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5 novembre 2013

Israele, la storia dei Settlers di Gaza (coloni per qualcuno) in un museo

 
Sotto tiro palestinese
 Gerusalemme c'è un museo dedicato a Gush Katif, gruppo di insediamenti israeliani nella striscia di Gaza sgomberati nell'agosto 2005. Vuole documentare "la storia degli abitanti di questa fascia costiera, affinché non vengano dimenticate le fiorenti località distrutte", ha spiegato il responsabile del progetto. Un centro-archivio del Katif è stato già aperto a Nitzan, a nord di Ashkelon. Il centro documenta 35 anni di esistenza delle 17 colonie smantellate da Ariel Sharon. Migliaia le fotografie, dozzine di documenti, una cinquantina di libri e testimonianze di numerosi ex residenti. Alla cerimonia di inaugurazione, le poste israeliane hanno presentato il francobollo dedicato al Gush.
"Coloro che ricordano il passato saranno in grado di costruire il futuro" dice Dror Vanunu, responsabile del centro. Kobi Bornstein, tra i fondatori del centro, dice che il Gush "riflette la storia d'Israele, la comunità, l'agricoltura, l'insediamento, la fede, il sionismo". Lo sgombero dei villaggi ebraici israeliani dalla striscia di Gaza e di parte della Cisgiordania settentrionale ha significato la chiusura di 42 centri assistenziali day-care, 36 asili, sette scuole elementari e tre scuole superiori; cinquemila scolari sono stati inseriti in altre scuole; smantellate 38 sinagoghe; 166 aziende agricole israeliane sono essere chiuse, con la perdita di posti di lavoro anche per cinquemila palestinesi; infine, 48 sepolture del cimitero ebraico di Gush Katif sono state riesumate e trasferite in Israele, comprese quelle di sei abitanti uccisi da terroristi.
Il centro di Nitzan serve a documentare uno dei capitoli più straordinari e dolorosi della storia d'Israele. Si prevedevano spargimento di sangue, una pioggia di missili Kassam sui soldati e i cittadini nel Gush Katif. Niente di tutto questo è successo l'estate del 2005. Ci fu tanta disperazione, qualche scontro fisico ma soprattutto la dimostrazione di forza morale di Israele e dei suoi più indomiti cittadini. Erano ottomila ebrei a fronte di un milione e 324mila arabi. Sono la storia d'Israele.

velino giulio meotti


23 ottobre 2013

Un palestinese diventa Gran Maestro di Israele



PACE SHALOM SALAM ... Questo signore arabo, che vedete fotografato, non ha niente di particolare si chiama Nadim Mansour...il particolare su cui riflettere è che è il Gran Maestro della Gran Loggia di Israele, Israele????? Si ISraele! No non è una foto d'epoca...è il Gran Maestro in carica: installato a Tel Aviv il 26 Giugno 2011 decadrà nel 2013. Non è una foto di Pubblicità Progresso per controbilanciare la propaganda di Hamas; il fatto è che Israele non è nuova a quelle che per un mondo carico d'odio appaiono come follie: Yakob Nazee (1933-1940) e Jamil Shalhoub (1981-1982) palestinesi di religione islamica i nomi degli altri due Gran Maestri, il secondo già con lo Stato d'Israele proclamato nel 1948. Segno evidente che quando le persone convivono serenamente accettando principi di libertà, fratellanza, uguaglianza, tolleranza nessuna via di pace e nessuna sorpresa, agli occhi di un mondo che fa del conflitto religioso e dell'odio razziale il suo credo , è preclusa. Per porre in rilievo la natura non settaria della Massoneria Israeliana, il sigillo della Gran Loggia d’Israele presenta al suo centro, dentro alla squadra ed al compasso, la croce Cristiana, la mezzaluna Musulmana e la Stella di Davide (il Sigillo di Salomone). Sull’altare della Gran Loggia (come sulla maggior parte di quelli di logge subordinate) troviamo tre Volumi della Sacra Legge: la Bibbia, il Tanakh Ebraico (“Antico Testamento”) ed il Corano. Tre Portatori dei Libri Sacri, con lo stesso grado Massonico, portano i volumi sacri nel Tempio all’inizio di ogni Comunicazione di Gran Loggia. Attualmente, la Gran Loggia ha circa 1.200 membri in 56 logge, lavorando in dieci lingue - ebraico, arabo, inglese, francese, ungherese, rumeno, turco, russo, tedesco e spagnolo - e cinque religioni diverse. Il Fr.'.Leon Zeldis dopo aver parlato con gioia e commozione del gemellaggio che lega la sua Loggia la Fraternidad 62 di Tel Aviv fatta da Ebrei con la Nazareth 71 di Arabi, dopo aver parlato delle varie realtà di Logge che vedono anche lavorare insieme arabi ed ebrei,del numero dei Grandi Ufficiali Arabi presenti in Gran Loggia precisa: "Tutto questo, per favore ricordatelo, mentre il paese viveva in una permanente situazione di tensione e noi vivevamo l’esperienza di frequenti atti di terrore". La conclusione è un capitolo di insegnamenti di pace e tolleranza non per noi massoni ma per ogni essere umano...è bellissima e non aggiungo certo altro alle parole di questo grande fratello:

"Oggi, quando le forze del fanatismo e dell’intolleranza si stanno sollevando in ondate di morte e distruzione, minacciando le fondamenta del nostro modo di vivere libero e democratico, è estremamente importante riflettere nuovamente sui valori della Massoneria, su cosa il Nostro Ordine è capace di contribuire per combattere nichilismo e disfattismo, mostrando che gli uomini sono ancora capaci di sviluppare e mantenere veri legami di fratellanza anche nelle peggiori circostanze.

La nostra Fratellanza non è una reliquia datata di glorie passate, è un’istituzione che proclama la sua fiducia nel valore dell’essere Umano e della vita umana, nella validità permanente del giudizio morale, nell’importanza dell’assumersi la responsabilità delle proprie parole ed azioni, nella fratellanza universale dell’Umanità sotto la paternità di Dio.

Noi Massoni dobbiamo proclamare forte e chiaro il nostro messaggio di ragione ed umanesimo; il nostro messaggio deve essere portato alle generazioni più giovani, agli uomini che sono stanchi di utopie e chimere che promettono un Eden sempre sfuggente, mentre sperimentano la dura realtà del potere arbitrario, della corruzione e dell’oppressione.

La Massoneria non è Utopia, non costruiamo nessuna “Città del Sole” quale descritta da Campanella; quello che abbiamo costruito è una torre di forza, di forza morale e forgiamo non catene di schiavitù ma contatti di amore fraterno che trascende la lingua e la distanza.

Il mondo ha bisogno della Massoneria ora come non mai. Da parte nostra, quello di cui abbiamo bisogno è l’entusiasmo, la preparazione per sopportare il peso di far sentire la nostra voce, di insegnare la tolleranza, di combattere il pregiudizio e l’odio.

La mano che brandisce il martello ora deve riposare, la testa che la controlla non deve disperare ed il cuore che ama non deve stare in silenzio. Ché, seggendo in piuma, in fama non si vie, né sotto coltre".

Nadim Mansour Gran Maestro della Gran Loggia d'Israele


15 luglio 2013

Quelle stragi palestinesi dimenticate dall’Italia

 

Alessandro Frigerio

È il secondo mattatoio dello stragismo dopo la stazione di Bologna. Ma è anche il simbolo perverso della selettività con cui istituzioni e opinione pubblica elaborano il ricordo. Perché ci sono fatti di sangue che si vuole rafforzino il comune sentire, di una parte più o meno ampia della collettività, e altri che ragion di Stato e ideologia rigettano come corpi estranei.

All’aeroporto «Leonardo Da Vinci» di Fiumicino i corpi estranei sono quarantotto. Tante le vittime causate dal terrorismo arabo-palestinese nel corso di due diversi attentati, nel 1973 e nel 1985. E il primo di questi è un modello di rimozione storica esemplare.

«A mio fratello Antonio hanno conferito la medaglia d’oro al valor militare - spiega Angelo Zara -, il suo nome compare su due caserme, su un pattugliatore della Guardia di finanza e sulla targa di una piazza nel paese. Ma questa storia è ancora un buco nero: non ho mai avuto notizia di un’indagine, di un processo. Solo tempo dopo ho appreso dai giornali che il Mossad aveva scovato i terroristi». Daniela Ippoliti aveva nove anni quando le uccisero il padre. Ricorda il funerale così vicino al Natale, l’assedio sfrontato dei giornalisti e poi il silenzio. «I colleghi di lavoro gli dedicarono un busto, ma dove siano finiti i terroristi e perché fecero quella strage non ce l’ha mai detto nessuno. Siamo stati dimenticati».

Un abbandono che si spiega con i numerosi aspetti mai chiariti della vicenda: le ambigue scelte di politica internazionale del nostro Paese negli anni Settanta, la Libia di Gheddafi che ospitava e sosteneva il terrorismo palestinese e il ruolo dei nostri servizi segreti. «Il Sid aveva avuto notizia dell’imminente attacco - racconta il generale Corrado Narciso, fratello di un’altra vittima - ma l’aeroporto non venne messo in sicurezza».

E l’inchiesta fu sbrigativa. Appurò che alle 12 e 50 di lunedì 17 dicembre 1973 un commando composto da cinque uomini di Settembre Nero, proveniente con volo Alitalia da Madrid, aveva aperto il fuoco nella zona transiti dello scalo romano e lanciato due bombe al fosforo in un jumbo fermo sulla pista, uccidendo 32 passeggeri. Tra loro anche quattro italiani: l’ingegnere Raffaele Narciso, il funzionario dell’Alitalia Giuliano De Angelis, la moglie Emma Zanghi e la figlia Monica, di nove anni. Prima di sequestrare un aereo della Lufthansa i terroristi avevano ucciso il finanziere Antonio Zara e preso in ostaggio sei agenti di polizia e un addetto al trasporto dei bagagli, Domenico Ippoliti. Il dirottamento, dopo una tappa ad Atene, che con l’assassinio di Ippoliti aggiunse sangue a sangue, si concluse a Kuwait City tra l’affettuosa simpatia riservata ai terroristi dalle autorità. Alla richiesta di estradizione il governo kuwaitiano oppose un rifiuto, adducendo il carattere «politico» della carneficina.
Pochi mesi dopo i cinque furono affidati all’Egitto e quindi rilasciati come contropartita per la liberazione degli ostaggi di un aereo di linea britannico.

Fin qui la tragica sequenza dei fatti. Ai quali seguì l’immediata rimozione. Lo fece a modo suo l’Unità, evitando di citare nei titoli, nei sommari e nell’articolo di fondo del 18 dicembre l’origine degli attentatori. Vi contribuì il Pci, definendo la strage «un chiaro tentativo di marca reazionaria» contro il popolo palestinese. Fece molto di più la Dc, spingendo il piede sull’acceleratore della politica di appeasement verso il mondo arabo. 

A funerali appena conclusi l’allora ministro degli esteri Aldo Moro visitò le principali capitali del mondo arabo, compresa Kuwait City. Ci si aspettava, se non un atteggiamento intransigente, almeno parole ferme e chiare. Invece la richiesta di consegna dei colpevoli fu sacrificata sull’altare della crisi energetica e dell’esigenza di nuove forniture petrolifere. E per scongiurare nuovi attacchi, il governo perfezionò con l’Olp il patto scellerato che avrebbe garantito impunità e libertà di transito agli uomini dell’organizzazione palestinese.

Da allora su quei 34 morti è calato il silenzio. I loro nomi non sono negli elenchi delle associazioni delle vittime del terrorismo e nelle pubblicazioni ufficiali. Una lapide nella zona transiti dell’aeroporto di Fiumicino ricorda solo il sacrificio di Antonio Zara.

Per tutti gli altri, compresi i 14 dell’attentato del 1985 ai banchi della Twa e dell’El Al, non una riga. Passati trentacinque anni dagli eventi ci sembra doveroso rimuovere questa cappa di omertà. Per ricordare chi non c’è più. E per inserire a pieno titolo il terrorismo arabo-palestinese nella galleria degli orrori del Novecento.


