.
Annunci online

  LiberaliPerIsraele “la libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”
 
Diario
 








  







Liberali per Israele 






     
  A Shuny 
                     

    
  




 Contatori visite gratuiti


19 febbraio 2013

"Io, piccolo ebreo della foto simbolo dell' Olocausto"

 

Parla Tsvi Nussbaum, ritratto nell' immagine del 1943 e sopravvissuto ai Lager: oggi vive negli Usa Vive negli Usa il protagonista del drammatico «scatto» nel ghetto di Varsavia: «Non posso provarlo, ma non ha più importanza: io non ho dimenticato»

«Il bambino della foto sono io» Tsvi Nussbaum: in quelle braccia alzate l' angoscia di un milione e mezzo di piccoli ebrei

Parla Tsvi Nussbaum, ritratto nell' immagine del 1943 e sopravvissuto ai Lager: oggi vive negli Usa "Io, piccolo ebreo della foto simbolo dell' Olocausto" SPRING VALLEY (New York) - A volte la voce diventa un sussurro. Si spezza. E Tsvi deve fare ancora uno sforzo per superare il peso del silenzio: "I tedeschi chiamavano la gente per caricarla sui camion davanti all' hotel Polsky. Avevano una lista, ma il mio nome non era su quella lista... I miei genitori erano gia' stati ammazzati e io non sapevo che cosa fare... + allora che sono uscito dalla fila, e' allora che un tedesco ha gridato: "Alza le mani", e io le ho alzate. + allora che un altro tedesco ha detto: " + un bambino solo, tanto varrebbe fucilarlo subito", e che hanno scattato quella foto". Non dice mai "nazisti", Tsvi Nussbaum, dice sempre "tedeschi". Dice: "Io non ho perdonato i tedeschi. Io non ho dimenticato". Diciott' anni fa, nell' 82, ha rotto per la prima volta quei silenzi che gli avevano trasformato la vita in un incubo muto. E ha raccontato al mondo di essere lui il protagonista di un' immagine che ha fatto la storia del Novecento: lui, il bambino di quella livida giornata di Varsavia 1943. CONTINUA A PAGINA 17Vive negli Usa il protagonista del drammatico «scatto» nel ghetto di Varsavia: «Non posso provarlo, ma non ha più importanza: io non ho dimenticato» «Il bambino della foto sono io» Tsvi Nussbaum: in quelle braccia alzate l' angoscia di un milione e mezzo di piccoli ebrei Lui, con le braccine levate come un prigioniero di guerra davanti agli assassini della Gestapo, sotto quel berretto troppo grande, stretto in un cappotto striminzito, con i pantaloncini che sembrano cadergli sulle ginocchia, in mezzo a una folla di ostaggi destinati al martirio. Il peso simbolico di quell' immagine è enorme, il riconoscimento è stato a lungo discusso in questi anni, contestato anche da storici autorevoli. Molti hanno sostenuto che quel bambino sia morto in un campo di concentramento, altri si sono levati per dire «sono io» ma le loro voci si sono spente tra le contraddizioni e le smentite. Tsvi Nussbaum ha 64 anni, ne aveva poco più di sette nel ' 43. Abita nella contea di Rockland, a un' ora da New York. E' un otorinolaringoiatra adesso in pensione, negli Stati Uniti dal 1953. Ha una moglie americana, Beverly. Quattro figlie grandi, due nipotini, una lunga vita dall' apparenza serena. Seduto a un tavolo del Centro Studi sull' Olocausto di Spring Valley, tormenta due foto con le mani ossute, quella del piccolo prigioniero di Varsavia e la fototessera che fecero a lui nel ' 45, dopo la liberazione, prima di mandarlo dal Belgio nella futura terra d' Israele: la somiglianza è impressionante. Tsvi dice: «Sì, sono io quel bambino, anche se non potrò mai provarlo, anche se quasi non me la sento più di ripeterlo, anche se non è nemmeno importante che sia io. Ho detto molte volte quello che dico anche adesso: un milione e mezzo di bambini ebrei, di bambini dei lager, sta seduto qui, a questo tavolo, assieme a me, a gridare: sono io!». Nel 1942 la sua piccola storia di famiglia comincia a coincidere con la tragedia collettiva di sei milioni di persone. I Nussbaum sono tornati pochi anni prima dalla Palestina, dov' è nato Tsvi. Vivono nella campagna polacca, a Sandomjez. «Mia madre parlava bene il tedesco ed era coraggiosa. Andava lei al comando della Gestapo, per chiedere permessi a nome della comunità». Un giorno è lì a protestare per qualcosa: «Un ufficiale l' ascolta, tranquillo, prende nota, tranquillo, poi afferra tranquillamente la rivoltella dalla scrivania e le spara». Il padre di Tsvi viene ucciso poche ore dopo, forse dallo stesso nazista. «Venne da noi una donna, bella, bionda, si chiamava Miriam Shochat, mi portò con sé e mi nascose a Varsavia, facendomi passare per suo figlio... anche i miei zii e i miei cugini ci seguirono a Varsavia. Il mio fratellino non l' ho più visto, né i miei nonni, né la mia bisnonna. Noi eravamo nascosti fuori dal ghetto, quando il ghetto venne distrutto, tra il 19 aprile e il 16 maggio ' 43. La data d' inizio dell' operazione fu un' idea di Himmler. Hitler era nato il 20 aprile e Himmler volle fargli questo regalo di compleanno». Quei terribili 27 giorni furono documentati con teutonica pignoleria dal nazista che dirigeva la devastazione, il generale Juergen Stroop, che per questo si guadagnò la croce di ferro di prima classe. Stroop, attraverso il comando di Cracovia, mandava messaggi quotidiani a Himmler e raccolse orgogliosamente 54 fotografie di quell' orrore: ebrei denudati, mani sulla testa, fagotti umani davanti a macerie e case che bruciano. Una delle 54 foto del «Rapporto Stroop», la numero 12-202z, è proprio quella che diventerà la foto del secolo: «il bambino del ghetto». Ma il punto sta proprio qui, dice Tsvi: «Se quella foto è davvero stata scattata nel ghetto, tra aprile e maggio, il bambino non posso essere io, perché nel ghetto non c' ero. Noi eravamo nascosti fuori, all' hotel Polsky. Però Stroop si è fermato a Varsavia fino a settembre. Io credo che abbia integrato il suo dossier. E sono convinto che quella foto sia stata scattata il 13 luglio 1943, il giorno che ci hanno portato via. Non nel ghetto, perché nel ghetto i bambini morivano di fame per strada mentre in quella foto stiamo tutti male ma nessuno è davvero denutrito... «Sì, avevamo i cappotti addosso a luglio, mi hanno contestato anche questo, poi: ma avevamo addosso tutto quello che si poteva portare. Un papà costrinse la figlia a mettere gli stivali e lei piangeva: è stata l' unica dei suoi a non congelare». Il 13 luglio ' 43, dunque. L' hotel Polsky. «Ci avevano detto: vi rimandiamo da dove siete venuti, tornate in Palestina. Così siamo usciti dai nascondigli e ci hanno caricato sui camion e poi sui treni. Ma un treno era diretto a Auschwitz. L' altro, il nostro, a Bergen Belsen. Io non ci sarei neanche arrivato a quel treno, i tedeschi mi avrebbero fucilato subito perché ero un bambino solo. Mio zio s' è fatto avanti, ha detto "questo è mio figlio" e mi ha salvato. Mio zio si chiamava Shalom Nussbaum, è morto un anno fa a Toronto, per me è stato un altro padre... Del viaggio ricordo che i tedeschi giocavano a tiro a segno sui nostri vagoni che passavano. Del lager ricordo poco. So che non posso più vedere le bucce di patata, perché mangiavo soprattutto bucce di patata. So che fino a dieci anni fa non sopportavo i vestiti a righe, perché mi ricordavano la divisa del campo. So che ho paura dei cani, perché i cani del campo mi terrorizzavano. So che conservo sempre un pezzo di pane per domani, perché domani non sai se i tedeschi ti daranno da mangiare. Poi ricordo il sergente americano che ci ha liberato, mentre i tedeschi ci stavano trasferendo ancora in treno a Magdeburgo e si strappavano le spalline da ufficiali per sembrare semplici esecutori di ordini: si chiamava Cohen, quel sergente». Il resto è la vita che cerca di tornare a scorrere, la laurea a New York, il matrimonio, i bambini: «Ho sempre tentato di guardare al domani». Ma raccontare davvero è difficile, quasi impossibile. «No, non ne ho mai parlato con le mie figlie. E soltanto una volta ne ho parlato con mia moglie. Loro non mi chiedono nulla, mai, sanno cosa vuol dire per me. Per capire cos' era, devi esserci stato. Io qui ho solo amici americani, quando sono stato in Israele ho trovato solo gente nata nei kibbutz, ormai, nessuno sa». Chi sapeva era Marc Berkowitz, una figura carismatica nei circoli dei sopravvissuti all' Olocausto. E' Berkowitz che all' inizio dell' 82 squarcia il velo della memoria. «Era un mio paziente, sopravvissuto agli esperimenti di Mengele ad Auschwitz. Io gli parlavo del mio passato, lui mi parlava del suo. Mi diceva: "Come fai a sapere che non sei tu, in quella foto?". Io rispondevo: "Perché è una foto del ghetto". Fece delle indagini, tornò da me: "La foto non è del ghetto, e credo proprio che sia tu quel bambino", mi disse». Tsvi Nussbaum si alza. Guarda il cielo grigio su Spring Valley, dalla finestra del centro studi. «A volte preferirei davvero che quel bambino fosse rimasto senza nome. Perché le foto di oggi, le interviste, anche quest' intervista... tutto è una pena enorme. Ma poi penso che lo devo al mio popolo. Al nostro futuro. Perché quello che è successo non succeda mai più. E allora riesco ancora a vincerlo, il silenzio». Goffredo Buccini

Buccini Goffredo


29 agosto 2011

Quei cinque compleanni nelle mani dei terroristi palestinesi

C'è un ragazzo venticinquenne - un cittadino onorario di Roma - che ha passato i suoi ultimi cinque compleanni in mano ai terroristi. Per lui niente candeline, auguri su Facebook (che vista la durata della prigionia, probabilmente, non sa neanche cosa sia), barbecue e humus per celebrare questa giornata. Tanto meno regali o tirate di orecchie affettuose da parte di mamma e papà. Gilad Shalit, cittadino israeliano, romano e parigino, gli ultimi 1890 giorni della sua vita, li ha passati a fare l'ostaggio degli estremisti palestinesi di Hamas (gli stessi che a settembre vorrebbero dichiarare la nascita di uno Stato palestinese).


Gilad Shalit, però, è qualcosa di più che un giovane adolescente rapito in territorio israeliano mentre garantiva la sicurezza dei suoi concittadini: Shalit è la chiara rappresentazione del fatto che per gli estremisti qualsiasi mezzo giustifica il fine. La dimostrazione del fatto che le relazioni con i terroristi di Hamas - riconosciuti come tali anche dall'Unione Europea - non si basano mai sullo scambio o il confronto, ma sempre e comunque sul ricatto. Su quell'imposizione del proprio credo finalizzata al raggiungimento di un successo scritto nero su bianco: "Distruggere Israele".

Ma non solo. Ciò che la prigionia di Gilad Shalit ci ricorda ogni singolo giorno è che il ricatto di Hamas a Israele rischia di essere, se non saremo compatti, lo strumento che ci potremmo trovare a fronteggiare noi, vicini di casa dell'unica democrazia medio orientale, domani. Se non saremmo, infatti, capaci di dire "no" a quel sistema di Hamas fondato sul ricatto e sulla volontà di distruggere Israele, saremmo noi stessi a scoprirci prigionieri di un sistema folle capace di imporsi solo attraverso la paura. Un sistema tanto anarchico, folle, estremista e fondamentalista da non permettere a nessuno, nemmeno alle organizzazione umanitarie, di visitare il giovane Gilad e di fargli recapitare una semplice lettera di mamma e papà.

Tuttavia guai a dimenticare che se la paura è il mezzo, il successo è il fine. E allora non giustificare in alcun modo l'agire di Hamas, e ribadire - a cinque anni dal rapimento - la propria vicinanza ai famigliari di Shalit non è solo un semplice segnale politico, ma un fallimento fattuale dell'agire ricattatorio di Hamas che, comunque vada a volgere questa vicenda, ne uscirà perdente.


Intanto, caro Gilad, qui in Italia c'è chi pensa a te. Sul sito
www.shalit.it migliaia di cittadini hanno firmato per chiedere la tua liberazione; l'Unione dei Giovani Ebrei Italiani ha messo la tua foto sulla propria home page e a breve organizzerà un evento per ribadirti la propria vicinanza; Franco Frattini (ministro degli Esteri), Renata Polverini (governatrice del Lazio), Nicola Zingaretti (presidente della Provincia di Roma), Gianni Alemanno (sindaco della Capitale) e Riccardo Pacifici (Presidente della Comunità Ebraica di Roma), ti fanno i propri auguri. Come loro, e come tante altre persone di buon senso, anche io voglio farti degli auguri che non puoi leggere. Lo faccio nella speranza che l'anno prossimo tu possa essere con noi nelle tue tre capitali: Gerusalemme, Parigi e Roma.

