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25 maggio 2009

Der Spiegel contro Hezbollah: responsabili dell’omicidio Hariri

 

attentato-hariri-2005L’Hezbollah libanese ha bollato oggi come “affabulazioni” rivelazioni del settimanale tedesco Der Spiegel sulla presunta responsabilità delle forze speciali del partito sciita nell’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafiq Hariri.

“Sono affabulazioni tese ad influenzare la campagna elettorale (per le politiche del 7 giugno) e a far dimenticare le informazioni sullo smantellamento delle reti di spionaggio al soldo di Israele”, è scritto in un comunicato dell’ufficio stampa di Hezbollah.

Tali rivelazioni intaccano “la credibilità del tribunale speciale per il Libano (Tls) e noi chiediamo a questo tribunale ad agire con fermezza per smascherare gli autori di tali menzogne”, aggiunge il partito sciita filosiriano e filoiraniano.

Secondo Der Spiegel la commissione d’inchiesta chiamata a fare luce sull’assassinio di Hariri punterebbe su una pista che chiama in causa Hezbollah, dopo la scarcerazione per insufficienza di prove, a fine aprile, di quattro generali libanesi, due dei quali considerati filo-siriani.

 

Dal canto suo, il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, ha auspicato oggi un mandato di arresto internazionale contro Hassan Nasrallah, leader degli Hezbollah libanesi, sulla base delle anticipazioni secondo cui le indagini sull’uccisione dell’ex premier del Libano Rafik Hariri si starebbero indirizzando proprio verso Hezbollah.

Queste informazioni - ha detto Lieberman - “ci confermano con chi abbiamo a che fare”. “Se le conclusioni degli investigatori sono queste, un mandato di arresto internazionale (contro Nasrallah) deve essere emesso immediatamente”, ha proseguito, aggiungendo che se le autorità di Beirut non dovessero puoi muoversi “l’arresto andrebbe eseguito con la forza”.

focus on israel


25 gennaio 2009

Hamas: se non te ne vai, ti meno!

 

Può sembrare comico ma l’impressione che se ne ricava è quella del bulletto che attende che il suo contendente giri l’angolo per gridare sottovoce: “se non te ne vai, ti meno”. Anche se ha molto poco di allegro la faccenda a cui la si collega.
E’ così che nella Striscia di Gaza la tregua unilaterale proclamata da Israele viene fatta passare per il ritiro delle truppe della Stella di Davide e per la vittoria di Hamas.
Ismail Haniyeh, leader di Hamas a Gaza in un discorso televisivo ai palestinesi di Gaza rivendica la vittoria del suo movimento: "Dio ci ha dato una grande vittoria, non solo per una fazione, o un partito o un movimento ma per il nostro intero popolo. Abbiamo fermato l'aggressione e il nemico non è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi".
I miliziani palestinesi ci provano anche a dettare le loro condizioni, dando sette giorni di tempo alle truppe israeliane per ritirarsi completamente dai territori di Gaza. E’ lo spirito del “se non te ne vai ti meno!”, ma solo dopo che il contendente, meno gradasso, valutando per raggiunti gli obiettivi politici e militari, fa invertire  la marcia dei suoi blindati!
E’ bene ricordare che l’azione armata di Tel Aviv nella Striscia è nata per la rottura unilaterale della già instabile tregua da parte di Hamas e per lo stillicidio continuo dei lanci dei razzi Qassam diretti contro le città e le popolazioni civili nei territori del sud dello Stato ebraico. L’intervento militare aveva due fini  dichiarati: quello della distruzione dei varchi, a Sud della Striscia di Gaza, da cui passavano, nonostante la tregua negoziata dall’Egitto con Hamas nel giugno del 2008, le armi ed i razzi usati dai guerriglieri, e quello di impedire il loro lancio verso il territorio israeliano.
Un altro obiettivo, non dichiarato, ma implicito, era quello di indebolire in quei territori il potere di Hamas.
Alla situazione attuale non è dato sapere se gli obiettivi di Israele siano stati tutti completamente centrati. Sembra di no! Almeno non quello di impedire del tutto il lancio degli ordigni verso Israele, che è un risultato difficile da raggiungere appieno: i razzi, infatti, partono dal mezzo degli insediamenti urbani, tra la popolazione civile, tra le donne ed i bambini di cui i guerriglieri si fanno scudo. E’certa, però, ed è triste, quella cruda realtà delle molte vittime innocenti e si può pensare  che l’obiettivo di Hamas, di impietosire il mondo con il sangue di donne e bambini, sia stato, invece, sufficientemente raggiunto.
Sui risultati politici è invece difficile far previsioni. Se la guerra, infatti, rafforza l’odio verso il nemico, nel nostro caso dei palestinesi verso Israele, è anche vero che la popolazione attribuisce ad Hamas la responsabilità delle molte vittime civili e che, ai sentimenti di vendetta, sa alternare anche la voglia di moderazione e di pace.
I guerriglieri di Hamas rendono proprio l’idea dei bulletti di cui si diceva prima e, mentre le forze armate dello Stato ebraico volgono ora in ritirata, sospinte anche dalla pressione internazionale preoccupata ed impietosita per le vittime innocenti, cantano vittoria, invece di avvertire le loro responsabilità e di piangere le loro vittime. 
La gente del mondo ha, però, il dovere di sapere, malgrado i Santoro e l’indecenza dei pseudo-pacifisti, sedicenti schierati dalla parte dei deboli per nascondere le turbe di un’ideologia anti-occidentale, che in questa contesa i bulletti di Hamas, per mal compreso eroismo, più che la loro vita hanno messo a rischio quella di migliaia di civili, dietro i quali si sono vilmente nascosti.
Nessuno, con onestà, può non vedere chi voglia davvero la pace e chi invece soffia sul fuoco.
E’indecente, almeno quanto l’arroganza di coloro che sostengono dal servizio pubblico le ragioni del terrorismo, trasformare la codardia degli uomini di Hamas nell’indignazione che investe la civiltà occidentale mentre osserva inorridita l’ingiusto sacrificio di donne e bambini.
I criminali, e questa è la riprova, adottano sempre la stessa cinica strategia: usare i civili come scudi umani per ricatto o per impietosire il mondo. I miliziani di Hamas, come quelli del 2006 di Hezbollah nel Libano, in questa infamia ci ricordano i metodi di Saddam Hussein e di Milosevic, ritenuti già responsabili di crimini contro l’umanità.
vitoschepisi


19 gennaio 2009

A proposito dei bambini (morti) di Hamas e D’Alema…

 

… i quali, entrambi, seguendo la “buona” tradizione antisemitica, accusano gli Ebrei (israeliani) di massacri (premeditati) di bambini:

“Khaled di A-Rimal [Gaza], dice: ‘Noi bambini stiamo compiendo missioni di supporto per i combattenti di resistenza [di Hamas], trasmettendo messaggi sui movimenti delle forze nemiche oppure portando loro munizioni e cibo. Noi stessi non siamo consapevoli dei movimenti dei combattenti della Resistenza. Li vediamo in un posto, spariscono di colpo, poi ricompaiono da qualche altra parte. Sono come fantasmi; è molto difficile trovarli o ferirli.’[Kul-Al-Arab (settimanale arabo-israeliano), 9 gennaio 2009]”

Dal weblog di Judith Apter Klinghoffer; traduzione dall’inglese di Ralph Raschen.

Posted by Traduttore near native - Website


19 gennaio 2009

Toni Capuozzo (Tg5): vi racconto la guerra vista da vicino

 

Bloccare i lanci di missili da Gaza, e impedire le forniture di armi in futuro. Questi gli obiettivi di Israele, mentre le truppe avanzano verso l’interno di Gaza City, non certo con l’intento di occupare la città, ma solo di rendere sempre più complicata la prosecuzione delle attività militari da parte di Hamas. È questa l’opinione del vicedirettore del Tg5 Toni Capuozzo, il quale, appena rientrato dalle zone degli scontri, spiega a ilsussidiario.net qual è nel dettaglio la situazione della guerra in Medio Oriente.

