fomentazione delle masse popolari, ne è esempio indicativo.

E gli stessi vertici hanno anche individuato lo strumento con il quale porre il bavaglio al mondo civilizzato e laico: l'ONU.

Per ottenere questo risultato hanno apparecchiato un tavola imbandita di ogni bene (finanziario).
Ed ecco imporsi progressivamente, a suon di aiuti economici verso paesi del terzo mondo, una linea pericolosissima che la Conferenza degli Stati Islamici persegue. Trasformare l'islamofobia in un crimine e, contestualmente, avvalersi proprio dell'ONU quale organismo deputato alla protezione dell'islam più radicale conosciuto. Durban II è una tappa chiave in questo senso.

Khader, allora, avanza una proposta che possa raccogliere il consenso dell'intero islam moderato europeo: fare della Danimarca un polo della lotta per la libertà d'espressione, ciò che poi il paese è "de facto" a seguito dell'episodio delle caricature. Come? Ci riuscirà? Forse. Ma deve restare vivo. Ed il resto della civiltà svegliarsi.

Maurizio De Santis 
www.giustiziagiusta.info



13 dicembre 2008

Non giocare col fuoco

 

Si fanno molte speculazioni su come è andato a finire lo stallo, ad Hebron, fra le autorità israeliane e i coloni estremisti “post-sionisti”. Anche se nessuno si è ferito gravemente, la brutale operazione di sgombero di Beit Hashalom (la “casa della pace”, più nota come “casa della discordia”) e gli eventi che hanno portato a questo esito hanno messo ancora una volta a nudo la profonda lacerazione che divide la società israeliana.
A loro onore, bisognare dare atto ai leader di Likud, Israel Beiteinu, Kadima e partito laburista che si uniti nel chiedere agli abitanti ebrei di Hebron di non fare uso di violenza né fisica né verbale. Resta agli atti che nessun altro partito della Knesset ha ritenuto di unirsi a questo appello congiunto.
Come quelle coppie che litigano senza sosta sul marito che dovrebbe portare fuori la pattumiera per poi scoprire, davanti al consulente matrimoniale consultato troppo tardi, che è la loro intera relazione che sta andando in pezzi, gli israeliani si sono ossessivamente occupati della questione della proprietà legale di un semplice edificio controverso a Hebron, mentre la posta davvero in gioco è ben più grande.
Mentre gli estremisti venivano buttati fuori dall’edificio, le forze di sicurezza all’esterno non solo dovevano tenere separati i lanciatori di pietre palestinesi da quelli ebrei, ma dovevano anche allontanare dalla scena altri contestatori impegnati in varie forme di disobbedienza civile non violenta.
Noi condanniamo senza riserve i coloni che in questi ultimi giorni si sono comportanti in modo inaccettabile, scagliando pietre e insulti all’indirizzo del personale di sicurezza: quello stesso personale a cui spesso, un istante dopo, devono rivolgersi per essere difesi dai palestinesi. Condanniamo gli estremisti per aver provocato alterchi con la popolazione araba del posto, per aver violato moschee, abitazioni, veicoli e persino cimiteri. E proviamo solo disprezzo per coloro che hanno accoltellato un arabo di Gerusalemme est mentre tornava a casa dal lavoro, mercoledì scorso.
Molti dei risposabili delle violenze a Hebron, sia giovedì scorso che delle settimane precedenti, sono giovani fuori controllo che gravitano attorno a questo luogo tribolato, incoraggiati dalle loro autorità spirituali e dai loro mentori politici. Sono pompati di “vitamina M”: follia messianica.
Gli ebrei anti-sionisti del gruppo Naturei Karta si oppongono allo Stato ebraico perché il Signore non ha ancora inviato il Messia. Invece, questi coloni estremisti post-sionisti, sganciati dal tradizionale campo del nazionalismo religioso ebraico, sono arrivati al punto di contrapporsi allo Stato perché interpretano le sue politiche e le sue istituzioni come contrarie al volere del Signore. Da qui derivano i loro comportamenti.
Gli estremisti ebrei dai dintorni di Kiryat Arba hanno reagito allo sgombero dell’immobile dandosi a furibonde aggressioni contro persone e proprietà arabe nella zona di Hebron: i coloni estremisti che vogliono impedire ad ogni costo che le autorità israeliane facciano del caso di Hebron un precedente ripetibile. Altre loro ritorsioni potrebbero assumere forme di disobbedienza civile relativamente inoffensiva, come bloccare il traffico, oppure sfociare in tentativi molto più nefasti ad opera di frange super-estremiste che vorrebbero innescare una sorta di guerra santa in tutta la Cisgiordania pungolando gli arabi palestinesi a rilanciare la loro intifada armata.
Vi è uno scollamento ormai inconciliabile fra coloro che sono disposti a praticare o giustificare la violenza dei coloni estremisti e la stragrande maggioranza del pubblico israeliano; tra coloro che si sono ormai sganciati dall’impresa sionista, certamente imperfetta, con le sue forze armate e le sue istituzioni politiche, e la stragrande maggioranza di chi vuole preservare lo stato di diritto anche quando, per dirla con Dickens, “il diritto è somaro”.
Noi siamo innanzitutto contrari all’anarchia e al governo delle folle. I cittadini hanno il dovere di rispettare le decisioni legali, come quelle della Corte Suprema, anche quando dissentono totalmente da esse.
Oltretutto, in questo caso la Corte si è pronunciata proprio perché i coloni l’avevano chiamata in causa, dopo che la polizia aveva tardivamente ordinato lo sgombero dalla casa contesa. I giudici non hanno “ordinato” lo sgombero dei coloni giacché questo lo aveva già fatto lo Stato. Ciò che ha fatto la Corte è stato convalidare la posizione dello Stato.
Detto questo, continuami anche a chiedersi come mai il tribunale distrettuale di Gerusalemme ritardi tanto nel pronunciarsi sulla sostanza della contesa: la proprietà legale dell’immobile. Inutile dire che la pronuncia della corte di prima istanza, quando arriverà, andrà rispettata.
Né ci ha favorevolmente colpito la gestione della crisi da parte del ministro della difesa Ehud Barak, in particolare la sua decisione di lasciar cuocere a fuoco lento le cose per tre settimane dopo che i leader dei coloni avevano annunciato la loro intenzione di non lasciare spontaneamente l’edificio.
Nel frattempo, ci sembra importante non perdere di vista due altri elementi fondamentali. Primo, che la vasta maggioranza degli israeliani che vivono in Giudea e Samaria (Cisgiordania) è composta da cittadini pienamente rispettosi della legge. Secondo, che – in ogni caso – agli ebrei deve essere garantito il libero accesso alle Tombe dei Patriarchi di Hebron. L’intollerabile comportamento dei coloni estremisti non cancella questo diritto. Per lungo tempo, ancor prima che cristianesimo e islam arrivassero sulla scena, Hebron è stata – e rimane – una chiave di volta della civiltà ebraica.