4 luglio 2013

Terroriste impenitenti

 “Non sono dispiaciuta per quello che ho fatto, comunque ci libereremo dal dominio di Israele e allora anch’io verrò liberata dalla prigione”. Lo afferma Ahlam Tamimi, la terrorista palestinese condannata per complicità nell’attentato suicida alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme dell’agosto 2001 costato la vita a 15 civili israeliani. Tamimi è la persona che portò in auto l’attentatore suicida sul luogo dove perpetrò la strage. Oggi è detenuta nel carcere israeliano Hasharon insieme ad altre 106 donne palestinesi condannate per reati di terrorismo, affiliate a Hamas, Jihad Islamica, Fatah e altre organizzazioni terroristiche.
“Hamas ha dei principi nel confronto con Israele – dichiara Temimi – Hamas vuole raggiungere risultati senza rinunciare alla Palestina. Non sono dispiaciuta per quello che ho fatto. Comunque uscirò di prigione. E mi rifiuto di riconoscere l’esistenza di Israele. Le discussioni avranno luogo solo dopo che Israele avrà riconosciuto che tutta questa terra è terra islamica. Anche se sono stata condannata a sedici ergastoli, so che ci libereremo dal dominio israeliano e allora anch’io verrò liberata dalla prigione”.
Una delle figure predominanti nel carcere Hasharon è Amana Muna, condannata all’ergastolo per aver adescato via internet nel gennaio 2001 un sedicenne israeliano, Ofir Nahum, e averlo poi consegnato a terroristi palestinesi di Ramallah che l’hanno assassinato. Muna, affiliata a Fatah, si dice poco interessata agli esiti delle recenti elezioni palestinesi. “Non fa molta differenza – afferma – non c’è grande distanza fra Fatah e Hamas”. Anche Muna dichiara di non essere affatto dispiaciuta per ciò che ha fatto. “Non l’ho fatto per me, era qualcos’altro e non intendo parlarne. Con l’aiuto d’Iddio uscirò di prigione, e alla fine mi vedrete fuori”.

(Da: YnetNews, 27)

Nella foto in alto: l’ingresso del “museo” allestito nel 2001 all’università palestinese Al-Najah per “celebrare” la strage terroristica perpetrata alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme.


30 giugno 2013

Lettera aperta a Margherita Hack




In 3400 chiedono spiegazioni alla scienziata che ha aderito a un manifesto antisionista



Lettera aperta a Margherita Hack
Gentile Signora Hack conoscendo la sua formazione scientifica, constatiamo con stupore come, assieme a noti antisemiti, lei abbia firmato l'appello “Gaza vivrà”, si veda il sito “www.gazavive.com”, pubblicato su un dominio registrato a nome di un noto militante dell'estrema destra nazifascista. In quell'appello si afferma testualmente che lo Stato di Israele sta compiendo un supposto “genocidio” ai danni dei palestinesi della striscia di Gaza “come nei campi di concentramento nazisti” e si domanda al governo Prodi di rifiutare la definizione, riconosciuta universalmente, di organizzazione terrorista, per Hamas. Da anni ormai la propaganda antisemita dipinge il governo di Gerusalemme ed il suo popolo come genocida, tralasciando di specificare come questo Stato viva, dal momento della sua fondazione, sotto minaccia di costante distruzione mediante guerre, azioni terroristiche, lancio di missili Qassam, rapimenti ed uccisioni di militari e di civili, e senza considerare la fine che Israele avrebbe da lungo fatto, se non avesse saputo o potuto difendersi.

La compassione per il popolo ebraico che ha visto cessare la minaccia dello sterminio per mano nazista nel momento stesso in cui è cominciata quella dell'annientamento per mano araba non può che associarsi al biasimo per quei dittatori arabi che, dopo aver mandato al macello i palestinesi contro Israele, si sono rifiutati di accoglierli come esuli e li hanno costretti a vivere nell'ignoranza, nel sottosviluppo e nella miseria dei campi profughi. Per fare in modo che sia gli israeliani che gli arabi abbiano un'opportunità di vivere nella sicurezza e nella pace, il contributo della comunità internazionale è senz'altro auspicabile. Ma la pace non può essere in alcun modo raggiunta sostenendo un'organizzazione terrorista come Hamas, un gruppo che compie stragi di civili e che nel suo Statuto dichiara espressamente la sua volontà di distruggere uno Stato internazionalmente riconosciuto, che impone al suo stesso popolo una sottomissione forzata ai dettami del più bieco fondamentalismo religioso e che usa i fondi degli aiuti internazionali per acquistare armi e ricompensare le famiglie dei terroristi suicidi.

Il sostegno fattivo alla pace richiede perseveranza, mediazione, comprensione e rispetto per chi ha duramente lottato e lavorato per inverare il sogno sionista e realizzare il diritto all'autodeterminazione del popolo ebraico, per un popolo che dopo millenni di persecuzioni è riuscito a costruire l'unico Stato democratico del Medio Oriente, pagando con ingenti sacrifici la sua volontà di resistere all'annientamento, alla colonizzazione araba e al terrorismo. Le abbiamo scritto questa lettera aperta per domandarle come si possa firmare un documento di così dubbia provenienza e che contiene così orribili menzogne, arrivando a paragonare Israele - il paese edificato dai sopravvissuti all'Olocausto - alla bestialità infame del nazismo. Un regime d'ispirazione nazista che di certo non avrebbe aspettato più di mezzo secolo per risolvere i problemi coi paesi ostili che minacciano i suoi confini, né restituito gran parte dei territori occupati vincendo delle guerre di aggressione, né tanto meno sobbarcandosi per anni il rifornimento energetico di un nemico che invece di sedersi al tavolo delle trattative continua ad aggredire le località di confine con quotidiani lanci di missili Qassam. Restiamo in attesa di conoscere come abbia trovato il coraggio di sottoscrivere un appello tanto ingiusto e menzognero.


Distinti saluti

Abu Ibrahim Kalim

Seguono 3400 firme


20 giugno 2013

Umorismo ebraico: L'Elezione del Presidente

 

Per la prima volta, una donna ebrea è eletta Presidente degli Stati Uniti. Chiama sua madre:

"Mamma, ho vinto le elezioni, devi venire ai festeggiamenti!"

"Oddio, come mi vesto?"

"Non preoccuparti, Armani sta preparandoti un vestito."

"Ma io mangio kasher…"

"L'assemblea dei rabbini ha nominato un mashghiach (controllore della kasherùt) per tutta la casa bianca. L'Air Force One è già in volo per venirti a prendere."

"E dove dormirò?"

"Nella Lincoln Room e sto facendo costruire un mikve (bagno rituale) apposta per te."

"Va bene, va bene, se ti fa piacere vengo."

Arriva il grande giorno, e la Signora Presidente è seduta tra i presidentidel Senato e della Camera di fronte al Campidoglio.

La madre tira la manica di un senatore e gli dice "Vedi quella ragazza con la mano sulla Bibbia?"

"Certo!"

"Suo fratello è un dottore."


19 giugno 2013

In vendita

 

Traduzione: IN VENDITA: Nazione in buono stato, modello 48. Revisione nel 67 e incidente nel 73. Volante rotto che tende a sinistra. Prezzi più che modici. Consegna immediata. Info: Governo israeliano (chiedere di Ehud).


19 giugno 2013

Israele, il paese con i peggiori vicini al mondo

 

La difficile situazione di Israele a 60 anni dalla sua nascita: il paese con i peggiori vicini al mondo

di Daniel Pipes

Pezzo in lingua originale inglese: Israel's Predicament at 60: World's worst neighbourhood

Due nuovi stati religiosamente identificabili sono emersi dai frammenti dell'Impero britannico successivamente alla Seconda guerra mondiale. Ovviamente, uno era Israele e l'altro il Pakistan.

Essi formano una coppia interessante, anche se i due paesi di rado sono messi a confronto. L'esperienza del Pakistan con la dilagante povertà, i pressoché costanti disordini interni e le tensioni esterne, culminanti nella sua attuale condizione di stato canaglia "in pectore", fa venire in mente i pericoli che Israele ha evitato grazie alla sua stabile e progressista cultura politica, a un'economia dinamica, a un settore high-tech all'avanguardia, a una cultura pulsante e ad una impressionante coesione sociale.

Ma a causa di tutti i suoi successi, lo Stato ebraico vive con una spada di Damocle sul capo, un'insidia che il Pakistan e la maggior parte di altri stati non hanno mai dovuto fronteggiare: la minaccia dell'eliminazione. I suoi notevoli progressi conseguiti nel corso dei decenni non lo hanno liberato da un pericolo proveniente da più fronti che annovera quasi tutti i mezzi immaginabili: armi di distruzione di massa, attacchi militari convenzionali, terrorismo, sovversioni interne, blocchi economici, assalti demografici e indebolimenti ideologici. Nessun altro stato si trova a dover fronteggiare una serie di minacce del genere. Anzi, per meglio dire, probabilmente nel corso della storia nessuno stato ha mai dovuto far fronte ad esse.

I nemici di Israele si suddividono in due principali schieramenti: la Sinistra e i musulmani, con l'estrema Destra che costituisce un terzo elemento minoritario. La Sinistra include una fanatica frangia estrema (International ANSWER, Noam Chomsky) e un centro più diplomatico (l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Liberal Party canadese, i media tradizionali, le principali chiese, i libri di testo). Ma in ultima analisi, la Sinistra è poco meno di una forza ausiliaria rispetto al principale attore antisionista per eccellenza, vale a dire la popolazione musulmana. Quest'ultima, a sua volta, può essere divisa in tre raggruppamenti distinti.

Il primo equivale ai paesi stranieri. Cinque forze armate che invasero Israele al momento della proclamazione della sua dichiarazione di indipendenza nel maggio 1948 e poi gli eserciti dei paesi vicini, le forze aeree e navali che combatterono nelle guerre del 1956, 1967, 1970 e 1973. Se la minaccia convenzionale è andata scemando, la proliferazione delle armi da parte dell'Egitto, finanziata dagli Stati Uniti, costituisce un pericolo e le minacce rappresentate dalle armi di distruzione di massa (specialmente da parte dell'Iran, ma altresì provenienti dalla Siria e in fieri da molti altri paesi) costituiscono un'insidia ancor più grave.

Nel secondo gruppo rientrano i palestinesi residenti all'estero, quelli che vivono fuori i confini di Israele. Messi in disparte dai governi dal 1948 al 1967, Yasser Arafat e l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) ebbero la loro opportunità al momento della sconfitta di tre eserciti nazionali nella guerra dei Sei Giorni. I successivi sviluppi, come la guerra del Libano del 1982 e gli Accordi di Oslo del 1993, confermarono la centralità dei palestinesi residenti all'estero. Oggi, essi conducono il conflitto, attraverso la violenza (terrorismo, lancio di missili da Gaza) e cosa ancor più importante, veicolando l'opinione pubblica mondiale contro Israele grazie a uno sforzo di pubbliche relazioni, con ampia risonanza tra i musulmani e la Sinistra.

Del terzo gruppo fanno parte i cittadini musulmani di Israele, le cellule dormienti dell'equazione. Nel 1949, essi ammontavano appena a 111.000 ovvero il 9 percento della popolazione israeliana, ma nel 2005 il loro numero si è decuplicato fino a toccare punte di 1.141.000, il 16 percento della popolazione. Costoro hanno beneficiato della mentalità aperta di Israele, crescendo demograficamente ed evolvendosi da docile e inefficiente comunità in una assertiva, di quelle che rifiutano sempre più la natura ebraica dello stato israeliano, con delle conseguenze potenzialmente profonde per la futura identità di quello stato.

Se questa lunga lista di pericoli differenzia Israele da tutti gli altri paesi occidentali, costringendolo a tutelarsi quotidianamente dalle fila dei suoi innumerevoli nemici, la difficile situazione in cui esso versa lo rende stranamente simile ad altri paesi mediorientali, che fronteggiano altresì una minaccia di eliminazione.

Il Kuwait sconfitto dall'Iraq è di fatto scomparso dalla faccia della terra tra l'agosto del 1990 e il febbraio 1991 e se non fosse stato per una coalizione guidata dagli Stati Uniti, esso di certo non sarebbe mai risorto. Il Libano è sotto il controllo della Siria dal 1976 e se gli sviluppi dovessero giustificare un'annessione formale, esso potrebbe essere ufficialmente incorporato da Damasco. Il Bahrein è occasionalmente reclamato da Teheran come parte del territorio iraniano, come è accaduto nel luglio 2007, quando un portavoce dell'Ayatollah Ali Khamenei, leader supremo iraniano, asserì che "oggi la principale richiesta del popolo del Bahrein consiste nel restituire questa provincia (...) alla madrepatria, l'Iran islamico". L'esistenza della Giordania come stato indipendente è sempre stata precaria, in parte, perché esso è ancora considerato uno stratagemma coloniale di Winston Churchill e, in parte, perché diversi stati (Siria, Iraq, Arabia Saudita) e i palestinesi lo ritengono un'ottima preda.