 

Capuozzo, cerchiamo innanzitutto di capire a che punto sono le operazioni militari. Israele ha parlato di “terza fase”: cosa significa?

 

Bisogna ragionare sui pochi elementi certi che abbiamo. Uno di questi è il fatto che Israele ha fatto entrare nella Striscia di Gaza i riservisti: ad essi probabilmente verrà affidato il presidio delle zone già controllate dentro Gaza, mentre i reparti professionali di leva si spingono più avanti. Ciò detto non credo proprio che Israele voglia prendersi la patata bollente di rioccupare Gaza, lasciata qualche anno fa con i costi che sappiamo. Più probabile che l’obiettivo finale sia rioccupare la fascia di confine con l’Egitto, e stabilire una fascia di sicurezza a nord della Striscia.

 

In quali condizioni si trova Hamas dal punto di vista militare?

 

Molti dei missili Qassam che venivano lanciati prima dell’inizio dell’operazione israeliana partivano da zone a ridosso del confine con Israele, per raggiungere più facilmente gli obiettivi e per operare in zone scoperte. Dall’inizio della reazione israeliana, non solo il numero di missili è diminuito, ma questi si sono anche fatti sempre più imprecisi. Sparando sempre da uno stesso punto, infatti, si imparano le coordinate, mentre spostandosi in continuazione si fanno sempre nuovi calcoli, e si sbaglia. Inoltre i miliziani di Hamas hanno dovuto notevolmente accorciare le operazioni di lancio, ridotte a 90 secondi, per non essere intercettati dalle operazioni aeree israeliane. Questo ha reso sempre più imprecisi i lanci, e noi stessi abbiamo visto missili cadere vicino a noi, praticamente in aperta campagna.

 

Indebolita la capacità militare di Hamas, ora dunque Israele che obiettivi a lungo termine si pone?

 

Israele credo che abbia due obiettivi irrinunciabili: bloccare per sempre il lancio di Qassam, facendo inaridire gli arsenali, e bloccare l’afflusso di nuove armi. Inoltre penso che Israele punti anche a creare attriti nella popolazione. Finché Hamas operava dalle zone di confine non c’erano problemi, ma quando questi lanci avvengono sotto le case dei civili anche l’atteggiamento dei civili stessi cambia. E più viene ridotto il campo d’azione di Hamas, più questa situazione si complica. Certo, l’effetto è anche quello di creare rabbia contro Israele; ma al tempo stesso la popolazione non è più così contenta di quello che fa Hamas.

 

Vista più da vicino rispetto a noi, com’è la situazione della popolazione civile a Gaza?

 

In realtà nemmeno noi inviati abbiamo informazioni dirette. Certo, stando lì vediamo le televisioni di Gaza, oppure parliamo con arabi israeliani che hanno parenti nella Striscia. Potremmo dire che se qui in Italia le informazioni sono di quarta mano, là sono di seconda. Dovendo dire qual è la caratteristica particolare di questa guerra dall’interno, il vero punto tremendo è che si tratta di una situazione in cui non si vede una via d’uscita. Per il resto bisogna essere molto obiettivi, perché spesso c’è anche molta ipocrisia a parlare di questo. Guardiamo ad esempio i profughi: si tratta di profughi interni, che si spostano di qualche chilometro da casa propria, andando a casa di parenti o in stabili dell’Onu, mentre l’Egitto non ha aperto le frontiere. Nelle altre guerre la situazione è ben diversa: nella guerra in Afghanistan c’erano oltre due milioni di profughi tra Pakistan e Iran, che se ne andarono prima durante il regime dei talebani e poi durante l’offensiva americana.

 

Lei dice che la caratteristica peggiore di questa situazione è che non ci sia una via d’uscita. Cosa dice delle prospettive che dovrebbero aprirsi grazie alla mediazione dell’Egitto?

 

L’Egitto sta sicuramente giocando un ruolo importantissimo, ma dietro le quinte ci sono molti elementi che pesano su queste trattative. Innanzitutto l’Egitto stesso non vuole truppe internazionali sul proprio territorio, perché farebbe la figura di chi non è in grado di controllare in casa propria; ma al tempo stesso non può nascondere che il traffico di armi viene dal Sinai (che curiosamente è anche dove noi andiamo in vacanza), ed è un traffico che arriva principalmente dall’Iran. Dall’altro lato non dimentichiamo quanto detto anche dall’Anp, e cioè che Hamas più che rispondere alla popolazione di Gaza, da cui pure è stata eletta, risponde a Damasco e Teheran. Si dice che l’Iran spinga moltissimo perché Hamas non accetti il cessate il fuoco, minacciando la fine degli aiuti e del rifornimento di armi. Hamas è poi legata ai Fratelli Musulmani, non certo a Mubarak. Infine non è pensabile mandare lì truppe internazionali, finché risulta chiaro che, data la posizione di Hamas, queste sarebbero esposte a rischi altissimi di sequestri e altre azioni ostili.

 

Che ruolo può avere l’Italia nelle vicende future, nel caso si realizzi la pur difficile ipotesi dell’intervento di una forza internazionale?

 

L’Italia era già presente con una missione europea al confine tra Gaza e l’Egitto, con una quindicina di carabinieri; quindi ha un’esperienza diretta della situazione. È stata una presenza positiva, svolta in partnership con l’Anp, per cercare di portare un minimo di legalità in quel valico di frontiera; un’esperienza che si è però sostanzialmente interrotta con la presa di potere da parte di Hamas. La collaborazione è stata cioè proficua fino al momento in cui l’Anp non è stata sostanzialmente umiliata dalle armate di Hamas (non parlo solo di quello accade nei tunnel, ma anche nel famoso terminal, dove passava di tutto, con gli uomini dell’Anp sempre più sviliti e messi in un cantuccio da quelli di Hamas). Allora la situazione si è fatta insostenibile, i nostri sono stati ritirati ed è rimasta solo una presenza simbolica. Ma questo è un terreno su cui si potrebbe tornare: nell’ottica di ristabilire in quella frontiera una qualche forma di legalità, l’Italia potrebbe dare il suo contributo avvalendosi dell’esperienza già maturata. Ovviamente, ripeto, solo si ristabilisse un contesto di sicurezza, senza andare lì essendo sottoposti continuamente alla minaccia di sequestri.

 

Da ultimo le chiedo un’opinione sulla posizione del Vaticano. Il Papa afferma che l’«opzione militare» non può portare risultati: oltre al valore spirituale, che valore concreto hanno queste sue parole?

 

Io penso che la Terra Santa sia un tallone d’Achille del Vaticano. La legittima difesa delle comunità cristiane in Terra Santa, e il tormentato rapporto di fatto con Israele fanno sì che questo sia per il Vaticano un nervo scoperto. È molto facile dunque incorrere in scivoloni, come ad esempio quello accaduto al cardinal Martino in un’intervista a questo giornale. La mia perplessità è che da un lato la politica del Vaticano non abbia sortito l’effetto di protezione della comunità cristiane: oggi Betlemme non è più una città a maggioranza cristiana. Le comunità cristiane stanno rapidamente declinando, anche perché la vecchia armonia tra arabi cristiani e arabi musulmani si è andata offuscando con la crescita del fondamentalismo. Poi però ci sono le parole del Papa, che sono altre, e “alte”: sono convinto anch’io che la reazione israeliana, seppur legittima nelle sue motivazioni (azzerare una minaccia permanente) rischi però di allevare intere generazioni con l’odio negli occhi. Le vittorie militari nel presente rischiano di trasformarsi in sconfitte per il futuro; ed è vero che la guerra genera guerra. Quindi il messaggio è giusto; ma è necessario che il Vaticano riesca a dare corpo a questo messaggio costruendo una posizione più solida e meno reticente. Da una parte chiarendo il rapporto con Israele, e dall’altra evitando, in virtù di un certo pensiero benaugurate, di sottovalutare la crescita del fondamentalismo islamico.


