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15 luglio 2013

Quelle stragi palestinesi dimenticate dall’Italia

 

Alessandro Frigerio

È il secondo mattatoio dello stragismo dopo la stazione di Bologna. Ma è anche il simbolo perverso della selettività con cui istituzioni e opinione pubblica elaborano il ricordo. Perché ci sono fatti di sangue che si vuole rafforzino il comune sentire, di una parte più o meno ampia della collettività, e altri che ragion di Stato e ideologia rigettano come corpi estranei.

All’aeroporto «Leonardo Da Vinci» di Fiumicino i corpi estranei sono quarantotto. Tante le vittime causate dal terrorismo arabo-palestinese nel corso di due diversi attentati, nel 1973 e nel 1985. E il primo di questi è un modello di rimozione storica esemplare.

«A mio fratello Antonio hanno conferito la medaglia d’oro al valor militare - spiega Angelo Zara -, il suo nome compare su due caserme, su un pattugliatore della Guardia di finanza e sulla targa di una piazza nel paese. Ma questa storia è ancora un buco nero: non ho mai avuto notizia di un’indagine, di un processo. Solo tempo dopo ho appreso dai giornali che il Mossad aveva scovato i terroristi». Daniela Ippoliti aveva nove anni quando le uccisero il padre. Ricorda il funerale così vicino al Natale, l’assedio sfrontato dei giornalisti e poi il silenzio. «I colleghi di lavoro gli dedicarono un busto, ma dove siano finiti i terroristi e perché fecero quella strage non ce l’ha mai detto nessuno. Siamo stati dimenticati».

Un abbandono che si spiega con i numerosi aspetti mai chiariti della vicenda: le ambigue scelte di politica internazionale del nostro Paese negli anni Settanta, la Libia di Gheddafi che ospitava e sosteneva il terrorismo palestinese e il ruolo dei nostri servizi segreti. «Il Sid aveva avuto notizia dell’imminente attacco - racconta il generale Corrado Narciso, fratello di un’altra vittima - ma l’aeroporto non venne messo in sicurezza».

E l’inchiesta fu sbrigativa. Appurò che alle 12 e 50 di lunedì 17 dicembre 1973 un commando composto da cinque uomini di Settembre Nero, proveniente con volo Alitalia da Madrid, aveva aperto il fuoco nella zona transiti dello scalo romano e lanciato due bombe al fosforo in un jumbo fermo sulla pista, uccidendo 32 passeggeri. Tra loro anche quattro italiani: l’ingegnere Raffaele Narciso, il funzionario dell’Alitalia Giuliano De Angelis, la moglie Emma Zanghi e la figlia Monica, di nove anni. Prima di sequestrare un aereo della Lufthansa i terroristi avevano ucciso il finanziere Antonio Zara e preso in ostaggio sei agenti di polizia e un addetto al trasporto dei bagagli, Domenico Ippoliti. Il dirottamento, dopo una tappa ad Atene, che con l’assassinio di Ippoliti aggiunse sangue a sangue, si concluse a Kuwait City tra l’affettuosa simpatia riservata ai terroristi dalle autorità. Alla richiesta di estradizione il governo kuwaitiano oppose un rifiuto, adducendo il carattere «politico» della carneficina.
Pochi mesi dopo i cinque furono affidati all’Egitto e quindi rilasciati come contropartita per la liberazione degli ostaggi di un aereo di linea britannico.

Fin qui la tragica sequenza dei fatti. Ai quali seguì l’immediata rimozione. Lo fece a modo suo l’Unità, evitando di citare nei titoli, nei sommari e nell’articolo di fondo del 18 dicembre l’origine degli attentatori. Vi contribuì il Pci, definendo la strage «un chiaro tentativo di marca reazionaria» contro il popolo palestinese. Fece molto di più la Dc, spingendo il piede sull’acceleratore della politica di appeasement verso il mondo arabo. 

A funerali appena conclusi l’allora ministro degli esteri Aldo Moro visitò le principali capitali del mondo arabo, compresa Kuwait City. Ci si aspettava, se non un atteggiamento intransigente, almeno parole ferme e chiare. Invece la richiesta di consegna dei colpevoli fu sacrificata sull’altare della crisi energetica e dell’esigenza di nuove forniture petrolifere. E per scongiurare nuovi attacchi, il governo perfezionò con l’Olp il patto scellerato che avrebbe garantito impunità e libertà di transito agli uomini dell’organizzazione palestinese.

Da allora su quei 34 morti è calato il silenzio. I loro nomi non sono negli elenchi delle associazioni delle vittime del terrorismo e nelle pubblicazioni ufficiali. Una lapide nella zona transiti dell’aeroporto di Fiumicino ricorda solo il sacrificio di Antonio Zara.

Per tutti gli altri, compresi i 14 dell’attentato del 1985 ai banchi della Twa e dell’El Al, non una riga. Passati trentacinque anni dagli eventi ci sembra doveroso rimuovere questa cappa di omertà. Per ricordare chi non c’è più. E per inserire a pieno titolo il terrorismo arabo-palestinese nella galleria degli orrori del Novecento.


30 maggio 2011

*La Gaza Flotilla: A proposito di ' risposte sproporzionate


'
di Manfred Gerstenfeld*

*(Traduzione di Angelo Pezzana)*

*Flotilla turca Manfred
Gerstenfeld*

**

Circa un anno fa, il 31 maggio 2010, sembrò, viste le reazioni mondiali,
che nelle acque internazionali davanti a Israele, stesse per verificarsi un
evento di proporzioni globali. Marinai israeliani vennero inviati sulla nave
turca Mavi Marmara, una delle sei navi che si riteneva stessero portando
aiuti umanitari a Gaza. Mentre i marinai israeliani venivano aggrediti con
violenza inaudita appena messo piede a bordo per ispezionare la nave, sei
passeggeri tra i più violenti venivano uccisi.

Negli ultimi mesi, sono avvenuti incidenti, solo apparentemente giudicati
meno gravi. Li hanno ignorati coloro che l’anno scorso avevano reagito con
forza contro Israele. Migliaia di civili sono stati uccisi o feriti dalle
forze governative in paesi arabi o musulmani come Siria, Libia, Egitto,
Yemen, Tunisia e altri. In Siria più di 50 persone sono state uccise in
diverse città soltanto durante il fine settimana del 21 maggio. Se i critici
di Israele avessero reagito conseguentemente come avevano fatto per l’affare
della Flotilla, oggi sarebbero distrutti dalla fatica per quanto avrebbero
dovuto darsi da fare.

Le continue critiche a Israele sull’affare Flotilla è solo l’ennesimo
esempio di quanto sia diffuso in Europa il pregiudizio contro Israele. Già
verificabile quando quelle critiche venivano formulate. Israele mise in
guardia in anticipo gli organizzatori che non sarebbero potuti entrare a
Gaza. La marina israeliana si era offerta di accompagnare la nave al porto
di Ashdod per le opportune verifiche. Ispezionare che non vi fossero armi,
mentre gli aiuti umanitari sarebbero stati subito inviati a Gaza per via di
terra. Israele era anche disponibile a condividere i controlli con una terza
forza che rappresentasse le Nazioni Unite, nel trasferimento del carico. Il
rifiuto da parte degli organizzatori della Flotilla rese chiaro che tutta
l’iniziativa non aveva nulla di umanitario, ma consisteva in una pura
provocazione.

Quei critici non avrebbero avuto difficoltà ad informarsi che gli
organizzatori e i finanziatori della spedizione era la società turca IHH.
Secondo il rapporto del 2006 dell’Istituto danese di studi internazionali,
la pseudo umanitaria IHH era collegata con al-Qaeda e con i centri
internazionali islamisti. Come sempre, la diligente baronessa Catherine
Ashton, l’alto Commissario per gli affari esteri dell’Unione Europea, dopo
poche ore condannò in un comunicato la violenza e ordinò una
immediata,completa e imparziale inchiesta sullo scontro. Richiedendo la fine
del blocco navale di Israele a Gaza.

In un altro documento estremamente contrario a Israele, emesso il 17 giugno
e approvato a larga maggioranza, il Parlamento europeo condannò l’attacco
alla Flotilla perché avvenuto in acque internazionali, sostenendo che andava
contro il diritto internazionale. Anche se, nello stesso tempo, vi furono
molti pareri espressi da esperti in legislazioni internazionali che si
richiamavano al “Manuale di applicazione delle leggi internazionali a
proposito di conflitti armati in mare redatto nel congresso di San Remo”.

Una condanna che è un altro esempio di come l’Europa demonizzi Israele.
Il 2 giugno, il Parlamento tedesco, il Bundestag, ha adottato una
risoluzione senza precedenti. Sosteneva che era evidente che Israele aveva
violato il principio di proporzionalità, aggiungendo che un simile
comportamento non era nell’interesse politico di Israele, né alla sua
sicurezza. Qualcuno commentò che mai prima d’ora il Parlamento aveva emesso
una risoluzione simile, nemmeno riguardo agli stati che più di tutti violano
i diritti umani nel mondo.
Il Centro Simon Wiesenthal scrisse che “ non abbiamo mai notato una simile
unanimità dai politici tedeschi quando i terroristi di Hamas e Hezbollah
colpivano i civili israeliani, inclusi i sopravvissuti della Shoah e le loro
famiglie”.

Gert Weissekirchen, un tedesco esperto di antisemitismo e già deputato
socialista, ha scritto che, prima del voto,i parlamentari avrebbero dovuto
informarsi su chi erano gli organizzatori della Flotilla e sul livello della
loro propaganda. Si stupì anche di come il Parlamento tedesco potesse
decidere su cosa era utile per la sicurezza di Israele. Ma anche se si fosse
comportato in questo modo, come aveva potuto prendere una simile decisione
senza consultare prima la Knesset ?