(Da: Jerusalem Post, 5, 12.08)

Nella foto in alto: Giovani coloni estremisti sul tetto di una casa araba a Hebron, dopo che hanno dato fuoco agli alberi vicini nel corso delle violenze seguite allo sgombero della “casa della discordia”


4 dicembre 2008

Quando agire è dovere

 

Io, dinnanzi a fatti come quello di Mumbay resto esterrefatta, interdetta. Questa mattina al notiziario di Canale 5, l'unico canale televisivo italiano che posso prendere da qui, hanno trasmesso che il terrorista acchiappato vivo è pakistano e gli altri erano cittadini britannici di origine pakistana. L'obbiettivo era quello di ammazzare 5000 persone, volevano provocare un 11 settembre indiano in novembre. In Israele i giornali e la tv trasmettono che il pakistano ha dichiarato che la loro missione era quella di uccidere israeliani ed ebrei. Io dubito che questa dichiarazione sia veridica, ho l'impressione che sia inventata specialmente per il pubblico israeliano. Tempo di elezioni. Tempo di non credere a quello che pubblicano i giornali. Il mondo sceglie di non combattere il terrorismo, è impossibile che efficientissimi servizi segreti del tipo di Scotland Yard, la CIA, e molti altri, non sappiano dell'esistenza di organizzazioni terroristiche sul proprio territorio, che non sappiano del coinvolgimento dei propri cittadini. Io sono sicura che sanno ma che, come l'Italia, che secondo le dichiarazioni di Cossiga di cui io non ho ragione di dubitare, ha patteggiato con i movimenti terroristici ed in cambio del supporto italiano alla risoluzione dei loro problemi logistici ha ottenuto che l'Italia non subisca attentati, altri paesi hanno magari patteggiato altre cose. Temi commerciali? Finanziari? Altro? Forse, anzi molto probabile. Tu, governo britannico/americano/altro, ordina ai tuoi servizi segreti di chiudere un occhio sulle nostre attività e nel tuo territorio non accadranno carneficine. Forse gli attentati come quello alla sotterranea di Londra o al treno di Madrid sono stati la conseguenza di qualche rifiuto da parte inglese o spagnola. Chissà.

Stamattina al Canale 5 hanno definito i terroristi "di spirito islamico". Che cosa cacchio vuol dire di spirito islamico? I terroristi pakistani o di origine pakistana erano mussulmani come quelli di Londra, Madrid, Washington. Bisogna dirlo a voce altissima che erano mussulmani e non a caso. Bisogna accusare a voce alta e con coraggio. Bisogna esigere dai propri governi non solo di esprimere "preoccupazione" come fa immancabilmente il Papa ed alcuni primi ministri quando si compie una carneficina di innocenti in India o quando si stuprano in una notte 120 donne e bambine di un villaggio congolese. Bisogna esigere da potenze come la UE e gli USA di bloccare tutti i fondi "di spirito islamico" fino ad inchieste approfondite e vere che appurino da dove provengano e a che uso siano destinati. Bisogna indagare seriamente su tutti gli immigrati che arrivano in paesi occidentali ufficialmente per cercare lavoro o per altri motivi apparentemente leciti, bisogna verificare chi è questa gente, chi frequenta, chi sono i loro capi spirituali e se si occupano di spirito o di lavaggio di cervello per ridurre i cercatori di lavoro in terroristi. Solo così forse si riuscirà a convincere i mussulmani moderati ad esprimersi, a prendere posizione e questo sarebbe un aiuto enorme.
Chi tace, acconsente. Ed io accuso, senza se e senza ma, chi in questi frangenti sceglie di non compromettersi.


