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29 luglio 2009

Hamas continua l’indottrinamento all’odio dei propri figli: adesso il gioco è “rapisci l’israeliano

Gaza, 28 Luglio 2009 - Armi giocattolo, cartoni animati e videogiochi che inneggiano alla jihad e al martirio non bastavano. Per «educare» i palestinesi fin da piccoli alla guerra e all’odio verso i «nemici di Dio», Hamas ora si serve anche di simulazioni di gruppo in cui i bambini mettono in scena il sequestro di un militare israeliano. E neppure uno a caso, ma quello del soldato dell’Idf Gilad Shalit, episodio che nel 2006 scatenò la guerra a Gaza e in Libano. Succede tutto nei campi estivi organizzati dal movimento integralista che controlla la Striscia.

A rivelarlo ieri è stato il quotidiano Jerusalem Post, entrato in possesso di alcune immagini che ritraggono la particolare esercitazione inscenata nella cerimonia conclusiva di uno dei campi: alcuni bambini indossano una divisa con la bandiera israeliana (nella foto piccola), altri indumenti con i simboli palestinesi; maneggiano armi giocattolo, con cui simulano scontri e rievocano il rapimento di Shalit come una vittoria di Hamas. Tutto sotto gli occhi attenti di Osama Mazini, dirigente della formazione islamica, negoziatore con lo Stato ebraico proprio sulla vicenda del giovane soldato.

Secondo i funzionari della Difesa israeliana, sono circa 120mila i bambini che frequentano i campi scuola di Hamas, dove seguono lezioni di religione, ma anche una formazione militare di base. In un’altra foto, Mazini è ritratto al fianco di Ahmad Bahar, speaker del Consiglio legislativo palestinese, che distribuisce copie del Corano ai partecipanti. «Questo è un messaggio - ha commentato una fonte militare israeliana -. Prova che Hamas insegna ai bambini che rapire nostri soldati è giusto».

Parallelamente ai campi estivi di Hamas, ce ne sono alcuni organizzati dalle Nazioni Unite in circa 150 località della Striscia di Gaza, e a cui partecipano 240mila bambini tra i sei e i 15 anni; vi si svolgono gare sportive e attività artistiche e culturali. La scorsa settimana Hamas, per voce del suo dirigente Younes al-Istal, ha definito questi campi Onu come un piano per corrompere i giovani e prepararli alla normalizzazione dei rapporti con Israele.

Hamas non è nuova all’indottrinamento dei bambini attraverso i mezzi più disparati. Nel 2007 la morte da «martire» del «Topolino» islamico Farfur, mandata in onda dalla tv Al-Aqsa, sollevò dure critiche internazionali. L’anno scorso al suo posto è subentrata Nahul, l’«Ape Maia» jihadista, che si è detta pronta a «continuare sulla strada del martirio, dei guerrieri della jihad».

Il Giornale.it

emanuel baroz


19 aprile 2009

Quello che i nostri media non dicono...

bambini ebrei da proteggereNella guerra israelo-palestinese succede anche che venga decretata la condanna a morte di bambini. Un leader di Hamas avverte che gli islamisti potrebbero uccidere bambini ebrei in qualsiasi parte del mondo quale vendetta per il recente attacco di Israele nella striscia di Gaza.

"Loro hanno legittimato la morte dei loro bambini con l'uccisione dei bambini della Palestina" afferma Mahmoud Zahar in un messaggio televisivo registrato in una località segreta, "Hanno legittimato l'uccisione della loro gente uccidendo la nostra gente".



M.O.: PALESTINESE ARMATO ENTRA IN INSEDIAMENTO EBRAICO, UCCISO

Tel Aviv, 17 apr. - (Adnkronos/Dpa) - Un palestinese armato di un coltello
si e' introdotto questa mattina all'interno di un insediamento ebraico nella
parte meridionale della Cisgiordania ed e' stato ucciso a colpi di arma da
fuoco da un colono israeliano. A darne notizia e' stato l'esercito
israeliano: stando a quanto riferito da una portavoce a Tel Aviv il
palestinese era entrato nell'insediamento di Beit Hagai, a sud di Hebron,
per sferrare un attacco. Il colono che gli ha sparato era rimasto
leggermente ferito dal coltello. Militari e polizia stanno perlustrando la
zona per assicurarsi che l'uomo fosse solo e che non avesse esplosivi. 