Il fatto che Israele si trovi in compagnia di questi paesi ha delle diverse implicazioni. Ciò mette in prospettiva il dilemma esistenziale dello Stato ebraico. Se nessun paese al di fuori dell'area mediorientale rischia l'eliminazione, all'interno della regione ciò costituisce un problema di pressoché ordinaria routine, denotando che lo status non-definito di Israele non troverà una repentina soluzione. Questo paradigma evidenzia altresì la vita politica unicamente crudele, instabile e fatale del Medio Oriente. Senza ombra di dubbio, si ritiene che la regione annoveri i peggiori vicini al mondo. Israele è il bambino con gli occhiali che cerca di andare bene a scuola, pur vivendo in una zona della città infestata da gang.

La grave ed estesa malattia politica del Medio Oriente dimostra quanto sia errato considerare il conflitto arabo-israeliano come la forza motrice dei suoi problemi. È più ragionevole considerare la difficile situazione di Israele come il risultato della politica tossica della regione. Prendersela con l'autocrazia mediorientale, il radicalismo e la violenza contro Israele è come biasimare lo scolaro diligente per le gang. Viceversa, risolvere il conflitto arabo-israeliano non fa altro che dirimere solamente quello specifico conflitto senza sanare i problemi della regione.

Se tutti i membri di questo quintetto in pericolo si preoccupano per l'estinzione, i guai di Israele sono quelli maggiormente complessi. Essendo lo Stato ebraico sopravissuto alle innumerevoli minacce alla sua esistenza nei passati sessant'anni, ed avendolo fatto senza perdere l'onore, ciò offre un motivo di festeggiamento alla sua popolazione. Ma il giubilo non può durare a lungo, poiché Israele è giusto che torni sulle barricate per difendersi dalla prossima minaccia.
http://it.danielpipes.org/article/5560


11 aprile 2013

Ma cosa vogliono questi ebrei?

 Abbiamo ricordato Il piccolo Stefano Tache', ucciso da un commando  palestinese il 9 ottobre del 1982 mentre usciva  dal Tempio Maggiore di Roma. Insieme a lui altre 50 persone rimasero ferite, alcune gravemente.

Il commando  di assassini non fu mai catturato pero' uno di essi, tale Abdel al Zomar, fu condannato all'ergastolo... peccato che la condanna arrivo' dopo che l'uomo fu aiutato a fuggire verso Atene, dove,  come era successo in Italia, nessuno si sogno' di arrestarlo e riparti' indisturbato verso Tripoli per ricevere l'abbraccio di Arafat.
L'assassinio di Stefano Tache' fu uno dei tanti delitti commessi dai palestinesi in Italia nonostante il Lodo Moro di molti anni prima che sanciva che Arafat e la sua cricca di assassini non dovevano essere disturbati dalla polizia italiana.
Questo accordo prevedeva che l'Italia non sarebbe stata colpita dal terrorismo...l'Italia...no....gli ebrei italiani, si.
Ricordo l'angoscia, ricordo il volantino dei giovani ebrei che portava una sola parola rivolta evidentemente a chi sgovernava l'Italia, una sola parola, l'unica che poteva essere scritta perche' si vergognassero: "Grazie".
Chissa' se i governanti dell'epoca si vergognarono, se provarono rimorso per aver, come dice Cossiga, venduto gli ebrei italiani al vero boss dell'Italia di quegli anni :Arafat.
Nooo, nel modo piu' assoluto, non si vergognarono, non provarono rimorsi e la dimostrazione la diede  apertamente e con una ferocia inaspettata il Presidente Pertini che nel suo discorso dell'ultimo dell'anno, col piccolo Stefano al cimitero,  ci lascio' letteralmente senza fiato esclamando "ma cosa vogliono questi ebrei?"
Ricordo che ero seduta nel salotto di amici, a Bolzano,  a quella frase ci guardammo allibiti, volevamo aver capito male e io sentii un sudore freddo e un senso di nausea alla bocca dello stomaco.
Era dunque  quella l'Italia!
L'Italia che da piu' di 10 anni era diventata la succursale del terrorismo palestinese, l'Italia che odiava Israele  come aveva odiato gli ebrei che aveva consegnato ai tedeschi, l'Italia cattocomunista antisemita come lo era stata l'Italia fascista, l'Italia che  20 anni dopo queste tragedie avrebbe applaudito cortei di  kamikaze mentre l'amato Arafat colpiva Israele con altre tragedie facendo esplodere autobus, bar, caffe', teatri nelle citta' israeliane.
Era l'Italia della vergogna.
Cossiga nell'intervista rilasciata recentemente al giornale israeliano Yediot Haharonot, parla di come furono venduti gli ebrei italiani ad Arafat perche' il terrorista non colpisse L'Italia e le sue Istituzioni. Niente di quello che oggi racconta il Presidente e' una novita', sono tutte cose che si sapevano esattamente mentre accadevano.
Tutti sapevano che Arafat era il padrone, che entrava in RAI armato e quando voleva, che l'asservimento al raiss assassino era totale.
Sapevamo che era stato nascosto nel Gabinetto di Cossiga quando lo cercava l'Interpol, sapevamo che tutti i palestinesi furono fatti scappare dopo ogni delitto, da Craxi e Andreotti.
Sapevamo tutto mentre vedevamo con orrore, Occhetto e Lama portare un assassino in trionfo ad Assisi dove veniva ricevuto con amore dai frati della Basilica.
Abbiamo assistito  quasi increduli alla rivolta dei pacifisti a Sigonella dove, insieme ai carabinieri spediti da Craxi, erano corsi ad aspettare gli americani che volevano capire perche' il governo italiano aveva fatto fuggire Abu Abbas , l'assassino del povero Leo Klinghofer e dirottatore dell'Achille Lauro.
Era la prima volta che vedevamo sventolare l'emblema del razzismo e dell'odio, la bandiera  della pace.
L'italia paracula e i suoi pacifisti, con Bettino in prima fila, contro l'America e Israele mentre i loro amici palestinesi ammazzavano ebrei americani e italiani a piacere.
Quando  tutto questo accadeva i governanti di Israele erano ospiti non graditi in Italia.
Mentre il Papa abbracciava Arafat, che era entrato armato persino  nella Santa Sede, il Vaticano ancora non riconosceva Israele come Nazione e tra i due paesi non esistevano relazioni diplomatiche fino al 1993, 55 anni dopo la dichiarazione di Indipendenza di Israele.
Un'altra grande, immensa vergogna.
Italia e mondo cattolico uniti nell'odio contro Israele  e guidati dal grande odio di tutto il mondo comunista.
No, nessuna delle dichiarazioni di Cossiga e' una sorpresa, la vera sorpresa e' che non ci siano state reazioni di sorta e che nessun giornale italiano abbia ripreso l'intervista chiedendo un'inchiesta. Esattamente come per Bologna, strage non fascista come sta scritto sulla targa , ma quasi sicuramente palestinese.
Un'inchiesta seria sugli anni bui del terrorismo arabo e' doverosa.
La faranno? No mai!
A proposito di targhe alla memoria, ne esiste una a Fiumicino dove i palestinesi commisero un'altra strage?
Qualcuno ha scritto sul bronzo o sul marmo " Qui avvenne una delle tante stragi palestinesi..."  
No? Ne ero sicura.
La conclusione dunque e' che non verra' mai fuori niente di ufficiale contro i crimini commessi da Arafat in Italia.
La realta' e' che il "Grazie" sarcastico  e disperato dei giovani ebrei contro i governanti italiani e' sempre valido, che quel "Cosa vogliono questi ebrei" quasi gridato dal Presidente con la Pipa all'Italia intera, mentre Stefanino Tache' era ancora caldo, era il pensiero di tanti altri italiani, gli stessi che avevano accompagnato, urlando "morte agli ebrei", l'altra Pipa famosa, Luciano Lama, mentre veniva gettata una bara nera davanti alla lapide  della sinagoga che riportava i nomi delle vittime delle Fosse Ardeatine.
Gli stessi italiani che durante i cortei della famosa Pantera passavano davanti al Tempio Maggiore in Trastevere urlando , a pugno chiuso e braccio teso, "Ebrei ai forni".
Gli stessi italiani che nel 2000 hanno applaudito il corteo di kamikaze che sfilava per le vie di Roma  per sostenere Arafat che stava distruggendo Israele. 
 
Deborah  Fait
 
 


19 febbraio 2013

"Io, piccolo ebreo della foto simbolo dell' Olocausto"

 

Parla Tsvi Nussbaum, ritratto nell' immagine del 1943 e sopravvissuto ai Lager: oggi vive negli Usa Vive negli Usa il protagonista del drammatico «scatto» nel ghetto di Varsavia: «Non posso provarlo, ma non ha più importanza: io non ho dimenticato»

«Il bambino della foto sono io» Tsvi Nussbaum: in quelle braccia alzate l' angoscia di un milione e mezzo di piccoli ebrei