Fra i paesi europei che condivisero la teoria della ‘risposta
sproporzionata’, vi furono Svezia, Norvegia, Gran Bretagna, Belgio, Irlanda,
Portogallo, Latvia, Spagna. Mentre altri, tra i quali Italia,Olanda,Polonia
e Romania si espressero con un basso profilo.

Da allora, c’è stata molta informazione su chi abbia organizzato la
Flotilla. Sette dei nove uccisi avevano dichiarato prima della partenza che
era loro desiderio morire da ‘martiri’. Accanto agli affiliati all’IHH, vi
erano a bordo affiliati a gruppi terroristi. La Mavi Marmara, la nave più
importante e altre due avevano a bordo passeggeri, e carichi di altro
genere. Parte degli ‘aiuti’, nascosti dentro a reti, erano chiaramente armi
dirette a Hamas. Fra gli ‘aiuti’, vi erano anche medicine scadute. Molti
passeggeri sulla Mavi Marmara erano armati, pronti ad aggredire. Furono
rinvenute armi che non avrebbero dovuto trovarsi su una nava che dichiarava
di trasportare aiuti umanitari.

Un recente studio del ricercatore investigativo Steven Merley, un esperto
in estremismo politico, ha rivelato che è risultata evidente la
collaborazione del governo turco nell’incidente della Flotilla, compresa la
responsabilità del Primo Ministro Tayyip Erdogan. Il rapporto dimostra che
l’aiuto del governo turco alla Flotilla era arrivato attraverso il canale
dei Fratelli musulmani. Vale a dire la presenza di dirigenti del partito di
maggioranza turco AKP alle riunioni con i Fratelli musulmani per sostenere
la Flotilla, così come ci sono stati incontri tra Erdogan stesso con le
delegazioni del settore internazionale dei Fratelli musulmani e i leader
inglesi e francesi della Flotilla prima che salpasse per Gaza.

Tra pochi giorni, in giugno, una Flotilla ancora più grande sta
preparandosi a partire per Gaza, pronta a ripetere la provocazione dello
scorso anno. E’ quindi probabile che scorrerà altro sangue sulla ‘primavera
araba’. E’ urgente che Israele lanci una campagna di informazione prima che
le navi cariche di falsi pacifisti e loro sodali si apprestino a partire

 


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23 luglio 2009

Giornalisti coraggiosi ecco quello che scrive Claudio Pagliara da Israele


tg1_direzione@rai.it

Il vergognoso caso dell’espulsione dei giornalisti israeliani

http://medioriente.blog.rai.it/2009/07/20/il-vergognoso-caso-dellespulsione-dei-giornalisti-israliani/

By Claudio Pagliara | July 20, 2009

 Claudio Pagliara

 

I giornalisti israeliani criticano liberamente, spesso più liberamente dei colleghi italiani, ogni singolo atto del loro governo. Nahmun Barnea, principe del giornalismo israeliano, solo per fare un esempio odierno, polemizza aspramente con il premier Netanyahu attribuendogli la responsabilità di causare un’erosione del sostegno ad Israele della pubblica opinione americana con la sua linea intransigente sull’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. I principali quotidiani israeliani ospitano articoli di colleghi palestinesi o arabo israeliani che parlano di “occupazione”, di “diritti negati”, di “Nakba”.La conduttrice del Canale 2 della tv israeliana, l’ammiraglia, durante la guerra a Gaza non nascondeva con chiose e espressioni del volto il suo turbamento per l’alto numero di vittime civili. Izzedin Abuelaish, il medico di Gaza che ha avuto 3 dei suoi figli uccisi da una cannonata israeliana durante il recente conflitto, ha telefonato al suo amico giornalista israeliano, Shlomi Eldar, di Canale 10, e ha raccontato in diretta la sua drammatica esperienza, raggiungendo le case e i cuori di tutto Israele. E cosa fa la Federazione internazionale dei giornalisti? Espelle i giornalisti israeliani, all’unanimità, con il pretesto di una quota non pagata. All’unanimità, dunque anche col consenso di Paolo Serventi Longhi e della “SUA” Federazioni della Stampa. Come giornalista italiano da 6 anni responsabile dell’Ufficio di corrispondenza della Rai in Medio Oriente mi dissocio da questa aberrante decisione. E invito tutti gli amici a sottoscrivere il gruppo nato su Facebook: Non in mio nome

Per inviare la propria opinione direttamente a Claudio Pagliara, cliccare su questa e-mail <raijlm@netvision.net.il>

 


16 luglio 2009

Raccontare Sderot a Ginevra

 

Noam Bedein

Lo scorso 6 luglio sono andato a Ginevra a testimoniare davanti alla Missione d’indagine Onu sul conflitto a Gaza. Con me nella delegazione c’erano il sindaco di Ashkelon Benny Vaknin, il dottor Alan Marcus, direttore del dipartimento pianificazione di Ashkelon, Ophir Shinhar del College Sapir e la dottoressa Mirelda Sidrer, ferita in un attacco di razzi contro un ambulatorio medico nel centro commerciale di Ashkelon.
Faceva parte della delegazione anche Noam Schalit, che ha parlato con passione a nome di suo figlio Gilad, sequestrato tre anni fa da terroristi palestinesi e da allora tenuto in ostaggio da Hamas.
Ufficialmente il governo israeliano si è rifiutato di cooperare con la Missione Onu giacché le conclusioni dell’indagine sono state già formulate in partenza nell’enunciato stesso del suo mandato, che afferma che Israele ha commesso crimini di guerra durante la guerra dello scorso gennaio.
Al contempo, tuttavia, il capo della Missione Onu, il giudice sudafricano Richard Goldstone, ha dichiarato alla stampa israeliana che avrebbe voluto ascoltare entrambe le parti. “Scopo delle audizioni pubbliche – ha detto – è quello di rendere visibili le sofferenze umane e far ascoltare le voci delle vittime”.
In preparazione delle audizioni a Ginevra, la Missione Onu ha chiesto allo “Sderot Media Center” di preparare filmati e materiale informativo sull’impatto dei bombardamenti da Gaza sulla popolazione civile nella regione israeliana del Negev durante la guerra.
Prima delle audizioni, la delegazione ha ascoltato un briefing di Hillel Neuer, capo dell’organizzazione non governativa “UN Watch” dedita al controllo delle attività dell’Onu, che ha spiegato il background della Missione d’indagine e dell’agenda di ciascuno dei giudici che siedono nell’organismo investigativo.
Non è stato facile prender sonno nei giorni immediatamente precedenti la testimonianza: come unico membro della delegazione abitante a Sderot e della regione del Negev occidentale, sapevo che vi sarebbero stati solo 30 minuti per comunicare come il terrorismo dal cielo abbia avuto un impatto devastante sulla popolazione civile. D’altra parte, l’Onu offriva allo “Sderot Media Center”, dedicato a descrivere le vicende umane a Sderot e la vita sotto gli incessanti lanci di razzi dei terroristi, l’opportunità di rivolgersi finalmente alle Nazioni Unite.
Mentre la delegazione si preparava a testimoniare, fu penoso venire a sapere che, fra i giudici dell’Onu, sedeva la professoressa di Londra Christine Chinkin, la stessa che l’11 gennaio, in un articolo pubblicato sul Sunday Times, aveva già sostenuto la tesi secondo cui “il bombardamento israeliano di Gaza non è autodifesa, è un crimine di guerra”.
I giornalisti israeliani a Ginevra ci posero domande non facili: perché testimoniare davanti a un giudice così “neutrale” da sostenere che Israele non ha il diritto di difendere i propri cittadini e che le sue azioni “equivalgono a un’aggressione in violazione del diritto internazionale e dei diritti umani”? Perché testimoniare quando il governo stesso ha deciso di boicottare un’inchiesta che ha già formulato le sue accuse contro Israele ancor prima di iniziare l’indagine?
Tuttavia, la presenza di una delegazione da Israele invitata dall’Onu creava un precedente importante. Neuer ha sottolineato come, nei sedici anni di attività a Ginevra, non vi fosse mai stata prima d’ora una sola volta in cui l’Onu avesse invitato e addirittura spesato una delegazione da Israele per ascoltarne la testimonianza. Per la prima volta l’Onu ha offerto un’occasione alla gente ordinaria d’Israele di far sentire la propria voce al mondo. È stato un onore per un abitante di Sderot prendere parte a tale evento.
Ma la lunga strada per la pace e la giustizia per abitanti di Sderot e della regione del Negev non si esaurisce davanti a una commissione di giudici Onu o a un rapporto commissionato. Gli abitanti sono costretti a far sentire la propria voce e cercare di comunicare l’esperienza di cosa significa vivere sotto continui attacchi di razzi: che sono un atto di terrorismo e un crimine contro l’umanità.
Dopo aver proiettato davanti alla commissione due brevi filmati che illustrano i 15 secondi di tempo che hanno gli abitanti di Sdeot e i loro bambini per correre al riparo quando suona l’allarme antiaereo, ho concluso la mia presentazione con queste riflessioni e queste domande: “Non bastano le dita delle mani per contare quante volte i razzi sono esplosi a pochi metri da un asilo d’infanzia. Quale altra democrazia occidentale tollererebbe anche un solo razzo sparato contro i civili del suo territorio? Com’è che dobbiamo aspettare che venga colpito in pieno un asilo o una classe piena di bambini affinché Israele ottenga l’appoggio internazionale per fare quello che è necessario per proteggere la propria gente?”.
Ha detto bene il presidente Barack Obama, quando venne a visitare una casa di Sderot devastata, durante la sua campagna elettorale del 2008: “Se qualcuno lanciasse razzi su casa mia dove la notte dormono le mie bambine, farei tutto ciò che è in mio potere per fermarli, e mi aspetto che Israele faccia lo stesso”.
Non vi sono state domande o reazione da parte dei giudici Onu. Dovremo aspettare, insieme a tutti gli altri abitanti del sud di Israele, di leggere attentamente il verdetto di Ginevra sulla guerra quando il rapporto della Missione Onu verrà pubblicato, a settembre.