1 dicembre 2008

Israele e dintorni per i nostri media

 

Con immenso dolore e con angoscia profonda continuiamo a leggere i dettagli sui giornali della strage di Mumbai (per esempio Anna Zavesova sulla Stampa, Raimondo Bultrini su Repubblica). I numeri parlando da soli, i morti ebrei, israeliani o meno, sono almeno 9 su 24 stranieri uccisi (gli indiani sono 150). I dettagli sono terribili: le vittime torturate, la salma del rabbino sistemata sopra un talmud aperto, i corpi torturati prima della morte, dilaniati poi dalle esplosioni, i terroristi ospiti a lungo prima del delitto della casa che avrebbero devastata, per studiare il loro obiettivo, la baby sitter che scappa con il bambino piccolo, salvandolo per un pelo. Il terrorista catturato rivela che il primo obiettivo erano gli ebrei.
Come ogni volta che il terrorismo islamista colpisce (l’11 settembre e la strage di Madrid, gli attentati di Londra e quelli in Israele, per non parlare degli attentati in Libano, Iraq, Afganistan, Pakistan, in Argentina), si mettono in evidenza i motivi locali (questa volta la rivalità indo-pakistana e la situazione interna al Pakistan, così per esempio Giuseppe Scanni su
E-polis). Oppure si parla genericamente di “religioni che uccidono”, che hanno tutte le loro colpe e che dovrebbero fare i conti con il loro passato (così un articolo peraltro nobile di Arrigo Levi sulla Stampa). Quel che si tace è molto semplice ed è stato detto tante volte: una corrente larga e diffusa del mondo islamico si sente oggi in guerra con l’Occidente, la democrazia, le pacifiche relazioni internazionali, l’esistenza stessa di altri popoli e religioni, innanzitutto con l’ebraismo (non solo con Israele, ma proprio con l’ebraismo). Israele è naturalmente in prima fila ad essere attaccato e a cercare di difendere il popolo ebraico, come ha ripetuto ieri Olmert (Francesca Paci sulla Stampa, Il Messaggero); ma non può fare molto, dato che il mondo ebraico è così diffuso e disperso.
Questa guerra è condotta con accanimento e ferocia, con una certa larghezza di mezzi, anche se non ancora con la tecnologia (ma presto arriverà l’atomica iraniana), in maniera decentrata ma su obiettivi condivisi; ha dimensioni mondiali e il consenso di larghe masse, anche fra gli immigrati in Europa (almeno due degli attentatori a quanto pare erano anglo-pakistani). Un pezzo consistente di sinistra “radicale” si sente alleato a questa offensiva, per inimicizia al capitalismo e alla democrazia liberale che li hanno sconfitti, per senso di colpa nei confronti del “terzo mondo”, per un “odio di sé” che noi ebrei conosciamo bene e che ha contagiato buona parte dell’intellighenzia europea. Questa guerra non si fermerà per qualche atto di buona volontà, per qualche trattativa locale, per qualche ritiro più o meno concordato da questo o quel territorio. Dovrà essere combattuta a lungo, o ci travolgerà tutti. Per farlo bisogna ammettere la sua esistenza, non fermarsi a buonismi multiculturali e a discorsi politicamente corretti.
 
Un altro argomento sulla rassegna di oggi è l’implacabile procedere della macchina propagandistica intorno alla figura di Pio XII. La Chiesa procede con determinazione e con l’appoggio di tutta la stampa. Questa volta Benedetto XVI è andato a deporre un mazzo di fiori bianchi a San Lorenzo, dove papa Pacelli si recò dopo i bombardamenti alleati a portare sollievo alla popolazione (si veda per esempio Accattoli sul
Corriere).
Un’altra notizia romana che aggiunge angoscia a queste giornate tristi: c’è polemica a Roma sul museo della Shoà a Villa Torlonia (
D-News): la gente ne ha “paura”, e considera che la massa cupa disegnata dall’architetto Luca Zevi sia triste e rovini l’aspetto piacevole del quartiere: una protesta di cui probabilmente sentiremo ancora parlare.

Ugo Volli


1 dicembre 2008

Lanci di mortaio

 

Sono stati lanciati dei colpi di mortaio  dalla striscia di gaza
verso Israele .

Per la precisione 11 .

In mattinata l'esercito aveva intercettato un gruppo di palestinesi
armati, e nello scontro a fuoco uno dei palestinesi è stato ucciso.

Subito dopo i palestinesi hanno iniziato il lancio di colpi di
mortaio.