18 gennaio 2009

Al Qaeda: siti pedofili per pianificare gli attacchi

 

E' quanto scrive il 'Sunday Mirror'. Una fonte dei servizi di sicurezza al tabloid: ''E' l'ultimo disperato tentativo della rete del terrore di evitare di essere intercettata''. L'alto livello di segretezza e protezione richiesto da questi siti possono infatti offrire ''una buona copertura ai terroristi" 



I militanti di Al Qaeda usano i siti web legati al network dei pedofili per pianificare attacchi contro la Gran Bretagna. E' quanto scrive il 'Sunday Mirror', citando fonti dei servizi di sicurezza, secondo cui questi siti - protetti da password e dati criptati - sono più difficilmente controllabili e infiltrabili dalla polizia.

"L'uso di siti di pornografia infantile sembra essere l'ultimo disperato tentativo di Al Quaeda di evitare di essere intercettata - dice una fonte al tabloid - Purtroppo, l'alto livello di segretezza e protezione richiesto dai pedofili significa che i loro siti possono offrire una buona copertura ai terroristi".

Adnkronos


17 gennaio 2009

Le responsabilità di Hamas

 

An Israeli police officer and reporters take cover during a rocket attack in the southern town of Sderot, Israel



di Marco Ottanelli da Democrazia e Legalità

Hamas, forse non tutti lo sanno, è un partito politico. La parola hamas è l'acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiyya , che si può tradurre con Movimento di Resistenza Islamico. Questa premessa è importante, perché in occidente Hamas viene sempre ricordata come "fazione", "gruppo paramilitare", "milizia" e talvolta "gruppo terroristico". Pur possedendo, in effetti, una sorta di esercito proprio, Hamas è invece uno dei partiti che ha concorso alle libere elezioni del popolo palestinese, libere quanto possono esserlo in un territorio occupato ed in stato d'assedio permanente. Vinse, con circa il 46% dei suffragi, proprio il Movimento di Resistenza Islamico. Era il gennaio del 2006.

Nonostante che Solana, a nome della UE, dichiarasse che il voto si era svolto "democraticamente e pacificamente" , Israele, USA e UE stessa imposero delle sanzioni economiche. Inoltre Al Fatah (l'altro partito palestinese) non ha mai accettato la sconfitta e la impostazione politica del concorrente. Ciò, in un crescendo di tensioni e di conflitti, ha portato ad una serie di atti illegittimi e golpisti tanto di una parte quanto dell'altra, che sono sfociati in una vera e propria guerra civile, con centinaia di vittime, e che si è conclusa (dopo assalti a luoghi istituzionali e alle reciproche milizie) con una spaccatura insanabile. Nonostante l'occidente appoggiasse Fatah sotto ogni punto di vista, è a questa ultima componente che, perlomeno militarmente, vanno attribuiti i primi attacchi, compreso quello al parlamento di Ramallah.
In ogni caso, la guerra civile ha portato ad una divisione delle due enclave di Gaza e della Cisgiordania, la prima controllata da Hamas, e la seconda da Fatah. La comunità internazionale ha sottoposto Gaza al più stretto isolamento, e Israele ad un vero e proprio assedio, impedendo persino il passaggio di generi di prima necessità.
Cosa chiede, cosa teme, cosa pretende l'occidente da parte dei dirigenti di Hamas? In primo luogo, il riconoscimento di Israele. Un riconoscimento esplicito, diretto, senza equivoci. Hamas non ha mai neanche fatto un solo passo diplomatico e politico verso il dialogo (anche conflittuale, anche violento, anche solo rivendicativo) con lo Stato ed il Governo di Israele, che, e questa è una nozione base del diritto internazionale, esiste, è a pieno titolo nell'ONU ed è- ovviamente- una parte in causa. La pretesa di "innalzare la bandiera di Allah su ogni metro quadrato della terra di Palestina" non è, alla luce del diritto internazionale, affatto temperata dalla affermazione che "all'ombra dell'Islam, è possibile per i seguaci di tutte le religioni coesistere nella sicurezza: sicurezza per le loro vite, le loro proprietà e i loro diritti.". (come si legge nello statuto di Hamas).I diritti individuali (preziosissimi) sono comunque altra cosa rispetto ai diritti delle Nazioni. E Hamas, se non riconosce anche i secondi, si mantiene nella condizione di illegittimità diplomatica nella quale è confinata.
NB: Un altro aspetto che spaventa molto i politici ed i commentatori occidentali (e anche me, se mi è concessa una nota personale), è il carattere di integralismo religioso di Hamas. L'art. 1 del suo statuto, tanto per rimanere nel soft, recita: La base del Movimento di Resistenza Islamico è l'islam. Dall'islam deriva le sue idee e i suoi precetti fondamentali, nonché la visione della vita, dell'universo e dell'umanità; e giudica tutte le sue azioni secondo l'islam, ed è ispirato dall'islam a correggere i suoi errori. Questo non implica però alcunché sia nel campo del diritto internazionale (le teocrazie sono lecite- Arabia, Iran, Vaticano, lo sono in senso stretto. Oman e Libia in senso indiretto, avendo assunto come Costituzione il Corano) sia nel campo del diritto interno (moltissimi stati a prevalenza musulmana applicano come legge e come codice la sharia ), nel quale ambito in ogni caso ogni Stato ha, secondo la Carta dell'Onu, ampio margine.
La prima responsabilità di Hamas è quindi quella di aver negato dignità di interlocutore ad Israele, disconoscendo persino tutti i trattati e gli accordi precedentemente sottoscritti da Fatah (e violando così una regola fondamentale, pacta sunt servanda). La seconda è quella di aver scelto, come metodo di lotta e/o di rivolta, la via del lancio di missili verso obiettivi civili israeliani.
Non importa se questo è un metodo approvato o meno dalla maggioranza degli abitanti di Gaza; non importa se questo è un metodo dovuto alla disperazione o alla esasperazione; non importa se questo è un metodo di risposta a precedenti provocazioni: lanciare missili è un atto terroristico a tutti gli effetti. Hamas lo sa, e sa anche che le sue milizie non sono un esercito di uno stato indipendente o un corpo riconosciuto come belligerante, e che ciò quindi le pone fuori dai trattati di Ginevra e da tutte le altre garanzie di guerra. Non si può dunque opporre giuridicamente alle rappresaglie israeliane, che saranno eventualmente, e sono spesso state, deprecate dall'Onu per la loro virulenza.
Per dire le cose in altre e più brutali parole: Hamas non riesce, non è capace, non può, (e sa perfettamente di non potere) colpire obiettivi militari e strategici del nemico, né è capace di uccidere soldati israeliani, né con lanci di razzi, né con attentati, né con attacchi suicidi, né tantomeno in combattimento. Lo sa, e agisce, per scelta, attaccando indiscriminatamente obiettivi civili.
Fa parte poi della sfera etica e non di quella del diritto la decisione politica dei dirigenti palestinesi di esporre la popolazione civile alla (inevitabile ed inevitabilmente feroce) rappresaglia israeliana. Sparare razzi da postazioni collocate tra le abitazioni, e arroccarsi fra le stesse, iniziare un impari confronto militare con l'unica arma deterrente delle inevitabili, ed inevitabilmente altissime, perdite di vite innocenti, è, lo ripeto, una scelta politica che esula dai concetti di legalità e di opportunità, per ricadere in quelli, intesi nel senso più alto dei termini, di responsabilità e di consapevolezza delle proprie azioni tanto nelle immediate quanto nelle più lontane (nel tempo e nelle intenzioni) conseguenze.


