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28 luglio 2013

Germania: un tedesco su 10 ha antenati ebrei

 


Un tedesco su dieci ha antenati ebrei e solo uno su sei è di origine germanica da parte di padre. Lo rivela una ricerca genetica della ditta Igenea di Zurigo finora non pubblicato, ma anticipato in parte dalla stampa tedesca. Sulla base di 19.457 analisi genetiche è risultato che il 30% dei circa 82 milioni di abitanti della Germania sono originari dell'Europa orientale. ''La genetica moderna dimostra l'insensatezza del razzismò', dichiara Imma Pazos, una scienziata che ha partecipato ai lavori. La studiosa ha così dimostrato che ogni persona ha innumerevoli radici ed è il risultato di una grande mescolanza. Se mai ce ne fosse bisogno, si tratta di una nuova prova scientifica che dimostra la follia delle teorie razziste di Adolf Hitler e dei nazisti, di ieri e di oggi.


6 febbraio 2013

27 gennaio: immagina di essere un/a bambino/a ebreo/a che tenta di scappare

 

Il tema di una nostra giovane affezionata lettrice che frequenta la seconda media presso la scuola italiana di Madrid
Articolo Firmato

Ascoltare l'articolo

Mi chiamo Maria, ho dodici anni. Vivevo in una casa abbastanza grande, con un bel salotto non molto grande e una stanza piena di libri e altre cose, e il mio letto. Ora vivo nascosta in una cantina e dormo per terra da quasi tre mesi. Non ho finestre, per cui non posso vedere niente di quello che succede fuori, ma, giorno e notte sento spari ed ebrei che urlano, sono madri, padri e figli che tentano di andare via da quest’inferno.

Circa due giorni fa, mia madre è andata di nascosto a rubare qualcosa da mangiare, io la osservavo attentamente da un foro nella parete. Poi ho tolto di corsa la testa, perchè un nazista si era avvicinato a mia madre con una pistola. Da quel giorno vivo da sola non mangio né bevo da tre giorni. Sono affamata ed ho tanta paura.

Devo incoraggiarmi e andare in cerca di provviste e ritornare senza che nessuno mi veda.

Tremando di paura, spingo poco poco la porticina e guardo fuori attentamente. Non c’è nessuno. Mi alzo e comincio a camminare piano piano. Non so dove andare e mi fermo.

All’improvviso sento il rimprovero di un uomo:”Tu, bambina, cosa fai lì?”

Io sono immobilizzata dalla paura.

L’uomo mi prende dalla maglietta e mi trascina fino un camion dove ci sono più bambini. Piangevo e tremavo allo stesso tempo.

“Sali sul camion!” Urlò l’uomo. Io dovetti obbedire.

Dopo qualche minuto arriviamo in un posto strano con un cartello che diceva: “IL LAVORO CI RENDE LIBERI”.

Dentro ci sono bambini di tutte le età, uomini e donne rapati. Perfino anziani lavorando a più non posso.

Ci fanno scendere dal camion e ci spingono fino un forno gigante e l’uomo dice:”Forza bambini, in fila indiana e con gli occhi chiusi.

Sfortunatamente, io ero la prima della fila e… e… l’uomo rise e mi spinse…

Ricordo il mio primo gelato, il mio primo viaggio, ricordo mia madre, mio padre…

Ora non vedo niente, sono immobile. Apro gli occhi e mi ritrovo su un letto morbidissimo. In una stanza molto grande.

A destra c’è… c’è… mia madre!!! E a fianco… mio padre!!!

Sono rinata

L’ideale


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14 gennaio 2013

La società “illuminata” di Adolf Hitler e il Tibet

    

Forse sono in pochi a sapere che il regime nazista si interessò del Tibet. Tra il 1938 e il 1939, un alto ufficiale delle SS fu mandato per conto del regime hitleriano in questa regione in occasione delle festività del capodanno tibetano. Scopo ufficiale della missione era uno studio di carattere geografico ed etnologico dei tibetani. E i nazisti furono accolti come i benvenuti. Negli anni ‘30 i tibetani cercavano nuovi alleati perché temevano un’aggressione straniera da parte dell’Urss, della Cina o degli inglesi. In quegli anni il regime stalinista aveva duramente perseguitato i credenti buddisti all’interno dei propri confini nonostante l’appoggio dato dall’Urss alla Repubblica Popolare di Mongolia. In quegli anni i giapponesi avevano fatto leva sul sentimento antireligioso dell’Urss per peggiorare le relazioni tra la Mongolia e il regime sovietico. Ma non ci riuscirono. Tokyo aveva anche costituito una sorta di stato fantoccio mongolo in Manciuria, il Manchukuo. Ma questi tentativi non avevano ottenuto alcun successo. I tibetani erano molto più interessati alle offerte del Giappone.

Il 25 novembre del 1936 la Germania nazista e il Giappone avevano firmato il Patto Anticomintern che aveva stabilito una politica comune dei due paesi contro la diffusione internazionale del comunismo. Nel 1939 aveva aderito a questo accordo anche il Manchukuo. L’invito alla delegazione nazista era nata in questo contesto. Ma queste relazioni si interruppero poco dopo perché nell’agosto del 1939 la Germania e l’Urss sottoscrissero un patto di non aggressione che deluse il popolo tibetano. Ma cosa aveva convinto i gerarchi nazisti ad avviare i contatti con il popolo tibetano? Ci aveva pensato la leggenda di Shambhala. Questo mito aveva attratto il nazismo. Shambhala è una società dove tutti gli abitanti sono illuminati, con al centro una capitale chiamata Kalapa. Per comprendere l’interesse nazista per Shambhala è necessario fare un passo indietro fino alla nascita della cosiddetta Società di Thule (Thule-Gesellschaft) che aveva come simbolo la croce uncinata ed era caratterizzata dall’antisemitismo. Questa società, che si ispirava al buddismo, distorcendolo, era considerata come il primo nucleo del nazionalsocialismo. Il padre della Thule era il professor Karl Kaushofer, convinto assertore del ritorno della grande Germania e dell’espansione tedesca a est al fine di costituire un solido “spazio vitale” che avrebbe a sua volta garantito il dominio teutonico sul mondo. Gli appartenenti a Thule miravano, attraverso la telepatia e specifici riti occulti, che si svolgevano solitamente nei boschi e vicino a corsi d’acqua, a entrare in contatto con gli antichi “maestri sconosciuti”, considerati dai nazisti come dei superuomini, al fine di far nascere la razza superiore.

Ebbero contatti con questa organizzazione molte personalità di primo piano del nazionalsocialismo come Adolf Hitler e Rudolf Hess. Quest’ultimo si formò nella Thule e si dice che abbia anche “iniziato” Hitler nel periodo nel quale si trovava con lui in carcere dopo il fallito Putsch di Monaco. Il “sogno” di Heinrich Himmler, altro uomo di fiducia di Hitler, era quello di creare un Ordine con superuomini da formare secondo l’etica prussiana e quella degli antichi Ordini cavallereschi, segnatamente dell’Ordine dei Cavalieri Teutonici. Per una tale organizzazione egli cercava una legittimazione o crisma, che però non poteva trarre dal cattolicesimo, apertamente avversato dalla corrente radicalista dell’ideologia nazista. A questo scopo, Himmler aveva fondato la “Deutsche Ahnenerbe”, nota come “Società di studio sulla storia antica dello spirito” (di questa società aveva già scritto IL VELINO lo scorso 24 maggio recensendo il volume “Il piano occulto. La setta segreta delle SS e la ricerca della razza ariana”, scritto da Heather Pringle e pubblicato da Lindau). Questa società aveva numerosi campi di studio. Uno di questi, il più importante, era in materia di occultismo. La missione in Tibet si inseriva in questo quadro.

La spedizione nazista nella regione asiatica avrebbe cercato un collegamento con un centro segreto della Tradizione (Shambhala), mentre un’altra missione in Groenlandia avrebbe mirato a un contatto con la Thule iperborea o occulta. Nel 1938 l’Ahnenerbe finanziò una spedizione nell’estremo oriente. A guidarla fu il dottor Ernst Schaeffer, etnologo e alpinista. Il suo obiettivo era di realizzare uno studio scientifico del popolo tibetano. Durante la spedizione, lo studioso esaminò più di trecento crani di abitanti del Tibet e del Sikkim, registrando minuziosamente le loro caratteristiche fisiche. Determinò che il popolo tibetano si situava in una posizione intermedia tra le popolazioni europee e mongolidi, e che i caratteri europei erano tanto più marcati quanto lo stato sociale si alzava. Ma un altro dei compiti assegnati a questa spedizione era la ricerca della mitica Agarthi, regno sotterraneo in cui risiederebbe il Re del mondo, entità con cui Hitler sosteneva di mantenere una sorta di contatto telepatico. Ma ci sono stati anche altri studiosi che hanno sostenuto che i contatti tibetani con il nazismo furono molto più frequenti. Questa tesi fu enunciata da Trevor Ravenscroft nel suo libro “The Spear of destinity” (1973). Lo studioso sostenne che dal 1926 al 1943 ci fu una missione annuale di esponenti politici del partito nazionalsocialista (NSDAP). Ma questi contatti non furono mai provati del tutto.

pal



25 ottobre 2012

Herbert Pagani, arringa per la mia terra

 


http://www.youtube.com/watch?v=LxNEhKdb4uI&feature=related

Vivamente consigliata la visione di questo video, per i non "francofoni", sotto, la traduzione.

 
 

Questo testo fu scritto nel novembre del 1975, all’indomani della vergognosa mozione ONU che assimilava il sionismo al razzismo. L’autore lo diffuse, l’11 novembre 1975, dai microfoni dell’emittente Europe 1, e, nell’aprile 1976, alla televisione francese. La versione italiana, che viene qui riprodotta, è opera dello stesso autore.

È stato inserito in questo lavoro, perché, a tanti anni di distanza, ci sembra conservi tutta la sua drammatica attualità.

Herbert Pagani, ebreo originario di Libia, nacque nel 1944 e trascorse la sua infanzia in costante movimento tra diversi paesi, Germania, Svizzera, Italia, Francia. Per orientarsi in questa babele di lingue, scelse il disegno come prima principale forma di comunicazione. E in questo campo ottenne i primi riconoscimenti internazionali. Nel 1964 iniziò la sua collaborazione con il Club des Amis du Livre, illustrando le opere di autori di fama e affermandosi come il più giovane esponente della corrente detta Réalisme fantastique. Sue sono le copertine, per la Rizzoli, della Fantarca di Giuseppe Berto e, per Einaudi, delle Cosmicomiche di Calvino.