(Da: Jerusalem Post, 16.07.09)

Nella foto in alto: Noam Bedein, autore di questo articolo, è direttore dello "Sderot Media Center":
http://sderotmedia.org.il


16 luglio 2009

Cellcom, lo spot della discordia

Sta facendo un gran baccano in Israele l’ultima pubblicità di Cellcom, la principale compagnia di telefonia mobile, che per pubblicizzare il suo nuovo servizio di giochi e internet, anziché la modella di turno, ha scelto uno spot ambientato lungo la “barriera difensiva” tra Israele e la West Bank  che qualche anno fa la Corte Internazionale di Giustizia ha definito illegale, perché annetterebbe a Gerusalemme parte dei “territori palestinesi” conquistati nel 1967.

Non c’è molto da capire: un gruppo di soldati di pattuglia sentono qualcosa cadere sulla loro jeep. In un primo momento pensano a un attacco, poi quando si rendono conto che è solo un pallone cominciano a giocare a calcio con i palestinesi che vivono dall’altra parte del muro. Lo slogan è: “Perché in fondo tutti vogliono una sola cosa: un po’ di divertimento”. Ahmed Tibi, un deputato arabo del parlamento israeliano, ha scritto alla compagnia per chiedere di ritirare uno spot che ritiene offensivo e privo di sensibilità nei confronti dei palestinesi.

Qui trovate il video, tratto dal canale ufficiale di Cellcom su Youtube.

Anna Momigliano
 

 


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15 luglio 2009

Il mondo secondo Fayad

Grande attenzione è stata prestata all’ampio discorso politico del primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu. Non così per la sua controparte, il primo ministro dell’Autorità Palestinese Salaam Fayad, la cui esposizione del 22 giugno scorso merita invece un’attenta analisi.
Fayad è primo ministro palestinese per una sola ragione: per compiacere i governi occidentali e i donatori di finanziamenti. Difetta di abilità politica, di influenza ideologica e di un significativo sostegno dalla base, ma continua a far affluire denari grazie al fatto di essere relativamente onesto, moderato e professionale sulle questioni economiche. Tuttavia la sua stessa gente non gli dà ascolto. La maggior parte dei politici dell’Autorità Palestinese lo vorrebbero fuori, la pressione internazionale lo tiene dentro.
E dunque, ecco il paradosso Fayad: se rappresentasse realmente posizioni e pensieri dell’Autorità Palestinese, vi sarebbe qualche speranza di pace; giacché invece è così desintonizzato dai suoi colleghi, Fayad appare nettamente diverso da tutti loro. Ed anche lui è profondamente limitato da ciò che è possibile nella realtà politica palestinese: quei limiti che garantiscono il fallimento dell’Autorità Palestinese, l’assenza di pace e l’inesistenza di uno stato palestinese.
Il suo primo problema è che Hamas controlla la striscia di Gaza e cerca di rovesciare l’Autorità Palestinese anche in Cisgiordania. La maggior parte dei leader di Fatah e dell’Autorità Palestinese preferiscono la pace con Hamas a una pace con Israele. Sia chiaro: si tratta di due opzioni che si escludono a vicenda. Se Hamas si riunisse all’Autorità Palestinese, il risultato sarebbe di gran lunga troppo estremista per negoziare una soluzione, e sarebbe alla fine dominato dall’estremismo islamista alleato di Teheran. Inoltre, per tenere aperta la porta verso una tale riconciliazione, l’Autorità Palestinese non potrebbe mai avvicinarsi a un accordo con Israele.
Ma non basta. Fayad dice che i palestinesi devono evitare di “politicizzare” la questione di Gaza permettendo la permanenza di sanzioni contro il regime di Hamas che vi impera. Ma, non opponendosi alla strategia degli attentati suicidi, Fayad persegue una politica che è a sua volta suicida. Battendosi contro ogni forma di isolamento o di sanzioni verso Hamas, l’Autorità Palestinese garantisce a Hamas la possibilità di rafforzare la sua presa sulla striscia di Gaza. Difendendo la pretesa di Hamas di attaccare Israele senza pagare pegno, l’Autorità Palestinese stessa si assicura che i suoi rivali islamisti appaiano i combattenti più efficaci.
Inoltre, pur non sostenendo direttamente terrorismo e violenza, a differenza di quanto fanno tanti suoi colleghi e istituzioni della sua Autorità Palestinese, tuttavia Fayad continua a sostenere che qualunque palestinese detenuto nelle carceri d’Israele costituisca “una violazione del diritto internazionale”.
E poi sostiene che non è compito dell’Autorità Palestinese persuadere Israele con comportamenti positivi né negoziare bilateralmente sulla base di reciproche concessioni e compromessi. Al contrario la strategia dell’Autorità Palestinese, come hanno apertamente ribadito anche di recente altri leader dell’Autorità Palestinese, è quella di ottenere che il mondo faccia pressione su Israele affinché ceda su tutta la linea.
Ancora oggi la versione dei palestinesi è che gli ebrei non avrebbero alcun diritto a uno stato e che tutta la terra apparterebbe di diritto ai palestinesi, agli arabi e (per la maggior parte) ai musulmani. Tale posizione impedisce di fatto la soluzione a due stati. Questo è ciò che Fayad non può ammettere. Egli effettivamente asserisce che la “principale aspirazione” dei palestinesi è avere una loro patria, che – promette – vivrà in pace, cooperazione e rispetto coi suoi vicini. Ma non può dichiarare che insedierà i profughi palestinesi (e loro discendenti) all’interno dei confini di tale patria, che non vi farà entrare truppe straniere, che essa porrà fine per sempre alle rivendicazioni e al conflitto, e che darà piene garanzie di sicurezza. Può darsi che questo sia il risultato cui Fayad personalmente aspirerebbe, ma non è la posizione palestinese.
Fayad afferma che l’Autorità Palestinese ha fatto un buon lavoro e che “i cittadini percepiscono questi progressi”. Perché allora l’Autorità Palestinese ha paura a indire elezioni, anche in Cisgiordania? In realtà l’amministrazione dell’Autorità Palestinese rimane di scarsissimo livello, intrisa di corruzione e incompetenza. Fayad non può fare nulla per riformarla giacché l’élite politica non è con lui, ed egli non ha potere sui “signori della guerra” e sui loro miliziani che spesso rappresentano il potere reale in Cisgiordania.
Secondo Fayad, il motivo per cui non si arriva alla pace è che si chiede all’Autorità Palestinese di fare tutte le concessioni. La verità, naturalmente, è esattamente l’opposto. Israele si è ritirato dalla maggior parte dei territori, ha permesso a 200mila palestinesi di farvi ingresso, ha cooperato alla creazione di forze di sicurezza palestinesi, ha acconsentito a finanziamenti su vasta scala all’Autorità Palestinese e così via. E quali concessioni avrebbe fatto l’Autorità Palestinese? All’uditorio internazionale – ma non sui loro mass-medie, nelle loro moschee, scuole e dichiarazioni interne – dicono che hanno accettato l’esistenza di Israele, e talvolta, ma solo talvolta, fermano qualche attacco terrorista, per lo più quando gli conviene.
Non vede Fayad l’assurdità delle sue parole? Egli descrive Israele come la parte debole rispetto all’occidente, e pensa che i paesi occidentali possano costringere Gerusalemme a fare concessioni senza limiti.
Alimentando l’ingannevole convinzione dell’Autorità Palestinese che l’occidente farà pressione su Israele fino a fargli accettare uno stato nei confini che vogliono loro senza do dover accettare né concessioni né restrizioni e nemmeno l’applicazione delle promesse già fatte, i governi d’America e d’Europa rendono di fatto un ottimo servizio al fallimento di ogni possibilità di pace.
(Da: Jerusalem Post, 28.06.09)

SCRIVE YISRAEL HAYOM, in un editoriale di lunedì, che il dialogo proposto domenica dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu all’Autorità Palestinese “o favorirà progressi verso una composizione, o rivelerà che l’altra parte non è interessata ad alcuna composizione. L’Autorità Palestinese - continua il quotidiano israeliano - ha già dimostrato almeno due volte che, al momento della verità, si tira indietro dal compromesso di pace: a Camp David nel 2000 e l'anno scorso quando Ehud Olmert offrì in pratica un ritiro sui confini pre-67 con pochi cambiamenti. I palestinesi sono riluttanti ad impegnarsi in un autentico dialogo per almeno tre motivi: 1) hanno l’impressione che l’amministrazione Obama gli assicurerà ogni cosa che vogliono senza che venga chiesto loro di fare reciproche concessioni; 2) per gli appelli di personaggi come Javier Solana a favore di una soluzione imposta; 3) a causa dell’antagonismo fra Fatah e Hamas”.
(Da: Yisrael Hayom, 13.07.09)

Nella foto in alto: Salaam Fayad, primo ministro dell’Autorità Palestinese
 


7 luglio 2009

Perché Hamas non vuole lo scambio

 