17 gennaio 2009

Israele è l'aggredito non lo si può confondere con l'aggressore



 Dopo l'aggressione nei confronti di Israele compiuta da Michele Santoro, è necessario alzare la voce a favore di Israele. Io lo farò con le parole con cui ho aderito lunedì scorso alla manifestazione pro Israele che si è tenuta a Milano, la mia città

Non mi unisco agli ipocriti appelli al «cessate il fuoco». Se fossi un membro della Knesset sosterrei il mio governo e l'operazione «piombo fuso», convinto che il fuoco debba cessare solo quando l'aggressore - Hamas in questo caso - abbia dichiarato la resa.
Le immagini di morte delle vittime civili israeliane e palestinesi provocano in me orrore della violenza. E dunque, poiché i civili israeliani sono vittime di Hamas e i civili palestinesi sono anche essi vittime di Hamas, che li usa come scudi umani e carne da cannone violando ogni più elementare regola, io voglio che Hamas venga definitivamente vinta, se necessario - così come è evidente oggi essere necessario - ricorrendo alle armi. Così come le Nazioni Libere sconfissero il nazismo e le nazioni che ad esso si erano unite con il ricorso alle armi.
Sono indignato per come l'informazione continua a manipolare la verità dei fatti. «Piombo fuso» è la reazione dell'aggredito all'aggressore. Israele subisce ogni giorno da Hamas attacchi su postazioni civili: case, scuole, ospedali. E li subisce da quando Israele si è ritirata da Gaza, con un atto di coraggio storico che ha offerto ai palestinesi l'opportunità di una pace vera. Da allora i palestinesi di Hamas hanno ripreso la loro iniziativa che ha un solo, dichiarato, esplicito fine: la distruzione dello Stato di Israele, lo sterminio dei suoi cittadini. Esattamente come predica il nemico della pace e della vita, il dittatore iraniano Ahmadinejad.
Eppure, per l'informazione italiana, gli attacchi quotidiani contro Israele non esistono. Sono occorsi dieci giorni prima che Sky Tg24 mettesse in onda un filmato della vita quotidiana di alcune città israeliane, dove i missili cadono ad ogni ora e tutto è fortificato e blindato.
Provo orrore per chi manifesta a favore di Hamas, per chi brucia la bandiera di Israele, per chi confonde volutamente vittima e aggressore, per chi prega verso la Mecca davanti alle cattedrali in spregio alla propria e all'altrui preghiera, per chi usa le reti televisive a sostegno di Hamas.
Provo angoscia quando ascolto un cardinale cattolico eminentissimo come Renato Martino sostenere che Gaza è un campo di concentramento, dove gli israeliani sarebbero i carnefici e i palestinesi le vittime. Non è il caso che la Chiesa cattolica ripercorra gravi errori del passato. Non è il caso di confondere l'aggredito con l'aggressore, non è il caso di invertire le parti tra vittima e carnefice, non è il caso di confondere una democrazia autentica, Israele, con una teocrazia come Hamas che si finge democratica e pratica il terrore tra gli stessi palestinesi.
Per questi motivi che sto con Israele, fino in fondo, fino alla fine di «piombo fuso», fino alla resa di Hamas, fine alla pace, l'unica vera, quella in cui nessuno vuole lo sterminio dell'altro e tutti vogliono vivere in pace nella loro terra.
*Deputato del Pdl 
http://iltempo.ilsole24ore.com/politica/2009/01/17/977539-israele_aggredito_confondere_aggressore.shtml


15 gennaio 2009

Gazzate d'alemiane ...

 

  

Io ho sempre preso molto sul serio Massimo D’Alema, anche perché a memoria d’uomo solo pochi intimi hanno potuto vederlo sorridere o ridere. Questo leader politico incarna, vorremmo dire veste, la serietà quasi antropologicamente: baffi, occhiali, taglio degli abiti, brizzolatura, tutto indica serietà, ancora serietà, e - l’avrete capito - serietà, la quale per definizione suggerisce autorevolezza. E in questa serietà prossima alla cupezza sta l’antica scuola, la genetica mitica del vero Pci del tempo che fu.

E ora con la massima serietà D’Alema dice che Hamas ha ragione, e che Israele ha torto ed è l’aggressore, che Hamas non è un’organizzazione terrorista perché ogni famiglia palestinese ne ha uno di loro in famiglia, che Hamas è stata votata dal popolo e che dunque è un interlocutore politico e militare del conflitto. Ne consegue, come in un teorema, che l’operazione militare israeliana per farla finita una volta e per sempre con il lancio di migliaia di missili, razzi e colpi di mortaio sulle città israeliane (riconosciuta lecita per questo proprio da Obama e dal Congresso americano), non è altro che una «spedizione punitiva», espressione importata dal lessico fascista e dunque parafrasi di un’accusa di fascismo nei confronti di Israele.

D’Alema, da ministro degli Esteri italiano, andò sottobraccio con alcuni esponenti di Hezbollah in Libano (nella foto) e anche allora, serissimo ai confini del funebre, spiegò che Hezbollah fa parte del quadro politico libanese e dunque va considerato come legittimo interlocutore. Ciò ci ricorda la grande tradizione togliattiana dell’attenzione: i veri comunisti della miglior scuola, sono prima di tutto attenti alle forze in campo, e poi alla morale, alle idee, ai principi. Togliatti era fermamente ateo, ma raccomandava la massima attenzione verso cattolici intesi non come forza etica, ma forza in campo, componente della partita che aveva come obiettivo la conquista del governo in Italia. D’Alema non vuole conquistare, almeno che si sappia, il Libano o Gaza, ma ripete egualmente la lezione: tu esisti, tu dimostri di essere una forza dunque io ti riconosco. Dice poi D’Alema che una sproporzione più o meno di 900 palestinesi morti contro dieci israeliani non va chiamata guerra. La serietà implica correttezza lessicale. E infatti quella di Gaza è una operazione militare antiterroristica su vasta scala: se dalla Svizzera piovessero per un anno missili sulla Lombardia, prima o poi un tale inconveniente diventerebbe un problema militare con la simpatica confederazione. Ma per D’Alema questi sono pensieri rozzi adatti agli americani i quali sono i più rozzi di tutti. Noi togliattiani pratichiamo altre logiche.

Quel che a D’Alema sembra sfuggire del tutto è che Hamas cerca a ogni costo di incassare il più alto numero di proprie vittime civili possibile perché intende imporre esattamente la logica che conduce alle conseguenze perfettamente sciorinate da D’Alema il quale sembra non accorgersi che Israele ha tutto l’interesse a uccidere il meno possibile come prova il fatto ch l’Idf telefona in anticipo agli abitanti delle case da colpire perché contengono rampe o mortai, affinché si mettano in salvo.
Ed ecco perché Hamas vuole, al contrario, che tutti muoiano affinché possa subito incassare la provvigione politica delle «sproporzioni» alle quali è sensibile D’Alema, perfettamente adattato alla logica di Hamas. Per limitare le perdite palestinesi Israele allestisce sulla striscia di Gaza ospedali da campo in cui sono curati i feriti e ricovera nei propri ospedali i più gravi.
 
Diciamo pure che lo fa, oltre che per lo spirito umanitario della religione ebraica che esalta la vita e disprezza il suicidio, anche per un motivo pratico: ridurre al massimo l’aspirazione al martirio di massa di Hamas che persegue dichiaratamente - abbiamo ascoltato comizi di Hamas in questo senso - lo scopo di «produrre morte al livello industriale: noi desideriamo la morte quanto voi israeliani desiderate la vita». E non sono parole insensate o fanatiche o fondamentaliste: sono parole politiche che contano sul fatto che a recepirle ci sia la serietà di D’Alema e di chi me condivide la struttura mentale.

La morte dei bambini è per Hamas la più grande provvista propagandistica. Ho davanti a me le foto dei bambini di Hamas in uniforme a tre anni, con la pistola, il mitra, il volto coperto da vernici, gridare e urlare odio, morte e desiderio di morte. Della propria morte. Ho anche davanti agli occhi i miliziani che marciano facendo il saluto nazista. Sfugge al serissimo D’Alema tutto questo perché a lui importa soltanto sottolineare che una controparte, non importa quanto violenta e sanguinaria, se ha seguito popolare - e Hamas ha addirittura vinto le elezioni battendo il Fatah di cui ha scaraventato in galera o messo al muro i membri - è di per sé legittima, perché democraticamente legittimata.

Forse gli andrebbe ricordato che quando gli alleati fecero strage di cittadini tedeschi ammazzandone a centinaia di migliaia con bombe incendiarie come a Dresda e in altre città, nessuno si intenerì: i tedeschi avevano votato per Hitler, e adesso ne pagavano il fio. I prigionieri tedeschi in mano all’Armata rossa finirono per lo più a fare terra per ceci e nessuno si commosse. Non è questo che vuole Israele, ma la logica della legittimazione democratica ci sembra goffa e insostenibile.