Libero-news.it


25 giugno 2009

Gilad Shalit, tre anni d’attesa non fiaccano la speranza

Tre anni d’attesa. Tre anni di speranza. All’alba del 25 giugno 2006 il soldato delle Forze israeliane di difesa, oggi ventiduenne, Gilad Shalit, veniva rapito a Kerem Shalom, in territorio israeliano, da terroristi di Hamas, che dopo aver attraversato il confine meridionale della striscia di Gaza, uccisero due soldati israeliani e ne ferirono altri quattro. Il commando composto da otto palestinesi si era spinto in un tunnel sotterraneo entrando per un centinaio di metri in territorio israeliano e suddividendosi poi in tre squadre. Sembra che lo stesso Shalit abbia riportato nell’attacco ferite alla mano e alla spalla.

Oggi sono tre anni che Gilad è privato della libertà. Da allora non sono pervenute notizie certe circa il suo stato di salute e nemmeno la Croce Rossa Internazionale è mai stata autorizzata a visitarlo, così come nel caso di Eldad Reghev e Ehud Goldwasser, i due soldati rapiti sul fronte settentrionale da Hezbollah, 17 giorni dopo Ghilad Shalit, i cui corpi sono stati restituiti il 16 luglio 2008 in cambio di terroristi detenuti nelle carceri israeliane.

Ghilad è nato a Naharia il 28 agosto 1986 , ed è cresciuto a Mitzpe Hila, dove ha terminato con successo il liceo scientifico. Ama la matematica e lo sport e ama il suo paese. Alla fine del luglio 2005 si è arruolato nell’esercito, nell’unità corazzata, seguendo le orme del fratello Yoel.

Il 26 giugno 2006, il giorno dopo della cattura, le Brigate Izz Ad-Din Al Qassam (il braccio militare di Hamas) i “Comitati di Resistenza Popolare” e “l’Armata palestinese dell’Islam” firmano un comunicato fatto pervenire alla leadership israeliana, nel quale offrono di fornire informazioni sul soldato prigioniero qualora Israele avesse acconsentito a liberare tutti i prigionieri minori di diciotto anni e quelli di sesso femminile.

Una settimana dopo le richieste si fanno più pressanti, i Palestinesi domandano la liberazione di mille prigionieri in aggiunta ai precedenti e la fine degli attacchi condotti contro la Striscia di Gaza, e due giorni dopo alle richieste si aggiungono minacce nel caso Israele avesse respinto l’ultimatum.

Israele non ci sta. Qualche ora più tardi rigetta l’ultimatum, dichiarando che «Non ci saranno negoziati per il rilascio di prigionieri».

Nel tentativo di ottenere il rilascio del soldato israeliano, l’arcivescovo Antonio Franco, Nunzio apostolico presso lo Stato di Israele, si mette in contatto con la parrocchia cattolica della Striscia di Gaza, ma senza ottenere risultati.
Nel tentativo di rintracciare e liberare Gilad Shalit, Israele fa partire l’Operazione Piogge estive, una massiccia incursione nella Striscia di Gaza.

“Israele ha fatto tutto quello che è in suo potere per valutare tutte le opzioni diplomatiche e dare a Mahmoud Abbas l’opportunità di restituire l’israeliano rapito… ” dichiara in quei giorni il portavoce dell’ambasciata israeliana a Washington, David Siegel “Quest’operazione può terminare immediatamente, a fronte del rilascio di Gilad Shalit”.Mentre il portavoce della Casa Bianca, Tony Snow afferma che “ Israele ha il diritto di difendere sé stesso e la vita dei suoi cittadini [...]. Qualunque azione il governo israeliano intraprenda, gli Stati Uniti si raccomandano affinché nessun civile innocente sia ferito e si eviti il danneggiamento non necessario della proprietà e delle infrastrutture”.

Nonostante gli imponenti mezzi utilizzati dall’esercito israeliano ogni tentativo di rintracciare Gilad Shalit risulta vano. Le autorità israeliane sanno che il soldato si trova nella Striscia di Gaza, il 1 luglio la BBC riferisce che Gilad potrebbe aver ricevuto cure mediche per ferite al ventre e alle spalle, mentre fonti palestinesi smentiscono e autorità israeliane minacciano di “di far cadere il cielo” nel caso in cui Shalit fosse ferito.

Due mesi dopo, nel settembre 2006, mentre l’Egitto tratta con Hamas per la liberazione del soldato israeliano, una lettera nella quale Gilad afferma di essere vivo e di stare bene viene fatta pervenire, per mezzo dei mediatori egiziani, alle autorità israeliane. La lettera dall’esame calligrafico risulterà autentica.

Nonostante i contatti, gli appelli, le trattative e i tentativi di mediazione, un anno dopo Gilad Shalit è ancora prigioniero chissà dove, tutto il mondo ebraico è in apprensione per lui, si moltiplicano le iniziative di sostegno. Viene diffuso un messaggio audio, probabilmente autentico, nel quale il soldato israeliano dalla voce flebile e provata chiede che le autorità israeliane si diano da fare per il suo rilascio e che liberino alcuni prigionieri palestinesi.

La diplomazia lavora, ma ancora un anno trascorre, il 9 giugno 2008 in prossimità del secondo anno di prigionia, la famiglia Shalit riceve una lettera dal figlio: “Cari mamma e papà, cara famiglia, mi mancate moltissimo. Ho trascorso due anni difficili e lunghi da quando mi sono separato da voi e sono stato costretto a iniziare a vivere in condizioni di prigionia. [...] Continuo ancora a pensare e a sognare il giorno in cui mi libererò e vi incontrerò di nuovo, ancora mi è rimasta la speranza che questo giorno sia vicino, ma so che questo non dipende né da me né da voi. Mi rivolgo al Governo affinché non trascuri le trattative per la mia liberazione e non concentri tutti gli sforzi solo sulla liberazione dei soldati in Libano”. Ancora niente.

Fra il gennaio e il febbraio 2009 in occasione dell’Operazione Piombo Fuso, la diplomazia israeliana, che ha sferrato un forte attacco nella Striscia di Gaza, per far cessare il lancio di razzi su Israele, sottopone la tregua al rilascio di Ghilad Shalit, nelle trattative è ancora coinvolto l’Egitto e questa volta anche la Francia. Noam Shalit, il padre di Gilad, ha incontrato due volte il presidente francese Nicolas Sarkozy, il quale - grazie al doppio passaporto di Gilad (la nonna Jacqueline era di Marsiglia) - si è mobilitato e ha fatto avere una lettera dei genitori al giovane sequestrato attraverso i canali siriani e poi ha sollecitato Damasco a fare pressioni su Hamas per arrivare alla liberazione del soldato Shalit, mentre le richieste di Hamas sulla liberazione di un enorme numero di pericolosi terroristi palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane, sono sempre più pesanti.

Il tempo passa, Gilad vede compiersi il terzo anno relegato in prigionia. Tutto il mondo ebraico e tutti gli esseri umani che amano la libertà e la democrazia sanno che Israele resta fedele al principio in base al quale non si lasciano mai in mani nemiche i propri cittadini, vivi o morti, anche a costo di pagare prezzi altissimi, che Israele farà tutto il possibile per riportare a casa Gilad.

Lucilla Efrati
 Ucei


24 maggio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

 

Rassegna stampa piuttosto sintetica, quella di oggi. Sul fronte politico interno si segnala, sul Manifesto, Orsola Casagrande che riferisce della manifestazione neofascista in programma per sabato prossimo a Venezia. Contro la marcia, che dovrebbe concludersi a pochi passi dal Ghetto, ha già preso posizione un fronte composito cui prende parte anche la Comunità ebraica. In tema di politica estera, sempre sul Manifesto Michele Giorgio dà conto della “frenata” impressa da Obama al piano di pace e sempre in tema mediorientale il Riformista riporta un ulteriore pesante attacco di Ahmadinejad a Israele sferrato, non a caso, a pochi giorni dalle elezioni. La pagina culturale propone infine sulla Stampa un’anticipazione del libro di Elena Loewenthal La città che non vuole invecchiare in uscita in questi giorni da Feltrinelli e dedicato a Tel Aviv. Sul Sole 24 ore, infine, Giulio Busi recensisce il volume Architettura dell’occupazione Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele (Bruno Mondadori) di Eyal Weizman.

dg


20 maggio 2009

Netanyahu va nuovamente a Washington per parlare di pace

 

George Friedman ha scritto un interessantissimo articolo dal titolo sopra riportato su una rivista americana di geopolitica e politologia (Stratfor - Global Intelligence), il cui link è in nota:[1]. Il testo, oltre ad essere in inglese, è molto lungo e qualcuno potrebbe contentarsi del riassunto che se ne fornisce qui.
Netanyahu va a Washington per parlare di pace tra Israele e palestinesi, e dell’ipotesi di “due popoli due Stati”, ma in totale è tutta una pantomima. Innanzi tutto perché, dal lato palestinese, Gaza e i Territori Occupati sono ostili fra loro e dunque non hanno un’azione comune. In secondo luogo, qualunque Stato palestinese non avrebbe le caratteristiche per sopravvivere da solo, dovrebbe appoggiarsi su Israele per geografia ed economia, e questo ne minerebbe l’indipendenza. Poi nessun governo palestinese potrebbe garantire che non vengano sparati da qualche demente razzi su Israele, in particolare colpendo il corridoio Tel Aviv-Gerusalemme, che è “il cuore di Israele”. Fra l’altro, manca da ambedue i lati un tale leader che possa permettersi di proporre seriamente qualcosa del genere;  oggi qualunque negoziatore sarebbe contestato e distrutto, in Israele come in Palestina, dai suoi nemici ed anche dai suoi amici; ecco perché, dice Friedman, “the entire peace process — including the two-state solution — is a chimera”, l’intero processo di pace, inclusa la soluzione dei due stati, è una chimera.
L’articolo diviene ancora più interessante quando parla dell’ostilità di tutti gli stati arabi ad una simile soluzione; i giordani infatti temono i palestinesi come una minaccia alla loro monarchia. Non solo essi sono etnicamente differenti dai palestinesi, ma hanno anche brutti ricordi: nessuno ha dimenticato il Settembre Nero del 1970. Gli egiziani vedono Hamas come una filiazione della Fratellanza Musulmana che vorrebbe rovesciare Mubarak; e dunque la temono più di quanto non vogliano aiutarla. I sauditi e gli altri arabi non desiderano una radicale alterazione dello status quo ma tutti “pay lip service”, offrono un omaggio puramente verbale al principio di uno stato palestinese. Questo anche perché è quello che vogliono le loro popolazioni. In altre parole, tutti gli Stati, per fare contenta la piazza, si dichiarano a favore di questa soluzione, mentre nei fatti non la vogliono affatto e dunque fanno promesse che si guardano bene dal mantenere. La loro politica è sempre quella di far sembrare che stanno facendo qualcosa per i palestinesi mentre di fatto non fanno niente; cosa del resto facile da ottenere. I colloqui di pace hanno sempre avuto questo scopo: fornire l’illusione dell’attività. Magari finché c’è un’altra crisi di violenza e l’intero ciclo ricomincia.
Netanyahu si presenta da Obama sostenendo che non è contro la formula dei due Stati ma chiede anzi che i vari Stati arabi siano coinvolti nei negoziati. Lo fa perché  conosce benissimo la contraddizione fra le loro dichiarazioni e i loro reali interessi, e quell’invito avrebbe lo scopo di costringerli a rivelare pubblicamente le loro vere posizioni, creando in ultima analisi delle crisi negli Stati arabi.
Naturalmente Netanyahu sa che tutto questo non lo otterrà e del resto non è affatto vero che desideri ottenerlo. Nell’interesse del suo Paese c’è la stabilità della Giordania, dell’Arabia Saudita, dell’Egitto e perfino della Siria, dal momento che un nuovo governo potrebbe essere peggiore di quello attuale. Ad Israele il Medio Oriente va bene com’è. E gli andrebbe bene, per fini di politica interna, anche una conferenza internazionale in cui gli arabi condannassero in coro Israele: potrebbe mostrare al mondo un Israele circondato da Stati ostili. Naturalmente gli Stati arabi rifiuteranno e Obama ne sarà contento: non sarebbe lieto di vedere il disastro di una conferenza di pace.
Una cosa che Netanyahu amerebbe sul serio avere è una maggiore libertà di manovra e potrebbe ottenerla facendo vedere al mondo un dissidio con Obama che facesse sembrare più lontani Stati Uniti ed Israele. Questo perché i palestinesi non sentirebbero di poter contare su un prevedibile freno statunitense su Israele e ne temerebbero l’imprevedibilità. Il “vantaggio dell’incertezza”, lo chiama Friedman, in contrapposizione con l’attuale prevedibilità.
Invece lo status quo va bene anche ad Obama. Il Presidente non desidera niente di “imprevedibile”. Soprattutto ora che l’Iraq diviene più stabile e l’Afghanistan più instabile.
Il problema iraniano è invece più difficile. Se volesse distruggere le installazioni atomiche iraniane, Israele avrebbe grandissime difficoltà. Si tratta di obiettivi a centinaia e centinaia di chilometri di distanza, da raggiungere attraversando zone sotto controllo aereo statunitense. E questo non è problema da poco. Gli eventuali missili Cruise non penetrerebbero nei bunker appena protetti. Idem per gli ICBM (Intercontinental Ballistic Missiles). E un attacco sarebbe comunque impossibile senza che gli Usa lo sappiano. In totale i pesi e contrappesi, in tutte le direzioni, sono tali, che Israele non ha totale libertà d’azione e deve tenere conto degli Stati Uniti.
In conclusione, dice Friedman, “questo è uno studio classico sui limiti del potere”. Israele non è in grado di pagare il prezzo di una totale libertà d’azione. Netnayahu va a Washington sperando di ottenerla gratis, ma non ci riuscirà. Israele non è quella grande potenza che alcuni israeliani credono. Sono i suoi vicini, ad essere deboli. Dunque nulla cambierà. Si continuerà a parlare di pace, non si concluderà nulla, i palestinesi rimarranno isolati e ogni tanto scoppieranno delle guerre. L’unico vantaggio di questa situazione è che le alternative sono ancora peggiori.
George Friedman
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it 
 [1] http://www.stratfor.com/weekly/20090518_israeli_prime_minister_comes_washington_again
Per chi lo preferisse, ecco qui l’articolo.
 