Parla Tsvi Nussbaum, ritratto nell' immagine del 1943 e sopravvissuto ai Lager: oggi vive negli Usa "Io, piccolo ebreo della foto simbolo dell' Olocausto" SPRING VALLEY (New York) - A volte la voce diventa un sussurro. Si spezza. E Tsvi deve fare ancora uno sforzo per superare il peso del silenzio: "I tedeschi chiamavano la gente per caricarla sui camion davanti all' hotel Polsky. Avevano una lista, ma il mio nome non era su quella lista... I miei genitori erano gia' stati ammazzati e io non sapevo che cosa fare... + allora che sono uscito dalla fila, e' allora che un tedesco ha gridato: "Alza le mani", e io le ho alzate. + allora che un altro tedesco ha detto: " + un bambino solo, tanto varrebbe fucilarlo subito", e che hanno scattato quella foto". Non dice mai "nazisti", Tsvi Nussbaum, dice sempre "tedeschi". Dice: "Io non ho perdonato i tedeschi. Io non ho dimenticato". Diciott' anni fa, nell' 82, ha rotto per la prima volta quei silenzi che gli avevano trasformato la vita in un incubo muto. E ha raccontato al mondo di essere lui il protagonista di un' immagine che ha fatto la storia del Novecento: lui, il bambino di quella livida giornata di Varsavia 1943. CONTINUA A PAGINA 17Vive negli Usa il protagonista del drammatico «scatto» nel ghetto di Varsavia: «Non posso provarlo, ma non ha più importanza: io non ho dimenticato» «Il bambino della foto sono io» Tsvi Nussbaum: in quelle braccia alzate l' angoscia di un milione e mezzo di piccoli ebrei Lui, con le braccine levate come un prigioniero di guerra davanti agli assassini della Gestapo, sotto quel berretto troppo grande, stretto in un cappotto striminzito, con i pantaloncini che sembrano cadergli sulle ginocchia, in mezzo a una folla di ostaggi destinati al martirio. Il peso simbolico di quell' immagine è enorme, il riconoscimento è stato a lungo discusso in questi anni, contestato anche da storici autorevoli. Molti hanno sostenuto che quel bambino sia morto in un campo di concentramento, altri si sono levati per dire «sono io» ma le loro voci si sono spente tra le contraddizioni e le smentite. Tsvi Nussbaum ha 64 anni, ne aveva poco più di sette nel ' 43. Abita nella contea di Rockland, a un' ora da New York. E' un otorinolaringoiatra adesso in pensione, negli Stati Uniti dal 1953. Ha una moglie americana, Beverly. Quattro figlie grandi, due nipotini, una lunga vita dall' apparenza serena. Seduto a un tavolo del Centro Studi sull' Olocausto di Spring Valley, tormenta due foto con le mani ossute, quella del piccolo prigioniero di Varsavia e la fototessera che fecero a lui nel ' 45, dopo la liberazione, prima di mandarlo dal Belgio nella futura terra d' Israele: la somiglianza è impressionante. Tsvi dice: «Sì, sono io quel bambino, anche se non potrò mai provarlo, anche se quasi non me la sento più di ripeterlo, anche se non è nemmeno importante che sia io. Ho detto molte volte quello che dico anche adesso: un milione e mezzo di bambini ebrei, di bambini dei lager, sta seduto qui, a questo tavolo, assieme a me, a gridare: sono io!». Nel 1942 la sua piccola storia di famiglia comincia a coincidere con la tragedia collettiva di sei milioni di persone. I Nussbaum sono tornati pochi anni prima dalla Palestina, dov' è nato Tsvi. Vivono nella campagna polacca, a Sandomjez. «Mia madre parlava bene il tedesco ed era coraggiosa. Andava lei al comando della Gestapo, per chiedere permessi a nome della comunità». Un giorno è lì a protestare per qualcosa: «Un ufficiale l' ascolta, tranquillo, prende nota, tranquillo, poi afferra tranquillamente la rivoltella dalla scrivania e le spara». Il padre di Tsvi viene ucciso poche ore dopo, forse dallo stesso nazista. «Venne da noi una donna, bella, bionda, si chiamava Miriam Shochat, mi portò con sé e mi nascose a Varsavia, facendomi passare per suo figlio... anche i miei zii e i miei cugini ci seguirono a Varsavia. Il mio fratellino non l' ho più visto, né i miei nonni, né la mia bisnonna. Noi eravamo nascosti fuori dal ghetto, quando il ghetto venne distrutto, tra il 19 aprile e il 16 maggio ' 43. La data d' inizio dell' operazione fu un' idea di Himmler. Hitler era nato il 20 aprile e Himmler volle fargli questo regalo di compleanno». Quei terribili 27 giorni furono documentati con teutonica pignoleria dal nazista che dirigeva la devastazione, il generale Juergen Stroop, che per questo si guadagnò la croce di ferro di prima classe. Stroop, attraverso il comando di Cracovia, mandava messaggi quotidiani a Himmler e raccolse orgogliosamente 54 fotografie di quell' orrore: ebrei denudati, mani sulla testa, fagotti umani davanti a macerie e case che bruciano. Una delle 54 foto del «Rapporto Stroop», la numero 12-202z, è proprio quella che diventerà la foto del secolo: «il bambino del ghetto». Ma il punto sta proprio qui, dice Tsvi: «Se quella foto è davvero stata scattata nel ghetto, tra aprile e maggio, il bambino non posso essere io, perché nel ghetto non c' ero. Noi eravamo nascosti fuori, all' hotel Polsky. Però Stroop si è fermato a Varsavia fino a settembre. Io credo che abbia integrato il suo dossier. E sono convinto che quella foto sia stata scattata il 13 luglio 1943, il giorno che ci hanno portato via. Non nel ghetto, perché nel ghetto i bambini morivano di fame per strada mentre in quella foto stiamo tutti male ma nessuno è davvero denutrito... «Sì, avevamo i cappotti addosso a luglio, mi hanno contestato anche questo, poi: ma avevamo addosso tutto quello che si poteva portare. Un papà costrinse la figlia a mettere gli stivali e lei piangeva: è stata l' unica dei suoi a non congelare». Il 13 luglio ' 43, dunque. L' hotel Polsky. «Ci avevano detto: vi rimandiamo da dove siete venuti, tornate in Palestina. Così siamo usciti dai nascondigli e ci hanno caricato sui camion e poi sui treni. Ma un treno era diretto a Auschwitz. L' altro, il nostro, a Bergen Belsen. Io non ci sarei neanche arrivato a quel treno, i tedeschi mi avrebbero fucilato subito perché ero un bambino solo. Mio zio s' è fatto avanti, ha detto "questo è mio figlio" e mi ha salvato. Mio zio si chiamava Shalom Nussbaum, è morto un anno fa a Toronto, per me è stato un altro padre... Del viaggio ricordo che i tedeschi giocavano a tiro a segno sui nostri vagoni che passavano. Del lager ricordo poco. So che non posso più vedere le bucce di patata, perché mangiavo soprattutto bucce di patata. So che fino a dieci anni fa non sopportavo i vestiti a righe, perché mi ricordavano la divisa del campo. So che ho paura dei cani, perché i cani del campo mi terrorizzavano. So che conservo sempre un pezzo di pane per domani, perché domani non sai se i tedeschi ti daranno da mangiare. Poi ricordo il sergente americano che ci ha liberato, mentre i tedeschi ci stavano trasferendo ancora in treno a Magdeburgo e si strappavano le spalline da ufficiali per sembrare semplici esecutori di ordini: si chiamava Cohen, quel sergente». Il resto è la vita che cerca di tornare a scorrere, la laurea a New York, il matrimonio, i bambini: «Ho sempre tentato di guardare al domani». Ma raccontare davvero è difficile, quasi impossibile. «No, non ne ho mai parlato con le mie figlie. E soltanto una volta ne ho parlato con mia moglie. Loro non mi chiedono nulla, mai, sanno cosa vuol dire per me. Per capire cos' era, devi esserci stato. Io qui ho solo amici americani, quando sono stato in Israele ho trovato solo gente nata nei kibbutz, ormai, nessuno sa». Chi sapeva era Marc Berkowitz, una figura carismatica nei circoli dei sopravvissuti all' Olocausto. E' Berkowitz che all' inizio dell' 82 squarcia il velo della memoria. «Era un mio paziente, sopravvissuto agli esperimenti di Mengele ad Auschwitz. Io gli parlavo del mio passato, lui mi parlava del suo. Mi diceva: "Come fai a sapere che non sei tu, in quella foto?". Io rispondevo: "Perché è una foto del ghetto". Fece delle indagini, tornò da me: "La foto non è del ghetto, e credo proprio che sia tu quel bambino", mi disse». Tsvi Nussbaum si alza. Guarda il cielo grigio su Spring Valley, dalla finestra del centro studi. «A volte preferirei davvero che quel bambino fosse rimasto senza nome. Perché le foto di oggi, le interviste, anche quest' intervista... tutto è una pena enorme. Ma poi penso che lo devo al mio popolo. Al nostro futuro. Perché quello che è successo non succeda mai più. E allora riesco ancora a vincerlo, il silenzio». Goffredo Buccini

Buccini Goffredo


11 dicembre 2012

Quest'estate vado in un Kibbutz

 

Che cosa unisce il leader della destra sociale Gianni Alemanno a Toni Negri, «cattivo maestro» dell’Autonomia operaia, filosofo marxista, intellettuale radical e provocatorio apprezzato in Francia e negli Stati Uniti? La storia li divide ma li accomuna la passione trasversale per i kibbutzim, le cooperative agricole autogestite che hanno tenuto a battesimo lo Stato d’Israele e oggi rappresentano il tre per cento della popolazione.

L’ex ministro dell’agricoltura di Alleanza Nazionale se n’è invaghito due anni fa durante una visita ufficiale in Terra Santa («la ricerca dell’identità, il rapporto con il territorio e il rispetto delle origini erano già patrimonio dei movimenti di destra degli anni Settanta»): a ottobre tornerà con una decina dei suoi ragazzi per uno scambio culturale promosso dalla fondazione Nuova Italia.

Per l’autore di «Empire» invece, si tratta di un vecchio amore: «Sono diventato comunista in Israele nel kibbutz Nahshonim, vicino Petah Tikva», ha raccontato Toni Negri la settimana scorsa, ospite dell’Istituto Spinoza di Gerusalemme. Al tempo aveva vent’anni, studiava «Il Capitale», la rivoluzione era la cifra del mondo: molte cose sono cambiate da allora ma non il piacere di trascorrere una settimana in kibbutz.

Mentre la gauche israeliana, dall’ex presidente del parlamento Avrahm Burg al fondatore di «Peace Now» Dror Etkes, celebra il requiem del sionismo socialista del secolo scorso, le ali estreme della politica italiana scoprono o riscoprono l’esperienza pionieristica e comunitaria dei padri fondatori d’Israele.

Nessuno dei duecentosettanta kibbutzim disseminati nel Paese è più «l’impresa sociale basata sull’economia redistributiva» dell’ideale collettivista che lo animava ieri. La proprietà privata è un tabù ormai superato: l’ultima a capitolare in ordine di tempo è stata la cooperativa di Ha’on, sul lago di Tiberiade, venduta un paio di giorni fa a un esterno per essere trasformata in un residence.

Eppure, ogni anno, soprattutto d’estate, dai sei ai diecimila giovani italiani, europei, americani, australiani, sognatori oppure no, vengono a lavorare in kibbutz per qualche mese. Ci sono anche «volontari» più maturi, che di solito si fermano un po’ meno. La tensione della Seconda Intifada aveva ridotto notevolmente la richiesta, ma dal 2005 il flusso è ripreso a pieno ritmo e le prenotazioni superano di gran lunga la disponibilità.

Che cosa trovano gli stranieri nel kibbutz che non seduce più come un tempo gli israeliani?

L’esperienza della vita in comune non basta a spiegare una lista di ospiti che comprende migliaia di diciottenni adrenalinici, politici di destra e di sinistra orfani d’ideali, ma anche attrici note come Debra Winger e Sigourney Weaver, il cantante Simon Le Bon dei Duran Duran, il comico americano Jerry Seinfeld. Nei kibbutzim di oggi c’è di tutto. Vacanze alternative da otto ore di lavoro al giorno in serra, relax in piscina, sofisticati centri di bellezza, seminari d’utopia. Con 700 schekel, circa 130 euro, si vive una settimana in bed&breakfast a Ha Nasi nel Golan, le alture siriane occupate da Israele dopo la guerra del ‘67: passeggiate tra boschi e antiche rovine, degustazioni di vino Yarden e la vertigine di esplorare una terra che già domani potrebbe essere altra, ridefinita da confini diversi, moneta di scambio per la pace con Damasco.

Sempre a nord, nella Galilea occidentale, a pochi chilometri dalla frontiera libanese, c’è la comunità agricola di Mitzpe Hilla, dove Noam Shalil e la moglie gestiscono un piccolo agriturismo in attesa che Hamas rilasci il figlio, il soldato Gilad, rapito a Gaza oltre un anno fa.

A Mizra invece, una comunità di duecento famiglie tra Nazareth e Afula, una delle prime insediate negli anni Venti, s’incontra una delle mille contraddizioni d’Israele: accanto ai vialetti da campus americano, le biciclette, la spa, la mensa a base dei prodotti coltivati in loco, c’è un’enorme fattoria di maiali e un supermercato specializzato in salami suini, bacon, costarelle e bistecche non kosher, per un totale di 150 tonnellate di carne al mese.

Una sfida alla volontà rabbinica? Tutt’altro. Nel pieno rispetto delle regole gastronomiche della Torah il kibbutz Mizra alleva i maiali su una piattaforma di legno in modo che non tocchino il suolo ebraico e non violino la legge nazionale.

Lavorativa o rilassante che sia, il boom della vacanza in kibbutz risponde più al desiderio di una parentesi di nostalgia che a un trend modaiolo.

Per gli stranieri che arrivano - Gianni Alemanno, Tony Negri, uno studente idealista e spiantato o Debra Winger - come per gli israeliani che li ospitano, fingendo d’essere i pionieri di un secolo fa, lontani dai muri e dai conflitti permanenti. C’è un sito internet in inglese (www.kibbutzreloaded.com) dove chi si è incontrato lì, nella comunità agricola, può ritrovarsi a distanza. Perché tutti in kibbutz condividono l’esperienza e si chiamano per nome quasi che la semplicità fosse naturale.

FRANCESCA PACI


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25 ottobre 2012

Neri e apartheid (dei bianchi)

 

Ma sono, poi, così lontani i tempi dell’Apartheid in Sud Africa ?All’apparenza sì. Nella sostanza, invece, si sta assistendo al fenomeno opposto dove i Neri si sono trasformati in carnefici ed i bianchi in vittime. Forse parlare di questo può apparire politicamente scorretto, ma non ci sentiamo di metterci il bavaglio perché è una questione di giustizia verso i Boeri.. Da anni, ormai, con il termine “ Afrikaners” s’iniziarono ad intendere tutti i Bianchi di lingua Afrikaans, residenti in Africa del Sud, compresi Negri e meticci di madrelingua Afrikaans.Nella provincia del Capo, per esempio, molti meticci si definiscono “Afrikaner Marroni”.

Dal 1994, in Sud Africa, è al potere una coalizione di movimenti formata da : ANC (African National Congress), COSATU (Congress of South African Trade Unions –Sindacati Neri) e il SAKP (Partito Comunista Sudafricano).Una coalizione formatasi dopo il crollo del regime di Botha e che ha ottenuto consensi dietro false promesse di libertà, giustizia sociale e benessere.

Che fine hanno fatto quelle promesse a quasi 10 anni di distanza? Cosa succede, ogni giorno, nel nuovo Sud Africa fedele al Nuovo ordine Mondiale? Succede il caos! Dalla fine dell’apartheid nessuna promessa di Mandela è stata mantenuta. I media fecero santo Nelson Mandela, un terrorista dichiarato che fu imprigionato dal governo dei Bianchi , ma che divenne Presidente non appena i Bianchi capitolarono. Il Daily Telegraph ha scritto che “ il tasso della criminalità è aumentato, drammaticamente, dalla fine dell’Apartheid , facendo diventare questa terra il secondo paese più violento al mondo dopo la Colombia”.