Ci rendiamo conto che è impossibile far capire a D’Alema che lo scopo di Hamas è stato proprio quello di scatenare questa operazione militare israeliana che non poteva essere evitata e che non poteva che comportare una scelta infernale: o concedere ad Hamas il diritto di terrorizzare un’intera nazione costringendola a vivere nei rifugi o passare a un’operazione militare per quanto possibile chirurgica, non terroristica, ritenendo ovvio che il peso morale delle vittime innocenti e specialmente dei bambini deve ricadere su chi ha provocato una reazione di difesa.

Ma a tanta spregiudicatezza logica D’Alema non arriva. In compenso, venendo meno al suo look severissimo, ha voluto regalarci una stupenda barzelletta quando ha detto davanti alle telecamere di Red che i nostri media, giornali e televisioni, sono quasi tutti nutriti dalla propaganda di Israele. Allora abbiamo veramente riso di gusto tutti, tranne lui, che ha fatto finta di credere alla propria battuta restando impassibile da grande professionista, come Buster Keaton.

Paolo Guzzanti


14 gennaio 2009

Solo quando è coinvolto Israele

 Quando praticamente ogni nazione – dalla Repubblica Ceca alla Turchia alla Francia – chiede di essere coinvolta con Israele e con le questioni di questa regione, sorge la domanda: come mai il mondo si interessa così tanto a Israele? La locuzione “opinione internazionale” rimbalza tra politici, stampa e commentatori, ma il cittadino medio norvegese o canadese sono davvero tanto interessati agli eventi che hanno luogo a Gaza o a Sderot?
“Forse non interessano il singolo cittadino, ma sicuramente interessano le elite di quelle nazioni, gli intellettuali metropolitani: la stampa, gli autori, gli accademici”, risponde il professor Shlomo Ben-Ami, già ministro degli esteri nel governo Barak (200-2001). “Il che non si deve tanto all’orrore che una persona normale prova di fronte alle scene di morte in televisione – spiega Ben-Ami – quanto al fatto che c’è Israele coinvolto nella faccenda. Ho chiesto molte volte ai palestinesi se pensano davvero che il mondo sia tanto interessato alla loro sorte. Dopotutto, quando degli arabi uccidono altri arabi, fossero anche palestinesi, la cosa non suscita nemmeno una minima parte di queste proteste mondiali. Se fossero gli egiziani o i giordani ad attaccarli, forse che si vedrebbe una tale levata di scudi?”.
In effetti, senza risalire ai tempi del “settembre nero” 1970 in Giordania, anche in anni recentissimi l’attacco dell’esercito libanese al campo palestinese di Nahr al Bared nel Libano settentrionale (estate 2007, più di 400 morti), o il massacro di palestinesi ad opera di altri palestinesi durante il sanguinoso golpe di Hamas nella stessa striscia di Gaza nel giugno 2007 sono stati a mala pena notati dall’opinione pubblica mondiale.
“Solo quando sono coinvolti degli ebrei – continua Ben-Ami – si scatena una grande passione pubblica, e questo perché evidentemente esiste una radicata sindrome globale riguardo agli ebrei”. Secondo l’ex ministro del processo di pace, non si tratta di antisemitismo in se stesso, quanto piuttosto di un fenomeno legato alla relazione pluri-secolare fra ebrei e resto del mondo. “Quando il mondo vede che siamo implicati in un conflitto che (come tutti i conflitti) coinvolge anche degli innocenti, si scatena un meccanismo del tipo: vedete, lo fanno anche loro. Il desiderio del mondo di alleggerire il proprio senso di colpa (per i secoli di maltrattamenti degli ebrei, culminati come sappiamo) è così forte che lo spinge continuamente a trarre conclusioni pericolose”, prendendo per buone ogni notizia anti-israeliana senza controllare. “Come mai – si domanda Ben-Ami – si fa ricorso così rapidamente a parole come ‘genocidio’?”. E risponde: “Perché c’è la voglia di pareggiare i conti”.
Ben-Ami ricorda ad esempio il caso del Premio Nobel Jose Saragamo che, parlando da Ramallah, equiparò ad Auschwitz l’Operazione Scudo Difensivo contro l’ondata di attentati suicidi che colpiva le città israeliane, e si chiede: “Come può parlare in questi termini una qualunque persona col lume della ragione? Nella crisi di Sri Lanka sono state uccise circa 70.000 persone, più dei morti causati da tutte le guerre d’Israele messe insieme. Eppure il mondo sa a mala pena che c’è una crisi in Sri Lanka. Quella che ne emerge è una dose notevole di cinismo e di ipocrisia double-speak”.
Conclude Ben-Ami: “E’ importante capire che questo nostro conflitto vedrà sempre coinvolti altri attori: non sarà mai semplicemente ‘noi contro i palestinesi’ o contro gli arabi. Questa non è una guerra normale, qui c’è sempre anche una guerra per l’opinione pubblica”.

(Da: YnetNews, 11.01.09)


13 gennaio 2009

Ma che, siamo Italia o una provincia di Gaza?

 

{B}Gaza, la protesta in tutto il mondo{/B}

Falò di "straccetti" a Torino 
 

Quattro cortei di musulmani e militanti filo palestinesi in una settimana sono francamente troppi, anche per una città come Milano, siamo stufi di queste sistematiche invasioni del centro da parte di orde di fanatici che invocano Allah, ritmando insulti contro Israele e Usa, bruciando bandiere, scusate stracci colorati (perché ora sono stati "declassati"), stazionando sul sagrato del duomo a pregare Milano con i deretani opposti alla Mecca, capeggiati in una funzione religiosa da un tipo che, solo due mesi fa, è stato condannato in appello per associazione a delinquere finalizzata al terrorismo. Milano non è una provincia di Gaza! Se la chiesa ammette manifestazioni di questo genere ed è disposta ad "immolarsi" al musulmano, rapita da un anelito di amore estremo, liberissima di fare “hara kiri”, ma le istituzioni no! Non debbono più tollerare di questi affronti, ne va della credibilità (già abbastanza incrinata) di questo Stato.

Basta con queste pagliacciate: i teatrini che mimano i funerali di “pseudo martiri”, certi slogan, certe provocazioni come il demenziale boicottaggio dei “giudei” (boicottino anche l'acquisto di certi medicinali "giudaici", questi ignoranti!) o lordare i negozi di ebrei con scritte di triste sapore nazista, rappresentano uno schiaffo alla nostra società e come tali debbono essere affrontati.

Abbiamo impiegato secoli per cercare di dividere certe commistioni tra politica e religione, non ci siamo ancora arrivati, ed ora – ironia della sorte con il compiacente fiancheggiamento dei cosiddetti "democratici" di casa nostra, che dovrebbero rappresentare i baluardi della laicità, dobbiamo sorbirci orde di extracomunitari urlanti che si permettono – a casa nostra – di fare politica sotto la bandiera dell'islam? Dove sono le istituzioni? Dov'è l'ordine pubblico? Stiamo confondendo la democrazia con l'anarchia e non è certo chiudendo gli occhi davanti a queste manifestazioni, che si favorisce l'integrazione (ammesso che mai sia stata voluta, ne è la riprova i gravissimi fatti di questi giorni) tra maghrebbini e occidentali; a nessuno punge vaghezza che tanto permessivismo possa essere interpretato da questi facinorosi manifestanti come il segno manifesto della debolezza di una società decadente da riconquistare in nome dell'islam?

Lor signori, mi riferisco a chi a diverso livello è stato eletto, vogliono aprire gli occhi prima che Milano, e non solo, diventino davvero delle province di Gaza? E che al loro potere subentri quello dei mullah e della sharia e che noi si diventi schiavi di questi barbari? Può darsi che, chi ci governa non interessa un fico secco dei propri concittadini (cosa su cui incomincio a nutrire seri dubbi), penso che almeno nel suo smisurato egoismo abbia a cuore la sua poltrona? Se non prende provvedimenti di fronte a questi gravi episodi, di questo passo potrebbe veramente mettere a serio rischio il luogo su cui posa il proprio fondoschiena: chi oggi urla nelle piazze agitando e bruciando "stracci" colorati (leggasi bandiere),  domani potrebbe farlo, magari agitando in mano uno "scoppiettante" Kalashnikov per reclamare e riappriopriarsi con la violenza del potere, proprio come si è soliti fare a Gaza e in altri paesi medio orientali.