Un colpo è finito in un campo militare vicino al Kibbutz Nahal Oz ,
nel Neghev, ed ha colpito in pieno un gruppo di soldati e soldatesse
Israeliani.

8 i soldati colpiti , 2 in gravi condizioni trasportati tutti
immediatamente al ospedale di Soroka Hospital di Be'er Sheva ed anche
al Barzilai Hospital di Ashkelon.

Il soldato più grave aveva ferite ad entrambe le gambe, i dottori
hanno deciso che la gamba con le ferite piu gravi andava amputata ,
il ragazzo di cui ancora non si sa il nome ha 21 anni .

Si fa semrpe piu tesa la situazione tra israele e la striscia di
gaza .

Il ministro Matan Vilnai oggi ha detto che un operazione di vasta
scala al interno della striscia è ormai indispensabile .

La pazienza di governo e cittadini Israeliani ha ormai raggiunto il
limite.

Alon


1 dicembre 2008

No no no. Basta

 
  
Cosa vogliono fare del mondo, cosa vogliono fare delle nostre vite.
Cosa vogliono quelli che finora li hanno sempre difesi, quelli che hanno
riso dell'11 settembre, che hanno guardato indifferenti tutti gli 11
settembre vissuti da Israele e Madrid e Londra e le stragi di occidentali in
Indonesia e adesso Mumbai e altro orrore, altro sangue, altri morti
innocenti .
E' il terrore che vogliono.Terrore e morte, e' di questo che sono fatti.
E' annientarci che vogliono, distruggerci, sentirci urlare di paura mentre
ci ammazzano.
Purtroppo il genere umano e' fatto di errori, di orrori e di schifezzine
varie e oggi a Roma ne abbiamo avuto un triste esempio, delle schifezzine
intendo.

Invece di manifestare contro il Terrore e gli ultimi 195 morti fatti dal
fondamentalismo islamico, quattro scalmanati a Roma hanno deciso di andare
in piazza per la Palestina nel giorno di solidarieta' deciso dall'ONU per
un paese che non c'e' per la volonta' palestinese di non permettere che
esista finche' non sara' distrutto Israele.
Per l'ONU, organizzazione serva dei paesi membri islamici, solo i
palestinesi hanno diritto alla solidarieta', altri popoli che soffrono
davvero e non per loro colpa, niente, zero, indifferenza, chi se ne frega,
solo i palestinesi hanno diritti senza nessun dovere, i palestinesi che
hanno comprato il mondo colla loro propaganda battente, coi soldi della
Banca Mondiale e dei governi schiavi, colla paura che fanno a causa della
loro ferocia e, dulcis in fundo, sono solo i palestinesi che hanno come
nemici il nemico del mondo intero :gli ebrei, i maledetti ebrei, gli sporchi
ebrei ormai diventati israeliani, sionisti, anzi, scusate, maledetti
israeliani e sporchi sionisti!
Oggi e' cosi' che gli italiani e non solo loro manifestano l'odio antisemita

Dimitri Buffa scrive che questi scalmanati devono ancora decidere se
bruciare o meno le bandiere di Israele, lo devono decidere non perche'
pensano che sia schifoso bruciare i simboli di qualsiasi Nazione del mondo
ma perche' devono capire "cosa gli conviene", se bruciarle e passare per
quello che sono, degli antisemiti a tuttotondo, o non bruciarle e rischiare
di passare inosservati dopo la tragedia di Mumbai che in un certo senso gli
ha rovinato la festa.

Lo hanno addirittura scritto in un comunicato del Forum Palestina, scrive
Buffa sull'Opinione, "bruciamo o non bruciamo?" dilemma amletico e uno pensa
uno si interroga, uno non capisce se sono inguaribilmente razzisti o
semplicemente ridicoli.
Si sono riuniti sotto il Campidoglio urlando contro Israele i soliti slogan,
domani sapremo di piu' e avremo un quadro piu' esatto dello schifo
organizzato da questa gentucola.
Passiamo oltre, questi sono solo da disprezzare per l'anima nera che hanno
e sono indegni dell'attenzione di chicchessia.

Gabriel e Rivka invece si.
Gabriel e Rivka avevano 29 e 28 anni, lui rabbino e lei sua moglie e
condirettrice del Centro Chabad di Mumbai, erano i genitori di Moshe, un
bambino di due anni che e' stato consegnato ai nonni arrivati da Israele.
Ho ancora davanti agli occhi l'immagine della mamma di Rivka alla notizia
dell'attacco terrorista di Mumbai, ho davanti agli occhi le sue mani che
accendono le candele per pregare per la figlia, il genero, il nipotino e per
tutti gli ebrei in pericolo di vita perche' gli ebrei sono sempre in
pericolo di vita, i nazisti di tanti anni fa si sono trasformati nei
fondamentalisti islamici, quelli che invece di Heil Hitler urlano Allahhu
Akhbar e che hanno un unico sogno, ammazzare ebrei e eliminare Israele.
Le mani della mamma di Rivka tremano, la voce trema ma prega prega prega
per un miracolo di cui lei stessa dubita e altre voci nella stanza
rispondono Amen quasi gridando.
La scena successiva di questo film dell'orrore non ci mostra piu', per
rispetto, questa mamma ma il marito, il papa' di Rivka, il nonno di Moshe
che prende il bambino dalle braccia della nanny indiana che lo ha salvato e
gli sorride tra la barba bianca..
Ha gli occhi sereni e innocenti di chi sa pregare e credere nell'impossibile

Gli hanno massacrato la figlia e il genero ma lui sorride al nipotino
frastornato che non sa di non avere piu' una mamma e un papa' e che piange
inconsolabile chiamando la sua ima, il suo aba.