Guy Bechor

[…] Al di là di tutte le voci e le manovre, quali sono le probabilità realistiche di ottenere la liberazione di Gilad Shalit? Ben poche, purtroppo. Vediamo perché.
1. Gilad Shalit rappresenta oggi il principale e forse l’unico punto forte in mano a Hamas. È lui ciò che ha permesso a Hamas di trasformarsi da una banda di terroristi in una “rispettabile” organizzazione che spinge politici internazionali a incontrare i suoi rappresentanti: apparentemente per uno scopo “umanitario”, ma solo un ingenuo potrebbe crederlo davvero. I negoziati su Shalit permettono a Hamas di far entrare e uscire da Gaza alti esponenti dell’organizzazione, di mandarli in Egitto e in Siria, di garantir loro immunità da tentativi di uccisioni mirate ecc. Chiunque con un po’ di sale in zucca non rinuncerebbe a un tale asso nella manica. Israele, con il suo desiderio di arrivare a uno scambio, non ha fatto che rafforzare questo vantaggio, rendendolo sempre più prezioso.
2. L’Egitto ha promesso che non aprirà il valico di Rafah al confine con la striscia di Gaza finché Shalit sarà in cattività, per impedire che l’ostaggio possa essere trasportato di nascosto in territorio egiziano. Così Shalit è diventato la polizza d’assicurazione egiziana per garantirsi che Gaza rimanga ben separata dall’Egitto.
3. La disponibilità di Israele a scarcerare anche Marwan Barghouti, nell’eventuale scambio, ha preso di sorpresa Hamas. Dopotutto, il movimento islamista aveva messo quel nome della lista dei detenuti da scarcerare al solo scopo di intralciare i colloqui, senza credere per un solo momento che Israele avrebbe potuto accettarlo. Si pensa davvero che Hamas desideri ottenere la scarcerazione del suo più grande nemico, mettendoli così in condizione di predisporre Fatah ad impegnarsi in un’azione militare contro Hamas?
4. Per Hamas, Shalit e i detenuti palestinesi non sono la questione numero uno, non sono nemmeno una questione prioritaria. Ben più in alto, nell’agenda di Hamas, stanno la questione del governo d’unità palestinese, che non vedrà la luce, e la questione dei valichi d’accesso alla striscia di Gaza. Finché queste questioni restano bloccate, anche i colloqui sullo scambio ostaggio/detenuti resteranno a un punto morto.
5. Hamas è letteralmente terrorizzata dall’enorme risentimento che scaturirà dallo scambio quando salterà fuori che i detenuti che sarà riuscita a far scarcerare saranno 1.400, e non i 12.000 che aveva promesso. I famigliari di ogni detenuto palestinese sono assolutamente convinti che il loro congiunto figuri tra quelli che saranno scarcerati, il che costituisce una seria minaccia per Hamas e la sua popolarità. Ecco perché preferisce che i detenuti restino dove sono. Hamas sa che Mahmoud Abbas (Abu Mazen) avrebbe solo da guadagnare dall’enorme malcontento che n deriverebbe.
6. Nel momento in cui lo scambio fosse completato, Hamas perderebbe tutta la sua fama sui mass-media. Si consideri come Hezbollah è scomparso dai mass-media: senza ostaggi e senza il loro estremo sforzo per stare appiccicati a Israele, i mass-media non hanno interesse in questi movimenti. Hamas non gradisce questo possibile sviluppo.
7. Alti esponenti di Hamas sono attualmente detenuti in Israele. Se venissero scarcerati, l’equilibrio di potere fra Hamas all’interno e i suoi capi all’estero potrebbe cambiare a favore del gruppo all’interno. Khaled Mashaal, Musa abu-Marzuk e altri capi di Hamas che stanno a Damasco considerano questa eventualità una minaccia alla loro leadership. Sotto questo punto di vista, Israele fa loro un favore tenendo in carcere parte della effettiva dirigenza dell’interno.
8. Gli israeliani si lacerano fra loro tra chi preme perché il governo ottenga la liberazione di Shalit “ad ogni costo” e chi non accetta questa impostazione; gli uni fanno manifestazioni, gli altri protestano per il motivo opposto. Hamas si compiace di tale spettacolo.
9. In Israele c’è chi si illude che aggiungendo questo o quel nome alla lista dei detenuti da scarcerare, l’affare verrebbe risolto. Hanno mandato gli emissari Ofer Dekel e Amos Gilad, si sono gingillati con gli elenchi di nomi, ma questa non è mai stata una eventualità realistica. Hamas si gioca ben più consistenti interessi che non una lista di nomi, i quali comunque in questo momento non sono poi così importanti.
10. Infine, bisogna capire che un’organizzazione come Hamas ha bisogno di essere in conflitto con Israele: questa è la sua ragion d’essere. Tenere un soldato israeliano in ostaggio rafforza il suo aggressivo ethos islamista. Un soldato israeliano in ostaggio costituisce la migliore rappresentazione della sua lotta senza quartiere contro Israele e della capacità di Hamas di mettere in difficoltà e sconfiggere Israele. Senza Gilad Shalit, Hamas sarebbe costretta a combattere davvero Israele, cosa che in questo momento non ha nessuna voglia di fare.

(Da: YnetNews, 3.07.09)

Nella foto in alto: Hamas si fa beffe a Gaza delle sofferenze dell’ostaggio Gilad Shalit e dei suoi famigliari. Nell’immagine: un mural che lo dipinge nel 2036, invecchiato, dopo trent'anni in cattività. Martedì la tv di Hamas ha trasmesso un cortometraggio a cartoni animati che deride Gilad Shalit, mostrandolo incatenato alla parete della cella di una prigione mentre supplica d’essere liberato. Sequestrato in territorio israeliano nel giugno 2006, da allora Shalit non è stato più visto e Hamas ha impedito qualunque contatto anche attraverso la Croce Rossa.


6 luglio 2009

Gaza, in spiaggia senza velo, arrestata e minaccata di morte. Pacifinti dove siete stiamo parlando di Palestina!

  Si è presentata sulla spiaggia di Gaza senza il velo islamico: per questa ragione la giornalista palestinese Asma al-Ghul è entrata in rotta di collisione con agenti di Hamas che l'hanno ruvidamente trascinata in un commissariato. Prima di rilasciarla, dopo un interrogatorio, l'hanno avvertita che ora seguiranno il suo comportamento. Nel frattempo con la posta elettronica le è giunta una minaccia anonima, ma molto precisa. "Ti uccideremo - era scritto - e poi getteremo il tuo cadavere sulla spiaggia".

Raggiunta al telefono da Tel Aviv, Asma ha detto all'ANSA che non si lascerà intimidire. "Sono una donna, sono una giornalista, e sono forte" ha esclamato. Anche a Gaza, ha aggiunto, deve essere possibile essere al tempo stesso islamici e laici. "Non vogliamo che qua si crei una 'nuova Gaza', non vogliamo vivere come in Afghanistan, o in Arabia Saudita". In passato Asma ha lavorato da Gaza per il quotidiano al-Ayam, un giornale malvisto da Hamas perché vicino all' Autorità nazionale palestinese. Sei mesi fa ha descritto da Gaza gli orrori di chi era stato colpito dai bombardamenti israeliani. Giorni fa, alla ricerca di una serata di relax, Asma ha raggiunto la spiaggia al-Andalus con una amica e tre amici. In seguito, in un vicino commissariato, sarebbe stata accusata di aver pubblicamente "fatto festa" e di aver anche danzato: lei lo nega. La serata, racconta, volgeva al termine quando è stata avvicinata da tre "tipi barbuti", nerovestiti. "Hanno trovato disdicevole che non fossi accompagnata da uno stretto congiunto" dice Asma. Lei ha replicato che non aveva bisogno di lezioni da alcuno. Sul posto le hanno confiscato il passaporto e il computer. I suoi amici sono pure stati fermati, e poi percossi. Prima di tornare a casa hanno dovuto impegnarsi che in futuro agiranno in modo modesto. Asma ci tiene a chiarire: lei, in spiaggia, va con pantaloni e t-shirts, possibilmente scure. Entra in mare quando fa buio. La sua colpa principale, pare, è essere entrata in mare senza il 'hijab', il velo islamico. Hamas, dice, cerca di incutere paura a chi vuole un diverso stile di vita. Se Hamas abbia davvero istituito squadre vere e proprie di 'Buoncostume' è oggetto di dibattito sulla stampa. Formalmente la cosa viene smentita. Ma il portavoce del ministero degli interni di Hamas, Islam Shahwan, ha confermato che agenti di polizia sono effettivamente dislocati nelle spiagge per proteggere le donne da uomini troppo invadenti. Di recente, ha aggiunto, ci sono state in merito diverse denunce. Citato dal Jerusalem Post, Shahwan ha detto che Hamas non si intromette nel modo con cui le donne si vestono. Nei luoghi pubblici, ha spiegato, è preferibile rispettare la tradizione, mentre nelle piscine private ognuna resta libera di abbigliarsi come crede. 

aldo baquis


23 giugno 2009

Gaza, domostranti per la liberazione di Gilad Shalit chiudono i valichi

Centinaia di israeliani hanno cercato oggi di ostruire i principali valichi di accesso alla striscia di Gaza in una manifestazione di sostegno a Ghilad Shalit, il caporale israeliano rapito da Hamas tre anni fa e da allora custodito in una localita' ignota nella Striscia. In questi anni nessun osservatore imparziale ha potuto visitarlo e verificarne le condizioni. Giunti ai valichi di Erez, Nahal-Oz e Kerem Shalom, i dimostranti hanno intralciato il traffico disponendo sulla strada automobili e mezzi agricoli. Un centinaio di camion diretti alla Striscia con generi alimentari e altri prodotti commerciali sono rimasti bloccati. In seguito i responsabili dei valichi hanno cercato di convincere i dimostranti ad acconsentire all'ingresso a Gaza almeno dei prodotti richiesti con maggiore urgenza. Domani, sul versante palestinese del valico di Erez sara' organizzata un'altra manifestazione di protesta. I dimostranti invocheranno da parte loro la rimozione del valico imposto alla Striscia (da quando due anni fa Hamas ha espugnato il potere con la forza) e sosterranno uno scambio di prigionieri che consenta la liberazione di Shalit assieme a quella di oltre mille detenuti palestinesi.


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10 maggio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

Come prevedibile, a dominare i giornali è oggi il viaggio del Papa in Medioriente che,
almeno in queste prime battute, sembra prospettare una svolta nelle relazioni con il mondo ebraico. Nella sua visita in Giordania Benedetto XVI ha infatti colto l’occasione per ribadire, come sottolinea Andrea Riccardi sull’
Avvenire “l’inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al popolo ebraico” proclamando “il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo”. “Ora egli compie un passo religioso e affettivo: viene a dire a Gerusalemme ‘il desiderio di superare ogni ostacolo che si frappone alla riconciliazione fra cristiani ed ebrei, nel rispetto reciproco e nella cooperazione al servizio di quella pace alla quale la Parola di Dio ci chiama!’”.