Dal 1966, decise di impegnarsi costantemente e contemporaneamente in tutte le discipline della comunicazione - prosa, poesia scritta e cantata, animazione radiofonica, scenografia teatrale, tecniche video e creazione pubblicitaria - da lui considerate comunicanti tra di loro.

Dopo il debutto in Italia, con un album che gli valse il Premio della Critica, tornò in Francia, sua seconda patria.

Un primo viaggio in Israele non ebbe per lui solo il senso del riappropriarsi delle sue radici, ma l’immersione totale nelle problematiche mediorientali. Da questo momento uno degli scopi della sua vita sarà la pace tra israeliani e palestinesi.

Per questo, quando nel 1975, l’ONU approvò la vergognosa risoluzione che equiparava il sionismo al razzismo, uscì allo scoperto, e, con una serie di conferenze, di editoriali, di spettacoli, denunciò l’antisemitismo rinato sotto la veste dell’antisionismo e mise in guardia la sinistra, nelle cui file militava, dalla mistificazione in cui si era ritrovata,

Il suo incessante attivismo a favore di Israele, che non si interromperà fino alla morte prematura, si accompagnò all’impegno ecologista, alla lotta per la salvaguardia di Venezia, Nel 1987 venne nominato direttore artistico del Centre Mondial de l’Héritage Culturel du Judaisme Nord Africain, museo e centro culturale nel cuore di Gerusalemme.

Herbert Pagani è morto nel 1988.

Ringraziamo la signora Rita Gubbay e Anna Jencek per aver fornito questo testo.

Di passaggio a Fiumicino sento due turisti dire, sfogliando un giornale: "Fra guerre e attentati non si parla che di ebrei, che scocciatori…" È vero, siamo dei rompiscatole, sono secoli che rompiamo le balle all’universo. Che volete. Fa parte della nostra natura.

Ha cominciato Abramo col suo Dio unico, poi Mosè con le Tavole della Legge, poi Gesù con l’altra guancia sempre pronta per la seconda sberla, poi Freud, Marx, Einstein, tutti esseri imbarazzanti, rivoluzionari, nemici dell’ordine. Perché?

Perché l’ordine, quale che fosse il secolo, non poteva soddisfarli, visto che era un ordine dal quale erano regolarmente esclusi; rimettere in discussione, cambiare il mondo per cambiare destino, questo è stato il destino dei miei antenati; per questo sono sempre stati odiati da tutti i paladini dell’ordine prestabilito. L’antisemita di destra rimprovera agli ebrei di aver fatto la rivoluzione bolscevica. È vero. C’erano molti ebrei nel 1917.

L’antisemita di sinistra rimprovera agli ebrei di essere i proprietari di Manhattan, i gestori del capitalismo… È vero ci sono molti capitalisti ebrei.

La ragione è semplice: la cultura, la religione, l’idea rivoluzionaria da una parte, i portafogli e le banche dall’altra sono stati gli unici valori mobili, le sole patrie possibili per quelli che non avevano una patria.

Ora che una patria esiste, l’antisemitismo rinasce dalle sue ceneri, o meglio, scusate, dalle nostre, e si chiama antisionismo.

Prima si applicava agli individui, adesso viene applicato a una nazione. Israele è un ghetto, Gerusalemme è Varsavia.

Chi ci assedia non sono più i tedeschi ma gli arabi e se la loro mezzaluna si è talvolta mascherata da falce era per meglio fregare le sinistre del mondo intero.

Io, ebreo di sinistra, me ne sbatto di una sinistra che vuole liberare gli uomini a spese di una minoranza, perché io faccio parte di questa minoranza.

Se la sinistra ci tiene a contarmi fra i suoi non può eludere il mio problema. E il mio problema è che dopo le deportazioni in massa operate dai romani nel primo secolo dell’era volgare, noi siamo stati ovunque banditi, schiacciati, odiati, spogliati, inseguiti e convertiti a forza. Perché? …perché la nostra religione, cioè la nostra cultura erano pericolose.

Qualche esempio? Il giudaismo è stato il primo a creare il sabato, il giorno del Signore, giorno di riposo obbligatorio. Insomma il week-end. Immaginate la gioia dei faraoni, sempre in ritardo di una piramide. Il giudaismo proibisce la schiavitù. Immaginate la simpatia dei romani, i più grossi importatori di manodopera gratuita dell’antichità.

Nella Bibbia è scritto: "La terra non appartiene all’uomo, ma a Dio"; da questa frase scaturisce una legge, quella della estinzione automatica dei diritti di proprietà ogni 49 anni. Vi immaginate la reazione dei papi del medioevo e degli imperatori del Rinascimento?

Non bisognava che il popolo sapesse.

Si cominciò quindi col proibire la lettura della Bibbia, che venne svalutata come Vecchio Testamento. Poi ci fu la maldicenza: muri di calunnie che divennero muri di pietra: i ghetti. Poi ci furono l’indice, l’inquisizione e più tardi le stelle gialle.

Ma Auschwitz non è che un esempio industriale di genocidio. Di genocidi artigianali ce ne sono stati a migliaia. Mi ci vorrebbero dieci giorni solo per fare la lista di tutti i pogrom di Spagna, Russia, Polonia e Nord Africa. A forza di fuggire, di spostarsi, l’ebreo è andato dappertutto. Si estrapola il significato e eccoci giudicati gente di nessun posto. Noi siamo in mezzo ad altri popoli come gli orfani affidati al brefotrofio.

Io non voglio più essere adottato, non voglio più che la mia vita dipenda dall’umore dei miei padroni di casa, non voglio più affittare una cittadinanza, ne ho abbastanza di bussare alle porte della storia e di aspettare che mi dicano Avanti.

Stavolta entro e grido; mi sento a casa mia sulla terra e sulla terra ho la mia terra. Perché l’espressione terra promessa deve valere per tutti i popoli meno che per quello che l’ha inventata?

Che cos’è il sionismo? …si riduce a una sola frase: l’anno prossimo a Gerusalemme.

No, non è lo slogan di qualche club di vacanza; è scritto nella Bibbia, il libro più venduto e peggio letto del mondo.

E questa preghiera è divenuta un grido, un grido che ha più di duemila anni, e i padri di Cristoforo Colombo, di Kafka, di Proust, di Chagall, di Marx, di Einstein, di Modigliani, e di Woody Allen l’hanno ripetuta, questa frase, almeno una volta all’anno: il giorno della Pasqua.

Allora il sionismo è razzismo ?

Ma non fatemi ridere. Il sionismo è il nome di una lotta di liberazione e come ogni movimento democratico ha le sue destre e le sue sinistre.

Nel mondo ciascuno ha i suoi ebrei. I francesi hanno i còrsi, i lavoratori algerini; gli italiani hanno i terroni e i terremotati; gli americani hanno i negri, i portoricani; gli uomini hanno le donne; la Società ha i ladri, gli omosessuali, gli handicappati.

Noi siamo gli ebrei di tutti.

A quelli che mi chiedono: "e i palestinesi?" Rispondo "io sono un palestinese di duemila anni fa, sono l’oppresso più vecchio del mondo, sono pronto a discutere con loro ma non a cedergli la terra che ho lavorato. Tanto più che laggiù c’è posto per due popoli e due nazioni"

Le frontiere le dobbiamo disegnare insieme.

Tutta la sinistra sionista cerca da trent’anni degli interlocutori palestinesi, ma l’OLP, incoraggiata dal capitale arabo e dalle sinistre europee, si è chiusa in un irredentismo che sta costando la vita a tutto un popolo, un popolo che mi è fratello, ma che vuole forgiare la sua indipendenza sulle mie ceneri.

C’è scritto sulla carta dell’OLP: "verranno accettati nella Palestina riunificata solo gli ebrei venuti prima del 1917"

A questo punto devo essere solidale con la mia gente.

Quando gli arabi mi riconosceranno, mi batterò insieme a loro contro i nostri comuni oppressori.

Ma per oggi la famosa frase di Cartesio penso, dunque sono non ha nessun valore.

Noi ebrei sono cinquemila anni che pensiamo e ci negano ancora il diritto di esistere.

Oggi, anche se mi fa orrore, sono costretto a dire mi difendo, dunque sono.


24 maggio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

 

Rassegna stampa piuttosto sintetica, quella di oggi. Sul fronte politico interno si segnala, sul Manifesto, Orsola Casagrande che riferisce della manifestazione neofascista in programma per sabato prossimo a Venezia. Contro la marcia, che dovrebbe concludersi a pochi passi dal Ghetto, ha già preso posizione un fronte composito cui prende parte anche la Comunità ebraica. In tema di politica estera, sempre sul Manifesto Michele Giorgio dà conto della “frenata” impressa da Obama al piano di pace e sempre in tema mediorientale il Riformista riporta un ulteriore pesante attacco di Ahmadinejad a Israele sferrato, non a caso, a pochi giorni dalle elezioni. La pagina culturale propone infine sulla Stampa un’anticipazione del libro di Elena Loewenthal La città che non vuole invecchiare in uscita in questi giorni da Feltrinelli e dedicato a Tel Aviv. Sul Sole 24 ore, infine, Giulio Busi recensisce il volume Architettura dell’occupazione Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele (Bruno Mondadori) di Eyal Weizman.

dg


1 marzo 2009

La settimana dell'odio

 