Dopo l’annuncio dei media che la loro lunga campagna di sanzioni, boicottaggi ed intimidazioni aveva, finalmente, portato “ uguaglianza “ e “ democrazia “in uno dei pochi santuari della civilizzazione bianca in Africa, la copertura mediatica su quel paese cessò e, oggi, si sente , raramente, parlare del Sudafrica. La ragione è che il Sudafrica sta precipitando nel crimine, nelle malattie, nella corruzione e nella ferocia. Sin dalla presa del potere nel 1994, 1.368 agricoltori bianchi sono stati assassinati (cioè circa 170 all’anno, praticamente uno ogni due giorni) durante veri e propri attacchi alle fattorie. Più della metà degli agricoltori si sono arresi abbandonando le loro proprietà, contribuendo alla sempre più crescente penuria alimentare della regione. In uno studio commissionato da una importante banca sudafricana, la Nedbank, è stato rivelato che i criminali neri prendono, deliberatamente, di mira le proprietà per uccidere le loro vittime Afrikaner.

Il furto non è il motivo principale, in effetti, nell’85% dei casi avvenuti lo scorso anno, nulla fu rubato. In altre parole, uccidere l’uomo bianco, stuprare ed uccidere la donna bianca, stuprare ed uccidere il bambino bianco, sono le vere motivazioni. Però, silenzio totale dei media.

Di fatti cruenti ve ne sono a centinaia. Solo nel settembre del 2002 sono stati uccisi nove agricoltori, compresi quattro bimbi, una coppia di anziani e pur il loro cane. Il rapporto della polizia su tali assassinii fu “ senza movente “. Nei primi mesi del 2002 sono stati commessi più di 30 omicidi di agricoltori, compreso l’assassinio della musicista classica Felicity Gale, 58 anni, di Port Jackson ; suo marito Rodney, 67 anni si salvò. Arthur Smith, 63 anni e sua moglie Isobel, furono trovati entrambi con la gola tagliata e con i corpi torturati nella loro fattoria di Tundra.

Questi sono solo alcuni degli avvenimenti degli ultimi mesi. Gli orribili dettagli ed i numeri possono essere reperiti nei rapporti di Crimebusters South Africa.

Il Sudafrica non ha una politica appoggiata dal governo che ammetta l’invasione ed i massacri nelle fattorie( come avviene nello Zimbabwe ), ma usano la politica di guardare dall’altra parte, senza fare nulla, una politica che incoraggia le violenze dei Neri nei confronti dei Bianchi. Il loro atteggiamento è forse meglio rappresentato da Peter Mokaba, fino a poco tempo fa Vice Ministro dell’Ambiente e del turismo, il quale si lamentava, recentemente, che “ l’alto tasso di criminalità sta provocando serie ripercussioni sul turismo e bisogna promuovere una immagine alternativa del

Sudafrica. Vogliamo incoraggiare la gente a venire qui da noi e dimostrare che il crimine non la fa da padrone “. Ciò che però il sig. Mokaba non dice è che lui stesso era famoso per gli slogan da lui inventati quando era leader dell’ANC Comunista contro il governo Bianco del Sudafrica: “ Uccidi il Boero! Uccidi il contadino!” ed anche “ un colono,, un proiettile “. Ed i contadini Bianchi dovrebbero chiedere protezione a “ questo” tipo di governo?Anche il governo dei Neri ammette che il crimine è fuori controllo.Questi sono, probabilmente, i meravigliosi benefici della “ democrazia multirazziale”.

L’incidenza degli omicidi, nelle città, è assai maggiore. Solo a Johannesburg se ne contano 500 al mese. Il Sudafrica è, anche, la capitale dello stupro Viene violentata una donna ogni 23 secondi e un minore ogni 30 minuti. E questi sono soltanto i fatti di violenza carnale ufficialmente dichiarati.

Questo record è stato raggiunto, grazie, all’innata ferocia di Neri liberati dal controllo delle “ persone civili” ed in parte grazie alla credenza, fra i Neri, che violentare una vergine li guarirà dall’Aids, malattia predominante nel paese. ( Jackie Loffell, Johannesburg Child Welfare Society, 13° Congresso Internazionale sull’Abuso e sull’Abbandono dei Minori a Durban ).

In alcuni paesi la popolazione passa il tempo a seppellire infetti dall’Aids.

Il dr. Andrei Jamieson , direttore medico della British Airways Travel Clinic ha detto: “ la comunità Medico-accademica ha discusso questo tema per alcuni anni e circa sei mesi fa è stato deciso che, astenersi dai viaggi in quel paese, è la cosa più ragionevole da farsi. Esiste un rischio reale per i viaggiatori in Sudafrica e altri paesi. Abbiamo una altissima incidenza di sieropositività e di stupri e questo non lo si può smentire”. Il governo sudafricano, lo stesso che rifiuta di proteggere le donne Bianche dagli stupratori, è furioso con questi medici in quanto temono un ulteriore perdita di turismo e di dollari.

Città del Capo, è diventata la capitale mondiale del “ commercio” e del “turismo” sessuale. Rapporti giornalistici l’hanno definita la capitale mondiale della trasgressione.

Pervertiti da tutto il mondo vi si recano ( portando i tanti sospirati “dollari del turismo”) per fare sesso con bambini, molti di loro veri e propri schiavi Bianchi del sesso, mentre altri vengono importati da bordelli della Thailandia. “ Sesso coi bambini “ è, semplicemente, un eufemismo per giustificare lo stupro di un innocente. “ Tours del sesso con bambini” vengono, addirittura, sponsorizzati da alcuni “ imprenditori “, mentre il governo si gira dall’altra parte.

Nei “ vergognosi” e “tristi” giorni dell’Apartheid, queste cose non venivano tollerate.

Il sindaco di Città del Capo, un Nero di nome William Bantom, è stato, recentemente, trovato in possesso di una enorme collezione personale di videocassette pornografiche infantili nel suo ufficio, che “visionava” mentre era al lavoro e continua a fare il sindaco….

I Boeri si sentono abbandonati e si chiedono perché nessuno vada in loro soccorso. Forse, perché, oggi, l’uccisione di uomini Bianchi, da parte dei Neri, risulta essere politicamente corretta ed i mezzi di informazione evitano di schierarsi troppo con chi , un tempo, era additato come razzista e colonialista. Fatto è che ci troviamo di fronte ad un Paese dove la criminalità è alle stelle, l’economia in caduta libera e il Rand (la moneta locale) in costante ribasso. In tutto questo bisogna tener presente che il nuovo Sudafrica è nato grazie a quell’insieme di forze economiche , finanziarie, politiche, militari che si possono riassumere con il termine di Nuovo Ordine Mondiale.

La sconcertante conclusione è che per l’ANC se un Bianco colpisce un Nero è una imperdonabile forma di razzismo ( inteso come odio razziale ) , se un Nero ammazza un Bianco , ha compiuto una azione politicamente corretta. Una delle filosofie del Nuovo Ordine Mondiale.

Eppure, all’estero, chiamano questo paese: “ il paese dell’arcobaleno”…e dire che ai Boeri pare di vivere in una tempesta senza fine!

ERCOLINA MILANESI


8 ottobre 2012

Battuta molto vera :-)

 

2 amici in florida stanno chiaccherando uno dice al altro ,

Cosa farai stasera ?

Risposta

Niente di particolare me ne staro in casa di fronte alla TV a vedere
gli spot per Obama .

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Vi garantisco che c'e molto di vero , qui dalla mattina alla sera se sei
in macchina in ufficio o a casa, radio e TV non fanno altro che mandare
in onda spot per votare Obama alle elezioni.

Dove avra preso tutti sti soldi ?

Obama e il candidato presidente che ha piu raccolto e piu speso soldi
in pubblicita di tutta la storia americana, e di gran lunga.

Alon




8 ottobre 2012

L’Italia è campione d’Europa

 

In un post recente avevamo riferito che “a detta del comandante italiano Graziano, [l’hezbollah] collabora tanto bene con l’UNIFIL nel Libano“. Ci siamo invece dimenticati di aggiungere che il generale Graziano sembra soffrire di una falsa modestia veramente fuori luogo, poiché anche il rovescio della medaglia, e cioè il fatto che, viceversa, anche l’Unifil non collabora maluccio con i terroristi dell’hezbollah, è, per così dire, carino. Ad esempio, all’inizio di marzo

attivisti armati di hezbollah […] che guidavano un autocarro pieno d’esplosivi, minacciarono il battaglione italiano dell’UNIFIL con le armi. Invece di usare la forza, come richiesto dal loro mandato, i soldati dell’Onu abbandonarono il posto.

L’organizzazione antisemitica Hezbollah, da parte sua, secondo una dichiarazione recente del suo segretario generale Nasrallah, si considera tuttora in guerra con Israele (”die Jüdische” del 05/09/2008) e sembra anche più massicciamente armata di prima di quella nuova “missione di pace” voluta da gente come Prodi, D’Alema e Rice.

Dire che uno più uno fa due, e cioè che l’UNIFIL è servito e serve a camuffare e con ciò a sostenere i preparativi di guerra di sterminio dell’Iran contro Israele, sarebbe tuttavia molto esagerato. E sarebbe ancora peggio dire che tutto questo sarebbe stato previsto già dall’allora presidente di consiglio Romano Prodi quando si impegnò tanto per impedire ad Israele di sconfiggere efficacemente quelli che intendono annientarla, arrivando perfino a proporre come mediatore per la risoluzione “pacifica” del conflitto fra Hezbollah e Israele proprio un rappresantante dei tele-comandanti dei terroristi jihadisti, l’iraniano Ali Larijani.

Eh no: e non si può proprio dire che, come ebbe a dire il defunto presidente del Consiglio centrale degli Ebrei in Germania, Paul Spiegel, “dietro il grido di pace si trincerano gli assassini”! Non si può!

Ralph Raschen - Website
 


5 luglio 2012

Mota Gur (Mordechai Gur)

 



E' da poco passato il 13 anniversario della morte di Mordechai Gur ,
meglio conosciuto come Mota Gur , nato il 6 maggio 1930 e deceduto il
13 luglio 1995 .

Mota Gur nasce a Gerusalemme citta che e stata anche protagonista del
momento culmine , della sua grande carriera militare nel IDF ( Israel
defence forces )

Da giovanissimo Mota Gur si arruola nel'hagana l'esercito ombra del
futuro stato di Israele , e nel 1948 ha un ruolo attivo nella guerra
di indipendenza di Israele .

Gur faceva parte dei paracadutisti Israeliani , le truppe di Elite
quelli che indossano il berretto rosso, nel 1950 era gia comandante
di un battaglione che rispondeva direttamente agli ordini di Ariel
Sharon, fu anche ferito durante un operazione di antiterrorismo a
Khan Yunis e ricevette una medaglia al onore dall'allora capo di
stato maggiore Moshe Dayan .

Per migliorare ulteriormente le sue attitudini al comando e il sapere
militare Gur frequento nel 1957 la prestigiosa scuola militare di
Parigi.

Al suo ritorno fu nominato comandante della brigata Golani ( il
meglio del meglio del esercito Israeliano ) insegno ai suoi soldati
il valore morale e lo spirito di corpo, e anche l'onore di indossare
la divisa del esercito Israeliano, valori che ancora oggi vengono
tramandati .

Dopo questo incarico che termino nel 1963 Gur divenne il reponsabile
della scuola per i futuri comandanti del IDF .

Nel 1966 Gur fu messo al comando della 55 Brigata dei paracadutisti
della riserva del esercito Israeliano.

Dopo la guerra dei sei giorni fu nominato Brigadiere generale e fu
messo al comando della striscia di gaza , nel 1969 fu alzato ad
maggiore generale e fu messo al comando del confine nord di Israele
dal quale i palestinesi iniziavano ad infiltrarsi per fare attentati
teroristici in Israele, Gur organizzo i controattacchi israeliani che
avevano come obbiettivo pricipale la Siria che appoggiava e aiutava
le infiltrazioni dei Palestinesi, conquisto le fattorie di Sheba
ancora oggi in mano Israeliana , e organizzo in maniera efficace
l'esercito e le postazioni al nord per prevenire i tentativi del OLP
di entrare in territorio Israeliano .

Nel 1972 fu traferito a Washington come Attache militare presso
l'ambasciata Israeliana in USA.