 M.O./ Gerusalemme, auto contro agenti israeliani, due feriti
di Apcom
Ad un posto di blocco tra Gerusalemme e CIsgiordania
Gerusalemme, 18 apr. (Apcom) - Due poliziotti israeliani sono rimasti feriti
stamattina, quando un palestinese li ha investiti con la sua auto a un posto
di blocco di Hizme, tra la zona nord di Gerusalemme e la Cisgiordania. "Due
poliziotti sono stati feriti, uno in modo lieve ad una gamba, l'altro più
gravemente alla testa, quando un palestinese li ha deliberatamente urtati
con il suo veicolo", ha spiegato un portavoce della polizia. (con fonte afp


18 febbraio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

Il difficile rapporto Chiesa-Ebrei continua a stimolare la riflessione e la discussione sui giornali. Oggi, su La Stampa, troviamo l’analisi positiva di Arrigo Levi. Riconciliazione è la parola chiave del suo commento. Dalla sua lettura dell’incontro tra Benedetto XVI e i rappresentanti dell’ebraismo americano emerge il superamento di tutti i problemi: la correzione di un “passo falso” (cioè la ferma condanna della Shoah dopo la discutibile riabilitazione del lefebvriano negazionista Williamson) può essere “particolarmente illuminante”. E così la prossima visita del pontefice in Israele confermerà che ormai ogni malinteso è stato superato, che Ratzinger è autentico erede della linea di apertura e di dialogo del Concilio Vaticano II già seguita da Giovanni Paolo II. Ma con tutta la stima possibile per il grande giornalista e l’acuto osservatore, con tutta la condivisione umana verso l’intellettuale ebreo personalmente coinvolto – come tutti noi ebrei – dalla gravità dell’attuale frattura, siamo proprio convinti che tutte le incomprensioni e le differenze di atteggiamento siano davvero risolte? I dubbi e le perplessità restano. Intanto, i vescovi riabilitati che continuano a sostenere – anche al di là dalle posizioni negazioniste di alcuni – la chiusura e l’ostilità teologica verso l’ebraismo sono di fatto tornati regolarmente nel seno della Chiesa. Intanto, la ripristinata preghiera “pro Judeis” del Venerdì santo continua ad auspicare la conversione degli ebrei, anche se lo fa sul piano escatologico della volontà divina e non su quello del conversionismo militante: un terreno di comodo compromesso, che però elude il coraggio necessario a portarsi sulla strada di un autentico incontro tra “diversi” destinati a rimanere tali.
Ma bisogna rassegnarsi alla posizione invariabilmente dominante della Chiesa, soprattutto in Italia. Ci induce a questa riflessione anche l’articolo di fondo dell’
Avvenire, dedicato da Carlo Cardia al venticinquesimo anniversario dell’attuale Concordato, siglato proprio il 18 febbraio 1984. Certo, l’autore ha ragione quando ricorda l’importanza di un accordo che pone al centro il diritto e la promozione dell’uomo cercando di sfuggire alla logica del privilegio; quando sottolinea l’incontro, nei suoi articoli, della Costituzione Italiana e dei valori del Concilio Vaticano II; quando rivendica a questo testo guida una qualche primogenitura nella strategia delle Intese, che già permeava la nostra Carta e che dopo pochi anni si è effettivamente avviata (Tavola Valdese, UCEI). Eppure è la logica concordataria in sé (a cui il documento dell’epoca craxiana non può evidentemente sfuggire) a confermare il “carattere particolare” (cioè, di fatto, privilegiato) del legame tra Stato italiano e  Chiesa cattolica e quindi, paradossalmente, a contraddire il pluralismo religioso promosso invece dalla logica  Intese. Una logica apparentemente analoga; in realtà diversa, perché non basata su accordi “preferenziali” con una parte più forte.
Sul ruolo dello Stato, della Chiesa, delle minoranze religiose si sofferma anche una rapida intervista dell’
Unità alla Moderatrice della Tavola Valdese Maria Bonafede. L’occasione è un altro anniversario, quello delle Regie Patenti che il 17 febbraio 1848 concessero – auspice Carlo Alberto quindici giorni prima dello Statuto – la parità di diritti ai valdesi dello Stato sabaudo, atto a cui seguì, dopo pochi mesi, l’emancipazione degli ebrei. La pastora pone significativamente l’accento sulla deprecabile interruzione del processo delle Intese (diverse le confessioni religiose ancora prive di questo fondamentale accordo) in una società sempre più multiculturale e multireligiosa, sul rischio sempre più tangibile che la laicità corre di fronte all’esclusivismo della Chiesa (vicenda Eluana docet), ma anche sul pericolo di considerare la vita una questione puramente biologica e non anche biografica.