La puzza nauseabonda dell'odio 



Tenetevi forte!
Oggi, 1 marzo, avra' inizio la Settimana dell'odio contro Israele definita la settimana dell'apartheid di Israele verso i poveri palestinesi!
Si sa che l'odio antisemita non ha un inizio ne' una fine, c'e' sempre, ma per sette giorni sara' incanalato meglio, con piu' ordine e sara' alimentato da conferenze, filmati, testimonianze, tarocchi su tarocchi, tutto teso a far capire agli studenti universitari e dei college di tutto il mondo che Israele e' uno stato di apartheid come lo fu il SudAfrica, che Israele e' uno stato da odiare, da demonizzare, da dileggiare, da calunniare. All'uopo e' stato creato un poster che e' tutto un programma: una grande scritta nera che recita GAZA sulla quale cammina un dolce bambinetto in kefiah e orsetto Dubi Dubi tra le braccine. Sopra di lui arriva un Apache con la scritta nera ISRAEL dal quale parte un missile che si dirige dritto verso il dolce bambinetto palestinese.
Questo poster sara' esposto per sette giorni consecutivi ( ma dopo nessuno sara' costretto a levarlo) in tutte le universita' del mondo che vorranno aderire alla settimana di odio.
Per sette giorni tutti i giovani delle accademie internazionali saranno invitati a boicottare ogni prodotto israeliano, naturalmente, siccome sono degli ipocriti falsi e opportunisti, verranno boicottati solo i prodotti che non servono, tipo arance, cibi, succhi di frutta, tutte cose senza le quali i giovani possono vivere, si dimenticheranno di boicottare prodotti per loro importanti ..... tipo.... il cellulare, le e-mail, tutti i microchip che permettono la navigazione in internet, Google, Microsoft windows XP, Microsoft Office, Intel microchip, Pentium chip, antivirus di tutti i tipi. Tutte cose e molte altre che sono state create o sviluppate in Israele. Cose che i razzisti di tutto il mondo fingono di dimenticare che portino da qualche parte un made in Israel.
Nel mondo, ormai da sempre, si assiste al festival dell'odio antisraeliano, non sanno piu' cosa inventare. Se gli studenti ebrei si ribellano vengono malmenati, i gruppi dei palestinesi sono sempre piu' organizzati, violenti , ormai sono una rete internazionale molto potente e sempre di piu' riescono a creare odio antisemita tra i giovani di tutto il mondo , basta raccontare un paio di palle ed ecco che i soci di tali organizzazioni aumentano e si dedicano alla caccia all'ebreo.
Il Fronte per la Liberazione della palestina controlla le universita' , dall'Inghilterra agli USA e detta le sue regole, eccole qui di seguito tratte dal loro sito:

1) La University of Manchester deve pubblicare un comunicato che condanni le azioni di Israele nella striscia di Gaza, riconoscendo in particolare gli effetti sulle istituzioni scolastiche, come il bombardamento dell’università islamica di Gaza, e che esprima preoccupazione sulle accuse di crimini di guerra
2) Sostenere una giornata di raccolta di fondi per il campus il cui ricavato vada all’appello Disasters Emergency Committee (DEC) per Gaza
3) L’Università deve diffondere l’appello del DEC in qualsiasi modo possibile (anche con un banner sul sito web) e deve mettere pressione alla BBC e a Sky affinché trasmettano la promozione di quest’appello.
4) Tutte gli attrezzi e le provviste in più degli edifici che sono state rinnovate devono essere mandate a Gaza sul convoglio Viva Palestina.
5) L’Università deve partecipare alla campagna BDS fermando la vendita di prodotti di merci Israeliane, nei locali dell’università e deve smettere di comprare qualsiasi di attrezzo per il campus da compagnie israeliane.
6) L’Università deve disinvestire da tutte le compagnie direttamente coinvolte nella produzione di armi. Chiediamo anche che l’Università prenda seriamente in considerazione la questione della trasparenza negli investimenti
7) L’Università deve pubblicamente sostenere il diritto di protesta dei suoi studenti, come le occupazioni. Su questa linea l’università deve facilitare lo svolgimento della conferenza “Students for Palestine”, che si terrà la seconda settimana di aprile.
8) L’Università deve mandare un messaggio pubblico in solidarietà con l’Università Islamica di Gaza, il cui campus è stato praticamente distrutto, e pubblicarlo sul sito web dell’università e diffonderlo agli indirizzi e-mail dell’università.
9) L’Università deve emettere almeno cinque borse di studio per gli studenti Palestinesi e cinque borse di studio per gli studenti israeliani che rifiutano di prestare servizio nelle FDI.
10) L’Università deve creare un modulo sulla storia palestinese disponibile come modulo opzionale per qualsiasi studente della University of Manchester.
11) L’università deve applicare tasse pari a quelle che pagherebbero in patria agli studenti palestinesi che vogliono frequentare la University of Manchester
12) L’Università non deve vittimizzare coloro che partecipano all’occupazione e si deve essere possibile un movimento libero sia dentro che fuori lo spazio occupato.
La lotta del popolo palestinese per la liberazione è un confronto con l’imperialismo e il sionismo a livello palestinese, arabo e internazionale e queste azioni dirette di solidarietà sono una parte critica della nostra lotta per raggiungere i nostri diritti nazionali di auto determinazioni, sovranità e di rompere la stretta mortale dell’imperialismo e del sionismo intorno alla nostra gente.
Inoltre nel momento in cui il livello di coinvolgimento della NATO e dell’Unione Europea è aumentata per prolungare l’assedio contro la nostra gente e sopprimere i nostri diritti nazionali, la lotta di questi studenti per porre fine all’assedio a Gaza e per isolare internazionalmente Israele è stata particolarmente importante.
Particolarmente ci complimentiamo con gli studenti della University of Manchester per aver preso la risoluzione di boicottare Israele al suo meeting generale, coinvolgendo più di mille studenti e per aver mandato messaggi di solidarietà e di sostegno a tutti gli studenti e le altre persone in Gran Bretagna e intorno al mondo che stanno lottando per la liberazione della Palestina.
Tratto da:
http://www.pflp.ps/english/
Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli
coll.autorg.universitario@gmail.com
http://cau.noblogs.org
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

Ormai i palestinesi sono diventati i padroni del mondo e gli occidentali sono i loro schiavetti adoranti, le violenze antiebraiche non si contano in tutto il mondo, violenze fisiche e psichiche, nelle universita' inglesi per esempio hanno deciso da anni di fare le conferenze il venerdi sera escludendo cosi' la partecipazione degli ebrei osservanti. Giorni fa un ragazzo ebreo in Florida fu bastonato e semiannegato in una spiaggia all'urlo "crepa ebreo crepa". Negli atenei inglesi, americani, canadesi la vita e' difficile per i giovani ebrei, devono uscire in gruppi per il timore di essere aggrediti se soli. L'atmosfera che si vive e' da 1938.
La vita per gli ebrei e' difficile e pericolosa al di fuori di Israele e non siamo ancora arivati a Durban 2, la vendetta. quando sara' pericoloso per ogni ebreo farsi vedere per strada.
Anche l'Italia nel suo piccolo fa del suo meglio per non sfigurare in questa sinfonia di odio puzzolente e ha escluso Israele dai Giochi della Gioventu' che quest'anno si svolgeranno a Pescara.
Israele si affaccia sul Mediterraneo? Si ma non puo' partecipare perche' i paesi arabi, quelli che a sentire D'alema tanto anelano alla pace, non permettono che partecipi , dettano legge al comitato e il comitato presieduto dal recidivo Mario Pescante obbedisce.
Non e' una novita' che quando i Giochi si fanno in Italia Israele non possa partecipare. Molti anni fa, negli anni 90. quando i Giochi del Mediterraneo si svolgevano a Bari, avevo scritto al solito Pescante una lettera di protesta per l'esclusione di Israele dai Giochi e lui mi aveva risposto che Israele poteva partecipare solo se venivano palestinesi. Adesso Pescante scrive che esiste un comitato olimpico palestinese. Ma come non esiste la Palestina, non esistono atleti palestinesi ma questa specie di comitato ha persino voce in capitolo!
Ma in che mondo ipocrita viviamo? Israele dopo 60 anni dalla sua fondazione non puo' fare in campo internazionale cose che sono permesse a un paese inesistente!
Dove viviamo?! Dove viviamo?!!!
Viviamo in uno schifo di mondo, amici, in un mondo dove si organizzano settimane di odio contro una democrazia, dove alla stessa democrazia e' impedito di partecipare a gare sportive e dove a una dittatura diabolica come l'Iran viene proposto addirittura di partecipare al G8 prossimo venturo.

Deborah Fait

www.informazionecorretta.com


25 febbraio 2009

Pillole amare da Israele

 

Proseguono le trattative del primo ministro israeliano incaricato Netanyahu (a sin, col presidente Peres) per la formazione del governo 
Il primo ministro incaricato Binyamin Netanyahu si è detto interessato a un ulteriore incontro con la leader di Kadima Tzipi Livni dopo l’insuccesso del loro primo incontro, nel quadro delle trattative per la formazione del governo.

 Nonostante la crisi, il settore delle nanotecnologie israeliano è in piena espansione. Il numero di équipes di ricerca nel settore è aumentato da 210 a 325 nel corso degli ultimi 3 anni (un aumento del 150%), secondo il rapporto pubblicato lunedì dalla l'Israel National Nanotech Initiative.

 Crisi finanziaria: il Governatore della Banca d'Israele, Stanley Fischer, ha deciso lunedì di abbassare ulteriormente il tasso di interesse di 0,25%, toccando lo 0,75%, il più basso mai registrato.

 Due missili Qassam palestinesi lanciati lunedì mattina dalla striscia di Gaza su Israele si sono abbattuti vicino al kibbutz Nir Am.

 Se non ci saranno efficaci pressioni americane, Israele si attende una bomba atomica iraniana entro la metà del 2010, secondo un’analisi pubblicata dal quotidiano Ha’aretz. L'ultimo rapporto dell’AIEA su una tonnellata di uranio arricchito prodotta dall’Iran non farebbe che confermare i timori israeliani.

 Decine di giornali e pubblicazioni straniere saranno autorizzati in Libia da questa settimana, dopo più di 25 anni di divieto. Tra questi: Le Figaro, Le Monde, il Financial Times, il Daily Mirror e l'Herald Tribune, così come giornali arabi pubblicati in Europa come Al-Hayat e Asharq al-Awsat.
 
 Il ministero degli esteri israeliano definisce “fazioso e dilettantesco” il rapporto di Amnesty International in cui la ong invoca un embargo totale sulle armi a Israele. Un portavoce del ministro degli esteri ha dichiarato: ”Questo rapporto ignora che Hamas è un'organizzazione terroristica, come riconosciuto da UE, Usa e altri paesi, che si rifiuta di riconoscere Israele, respinge ogni occasione di pace e anela piuttosto alla sua distruzione''. Per Israele, il rapporto ignora l'uso deliberato da parte di Hamas di civili come scudi umani. Il portavoce sottolinea anche la mancata considerazione del fatto che Hamas ha sparato, nel corso degli anni, migliaia di razzi contro il territorio israeliano, mentre Israele non ha mai colpito intenzionalmente obiettivi civili. E che le armi utilizzate dalle forze armate israeliane rientrano nel diritto internazionale e sono utilizzate da altri eserciti occidentali.
 Egitto: gli abitanti del Cairo intervistati imputano “a Hamas o agli iraniani” l’attentato di domenica sera al suk Khan el-Khalili (una turista 17enne francese morta, 25 feriti).

Più di un centinaio di scienziati israeliani sono tornati a lavorare in patria. Il programma contro la “fuga dei cervelli” messo in cantiere dal Consiglio per l'istruzione superiore e dal Tesoro sembra iniziare a dare i suoi frutti. Il numero di ricercatori israeliani all'estero reintegrato nelle università israeliane si è triplicato nel 2008 rispetto al 2007.