Dopo la guerra del Kippur e le dimissioni di David Elazar come capo
di Stato Maggiore , fu richiamato in Israele e raggiunse il momento
piu alto della sua carriera come Capo di Stato Maggiore del IDF ,
durante questo incarico Mota Gur riposiziono l'esercito Israeliano
nel posto che gli compete , cioe ai massimi livelli mondiali per
coraggio , intraprendenza e amore della vita .

Mota Gur fu il principale ideatore ed artefice del operazione di
salvataggio dei passeggeri del air france ostaggi ad Entebbe in
Uganda .

Il primo ministro Rabin lo premeva per avere un operazione militare
quasi impossibile, Peres ministro della difesa ma non molto familiare
con le cose militari , voleva fortemente un operazione per salvare
gli ostaggi , ma tutti aspettavano che il capo di stato maggiore la
organizzasse , Mota in silenzio come era nel suo stile na parlo ai
suoi piu fidati collaboratori da Dan Shomron a Yoni Nethanyahu
insieme studiarono ed organizzarono il piano, poi lo presentarono a
Peres che immediatamente lo presento a Rabin e al governo Israeliano.

Il resto e ormai leggenda, un operazione quasi impossibile, volare
con 200 dei migliori soldati di Israele a 4000 km da dal proprio
paese in mezzo al Africa , fatta ed portata a termine per salvare 103
Ebrei solo per il fatto che erano Ebrei.




Ma anche se il successo del operazione di Entebbe ebbe un successo
incredibile , e diede ad Israele la primissima posizione al mondo
come paese che lotta contro il terrorismo , Mota Gur passera alla
storia di Israele per un altro fatto.

Il 7 giugno 1967 , Mota Gur guida i suoi paracadutisti nella citta
vecchia di Gerusalemme , la Legione Araba di Re Hussein si sta
dissolvendo e gli Israeliani avanzano veloci solo qualche cecchino
cerca di fermarne l'avanzata.

Mota Gur via radio annuncia al governo e ai soldati " siamo molto
vicini riesco a vedere la Citta vecchia, stiamo per entrare , saremo
i primi ad entrare nella parte vecchia della citta , quello che per
generazioni il popolo Ebraico ha sognato sta per avvenire " .

Per 2000 anni gli Ebrei erano stati lontani da Gerusalemme, per causa
della diaspora , e quando la parte vecchia della citta era sotto
controllo arabo, agli Ebrei era semplicemente negato anche il solo
avvicinarsi al muro del pianto , e alla citta vechia di Gerusalemme .

Passano pochissimi minuti e Mota Gur annuncia ancora via radio la
notizia che tutti gli Ebrei aspettavano da 2000 anni, Mota passera
alla storia di Israele per avere detto " har abait be iadenu , ani
choser ar abait be iadenu " ( il monte del tempio e in mano nostra ,
ripeto, il monte del tempio e in mano nostra )

La notizia rimbalza immediatamente da Gerusalemme in tutto il mondo,
dagli Stati Uniti al Europa fino in Australia tutte le comunita
Ebraiche si riuniscono in preghiera , quello che per 2000 anni e
stato un semplice augurio o forse ancora di piu un sogno, e diventato
realta, per 20 secoli dopo essere stati cacciati dalla loro terra
dalle legioni di Roma gli Ebrei si salutavano dicendo " le shana abaa
be Yerushalaim " ( l'anno prossimo a Gerusalemme )

Il 7 giugno 1967 grazie a Mota Gur e ai suoi meravigliosi soldati, un
semplice augurio e diventato realta, poco dopo il capo rabbino del
esercito Israeliano Rav Shlomo Goren suona lo Shofar davanti al Muro
del Pianto , e riconsegna al popolo Ebraico la loro capitale .

Lasciato l'esercito nel 1978 Mota Gur entra nelle file del partito
maarach e si da alla politica e ricopre vari ministeri.

Nel 1995 purtroppo e un malato terminale di cancro, che lo fa
soffrire in maniera atroce , Mota decide di dare fine alla sua
sofferenza e si spara un colpo con la sua pistola personale .

Era il 16 Luglio 1995.

Alon

PS se avete pazienza e la voglia di ascoltare la voce di Mota Gur
mentre conquista la parte vecchia di gerusalemme cliccate il link
qui sotto .

http://www.youtube.com/watch?v=7l1ol69rRxo&feature=related


7 giugno 2012

Non potrei piu' vivere senza Israele

  Elie Wiesel

Per il bambino ebreo che è in me, Israele rappresenta un irresistibile richiamo alla speranza, e Gerusalemme un potente canto d´amore.
Quando, in Romania, passeggiavo per le strade della mia piccola città appollaiata sui Carpazi, spesso mi immaginavo in qualche luogo della Giudea, seduto su una panca ad ascoltare un Maestro mentre spiegava il mistero delle parole, la forza delle memorie, l´umana sete di miracoli. Con mio nonno, fervente hasid, parlavo in yiddish. Gli piaceva molto insegnarmi i canti hasidici, e più ancora vedermi immerso nello studio di un trattato talmudico. Il suo sogno era di vivere abbastanza a lungo per vederci tutti riuniti in Terra Santa, e lì accogliere il Messia. In realtà, io sognavo il Messia assai più di uno Stato politico ebraico. Poi è successo quello che è successo.
Dov´ero il 14 maggio 1944? Ancora nel ghetto. Avevo 15 anni. Il primo trasporto verso l´ignoto, organizzato in fretta, si stava preparando a partire, o era appena partito.
Per noi il destino portava la maschera della Morte, di cui il nemico aveva fatto il proprio Salvatore. 14 maggio 1948. Parigi. Israele stava per nascere. Già da tre anni vivevo da apolide in Francia. Da Buchenwald, nel 1945, ero stato liberato dall´esercito americano; un ufficiale mi aveva chiesto dove volevo essere rimpatriato. Come la maggior parte dei miei amici, avevo risposto di voler andare in Palestina; ma a quei tempi il mandato britannico sull´immigrazione ci aveva chiuso le porte. Alla fine, grazie ai francesi dell´Ose, una benemerita organizzazione ebraica di soccorso all´infanzia, fummo accolti in 400 dalla Francia.
Mi ricordo. È un venerdì. Le radio di tutto il mondo trasmettono la voce di David Ben Gurion, che legge la Dichiarazione d´Indipendenza del nuovo Stato ebraico. La sera vado alla sinagoga. Esultanza. Gente sconosciuta che condivide gli stessi sentimenti. Ma è proprio vero? Uno Stato ebraico? A soli tre anni dalla più tremenda catastrofe della nostra storia?

Il pensiero va a mio nonno: lui, molto più di me, avrebbe meritato di vivere questo momento glorioso. Penso a mio padre, a mia madre…trascinati via dal vortice di fuoco e cenere. Devo dire per loro, nel Kaddish dei defunti, parole di gratitudine per il nuovo Stato ebraico? Questo momento fulgido può davvero essere la risposta ai tormenti della nostra Notte? Israele come risarcimento per Auschwitz? Non ricordo con precisione cosa pensai in quel momento, ma spero di aver respinto già allora queste teorie. Che sono crudeli, semplicistiche, assurde. E soprattutto senza alcun valore.
Poi il ragazzo che ero è cresciuto. Sono diventato adulto, e oramai sento tutto il peso degli anni.
Cos´è cambiato? Per più di vent´anni, da Parigi e poi da New York, sono stato corrispondente di Yedioth Ahronot («Ultime notizie»), il quotidiano della sera di Israele. Era emozionante seguire gli avvenimenti in Terra Santa. Per me quella non fu una guerra di conquista ma un ritorno, una liberazione. Dopo 2000 anni di travagli, di vite vissute peregrinando da un esilio all´altro, queste vittime della propria debolezza l´avevano infine superata, erano diventati gli autori della propria autodeterminazione, acquistando così un inaspettato potere. Il neonato Stato sovrano era disposto a vivere entro gli stretti confini tracciati dal piano di spartizione delle Nazioni Unite. Ma poi quella giovane nazione, che mancava di armi e di un apparato militare strutturato, fu aggredita non da uno, ma da cinque Paesi arabi bene armati.
A quei tempi non avevo ancora una chiara coscienza del fatto che nella vita degli uomini e in quella delle nazioni, il sogno di uno può trasformarsi in un istante nell´incubo degli altri. Io non ho problemi con nessuna religione. Ma aborrisco i fanatici di qualsiasi religione. I terroristi suicidi, che respirano l´odio e praticano il culto della morte, sono una piaga per tutte le nazioni. E considero i loro capi responsabili di tutto l´orrore che scatenano.
Naturalmente, so bene che gli stessi interrogativi valgono anche nei confronti dei leader israeliani. Dopo anni e anni di sangue, hanno colto ogni possibile opportunità per porre fine al conflitto?
A livello personale, mi chiedo perché non sono andato a vivere in Israele. Sono passati sessant´anni, ma questa domanda, come tante altre, rimane in sospeso. C´è chi mi accusa di aver fatto troppo, e chi di non aver fatto abbastanza - in particolare perché vivo in America, così lontano da Israele e dai suoi innumerevoli problemi. Quale dovrebbe essere il ruolo dello scrittore, del docente, del testimone, o semplicemente dell´ebreo che io sono? Uno che non vive in Israele, ma che ha verso questo Paese un debito di attaccamento, di lealtà, e forse - perché no? - anche di gratitudine, per il semplice fatto di esistere come ebreo?
Ovviamente - al pari di molti ebrei che vivono nella diaspora - sento il bisogno di aiutare Israele a rompere, a superare l´isolamento in cui cercano spesso di rinchiuderlo le «nazioni del mondo», per usare un´espressione talmudica. Molti di noi, parlando di Israele, si sentono tenuti a elevare il dibattito a un livello superiore.
Ma questo comporta forse il silenzio sugli uomini, le donne e i bambini palestinesi - soprattutto i bambini che vivono nella miseria, nella paura e nell´afflizione, e ne incolpano Israele? Certamente no. Io so che il governo di Israele, e la maggioranza dei suoi cittadini, pensano che se una soluzione esiste è quella di due Stati disposti a vivere fianco a fianco, optando per la pace. Verso la metà degli anni ´70 pubblicai una lettera A un giovane arabo palestinese. Gli dicevo che in quanto uomo e in quanto ebreo, potevo comprenderlo meglio di chiunque altro. Comprendevo la sua sofferenza, e anche la sua rabbia. Gli dicevo di essere pronto a cercare di aiutarlo a costruire sulle rovine, così come noi ebrei abbiamo fatto tante volte e sempre di nuovo. La differenza è che nell´affrontare le NOSTRE sfide, noi non abbiamo mai scelto la violenza. Se dovessi riscrivere oggi quella lettera, aggiungerei che se lui rinunciasse alla sua tattica - la violenza assoluta del terrorismo suicida - io non esiterei, al pari di molti altri, a schierarmi dalla sua parte. Ma come posso sostenere un uomo, o un gruppo, che predica o semplicemente tollera una dottrina il cui scopo dichiarato è l´annientamento di una comunità di sei milioni di ebrei che vivono nella terra dei loro avi, e dei miei?
Perché non sono un cittadino israeliano? Perché non vivo in Israele? Soprattutto perché per molti anni ho pensato, ingenuamente, che sarei stato più utile al mio popolo fuori da Israele. Ma anche, lo ammetto, perché in realtà non ero pronto. Mi è tuttora difficile distaccarmi dalla diaspora, dalle sue ansie, dalle sue memorie e dalle sue sfide. Ma se è vero che non vivo in Israele, non potrei più vivere senza Israele.

Elie Wiesel
© 2008 (Distribuito da The New York Times Syndicate)
Traduzione di Elisabetta Horvat


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27 novembre 2011

Israele. Un'oca che sa di maiale per pranzi kasher

 

Allevato in Spagna, il volatile si prepara ad invadere Israele

 

Gli chef: "Un raro duplicato culinario". Il rabbino-capo Metzger: "Stiamo esaminando la possibilità di importazione industriale"

© NEWSFOOD.com - 26/11/2011

Israele. Un'oca che sa di maiale per pranzi kasher

Un'oca la cui carne ha lo stesso sapore del maiale.

Seppur allevato in Spagna, il volatile ha suscitato il massimo interesse in Israele, attivando autorità religiose, maestri dei fornelli e l'attenzione dei quotidiani, come il Daily Mail".

Il foglio britannico spiega come tutto sia partito da un gruppo non convenzionali di allevatori iberici. Questi hanno fatto crescere le oche in terreni da pascolo non industrializzati, consentendo ai volatili di mangiare liberamente cibi naturali. Al momento giusto, gli animali sono stati uccisi, il loro fegato assaggiato.