Hurricane 53


11 gennaio 2009

Hamas si appropria degli aiuti umanitari

Aiuti internazionali
Almeno una parte degli aiuti umanitari internazionali che affluiscono nella Striscia di Gaza sono sequestrati da Hamas e da questo distribuiti solo ai suoi uomini e ai suoi sostenitori. Lo ha affermato nell'odierna riunione del governo israeliano il capo dello Shin Bet, il servizio segreto interno, Yuval Diskin, secondo una fonte governativa ad alto livello a Gerusalemme.
  

La fonte non ha precisato quali organizzazioni umanitarie siano state oggetto di questo comportamento del movimento islamico.

  

Diskin ha inoltre affermato che ci sono testimonianze secondo le quali miliziani di Hamas hanno approfittato dei combattimenti a Gaza per uccidere decine di attivisti di Al Fatah, l'organizzazione palestinese della quale e' leader il presidente Abu Mazen (Mahmud Abbas). A suo dire, inoltre, scuole palestinesi sono state deliberatamente minate da Hamas.



10 gennaio 2009

Hamas usa le ambulanze dell’ONU per trasportare miliziani

 

 
 
 
 


“…però gli israeliani fanno problemi anche nel far passare le ambulanze!”
Ora, osservate questo video, e diteci se gli israeliani non dovrebbero essere sospettosi delle ambulanze.
Da quanto ci risulta, la loro funzione primaria non è trasportare miliziani di Hamas.

Grazie a Massimo per la segnalazione

focus on Israel


8 gennaio 2009

Il sacrificio dei bambini di ADRIANO SOFRI

 

Quando i grandi giocano alla guerra, i bambini muoiono. Da Gaza, le immagini dei bambini ammazzati, mutilati, terrorizzati invadono i mezzi di comunicazione. Al Jazeera le trasmette in continuazione, inframmezzate a servizi e commenti. A sinistra, Hilmi al Samuli piange accanto ai corpi di due figlioletti e di un nipote. A destra, il corpo di una bimba emerge dai resti della sua casa a Zeitun. Le redazioni dei giornali le accumulano, e si chiedono se metterle in pagina o no, e come. La risposta è facile quando l'esitazione è legata alla crudezza eccessiva, che può ferire lo spettatore. Ma già il verbo "ferire", impiegato nel suo senso traslato in un contesto simile, fa vergognare di averlo pronunciato. Siano pure feriti, gli occhi distratti e illesi degli spettatori: l'eccesso di crudezza non è dei fotogrammi, ma della realtà. Alla realtà si può scegliere di aprire o chiudere gli occhi, chi abbia la provvisoria fortuna di starne alla larga: ma vedere è una condizione per decidere meglio come destinare la propria voce pubblica, o la propria privata preghiera, o anche solo il proprio pianto. Bisogna risparmiarne la vista ai bambini, si avverte giustamente. Tuttavia c'è un doppio inciampo. Il primo: che ci si adopera per sottrarre bambini alla vista di bambini. Il secondo: che i bambini, anche i più premurosamente protetti, vengono sempre a sapere, per certe loro vie misteriose, le cose dalle quali i grandi vogliono ripararli, e ricevono e custodiscono in silenzio la notizia che nel mondo scoppiano guerre che uccidono e spaventano i bambini.


8 gennaio 2009

VOCI DEL GHETTO DI ROMA – “I NOSTRI FIGLI IN GUERRA E CI SI DIMENTICA DEI RAZZI CHE CI LANCIANO” – “MA SI PARLA SOLO DELLA NOSTRA REAZIONE” – “CHI NON È STATO LAGGIÙ NON PUÒ CAPIRE COME SI VIVE” “CESSATE IL FUOCO? OK. CESSATE IL TERRORISMO NO?”…

 

Maria Lombardi per "Il Messaggero"

Riccardo Pacifici

La guerra questa volta è più vicina. E' lì, davanti agli occhi, «vai su Internet e vedi i morti e i feriti. L'immedesimazione è più forte e anche l'ansia», Umberto gestisce un locale nel Ghetto di Roma e si collega alla rete appena può. Il pensiero di tutti è altrove, ai parenti, agli amici, ai figli di amici che sono andati a combattere.

Il pensiero è perennemente lontano da Roma, in questi giorni, corre a chi laggiù è in guerra. «Viviamo uno stato d'angoscia e non potrebbe essere altrimenti. Abbiamo troppi legami», Roberto Cohen, consigliere della comunità ebraica romana, insegue ogni notizia che arriva dal fronte.

La preoccupazione cresce, col passare dei giorni, «perché la situazione non sta migliorando e non si sa come possa evolvere. Gli israeliani sono abituati ad affrontare situazioni del genere, da quel che mi raccontano le città continuano a vivere un'apparente normalità, il dramma è nelle famiglie».

In quel mondo piccolo così, l'ansia di una mamma che ha il figlio militare diventa quella di un'intera comunità. «Speriamo finisca presto, speriamo che si trovi una soluzione, che arrivi una tregua, un armistizio», Cohen sa bene di sperare troppo al momento.

Giuseppe Di Segni

L'agitazione, certo, l'apprensione sotterranea che accompagna i gesti di sempre, ma anche una «leggera irritazione», confessa Nando Tagliacozzo, studioso della Shoah. «Lascia un po' perplessi il modo in cui i media stanno rappresentando questa guerra. Si dimentica che Israele è sotto attacco da mesi, come si può pensare che un paese possa vivere così?

Si invoca il cessate il fuoco, ma non si chiede contemporaneamente ad Hamas di smettere di lanciare i missili. Insomma, quel che passa sempre in secondo piano è che si tratta di una reazione a un attacco, poi si può discutere se la reazione è proporzionata o esagerata. Per noi ebrei l'atmosfera, in questo momento, non è gradevole».

L'ingegnere Tagliacozzo è stato un mese fa in Israele, ancora avverte una morsa allo stomaco a ripensare a quei giorni: entri al supermercato e ti controllano la borsa, vai alla stazione e viene di nuovo ispezionato, ogni passo ti senti in pericolo. «Chi non c'è stato non può rendersi conto di come si vive lì. C'è una brutta atmosfera - ripete lo studioso - la stessa che c'era nel 1937 o nel 1938, quando qualcuno diceva "vogliamo distruggere gli ebrei" e la gente non ci credeva. Così è oggi, la gente non ci crede.

Ci si dimentica che quelli che lanciano razzi hanno espressamente dichiarato la volontà di distruggere Israele. Ma è come allora, la gente non ci crede. E così si parla solo dell'eccesso di reazione piuttosto di quello che l'ha provocato».

Renzo Gattegna

Un timore che riecheggia anche nelle parole di Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana, «ci mobiliteremo in ogni sede istituzionale per riaffermare il diritto di Israele ad esistere e a non fare la fine toccata ai nostri nonni 60 anni fa».

Ma questa volta non è come tutte le altre, «questa volta - sostiene Daniela Di Castro, direttrice del museo ebraico romano - anche le persone da sempre pronte ad accusare Israele ammettono che non c'erano alternative. Noi ebrei siamo abituati a sentire parole ben più dure e ipocrite, stavolta Israele ha ricevuto un sostegno mai avuto». Facile parlare di alternative, quando si è lontani, quando non si vive con la paura dei razzi che possono piovere nelle case. «Chi non è stato laggiù non può capire qual è il palcoscenico di questa tragedia. Una situazione terribile».

Tullia Zevi

Intorno al Ghetto di Roma la sorveglianza delle forze dell'ordine è aumentata, racconta chi ci vive, e con questa è cresciuta la tensione. «Noi vogliamo la pace», dice il titolare di un negozio di tessuti. «E chi può gioire per la guerra?», due anziani che si scambiano notizie nella piazzetta le hanno conosciute tutte, dalla seconda guerra mondiale in poi, e adesso sono in ansia «perché è difficile parlare al telefono con chi sta in Israele, noi chiediamo ma loro non rispondono, fanno attenzione a tutto quel che dicono». Michele, nel suo negozio, ha raccolto molti attestati di solidarietà, «ma l'avete mai visto al mondo uno Stato che vince, stravince e poi restituisce tutto?».

