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2 dicembre 2007

La Livni ai colleghi arabi: “Perché ci trattate come paria?”

 “Mi chiedo perché nessuno vuole stringermi la mano, perché nessuno vuole farsi vedere mentre parla con me”. Queste le parole che il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni avrebbe rivolto direttamente ai ministri degli esteri dei paesi arabi durante una riunione a porte chiuse nel quadro della conferenza di pace di Annapolis.
Il fatto è riportato dal Washington Post di mercoledì, che cita anche altri dettagli. Secondo il ministro degli esteri olandese Frans Timmermans, Tzipi Livni ha detto ai suoi colleghi arabi di smetterla di trattarla come un paria. “La evitavano come se fosse la sorellina di Dracula”, ha detto il ministro olandese.
Intervistato alla vigilia della conferenza sponsorizzata dagli Stati Uniti per rilanciare i negoziati di pace israelo-palestinesi, il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal aveva detto che, durante i lavori ad Annapolis, non avrebbe stretto la mano a nessun israeliano, sostenendo che non intendeva prestarsi a “show teatrali” né “fare mostra di sentimenti che non condividiamo”.
Secondo il Washington Post, il segretario di stato americano Condoleezza Rice ha commentato questi fatti ricordando la propria infanzia negli Stati Uniti meridionali del segregazionismo. “Come gli israeliani – ha detto la Rice – so bene cosa vuol dire andare a letto la sera senza sapere se l’indomani verrai aggredita a suon di bombe, cosa vuol dire aver paura nel proprio quartiere e aver paura a recarsi in chiesa”. La Rice ha rievocato l’attentato dinamitardo che all’epoca suprematisti (razzisti) bianchi perpetrarono contro una chiesa frequentata da neri provocando la morte di quattro ragazzine di colore. La Rice ha espresso empatia anche verso i palestinesi aggiungendo: “E so cosa significa sentire che non potrai percorrere una strada o superare un posto di blocco, conosco il senso di umiliazione e impotenza. C’è tanto dolore da entrambe le parti, e da troppo tempo”, ha concluso il segretario di stato.

(Da: YnetNews)

Nella foto in alto: Il primo ministro palestinese Salam Fayyad, il segretario di stato Usa Condoleezza Rice e il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni durante i lavori ad Annapolis.


2 dicembre 2007

Domenica 2 dicembre

 

Domenica 2 dicembre:
 
 
 
 
Insomma, una tranquilla domenica di odio anti-israeliano...C'è un qualche tg che ha dato la notizia? Certo che no...e in fondo hanno ragione: oggi è stata una giornata tranquilla, quasi di "pace". D'altronde all'indomani di Annapolis si scopre che ai palestinesi non interessano due stati per due popoli! O meglio, per essere più precisi, sono interessati all’idea di due stati, ma non sono affatto d’accordo sull’identità e sul diritto dell’altro popolo. In altri termini, non pensano che il popolo ebraico abbia diritto a un proprio stato. Come ha scritto ieri Uri Orbach su YNet News: "Stanno per ottenere uno stato senza neanche un insediamento e neanche un ebreo" - mentre in Israele il 20% della popolazione è araba e islamica - "eppure trovano arduo accettare l’idea di stato per il popolo ebraico. Vogliono uno stato che sia soltanto loro" - nonostante esistano ben 20 stati islamici e un solo stato ebraico nel mondo - "e un altro stato che sia per ebrei e arabi: non Israele ma una sorta di Israel-ina".
 