 Il numero due di Al Qaeda Ayman al-Zawahiri esorta Hamas a non cedere alla pressione dai paesi arabi e respinge la tregua, promettendo l'aiuto di Al-Qaeda nella lotta contro Israele.

 Forze di Difesa israeliane hanno aperto il fuoco lunedì mattina su un gruppo di terroristi che avevano piazzato un ordigno esplosivo sulla barriera di sicurezza fra Israele e striscia di Gaza all’altezza di Kissufim.

Il livello del lago Kinneret è salito di 6 cm con l’arrivo, da giovedì, di intense piogge, dopo un inverno eccezionalmente secco.

 La Municipalità di Gerusalemme intende procedere alla demolizione di un’ottantina di edifici abusivi nella zona sud-est della città. Le autorità hanno proposto ai residenti il trasferimento nel quartiere di Shuafat, giacché il terreno abusivamente occupato è destinato ad area verde.


24 febbraio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

Poche notizie oggi nella rassegna. Dopo Livni, anche Barak ha rifiutato l’offerta di Netanyahu di entrare nel nuovo governo (fra l’altro la notizia è sul Tempo e sul Giorno). Contro Netanyahu si schiera l’Unione Europea e in primo luogo il premier svedese Bildt (Emanuele Novazio sulla Stampa). Gli Stati Uniti hanno promesso 900 milioni per la ricostruzione di Gaza, affidandoli all’Onu e non a Hamas (Il Sole, Il Corriere). Olmert ha tolto l’incarico al negoziatore con l’Egitto, che lo aveva pubblicamente criticato (ancora Il Sole, Il Giorno). Amnesty International chiede un embargo sulle armi a Israele e a Hamas per i “crimini di guerra” a Gaza (Il Manifesto).
In seguito all’attentato al Cairo il governo ha fatto parecchi arrsti (Elena Dusi su
Repubblica). Sullo stesso tema è interessante l’analisi di Alberto Negri sul Sole, che vede nella bomba del Cairo e nel contemporaneo attentato di Algeri uno scontro di generazioni, oltre che di orientamenti politici (islamisti contro vecchi nazionalisti che si appoggiano ai servizi segreti), mentre Igor Man sulla Stampa lo descrive come uno sgarro al negoziatore egiziano (e capo dei servizi segreti) Suleiman.
Non ci sono reazioni al salto di qualità, rivelato nei giorni scorsi del nucleare iraniano. Anzi sembra che il ministro degli Esteri italiano Frattini, in quanto presidente di torno del G8 intenda invitare l’Iran a un vertice sull’Afghanistan che si terrà a Trieste a giugno. 

copertina Bar Refaeli
Curiosa, ma a suo modo anche scoraggiante, la storia raccontata da Battistini sul Corriere: i fan arabi di Di Caprio lo avrebbero abbandonato perché si è fidanzato con una modella israeliana, Bar Refaeli (la stessa che essendo in bikini sulla copertina di “Sports Illustrated” ha provocato il sequestro della rivista negli Emirati Arabi: se non è razzismo questo…)

Per quanto riguarda la cultura, da leggere i brani di due autori israeliani, Amos Oz su Repubblica e Aharon Appelfeld sul Corriere.

Ugo Volli u.c.e.i.


28 gennaio 2009

Gaza: partita a scacchi sulla pelle di Gilat Shalit

 Gilat Shalit
Il soldato israeliano rapito a Gaza due anni e mezzo fa

Gilat è vivo ed è in discrete condizioni di salute. Gilat attende e spera, si chiede quando tornerà a casa. Attorno al destino, alla salvezza di (Gilat) Shalit, il caporale israeliano rapito sul confine della Striscia di Gaza nell’estate di due anni e mezzo fa da un gruppo di miliziani palestinesi e poi tenuto in ostaggio da Hamas, si gioca un complicata partita a scacchi a cui prendono parte i protagonisti del conflitto mediorientale: non solo le due parti in causa, ma anche la Siria e l’Iran. E la sua sorte sembra essere sempre più collegata al cessate il fuoco a Gaza.

Dopo giorni di incertezza, dopo il silenzio seguito alla sospensione delle trattative per la sua liberazione, Noam Shalit, il padre del soldato, nell’incontro che ha avuto martedì sera con Nicolas Sarkozy ha avuto la rassicurazione che voleva: suo figlio è ancora vivo. Nel colloquio all’Eliseo, il presidente francese ha spiegato al genitore che produrrà ogni sforzo per giungere a una felice conclusione di questa lunga, drammatica vicenda. La Francia da tempo si muove in questa direzione. Gilad possiede il doppio passaporto e la sua nazionalità francese ha convinto Parigi a intraprendere una decisa azione per arrivare alla sua liberazione. Nello scorso mese di settembre, grazie agli uffici dell’Eliseo, Noam e Aviva Shalit riuscirono a fare arrivare una lettera al figlio nella sua prigione a Gaza.

Nel faccia a faccia con il padre, Sarkozy ha rivelato di aver parlato della vicenda direttamente con il presidente siriano Bashar Assad. Gli ha chiesto di fare pressioni su Hamas per rilasciare il soldato rapito. Fonti vicine alla famiglia Shalit confermano a Panorama.it che il destino di Gilad è legato allo scontro tra l’ala politica e quella militare di Hamas; un apparente duello tra falchi e colombe, che rispecchia anche gli schieramenti all’interno dei regimi siriano e iraniano sull’opportunità di compiere un gesto “diplomatico”, di pragmatico dialogo nei confronti di Israele, ma che soprattutto può essere inteso come un passo verso una più ampia trattativa sui futuri assetti del Medioriente, ora che Barack Obama ha preso il posto di George W. Bush alla Casa Bianca. La situazione è delicata e fluida, ripetono le fonti — che vogliono rimanere rigorosamente anonime, foriera - forse - di novità nei prossimi giorni. Positive? “Lo speriamo. E preghiamo” - è la laconica risposta. Dopo l’operazione “Piombo Fuso”, Hamas sembrava essere intenzionata a discutere del rilascio di Gilad Shalit.


Contatti indiretti, attraverso gli egiziani, si erano tenuti al Cairo nell’ambito delle trattative sul cessate il fuoco a Gaza. Il governo di Ehud Olmert aveva fatto sapere di essere disposto a pagare quello che le stesse fonti dell’esecutivo avevano definito un “prezzo terribile”: la scarcerazione di centinaia e centinaia, quasi un migliaio di detenuti palestinesi in cambio della libertà per il caporale di Tsahal; una decisione alla quale, in precedenza, si era sempre opposto proprio il primo ministro israeliano, il quale poi aveva cambiato idea. Nella riunione del gabinetto Olmert, convocata apposta per discutere del caso, a favore di un ammorbidimento delle posizioni nei negoziati si erano espressi anche il capo dei servizi segreti interni dello Shin Bet, Yuval Diskin, e il ministro degli Esteri - e futura candidata premier del partito Kadima alle prossime elezioni del 10 febbraio - Tzipi Livni. Palestinesi e israeliani ne avevano discusso al Cairo. Poi, però, è successo qualche cosa. I negoziati si sono arenati sulle reciproche chiusure rispetto agli altri punti dell’accordo riguardante il cessate il fuoco. Due giorni fa, una dichiarazione del portavoce del partito fondamentalista islamico al Cairo: Hamas non avrebbe più discusso della sorte di Gilat Shalit nelle trattative sulla tregua con Israele. La meta -  la liberazione del figlio - che sembrava così vicina a Noam e Aviva Shalit, improvvisamente si è allontanata. I falchi sembrano avere avuto il sopravvento. Ma il filo della speranza non è stato ancora tagliato. Nell’incontro con Sarkozy, il padre di Gilad ha ricevuto però qualche segnale incoraggiante. Riuscirà il soldato Shalit a tornare a casa?
michele zurleni
panorama


20 gennaio 2009

Ristabilita la deterrenza, ma la guerra non è finita

 

 

 

Ha’aretz chiede al governo di non recedere dalla decisione di porre fine immediatamente alla controffensiva anti-Hamas a Gaza e di adoperarsi per modificare le relazioni con i palestinesi. Secondo l’editoriale, “un cessate il fuoco, per quanto unilaterale, è condizione necessaria, anche se sicuramente non sufficiente, per arrivare a una composizione stabile e a lungo termine sulla striscia di Gaza”.

Scrive Yediot Aharonot: “Anche se Israele dichiara il cessate il fuoco, Hamas non si ritiene affatto obbligata a rispettarlo né a cessare i suoi attacchi. Non accetteranno nulla finché le Forze di Difesa israeliane sono ancora in campo: tanto, dal loro punto di vista, le perdite di vite umane e beni materiali non contano, giacché non fanno che rafforzare le capacità di reclutamento dell’organizzazione e giustificare la sua incessante lotta armata condotta con tutti i mezzi a loro disposizione”.

Ma’ariv sostiene che “la vittoria di Israele a Gaza non ha nulla a che vedere con intese, promesse e traffici (di armi). Il vero successo sta su tutt’altro altro piano, ed è duplice: aver ristabilito la deterrenza di Israele di fronte ai suoi nemici e aver ridefinito i principi della lotta al terrorismo. Qualcosa che interessa tutti: Teheran, Damasco e Beirut sono ora le capitali che devono preoccuparsi. Per la prima volta l’impeto dell’estremismo islamista ha subito una vera battuta d’arresto, almeno per il momento”.

Il Jerusalem Post si domanda se quest’ultima controffensiva anti-Hamas nella striscia di Gaza abbia ristabilito la deterrenza di Israele a fronte dei suoi nemici giurati, e valuta che, circa il memorandum d’intesa sottoscritto da Israele e Stati Uniti (sulla lotta al traffico di armi verso i terroristi), Israele “ha ogni buona ragione d’essere scettico riguardo alla possibilità che questi impegni si traducano effettivamente in una concreta diminuzione della capacità del nemico di importare armi dall’Iran nella striscia di Gaza”.

Scrive Yisrael Hayom: “Già sabato sera c’era chi iniziava a chiedere: tutto qui? non potevamo fare di più (contro Hamas)?”. Ma l’editoriale sostiene che “il cessate il fuoco unilaterale è comunque il minore dei mali. Ma sembra che non sia destinato a reggere e che i combattimenti riprenderanno. Hamas, come al solito, dichiarerà vittoria. Faccia pure: oggi è molto meglio essere israeliani”.

(Da: stampa israeliana, 18.01.09)


19 gennaio 2009

E VAFFANCULO!!