Altra importante pagina sui giornali di stamattina è, come sempre, quella mediorientale. Innanzitutto la notizia del giorno. Sarebbe in corso da anni e avrebbe già fatto vittime importanti un’operazione del Mossad volta a eliminare i cervelli della corsa iraniana all’atomica e a impedire i rifornimenti al progetto di arricchimento dell’uranio. Ce ne parlano, con toni da spy-story, Umberto De Giovannangeli su
l’Unità, Alberto Stabile su Repubblica, Gian Micalessin sul Giornale, tutti sulla base delle notizie riportate dal Daily Telegraph.
Sul fronte della politica, Peres inizia oggi i colloqui che porteranno all’assegnazione dell’incarico per la formazione del nuovo governo israeliano. Interessante, in proposito, l’anonima analisi del
Foglio, che prende in esame le varie combinazioni possibili, tutte in realtà problematiche. L’ago della bilancia appare Lieberman, che non vuole essere sommerso da un accordo con Netanyahu ma che pone anche seri problemi di identità e di alleanze a Tzipi Livni (con Israel Beitenu dentro il governo, Avodà e Meretz ne resterebbero fuori). L’unica soluzione appare, forse allo stesso Presidente, un governo di unità nazionale coi tre partiti oggi prevalenti (Kadima, Likud, Israel Beitenu) e con l’eventuale appoggio dei laburisti. Una soluzione possibile per imboccare in modo unitario e forte la strada della trattativa coi palestinesi. Ma sarebbe davvero un esecutivo più forte? O sarebbe semplicemente una coalizione sulla carta, bloccata in realtà dai veti reciproci?
Intanto Hamas e Fatah tornano a parlarsi. Lo faranno nei prossimi giorni al Cairo, in vista di una riunificazione, di un governo comune, del controllo condiviso di Gaza e soprattutto – auspicabilmente – di una ripresa delle trattative con Israele. Trattative che sarebbero tanto più autentiche perché condotte da un partner palestinese riunificato e dunque credibile. Ce ne riferisce Francesco Battistini sul
Corriere della sera. Ma, anche qui, possono essere davvero incontri credibili, questi tra due fazioni palestinesi ancora acerrime nemiche? E, soprattutto, Hamas può essere partner credibile per chicchessia? E potrà mai esserlo in vista di accordi con il nemico sionista? Coltivare un sommo scetticismo appare la via obbligata.
Tanto più quando l’atteggiamento prevalente praticato nei confronti di Fatah continua a essere quello della violenza. Sul
Foglio Carlo Panella, giustamente indignato, denuncia il silenzio con cui i mass media hanno accolto le rivelazioni di Amnesty International sulle violenze perpetrate dagli uomini di Hamas ai danni dei “fratelli” legati ad Abu Mazen: atti feroci che sono stati compiuti prima, durante e anche dopo la guerra di Gaza, cioè ancora adesso. Ci sono evidentemente le violenze da dilatare, quelle israeliane, anche se magari sono favorite dal contesto stesso del conflitto. E poi ci sono le violenze da tacitare, quelle di Hamas, anche se sono deliberatamente e crudelmente portate contro connazionali imprigionati o malati.
Ma di che stupirsi? E’ lo stesso clima fanatico, autoesaltatorio e autoassolutorio che verosimilmente infiammerà il cosiddetto “Durban II”, lo pseudo-vertice sugli pseudo-diritti umani che sarà inscenato tra qualche mese a Ginevra dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Se ne sono appropriati, proprio come a Durban, alcuni Stati arabi e africani di orientamento islamico-fondamentalista, e fatalmente la messinscena ripeterà l’orrendo teatrino che nel 2001 precedette di qualche giorno l’Undici Settembre: antisionismo viscerale che si dichiara apertamente antisemitismo, esaltando Hitler e condannando gli ebrei e Israele in quanto tali. Tra racconto di ieri e anticipazione di domani, ce ne parla sul
Foglio Giulio Meotti, preoccupato dalla prevista adesione degli USA di Obama. A suo tempo Bush e Colin Powell non avevano voluto la partecipazione americana. Ora Hillary Clinton in versione Segretario di Stato ha detto sì. Come potranno gli States rinnovati di Barack tirarsi fuori dalla bagarre razzista dei sedicenti “antirazzisti”? Ameno che, tutto è possibile, il nuovo corso americano non consista nell’aderire per denunciare con più forza dall’interno e spubblicare una volta per tutte queste pericolose pagliacciate internazionali.
                                         
                                                                                           
                                                                                                                                          
david sorani ucei


 


30 gennaio 2009

Davos

 

Ieri sera ho assistito su un canale americano al convegno di davos ,
ovviamente si sono soffermati sul discorso tra l'altro veramente
bello di Shimon Peres che ha spiegato perfettamente le ragioni di
Israele e il comportamento del esercito di Israele a Gaza .

Come molti sanno alla fine del incontro il primo ministro turco
Erdogan , ha preteso di prendere la parola e in Turco ha accusato
Israele di uccidere deliberatamente i bambini palestinesi .

la cosa gia sa di ridicolo detta da un primo ministro di un paese
della NATO se poi ci aggiungiamo i problemi interni dela Turchia con
Kurdi e Armeni allora Erdogan doveva solo stare zitto , poi giusto
per capire che faccia di bronzo a Erdogan , io aggiungo che ha fatto
la sua scenata ad uso e consumo del pubblico arabo , visto che
continua tranquillamente a fare affari con Israele non ultimi
l'acquisto di decione di aerei senza pilota ( droni ) prodotti dal
aviazione Israeliana .

Pietosa la scena finale dove Erdogan si alza e se ne va via senza
salutare ne Peres ne Bak Ki Moon Segretario generale del Onu , mentre
stringe calorosamente la mano ad Amir Mussa , segretario della lega
araba e ministro degli esteri egiziano, lo stesso Mussa a fine
conferenza si alza e se ne va via di fretta e furia per non dovere
stringere la mano a Peres , che e rimasto tranquillamente a
chiaccherare con gli intervistatori e con Bar Ki Moon .

E questi 2 sarebbero in rapporti di pace e buone relazioni con
Israele , figurarsi gli altri.

Alon


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