Una tappa cruciale nel percorso papale è quella in programma domani pomeriggio, quando il Papa di recherà in visita a Yad Vashem. “Benedetto XVI non va semplicemente a visitare un monumento o un museo – sottolinea, sempre sull’Avvenire Giorgio Bernardelli - si reca in un luogo che rappresenta un riferimento fondamentale per l'identità ebraica oggi. Non a caso c'è chi ha parlato dallo Yad Vashem come della ‘sinagoga laica’ di Gerusalemme, quella frequentata anche da chi non è un ebreo osservante”. “Tutti in Israele – continua - saranno davanti alla televisione per vedere ‘il Papa tedesco’ allo Yad Vashem: è inevitabile la sottolineatura di quest’aspetto in un Paese in cui, per lungo tempo, i reduci dai campi 250 mila ancora oggi in Israele hanno boicottato persino i prodotti made in Germany”.
Sul
Corriere della sera il cardinale Carlo Maria Martini legge il viaggio del Papa nell’ottica del flusso secolare del pellegrinaggio cristiano. Per ripercorrere il risvolto politico diplomatico dal punto di vista israeliano da leggere, sul Giornale l’intervista di Rolla Scolari ad Avi Pazner, ambasciatore d’Israele in Italia dal ’91 al ’95, uno fra i protagonisti dei negoziati con la Santa Sede.

Un altro Papa, Pio XII, è al centro di un approfondimento a firma di Marco Politi su
Repubblica dedicato alle carte segrete del Reich accolte negli archivi londinesi e studiate in questi anni da Mario José Cereghino. Ancora su Repubblica un’intervista di Simonetta Fiori allo storico Giovanni Miccoli sul ruolo di Pio XII negli anni del nazismo e la sua consapevolezza dello sterminio ebraico. “La Santa Sede – dice
Miccoli - era pienamente informata. Vent'anni fa gli storici cattolici riconoscevano una
realtà che ora si cerca di nascondere”.
Ben più lieve, la cronaca romana del
Corriere della sera
racconta la storia di Eva, israeliana, sedicente ebrea messianica, che in questi giorni vive a Roma, in un albero, nei pressi del Ponte Milvio. Infine, sul Sole 24 , il consueto intervento domenicale di Giulio Busi dedicato oggi al romanzo “Anima ebrea, lingua araba” (Il Maestrale, Nuoro, pagg 160, 16 euro) di Hubert Haddad, autore ebreo tunisino.


25 marzo 2009

Gaza, Hamas, la gente

Gaza non e’ il posto piu’ povero del pianeta. Basta dare un’occhiata alle immagini   che giungono da Darfour per rendersi conto che ci sono realta’ ben piu’ drammatiche. Ma c’e’ un fatto che rende unica la situazione nella Striscia: la completa chiusura dei suoi confini.

Hamas continua a tenere prigioniero Gilad Shalit, usa la Striscia di Gaza come base di lancio per i suoi razzi contro quello che chiama “il nemico sionista”. Israele reagisce imonendo una completa chiusura dei confini, con eccezione per lo strettissimo indispensabile.

Solo personale umanitario e giornalisti possono attraversare il valico di Eretz. L’altro valico, quello di Rafah, al confine con l’Egitto, e’ chiuso da quando Hamas ha preso il potere cacciando gli uomini del partito Fatah del presidnete palestinese Abu Mazen.

La chiusura ha trasformato di fatto Gaza in una grande prigione a cielo aperto. Al di  la’ di ogni considerazione sulle responsabilita’ , un milione e mezzo di abitanti vive una condizione intollerabile.

Ho trovato interessante, in questa chiave, il video prodotto da Yoni Goodman, l’uomo che ha realizzato i disegni animati di Walzer con Bashir, il film israeliano che per un soffio non ha vinto quest’anno  l’Oscar. Ve lo propongo, con un augurio per gli amici palestinesi di Gaza di poter tornare ad avere presto un vita normale.

Closed Zone


 Claudio Pagliara


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22 marzo 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

 

 

Continua a far parlare di sé, anche se senza eccessivo rilievo, l’esclusione d’Israele dai Giochi del Mediterraneo. Sul Corriere della sera Maurizio Caprara dà notizia della manifestazione promossa sulla rete di Facebook dal gruppo “Contro l'esclusione d’Israele dai giochi del Mediterraneo a Pescara” a cui, nel capoluogo abruzzese, hanno preso parte ieri circa 200 persone. “Domani – scrive Caprara - il commissario del governo per i Giochi Mario Pescante si incontrerà con il ministro degli Esteri Franco Frattini. Ma la soluzione desiderata dai manifestanti non è alle porte. Le possibilità sono tre: o tutto continuerà come prima o l'Italia compirà uno strappo o verrà ripreso un
percorso per la partecipazione di atleti israeliani e palestinesi, destinati a restare comunque fuori per quattro anni”.
Oggi su molti giornali tiene banco anche una notizia di carattere del tutto diverso, lo sgombero avvenuto – in un clima pare non troppo sereno - venerdì sera del centro sociale Rialto Sant’Ambrogio nel ghetto di Roma. Ne dà conto tra gli altri l’Unità
riportando come la Comunità ebraica “plauda” all’iniziativa della Questura affermando in una nota che “Finalmente adesso è stata restituita serenità al quartiere”. E sempre in tema romano, rimbalza oggi sul Manifesto l’eco dell’intervista pubblicata ieri dalla Stampa in cui il presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici illustra il suoi rapporti con Gianfranco Fini (da “un'avversione radicale” a “un'amicizia profonda” e ancora “Fini è molto sensibile e condividiamo le preoccupazioni per una politica del
sospetto verso gli stranieri che rischia di diventare razzismo, xenofobia, quindi anche antisemitismo”).
Spostandoci all’estero, Danilo Taino riferisce sul Corriere della sera del caso di Josias Kumpf, espulso dagli Stati Uniti in Austria giovedì scorso perché ritenuto un criminale nazista che non potrà essere processato in Austria perché la legge non lo consentirebbe. Kumpf, che ha trascorso gli ultimi cinquant’anni nel Wisconsin, “ha ammesso – scrive Taino - di avere partecipato nel novembre 1943 all'operazione nazista che aveva il nome in codice Festa del Raccolto, nella quale circa 42 mila uomini, donne e bambini ebrei furono uccisi in soli due giorni”.
In Israele proseguono invece gli echi della guerra di Gaza. Repubblica riferisce di una nuova inchiesta del quotidiano Haaretz secondo cui “diversi soldati di Tsahal si fanno stampare magliette con foto raccapriccianti di bambini palestinesi trucidati, madri che piangono i loro figli e moschee bombardate” e frasi violente. Intanto, scrive Michele Giorgio sul Manifesto “un impressionante spiegamento di polizia non solo a Gerusalemme” avrebbe accolto l’avvio delle celebrazioni per «Gerusalemme capitale della cultura araba», iniziativa promossa dall'Unesco per favorire la cooperazione tra i paesi arabi. “Incurante di 14 secoli di storia della città – spiega Giorgio - il governo
del premier uscente Olmert ha deciso di proibire il programma del festival culturale palestinese a Gerusalemme”.
In tema di politica estera si segnalano, su Repubblica, un’intervista di Mario Calabresi a Moises Naim, direttore di Foreign Policy sulla recente apertura di Obama all’Iran e, sullo stesso argomento, la riflessione di Fiamma Nirenstein sul Giornale. “La strategia americana di questo momento – scrive Nirenstein - umilia i moderati perché esalta gli estremisti. E soprattutto mette Israele in una condizione d’incertezza vitale così seria da poterlo spingere a un gesto estremo. E’ una strategia saggia? A noi pare alquanto avventurista, anche perché ogni giorno di salamelecchi occidentali viene usato dagli ayatollah per costruire la bomba e tessere una frenetica tela diplomatica per la vittoria dell'islam”.
Da leggere infine su Repubblica l’articolo di Rodolfo Di Giammarco dedicato agli appunti, finora sconosciuti al pubblico, utilizzati da Roberto Benigni per la preparazione del film La vita è bella, uscito nelle sale dieci anni fa.

Daniela Gross ucei


22 marzo 2009

Gaza, sul Web la Guerra mai vista

 



Scarica il video

Immagini, documenti, storie inedite. A combattere eserciti e milizie. A morire i civili. In internet la propaganda ma anche un mondo che si interroga e dà voce a chi non ce l'ha