Qualche dissenso suscita l'iniziativa della comunità ebraica romana e dell'unione delle comunità italiane di raccogliere 300mila euro per i bambini palestinesi e quelli del sud di Israele. «C'è stata un po' di polemica - racconta Umberto - non tutti sono d'accordo, anche se si tratta di una piccola percentuale, non più del 20%. Dicono: non ci sembra giusto sostenere e aiutare chi ci lancia i missili addosso».

 


7 gennaio 2009

Lettere immaginarie / Adolf Hitler a Massimo D’Alema

 

Lettere immaginarie / Adolf Hitler a Massimo D’Alema

 (Velino) - Caro camerata D’Alema. – Vi ringrazio dell’informazione. Mi ero rassegnato a immaginare che il mio partito, il glorioso Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, fosse crollato insieme alla Germania alla fine della seconda guerra mondiale, e che proprio a causa di quella sonora batosta, infertagli, come forse anche voi sapete, dalla cricca giudaica mondiale, fosse sparito per sempre dalla faccia della mia patria. Voi però mi avete appena ordinato di ricredermi. Questo ordine me lo avete impartito, ovviamente, con le sobrie e ferme parole con cui, discorrendo in questi giorni di Hamas, l’eroico Movimento di Resistenza Islamica, e della guerra sferratagli contro dall’armata dell’entità sionista, avete più volte autorevolmente proclamato che "non si distrugge un partito con la guerra”.


Il rispetto che ho per voi mi impone infatti di escludere che un uomo così accorto e giudizioso abbia potuto pronunciare questa frase senza disporre di qualche elemento per poter legittimamente asserire che il mio partito non fu affatto distrutto da una guerra. Da quella vostra storica frase si potrebbe anzi inferire che esso sia ancora vivo e vegeto. E che vivo e vegeto, magari, sono anche io. Stando così, le cose, vi prego di farmi sapere al più presto in quale regione del pianeta io e il mio partito stiamo felicemente operando all’insaputa di tutti. Non sarà, questo luogo, la vostra simpatica zucca?
 
(Ruggero Guarini)


7 gennaio 2009

Hamas spara dalle scuole

 Hamas ha finora cercato di evitare il più possibile scontri diretti con i soldati israeliani entrati nella striscia di Gaza preferendo piuttosto nascondersi nei quartieri densamente abitati dalla popolazione civile palestinese. È quanto avevano affermato delle fonti palestinesi ad Haaretz lunedì, cioè prima della tragedia della scuola di Jebaliya.
Hamas, dicevano le fonti palestinesi citate, preferisce sparare dalle case, lasciando che sia la popolazione locale a subire i colpi della controffensiva israeliana. Nel riferirlo, le fonti palestinesi esprimevano una forte condanna di Hamas, sottolineando come la sua decantata “fiera resistenza” contro qualunque incursione di terra israeliana si fosse rivelata una promessa senza fondamento.
Sempre le stesse fonti sostenevano che l’alto tasso di perdite civili rispetto a quelle dei miliziani è dovuto appunto alla scelta di Hamas di nascondere i propri combattenti nei quartieri civili anziché affrontare le truppe israeliane al di fuori di essi.
Contro le truppe israeliane Hamas ha fatto finora ricorso soprattutto a cecchini e imboscate, senza mai mandare in avanscoperta contingenti importanti dei suoi 15-20.000 uomini armati, per timore – spiegavano lunedì le fonti palestinesi – della superiorità tecnica delle Forze di Difesa israeliane le quali, dal canto loro, hanno finora cercato di evitare di penetrare nelle zone più densamente abitate, benché siano appunto quelle dove si nasconde il grosso delle forze di Hamas.
Nondimeno il portavoce di Hamas Abu Obeida lunedì continuava a insistere che “la sconfitta dell’esercito sionista è più vicina che mai”.
Le fonti palestinesi avevano anche riferito che alti comandanti di Hamas sono stati visti più volte aggirarsi nei pressi del reparto di maternità dell’ospedale Shifa della città di Gaza, e addirittura usare l’edificio dell’ospedale per tenere conferenze stampa, evidentemente nella convinzione che esso offra un rifugio sicuro dal fuoco israeliano. Per lo stesso motivo, forze di Hamas si nascondono nei pressi di edifici che fungono da sedi di varie organizzazioni internazionali, come la Croce Rossa e le Nazioni Unite.

Una tragica conferma di questo stato di cose sembra essere arrivata con la sciagura occorsa martedì quando circa 30 palestinesi, per lo più civili, sono morti in un edificio scolastico dell’UNRWA a Jebaliya colpito da alcune granate di carro armato israeliano.
Secondo i primi accertamenti, risulta che terroristi di Hamas avevano sparato granate di mortaio dalla scuola verso le truppe israeliane, le quali hanno risposto mirando alla fonte del fuoco nemico. I colpi israeliani sono caduti all’esterno dell’edificio, ma ne è seguita una serie di esplosioni “secondarie”, molto probabilmente dovute alla presenza di munizioni o esplosivi immagazzinati all’interno della scuola.
Secondo fonti dell’intelligence israeliana, tra i morti figurerebbero Immad Abu Iskar e Hassan Abu Iskar, due noti lanciatori di granate di mortaio di Hamas, il che confermerebbe l’uso che i terroristi facevano della scuola come “scodo umano”.
“Dei civili non avrebbero mai dovuto morire – si legge in un comunicato del governo israeliano diffuso martedì sera – ma è imperativo capire come si è prodotto questo orrore, e chi ne porta la vera responsabilità”. Dopo aver ricordato che il conflitto in corso è stato voluto da Hamas, che tre settimane fa ha unilateralmente infranto la tregua e intensificato i lanci di razzi sulle città israeliane, il comunicato afferma: “Non un solo israeliano né un solo palestinese sarebbero stati colpiti o uccisi in questi gironi se Hamas non avesse ripreso i suoi brutali attacchi”.
Non è certo la prima volta che Hamas spara granate e razzi da edifici scolastici, usando deliberatamente i civili come “scudi umani”: una pratica di cui alcuni esponenti di Hamas non hanno esitato a vantarsi esplicitamente in pubblico (si vedano i link qui di seguito).

(Da: Haaretz, MFA, 6.01.09)

Nella foto in alto: Un'immagine dal filmato d'archivio di terroristi che sparano da una scuola Onu

Un filmato delle Forze di Difesa israeliane mostra terroristi palestinesi della striscia di Gaza che sparano granate di mortaio da una scuola elementare Onu
http://it.youtube.com/watch?v=zmXXUOs27lI&feature=channel_page

Un filmato d'archivio che mostra terroristi palestinesi a Gaza che sfuggono a uno scontro con i soldati israeliani saltando a bordo di una ambulanza Onu
http://www.liveleak.com/view?i=116_1231063776


6 gennaio 2009

Fosforo

 

L'unità ora accusa Israele di usare bombe al fosforo anche se ammettono che:

Lo stesso "Times" ha ricordato che le bombe a grappolo – a conchiglia, shells, si chiamano in inglese – al fosforo bianco non sono illegali se usate solo come proiettili traccianti per indicare la direzione e coprire l’avanzata delle truppe terrestri. Gli inglesi lo sanno bene perché le hanno utilizzate con questo escamotage in Iraq.

il portavoce dell'esercito israeliano ha detto che  «Israele usa munizioni che sono accettate dalle leggi internazionali», ovviamente però gli israeliani dicono le bugie e ci sono le prove

I dubbi sulla liceità di questi bombardamenti al fosforo però restano tutti. Anche in considerazione del fatto che Tel Aviv ha dapprima negato ma alla fine ammesso di aver usato armi illegali come le cluster bombs durante la guerra nel Sud del Libano, nell’estate di tre anni fa.

infatti una cosa è un proiettile con il fosforo (che lascia dalla coda la traccia) nello spazio e nel tempo ( i traccianti) ed una cosa ben diversa sono le bombe al fosforo, vietate dai trattati, che fanno dei danni di tutt'altra natura, molto più grandi, e facilmente riconoscibili a causa della enorme temperatura causata dall'esplosione.
quindi, a parte la nota conoscenza della materia (?) dell'Unità e della stampa di sinistra in queste cose, si rileva ancora una volta la capacità di lavorare sull'ignoranza della gggente che adesso potrebbe anche andare a manifestare per una cosa non vera.
sai che novità!!!!  

peccato che neanche le cluster bombs fossero illegali. Lo sono diventate solo nel 2008, e solo per certi paesi, tra cui non Israele

mauroD



6 gennaio 2009

Predicatore Hamas esorta conquista di Roma e del mondo ... ebrei fratelli di scimmie e maiali (cioè noi!)