Rav Gabriel e Rivka Holzberg, viene spontaneo chiamarli Gabi e Rivki per la
loro giovane eta', erano in India da 5 anni per dare aiuto a tutti, agli
ebrei lontani da casa ma anche agli indiani poveri e bisognosi di una parola
e di un po' di cibo.
I terroristi pakistani li hanno catturati, legati insieme ad altri sette
ebrei e israeliani e alla fine li hanno uccisi.
Questi sono i nomi degli israeliani gia' riconosciuti :
Rivka Holtzberg
Gavriel Holtzberg
Leibish Teitlebaum
Bentzion Chroman
Yocheved Orpaz
Riposino in pace.
Un membro di Zaka, l'organizzazione che si e' recata in India per il
recupero e il riconoscimento delle salme, ha detto che i corpi erano avvolti
negli scialli da preghiera e uno di essi, Bentzion, un giovane di Bat Yam
era abbracciato alla Tora' e riverso su di essa.
Il centro ebraico era uno degli obiettivi dei terroristi arrivati per fare
strage di americani, inglesi e israeliani e l'unico superstite del gruppo
islamico ha rivelato che il loro scopo era far saltare il Taj Mahal e il
centro Chabad e fare almeno 5000 morti.
Si chiama Amir Kasab, ha 21 anni e ha dichiarato che l'attacco aveva come
scopo principale l'uccisione di israeliani per punirli delle atrocita'
contro i palestinesi e gia' che c'erano hanno voluto includere nella
punizione il Grande Satan, l'America, e i Crociati, l'Europa.
Una grande orgia per soddisfare la loro sete di sangue e la loro fame di
morti.
Avevano armi sufficienti per superare orgogliosamente le vittime fatte dai
loro fratelli assassini a New York, l'11 settembre.
5000 morti! Come puo' una mente che non sia satanica pensare di ammazzare
tanti esseri umani per puro odio.
Sono riusciti ad ammazzarne solo 195, quasi tutti personale degli alberghi,
quasi tutti indiani e, ciliegia sulla loro torta fatta di odio e di schifo,
ben nove tra ebrei e israeliani.
Un successone.

Dopo l'11 settembre abbiamo visto le masse arabe far festa per le strade,
tanti americani uccisi tutti in una volta, che bello, che goduria. I
palestinesi dei territori avevano invaso le strade per distribuire
caramelle e mangiare bakhalava' ridendo felici e ballando.
Questa volta non abbiamo ancora assistito a questi spettacoli disgustosi
forse per il timore che il mondo, ormai esasperato, possa tagliare i cordoni
della borsa.

Devono incominciare a stare attenti perche' puo' accadere che anche le anime
pie europee innamorate dei palestinesi vengano prese a calcioni dai vari
governi stufi di finanziare nullafacenti palestinesi terroristi e
nullafacenti palestinesi simpatizzanti dei terroristi.
Al posto loro hanno manifestato gli imbelli filopalestinesi italici arrivati
a Roma da ogni parte d'Italia per non smentirsi mai, per liberare il loro
odio, per sporcare il dolore per i morti di Mumbai, incuranti della
figuraccia, senza pieta' per l'orrore commesso da amici dei loro amici,
cuore di pietra e cervello annebbiato dal loro stesso odio.
Brutta gente, brutta brutta gente.

Deborah Fait
www.informazionecorretta.com


1 dicembre 2008

Mumbay e la strage degli innocenti

 

Hanno prodotto sdegno e orrore in Israele le informazioni arrivate
dalla sicurezza Indiana dopo il massacro , le vittime Ebree avevano
ancora lo scialle della preghiera addosso, il Tallid, alcuni di loro
erano anche legati alle mani e piedi.

L'attacco era stato pianificato da tempo e alcuni dei terroristi
avevano già frequentato la Chabad House fingendosi studenti e
probabilmente soggiornato in alcune delle camere che gli sono state
affittate .

Il giornale Times of India riporta che l'unico terrorista sopravissuto
Azam Amir Kassab , ha detto che l'obbiettivo principale della loro
azione era di colpire la Chabad House uccidendo gli Israeliani che
erano li dentro, come risposta per le atrocità contro il popolo
palestinese.

Sandra, la baby sitter che ha salvato Moshe figlio di Rabbi Gavriel
e Rivka Holtzberg uccisi alla Chabad House scappando di corsa dall'edificio 
con lui in braccio per rifugiarsi presso l'ambasciata di Iraele, arriverà in Israele domani
con un visto speciale che le garantirà la possibilità di rimanere in
Israele per sempre, in aggiunta le verrà conferito il titolo di "
giusta fra i gentili " che viene dato a persone che hanno aiutato o
rischiato la vita per aiutare Ebrei.