Bombe, sangue morte. Sul terreno la guerra che per tre settimane ha sconvolto Gaza è stata durissima. Ma si è combattuto anche sul piano della propaganda, sui canali satellitari e in Rete.
Il nostro viaggio inchiesta porta alla luce documenti inediti o poco conosciuti in Italia. Abbiamo visitato l'offerta di video dell'esercito israeliano e quella di Hamas. Nel mondo sono stati scaricati milioni di filmati. In italia il più visto è stato quello in cui, su Rainews24, il 27 dicembre veniva annunciato il primo attacco aereo contro Gaza. Lo scontro anche sul Web è stato micidiale. Si può trovare di tutto, da immagini asettiche che ricordano quelle di incruenti videogiochi a sequenze durissime. E' il tema della guerra moderna. A scontrarsi sono eserciti e milizie armate. A pagare il prezzo più a volte e a morire sono però soprattutto i civili. Sul piano bellico si sono usati armamenti di ogni tipo ( e le denunce in sede internazionale oggi si moltiplicano). E' altrettanto vero però che tutti i soggetti animati da un minimo di umanità, ovunque si trovassero, si sono interrogati sulla natura di un conflitto combattuto in una zona densamente popolata. Straordinario un reportage del New york Times che ha riassunto, molto meglio dell'asfittico dibattito sviluppatosi in Italia, i dilemmi e le questioni aperte da questo conflitto. Scenari offre un campionario ampio di immagini e di storie. Fra queste anche la vicenda dell'operatore umanitario italiano Vittorio Arrigoni. Un sito dell'estrema destra ha invitato a ucciderlo. La Rete italiana si è mobilitato e ha chiesto l'intervento dell'Interpol. Il sito è stato chiuso perché non si può incitare gratuitamente all'omicidio.
Insieme alla vicende più torbido però in Rete si trova anche un eccezionale webdocumentario prodotto dal portale franco/tedesco di Arte. E' un'occasione imperdibile per sentire le voci di inermi cittadini di Gaza e di Sderot, palesinesi e israeliani. Tutti parlano di pace. Sulla pagina internet a separarli è un confine tracciato in verticale ma con il mouse possiamo passare da una parte all'altra e comprendere come la guerra, vista dalle gentre comune, abbia lo stesso orribile volto. C'e' anche un punto di vista che può arrivarci dal basso. E' agli antipodi rispetto a quello degli strateghi, degli eserciti, dei gruppi armati, degli eserciti. La Rete può anche essere un modo per dare voce a queste voci.
rai news 24


16 marzo 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

Sderot sotto i kassam

La notizia principale è molto negativa: due poliziotti israliani sono stati uccisi ieri  da un gruppo terrorista che sembra legato a Hezbollah in un agguato sulla strada 90, quella che costeggia il Giordano collegando il lago di Tiberiade e il Mar Morto. L'attacco è stato rivendicato dalle «Brigate del Martire Imad Mughniyeh», cioè del capo terrorista ucciso un anno fa a Damasco, di cui Hezbollah ha sempre promesso la vendetta. (Viviana Mazza sul Corriere, Gian Micalessin sul Giornale) Erano parecchi mesi che non si verificava un atto terroristico del genere. La notizia colpisce ancora di più perché il governo israeliano è alla vigilia della decisione sulle richieste di Hamas per la liberazione di Shalit. E’ una lista terribile di attentatori sanguinari. Scrive Umberto De Giovannangeli sull’Unità: “I nomi in testa alla lista sono stati anticipati ieri dalla televisione commerciale Canale 10: Abbas Saadi, Hamas, uno dei responsabili dell'attentato suicida all'Hotel Park di Natanya (27.3.2002), 30 morti; Abdallah Barghuti, Hamas, organizzatore dell'attentato al ristorante Sbarro di Gerusalemme (9.8.2001, 15 morti), del doppio attentato nella Via Ben Yehuda di Gerusalemme (1.12.2001, 11 morti), dell'attentato nel caffé Moment di Gerusalemme (9.3.2002, 11 morti); Ibrahim Hamed, Hamas, responsabile della morte di 55 israeliani in diversi attentati fra cui quello di Rishon Le-Zion (7.5.2002, 16 morti) e quello di Zrifin, presso Tel Aviv (9.9.2003, 8 morti); Bassam Saadi, Jihad islamica, responsabile degli attentati di Afula (19.5.2003, 3 morti), Megiddo (5.62002, 17 morti) e Karkur (21.10.2002, 14 morti). Altri nomi inclusi nella lista sono quelli di Hassan Salameh e Atya Abu Warda (27 morti in due attentati nel 1996) Muwaz Abu Sharaf (attentato in un autobus di Haifa, 5.3 2003, 17 morti); Majdi Amro, Muhammed Amran e Jamal Abu Hija, tutti coinvolti in sanguinosi attentati.” A quanto pare la discussione si concentra sul luogo della liberazione: Israele vorrebbe deportarli all’estero, mentre Hamas li vuole liberi a casa loro, a Gaza o in Cisgiordania. Non vorremmo essere nei panni dei ministri che si riuniranno oggi o domani per decidere.

Nel frattempo il Likud e Yisrael Beitenu hanno firmato l’accordo per il nuovo governo. A Lieberman andrebbe il ministero degli Esteri, e al suo partito anche i portafogli della Sicurezza Interna, di Turismo e integrazione e delle Infrastrutture (Viviana Mazza sul
Corriere). Ci sono ancora voci che parlano di un possibile accordo fra Likud e Kadima, sulla base di una rotazione asimmetrica del ruolo di primo ministro (due anni a Netanyahu, 21 mesi alla Livni), ma ormai è probabile che si costituisca un governo “stretto”, sostenuto da 61 deputati sui 120 della Knesset, magari in attesa di nuove elezioni anticipate, eventualmente dopo il conflitto che potrebbe riesplodere con Iran, Siria, Hezbollah o Hamas o parte di questo schieramento. Da notare a questo proposito una notizia del Corriere siglata g.o. (Guido Olimpio) secondo cui Hezbollah si lamenterebbe del fatto che la Siria non provvede a rifornirlo, come promesso coi missili M302 forniti dalla Russia. Lo stesso Olimpio ricostruisce, ancora sul Corriere, la guerra delle spie che contrappone il Mossad ai terroristi. Al di là del romanzesco, è chiaro che il conflitto visibile è da sempre, in Medio Oriente, solo una parte di quel che accade. Da segnalare anche, sullo Herald Tribune (proveniente dal New York Times) un intervento di Roger Cohen che prova a rettificare il significato pro iraniano delle sue inchieste (che si sono lette anche su questa rassegna) sulla condizione degli ebrei in Iran. La sua tesi è che il regime degli Ayatollah è più pragmatico di quel che si crede e può essere bloccato dalla deterrenza.

Venendo al panorama italiano, va lodato l’intervento di Giovanni Belardelli sul
Corriere che qualifica la celebrazione dei “Giochi del Mediterraneo” da cui Israele è esclusa come “nuovo antisemitismo” e chiede perché il governo italiano non si comporti in questo caso con lo stesso coraggio dimostrato per Durban 2. Che l’antisemitismo sia in ottima salute, lo si vede anche da episodi minimi come la risposta a una lettera al Tempo. Vale la pena di riportare integralmente lo scambio di battute. Il lettore scrive “Un docente dichiaratamente antisemita ha detto ai suoi allievi tutto il male possibile sugli ebrei e si è espresso in tono negativo sulla gerarchia cattolica perché avrebbe tolto dalle preghiere per gli ebrei l'aggettivo «perfidi». “ Il Tempo risponde:  “Anche se non era proprio esatta la traduzione, è stato saggio mettere via questo «perfidi». Tuttavia stiamo attenti a non esagerare nelle difese, lasciando credere - o quasi - che Gesù sia morto per malattia.” Bisognerebbe chiedere al direttore del Tempo se è rimasto solo con Monsignor Williamson a credere al “popolo deicida”. E a proposito di antisemitismo, sarà un po’ “paranoico”, come dicono i giovani, notarlo, ma è interessante notare che la Rassegna riporta due versioni della notizia breve di Repubblica sull’attentato di oggi. La prima versione è titolata “Uccisi in Cisgiordania due agenti israeliani” la seconda “Nei territori uccisi in un agguato due poliziotti ebrei”.  Sostituire “poliziotti” ad “agenti” rende la frase più chiara; “Cisgiordania” era appena più neutro di “Territori”, ma quegli “israeliani”  uccisi che diventano “ebrei”, fanno riflettere.
 
Ancora sulla rassegna, in ambito culturale, una segnalazione di Emilia Costantini sul
Corriere dell’allestimento teatrale della riduzione di Tullio Kezic degli “Occhiali d’oro” di Giorgio Bassani e una rievocazione di Sergio De Santis sul Mattino degli ottant’anni trascorsi dalla pubblicazione dei “Saggi critici” di Giacomo Debenedetti

Ugo Volli ucei


14 febbraio 2009

Buon viso a...

 

Mbe', che dire? A me le frasi fatte fanno ridere.

Questa mattina, davanti ai risultati delle elezioni, si sentivano frasi del genere "Che tragedia!" oppure "E' la fine" oppure "La sinistra è finita". Ma per favore. La sinistra è morta di morte naturale tanti anni fa, persino quando ancora respirava, non ricordo che cosa esattamente abbia fatto che si possa definire di sinistra. Sinceramente mi chiedo, se il partito Laburista avesse avuto la maggioranza ed avessero affidato a Barak la formazione del governo, non sarebbe stata una tragedia? Eccome lo sarebbe stata! Barak è un ottimo generale ed un pessimo politico, l'ha già dimostrato. Vedremo che cosa succederà, intanto alcune considerazioni:

  • Chi ha restituito il Sinai ed ha fatto la pace con l'Egitto? Menahem Begin – destra.
  • Chi ci ha tirato fuori dal fango di Gaza? (forse c'è chi pensa che sia stato uno sbaglio, io no). Ariel Sharon – destra.
  • Chi ci ha tirato fuori dal Libano? Ehud Barak – laburista destreggiante.

Allora, forse, se c'è una possibilità di muovere qualche cosa nella direzione di una non- guerra, la probabilità di farlo è più della destra che della sinistra (anche perché la destra farebbe un'insormontabile cagnara , mentre la sinistra approverebbe).

Obama, secondo me, sta aspettando il nuovo governo israeliano per definire le regole del gioco e persino il Lieberman più Lieberman che ci sia capisce che l'unico genitore che abbiamo sono gli USA quindi potrà fare lo smargiasso soltanto entro certi limiti.

Una cosa mi fa riflettere: i tre grandi vincitori di queste elezioni sono due principi del Likud, Bibi Nethanyahu e Tzipi Livni, ed un politico proveniente dal Likud, Lieberman. Mi domando se sia un caso che tutti e tre provengono dal Likud.

A proposito Lieberman, lui non mi fa molta paura, mi ricorda il modo di dire "Can che abbaia non morde", mi fanno paura quelli che sono con lui, razzisti veri.