 

"Sempre più in alto" ... recitava Mike in uno spot televisivo. Ora Hamas - schiumante di rabbia - per bocca di un predicatore del regime, con un patetico pretesto  religioso (tanto per cambiare), cerca di fomentare l'odio mondiale nel suo abbraccio di morte; questa volta cercando di tirare  in ballo esplicitamente l'intero occidente.

Per una forma di cortesia, ritengo doveroso ricambiare l'augurio al predicatore di odio ... o gli consiglio di cambiare pusher prima di snocciolare i prossimi sermoni.
Hurricane 53


Il sogno di Yunis al-Astal

In un sermone mandato in onda venerdì scorso [11/04/2008] dalla tv di Hamas
Al-Aksa

(ora tradotto in inglese da MEMRI), il parlamentare e chierico di Hamas Yunis al-Astal ha detto ai fedeli che l'islam presto conquisterà Roma, "la capitale dei cattolici, la capitale crociata che ha dichiarato guerra all'islam e che ha insediato in Palestina i fratelli delle scimmie e dei maiali [gli ebrei] per impedire il risveglio dell'islam",  come fu per Costantinopoli. Roma, ha affermato al-Atal, diventerà "un avamposto della conquista islamica che si estenderà su tutta l'Europa e poi si volgerà alle due Americhe ed anche all'Europa orientale". "Allah ha scelto voi per sé e per la sua religione – ha continuato il predicatore palestinese – affinché serviate da motore che traini questa nazione verso la fase della successione, della sicurezza e del consolidamento del potere, e  verso la conquista delle capitali di tutto il mondo per mezzo della predicazione e della conquista militare.

Credo che i nostri figli e i nostri nipoti erediteranno la nostra jihad  [guerra santa] e i nostri sacrifici e, a Dio piacendo, i comandanti delle conquista si leveranno fra loro. Oggi noi instilliamo queste buone nozioni nelle loro anime e, mediante le moschee, i libri coranici e le storie del nostro Profeta, dei suoi compagni e dei grandi condottieri, li prepariamo per la missione di
salvare l'umanità dal fuoco dell'inferno sul cui orlo oggi si trova".

Il video del sermone di Yunis al-Astal è disponibile (con sottotitoli in inglese) al link:

http://www.memritv.org/clip/en/1739.htm

da MP


6 gennaio 2009

UNA LETTERA DI FIAMMA NIRENSTEIN

 

"La pena per i morti e feriti anche da parte palestinese è in ogni uomo
di buona volontà, si capisce, ma non deve fare velo alla verità.
Chi sarà pietoso col crudele, finirà per essere crudele col pietoso"


"Miei cari amici,

mi sento molto confortata, in queste ore di guerra, dalla vostra
chiarezza mentale e morale, dal vostro desiderio di difendere
attivamente Israele. Ciascuno di noi, mi sembra, vorrebbe almeno far
sentire l?opinione pubblica italiana ed europea che non esiste
solo un punto di vista vaneggiante ed estremista come nella
manifestazione di Milano, o saccente e ripetitivo, come sui giornali
benpensanti, che gli italiani non sanno parlare solo quando non
tengono in alcun conto le ragioni della vita e della democrazia, o
ripetono con riflesso pavloviano le vecchie e disgustose maledizioni
antisraeliane, le orride comparazioni col nazismo, gli slogan
sull?apartheid, gli stereotipi antisemiti della sete di sangue
degli ebrei. E' un'onda che cresce in questi giorni, e crescerà
ancora.

La pena per i morti e feriti anche da parte palestinese è in ogni uomo
di buona volontà, si capisce, ma non deve fare velo alla verità.
Chi sarà pietoso col crudele, finirà per essere crudele col
pietoso. Se mai, al giorno d'oggi, c'è stato uno scontro chiaro e
definito fra il bene e il male, fra il diritto alla difesa e
l?attacco, fra la democrazia e la dittatura, fra la cultura
della libertà e quella dell?odio, fra un mondo che fa capo
all?Iran e agli Hezbollah, quello del terrore internazionale, e il mondo
liberaldemocratico... se è rimasto nella nostra cultura il sogno di
battersi contro ciò che odia la democrazia, i diritti umani, il
buon senso e infine anche la pace... se ci spinge il desiderio di
contrapporsi ai luoghi comuni che dilagano in Europa nel consueto
segno dell?odio contro Israele, questo è il momento. Non esiste
parametro di malvagità peggiore di Hamas: basta guardare su Youtube
i film che documentano l?educazione all?assassinio dei
bambini di Gaza, senza che?UNICEF o l'UNIFIL muovano un dito, per
capire che cosa succede oggi nel mondo. Hamas, la faccia oscura della luna.
Uccidere gli ebrei e rendere il mondo dominio islamico è lo scopo
di Hamas. E chiunque si frapponga a questo scopo è oggetto di
caccia, una volpe inseguita dai cani, un essere privato dal Cielo
del proprio diritto alla vita che deve essere eliminato senza
processo: durante questa guerra Hamas ha trovato il tempo di
uccidere e imprigionare decine di uomini di Fatah. Hamas odia la
vita, la considera un mezzo per perseguire il fine del califfato
mondiale. Basta guardare come usi deliberatamente scuole, moschee,
case private, centri densamente popolati facendo della sua gente uno
scudo umano. E non si tratta di difesa estrema: si tratta
dell?ideologia della morte che vede in ogni palestinese, in ogni
islamico, un guerriero e un terrorista suicida possibile.

E' difficile oggi farsi ascoltare quando si dice che la teoria della
sproporzione è sbagliata. Abbiamo fatto del nostro meglio in
articoli che trovate sul sito stesso. Adesso è tempo di chiederci: siamo davvero
tanti a condividere l'idea che la guerra di Israele sia una
guerra giusta contro il terrorismo e per la democrazia? Saremmo capaci di
andare in piazza in un numero che possa pesare sull?opinione
pubblica?
Me lo chiedo: questa battaglia è forse la più difficile, perché riguarda
anche l'illusione, che qui si infrange definitivamente, che sia
possibile parlare con i terroristi. Riguarda anche la rottura
l?ipocrisia sull?Iran e i suoi amici.

Saremmo capaci di non isolarci nell?amara convinzione di essere
una minoranza? Ricordo la grande bellissima manifestazione promossa dal
Foglio nel 2002: chi è pronto oggi a sostenere la gente che sente di
voler scendere in piazza?
Proviamo a lavorare per questo, tutti quanti, per qualche giorno,
scrivete la vostra opinione, vediamo che cosa riusciamo a fare.
Alla radio israeliana in questo minuto, ho sentito questa notizia: un
soldato ferito è scappato [UTF-8?]dallâ•?ospedale, inseguito dagli
infermieri, per tornare alla sua unità dei Golani dentro Gaza. Ha
detto che la necessità di fermare Hamas è così evidente, che
nessuna persona di buon senso e di buone intenzione può restare a casa.

Lascia il tuo commento
<
http://fiammanirenstein.com/scrivicommento.asp?IdArticolo=2079>


6 gennaio 2009

Gaza muoiono di fame? Certo come no!

 Guardate il video



http://pl.youtube.com/watch?v=83aJj72UjlM&eur l=http://www.jihadwatch.org/archives/024248.p hp. 





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