AN ISRAELI PRIME MINISTER COME TO WASHINGTON AGAIN
Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu is visiting Washington for his first official visit with U.S. President Barack Obama. A range of issues — including the future of Israeli-Palestinian negotiations, Israeli-Syrian talks and Iran policy — are on the table. This is one of an endless series of meetings between U.S. presidents and Israeli prime ministers over the years, many of which concerned these same issues. Yet little has changed.
That Israel has a new prime minister and the United States a new president might appear to make this meeting significant. But this is Netanyahu’s second time as prime minister, and his government is as diverse and fractious as most recent Israeli governments. Israeli politics are in gridlock, with deep divisions along multiple fault lines and an electoral system designed to magnify disagreements.
Obama is much stronger politically, but he has consistently acted with caution, particularly in the foreign policy arena. Much of his foreign policy follows from the Bush administration. He has made no major breaks in foreign policy beyond rhetoric; his policies on Iraq, Afghanistan, Iran, Russia and Europe are essentially extensions of pre-existing policy. Obama faces major economic problems in the United States and clearly is not looking for major changes in foreign policy. He understands how quickly public sentiment can change, and he does not plan to take risks he does not have to take right now.
This, then, is the problem: Netanyahu is coming to Washington hoping to get Obama to agree to fundamental redefinitions of the regional dynamic. For example, he wants Obama to re-examine the commitment to a two-state solution in the Israeli-Palestinian dispute. (Netanyahu’s foreign minister, Avigdor Lieberman, has said Israel is no longer bound by prior commitments to that concept.) Netanyahu also wants the United States to commit itself to a finite time frame for talks with Iran, after which unspecified but ominous-sounding actions are to be taken.
Facing a major test in Afghanistan and Pakistan, Obama has more than enough to deal with at the moment. Moreover, U.S. presidents who get involved in Israeli-Palestinian negotiations frequently get sucked into a morass from which they do not return. For Netanyahu to even request that the White House devote attention to the Israeli-Palestinian problem at present is asking a lot. Asking for a complete review of the peace process is even less realistic.
Obstacles to the Two-State Solution
The foundation of the Israeli-Palestinian peace process for years has been the assumption that there would be a two-state solution. Such a solution has not materialized for a host of reasons. First, at present there are two Palestinian entities, Gaza and the West Bank, which are hostile to each other. Second, the geography and economy of any Palestinian state would be so reliant on Israel that independence would be meaningless; geography simply makes the two-state proposal almost impossible to implement. Third, no Palestinian government would have the power to guarantee that rogue elements would not launch rockets at Israel, potentially striking at the Tel Aviv-Jerusalem corridor, Israel’s heartland. And fourth, neither the Palestinians nor the Israelis have the domestic political coherence to allow any negotiator to operate from a position of confidence. Whatever the two sides negotiated would be revised and destroyed by their political opponents, and even their friends.
“For this reason, the entire peace process — including the two-state solution — is a chimera”. Neither side can live with what the other can offer. But if it is a fiction, it is a fiction that serves U.S. purposes. The United States has interests that go well beyond Israeli interests and sometimes go in a different direction altogether. Like Israel, the United States understands that one of the major obstacles to any serious evolution toward a two-state solution is Arab hostility to such an outcome.
The Jordanians have feared and loathed Fatah in the West Bank ever since the Black September uprisings of 1970. The ruling Hashemites are ethnically different from the Palestinians (who constitute an overwhelming majority of the Jordanian population), and they fear that a Palestinian state under Fatah would threaten the Jordanian monarchy. For their part, the Egyptians see Hamas as a descendent of the Muslim Brotherhood, which seeks the Mubarak government’s ouster — meaning Cairo would hate to see a Hamas-led state. Meanwhile, the Saudis and the other Arab states do not wish to see a radical altering of the status quo, which would likely come about with the rise of a Palestinian polity.
At the same time, whatever the basic strategic interests of the Arab regimes, all pay lip service to the principle of Palestinian statehood. This is hardly a unique situation. States frequently claim to favor various things they actually are either indifferent to or have no intention of doing anything about. Complicating matters for the Arab states is the fact that they have substantial populations that do care about the fate of the Palestinians. These states thus are caught between public passion on behalf of Palestinians and the regimes’ interests that are threatened by the Palestinian cause. The states’ challenge, accordingly, is to appear to be doing something on behalf of the Palestinians while in fact doing nothing.
The United States has a vested interest in the preservation of these states. The futures of Egypt, Saudi Arabia and the Gulf states are of vital importance to Washington. The United States must therefore simultaneously publicly demonstrate its sensitivity to pressures from these nations over the Palestinian question while being careful to achieve nothing — an easy enough goal to achieve.
The various Israeli-Palestinian peace processes have thus served U.S. and Arab interests quite well. They provide the illusion of activity, with high-level visits breathlessly reported in the media, succeeded by talks and concessions — all followed by stalemate and new rounds of violence, thus beginning the cycle all over again.
The Palestinian Peace Process as Political Theater
One of the most important proposals Netanyahu is bringing to Obama calls for reshaping the peace process. If Israeli President Shimon Peres is to be believed, Netanyahu will not back away from the two-state formula. Instead, the Israeli prime minister is asking that the various Arab state stakeholders become directly involved in the negotiations. In other words, Netanyahu is proposing that Arab states with very different public and private positions on Palestinian statehood be asked to participate — thereby forcing them to reveal publicly their true positions, ultimately creating internal political crises in the Arab states.
The clever thing about this position is that Netanyahu not only knows his request will not become a reality, but he also does not want it to become a reality. The political stability of Jordan, Saudi Arabia and Egypt is as much an Israeli interest as an American one. Indeed, Israel even wants a stable Syria, since whatever would come after the Alawite regime in Damascus would be much more dangerous to Israeli security than the current Syrian regime.
Overall, Israel is a conservative power. In terms of nation-states, it does not want upheaval; it is quite content with the current regimes in the Arab world. But Netanyahu would love to see an international conference with the Arab states roundly condemning Israel publicly. This would shore up the justification for Netanyahu’s policies domestically while simultaneously creating a framework for reshaping world opinion by showing an Israel isolated among hostile states.
Obama is likely hearing through diplomatic channels from the Arab countries that they do not want to participate directly in the Palestinian peace process. And the United States really does not want them there, either. The peace process normally ends in a train wreck anyway, and Obama is in no hurry to see the wreckage. He will want to insulate other allies from the fallout, putting off the denouement of the peace process as long as possible. Obama has sent George Mitchell as his Middle East special envoy to deal with the issue, and from the U.S. president’s point of view, that is quite enough attention to the problem.
Netanyahu, of course, knows all this. Part of his mission is simply convincing his ruling coalition — and particularly Lieberman, whom Netanyahu needs to survive, and who is by far Israel’s most aggressive foreign minister ever — that he is committed to redefining the entire Israeli-Palestinian relationship. But in a broader context, Netanyahu is looking for greater freedom of action. By posing a demand the United States will not grant, Israel is positioning itself to ask for something that appears smaller.
Israel and the Appearance of Freedom of Action
What Israel actually would do with greater freedom of action is far less important than simply creating the appearance that the United States has endorsed Israel’s ability to act in a new and unpredictable manner. From Israel’s point of view, the problem with Israeli-Palestinian relations is that Israel is under severe constraints from the United States, and the Palestinians know it. This means that the Palestinians can even anticipate the application of force by Israel, meaning they can prepare for it and endure it. From Netanyahu’s point of view, Israel’s primary problem is that the Palestinians are confident they know what the Israelis will do. If Netanyahu can get Obama to introduce a degree of ambiguity into the situation, Israel could regain the advantage of uncertainty.
The problem for Netanyahu is that Washington is not interested in having anything unpredictable happen in Israeli-Palestinian relations. The United States is quite content with the current situation, particularly while Iraq becomes more stable and the Afghan situation remains unstable. Obama does not want a crisis from the Mediterranean to the Hindu Kush. The fact that Netanyahu has a political coalition to satisfy will not interest the United States, and while Washington at some unspecified point might endorse a peace conference, it will not be until Israel and its foreign minister endorse the two-state formula.
Netanyahu will then shift to another area where freedom of action is relevant — namely, Iran. The Israelis have leaked to the Israeli media that the Obama administration has told them that Israel may not attack Iran without U.S. permission, and that Israel agreed to this requirement. (U.S. President George W. Bush and Israeli Prime Minister Ehud Olmert went through the same routine not too long ago, using a good cop/bad cop act in a bid to kick-start negotiations with Iran.)
In reality, Israel would have a great deal of difficulty attacking Iranian facilities with non-nuclear forces. A multitarget campaign 1,000 miles away against an enemy with some air defenses could be a long and complex operation. Such a raid would require a long trip through U.S.-controlled airspace for the fairly small Israeli air force. Israel could use cruise missiles, but the tonnage of high explosive delivered by a cruise missile cannot penetrate even moderately hardened structures; the same is true for ICBMs carrying conventional warheads. Israel would have to notify the United States of its intentions because it would be passing through Iraqi airspace — and because U.S. technical intelligence would know what it was up to before Israeli aircraft even took off. The idea that Israel might consider attacking Iran without informing Washington is therefore absurd on the surface. Even so, the story has surfaced yet again in an Israeli newspaper in a virtual carbon copy of stories published more than a year ago.
Netanyahu has promised that the endless stalemate with the Palestinians will not be allowed to continue. He also knows that whatever happens, Israel cannot threaten the stability of Arab states that are by and large uninterested in the Palestinians. He also understands that in the long run, Israel’s freedom of action is defined by the United States, not by Israel. His electoral platform and his strategic realities have never aligned. Arguably, it might be in the Israeli interest that the status quo be disrupted, but it is not in the American interest. Netanyahu therefore will get to redefine neither the Palestinian situation nor the Iranian situation. Israel simply lacks the power to impose the reality it wants, the current constellation of Arab regimes it needs, and the strategic relationship with the United States on which Israeli national security rests.
In the end, this is a classic study in the limits of power. Israel can have its freedom of action anytime it is willing to pay the price for it. But Israel can’t pay the price. Netanyahu is coming to Washington to see if he can get what he wants without paying the price, and we suspect strongly he knows he won’t get it. His problem is the same as that of the Arab states. There are many in Israel, particularly among Netanyahu’s supporters, who believe Israel is a great power. It isn’t. It is a nation that is strong partly because it lives in a pretty weak neighborhood, and partly because it has very strong friends. Many Israelis don’t want to be told that, and Netanyahu came to office playing on the sense of Israeli national power.
So the peace process will continue, no one will expect anything from it, the Palestinians will remain isolated and wars regularly will break out. The only advantage of this situation from the U.S. point of view it is that it is preferable to all other available realities.
 