Stranezze israeliane: qui in Alta Galilea c'è un villaggio druso di qualche migliaio di abitanti, la maggioranza ha votato Shas, il secondo partito che ha avuto più voti è Israel Casa Nostra alias Lieberman. Va' a capire.


13 febbraio 2009

Israele, un incerta coalizione

 

Con la saggezza del giorno dopo, ma anche con una buona dose di necessaria autocritica, le elezioni in Israele dimostrano, in primo luogo, l'incongruenza di un metodo elettorale che garantisce massima rappresentanza e minima governabilità. L'Italia lo ha capito, ha cambiato metodo, e si è dotata (nel bene e nel male) di governi di legislatura. La società israeliana è complessa, ma gli elettori invece di nominare un parlamento in grado di decidere hanno prodotto un manuale di sociologia delle popolazioni, con dodici partiti nessuno dei quali raggiunge un quarto dei seggi in palio. Con millimetrica precisione ha avuto ragione chi aveva previsto che la conclusione non inequivocabile della campagna contro Hamas avrebbe premiato la destra. Ma il naufragio della sinistra supera ogni  previsione. Sul risultato elettorale hanno inciso in misura non marginale anche quelle voci esterne che contestano e isolano Israele e gli ebrei, spingendoli ad arroccarsi su posizioni di autodifesa. Esempi sono quell’inquietante caricatura Ahmedinejad, l’incendio delle bandiere nelle piazze in Europa e in America Latina, il prete che dice che Auschwitz era un luogo di disinfestazione, l’analista che suggerisce che il Giorno della Memoria venga celebrato con maggiore discrezione perché potrebbe causare qualche rimorso agli Europei, il giudice spagnolo che chiama in tribunale l’ufficiale israeliano che ha combattuto i terroristi a Gaza. Ma anche l’erosione dell’identificazione degli Arabi israeliani con lo Stato di cui sono cittadini. Che fare? Lunghe settimane di tortuose trattative ci separano dal voto di fiducia al nuovo governo. Le alternative politiche sono essenzialmente tre: una coalizione tutta a destra, basata su sei partiti che si sono attaccati ferocemente durante la campagna elettorale, che renderebbe Israele oggetto di pressioni internazionali e ulteriore isolamento. Un governo a rotazione fra Bibi Netanyahu e Tzipi Livni, replica dello scambio Peres-Shamir, che riporterebbe la politica israeliana indietro di 25 anni. O un’ampia coalizione di programma per la legislatura (e allora conta meno chi sia il premier) con Kadima, Likud, Laburisti e una formazione religiosa, che lancerebbe un segnale di responsabilità verso il Paese e verso il mondo. E poi, è quasi inevitabile, si va a nuove elezioni anticipate. Sperabilmente con una diversa formula elettorale. 
Sergio Dela Pergola


10 febbraio 2009

Israele e dintorni per i nostri media

 

Mentre leggete queste righe le votazioni in Israele si stanno per concludere: elezioni incerte, elezioni vere, le uniche elezioni vere fra l’Europa e l’India: un immenso territorio africano ed asiatico di regni assoluti, dittature, semidittature, in cui Israele è la sola eccezione veramente democratica. Che senso hanno, dove ci possono portare queste elezioni “di portata storica” (così Luca Possati sull’Osservatore Romano)?
E’ una domanda che si pongono in molti anche al di là del mondo ebraico. Per provare a rispondere è opportuno leggere innanzitutto una analisi molto bella e piuttosto amara di Fiamma Nirenstein sul
Giornale. Abbastanza sconsolata, da un punto di vista più di sinistra, anche l’opinione di Arrigo Levi sulla Stampa: non c’è un altro stato, conclude Levi, in cui il tema elettorale dominante sia come assicurare la sopravvivenza del paese: oggi come venti o quarant’anni fa.
Tutti i giornali pubblicano i loro quadri della situazione, che in realtà appare molto incerta e fluida, per la grande quantità di indecisi e la scarsa attendibilità dei sondaggi. Spesso queste analisi rispondono a un automatismo politically correct: Livni è definita sempre “moderata”, Netanyau “un falco”, Liebermann “un estremista” se non peggio (così non solo Schuldner sul
Manifesto o Salerno sul Messaggero, ma anche Stabile su Repubblica e Tramballi sul Sole). Più interessante e approfondito il punto di vista di Micalessin sul Giornale.
Se Stefania Podda su
Liberazione parla del “giorno del giudizio” estremizzando il punto di vista di chi vede nello “slittamento a destra” il punto focale della giornata elettorale (così anche Michel Bole-Richard, giornalista di Le Monde di solito fortemente antisraeliano e antisionista, ospitato oggi anche sulla Stampa), un’interessante opinione contraria, molto lucida e innovativa è quella di  Barry Rubin sul Jerusalem Post: non c’è mai stato un tale consenso centrista nella storia di Israele la grande maggioranza degli elettori si riconosce su alcuni punti chiave: “Israele vuole la pace con i moderati palestinesi. Ma questi non sono in grado di farla per debolezza e ideologia. Dunque per molti anni non ci saranno scambi veri sui temi centrali, come Gerusalemme o il Golan. Non si possono fare patti con Hamas e Hezbullah, che però non scompariranno. Il punto fondamentale resta dunque la difesa del paese. La scelta più importante del prossimo futuro dovrà stabilire se e come attaccare la maggiore minaccia alla pace, cioè l’armamento atomico iraniano. In effetti queste opinioni appaiono largamente condivise dall’elettorato israeliano, e anche se contraddicono alcuni luoghi comuni della politica e del giornalismo europeo, andrebbero prese molto sul serio.
Altre posizioni sono piuttosto anticonvenzionali: Peppino Caldarola sul
Riformista traccia un parallelo un po’ sconfortante fra Kadima in Israele e Partito Democratico in Italia: tentativi di ristrutturare sistemi politici anchilosati, con risultati dubbi. Un altro accosta mento audace è quello di Shira Kaplan sul Jerusalem Post: Liberman è come Obama, entrambi cercano di accendere l’opinione pubblica con un discorso politico fondato sui valori.
Haaretz produce un interessante dossier, dedicando un articolo per fare il punto su ciascuna delle numerose liste che possono ottenere seggi. Iniziamo con le liste delle formazioni minori di sinistra, che sono il suo pubblico di riferimento: la campagna del Meretz (formazione a sinistra dei laburisti, di impronta pacifista) per Roni Singer-Heruti è stata “morbida e rilassata”; Hadash, partito arabo di sinistra è di fronte a un cambio di leadership (Yoav Stern); i verdi hanno provato a fare rumore (Zafrit Rinat), ma c’è un’altra formazione verde a far loro concorrenza (ancora Zafrit Rinat); ma tutti questi gruppi hanno poca possibilità di affermazione, mentre i laburisti continuano a lavorare e a puntare ai venti seggi (Roni Singer-Heruti e Yuval Azulay). Sul fronte opposto, sempre Haaretz prevede più di 16 seggi per “Yisrael beitenu” (Lily Gulili), anche grazie a un possibile cedimento di Shaas, il partito religioso sefardita (Yair Ettinger), mentre l’Unione nazionale (il partito dei sionisti religiosi basato in Cisgiordania) si presenta come la “vera destra” (Nadav Shragai). Le divisioni interne minacciano di ridimensionare l’United Torah Judaism, il partito religioso askenazita che raccoglie i voti della maggioranza fra gli haredim (Yair Ettinger).
Nella  grande massa degli interventi e delle dichiarazioni elettorali scegliamo quelle più significative. L’editoriale non firmato del
Jerusalem Post sostiene che il sistema elettorale attuale non funziona più bene, induce frammentazione e difficoltà di governo e va riformato (è d’accordo anche Yoel Marcus, in un pezzo interessante fra i numerosi editoriali interni ad Haaretz). La direzione di Haaretz, come sempre ideologica e piuttosto presuntuosa, invita invece direttamente a votare Livni anche se “non è il candidato ideale”, ma come male minore. Su questa posizione del “voto utile”, come racconta Frattini sul Corriere, si allineano molti in quel che resta della sinistra intellettuale israeliana. Così per esempio dichiara Meir Shalev in un’intervista a De Giovannangeli sull’Unità. Il Foglio pubblica un’intervista all’ex dissidente in Urss Natan Sharansky, che appoggia Netanyau  e un’altra con l’ex ambasciatore Ayalon che appoggia Lieberman, che A.B. Yehoshua in un’intervista a Repubblica definisce “un pericoloso neofascista. Su Liberal è Daniel Pipes a dichiarare il suo appoggio per Netanyau.

“Forse la settimana prossima” dice il presidente egiziano Mubarak durante il suoi tour europeo, si concluderà una tregua formale di 18 mesi, che prevede anche lo scambio di prigionieri che dovrebbe liberare Shalit in cambio di un migliaio di terroristi detenuti, compresi alcuni pericolosissimi capi. (Zappalà sull’
Avvenire) Ma evidentemente l’accordo non c’è ancora e sulla conclusione delle trattative peserà il risultato elettorale. Abu Mazen, di passaggio a Roma, si dichiara disposto a collaborare con qualunque governo uscirà dal voto (La Repubblica). Sulle prospettive di liberazione di Shalit e il contesto politico, si diffonde Luigi Spinola sul  Riformista, individuando la capacità di Hamas di usare tutti i mezzi per interferire nel processo politico israeliano.
Fra le analisi, da leggere con tutto il senso critico del caso l’intervento di un “professore di politologia” dell’Università di Gaza Mkhaimar Abusada, ospite sulle pagine del tedesco
Handelsblatt, che delinea in termini apparentemente neutrali il programma politico immediato di Hamas: ricostruzione, nuova Olp, rapporti con Abu Mazen e l’Egitto. Inutile dire che la pace non è prevista. Vale la pena di scorrere con altrettanto senso critico il programma pacifista davvero estremista di uno degli ultimi sopravvissuti di Peace Now, lo storico Eli Barnavi (intervista di Cantone su Liberal): evacuare a qualunque costo tutti gli insediamenti al di là della linea armistiziale del ’67, dividere Gerusalemme e “diventare un protettorato Usa”.