 

SANTORO MANICHEO PERDE ASCOLTI: Per una volta il pubblico ha fatto giustizia di una brutta pagina della storia tv - Aldo Grasso per il "Corriere della Sera"

La peggiore puntata, e non solo per qualità. Anche gli ascolti penalizzano l'ultima messa in onda di «Annozero» di Michele Santoro, quella così faziosa da generare la lite con Lucia Annunziata, e il suo abbandono del programma.

Michele Santoro

Così, per una volta, la tele-rissa non porta spettatori, anzi. Giovedì scorso Santoro ha perso 4 punti secchi di share, attestandosi sul 13,35% di media, contro il 17,46% dell'attuale stagione. Lo penalizzano soprattutto i giovani: fuga da «Annozero» per adolescenti e giovani-adulti (dal 10% di media al 4,9%), e per i trenta-quarantenni (dal 14% di media all'8,2%). Gli unici a restar fedeli sono gli ultra65enni, più abituati a ragionare «per appuntamenti » predefiniti che «per zapping».

In questo tracollo così evidente pesano soprattutto due fattori: c'è, da un lato, la difficoltà dell'informazione televisiva a parlare di politica estera, mantenendo vivo un interesse del grande pubblico, specie dei giovani.

Ma il secondo fattore mostra che, in realtà, questa difficoltà è un cane che si morde la coda: adottare un punto di vista così schierato e fazioso contribuisce alla fuga. Se ci si avvicina al racconto di una grande e complessa crisi internazionale, fatta di luci e tante ombre, lo si fa in primo luogo con l'intento di capirci qualcosa in più (motivazione che muove in particolare il pubblico giovane).

Uno sguardo manicheo, dove tutto è o nero o bianco, fa il peggior servizio (pubblico) a chi avrebbe anche voglia e disponibilità a usare la tv per farsi un'opinione. Per una volta il pubblico ha fatto giustizia di una brutta pagina della storia della tv.


19 gennaio 2009

Ma Hamas e Israele non sono in guerra

 


Avete mai provato a fare da pacieri tra due pensionati in fila alla posta, uno dei quali ha scavalcato con un trucco l'altro? E tra moglie e marito, quando lei (o lui) ha tradito a freddo il coniuge? E tra due automobilisti scontratisi ad un incrocio perché uno dei due è passato col semaforo al rosso? Se volete essere preso a schiaffi, giustamente, non dovete far altro che avvicinare entrambi e dire: "Non fate così, sù, fate la pace. Ciascuno di voi ceda su qualcosa, e vedrete che riuscirete a mettervi d'accordo..."
Ecco, è proprio quello che i soliti ipocriti in Europa stanno suggerendo, dopo che Israele, che ha sopportato a lungo lo stillicidio di razzi inviati quotidianamente da Hamas sulla popolazione civile inerme (e prima dell'erezione del provvidenziale muro, anche i più sanguinosi attentati diretti, con i terribili uomini-kamikaze), ha deciso di attaccare finalmente con aerei e carri armati i siti di Gaza dove si nascondono i terroristi. Siti che - si noti il disumano cinismo dei terroristi palestinesi - sono stati scelti oculatamente da Hamas: scuole, asili, collegi, ospedali, comunità, ospizi di anziani, case private con donne e bambini.
I morti innocenti nella presunta "scuola dell'ONU"? Provocati da Hamas che da lì sparava razzi contro gli israeliani. Nell'edificio, non più scuola da anni ma ricovero per sfollati, sono stati trovati i corpi di due miliziani. Israele ha diffuso nomi e foto. Le falsità della disinformazione palestinese sono senza fine. E i tanti giornalisti europei antisemiti fanno finta di cascarci.
Insomma, il proprio stesso popolo usato come "scudo umano", in modo da incolpare di genocidio ogni eventuale reazione israeliana. La peggiore abiezione, il peggiore crimine contro l'umanità. Questo è il partito militare di Hamas, questo il terrorismo palestinese. Che non ha molto a che fare col popolo palestinese, la vera vittima dei suoi fascisti e corrotti dominatori, da Arafat in poi.
Non è certo contro il popolo palestinese che Israele indirizza la sua dura reazione. E infatti l'altro importante partito palestinese, Al Fatah, e lo stesso leader dell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, questo lo hanno capito, non intervenendo nella contesa. Hamas, va ricordato, è avversato da Al Fatah e da gran parte del popolo palestinese, che come tutti i popoli vuole solo vivere in pace e nella libertà, e che è la prima vittima dei terroristi islamici.
Non si tratta, dunque, di una "guerra" tra Stati, tra soggetti legittimi e in qualche modo paritari, ma di un attacco asimmetrico: Hamas contro Israele. Il terrorismo contro uno Stato e un popolo. Al terrorismo segue ora una giusta rappresaglia che mira a distruggere la logistica e i capi dell'organizzazione terroristica che ha nel proprio statuto l'eliminazione dalla faccia della terra di Israele e di tutti i suoi abitanti.
Tante cose si possono pensare sul "perché proprio ora" gli israeliani abbiano deciso l'azione. Certo, sono alla vigilia di elezioni, e la mano ferma sulla sicurezza del fronte esterno può giovare (anche se in Israele se ci sono state proteste e cortei contro la guerra, e perfino cortei di arabi israeliani, tutte opposizioni impensabili a Gaza e nei Paesi arabi). Certo, a giorni sta per entrare alla Casa Bianca il nuovo presidente Obama, probabilmente un po' meno amico di Israele del presidente Bush. Tutti fattori che hanno spinto ad agire ora.
Ma resta il fatto che si tratta di una guerra asimmetrica che lo Stato ebraico ha subìto per tanti anni, e a cui vuole mettere un freno.
Israele non odia gli arabi, non odia i palestinesi. Anzi, vorrebbe come la manna nel deserto uno Stato indipendente, democratico e autorevole di Palestina. Sono i Paesi arabi, tutti autoritari, che non lo vogliono. Come non lo vollero negli anni 50. Per lo sarebbe una pietra di paragone, una serpe democratica in seno. E al suo interno Israele dà diritto di voto e rappresentanza politica ai cittadini arabi. Mentre nessun Paese arabo tollera al proprio interno la presenza degli ebrei (l'unica eccezione è stata il più liberale Egitto, prima che il fanatismo islamico vi penetrasse).
Israele è accerchiata da Stati ostili e da numerose organizzazioni terroristiche che, finanziate e aizzate da Iran e Siria, hanno giurato la morte degli ebrei con un fanatismo certamente superiore a quello del Nazismo. Lo Stato di Gerusalemme, perciò, a differenza dei suoi nemici che lo stringono d'assedio, vive sempre la sua ultima e definitiva battaglia tra la vita e la morte. E pur essendo nato pacifista, pur vivendo ogni guerra come un dramma, una contraddizione insostenibile con la propria natura, ora non può permettersi di perdere.
Se negli scontri degli anni passati, tanto criticati dalle solite ciniche anime belle, avesse perso, Israele oggi non esisterebbe più. E' questo che vogliono gli ipocriti che auspicano che aggrediti e aggressori "facciano la pace", costringendo perciò gli ingiustamente aggrediti da 50 anni a riconoscere gli stessi torti dei loro fanatici e violenti nemici? La scheda sotto riportata mostra chiaramente di chi sono le responsabilità.
Perciò, ha ragione da vendere Federico Punzi quando nel suo blog dice chiaramente che i terroristi di Hamas devono essere distrutti e basta, altro che "tregua tra belligeranti" vergognosamente chiesta dalla solita, vile, Europa. O vogliamo un secondo, definitivo Olocausto, per poi far finta di "onorare" gli ebrei come vittime ingiuste nei secoli avvenire?.

Salon Voltaire


15 gennaio 2009

Immagini da una guerra etica

 Quasi nessuno sembra ascoltare i continui bollettini delle autorità israeliane sugli ininterrotti transiti di convogli con aiuti umanitari verso la striscia di Gaza, e intanto molti mass-media continuano a riportare senza controlli le menzogne diffuse da Hamas e altre fonti affini. Quasi nessuno, inoltre, sembra dare ascolto o credito alle continue denunce israeliane di come Hamas confischi la merce e i generi alimentari introdotti.
Ecco perché il ministero della difesa israeliano ha deciso di rendere disponibile un servizio video on-line in collegamento diretto con il valico di Kerem Shalom, tra Israele e striscia di Gaza, con trasmissioni durante le ore di funzionamento del valico, grazie al quale tutti possono vedere la quantità e il flusso continuo di convogli.
Si tratta di due telecamere: una posta all’ingresso del valico, dove giungono i convogli carichi di merce; l’altra all’uscita verso la striscia di Gaza, da dove ripartono altri mezzi pesanti giunti dal territorio palestinese per prendere in consegna i carichi portati dai mezzi provenienti dal territorio israeliano.
A queste operazioni di scarico e carico merci – necessarie per ovvi motivi di sicurezza, dato che in passato i terroristi di Hamas non hanno esitato a colpire anche questi valichi di vitale importanza per la popolazione palestinese – è dovuto il divario di tempo tra gli arrivi e le partenze dei convogli.
Che fine fanno le merci una volta raggiunta la striscia di Gaza rimane un interrogativo grave, che non deve certo essere posto a Israele.

LINK ALLE TELECAMERE DEL VALICO DI KEREM SHALOM:
http://www.mod.gov.il/pages/general/Maavar_Kerem_Shalom.asp

Un altro video istruttivo (11.01.09) mostra come l’aviazione israeliana interrompa gli attacchi anti-terroristi già in fase di esecuzione pur di risparmiare vittime civili, quando i terroristi vano a riparare deliberatamente tra le case e nelle zone affollate.

PILOTI ISRAELIANI DEVIANO I RAZZI PER NON COLPIRE CIVILI (sottotitoli in inglese):
http://switch3.castup.net/cunet/gm.asp?ClipMediaID=3276848&ak=null

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Per contrasto, si veda il seguente video (11.01.09) che mostra come i terroristi abbiano disseminato di ordigni esplosivi, collegati da cavi-miccia, una scuola adiacente allo zoo, usata anche per immagazzinare armi e munizioni. In questa occasione i soldati israeliani hanno disinnescato in tempo gli ordigni.

SCUOLA PALESTINESE IMBOTTITA DI BOMBE (sottotitoli in inglese):
http://switch3.castup.net/cunet/gm.asp?ClipMediaID=3276455&ak=null

Un altro video (8.01.09) mostra un commando di Hamas che usa mortai dal cortile di una scuola nella striscia di Gaza. La rampa viene colpita dall’aviazione israeliana prima che possa sparare. Altri lanci di razzi, invece, vengono effettuati dai terroristi durante le tre ore di “tregua umanitaria”.