Gianni Pardo


19 aprile 2009

Israele per i media

 Rimbalza sui giornali di oggi la minaccia di un imminente attacco israeliano ai siti nucleari dell’Iran. Secondo il Times, scrive Francesco Battistini sul Corriere della sera, l’azione potrebbe essere imminente. Accanto ai segnali politici, a indicare che
“qualcosa prima o poi ci si aspetta” vi sarebbe la simulazione di attacco missilistico
dall’Iran in programma per la prima settimana di giugno (“La più grande esercitazione
nella storia d'Israele” secondo il generale Yair Golan). “Alle 11  in punto – scrive
Battistini - le sirene strilleranno dalla Galilea al Negev. Tv, radio, Web avvertiranno di
nascondersi nel rifugio più vicino. Scuole e uffici si svuoteranno. Il premier Bibi
Netanyahu riunirà il governo in una località segreta”. “A giugno – continua - con le
simulazioni, si cominceranno a distribuire anche 5 milioni di maschere a gas: «Con Saddam abbiamo imparato a scartarle, scrive il giornale Yedioth Ahronot, con Ahmadinejad impareremo a usarle».
Sempre in tema di Medio Oriente sul
Giornale Andrea Tornielli riflette sul prossimo viaggio del Papa che tra l’8 e l’11 maggio sarà in Giordania, Israele e Autonomia palestinese. “Niente politica nel viaggio del Papa in Terrasanta”, titola il quotidiano. Anche se, scrive Tornelli “le ricadute politiche saranno molteplici, e la Santa Sede teme strumentalizzazioni in questo senso”.
E’ dedicato invece al processo di pace un approfondimento di Rita Di Leo sul
Manifesto che, a partire da una recente corrispondenza da Washington pubblicata da
Yedioth Ahronoth sugli orientamenti dell’amministrazione Obama, si sofferma con toni
piuttosto critici sul rapporto tra ebraismo diasporico e Israele.
Sul fronte culturale si segnala sul
Corriere della sera un’intervista di Nuccio Ordine a George Steiner, in procinto di compiere 80 anni. Il grande critico letterario parla di idee e rimpianti. Tra questi ultimi, il non aver capito subito l’importanza del femminismo e non aver proseguito lo studio dell’ebraico, abbandonato da ragazzo per il greco e latino. “Adesso – dice - alla fine del mio percorso, questa lingua mi manca, perché la cultura ebraica ha segnato tutta la mia esistenza". Infine sul Sole 24 ore un altro compleanno, quello di Rita Levi Montalcini, che in questi giorni compie cent'anni.


13 aprile 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 


Oggi in Italia non escono i giornali. Può essere una buona occasione per guardare indietro e leggere qualche articolo particolarmente significativo uscito nei giorni scorsi, quando era Moed e poi Shabbat, ma l’azienda che compila la rassegna ha comunque raccolto gli articoli. Non ce ne sono molti. Andando all’indietro, si potrebbe cominciare dall’articolo di Giulio Meotti sul Foglio in cui si ricostruiscono le vicende del padre di Netanyahu, che fu segretario di Yabotinski. Non si capiscono reazioni di odio puro nei confronti di Israele, come quella di Gideon Levy (nella rassegna di ieri, su Haaretz), che se la prende perfino con la narrazione di Pesach se non si pensa alla vecchissima scissione fra ala destra e sinistra del sionismo, con la sconfitta di Jabotinski ad opera di Ben Gurion, la rivincita di Begin quarant’anno dopo e la progressiva fuoriuscita dal sionismo di buona parte della sinistra, ormai ridotta a percentuali minime dell’elettorato. Una storia di Israele che tenga conto di queste dinamiche, dell’appropriazione dell’eredità sionista da parte di emarginati come il padre di Netanyahu o della Livni e dell’abbandono degli ideali sionisti da parte della sinistra, attende ancora di essere scritta.  
Durante questi giorni è interessante seguire anche la vicenda di Gerry Adams, l’ex terrorista dell’Ira, presidente di un partito da sempre compromesso con l’antisemitismo come il Sinn Fein, di recente firmatario di campagne di boicottaggio contro Israele, che il governo israeliano non voleva far entrare a Gaza e che vi è stato ammesso per l’insistenza di Tony Blair (inviato del Quartetto per la pace in Medio Oriente e cattolico come Adams). Se si legge l’intervista sull’
Unità di venerdì e poi le sue dichiarazioni al Giornale di sabato si capisce meglio il meccanismo ipocrita dei molti discorsi che si vogliono “di pace”.
Vi è una discussione in corso sul senso della svolta di Obama. da leggere, come botta e risposta, l’intervento di David Bidussa sul
Secolo XIX di venerdì e quello di Fiamma Nirenstein sul Giornale di ieri. Nel quadro internazionale ha un posto importante anche la successione al trono dell’Arabia Saudita, che sembra destinata a un conservatore estremista antioccidentale. Su questo punto si può leggere utilmente l’articolo di Carlo Panella sul Foglio di venerdì.  C’è stata anche una certa svolta della politica italiana, con la visita di Frattini in Siria e le dichiarazioni  sul Golan, ostacolo alla pace (cronache di Giuliano Gallo sul Corriere di giovedì, Novazio sulla Stampa dello stesso giorno, intervista sul Foglio di venerdì)
Si è riaperta la polemica sulla preghiera cattolica del venerdì santo, che i lefebvriani hanno restaurato nella versione originale, rifiutando il compromesso di Benedetto XVI, che pure al mondo ebraico non piace (cronache di Alessandro Speciale
su Liberazione e di Guglielmo Federici su Il Secolo d’Italia) Un altro fronte polemico si apre sulla restituzione delle opere d’arte rapinate dai nazisti agli ebrei. Norma Rosenthal, un esperto internazionale che lavora per i musei, che di solito sono i soggetti obbligati alla restituzione, dichiara in un’intervista a Danilo Taino sul Corriere di sabato che è ora di finirla, come non si discute più della proprietà delle opere portate al Louvre da Napoleone: bell’accostamento.
Da leggere infine il pezzo molto intenso su Pesach di Natahan Englander, autore di una nuova traduzione della Haggadah sulla
Repubblica di ieri e sempre sulla Repubblica, ma di sabato, la recensione dell’autobiografia di Arrigo Levi scritta da Edmondo Berselli.

Ugo Volli u.c.e.i.


2 marzo 2009

Pilllole di Israele

 

10 razzi palestinesi sabato da Gaza su Israele, centrata una scuola ad Ashkelon. Altri 3 razzi domenica sera, centrata un’abitazione a Sderot


Tel Aviv investirà 44 milioni di shekel per festeggiamenti e iniziative culturali in occasione del centenario della sua fondazione, che ricorre nell’aprile 2009.


 In un'intervista domenica alla CNN, il capo di stato maggiore interforze americano Michael Mullen ha detto che, secondo gli Usa, Teheran ha accumulato abbastanza materiale fissile per fabbricare la bomba atomica

 Razzo Qassam palestinese lanciato domenica pomeriggio dalla striscia di Gaza verso Israele.

 Il Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu) si riunisce lunedì al Cairo, a margine del vertice dei paesi donatori per Gaza. Presenti i ministri degli esteri russo e americano Sergei Lavrov e Hillary Clinton, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon e il capo della diplomazia europea Javier Solana.

 “Non posso accettare l'impostazione di alcuni leader europei che considerano Hamas come un simbolo di responsabilità e di pace, senza capire che si tratta di una organizzazione terroristica omicida che impedisce la pace”. Lo ha detto domenica il presidente israeliano Shimon Peres incontrando il ministro degli eteri norvegese Jonas Gahr Støre. “Noi desideriamo che gli abitanti di Gaza vivano in pace, ma hanno ricominciato a fare fuoco su Israele”, ha aggiunto Peres.

 Binyamin Netanyahu vuole “formare rapidamente un governo più ampio possibile”. Il leader del Likud e primo ministro incaricato lo ha detto al termine di un colloquio con il ministro degli esteri canadese Lawrence Cannon. Netanyahu ha invitato tutti i partiti interpellati ad aderire al futuro governo di coalizione “dando prova di senso di responsabilità di fronte alle sfide che Israele deve affrontare”.

  Better Place convertirà all’elettrico le flotte di veicoli di grandi imprese israeliane. Diciannove maggiori aziende israeliane tra cui Orange, Teva, Pelephone, Rafael e Matrix hanno convenuto di lavorare in partenariato con la società Better Place per la progettazione, installazione e prova della sua rete nazionale per la ricarica di veicoli elettrici in Israele.

  “Valzer con Bashir”, dell’israeliano Ari Folman, si è aggiudicato il premio César come miglior film straniero.

  L'appello dei palestinesi non è solo per le ricostruzioni nella striscia di Gaza. Il primo ministro dell’Autorità Palestinese Salam Fayyad conta di raccogliere 2,8 miliardi di $ in occasione del vertice dei paesi donatori lunedì al Cairo, mentre la ricostruzione di Gaza è stimata a 1,95 miliardi di $. “Il resto sarà destinato al rilancio dell'economia palestinese”, ha detto Fayyad.

 Il Gran Rabbinato d'Israele riprende il dialogo con il Vaticano, dopo che la Santa Sede ha respinto come “insufficienti” le scuse del vescovo negazionista Williamson. Il Vaticano ha confermato l'arrivo a Roma fra due settimane di una delegazione del Rabbinato Capo di Israele, guidata dal rabbino Shear Yishuv Cohen, che incontrerà papa Benedetto XVI per calmare le polemiche relative alla reintegrazione nella Chiesa di Williamson e preparare il viaggio del Pontefice in Terra Santa.

 Il livello del lago Kinneret (Tiberiade) è salito di 21 cm negli ultimi giorni, ma resta quasi 1 m sotto il limite d’allarme inferiore (rischio siccità).

 Paesi Bassi: il Tribunale speciale per il Libano ha aperto i lavori con una cerimonia speciale nel villaggio di Leischendam, sobborgo dell’Aia. Il procuratore canadese Daniel Bellemare, che si occupa dell’assassinio dell'ex primo ministro libanese Rafik Hariri, chiederà a Beirut l'estradizione di 4 generali filo-siriani implicati nell’affare.

  Striscia di Gaza: 5 palestinesi morti, uno disperso nel crollo, dovuto al maltempo, di un tunnel al confine con l’Egitto.

L’UNRWA si scusa per essersi prestata a fare da postino di Hamas, contravvenendo al proprio mandato umanitario. La direttrice dell’agenzia Onu aveva trasmesso una lettera di Hamas al senatore John Kerry durante la sua visita nella Striscia di Gaza.

  Il leader di Kadima Tzipi Livni ha respinto la richiesta del ministro e numero due del partito Shaul Mofaz di creare una nuova équipe per continuare a negoziare l’ingresso in un governo di unità nazionale a guida Likud.

 Il Cairo ha respinto il rapporto del Dipartimento di stato Usa in materia di diritti umani, secondo il quale in Egitto vi sarebbero “violazioni significative in molti settori”. “L'Egitto non accetta che un altro paese faccia da protettore del popolo egiziano o giudichi la situazione dei diritti umani nel paese”, ha detto il portavoce del ministero degli esteri egiziano, Hossam Zaki.

  Il governo israeliano ha approvato la creazione di una nuova facoltà di medicina, la quinta del paese, nella città di Tzfat (Safed), nel nord di Israele.

 Sono più di 120 i razzi e gli obici di mortaio sparati da terroristi palestinesi della striscia di Gaza contro Israele dopo la fine della controffensiva anti-Hamas del gennaio scorso.

 “Hamas non accetterà mai di sedere in un governo d’unità nazionale palestinese che riconosca Israele”. Lo ha detto Ayman Taha, alto esponente dell’organizzazione terroristica, in risposta all'appello del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che chiedeva a Hamas di accettare la soluzione “due popoli-due stati”.


1 marzo 2009

La settimana dell'odio

 

La puzza nauseabonda dell'odio 



Tenetevi forte!
Oggi, 1 marzo, avra' inizio la Settimana dell'odio contro Israele definita la settimana dell'apartheid di Israele verso i poveri palestinesi!
Si sa che l'odio antisemita non ha un inizio ne' una fine, c'e' sempre, ma per sette giorni sara' incanalato meglio, con piu' ordine e sara' alimentato da conferenze, filmati, testimonianze, tarocchi su tarocchi, tutto teso a far capire agli studenti universitari e dei college di tutto il mondo che Israele e' uno stato di apartheid come lo fu il SudAfrica, che Israele e' uno stato da odiare, da demonizzare, da dileggiare, da calunniare. All'uopo e' stato creato un poster che e' tutto un programma: una grande scritta nera che recita GAZA sulla quale cammina un dolce bambinetto in kefiah e orsetto Dubi Dubi tra le braccine. Sopra di lui arriva un Apache con la scritta nera ISRAEL dal quale parte un missile che si dirige dritto verso il dolce bambinetto palestinese.
Questo poster sara' esposto per sette giorni consecutivi ( ma dopo nessuno sara' costretto a levarlo) in tutte le universita' del mondo che vorranno aderire alla settimana di odio.
Per sette giorni tutti i giovani delle accademie internazionali saranno invitati a boicottare ogni prodotto israeliano, naturalmente, siccome sono degli ipocriti falsi e opportunisti, verranno boicottati solo i prodotti che non servono, tipo arance, cibi, succhi di frutta, tutte cose senza le quali i giovani possono vivere, si dimenticheranno di boicottare prodotti per loro importanti ..... tipo.... il cellulare, le e-mail, tutti i microchip che permettono la navigazione in internet, Google, Microsoft windows XP, Microsoft Office, Intel microchip, Pentium chip, antivirus di tutti i tipi. Tutte cose e molte altre che sono state create o sviluppate in Israele. Cose che i razzisti di tutto il mondo fingono di dimenticare che portino da qualche parte un made in Israel.
Nel mondo, ormai da sempre, si assiste al festival dell'odio antisraeliano, non sanno piu' cosa inventare. Se gli studenti ebrei si ribellano vengono malmenati, i gruppi dei palestinesi sono sempre piu' organizzati, violenti , ormai sono una rete internazionale molto potente e sempre di piu' riescono a creare odio antisemita tra i giovani di tutto il mondo , basta raccontare un paio di palle ed ecco che i soci di tali organizzazioni aumentano e si dedicano alla caccia all'ebreo.
Il Fronte per la Liberazione della palestina controlla le universita' , dall'Inghilterra agli USA e detta le sue regole, eccole qui di seguito tratte dal loro sito:

1) La University of Manchester deve pubblicare un comunicato che condanni le azioni di Israele nella striscia di Gaza, riconoscendo in particolare gli effetti sulle istituzioni scolastiche, come il bombardamento dell’università islamica di Gaza, e che esprima preoccupazione sulle accuse di crimini di guerra
2) Sostenere una giornata di raccolta di fondi per il campus il cui ricavato vada all’appello Disasters Emergency Committee (DEC) per Gaza
3) L’Università deve diffondere l’appello del DEC in qualsiasi modo possibile (anche con un banner sul sito web) e deve mettere pressione alla BBC e a Sky affinché trasmettano la promozione di quest’appello.
4) Tutte gli attrezzi e le provviste in più degli edifici che sono state rinnovate devono essere mandate a Gaza sul convoglio Viva Palestina.
5) L’Università deve partecipare alla campagna BDS fermando la vendita di prodotti di merci Israeliane, nei locali dell’università e deve smettere di comprare qualsiasi di attrezzo per il campus da compagnie israeliane.
6) L’Università deve disinvestire da tutte le compagnie direttamente coinvolte nella produzione di armi. Chiediamo anche che l’Università prenda seriamente in considerazione la questione della trasparenza negli investimenti
7) L’Università deve pubblicamente sostenere il diritto di protesta dei suoi studenti, come le occupazioni. Su questa linea l’università deve facilitare lo svolgimento della conferenza “Students for Palestine”, che si terrà la seconda settimana di aprile.
8) L’Università deve mandare un messaggio pubblico in solidarietà con l’Università Islamica di Gaza, il cui campus è stato praticamente distrutto, e pubblicarlo sul sito web dell’università e diffonderlo agli indirizzi e-mail dell’università.
9) L’Università deve emettere almeno cinque borse di studio per gli studenti Palestinesi e cinque borse di studio per gli studenti israeliani che rifiutano di prestare servizio nelle FDI.
10) L’Università deve creare un modulo sulla storia palestinese disponibile come modulo opzionale per qualsiasi studente della University of Manchester.
11) L’università deve applicare tasse pari a quelle che pagherebbero in patria agli studenti palestinesi che vogliono frequentare la University of Manchester
12) L’Università non deve vittimizzare coloro che partecipano all’occupazione e si deve essere possibile un movimento libero sia dentro che fuori lo spazio occupato.
La lotta del popolo palestinese per la liberazione è un confronto con l’imperialismo e il sionismo a livello palestinese, arabo e internazionale e queste azioni dirette di solidarietà sono una parte critica della nostra lotta per raggiungere i nostri diritti nazionali di auto determinazioni, sovranità e di rompere la stretta mortale dell’imperialismo e del sionismo intorno alla nostra gente.
Inoltre nel momento in cui il livello di coinvolgimento della NATO e dell’Unione Europea è aumentata per prolungare l’assedio contro la nostra gente e sopprimere i nostri diritti nazionali, la lotta di questi studenti per porre fine all’assedio a Gaza e per isolare internazionalmente Israele è stata particolarmente importante.
Particolarmente ci complimentiamo con gli studenti della University of Manchester per aver preso la risoluzione di boicottare Israele al suo meeting generale, coinvolgendo più di mille studenti e per aver mandato messaggi di solidarietà e di sostegno a tutti gli studenti e le altre persone in Gran Bretagna e intorno al mondo che stanno lottando per la liberazione della Palestina.
Tratto da:
http://www.pflp.ps/english/
Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli
coll.autorg.universitario@gmail.com
http://cau.noblogs.org
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina

Ormai i palestinesi sono diventati i padroni del mondo e gli occidentali sono i loro schiavetti adoranti, le violenze antiebraiche non si contano in tutto il mondo, violenze fisiche e psichiche, nelle universita' inglesi per esempio hanno deciso da anni di fare le conferenze il venerdi sera escludendo cosi' la partecipazione degli ebrei osservanti. Giorni fa un ragazzo ebreo in Florida fu bastonato e semiannegato in una spiaggia all'urlo "crepa ebreo crepa". Negli atenei inglesi, americani, canadesi la vita e' difficile per i giovani ebrei, devono uscire in gruppi per il timore di essere aggrediti se soli. L'atmosfera che si vive e' da 1938.
La vita per gli ebrei e' difficile e pericolosa al di fuori di Israele e non siamo ancora arivati a Durban 2, la vendetta. quando sara' pericoloso per ogni ebreo farsi vedere per strada.
Anche l'Italia nel suo piccolo fa del suo meglio per non sfigurare in questa sinfonia di odio puzzolente e ha escluso Israele dai Giochi della Gioventu' che quest'anno si svolgeranno a Pescara.
Israele si affaccia sul Mediterraneo? Si ma non puo' partecipare perche' i paesi arabi, quelli che a sentire D'alema tanto anelano alla pace, non permettono che partecipi , dettano legge al comitato e il comitato presieduto dal recidivo Mario Pescante obbedisce.
Non e' una novita' che quando i Giochi si fanno in Italia Israele non possa partecipare. Molti anni fa, negli anni 90. quando i Giochi del Mediterraneo si svolgevano a Bari, avevo scritto al solito Pescante una lettera di protesta per l'esclusione di Israele dai Giochi e lui mi aveva risposto che Israele poteva partecipare solo se venivano palestinesi. Adesso Pescante scrive che esiste un comitato olimpico palestinese. Ma come non esiste la Palestina, non esistono atleti palestinesi ma questa specie di comitato ha persino voce in capitolo!
Ma in che mondo ipocrita viviamo? Israele dopo 60 anni dalla sua fondazione non puo' fare in campo internazionale cose che sono permesse a un paese inesistente!
Dove viviamo?! Dove viviamo?!!!
Viviamo in uno schifo di mondo, amici, in un mondo dove si organizzano settimane di odio contro una democrazia, dove alla stessa democrazia e' impedito di partecipare a gare sportive e dove a una dittatura diabolica come l'Iran viene proposto addirittura di partecipare al G8 prossimo venturo.

Deborah Fait

www.informazionecorretta.com


28 febbraio 2009

"Lasciate morire Sharon" Polemiche in Israele

  Ariel Sharon, l’ex Primo ministro e generale israeliano, è ormai in coma da tre anni: il 4 gennaio 2006 venne colpito da una grave emorragia celebrale che lo relegato al letto di un ospedale, nonostante due operazioni. Pochi giorni dopo è uscito dal coma farmacologico, ma non si è mai ripreso. E così, a tre anni di distanza, l’associazione di consumatori Ometz ha attaccato i figli dell’ex premier perché si oppongono al trasferimento del padre a casa, ripetendo che vogliono che Sharon rimanda all’ospedale Sheba di Tel Aviv. 
Da tempo Ometz cerca di spingere amministratori e medici perché chiedano alla famiglia di riportare a casa Sharon, sostenendo che può essere tranquillamente assistito da personale specializzato, riducendo i costi per la sanità pubblica. “Con tutto il rispetto dovuto a un uomo che ha dato tanto al Paese – si domandando quelli dell’organizzazione -, perché non portarlo nel suo ranch del Negev, dov’è sufficiente un’infermiera? Perché l’ospedale deve sopportare i disagi dovuti alla presenza di tanti poliziotti? Perché quella stanza non può essere data a chi ne ha più bisogno?”.
I medici dell’ospedale non sono del tutto contrari a questa opportunità e in Israele circolano già voci per le quali si tratterebbe di un invito a lasciar morire l’ex condottiere israeliano. I figli non ne vogliono proprio sapere e Ariel, per il momento, rimarrà dov’è.


27 febbraio 2009

INFORMAZIONE SUL MEDIO ORIENTE, ISTRUZIONI PER L’USO

 

Cari amici,

mi permetto di usare questa cartolina per trasmettervi i primi articoli di un "manuale di stile o codice etico per la redazione di notizie sul conflitto del Medio Oriente sui grandi mezzi di comunicazione politically correct", proposto dall'argentino Patricio A. Brodski. Non che noi ne abbiamo bisogno, dato che la nostra stampa eurabiana è sempre informazione (politicamente corretta), ma magari a voi può far comodo. Ecco:

1. In Medio Oriente è sempre Israele che attacca per primo e sono sempre gli arabi a cercare di difendersi. Questa difesa va chiamata "resistenza all'occupazione"
2. Israele non ha diritto di uccidere terroristi irregolari e senza uniforme. Essi vanno chiamati "civili, in maggioranza donne e bambini."
3. Gli arabi hanno diritto ad ammazzare i civili nella loro "ricerca del paradiso". Ciò andrà descritto come "legittima difesa contro l'occupazione".
4. Quando gli arabi ammazzano civili in massa, l'opinione pubblica internazionale resta in silenzio, mentre l'Onu condanna immediatamente la reazione israeliana. Questo va chiamato "reazione della comunità internazionale”.
5. Palestinesi e libanesi hanno il diritto di sequestrare quando e dove gli pare quanti soldati israeliani vogliono e possono trattenerli indefinitamente. Questo si chiama "cattura di prigionieri"
6. Israele non ha diritto di arrestare, giudicare o incarcerare pericolosi assassini anche se arrestati quando cercano o riescono ad ammazzare donne e bambini israeliani. Se lo fa, bisogna definirlo "sequestro di civili indifesi”.
7. Quando si menziona la parola Israele, è obbligatorio specificare che è appoggiato e finanziato dagli Stati Uniti.
8. Quando si cita Hezbollah o Hamas è proibito aggiungere che sono finanziati, appoggiati e armati dalla Siria e dall'Iran.
9. Quando si parla di territori palestinesi, devono sempre apparire i seguenti concetti: "occupazione", "risoluzioni dell'Onu", "violazione dei diritti umani" e possibilmente "olocausto palestinese".
10. Bisogna assolutamente evitare di insinuare che i terroristi libanesi o palestinesi si nascondono in mezzo a una popolazione civile che non li vuole. Israele non ha diritto di combattere i terroristi con bombe e missili quando si nascondono così. Questo va descritto come "azione criminale di uno stato terrorista".
11. I palestinesi, essendo poveri e oppressi, meritano di far sentire la loro voce molto più degli israeliani. Questo atteggiamento di aiuto ai diseredati è la vera oggettività giornalistica.
12. Quando si pubblicano foto o filmati, bisogna evitare di mostrare attentati compiuti in Israele o contro gli israeliani. Morti e feriti potrebbero trasmettere l'idea erronea che anche gli israeliani siano vittime.
13. Bisogna sempre mostrare immagini che illustrino la sofferenza del popolo palestinese, anche quando sono evidentemente falsificate o costruite apposta. Se non sono proprio vere, è giusto il loro significato.
14. Quando si parla di morti in territorio libanese o palestinese, ricordarsi che sono tutti civili. Specificare donne e bambini. I morti israeliani vanno invece descritti come "coloni"; se non si può, limitarsi al numero.
15. Se vi trovate a enumerare gli attentati terroristi nel mondo, evitate di citare quelli in Israele o contro obiettivi ebraici, come la strage al centro sociale ebraico in Argentina, gli attentati a Djerba o a Istambul.
16. Usate come sinonimi ebreo, israeliano, sionista. Ma contestate come un'aberrazione razzista il carattere ebraico dello Stato di Israele.
17. Non accennate mai alla presenza ebraica nella regione, prima del XX secolo.
18. Per parlare dei territori fra Giordano [e Mediterraneo], usate sempre la parola Palestina (magari aggiungendo "occupata"), o Palestina storica. Che non sia mai esistito uno stato palestinese, che il nome sia stato inventato dai romani per de-ebraicizzare Israele, che il Filistei fossero indoeuropei senza alcun rapporto con i palestinesi attuali, non importa.
19. Eventualmente insinuate che i discendenti dei residenti del tempo di Gesù siano i palestinesi attuali, e gli ebrei solo colonialisti europei.
20. Mai parlare di Gerusalemme come capitale di Israele. Anche se ha sede da quarant'anni a Gerusalemme, il governo israeliano è "il governo di Tel Aviv".
21. Se c'è almeno un morto, ogni azione militare israeliana non è solo un "atto criminale", "omicidio", "strage", ma "genocidio".
22. Meravigliatevi e rattristatevi sempre che le vittime di un tempo siano diventati i carnefici di oggi.
23. Ogni volta che parlate dei problemi dei palestinesi, fate riferimento a Auschwitz, all'Olocausto, ai campi di concentramento o almeno all'apartheid.
24. Tutti quelli che si discostano da queste idee sono razzisti, fascisti, complici del colonialismo. Non esitate a dirlo.


Tanti auguri: se applicherete scrupolosamente queste regole, sarete pronti a fare i corrispondenti di Repubblica o del TG3. (fonte)

Ugo Volli

Niente da aggiungere: è perfetto così.