Alon


17 ottobre 2008

Nell’occhio del ciclone

 Quando un manipolo di giovani arabi a volto coperto gettò pezzi di stoffa imbevuti di benzina in un appartamento usato dall’organizzazione Ayalim nella città vecchia di Acco, la settimana scorsa, fu un vicino di casa arabo a cacciarli via furibondo e ad estinguere il fuoco.
Guy Maoz e Michal Heskelovich, dell’organizzazione Ayalim nella città vecchia di Acco, stanno lavorando con arabi ed ebrei per migliorare il quartiere.
“Non siamo qui per rendere Acco ebraica – dice il ventisettenne Maoz, coordinatore logistico per il villaggio di studenti di Ayalim nel cuore della città vecchia, un quartiere quasi interamente arabo – Siamo qui semplicemente per sviluppare la città al livello di una moderna città turistica, in cui la gente possa desiderare di vivere”.
Ayalim è un’organizzazione presente in tutto Israele, che ha collocato oltre 500 studenti in 11 “villaggi” nel nord e nel sud del paese: trascorrono un anno lavorando a progetti sociali per sviluppare il territorio e aiutare ad arginare il flusso di giovani residenti istruiti che si spostano verso il centro di Israele.
Non si tratta di pacifisti idealisti, “anche se non c’è niente di male ad esserlo”, puntualizza Michal Heskelovich, manager della filiale di Ayalim ad Acco. Sono studenti impegnati, la maggior parte dei quali si laurea in ingegneria e medicina, che vogliono essere prendere parte al lavoro, molto concreto e difficile, di cambiare il paese in meglio.
La maggior parte dei villaggi per studenti di Ayalim è costituita da minuscoli insediamenti nel Negev o in Galilea (sud e nord di Israele), dove gli studenti vivono in caravan temporanei e lavorano a progetti sociali nei villaggi e nelle città vicine. Ma un nuovo tipo di “villaggio” si è sviluppato con la seconda guerra in Libano (estate 2006), quando un gruppo Ayalim che cercava di stabilirsi vicino a Kiryat Shmona non ottenne il permesso di vivere in strutture temporanee perché ritenute troppo pericolose a causa delle raffiche di missili che colpivano le città settentrionali di Israele durante la guerra. Così il gruppo cercò un’altra soluzione abitativa e trovò appartamenti in uno dei quartieri più disagiati della povera città dell’estremo nord d’Israele: quello fu il primo “villaggio urbano” di Ayalim. Acco è il secondo.
Qualunque cosa il mondo possa pensare delle relazioni etniche ad Acco, quelli che vivono nell’occhio del ciclone sono ottimisti. I vicini arabi sono “molto interessati a noi”, dice Maoz. “Nella loro cultura non si vive dentro casa, ma fuori, chiacchierando per strada”. Così gli studenti ebrei e i residenti arabi si incontrano varie volte al giorno, scambiandosi convenevoli e spesso anche battute e bonarie prese in giro.
Camminando tra gli stretti vicoli di Acco mercoledì scorso, la ventisettenne Heskelovich, una allegra bionda con laurea in educazione che appare esotica sullo sfondo del selciato dell’antico porto mediterraneo, è stata salutata da un vecchio arabo che l’ha trattenuta a lungo per scoprire perché fosse scomparsa dal quartiere per quasi due settimane durante le feste. Districatasi con difficoltà dall’interrogatorio, si è trovata costretta a ripetere il processo con un’altra mezza dozzina di residenti prima di raggiungere l’ingresso dell’organizzazione.
“Quelli che vivono vicino a noi sanno cosa stiamo facendo e ci apprezzano” spiega Maoz. Ma all’inizio non tutti hanno accettato il gruppo. Il lavoro di Ayalim volto a sviluppare la periferia è simile a quello degli sforzi per “popolare” le regioni della Galilea incoraggiando gli ebrei a trasferirsi in zone dove sono poco numerosi. Quando i leader della comunità araba di Acco protestarono per l’ingresso di giovani ebrei nel loro quartiere, le tensioni tra i due gruppi costrinsero la municipalità a intervenire organizzando un incontro tra i leader di Ayalim e il Movimento Islamico di Acco. All’incontro, il gruppo di studenti riuscì a convincere la leadership musulmana locale che il loro scopo principale era lo sviluppo di Acco, e che ne avrebbe tratto vantaggio soprattutto la povera comunità araba della città.
“C’è criminalità e molta droga nella zona” spiega Heskelovich, ma un po’ di marketing potrebbe fare molto per cambiare la situazione. “Se si riuscisse a ‘qualificare’ la città vecchia come un luogo socio-economicamente forte, giovane e divertente, un luogo vicino al mare dove i giovani fanno cose interessanti, allora si potrebbe cambiare davvero questo posto. Arriverebbero i caffé, gli artisti, una popolazione istruita”.
Per raggiungere questo scopo, Ayalim affronta di petto la frattura tra arabi ed ebrei. Per Heskelovich e Maoz, la cosa non nasce da un impegno astratto per la coesistenza, ma semplicemente dalla considerazione che non si può eludere il problema se si vuol realizzare un lavoro di sviluppo socio-economico nelle città miste.
Il primo passo nella coesistenza è quello di affrontare le tensioni all’interno del gruppo stesso. L’anno scorso il gruppo aveva tra i partecipanti studenti sia arabi che ebrei, e le tensioni irrisolte tra loro “danneggiavano la cooperazione nella squadra – dice Heskelovich – Diventava difficile parlare di sionismo o di qualunque altro nazionalismo”. Tre studenti arabi faranno parte del gruppo di 24 persone che inizia l’anno accademico nella città vecchia di Acco il mese prossimo. “Quest’anno ci concentreremo sul creare una modalità di vita cooperativa insieme”, insiste Heskelovich.
Intanto, il gruppo che arriva a novembre dovrà affrontare una grossa sfida. Prima di decidere come passeranno migliaia di ore di lavoro comunitario – ogni partecipante deve svolgere fino a 500 ore nel corso dell’anno – gli studenti andranno di porta in porta, presentandosi ai vicini e cercando di sapere dai residenti di che cosa la comunità ha bisogno da parte loro. Ad esempio, un’estetista tra gli studenti spera di poter offrire lezioni di cosmetica alla donne locali, mentre Heskelovich spera di creare nella città vecchia un negozio di abiti di seconda mano, tipo esercito della salvezza.
Le tensioni etniche scoppiate in questo mese probabilmente rimarranno, pensano Maoz e Heskelovich. “Ma per fare il nostro lavoro – sostiene Maoz – non abbiamo bisogno della perfetta armonia, finché ognuno sa dove stanno i limiti”.