MORTAI HAMAS DA SCUOLA PALESTINESE (sottotitoli in inglese):
http://switch3.castup.net/cunet/gm.asp?ClipMediaID=3271371&ak=null

(Da: MFA, 13.01.09)

Nella foto in alto: Aiuti Onu alla popolazione palestinese in transito per il valico di Kerem Shalom durante i giorni della controffensiva israeliana anti-Hamas nella striscia di Gaza


8 gennaio 2009

Luoghi comuni anti-israeliani

 “Il modo più rapido per porre fine a una guerra è perderla”
George Orwell

Breve disamina di sei tipiche frasi fatte che si incontrano di continuo nelle critiche alla controffensiva anti-Hamas lanciata da Israele nella striscia di Gaza.

1) “La reazione di Israele a Gaza è sproporzionata”.
La guerra non è una gara sportiva né un’equazione matematica. L’obiettivo di fondo di qualunque soggetto in guerra (anche e forse soprattutto di chi in guerra viene trascinato) è quello di infliggere il più alto danno possibile al nemico cercando di subire il minor numero di perdite possibile. In nessuna guerra si è mai chiesto a una parte – specie a quella che reagisce a un’aggressione – di “proporzionare” i propri successi (ad esempio, il numero di combattenti nemici uccisi) al numero di perdite subite. Cosa dovrebbe fare, chi sta vincendo? Esporre i propri militari e civili a più colpi del nemico per soddisfare le esigenze di “proporzionalità” degli spettatori? Come ha scritto André Glucksmann, quale sarebbe la giusta proporzione da rispettare per far sì che Israele si meriti il favore dell’opinione pubblica? L’esercito israeliano dovrebbe forse usare le stesse armi di Hamas, vale a dire il tiro arbitrario dei razzi oppure la strategia delle bombe umane che prendono di mira intenzionalmente la popolazione civile? Oppure dovrebbe pazientare finché Hamas, grazie a Iran e Siria, non sarà in grado di “riequilibrare” la sua potenza di fuoco? Bisogna “proporzionare” anche gli scopi perseguiti? Se Hamas vuole annientare Israele e i suoi cittadini, forse Israele dovrebbe imitarlo annientando la striscia di Gaza e i suoi abitanti? Si vuole davvero che Israele rifletta, in misura proporzionale, i piani di sterminio di Hamas?
In realtà Israele si sta comportando a Gaza esattamente come hanno sempre fatto tutti i paesi civili trascinati in una guerra. Si è mai sentita un’opinione pubblica occidentale (ad esempio, quella italiana durante le missioni in Somalia o in Iraq) lamentare che il proprio paese subisse “troppe poche perdite” rispetto a quelle inflitte al nemico? Come ha scritto Alan M. Dershowitz, è assurdo affermare che Israele avrebbe violato il principio di proporzionalità uccidendo più terroristi di Hamas rispetto al numero di civili uccisi dai razzi di Hamas. Non c’è equivalenza legale tra l’uccisione deliberata di civili innocenti e l’uccisione mirata di combattenti nemici. La proporzionalità non è data dal numero di civili uccisi, bensì dal rischio cui sono sottoposti. Qualche giorno fa un razzo Hamas ha centrato un asilo d’infanzia a Beer Sheva, fortunatamente in quel momento vuoto. Il diritto internazionale non esige da Israele che lasci giocare Hamas alla roulette russa con la vita dei suoi figli. Ha spiegato Michael Gerson: lo scopo di un’azione militare non è uccidere una vita in cambio di una vita uccisa ingiustamente: questa è mera vendetta. Lo scopo è rimuovere le condizioni che hanno portato al conflitto e alla perdita di vite.
Infine, l’inferiorità sul piano militare non significa superiorità sul piano morale. L’intransigenza con cui la parte palestinese, nonostante la propria debolezza militare, ha fatto e continua a fare ricorso alla violenza di fronte alle aperture di Israele (offerte negoziali, ritiri unilaterali) probabilmente dimostra la sua scarsa capacità di giudizio, ma non indica in alcun modo particolari virtù morali. Essere militarmente più deboli non significa aver ragione.

2) “I Qassam non uccidono”.
In realtà, i Qassam uccidono. Non spesso, forse, ma lo fanno: sono decine i civili israeliani uccisi o feriti dai lanci di razzi e missili palestinesi negli ultimi anni. D’altra parte, è a questo scopo che vengono lanciati: colpire i civili israeliani. E poi, in questo momento i terroristi palestinesi hanno iniziato a lanciare anche i razzi Grad (di produzione cinese il primo caduto su Beer Sheva), con maggiori quantità di esplosivo e maggiore gittata, mietendo subito nuove vittime.
Comunque, a parte la cifra esatta delle vittime, il punto principale è l’effetto terroristico: da otto anni una porzione sempre più importante della popolazione israeliana (oggi, un cittadino ogni dieci) è costretta a vivere sotto la perenne minaccia incombente e del tutto arbitraria di razzi che piovono dal cielo sui centri abitati (comprese scuole, fabbriche, giardini d’infanzia) senza nessuna logica né preavviso. Il danno in termini psicologici, sociali, economici e – perché no? – politici è incommensurabile. Per parafrasare Barak Obama, chi mai in tutto l’occidente accetterebbe che la propria famiglia fosse costretta a vivere sotto la costante minaccia di attacchi di questo tipo, regolarmente buttata giù dal letto dalle sirene nel pieno della notte? Chi mai, in tutto l’occidente, accetterebbe di sentirsi dire che una tale situazione non è poi così grave visto che i Qassam “non uccidono” spesso?

3) “E’ tutta colpa dell’assedio israeliano alla striscia di Gaza, Israele dovrebbe lasciar entrare gli aiuti”.
Israele ha sempre lasciato entrare gli aiuti, per tutto il tempo in cui è durato il cosiddetto “assedio” (non israeliano, bensì internazionale, visto che parte del confine della striscia di Gaza è controllato – e chiuso – dall’Egitto, e che è la comunità internazionale che ha dichiarato fuorilegge il regime golpista di Hamas). E poi Hamas ha fatto entrare di tutto, in questi anni, attraverso i tunnel scavati a centinaia (naturalmente avrebbero potuto introdurre più cibo e medicine se avessero evitato di introdurre armi e missili). Il risultato era quello che si è visto anche nelle immagini dei finti black-out elettrici (bambini per le strade di Gaza con le candele in mano mentre dietro di loro erano ben accese le insegne dei negozi; parlamentari riuniti al lume di candela mentre si intravedeva la luce del giorno dietro le tende alle finestre) o le immagini della cognata di Tony Blair che è sbarcata da una delle cinque imbarcazioni di manifestanti anti-israeliani (di fatto pro-Hamas) che Israele ha lasciato passare, e poi si è fatta fotografare in un ben fornito emporio di Gaza.
Quello imposto alla striscia di Gaza non è un “assedio”, bensì un regime di severe sanzioni: un tipico strumento cui si fa ricorso a livello internazionale proprio nel tentativo di scongiurare l’uso delle armi (reso invece inevitabile dall’intransigenza di Hamas). Un giorno prima di lanciare la controffensiva, Israele aveva lasciato passare decine di camion di aiuti verso la striscia di Gaza. Nei giorni successivi, con le operazioni anti-Hamas in pieno corso, ha lasciato transitare decine di camion, più del numero normale. In altri termini, Israele lascia passare gli aiuti alla popolazione civile di Gaza perché non sta combattendo contro di essa, ma contro Hamas. È difficile citare un altro caso di un paese in guerra che abbia favorito in questa misura gli aiuti alla parte nemica, fino al punto di curare nei propri ospedali e a proprie spese pazienti inviati dal territorio nemico.

4) “Non bastava rinnovare la tregua?”
Quale tregua? Dal giugno scorso (inizio della tregua a Gaza, mediata dall’Egitto) i gruppi terroristi hanno sì diradato, ma non hanno mai veramente cessato i lanci, anche se al resto del mondo sembrava interessare poco. Ciò nonostante, Israele aveva più volte e chiaramente dichiarato, per voce dei suoi massimi rappresentanti, che era interessato e disposto a rinnovare la “tregua”. Al contrario, i leader di Hamas hanno dichiarato unilateralmente la fine della tregua, in anticipo sulla scadenza del 19 dicembre, mentre i loro lanci erano già ripresi con crescente intensità da più di un mese. Subito dopo aver interrotto la tregua, Hamas ha riportato i lanci sui civili israeliani al livello di decine al giorno. Si può discettare a lungo sui loro motivi, ma è certo che sono stati i terroristi di Hamas a infrangere la tregua. Ecco perché persino Egitto e Autorità Palestinese questa volta addossano chiaramente a Hamas la responsabilità dell’escalation.

5) “Ma Hamas era stata eletta democraticamente, dunque perché Israele non l’accetta?”
Hamas ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti palestinesi e la maggioranza assoluta dei seggi nel parlamento palestinese nelle elezioni del gennaio 2006. Ma, dopo falliti tentativi di tenere in vita un governo di unità nazionale, nel giugno 2007 ha imposto il proprio potere nella striscia di Gaza con un golpe brutale e sanguinoso, con tanto di raccapriccianti violenze e decimazioni sommarie dei rivali di Fatah.
In ogni caso Israele, sin dalla formazione del primo governo Hamas-Fatah, ha dichiarato che il punto non è la presenza di Hamas nel governo palestinese. Il punto è che il governo palestinese (quale? quello in Cisgiordania o quello a Gaza?) sottoscriva i tre principi fissati dalla comunità internazionale (rappresentata dal Quartetto Usa, Ue, Russia e Onu), e cioè: riconoscimento del diritto di Israele ad esistere, ripudio del terrorismo e della violenza a favore del negoziato, adesione agli accordi fra Israele e palestinesi già firmati negli anni scorsi.
Ad ogni modo, non si può dire che Israele non “riconosca” di fatto il potere di Hamas a Gaza, tant’è che è esattamente questo il motivo per cui attacca le strutture di Hamas “riconoscendo” che la striscia di Gaza è controllata da un’entità terrorista espressamente votata alla cancellazione di Israele. Israele non ha lanciato la controffensiva a Gaza perché Hamas è al potere, ma perché Hamas è un’organizzazione terroristica che da anni mira con tutti i mezzi a sua disposizione a colpire deliberatamente i civili israeliani, convinta com’è di poter in questo modo minare alle fondamenta la società e lo stato di Israele. Il fatto che il tuo nemico mortale vinca eventualmente delle elezioni passabilmente democratiche non ne fa un nemico meno, ma semmai più pericoloso.