Infame sionista giustiziata nel corso della legittima lotta di liberazione

barbara
ilblogdibarbara


25 febbraio 2009

Pillole amare da Israele

 

Proseguono le trattative del primo ministro israeliano incaricato Netanyahu (a sin, col presidente Peres) per la formazione del governo 
Il primo ministro incaricato Binyamin Netanyahu si è detto interessato a un ulteriore incontro con la leader di Kadima Tzipi Livni dopo l’insuccesso del loro primo incontro, nel quadro delle trattative per la formazione del governo.

 Nonostante la crisi, il settore delle nanotecnologie israeliano è in piena espansione. Il numero di équipes di ricerca nel settore è aumentato da 210 a 325 nel corso degli ultimi 3 anni (un aumento del 150%), secondo il rapporto pubblicato lunedì dalla l'Israel National Nanotech Initiative.

 Crisi finanziaria: il Governatore della Banca d'Israele, Stanley Fischer, ha deciso lunedì di abbassare ulteriormente il tasso di interesse di 0,25%, toccando lo 0,75%, il più basso mai registrato.

 Due missili Qassam palestinesi lanciati lunedì mattina dalla striscia di Gaza su Israele si sono abbattuti vicino al kibbutz Nir Am.

 Se non ci saranno efficaci pressioni americane, Israele si attende una bomba atomica iraniana entro la metà del 2010, secondo un’analisi pubblicata dal quotidiano Ha’aretz. L'ultimo rapporto dell’AIEA su una tonnellata di uranio arricchito prodotta dall’Iran non farebbe che confermare i timori israeliani.

 Decine di giornali e pubblicazioni straniere saranno autorizzati in Libia da questa settimana, dopo più di 25 anni di divieto. Tra questi: Le Figaro, Le Monde, il Financial Times, il Daily Mirror e l'Herald Tribune, così come giornali arabi pubblicati in Europa come Al-Hayat e Asharq al-Awsat.
 
 Il ministero degli esteri israeliano definisce “fazioso e dilettantesco” il rapporto di Amnesty International in cui la ong invoca un embargo totale sulle armi a Israele. Un portavoce del ministro degli esteri ha dichiarato: ”Questo rapporto ignora che Hamas è un'organizzazione terroristica, come riconosciuto da UE, Usa e altri paesi, che si rifiuta di riconoscere Israele, respinge ogni occasione di pace e anela piuttosto alla sua distruzione''. Per Israele, il rapporto ignora l'uso deliberato da parte di Hamas di civili come scudi umani. Il portavoce sottolinea anche la mancata considerazione del fatto che Hamas ha sparato, nel corso degli anni, migliaia di razzi contro il territorio israeliano, mentre Israele non ha mai colpito intenzionalmente obiettivi civili. E che le armi utilizzate dalle forze armate israeliane rientrano nel diritto internazionale e sono utilizzate da altri eserciti occidentali.
 Egitto: gli abitanti del Cairo intervistati imputano “a Hamas o agli iraniani” l’attentato di domenica sera al suk Khan el-Khalili (una turista 17enne francese morta, 25 feriti).

Più di un centinaio di scienziati israeliani sono tornati a lavorare in patria. Il programma contro la “fuga dei cervelli” messo in cantiere dal Consiglio per l'istruzione superiore e dal Tesoro sembra iniziare a dare i suoi frutti. Il numero di ricercatori israeliani all'estero reintegrato nelle università israeliane si è triplicato nel 2008 rispetto al 2007.

 Il numero due di Al Qaeda Ayman al-Zawahiri esorta Hamas a non cedere alla pressione dai paesi arabi e respinge la tregua, promettendo l'aiuto di Al-Qaeda nella lotta contro Israele.

 Forze di Difesa israeliane hanno aperto il fuoco lunedì mattina su un gruppo di terroristi che avevano piazzato un ordigno esplosivo sulla barriera di sicurezza fra Israele e striscia di Gaza all’altezza di Kissufim.

Il livello del lago Kinneret è salito di 6 cm con l’arrivo, da giovedì, di intense piogge, dopo un inverno eccezionalmente secco.

 La Municipalità di Gerusalemme intende procedere alla demolizione di un’ottantina di edifici abusivi nella zona sud-est della città. Le autorità hanno proposto ai residenti il trasferimento nel quartiere di Shuafat, giacché il terreno abusivamente occupato è destinato ad area verde.


24 febbraio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

Poche notizie oggi nella rassegna. Dopo Livni, anche Barak ha rifiutato l’offerta di Netanyahu di entrare nel nuovo governo (fra l’altro la notizia è sul Tempo e sul Giorno). Contro Netanyahu si schiera l’Unione Europea e in primo luogo il premier svedese Bildt (Emanuele Novazio sulla Stampa). Gli Stati Uniti hanno promesso 900 milioni per la ricostruzione di Gaza, affidandoli all’Onu e non a Hamas (Il Sole, Il Corriere). Olmert ha tolto l’incarico al negoziatore con l’Egitto, che lo aveva pubblicamente criticato (ancora Il Sole, Il Giorno). Amnesty International chiede un embargo sulle armi a Israele e a Hamas per i “crimini di guerra” a Gaza (Il Manifesto).
In seguito all’attentato al Cairo il governo ha fatto parecchi arrsti (Elena Dusi su
Repubblica). Sullo stesso tema è interessante l’analisi di Alberto Negri sul Sole, che vede nella bomba del Cairo e nel contemporaneo attentato di Algeri uno scontro di generazioni, oltre che di orientamenti politici (islamisti contro vecchi nazionalisti che si appoggiano ai servizi segreti), mentre Igor Man sulla Stampa lo descrive come uno sgarro al negoziatore egiziano (e capo dei servizi segreti) Suleiman.
Non ci sono reazioni al salto di qualità, rivelato nei giorni scorsi del nucleare iraniano. Anzi sembra che il ministro degli Esteri italiano Frattini, in quanto presidente di torno del G8 intenda invitare l’Iran a un vertice sull’Afghanistan che si terrà a Trieste a giugno. 

copertina Bar Refaeli
Curiosa, ma a suo modo anche scoraggiante, la storia raccontata da Battistini sul Corriere: i fan arabi di Di Caprio lo avrebbero abbandonato perché si è fidanzato con una modella israeliana, Bar Refaeli (la stessa che essendo in bikini sulla copertina di “Sports Illustrated” ha provocato il sequestro della rivista negli Emirati Arabi: se non è razzismo questo…)

Per quanto riguarda la cultura, da leggere i brani di due autori israeliani, Amos Oz su Repubblica e Aharon Appelfeld sul Corriere.

Ugo Volli u.c.e.i.


28 gennaio 2009

Gaza: partita a scacchi sulla pelle di Gilat Shalit

 Gilat Shalit
Il soldato israeliano rapito a Gaza due anni e mezzo fa

Gilat è vivo ed è in discrete condizioni di salute. Gilat attende e spera, si chiede quando tornerà a casa. Attorno al destino, alla salvezza di (Gilat) Shalit, il caporale israeliano rapito sul confine della Striscia di Gaza nell’estate di due anni e mezzo fa da un gruppo di miliziani palestinesi e poi tenuto in ostaggio da Hamas, si gioca un complicata partita a scacchi a cui prendono parte i protagonisti del conflitto mediorientale: non solo le due parti in causa, ma anche la Siria e l’Iran. E la sua sorte sembra essere sempre più collegata al cessate il fuoco a Gaza.

Dopo giorni di incertezza, dopo il silenzio seguito alla sospensione delle trattative per la sua liberazione, Noam Shalit, il padre del soldato, nell’incontro che ha avuto martedì sera con Nicolas Sarkozy ha avuto la rassicurazione che voleva: suo figlio è ancora vivo. Nel colloquio all’Eliseo, il presidente francese ha spiegato al genitore che produrrà ogni sforzo per giungere a una felice conclusione di questa lunga, drammatica vicenda. La Francia da tempo si muove in questa direzione. Gilad possiede il doppio passaporto e la sua nazionalità francese ha convinto Parigi a intraprendere una decisa azione per arrivare alla sua liberazione. Nello scorso mese di settembre, grazie agli uffici dell’Eliseo, Noam e Aviva Shalit riuscirono a fare arrivare una lettera al figlio nella sua prigione a Gaza.

Nel faccia a faccia con il padre, Sarkozy ha rivelato di aver parlato della vicenda direttamente con il presidente siriano Bashar Assad. Gli ha chiesto di fare pressioni su Hamas per rilasciare il soldato rapito. Fonti vicine alla famiglia Shalit confermano a Panorama.it che il destino di Gilad è legato allo scontro tra l’ala politica e quella militare di Hamas; un apparente duello tra falchi e colombe, che rispecchia anche gli schieramenti all’interno dei regimi siriano e iraniano sull’opportunità di compiere un gesto “diplomatico”, di pragmatico dialogo nei confronti di Israele, ma che soprattutto può essere inteso come un passo verso una più ampia trattativa sui futuri assetti del Medioriente, ora che Barack Obama ha preso il posto di George W. Bush alla Casa Bianca. La situazione è delicata e fluida, ripetono le fonti — che vogliono rimanere rigorosamente anonime, foriera - forse - di novità nei prossimi giorni. Positive? “Lo speriamo. E preghiamo” - è la laconica risposta. Dopo l’operazione “Piombo Fuso”, Hamas sembrava essere intenzionata a discutere del rilascio di Gilad Shalit.


Contatti indiretti, attraverso gli egiziani, si erano tenuti al Cairo nell’ambito delle trattative sul cessate il fuoco a Gaza. Il governo di Ehud Olmert aveva fatto sapere di essere disposto a pagare quello che le stesse fonti dell’esecutivo avevano definito un “prezzo terribile”: la scarcerazione di centinaia e centinaia, quasi un migliaio di detenuti palestinesi in cambio della libertà per il caporale di Tsahal; una decisione alla quale, in precedenza, si era sempre opposto proprio il primo ministro israeliano, il quale poi aveva cambiato idea. Nella riunione del gabinetto Olmert, convocata apposta per discutere del caso, a favore di un ammorbidimento delle posizioni nei negoziati si erano espressi anche il capo dei servizi segreti interni dello Shin Bet, Yuval Diskin, e il ministro degli Esteri - e futura candidata premier del partito Kadima alle prossime elezioni del 10 febbraio - Tzipi Livni. Palestinesi e israeliani ne avevano discusso al Cairo. Poi, però, è successo qualche cosa. I negoziati si sono arenati sulle reciproche chiusure rispetto agli altri punti dell’accordo riguardante il cessate il fuoco. Due giorni fa, una dichiarazione del portavoce del partito fondamentalista islamico al Cairo: Hamas non avrebbe più discusso della sorte di Gilat Shalit nelle trattative sulla tregua con Israele. La meta -  la liberazione del figlio - che sembrava così vicina a Noam e Aviva Shalit, improvvisamente si è allontanata. I falchi sembrano avere avuto il sopravvento. Ma il filo della speranza non è stato ancora tagliato. Nell’incontro con Sarkozy, il padre di Gilad ha ricevuto però qualche segnale incoraggiante. Riuscirà il soldato Shalit a tornare a casa?
michele zurleni
panorama


25 gennaio 2009

"Le “ragioni di Israele” o “Israele ha ragione”?"

 

PLANT A TREE IN HOLLYLAND  !!!    FREE !!

Analisi equanimi o segnate da «rozzezza propagandistica» filoisraeliana, come accusa l’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema parlando della copertura giornalistica su Gaza? Informazione corretta o viziata da pregiudizi di «soldati della penna allineati e coperti sulla linea degli aggressori israeliani», come rilancia il Manifesto? Detto altrimenti: quando si parla di Israele e di palestinesi le sovrapposizioni fra informazione e deformazione sono inevitabili? Paolo Mieli non è d’accordo. Il direttore del Corriere della Sera giudica «la qualità dell’informazione complessiva» sull’intervento israeliano a Gaza «fra le migliori coperture mai date sul Medio Oriente». Anche se questa volta, rispetto al passato, ci si è soffermati di più sulle ragioni di Gerusalemme? «E’ stato forse questo fatto a sconcertare. E’ vero, le motivazioni di Israele sono più presenti, oggi, ma questo colma lo squilibrio del passato». Di certo, secondo il direttore del Corriere, chi «vuole ragionare», leggendo i media italiani, ha a disposizione «una rappresentazione onesta, e con valutazioni molto trattenute». Il problema di tanta indignazione, forse, è che alcuni settori dell’opinione politica erano abituati a «toni più militanti».


In totale disaccordo Sabri Ateyeh, rappresentante a Roma dell’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen, vittima a suo tempo del golpe di Hamas a Gaza. «I giornali italiani purtroppo sono lontani dalla realtà, non colgono il dramma dei palestinesi», dimostrano «una sorprendente mancanza di sensibilità per le sofferenze di palestinesi innocenti». Continuano a ripetere che «quella di Israele è una guerra di autodifesa» e hanno scelto «la linea della propaganda israeliana», a differenza di altri Paesi, «anche amici di Israele», che invece «trasmettono la realtà». Succede forse, qui da noi, per sensi di colpa mai superati, per scelte politiche interne? «Siete voi giornalisti a dover cercare e trovare la risposta», si congeda l’ambasciatore.