(Da: Jerusalem Post, 16.10.08)

Nella foto in alto: Guy Maoz e Michal Heskelovich dell’organizzaione Ayalim nella città vecchia di Acco


28 agosto 2008

Crudeltà senza confronto

 

Da un editoriale del Jerusalem Post

Vi sono, in Israele, circa 8.500 detenuti arabi originari di Cisgiordania e striscia di Gaza. Più di 5.000 di questi stanno scontando sentenze passate in giudicato; 2.300 sono in attesa della conclusione dell’iter processuale; gli altri sono in detenzione amministrativa.
Nessuno sostiene che le carceri israeliane siano luoghi ameni. Ogni detenuto ha amici e famigliari che verosimilmente soffrono per la sua mancanza. Detto questo, va ricordato si tratta di personaggi pericolosi della “lotta armata” palestinese, molti dei quali hanno progettato, eseguito o reso possibile attentati volti ad uccidere o mutilare cittadini israeliani sugli autobus, nei bar, nei locali pubblici, nelle case e negli alberghi.
Recentemente alcuni detenuti di un carcere di massima sicurezza, per lo più condannati per omicidio, incontrando una delegazione dell’Ordine degli Avvocati israeliani hanno lamentato una serie di maltrattamenti: celle sovraffollate e poco illuminate e altre cose di questo tipo. Più grave l’accusa, che richiederà una chiara risposta da parte del direttore dei servizi penitenziari Benny Kaniak, secondo cui alcuni membri di una unità d’elite israeliana avrebbero usato dei cani per “umiliare” i detenuti.
Il presidente dell’Ordine degli Avvocati Yuri Guy-Ron ha detto che il rapporto scaturito dai suoi sopraluoghi dimostra quanto sia importante che “professionisti obiettivi del Foro continuino a visitare le carceri allo scopo di verificare le condizioni di detenzione”. Il che è senz’altro vero, ed è anzi il motivo per cui siamo ben contenti che praticamente ogni giorno dell’anno le carceri israeliane vengano visitate da rappresentanti della Croce Rossa, giornalisti, avvocati, giuristi, politici, oltre ai famigliari dei detenuti. Ai detenuti viene anche riconosciuto il diritto a periodici incontri coniugali.
Con tante migliaia di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, la società palestinese nel suo complesso non riesce a capire – ma non esita a sfruttare – tutto questo affliggersi degli israeliani per Gilad Shalit, il loro unico prigioniero che sta trascorrendo il suo terzo compleanno nelle mani dei suoi sequestratori nella striscia di Gaza.
Ora, a parte il fatto che Shalit non è un terrorista bensì un semplice soldato che stava facendo la guardia al suolo sovrano d’Israele quando venne rapito, il 25 giugno 2006; a parte il fatto che non ha mai torto un capello a nessun arabo, e anzi probabilmente non ha mai sparato nemmeno un colpo con la sua arma d’ordinanza se non in addestramento; a parte tutto questo, la differenza più grande fra lui e le migliaia di detenuti in Israele è che neanche uno dei detenuti palestinesi scambierebbe il suo posto con quello dell’ostaggio israeliano nemmeno per un solo giorno.
Come mai? Basterà ricordare che al giovane soldato israeliano – che in base al diritto internazionale dovrebbe essere trattato come un prigioniero di guerra – non è mai stato permesso di incontrare neanche un rappresentate della Croce Rossa né un funzionario consolare (Shalit ha anche la cittadinanza francese); Hamas si fa un vanto di dichiarare che da più di due anni non gli permette nemmeno di vedere la luce del sole; ai suoi genitori non è mai stato permesso di incontrarlo né di parlargli; solo rarissimamente sono state fatte trapelare alcune sue immagini e lettere, e anche questo solo per servire la macchina propagandistica dei sequestratori. Per avere un’idea dell’ambiente spietato in cui Shalit si trova recluso basta considerare il successo ottenuto da una registrazione che imita per scherno la voce della madre di Shalit che si rivolge al figlio: migliaia di palestinesi di Gaza l’hanno scaricata a pagamento sui propri cellulari e computer trovandola estremamente divertente.
Lunedì scorso, intanto, Israele ha scarcerato 198 detenuti palestinesi, compresi alcuni che si sono personalmente macchiati di reati di sangue, come gesto di buona volontà per rafforzare la posizione del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) agli occhi della sua gente. Abu Mazen avrebbe potuto utilizzare la cerimonia il di benvenuto a questi ex-detenuti tenuta a Ramallah per parlare di riconciliazione, e per dire che molti altri detenuti verranno scarcerati non appena gli arabi cesseranno la guerra di sessant’anni contro l’indipendenza sionista e accetteranno la soluzione due popoli-due stati. E avrebbe potuto accennare al caso di Shalit, se non altro come questione umanitaria. Invece Abu Mazen ha detto alla folla: “Non avremo pace fino a quando tutti i prigionieri non saranno liberati e le prigioni svuotate”, e ha citato espressamente Marwan Barghouti, che sconta cinque ergastoli come pluri-omicida, Ahmed Saadat, in carcere per l’assassinio del ministro israeliano Rehavam Ze'evi, e Aziz Duaik, un esponente dell’organizzazione jihadista Hamas arrestato proprio in seguito al sequestro di Gilad Shalit. Fa riflettere il fatto che Abu Mazen è espressione dell’opinione moderata in campo palestinese.
Lo scrittore israeliano Yoram Kaniuk, un severo critico del proprio governo che da lungo tempo esprime compassione per le sofferenze palestinesi, in un articolo lunedì su Yediot Aharonot ha fatto ciò che avrebbe dovuto fare Abu Mazen: ha spronato i palestinesi comuni ad esigere un trattamento più umano per Shalit: “Tenere un ragazzo recluso per anni senza processo e senza che possa anche solo incontrare i suoi genitori è una crudeltà senza confronto”.
È così.