6) “Israele spara sui civili”.
Parliamoci fuori dai denti. Cosa si intende dire: che uno degli eserciti più potenti del mondo bombarda la striscia di Gaza mobilitanto il meglio delle sue forze aeree per “fare strage di civili palestinesi” e tutto quello che riesce a fare, dopo una settimana e centinaia di bombe lanciate in una delle aree più densamente abitate del pianeta, è uccidere una cinquantina di non combattenti? A questo punto i casi sono due: o i piloti israeliani non mirano ai civili e anzi fanno di tutto per evitare il più possibile di colpirli, oppure i piloti israeliani sono i più imbecilli e incapaci del mondo. Noi tendiamo a optare per la prima spiegazione.

(Da: israele.net, YnetNews, 30.12.08)

Nella foto in alto: Indottrinamento antisemita negazionista sulla tv di Hamas (18.04.2008). Sullo sfondo, la mappa delle rivendicazioni territoriali di Hamas: Israele è cancellato


4 gennaio 2009

L’ipocrisia della sproporzione

 Focus on Israel

 

Una "obiettiva" presa di posizione da parte di uno dei tanti benpensanti che infestano le nostre città....

Una “obiettiva” presa di posizione da parte di uno dei tanti benpensanti che infestano le nostre città…

I pregiudizi dell’opinione pubblica mondiale

Davanti a un conflitto, l’opinione pubblica si divide tra coloro che hanno deciso chi ha torto e chi ha ragione e coloro che valutano con cautela tale o tal’altra azione come opportuna o inopportuna, anche a costo di rinviare il loro giudizio.

Lo scontro di Gaza, per quanto sanguinoso e terrificante, lascia trasparire tuttavia uno spiraglio di speranza che le immagini drammatiche troppo spesso nascondono. Per la prima volta in un conflitto in Medio Oriente, il fanatismo del partito preso appare in minoranza. Il dibattito in Israele («È questo il momento giusto? Fino a che punto arrivare? Fino a quando? ») si svolge come di consueto in democrazia. Quale sorpresa constatare che un dibattito assai simile divide, a microfoni aperti, anche i palestinesi e i loro sostenitori. A tal punto che Mahmoud Abbas, capo dell’Autorità palestinese, subito dopo l’inizio della rappresaglia israeliana, ha trovato il coraggio di imputare a Hamas la principale responsabilità della tragedia dei civili a Gaza, per aver rotto la tregua.

Le reazioni dell’opinione pubblica mondiale — i media, la diplomazia, le autorità morali e politiche — sembrano purtroppo in ritardo sugli sviluppi dei diretti interessati. A questo proposito non si può far a meno di notare un termine assai ricorrente, a ribadire un’intransigenza di terzo tipo, che condanna urbi et orbi l’azione di Gerusalemme come «sproporzionata ». Un consenso universale e immediato sottotitola le immagini di Gaza sventrata dai bombardamenti: la reazione di Israele è sproporzionata. Cronache e analisi non perdono tempo a rincarare la dose: «massacri », «guerra totale». Per fortuna, si è evitato finora il termine «genocidio». Il ricordo del «genocidio di Jenin» (60 morti), ripetuto ossessivamente e poi screditato, è ancora capace di frenare gli eccessi? Tuttavia la condanna incondizionata e a priori della reazione esagerata degli israeliani regola ancora oggi il flusso delle riflessioni. Consultate il primo dizionario sotto mano: è sproporzionato ciò che non è in armoniosa proporzione rispetto alle altre parti, oppure non corrisponde, di solito per eccesso, al giusto o al dovuto, pertanto risulta eccessivo, esagerato, spropositato. È il secondo significato che viene accolto per fustigare le rappresaglie israeliane, giudicate eccessive, incongruenti, sconvenienti, che oltrepassano ogni limite e ogni regola. Sottinteso: esiste uno stato normale del conflitto tra Israele e Hamas, oggi scombussolato dall’aggressività dell’esercito israeliano, come se il conflitto non fosse, come tutti i conflitti, sproporzionato sin dall’origine. Quale sarebbe la giusta proporzione da rispettare per far sì che Israele si meriti il favore dell’opinione pubblica? L’esercito israeliano dovrebbe forse rinunciare alla sua supremazia tecnologica e limitarsi a impugnare le medesime armi di Hamas, vale a dire la guerra approssimativa dei razzi Grad, la guerra dei sassi, oppure a scelta la strategia degli attentatori suicidi, delle bombe umane che prendono di mira volutamente la popolazione civile? O, meglio ancora, non sarebbe preferibile che Israele pazientasse saggiamente finché Hamas, per grazia di Iran e Siria, non sarà in grado di «riequilibrare » la sua potenza di fuoco?

A meno che non occorra portare allo stesso livello non solo i mezzi militari, ma anche gli scopi perseguiti. Poiché Hamas — contrariamente all’Autorità palestinese — si ostina a non riconoscere allo Stato ebraico il diritto di esistere e sogna l’annientamento dei suoi cittadini, non sarebbe il caso che Israele imitasse questo spirito radicale e procedesse a una gigantesca pulizia etnica? Si vuole veramente che Israele rispecchi, in misura proporzionale, le ambizioni sterminatrici di Hamas?

Non appena si va scavare nei sottintesi del rimprovero ipocrita di «reazione sproporzionata », ecco che si scopre fino a che punto Pascal aveva ragione, e «chi vuol fare l’angelo, fa la bestia». Ogni conflitto, che covi sotto la cenere o in piena eruzione, è per sua natura «sproporzionato ». Se i contendenti si mettessero d’accordo sull’impiego dei loro mezzi e sugli scopi rivendicati, non sarebbero più avversari. Chi dice conflitto, dice disaccordo, di qui lo sforzo da una parte e dall’altra di giocare le proprie carte e di sfruttare le debolezze del rivale. L’esercito israeliano non ci pensa due volte ad «approfittare » della sua superiorità tecnologica per centrare i suoi obiettivi. E Hamas non fa da meno, ricorrendo alla popolazione di Gaza come scudo umano senza lasciarsi nemmeno sfiorare dagli scrupoli morali e dagli imperativi diplomatici del suo antagonista. Non si può lavorare per la pace in Medio Oriente se non ci si sottrae alle tentazioni di chi ragiona in base a pregiudizi o ad opinioni preconcette, che assillano non solo i fanatici oltranzisti, ma anche le anime pie che fantasticano di una sacrosanta «proporzione», capace di riequilibrare provvidenzialmente i conflitti. In Medio Oriente, non si combatte soltanto per far rispettare le regole del gioco, ma per stabilirle. È lecito discutere liberamente dell’opportunità di questa o quella iniziativa diplomatica o militare, senza tuttavia presumere che il problema venga risolto in anticipo dalla mano invisibile della buona coscienza mondiale. Non è un’idea «spropositata» voler assicurare la propria sopravvivenza.

André Glucksmann (Traduzione di Rita Baldassarre)


3 gennaio 2009

Come cambieranno le missioni militari all’estero nel 2009?

 

Diario di guerra dall'ultimo avamposto italiano

Come cambieranno le missioni militari all’estero nel 2009?  I programmi della Difesa prevedono una riduzione degli impegno nelle missioni più piccole per concentrare lo sforzo in Afghanistan e Libano, considerati i due teatri operativi più difficili sul piano operativo e più delicati sul piano
politico. Nonostante i tagli al bilancio della Difesa, il ministro
Ignazio La Russa  è riuscito a ottenere dal Consiglio dei ministri il finanziamento richiesto per alimentare le missioni oltremare
nel primo semestre del 2009: 675 milioni di euro che, se verranno confermati anche nel secondo semestre, porteranno alla soglia di 1,350 miliardi di euro ritenuta il minimo indispensabile per garantire efficienza ai contingenti militari. Il numero di soldati dispiegati oltremare resterà intorno agli 8.500 anche se il ministro ha già fatto sapere che in futuro occorrerà poter schierare all’estero fino a 12.000 militari, un record raggiunto solo negli anni scorsi quando era ancora operativa l’operazione
Antica Babilonia in Iraq.

Nel secondo semestre 2009 è previsto un calo del 2.500 soldati dislocati nei Balcani (per quattro quinti in Kosovo) dove l’Italia ha il primato dei contingenti più numerosi sia in Bosnia  che in Kosovo. Da luglio verrà ritirata anche la missione in Ciad, che attualmente impegna 105 uomini in un ospedale da campo con una spesa di 9 milioni di euro in sei mesi mentre già da gennaio
aumenteranno da 2.300 fino a circa 2.800 unità le truppe in Afghanistan impegnate nelle operazioni della
Nato. A Farah è atteso il 7° reggimento alpini con 400 soldati e a Herat
giungeranno altri tre team di istruttori militari che affiancheranno i reparti dell’esercito afgano nella missione attualmente più pericolosa e che dalla prossima primavera diventerà ancora più calda poiché proprio nel settore occidentale assegnato al comando italiano
sono previste ampie operazioni contro i talebani.

Verrà rinforzata anche la missione addestrativa effettuata a Baghdad agli istruttori italiani che saliranno da 70 a 90 mentre non dovrebbe subire variazioni la missione ONU in Libano nella quale l’Italia schiera il contingente più numeroso con 2.500 soldati. Una nuova missione, esclusivamente aerea, è prevista in Darfur dove i cargo C-130 dell’Aeronautica trasporteranno i contingenti di truppe dell’Unione Africana. Il governo ha anche approvato l’invio di una nave nel Golfo di Aden per partecipare all’operazione Atalanta varata dall’Unione Europea contro la pirateria somala. Confermate anche altre missioni che vedono presenze simboliche: 104 soldati con compiti
logistici negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain; 5 in
Congo, 4 a Cipro, 4 a Rafah (Gaza), 12 ad Hebron (Cisgiordania), 3 in Sudan e 15 osservatori in Georgia.
Gianandrea gaiani
Panorama


28 dicembre 2008

Pillole amare da Israele

 

Nonostante la decisione israeliana di aprire i valichi verso Gaza agli aiuti umanitari, decine di granate palestinesi lanciate giovedì notte e venerdì

Controffensiva israeliana a Gaza: raid aereo nella notte, vicino al valico di frontiera di Karni: colpita un’altra cellula terroristica di Hamas.

Controffensiva israeliana a Gaza: bombardato sabato sera un veicolo Hamas che trasportava munizioni a Sedjayia: morti tre terroristi di Hamas.