Un rischio che la stampa italiana non sempre ha individuato, forse, è la ricaduta di quella che il New York Times ha definito «la vittoria della morte», quando ai giornalisti è data la possibilità di scegliere fra «dar conto della morte e dar conto del contesto». Se ne è accorto Alessio Vinci, capo della sede romana della Cnn: «E’ difficile fare informazione corretta quando non si riesce a entrare nel campo degli eventi», osserva.

Paradossalmente, però, il divieto di accesso a Gaza imposto dal governo di Gerusalemme ai giornalisti stranieri si ritorce contro Israele: le immagini escono dalla Striscia, grazie soprattutto all’agenzia palestinese Ramatan, ma spesso non vengono selezionate e non sono accompagnate da informazioni corrette: «L’altro giorno ho visto alla tv italiana una casa distrutta dalle bombe israeliane. Ma non si diceva che in quella casa viveva un capo di Hamas, non gente qualunque». Che non era, dunque, un obiettivo puramente e propriamente civile.


Anche secondo un altro professionista straniero dell’informazione, Tobias Piller della Frankfurter Allgemeine Zeitung, in Italia ci sono forse politici che «cercano di guadagnare profilo grazie a questa guerra», ma sicuramente manca una discussione sulla sostanza delle immagini distribuite dai palestinesi: un dibattito che in Germania è stato lo Spiegel, settimanale non certo filoisraeliano, ad avviare. Secondo il settimanale di Amburgo, «i filmati su Gaza sono censurati da Hamas». Lo dimostra il fatto che non vediamo mai un miliziano ferito trasportato in ospedale, ma soltanto civili. E che non si ha modo di verificare se quei civili, e quei bambini, sono stati usati come scudi umani. Piller ritiene tuttavia che «l’opinione generale dei media italiani sta cambiando: nel complesso, sono meno di una volta quelli che sposano acriticamente la posizione israeliana, e lo stesso avviene a proposito dei palestinesi».


E’ davvero così, Riccardo Di Segni? Per rispondere il rabbino capo di Roma sceglie la metafora, la barzelletta ebraica dell’ebreo che leggeva sempre e soltanto la stampa antisemita perchè, sosteneva, «quella ebraica è una continua commiserazione, mentre su quell’altra scopriamo di essere i padroni del mondo». Come dire? «Nella stampa italiana ci sono meccanismi che sfuggono al controllo», si tende al «sovradimensionament o»: su Gaza c’è «un’attenzione mediatica e politica che per altre tragedie più evidenti non c’è stata». Anche se, conviene Di Segni, «in generale il giudizio dei media italiani su questa crisi rispetto al passato è più equibrato». Una novità che «può dar fastidio» a molti.


Emanuele Novizio


20 gennaio 2009

Rassegna stampa Israele e dintorni

 

Le analisi
Com’è finita davvero la guerra? Quali saranno le conseguenze per il futuro delle tre settimane di combattimenti? Un’analisi molto interessante è quella di Hetan Bronner sullo
Herald Tribune (ma in realtà proveniente dall’autorevole New York Times). Israele avrebbe distrutto le infrastrutture e  ucciso molti militanti semplici, avrebbe prodotto stanchezza da parte della popolazione per Hamas, ma non avrebbe danneggiato gravemente la struttura militare, per via della tattica molto prudente e attendista dei terroristi, i cui dirigenti tutti, non solo i grandi capi si sarebbero nascosti. Arturo Diaconale sull’Opinione insinua che l’operazione di Israele fosse stata segretamente concordata con Usa e altri soggetti rilevanti (Stati arabi moderati, Ue) fino all’insediamento di Obama e abbia ottenuto il risultato di una “sterilizzazione” internazionale di Hamas. Sarebbe l’ultimo successo di Bush che mostrerebbe così la superiorità del realismo politico sul pacifismo ideologico. La stessa posizione è sostenuta da un articolo anonimo del Foglio. Molto pessimista sul futuro e critica verso l’interruzione dell’operazione è Carolyn Glick, opinionista del Jerusalem Post
Il punto fondamentale condiviso è comunque la sconfitta dei terroristi (Micalessin sul Giornale). A Gianandrea Gaiani, del Sole 24 ore, questa appare “una vittoria a metà per Israele”, in quanto “solo militare”. Luigi Spinola sul Riformista sostiene qualcosa di simile. Vedremo se sarà davvero così. Da leggere con interesse il bilancio in forma di domande e risposte scritto da Francesca Paci per La Stampa. Il solo che crede a una vittoria di Hamas è Garcia Ortega sul Pais, giornale una volta ritenuto autorevole e europeo, ma che oggi ci ricorda soprattutto il fatto che la Spagna, pur non avendo praticamente ebrei, è secondo le ricerche demografiche il paese più antisemita d’Europa. Ortega sostiene che la “sconfitta di Israele” ha confermato il bisogno di riconoscere l’Iran come potenza regionale egemone e di trattare solo con lui. Ogni paese ha i giornali che si merita (e viceversa: ogni sistema mediatico crea la propria opinione pubblica).
Antonio Ferrari sul
Corriere parla di “vittoria del nuovo Faraone” proponendo l’idea che lo svolgimento della crisi abbia premiato il presidente egiziano Mubarak (anche se, sullo stesso giornale, il turco Erdogan si vanta di essere stato lui determinante nella mediazione con Hamas, che considera peraltro un movimento “legittimo” e da “riconoscere”). Adriano Sofri sul Foglio ripropone l’idea pannelliana di Israele nella comunità europea, che sembra sia stata anche rilanciata da Silvio Berlusconi durante la conferenza stampa dopo la riunione dei leader europei con l’Egitto a Sharm, due giorni fa.
I giornali israeliani si occupano molto dell’influsso furturo di  Obama sulla crisi. Così per esempio due articoli di
Shlomo Avineri e Nehemia Shtrasler su Haaretz. Sul tema interviene anche Lucia Annuziata sulla Stampa, sostenendo che il nuovo presidente si accinge a trattare con l’Iran. Ma c’è anche chi rimpiange Bush, come Yossi Ahimer sul Jerusalem Post

La situazione
Completato il ritiro di Tzahal “in tempo per l’inaugurazione” della presidenza Obama, Abu Mazen ha proposto un governo di unità nazionale, che è stato respinto da Hamas (Battistini sul
Corriere, Alberto Stabile su Repubblica) Continua il viaggio di Lorenzo Cremonesi nella striscia. Dal suo reportage sul Corriere iniziano a emergere le voci di dissenso verso Hamas. La tregua tiene e Hamas canta vittoria (Gulli sul Giornale, Andrea Colombo su Libero). L’Italia è pronta a schierare navi e truppe sul confine (Caprettini sul Giornale). Baquis, sulla Stampa, come molti altri giornalisti, parla dei danni alle strutture della Striscia e accenna al problema della gestione degli aiuti, che non saranno fatti gestire ad Hamas – almeno così si impegna a fare l’Unione Europea (ancora Francesca Paci sulla Stampa).

Le proposte per il futuro
Dino Cofrancesco, che insegna storia delle dottrine politiche all’università di Genova, scrive sul
Secolo XIX che la soluzione dello stato unico su Israele e i territori, molto propugnata a sinistra e fra gli arabi, è impraticabile, e che si impone invece un progresso veloce verso i due stati.
David Grossman pubblica su
Repubblica un appello a “parlare con i palestinesi, anche quelli che ci sono nemici, anche quelli che ci rifiutano” dunque con Hamas e continuare a parlare “anche se  urtiamo contro un muro”, aggiungendo la discutibile considerazione che “se ci guardassimo allo specchio come un altro popolo ci faremmo orrore”. Sono parole che certamente si possono dire che appaiono nobili. Ma parlare di che, contro chi è disposto a far subire gravissime al suo popolo pur di danneggiarci? Parlare di che con chi vuol di nuovo mandare gli attentatori suicidi (ieri c’è già stato un attentato con un ferito gravissimo). Parlare di che con chi ti vuole solo morto? Delle circostanze della tua esecuzione? Meno utopistica e più concreta l’intervista all’altro grande scrittore israeliano, Meir Shalev, che si trova sul Secolo XIX.

Antisemitismo
C’è chi, con argomenti storici (ma che a me paiono viziati dal whishful thinking o dall’“ottimismo della volontà” di una sinistra perbene - ebraica e non - che certamente esiste ancora ma oggi appare fuori gioco, priva di influenza e di capacità di intervenire sulle dinamiche reali) preferisce non credere alla diffusione delle minaccia antisemita e al suo legame con le masse islamiche sia immigrate che residenti nei paesi arabi. E’ il caso di Anna Foa, intervistata da Nicoletta Tiliachos sul
Foglio. Eppure in queste settimane abbiamo assistito a un fatto storico, per l’Italia e in parte anche per l’Europa – un fatto purtroppo assai sgradevolmente storico: la consapevole irruzione degli immigrati non solo nei sagrati delle cattedrali, ma soprattutto nello spazio pubblico, nella sfera politica, con un’agenda islamista, fortemente antisionista e tendenzialmente antisemita, cui si sono accodate le scarse e confuse ma aggressive pattuglie dell’ultrasinistra e dei settori antisraeliani del Pd e della Chiesa.
Le preghiere sui sagrati e le altre manifestazioni sono stati definiti da una persona notoriamente prudente come ex ministro degli interni  Beppe Pisanu: «un tentativo di dare contenuto religioso all'antiebraismo, un'operazione fondamentalista, anticamera del terrorismo» (Luca Liverani su
Avvenire). Bisogna riflettere che i protagonisti della mobilitazione anti-israeliana sono stati questa volta non i D’Alema e i Diliberto, sempre più irrilevanti, ma gli islamisti (per fortuna non tutti gli immigrati, ma una loro frazione consistente), che ormai sono una forza politica determinata e capace di mobilitazione pubblica in Italia e in genere in Europa.
Vedremo nei prossimi anni gli sviluppi di questa presenza, che sono certo preoccupanti per la democrazia italiana e per il mondo ebraico. Eurabia c’era già, ma ora è venuta alla luce. Angiolo Bandinelli, pieno anche lui di wishful thinking, ci invita sul
Foglio a non averne paura, a “scegliere Montaigne contro Huntington” e a ispirarsi all’incrocio di simboli di Santa Sofia a Istambul. Peccato che quell’incrocio sia il frutto di una guerra secolare, di un assedio terribile, della pulizia etnica dell’intera popolazione cristiana. Invito a chiedere agli armeni per capire meglio. Insomma il multiculturalismo alla turca è meglio predicarlo che viverlo sulla propria pelle.
Molti pensano ora a limitare i danni riportare sotto controllo le tendenze teologico-politiche che oggi fanno di molte moschee luoghi di intervento politico”di minaccia verso il popolo italiano” (Maurizio Gasparri). Per questo suscita consenso, anche fra i moderati del mondo islamico la proposta di Fini di obbligare gli imam non a leggere il Corano ma a predicare in italiano.(Luca Liverani su
Avvenire). Ma la teologia politica sta al cuore dell’islamismo, anche quello che si vuole moderno. Per convincersene basta leggere (ma con molta attenzione, perché l’ambiguità qui è un metodo) l’intervento di Tariq Ramadan sul Riformista: con l’aria di essere equanime e amico della pace, Ramadan incita alla continuazione guerra contro Israele, con un finale di stile guevarista: “Ma la vittoria è ancora lontana… non lo dimentichiamo!”
Un’analisi molto importante sulle tendenze antisemite, in netto contrasto con l’intervento di Foà si legge nel bell’articolo di Giulio Meotti sul
Foglio. Consonante con Meotti la lettura di Andrea Romano sul Riformista dello “stereotipo di Erode usato contro Israele” Da leggere anche sullo stesso giornale una lettera aperta di Alessandro Schwed alla Chiesa sulla “bestemmia antisemita e perciò anticristiana” usata nei cortei islamici “Gesù non è ebreo”. Qualche segno di preoccupazione per l’”etnicizzazione” della politica si trova anche sui giornali della sinistra più radicale: si veda per esempio l’articolo di Alessandra Ravetta su Liberazione.
Per quanto riguarda le minacce concrete, da registrare la solidarietà dell’arcivescovo di Firenze Brettori alla comunità ebraica per l’ordigno trovato vicino alla sinagoga (
Avvenire). Nel frattempo si continuano a bruciare bandiere, com’è successo ieri a Torino in una manifestazione di ultrasinistri e islamisti davanti al Comune. Il presidente del consiglio comunale, Beppe Castronovo di Rifondazione Comunista, ha pensato bene di ricevere i manifestanti/incendiari. Ed è toccato al sindaco Chiamparino (Pd) criticarlo, ribattendo che “il nemico è il terrorismo e quindi Hamas” (La Stampa)

Altre notizie
Il Messaggero, Libero, Repubblica e altri giornali riportano la polemica del capo della Destra, Storace, contro il museo della Shoà a Roma, “spreco di denaro pubblico” e le risposte di Alemanno e Pacifici.
Molto interessante il servizio di Amir Mizroch sul
Jerusalem Post a proposito dei Bnei Menashé, il clan dell’India Nord orientale che si è riscoperto discendente da esiliati ebrei.