Ricomparse le scritte antisemite di “Militia” a Roma (La Repubblica). Il vescovo Williamson è stato allontanato dalla direzione del seminario dove lavorava in Argentina (bei preti avrà formato…) (Monteforte sull’Unità, Nina Fabrizio sul Mattino). La Stampa traduce l’intervista al vescovo negazionista che Wenierski e Winter avevano pubblicato sul settimanale tedesco “Der Spiegel”.
E’ importante la notizia del
Pais: sono stati arrestati gli autori dell’assalto alla sinagoga di Caracas che ha così colpito il mondo ebraico da essere stato accostato alla Notte dei cristalli. Questa è la buona notizia. La cattiva è che sono tutti poliziotti: una prova in più se occorreva del fatto che si tratta di antisemitismo di stato fomentato e tollerato dal regime di Chavez.

Ugo Volli ucei


9 febbraio 2009

Nessuna nazione al mondo avrebbe sopportato ciò che ha sopportato Israele

 Portrait of Israel Hasson

Israel Hasson è un parlamentare che si presenterà alle prossime elezioni politiche nelle liste del partito Kadima. Parlare con lui è importante per gli incarichi che ha ricoperto all'interno dello "Shin Bet", il servizio di sicurezza del controspionaggio israeliano, fino a diventarne il vicecapo. Di origine siriana parla l'arabo come madrelingua e nei negoziati che precedettero i trattati di Oslo fu a capo di una delle commissioni che ne svilupparono le clausole.

"Piombo fuso" era necessario?

Nessuna nazione al mondo avrebbe sopportato ciò che ha sopportato Israele: otto anni di bombardamenti contro il proprio territorio sovrano. L'operazione militare a Gaza non solo era necessaria ma è stata effettuata in ritardo. 13000 razzi sono stati deliberatamente lanciati verso zone abitate da civili e non si è ancora messo in evidenza che nonostante il Neghev sia pieno di basi militari solo uno di quei razzi è esploso, probabilmente per errore, in un'installazione dell'esercito. Hamas ha preferito colpire civili anche quando aveva a disposizione ottimi obiettivi militari. Questo, insieme all'uso cinico dei civili palestinesi come scudi umani, è un vero crimine di guerra.

Con questa prova di forza a Gaza, abbiamo risolto qualche problema?

Chiunque pensi che i problemi si risolvano senza superare le fasi storiche commette un errore. Fino a qualche decina di anni fa gli interessi arabi erano rivolti alla costituzione delle identità nazionali. L'Arabia Saudita, la Giordania e la stessa Siria non esistevano come tali. Oggi il mondo arabo attraversa la fase del fondamentalismo islamico e questo fa di Israele un avamposto del mondo occidentale.

Ora, a fine guerra, la Francia, la Germania, l'Italia e l'Egitto si offrono come garanti del cessate il fuoco, non potevano muoversi prima?

Probabilmente è colpa nostra perché non abbiamo chiesto prima il loro intervento.

Pensa che sarebbero intervenuti?

Non avendolo mai chiesto non lo sapremo mai.

C'è una speranza di pace?

Uno dei problemi che bisogna risolvere per poter arrivare ad una pace vera è quello del rifiuto dei dirigenti arabi nell'accettare la presenza di un'identità non islamica sul territorio. Gli arabi vivono qui da 1400 anni, i crociati, i turchi, gli inglesi ci sono stati solo di passaggio, ma con noi il discorso è diverso. Noi siamo figli di questa terra da 5000 anni ed anche se qui, per un certo periodo di tempo, siamo stati una minoranza, non abbiamo mai rinunciato al nostro diritto di viverci. Chi vuole fare la pace deve avere la forza di cambiare il punto di vista ed accettare che un'identità non islamica, capendo che noi non siamo di passaggio. Poi, diciamolo, uno dei motivi principali per i quali palestinesi ancora oggi non hanno un loro Stato è che le altre nazioni arabe non lo vogliono, il loro interesse è mantenere viva una condizione di perenne contrasto.

Non le sembra che il mondo occidentale non capisca la problematica fondamentalista?

Il mondo ha bisogno di tempo prima di capire in quale realtà sta vivendo. La storia è piena di esempi. Sono convinto che l'Occidente o gran parte di esso dopo il 2001 abbia iniziato a capire meglio e con il passare del tempo diciamo entro il 2010, capirà ancora di più.

Perché proprio il 2010?

È la data in cui, presumibilmente, l'Iran riuscirà ad avere la bomba atomica.

Lei parla della bomba atomica, se Ahmedinejad ne entrerà in possesso la userà?

Non ha bisogno di usarla, gli basta averla. L'Iran non ha bisogno di montarla su un missile e di lanciarla verso qualche obiettivo, sono sicuro che non sarà questo il suo "modus operandi", pagherebbe un prezzo enorme. Il pericolo è che, attraverso l’Iran, il terrorismo mondiale possa entrare in possesso dell'atomica. Faccio un esempio: non serve caricare un ordigno atomico su un aereo e farlo arrivare fino a Roma, basta metterlo in un container e caricarlo su una nave che arrivi al porto più vicino a Roma e poi farlo esplodere. Si raggiungerebbe il risultato e sarebbe impossibile dare la colpa a qualcuno. Io non so se il mondo occidentale possa permettersi il lusso di lasciare un'arma del genere in mano a chi professa un'ideologia della morte come quella di Ahmedinejad. Israele, sicuramente, no. Anche perché è l'unica nazione del mondo che corre il rischio di essere cancellata.

Non le sembra che l'Occidente abbia una sorta di paura nei confronti dell'Iran, che non siano state prese le giuste contromisure con la tempestività necessaria?

Non credo che ci sia una vera paura ma se affronto il problema da Londra, Parigi o Roma, non lo vedrei come lo vedo da qui. Il punto di vista israeliano, per forza di cose, è completamente diverso da quello europeo o nordamericano.

Cosa vede all'orizzonte?

Io sono ottimista

Però ha appena detto una frase che fa venire i brividi: “Israele non può permetterselo”... Come farà Israele?

Come farà o non farà Israele non è in realtà molto importante. E’ importante cosa farà.

Cosa farà Israele?

Nella situazione politica generale internazionale l’Iran con l’atomica è un'ipotesi che non deve diventare una tesi. In molte nazioni del mondo gli attriti sono dettati dagli interessi dell’una o dell'altra fazione, soltanto Israele lotta per garantire la propria sopravvivenza e non può permettersi di arrivare il minuto successivo a quello in cui l'ipotesi si è trasformata in tesi.

Cosa accadrà?

Se il mondo ci aiuterà agiremo in un contesto generale, nel caso contrario, continueremo a credere in noi stessi come abbiamo sempre fatto. Noi dobbiamo risolvere i nostri problemi e se nel farlo risolveremo anche quelli del mondo libero sarà ancora meglio.

Anche New York, Londra e Madrid hanno subito la violenza del terrorismo islamico.

C'è da dire che l'Europa stenta a focalizzare problemi che non sente propri. Probabilmente crede o spera di essere stata colpita per caso. È un modo per rimandare il problema nel tempo. Io mi auguro che l'Occidente faccia sentire il suo peso, se non lo farà Israele sarà costretta ad operare in proprio. Noi, purtroppo, il problema non possiamo rimandarlo.

grazie a Michael Sfaradi
tempi






6 febbraio 2009

Gaza, testimoni palestinesi: Hamas usava le ambulanze per trasportare terroristi

 

Scrive il Sydney Morning Herald Civili palestinesi residenti a Gaza durante le tre settimane di guerra con Israele raccontano le difficoltà d’essere rimasti in mezzo, fra Hamas e soldati israeliani, nel momento in cui gli estremisti del movimento islamista che controlla la striscia di Gaza cercavano di impadronirsi delle ambulanze.

Mohammed Shriteh, 30 anni, è un autista di ambulanze immatricolato e addestrato dalla Mezzaluna Rossa Palestinese. Il suo primo giorno di lavoro è stato l’1 gennaio, sesto giorno di guerra, nel quartiere al-Quds. “Per lo più la guerra non era così frenetica o caotica come pensavo – dice Shriteh – Ci coordinavamo con gli israeliani prima di raccogliere i malati, perché loro hanno tutti i nostri nomi e i nostri numeri di documento e così non ci sparavo addosso”.

Shriteh prosegue raccontando che il pericolo più immediato era piuttosto rappresentato da Hamas, che cercava di attirare le ambulanze nel cuore delle battaglie per portare al sicuro i suoi combattenti.

Viva Israele


3 febbraio 2009

Gaza, testimoni palestinesi: Hamas usava le ambulanze per trasportare terroristi

 

Scrive il Sydney Morning Herald

Civili palestinesi residenti a Gaza durante le tre settimane di guerra con Israele raccontano le difficoltà d’essere rimasti in mezzo, fra Hamas e soldati israeliani, nel momento in cui gli estremisti del movimento islamista che controlla la striscia di Gaza cercavano di impadronirsi delle ambulanze.

Mohammed Shriteh, 30 anni, è un autista di ambulanze immatricolato e addestrato dalla Mezzaluna Rossa Palestinese. Il suo primo giorno di lavoro è stato l’1 gennaio, sesto giorno di guerra, nel quartiere al-Quds. “Per lo più la guerra non era così frenetica o caotica come pensavo – dice Shriteh – Ci coordinavamo con gli israeliani prima di raccogliere i malati, perché loro hanno tutti i nostri nomi e i nostri numeri di documento e così non ci sparavo addosso”.

Shriteh prosegue raccontando che il pericolo più immediato era piuttosto rappresentato da Hamas, che cercava di attirare le ambulanze nel cuore delle battaglie per portare al sicuro i suoi combattenti.

Viva Israele


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