(Da: Jerusalem Post, 26.08.08)

Nella foto in alto: Gilad Shalit (22 anni il 28 agosto)

Per i clip che si fanno beffe dell’ostaggio israeliano e dei suoi famigliari, si veda (in inglese):
http://www.haaretz.com/hasen/spages/1014782.html


26 agosto 2008

Iran, il nucleare per cucinare ? MMM...

 

L'Iran ha testato un missile in grado di mettere in orbita satelliti, aerei in grado di percorrere 3000 kilometri senza rifornimenti, razzi con raggio d'azione di 2000 kilometri. Le testate saranno nucleari ?


18 agosto 2008

Che nausea!

 



Che la Telecom Italia non sappia ancora dell'esistenza dello stato d'Israele (vedi qui)…pazienza.

Che Francesco Cossiga, in un'intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, parli di un accordo stipulato tra l'Italia ed i palestinesi, secondo cui potevano trasportare armi ed esplosivi, garantendo in cambio immunità dagli attacchi…pazienza.

Che Bassam Abu Sharif, ex terrorista, confermi da Gerico le dichiarazioni di Cossiga…pazienza.

Ma che quel bugiardo generale Graziano, comandante delle forze Unifil in Libano, mentisca impunemente sulla situazione nel sud del Libano dichiarando che Hizboullah rispetta la risoluzione 1701, mi fa uscire dai gangheri.

Le tre cose insieme mi spingono dolorosamente a pensare che l'Italia sia un paese terribilmente lecca deretani con molto poca onestà e dignità.

 ariela




Fortunatamente qualcuno ancora sensato esiste.

Lucio Malan (PDL), segretario di presidenza del Senato, ha dichiarato:

<<Domani presenterò un’interrogazione sulle sconcertanti parole del generale Graziano, comandante della missione Unifil in Libano. Il generale, riferisce il quotidiano israeliano Haaretz, ha lodato le milizie Hezbollah e accusato Israele di violare la risoluzione Onu 1701 e per questo l’ambasciatore del governo di Gerusalemme ha chiesto chiarimenti ufficiali. Credo che chiarimenti siano anche dovuti all’Italia, il cui parlamento non ha mai inteso che la missione in Libano avesse un carattere di sostegno unilaterale a una delle parti.>>

Roma, 17 agosto 2008


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