La cultura
Interessante la recensione di Mario Garofalo sul
Corriere al libro di Alessandro Schwed “La scomparsa di Israele”, un romanzo, come si sa, in cui si ipotizza paradossalmente, alla maniera di Morselli, l’improvvisa scomparsa degli ebrei dalla Terra Santa. Va letta anche l’intervista di Michele Anselmi (Il Giornale) al protagonista di “Defiance” il film in cui si racconta un episodio della resistenza ebraica antinazista in Polonia. Non si parla tanto del film quanto della storia poco nota ma vera che l’ha ispirato

Ugo Volli


20 gennaio 2009

Ristabilita la deterrenza, ma la guerra non è finita

 

 

 

Ha’aretz chiede al governo di non recedere dalla decisione di porre fine immediatamente alla controffensiva anti-Hamas a Gaza e di adoperarsi per modificare le relazioni con i palestinesi. Secondo l’editoriale, “un cessate il fuoco, per quanto unilaterale, è condizione necessaria, anche se sicuramente non sufficiente, per arrivare a una composizione stabile e a lungo termine sulla striscia di Gaza”.

Scrive Yediot Aharonot: “Anche se Israele dichiara il cessate il fuoco, Hamas non si ritiene affatto obbligata a rispettarlo né a cessare i suoi attacchi. Non accetteranno nulla finché le Forze di Difesa israeliane sono ancora in campo: tanto, dal loro punto di vista, le perdite di vite umane e beni materiali non contano, giacché non fanno che rafforzare le capacità di reclutamento dell’organizzazione e giustificare la sua incessante lotta armata condotta con tutti i mezzi a loro disposizione”.

Ma’ariv sostiene che “la vittoria di Israele a Gaza non ha nulla a che vedere con intese, promesse e traffici (di armi). Il vero successo sta su tutt’altro altro piano, ed è duplice: aver ristabilito la deterrenza di Israele di fronte ai suoi nemici e aver ridefinito i principi della lotta al terrorismo. Qualcosa che interessa tutti: Teheran, Damasco e Beirut sono ora le capitali che devono preoccuparsi. Per la prima volta l’impeto dell’estremismo islamista ha subito una vera battuta d’arresto, almeno per il momento”.

Il Jerusalem Post si domanda se quest’ultima controffensiva anti-Hamas nella striscia di Gaza abbia ristabilito la deterrenza di Israele a fronte dei suoi nemici giurati, e valuta che, circa il memorandum d’intesa sottoscritto da Israele e Stati Uniti (sulla lotta al traffico di armi verso i terroristi), Israele “ha ogni buona ragione d’essere scettico riguardo alla possibilità che questi impegni si traducano effettivamente in una concreta diminuzione della capacità del nemico di importare armi dall’Iran nella striscia di Gaza”.

Scrive Yisrael Hayom: “Già sabato sera c’era chi iniziava a chiedere: tutto qui? non potevamo fare di più (contro Hamas)?”. Ma l’editoriale sostiene che “il cessate il fuoco unilaterale è comunque il minore dei mali. Ma sembra che non sia destinato a reggere e che i combattimenti riprenderanno. Hamas, come al solito, dichiarerà vittoria. Faccia pure: oggi è molto meglio essere israeliani”.

(Da: stampa israeliana, 18.01.09)


19 gennaio 2009

E VAFFANCULO!!

 

SANTORO MANICHEO PERDE ASCOLTI: Per una volta il pubblico ha fatto giustizia di una brutta pagina della storia tv - Aldo Grasso per il "Corriere della Sera"

La peggiore puntata, e non solo per qualità. Anche gli ascolti penalizzano l'ultima messa in onda di «Annozero» di Michele Santoro, quella così faziosa da generare la lite con Lucia Annunziata, e il suo abbandono del programma.

Michele Santoro

Così, per una volta, la tele-rissa non porta spettatori, anzi. Giovedì scorso Santoro ha perso 4 punti secchi di share, attestandosi sul 13,35% di media, contro il 17,46% dell'attuale stagione. Lo penalizzano soprattutto i giovani: fuga da «Annozero» per adolescenti e giovani-adulti (dal 10% di media al 4,9%), e per i trenta-quarantenni (dal 14% di media all'8,2%). Gli unici a restar fedeli sono gli ultra65enni, più abituati a ragionare «per appuntamenti » predefiniti che «per zapping».

In questo tracollo così evidente pesano soprattutto due fattori: c'è, da un lato, la difficoltà dell'informazione televisiva a parlare di politica estera, mantenendo vivo un interesse del grande pubblico, specie dei giovani.

Ma il secondo fattore mostra che, in realtà, questa difficoltà è un cane che si morde la coda: adottare un punto di vista così schierato e fazioso contribuisce alla fuga. Se ci si avvicina al racconto di una grande e complessa crisi internazionale, fatta di luci e tante ombre, lo si fa in primo luogo con l'intento di capirci qualcosa in più (motivazione che muove in particolare il pubblico giovane).

Uno sguardo manicheo, dove tutto è o nero o bianco, fa il peggior servizio (pubblico) a chi avrebbe anche voglia e disponibilità a usare la tv per farsi un'opinione. Per una volta il pubblico ha fatto giustizia di una brutta pagina della storia della tv.


19 gennaio 2009

A proposito dei bambini (morti) di Hamas e D’Alema…

 

… i quali, entrambi, seguendo la “buona” tradizione antisemitica, accusano gli Ebrei (israeliani) di massacri (premeditati) di bambini:

“Khaled di A-Rimal [Gaza], dice: ‘Noi bambini stiamo compiendo missioni di supporto per i combattenti di resistenza [di Hamas], trasmettendo messaggi sui movimenti delle forze nemiche oppure portando loro munizioni e cibo. Noi stessi non siamo consapevoli dei movimenti dei combattenti della Resistenza. Li vediamo in un posto, spariscono di colpo, poi ricompaiono da qualche altra parte. Sono come fantasmi; è molto difficile trovarli o ferirli.’[Kul-Al-Arab (settimanale arabo-israeliano), 9 gennaio 2009]”

Dal weblog di Judith Apter Klinghoffer; traduzione dall’inglese di Ralph Raschen.

Posted by Traduttore near native - Website


19 gennaio 2009

Ma Hamas e Israele non sono in guerra

 


Avete mai provato a fare da pacieri tra due pensionati in fila alla posta, uno dei quali ha scavalcato con un trucco l'altro? E tra moglie e marito, quando lei (o lui) ha tradito a freddo il coniuge? E tra due automobilisti scontratisi ad un incrocio perché uno dei due è passato col semaforo al rosso? Se volete essere preso a schiaffi, giustamente, non dovete far altro che avvicinare entrambi e dire: "Non fate così, sù, fate la pace. Ciascuno di voi ceda su qualcosa, e vedrete che riuscirete a mettervi d'accordo..."
Ecco, è proprio quello che i soliti ipocriti in Europa stanno suggerendo, dopo che Israele, che ha sopportato a lungo lo stillicidio di razzi inviati quotidianamente da Hamas sulla popolazione civile inerme (e prima dell'erezione del provvidenziale muro, anche i più sanguinosi attentati diretti, con i terribili uomini-kamikaze), ha deciso di attaccare finalmente con aerei e carri armati i siti di Gaza dove si nascondono i terroristi. Siti che - si noti il disumano cinismo dei terroristi palestinesi - sono stati scelti oculatamente da Hamas: scuole, asili, collegi, ospedali, comunità, ospizi di anziani, case private con donne e bambini.
I morti innocenti nella presunta "scuola dell'ONU"? Provocati da Hamas che da lì sparava razzi contro gli israeliani. Nell'edificio, non più scuola da anni ma ricovero per sfollati, sono stati trovati i corpi di due miliziani. Israele ha diffuso nomi e foto. Le falsità della disinformazione palestinese sono senza fine. E i tanti giornalisti europei antisemiti fanno finta di cascarci.
Insomma, il proprio stesso popolo usato come "scudo umano", in modo da incolpare di genocidio ogni eventuale reazione israeliana. La peggiore abiezione, il peggiore crimine contro l'umanità. Questo è il partito militare di Hamas, questo il terrorismo palestinese. Che non ha molto a che fare col popolo palestinese, la vera vittima dei suoi fascisti e corrotti dominatori, da Arafat in poi.
Non è certo contro il popolo palestinese che Israele indirizza la sua dura reazione. E infatti l'altro importante partito palestinese, Al Fatah, e lo stesso leader dell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, questo lo hanno capito, non intervenendo nella contesa. Hamas, va ricordato, è avversato da Al Fatah e da gran parte del popolo palestinese, che come tutti i popoli vuole solo vivere in pace e nella libertà, e che è la prima vittima dei terroristi islamici.
Non si tratta, dunque, di una "guerra" tra Stati, tra soggetti legittimi e in qualche modo paritari, ma di un attacco asimmetrico: Hamas contro Israele. Il terrorismo contro uno Stato e un popolo. Al terrorismo segue ora una giusta rappresaglia che mira a distruggere la logistica e i capi dell'organizzazione terroristica che ha nel proprio statuto l'eliminazione dalla faccia della terra di Israele e di tutti i suoi abitanti.
Tante cose si possono pensare sul "perché proprio ora" gli israeliani abbiano deciso l'azione. Certo, sono alla vigilia di elezioni, e la mano ferma sulla sicurezza del fronte esterno può giovare (anche se in Israele se ci sono state proteste e cortei contro la guerra, e perfino cortei di arabi israeliani, tutte opposizioni impensabili a Gaza e nei Paesi arabi). Certo, a giorni sta per entrare alla Casa Bianca il nuovo presidente Obama, probabilmente un po' meno amico di Israele del presidente Bush. Tutti fattori che hanno spinto ad agire ora.
Ma resta il fatto che si tratta di una guerra asimmetrica che lo Stato ebraico ha subìto per tanti anni, e a cui vuole mettere un freno.
Israele non odia gli arabi, non odia i palestinesi. Anzi, vorrebbe come la manna nel deserto uno Stato indipendente, democratico e autorevole di Palestina. Sono i Paesi arabi, tutti autoritari, che non lo vogliono. Come non lo vollero negli anni 50. Per lo sarebbe una pietra di paragone, una serpe democratica in seno. E al suo interno Israele dà diritto di voto e rappresentanza politica ai cittadini arabi. Mentre nessun Paese arabo tollera al proprio interno la presenza degli ebrei (l'unica eccezione è stata il più liberale Egitto, prima che il fanatismo islamico vi penetrasse).
Israele è accerchiata da Stati ostili e da numerose organizzazioni terroristiche che, finanziate e aizzate da Iran e Siria, hanno giurato la morte degli ebrei con un fanatismo certamente superiore a quello del Nazismo. Lo Stato di Gerusalemme, perciò, a differenza dei suoi nemici che lo stringono d'assedio, vive sempre la sua ultima e definitiva battaglia tra la vita e la morte. E pur essendo nato pacifista, pur vivendo ogni guerra come un dramma, una contraddizione insostenibile con la propria natura, ora non può permettersi di perdere.
Se negli scontri degli anni passati, tanto criticati dalle solite ciniche anime belle, avesse perso, Israele oggi non esisterebbe più. E' questo che vogliono gli ipocriti che auspicano che aggrediti e aggressori "facciano la pace", costringendo perciò gli ingiustamente aggrediti da 50 anni a riconoscere gli stessi torti dei loro fanatici e violenti nemici? La scheda sotto riportata mostra chiaramente di chi sono le responsabilità.
Perciò, ha ragione da vendere Federico Punzi quando nel suo blog dice chiaramente che i terroristi di Hamas devono essere distrutti e basta, altro che "tregua tra belligeranti" vergognosamente chiesta dalla solita, vile, Europa. O vogliamo un secondo, definitivo Olocausto, per poi far finta di "onorare" gli ebrei come vittime ingiuste nei secoli avvenire?.

Salon Voltaire


sfoglia     gennaio        marzo
 

 rubriche

Diario
La cucina ebraica
Filmati e humour
Documenti
Israele
Archivio
Ebraismo
Viale dei giusti e degli eroi
Made in Israel
Il meglio in libreria
Kibbutz

 autore

Ultime cose
Il mio profilo

 link

Komunistelli
il reazionario
animaliediritti
Facebook
yahoo gruppi
informazione
israele
ucei
hurricane
CERCO CASA
Esperimento
Antikom
societapertalivorno
iljester
lehaim
milleeunadonna
lideale
bendetto
focusonisrael
asianews
viva israele
giuliafresca
stefanorissetto
ilberrettoasonagli
pensieroliberale
jewishnewssite
ControCorrente
Fort
Centro Pannunzio
bosco100acri
essere liberi
Fiamma
Maralai
Nomi in Ebraico
Barbara
Raccoon
Salon-Voltaire
Frine
Serafico
Enzo Cumpostu
Israele-Dossier.info
Dilwica
300705
Deborah Fait
Nuvole di parole
calendario laico
gabbianourlante
imitidicthulhu
Fosca
Geppy Nitto
Topgonzo

Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0

Feed ATOM di questo blog Atom