Qui la sorpresa: secondo il degustatore, il fegato "Ha lo stessogusto del maiale". In cerca di conferme importanti, gli allevatori hanno chiesto l'intervento di Yona Metzger, rabbino-capo d'Israele. A sua volta, il rabbino si è appoggiato a tre chef professionisti, non ebrei e consumatori abituali di maiale. Dopo aver assaggiato il fegato, il trio non ha avuto dubbio: il gusto è di maiale; di più, si è di fronte ad "Un raro duplicato culinario".

Sostenuto da tale parere, il rabbino ha affrontato l'argomento religioso. Gli ebrei osservanti seguono regole che impongono al credente di consumare alimenti kasher (puri), dotati di specifici requisiti. Il maiale non è incluso nell'elenco dei cibi leciti, e perciò escluso dalla tavola.

Allora, l'oca che sa di maiale può rappresentare una possibilità gastronomica importante. Secondo il rabbino Metzger, il fegato del volatile è kasher e, come dice il Talmud, prova che Dio ha accompagnato ogni proibizione data al popolo di Israele con la creazione di un duplicato dallo stesso gusto. Diventa concreata le realizzazione di pasti con piatti che al sapore di maiale ma rispettosi della kasherut alimentare. Allora, conclude Metzger, "Stiamo esaminando la possibilità di importazione industriale di quelle oche".

FONTE: "The pork that's Kosher: Israel's chief rabbi allows import of goose meat that tastes of pig", Mail Online 24/11/011

Matteo Clerici

ATTENZIONE: l'articolo qui riportato è frutto di ricerca ed elaborazione di notizie pubblicate sul web e/o pervenute. L'autore, la redazione e la proprietà, non necessariamente avallano il pensiero e la validità di quanto pubblicato. Declinando ogni responsabilità su quanto riportato, invitano il lettore a una verifica, presso le fonti accreditate e/o aventi titolo.
http://www.newsfood.com/q/649dc87c/israele-unoca-che-sa-di-maiale-per-pranzi-kasher/


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7 ottobre 2011

La nazionalità palestinese e le dure repliche della storia


Riflessioni intorno a un illuminante lapsus di Abu Mazen


Tre giorni dopo aver destituito d’autorità il governo d’unità nazionale Hamas-Fatah guidato da Ismail Haniyeh e aver varato il governo d’emergenza affidato a Salam Fayyad, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) compariva lo scorso 20 giugno davanti al comitato centrale dell’Olp e pronunciava un discorso durissimo (Al-Hayat Al-Jadida, 21.06.07). Con parole di estrema severità, Abu Mazen denunciava il golpe di Hamas nella striscia di Gaza, le feroci brutalità commesse contro i palestinesi avversari, il complotto ordito contro la sua stessa persona, il piano per creare un “emirato dell’oscurantismo e dell’arretratezza”. A un certo punto, nella foga della requisitoria, l’erede di Yasser Arafat esclamava: “Persino le chiese non sono state risparmiate: è stata saccheggiata e data alle fiamme una delle più antiche chiese di Palestina che esisteva molto prima che arrivassimo noi”. Testuale: “molto prima che arrivassimo noi”. Ma noi chi?
Dopo averci ripetuto per anni e anni che il popolo palestinese è l’unico originario, l’unico che esiste come tale sulla terra di Palestina sin dai tempi dei cananei, tutt’a un tratto il loro massimo esponente politico dice “noi” per intendere i musulmani arrivati in quella regione con la conquista araba. Improvvisamente, la voce dal sen fuggita del leader dell’Olp, di Fatah e dell’Autorità Palestinese ci rivela che egli sa di essere il rappresentare di un’identità nazionale (“noi”) sopraggiunta e sovrapposta alle popolazioni e identità precedenti.
Nella spaccatura che si è consumata fra Gaza e Cisgiordania e nella durezza dello scontro in corso fra musulmani jihadisti e arabi nazionalisti, il lapsus di Abu Mazen non accade per caso, e ripropone un interrogativo legittimo anche se politicamente scorretto: quali autentiche radici può vantare l’identità nazionale palestinese?
Interrogativo reso ancora più drammatico e urgente dalla propensione delle leadership palestinesi, ormai storicamente dimostrata, a trascinare se stesse e la loro gente in scontri arabi intestini di inusitata violenza, da quelli del 1936-39, al disastro del settembre “nero” ‘70 in Giordania, alla guerra per bande in Libano e durante le due intifade. Non possono non venire in mente per analogia le guerre civili in Libano, in Iraq, in Sudan e i dubbi che sollevano sulla natura di quegli stati nazionali.
“In vari posti del mondo – scrive Ofir Haivry, del Shalem Center di Gerusalemme – confini arbitrariamente fissati dalle potenze coloniali delineano nazioni che in pratica non esistono. Esiste forse una “nazione sudanese” o una “nazione irachena”? O non stiamo piuttosto parlando in questi casi di tribù, gruppi e persino popoli diversi, con stili di vita e valori molto distanti fra loro, raggruppati a caso, e che a causa di questo pagano ancora oggi un alto prezzo di sangue?”.
Anche i confini del Mandato Britannico sulla Palestina, dal quale i palestinesi traggono il loro nome, vennero arbitrariamente fissati, come quelli dei paesi vicini, sulla base di interessi coloniali, in alcuni casi in modo del tutto fortuito. “Se il confine fosse stato fissato in modo appena un poco diverso – si domanda Haivry – forse che gli arabi di Marjayoun, nel Libano meridionale, sarebbero stati palestinesi? O gli arabi di Tarshiha, in Galilea settentrionale, sarebbero stati libanesi? E gli arabi di Transgiordania, che inizialmente faceva parte del Mandato sulla Palestina per diventare poco dopo regno di Giordania, sono palestinesi o giordani?”.
Il che, per inciso, configura il noto paradosso per cui, in quella regione, Israele, il paese che più di altri ha titoli di statualità nel radicamento storico-linguistico-culturale e nel diritto internazionale, è anche l’unico di cui venga messa sistematicamente in discussione la legittimità.
Il leader degli arabi del Mandato Britannico fu il mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini che si considerava un leader pan-arabo e si mise alla testa di una variegata alleanza di clan, tribù e interessi locali uniti per lo più dall’ostilità verso gli ebrei, imponendo il proprio comando con la violenza e l’assassinio dei rivali.
Dopo la fine del Mandato, nella striscia di Gaza sotto regime egiziano e nella Cisgiordania annessa alla Giordania non si registrò praticamente alcuna espressione culturale né alcuna rivendicazione politica di una originale identità nazionale palestinese. Nota Haivry: “Il solo obiettivo che riscuoteva consensi e spingeva all’azione, tanto che a tale scopo vennero create Fatah e Olp, era l’istituzione di uno stato arabo al posto di Israele”.
Dopo il 1967 l’unificazione di fatto sotto amministrazione israeliana creò l’illusione di un’identità nazionale unitaria. Ma le caratteristiche della leadership di Yasser Arafat non fecero che replicare quelle del mufti: autocrazia di un uomo solo, costruita sull’ostilità verso Israele, fondata su equilibri di clan e sulla persecuzione dei rivali.
I successivi ritiri di Israele – da tutti i maggiori centri abitati palestinesi, poi da tutta la striscia di Gaza – e la morte di Arafat hanno riportato il nodo al pettine. “Può darsi – riflette Haivry – che, quando uno stato esiste entro confini artificiali per un lungo periodo di tempo, abbia senso preservarlo nonostante sia privo di una genuina identità nazionale. Ma la Palestina Mandataria è durata solo trent’anni e ha cessato di esistere sessant’anni fa: l’odio verso Israele di per sé non può supplire alla mancanza di una consolidata identità nazionale, e questo dato di fatto dovrebbe indurci a porre nuove domande circa la vera natura del conflitto e i modi per risolverlo”.
Come ebbe a dire Golda Meir con grande schiettezza, “esistono dei profughi palestinesi, ma non esiste un popolo palestinese. La distinzione non è semantica. Lo dico sulla base di una vita intera passata a discutere con innumerevoli nazionalisti arabi che escludevano categoricamente dalle loro enunciazioni qualunque nazionalismo indipendentista arabo-palestinese” (New York Times, 14.01.76). Affermazione di una coerenza che ci pare esemplare. Se ad esempio – per assurdo – fra un po’ di anni, grazie a un’insistente campagna propagandistica (non coadiuvata in questo caso, e per fortuna, da fiumi di petrodollari né campagne terroristiche) dovesse diventare d’uso corrente riferirisi al “popolo padano” come ad una primigenia identità nazionale, chi scrive si sentirà in diritto e in dovere di ricordare che così non è, che si tratta di un artefatto, che milioni di persone vivono, è vero, nelle terre padane, e tuttavia non esiste nessun “popolo padano”.

Nella foto in alto: Miliziani calpestano l’immagine del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) nel terminal di Rafah (alla frontiera con l’Egitto) durante i giorni del golpe di Hamas nella striscia di Gaza.


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31 agosto 2011

Giornata della cultura ebraica. Perchè invitare Moni Ovadia è un errore

Ho letto con meraviglia mista a delusione l' annuncio della presenza di Moni Ovadia alla manifestazione capofila della Giornata della cultura ebraica di quest'anno, giustificato anche su  "Pagine ebraiche" nella forma inconsueta di una risposta dell'organizzatore David Parenzo alla lettera di protesta di un lettore. Parenzo auspica "ut scandalia eveniant" su questa presenza ed è il caso di accontentarlo. E' vero innanzitutto quel che scrive il lettore: La Giornata si suppone fatta per "comunicare all'opinione pubblica la realtà dell'ebraismo italiano". Benché organizzato a livello europeo, la Giornata da noi è un biglietto da visita, una presentazione pubblica della cultura, dunque anche dei valori dell'ebraismo, come lo si intende in Italia.


Capita  dunque che alla sua manifestazione principale della Giornata, quella che si svolge a Siena, la comunità organizzatrice di Firenze inviti una persona la quale usa scrivere sui giornali che "in Israele c'è al governo una coalizione sostenuta da razzisti e da fanatici religiosi colonialisti" ("L'unità" 14.10.10) tanto che "ha condannato i palestinesi a diventare cittadini di seconda classe espropriandoli giorno dopo giorno delle loro terre e della loro vita con la violenza dell'occupazione e del colonialismo" (11.12.10) e "uno dei suoi più recenti provvedimenti di legge, approvati per ossequio alle componenti più reazionarie, razziste e fanatiche della sua compagine di governo, è riuscito ad esprimere una sintesi di sprezzo per la democrazia e di stupidità che merita il podio olimpionico". (16.7.11) Certamente la colpa è "del rambo Ehud Barak che nel cervello al posto dei neuroni ha proiettili." (20.8.11). Eccetera eccetera. Tutti ricordano del resto la firma di Ovadia fra quelle che patrocinavano la flottiglia di appoggio ad Hamas che si è ridicolmente impantanata in Grecia un paio di mesi fa e molti l'hanno sentito dire cose ancora più esplicite contro lo Stato di Israele, il governo attuale e praticamente tutti quelli precedenti.


Dunque, il cittadino che legge e ragiona, con le cui tasse (l'8 per mille) è pagata tale presenza, può essere autorizzato a pensare che questa possa essere la posizione della Comunità ebraica di Firenze che organizza la manifestazione, dell'Ucei che la promuove, in breve degli ebrei italiani; o almeno che questa sia considerata nell'ebraismo italiano una posizione accettabile, una delle tante nella dialettica comunitaria. Io spero e confido che non sia così, so che per molti non lo è; ma mi piacerebbe che ci fossero delle prese di posizione precise per rassicurare me (e soprattutto il resto degli italiani interessati). L'organizzazione politica degli ebrei italiani appoggia ancora Israele? Considera accettabile definire i suoi ministri "razzisti", "colonialisti", "stupidi", "fanatici" e quant'altro? Pensa che bisogna portare soccorso ad Hamas con flottiglie e altri mezzi rompendo il blocco israeliano o no? Il dubbio è lecito. Lo chiedo ai consiglieri dell'Ucei, ai presidenti delle comunità, in particolare a quella di Firenze. Lo chiedo anche a Haim Baharier, invitato anche lui a Siena, perché è il mio maestro ed è considerato tale anche da Ovadia. Ricordo con sollievo e gratitudine sue espressioni ben diverse su Israele. L'ho sentito dire una volta che tutti gli ebrei sono israeliani in esilio, e da allora ho capito meglio la mia posizione.