Il ministro degli esteri egiziano Ahmed Aboul Gheit ha accusato Hamas dell’escalation a Gaza. “Da tempo l’Egitto aveva messo in guardia: chi si rifiuta di capire gli avvertimenti deve assumersi la responsabilità” ha dichiarato Aboul Gheit, pur richiamando al Cairo l’ambasciatore egiziano in Israele “per protesta contro l’aggressione israeliana”.

Su iniziava della municipalità di Haifa, 500 bambini israeliani che abitano nelle zone attorno alla striscia di Gaza verranno ospitati a partire da domenica preso famiglie di Haifa per un periodo indeterminato.

Una sessantina di Qassam e più di 20 granate di mortaio palestinesi lanciati sabato dalla striscia di Gaza sul sud di Israele. Centrata una sinagoga nella zona di Eshkol e un’abitazione a Netivot: ucciso il 58enne israeliano Beber Vaaknin, feriti altri cinque civili.

Khaled Meshaal, capo del politburo di Hamas a Damasco, intervistato dalla tv Al Jazeera, invoca “una terza intifada armata contro il nemico sionista”.


17 dicembre 2008

Niente torta per il piccolo Hitler

 

La madre: "Ho scelto questo nome perchè è unico al mondo"
 
In Pennsylvania i pasticceri di una cittadina si sono rifiutati di confezionare un dolce personalizzato a causa di un nome, sicuramente unico.

EASTON
Il padre di Adolf Hitler Campbell è snervato dalla difficoltà che ha trovato nel far fabbricare una torta di compleanno personalizzata con il nome del suo bambino e chiede un po' di tolleranza.

E' successo in una piccola città della Pennsylvania dove vivono Heath Campbell e sua moglie Deborah con i loro tre bambini tutti dotati di nomi particolarissimi. Il primogenito Hitler ha infatti due fratellini minori: JoyceLynn Aryan Nation Campbell e Honszlynn Hinler Jeannie Campbell. «Un nome è un nome!» ribatte la giovane madre ai molti commessi che si rifiutano di confezionare la torta al suo bambino. «Io credo -continua Deborah- che la gente debba smettere di pensare al passato e rivolgere il suo sguardo al futuro. Obama dice che è ora di cambiare. Cambiamo allora! Non è scritto da nessuna parte che il mio bambino da grande debba fare le stesse cose che ha fatto il suo omonimo».

Niente da fare: nei grandi negozi dopo lo spelling del nome i pasticceri si rifiutavano di procedere. Karen Meleta, funzionaria di uno dei negozi "vagliati" racconta che la richiesta era già stata rifiutata nei due anni passati anche perchè «accanto al nome hanno chiesto una svastica e noi ci riserviamo il diritto di non riportare parole o simboli che ci sembrano inappropriati. E questo è inappropriato.» Immediata la smentita da parte dei genitori di Adolf che ribattono sostenendo di aver invitato alla festa 12 piccoli ospiti di etnie differenti: «non potremmo mai riportare un simbolo del genere senza ferire la loro sensibilità e questo non è quello che vogliamo.» Allora come si spiega un nome del genere? «E' molto semplice, termina la mamma, io credo che Adolf sia unico al mondo e quindi volevo per lui un nome che non aveva nessun'altro.»

Adesso, in ogni caso, l'avventura si è conclusa e dopo una settimana di appelli sui quotidiani locali i Campbell hanno trovato un pasticcere "consenziente" in un paese vicino.
foto bimbo 
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/piccolo-hitler/1.html


3 ottobre 2008

Quando la satira è di destra

 ESCE IN USA “AN AMERICAN CAROL”, IL FILM CHE SFOTTE MICHAEL MOORE E SPIEGA COME SAREBBE IL MONDO SENZA LE GUERRE VINTE DAGLI AMERICANI (COMPRESA QUELLA CIVILE)…

 

Michael Moore

Allacciatevi le cinture di sicurezza. Il 3 ottobre, un mese prima del voto presidenziale del 4 novembre, nei cinema degli Stati Uniti esce "An American Carol", il nuovo film del re della commedia demenziale David Zucker ("L'aereo più pazzo del mondo", "Top secret", "Una pallottola spuntata") con John Voight, James Woods, Leslie Nielsen, Dennis Hopper. "Il canto americano", vagamente ispirato al "Canto di Natale" di Charles Dickens, non vincerà l'Oscar in nessuna categoria, ma è il film più politicamente scorretto dell'anno e una formidabile presa in giro della sinistra pacifista e del conformismo di Hollywood.

John Voight

"An american Carol" è la storia di un regista americano, ma antiamericano, uguale identico a Michael Moore, cappellino da baseball compreso. Il regista si chiama Michael Malone, ha appena girato il film "Die You American Pigs", "dovete morire, porci americani", e insieme al gruppo estremista Moovealong.org (l'originale si chiama MoveOn.org) vuole abrogare il quattro di luglio, la festa dell'indipendenza.

Nel corso del film, Malone-Moore è inseguito dai fantasmi di tre eroi americani: George Washington, George Patton e John F. Kennedy, i quali lo prendono spesso a schiaffi e lo portano in giro per mostrargli come sarebbe il mondo se l'America non avesse combattuto le sue guerre. Il generale Patton porta Malone-Moore a vedere una moderna piantagione di cotone, con molti schiavi neri che ringraziano il regista per essere un padrone così umano. Sono gli schiavi di Malone, spiega Patton all'attonito regista, come a dire che sarebbe stata questa la conseguenza se nel 1860 avesse prevalso il sentimento pacifista contrario alla guerra civile.

David Zucker

A un certo punto si vede Gary Coleman, l'attore ormai cresciuto di "Arnold", che finisce di pulire un'automobile e che, subito dopo, lancia il suo straccio a un altro nero: "Prendi, Barack". Un altro riferimento alle elezioni mostra l'ex premier britannico Neville Chamberlain che, dopo aver lucidato gli stivali di Adolf Hitler e firmato l'accordo di Monaco dice: "Ora abbiamo speranza".

Ce n'è per tutti, in "An American Carol". Quando i terroristi sono a corto di kamikaze e sentono il bisogno di arruolarne di nuovi cercano una persona capace di produrre un bel film di propaganda, uno di loro dice: "Non sarà difficile trovarne qualcuno a Hollywood: odiano tutti l'America". La scelta cade su Malone-Moore, l'infantile sostenitore della superiorità del modello cubano. Quando due terroristi arabi entrano nella metropolitana di New York e stanno per essere controllati dai poliziotti, una squadra di avvocati militanti dell'Aclu, il gruppo che difende i diritti civili americani, accusa le forze dell'ordine di razzismo e impedisce di procedere alla perquisizione. "Ringraziamo Allah per l'Aclu", dice uno dei terroristi. La guerra non è mai la risposta, dicono i pacifisti. Dipende dalla domanda, spiega il film di Zucker.

link al trailer del film

 

 


5 giugno 2008

Pillole di Israele

 


 

05/06/2008 Il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) [nella foto] ha fatto appello mercoledì per la ripresa del dialogo con Hamas, nonostante per un anno abbia insistito che il dialogo sarebbe ripreso solo quando Hamas avesse ceduto il potere preso con la forza a Gaza. Hamas ha accolto con soddisfazione la dichiarazione fatta mercoledì sera alla tv da Abu Mazen. Non è chiaro se questi abbia lasciato cadere tutte le sue condizioni. Se i colloqui riprendono, ha detto, "indirò nuove elezioni legislative e presidenziali". Abu Mazen vinse le ultime presidenziali nel 2005, Hamas vinse le ultime legislative nel 2006. Nel 2007 Abu Mazen ha destituito il premier di Hamas, Ismail Haniyeh, dopo il sanguinoso golpe di Hamas a Gaza.

05/06/2008 Tre granate di mortaio palestinesi lanciate mercoledì pomeriggio dalla striscia di Gaza verso Israele sono esplose vicino alla barriera di sicurezza.
05/06/2008 Le Forze di Difesa israeliane hanno temporaneamente chiuso il valico di Nahal Oz, da cui transitano i combustibili diretti alla striscia di Gaza, dopo che una granata di mortaio palestinese è esplosa al terminale ferendo un lavoratore palestinese.

05/06/2008 Terroristi palestinesi hanno fatto fuoco giovedì verso militari israeliani di pattuglia lungo la barriera di sicurezza fra Israele e striscia di Gaza.

05/06/2008 Secondo il ministro delle finanze israeliano Roni Bar, l'entrata di Israele nell'OCSE avverrà al più tardi alla fine 2009. Bar ha sottolineato l'importanza della cosa per l'economia israeliana.

05/06/2008 Gli Usa sollecitano la Siria a cooperare con l'AIEA, dopo che Damasco ha annunciato martedì che non intende autorizzare le ispezioni Onu in 3 presunti siti nucleari segreti.

05/06/2008 Il presidente d'Israele Shimon Peres ha criticato l'Onu per avere invitato il presidente iraniano Mahmoud Ahmedinejad al vertice FAO a Roma. "L'Onu ha fatto un grave errore accordando ad Ahmedinejad una tribuna internazionale da cui proferire minacce contro Israele e il mondo occidentale", ha dichiarato Peres.

05/06/2008 Deputati dei partiti religiosi israeliani si sono riuniti mercoledì per studiare misure per cercare di impedire la tenuta del Gay Pride a Gerusalemme: intenderebbero firmare un manifesto contro la manifestazione nella città.

05/06/2008 I veri interessi dell'Egitto nel dossier Rafah, secondo il giornale Al Ahram: il Cairo si rifiuta di gestire il valico alla frontiera fra Sinai e striscia di Gaza poiché ciò finirebbe col "sollevare l'occupazione israeliana da qualsiasi responsabilità per la situazione a Gaza".

05/06/2008 L'Esercito dell'Islam lancia l'allarme contro la crescente influenza dell'Iran a Gaza. L'organizzazione terroristica che ha sequestrato il soldato israeliano Gilad Shalit ha pubblicato un comunicato nel quale mette in guardia contro "l'influenza sciita che mira ad operare contro i mudjahidin e ad allontanarli dal popolo", citando come esempi la situazione in Libano e in Iraq.

05/06/2008 "I siriani sono immersi fino al collo nel terrorismo", ha sottolineato mercoledì il vice primo ministro Shaul Mofaz aggiungendo che "soltanto quando aspireranno a una pace vera, allora ci arriveremo".

05/06/2008 "Ogni paese deve capire che il costo a lungo termine di un Iran nuclearizzato supera di molto i profitti a breve termine dei rapporti commerciali con la repubblica islamica". Lo ha dichiarato mercoledì il primo ministro israeliano Ehud Olmert in occasione del suo discorso alla conferenza AIPAC a Washington.


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