In realtà questa faccenda è ancora un po' peggiore di così. Perché un dissenso politico, perfino il tradimento del proprio popolo, sono problemi seri, che hanno una dignità storica se non morale. Si può discuterne. "Del buon uso del tradimento", ricordo, è un bel libro dello storico Pierre Vidal-Naquet, che cercava di rivalutare la scelta di Giuseppe Flavio di disertare il fronte della guerra contro i Romani. Ma qui, come spiega David Parenzo, che ha curato il programma per la comunità di Firenze, "il mio obbiettivo era ed è fare a Siena il tutto esaurito" o, per uscire dalla logica pura e semplice del botteghino, "diffondere la cultura ebraica e far capire quanto sia un patrimonio di tutto il Paese."  Se è questo l'obiettivo, certamente ci si può legittimamente chiedere come fa Parenzo "che c'entra Israele e la sua politica?". Già che c'entra Israele con la cultura ebraica? O meglio, che c'entra la cultura ebraica, "questa" cultura ebraica con Israele? Ecco il problema vero che pone la presenza di Ovadia a Siena, al di là del suo livore antisionista. C'entra o non c'entra la cultura ebraica, la sua cultura ebraica con Israele e con la sua identità? A me sembra proprio di no; ma proprio per questo ritengo opportuna una riflessione pacata ma un po' più profonda, che cerchi di comprendere che cosa si intenda per "cultura ebraica" oggi, a parte " i nostri monumenti e tesori ... l'immenso patrimonio artistico culturale  [ebraico, immagino] presente in Italia."


Bisogna partire proprio dal caso personale di Moni Ovadia. "apprezzabilissimo divulgatore della cultura ebraica...in grado di raccontare l'ebraismo all'esterno in modo efficace e utile per tutti noi," come scrive ancora Parenzo. Non c'è dubbio che Ovadia sia un ottimo uomo di spettacolo ed è chiaro a tutti che egli si è ritagliato una maschera da ebreo che utilizza senza troppe differenze dentro e fuori i suoi spettacoli. Per mestiere Moni Ovadia infatti "fa l'ebreo": quando racconta barzellette e quando interpreta a modo suo la storia di Babel e di Kafka, quando parla del conflitto in Medio Oriente o quando si occupa di Berlusconi. Essendo anche ebreo di nascita, essendosi trovato i giusti maestri e modelli da imitare, risulta molto "efficace"; ma si tratta comunque di una maschera teatrale – tant'è vero che il personaggio che interpreta – a teatro e nella vita - parla con pesante accento askenazita, mentre chi lo conosce sa che la sua origine è sefardita e il suo modo di parlare normalmente italiano: altri suoni, altri sapori, altri mondi, quelli della persone e quelli della maschera. Il caso  della lingua è solo un indizio, ma ce ne sono altri: la vistosa kippà vagamente arabeggiante che porta quasi sempre in testa, o le frequenti citazioni e reinvenzioni di pensieri religiosi – veri o falsi che siano, essi sono resi inautentici  o piuttosto finzionali dal fatto elementare che egli per sua stessa pubblica dichiarazione "non credente". Un ebreo non credente (o piuttosto credente solo nella rivoluzione, non nel divino) che porta la kippà e cita il Talmud – un ossimoro, una caricatura, qualcosa che comunque toglie il loro senso sia alla kippà che al Talmud.

E' un ebreo, senza dubbio; ma un ebreo sefardita che recita la parte dell'askenazita, un ebreo ateo che recita la parte del religioso, un ebreo che parla continuamente dei suoi – come dire – correligionari, ma che di fatto e apertamente privilegia dei valori politici astratti alla solidarietà con il suo popolo, anzi lo considera in maggioranza "razzista", "fanatico", "colonialista" ecc. Un ebreo, che per l'appunto, non sopporta Israele e appartiene a un mondo askenazita di favola che non c'è e non c'è mai stato. Dunque allo stesso tempo è un ebreo, ma anche la simulazione di un ebreo, lo stereotipo, la caricatura: un ebreo da teatro. Lo dico con tutto il rispetto, da vecchio frequentatore di teatri (e anche dello stesso Ovadia).

E' dunque sì un "apprezzabilissimo divulgatore", ma quel che passa per la sua macchina divulgativa ne esce trasformato, teatralizzato, svuotato, trasformato in fantasma o favola. L' ebraismo che comunica non è il banale (o serio) succedersi di funzioni e ricorrenze, preghiere e studio, testi e precetti che da millenni segna la vita degli ebrei normali, anche dei grandi geni. No, il suo ebraismo è qualcosa di assai più romantico, "un capolavoro ineguagliato: una nazione e un popolo dell'esilio, fra i confini, oltre i confini, a cavallo dei confini, una nazione non vincolata a uno specifico territorio, né a vocazioni nazionaliste" ("Il Riformista", 11.12.10)  "pura poesia e spiritualità" "cancellata dalla follia umana dalla sera alla mattina", "alcune tra le più alte vette del '900: da Freud a Kafka, da Einstein a Marx, da Mahler a Proust". ("Libero", 25.3.11). Che poi i villaggi ebraici in Ucraina e Bielorussia fossero miserabili, che vi regnasse la fame, che da un secolo prima del nazismo ci fosse una massiccia emigrazione a Ovadia, non interessa.  Ripeto, il problema non sono queste idee di Ovadia e la loro approssimazione storica (in particolare la grande rimozione della cancellazione comunista dell'ebraismo orientale, che precedette e poi completò quella nazista). Come uomo di spettacolo, Ovadia ha un diritto istituzionale alla cartapesta che rispettiamo. La barzelletta deve far ridere, la tirata deve far piangere – la verità non c'entra, conta il "tutto esaurito".

Il problema è che anche la "cultura ebraica", intesa come "monumenti e tesori" ecc. soffre dello stesso male, diciamo una visione ossificata, stereotipata, nel migliore dei casi museale, nei peggiore consumista e caricaturale dell'ebraismo. L'ebraismo come un  oggetto da divulgare, una merce culturale da promuovere, un panda cui procurare simpatia. Una visione un po' distorta, romanticizzata, aiuta – per il "tutto esaurito" e par la simpatia. E anche un certo distacco da Israele, un posto così reale da non poter essere perfetto, dove bisogna anche difendersi dagli attentati e usare le armi, una distinzione che politicamente premia nell'Italia catto-comunista. Che c'entra la leggiadra cultura ebraica "piena di tesori" con un posto dove gli ebrei lottano per non farsi travolgere?


Benissimo, il "tutto esaurito" è assicurato. Ma si tratta di una deformazione profonda della cultura ebraica vera, che è stata innanzitutto comunità e fede e pensiero e elaborazione degli ambiti della tradizione (halakhà, kabbalah ecc.). La cultura ebraica non è quella dei singoli ebrei importanti e "creativi" che per lo più hanno rifiutato l'appartenenza dei padri – come tutti quelli citati nell'elenco di Ovadia. Se è viva, è pratica dell'ebraismo e riflessione su di essa – cose che difficilmente si possono mettere in mostra. Salvo casi di sconcertante automuseificazione come quel "vero matrimonio" cui l'anno scorso "si poté assistere nell'ambito delle manifestazioni organizzate per l'Undicesima Giornata Europea della Cultura Ebraica" – almeno a credere alla cronaca del "Messaggero", 5.9.10. Tutto esaurito anche lì, immagino.


Insomma, l'invito di Ovadia annuncia per l'ebraismo italiano qualcosa di anche peggio della rinuncia a prendere le distanze dall'ostilità a Israele: una sorta di auto-spettacolarizzazione dell'agonia che a me ricorda quel racconto di Kafka intitolato "Il digiunatore": "Tutta la città si occupava allora del digiunatore; a ogni giorno di digiuno aumentava l'interesse del pubblico, tutti volevano vedere il digiunatore almeno una volta al giorno [...] quando il tempo era bello la gabbia veniva trasportata all'aperto e allora erano specialmente i bambini a cui era mostrato il digiunatore" E però, la gloria passa: "Mentre prima meritava mettere su spettacoli di questo genere per proprio conto, oggi sarebbe assolutamente impossibile. Erano altri tempi, quelli."


Questo è il problema della "cultura ebraica", di essersi volontariamente trasformata in uno spettacolo per il momento popolare e dunque probabilmente domani non più. Come scrisse l'anno scorso il rav Riccardo Di Segni, della stessa manifestazione, un anno fa: "Mantova ebraica purtroppo oggi è, con i circa suoi 60 iscritti e un passato glorioso, con le Sinagoghe autodemolite, l’emigrazione, la shoà e tutto il resto, e malgrado gli sforzi dei suoi dirigenti, una comunità al limite dell’estinzione, dove il prodotto culturale rilevante è un volume sui cimiteri. Bisogna comprendere il senso allarmante di questo dato. La Giornata della Cultura rischia di diventare un’elegante passerella su un passato glorioso. Le priorità dell’ebraismo italiano che malgrado tutto è vitale sono altre."


L'ebraismo italiano rischia oggi di virtualizzarsi, di trasformarsi in simulazione di se stesso, di non avere più una cultura, sia in senso antropologico (le pratiche ebraiche che riguardano una percentuale sempre molto bassa delle nostre comunità) sia nel senso "alto", di produzione culturale vera e di ebraismo vero. In cambio si rappresenta sempre più come folkloristico, come produttore di barzellette, come innocuamente pittoresco e simpatico, ben lontano dagli israeliani che hanno "proiettili al posto di neuroni" nel cervello. Così ovadizzato, trasformato in cartapesta e barbe finte e vecchie barzellette sempre uguali, otterrà certamente il "tutto esaurito, ma non ci sarà più. Come il digiunatore di Kafka infine abbandonato dalla folla e scoperto dai guardiani "sotto la paglia sporca"  "in una gabbia vuota", a "digiunare ancora" scusandosi per farlo, fino alla morte.


Ugo Volli Informazione Corretta


30 agosto 2011

Spie in minigonna, le bellezze del Mossad addestrate a vincere le torture

Le 007 donna hanno sempre scatenato l'immaginazione di letteratura e cinema, ma quelle della Germania Est erano reclutate perchè brutte, zitelle e cattive. Micidiali come quelle dei servizi segreto israeliani. Ma queste invece sono belle. Da far paura

 

Negli anni della Guerra fredda a est le spie piacevano gelide. Soprattutto all'Hva il servizio di informazione della Germania Orientale. Le reclutava con precisi criteri estetici: bruttine, sciupatine, frustrate quanto basta. Eppure efficientissime, micidiali. Come Sonja Silvia Goesch, berlinese, diplomata parrucchiera, con un viso d'aquila e un corpo da corazziere. Diventò segretaria del ministro e leader liberale Martin Bangermann. Non si fece mai notare, non commise mai il minimo errore, la scoprirono solo quando il muro venne giù. O come Ursula Richter, che usò per anni il suo ruolo di contabile dell'Unione profughi dell'Est per reclutare spie da infiltrare a Ovest. O Margareth Hoecke, dall'aria più zitella che single, che travestita per anni da impiegata negli uffici della presidenza della Repubblica tedesca passò tutto il passabile al nemico. Racchie, zitelle e cattive. E fredde come la guerra che combattevano.


Spie belle da far paura sono sempre state invece le israeliane. Una delle più spettacolari che ormai fa parte della leggenda è Lily Kastel che entra nel Mossad nel 1954 ma realizza il suo capolavoro quindici anni più tardi: nel 1969 travestita da turista americana si infiltra in Irak e convince un pilota iracheno, Munir Redfa, ad accettare un milione di dollari per trasportare a Tel Aviv l'ultimo modello di caccia russo.


Ma non è male nemmeno Nima Zamar, pseudonimo di una ex agente di Gerusalemme, di nazionalità francese, brillante informatica, ingaggiata per infiltrarsi nei gruppi Hezbollah che operano nel sud del Libano e addestrata a sopportare terribili torture, a dormine saltuariamente e a reagire con freddezza alla prove più crudeli. Ha una figlia, il papà è un agente morto in missione, non si sa ora dove sia. E soprattutto chi sia.


Alla storia invece è passata Marita Lorenz, brunetta di Brema, per sette mesi amante di Fidel Castro. Finita la storia la Cia la convinse a tornare a Cuba per avvelenare il Lider Maximo «ma nel momento decisivo non ressi: lo amavo troppo. Versai il veleno nel bidet di una stanza dell'hotel Habana Libre». Il suo nome rispuntò una volta nell'assassinio Kennedy, un'altra nel Watergate. Che cosa c'entrasse ancora non si sa ...

Massimo M. Veronese


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permalink | inviato da Hurricane_53 il 30/8/2011 alle 16:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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