Cordialità,
D. Santus


2 dicembre 2007

Le priorità della Farnesina in Medio Oriente

 Equivicinanza? Si, ma tra Hezbollah e Hamas



Dalema a Beirut













le detta il ministro degli esteri con la keffia

Testata: L'Unità
Data: 01 dicembre 2007
Pagina: 10
Autore: Umberto De Giovannangeli
Titolo: «Dal Medio Oriente al Kosovo, i dossier-priorità dell'Italia all'Onu»

Da oggi l'Italia è il paese presidente di turno del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, ce lo ricorda premurosamente dalle colonne dell'UNITA' ,oggi 01/12/2007, a pag.10, Umberto De Giovannangeli, preoccupato che la Farnesina, guidata dall'equidistante Massimo D'Alema, si trovi con troppi problemi sul tavolo.  Il primo, ci ricorda  Udg, è il Medio Oriente. Ecco cosa scrive: "  Due sono le direttrici su cui l’Italia intende marciare: in primo luogo, dare seguito immediato alla Conferenza di Annapolis. In questo ambito, l’Italia intende riproporre in sede di Consiglio di Sicurezza la necessità di sostenere, con un piano ad hoc, la ricostruzione nei Territori, con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita della popolazione palestinese, in particolare nella Striscia di Gaza. Il dossier mediorientale riguarda anche un’altra situazione caldissima: il Libano. In programma, spiega la fonte diplomatica, è una relazione del segretario generale dell’Onu, Ban ki-moon, sullo stato di attuazione della risoluzione 1701, sulla base della quale si è realizzata la missione «Unfil 2» nel Sud Libano." Come si vede, dal Medio Oriente, sono rigorosamente esclusi alcuni problemi di poco conto, quali , , < la destabilizzazione del Libano ad opera della Siria>, ecc. Sembra, ma non solo sembra,e se lo scrive l'UNITA' c'é da crederci, che la preoccupazione maggiore della nostra politica estera in Medio Oriente siano le condizioni di vita dei palestinesi. Che sarà pure un argomento serio da affrontare, ma che a noi pare piuttosto una conseguenza delle attività dei loro dirigenti, impegnato a combattero lo Stato ebraico, invece di pensare al benessere dei loro cittadini. Sapendo che la sicurezza non è una priorità per il nostro ministro degli esteri, conosciamo fin da subito quello che ci aspetta.

Per inviare il proprio parere all'Unità, cliccare sulla e-mail sottostante.


lettere@unita.it


2 dicembre 2007

Il caso del Dalai Lama (La sinistra del “vorrei ma non posso…”)

 
Il Dalai Lama con Marco Zacchera

Difficile non mettere in crisi le diverse anime della sinistra italiana quando c’è da trovare una quadra dovendo difendere interessi troppi divergenti e costringendola così ad un sostanziale immobilismo. L’ultima occasione di strappo interno è la prossima visita del Dalai Lama in Italia che a metà dicembre lo vedrà per una settimana in visita a diverse località della penisola. Ospite benvenuto, ma anche scomodo vista l’ evidente irritazione di Pechino ad un eventuale ricevimento del Dalai Lama che risultasse troppo caloroso o a livello istituzionale troppo elevato. Il caso è scoppiato a Torino – dove è stata cancellata la visita di un ministro cinese dopo che il Consiglio Regionale del Piemonte aveva invitato Tenzin Gyatso ad una conferenza – ma soprattutto a Roma, dove il Dalai Lama è invitato da Veltroni ma Fausto Bertinotti ha detto “no” alla richiesta della maggioranza dei deputati (di ogni gruppo politico salvo il PCDI) che chiedevano che il Dalai Lama potesse portare un saluto all’aula, come avvenne per Arafat, Re Juan Carlos di Spagna e Giovanni Paolo II, o almeno affacciarsi alla tribuna. Timoroso delle ripercussioni, il programma di Bertinotti prevede quindi un taglio decisamente più sobrio e nessuna cerimonia pubblica o in aula. Una volta di più l’Italia si ferma un passo prima del dimostrare coraggio, quel coraggio che per esempio ha avuto recentemente la cancelliera tedesca Angela Merkel ricevendo pubblicamente il Dalai Lama o il congresso degli Strati Uniti che - pur a maggioranza democratica - non ha esitato ad invitarlo perché parlasse all’assemblea riunita in forma solenne. Il problema non è certo spirituale, ma politico, con la Cina da sempre porta avanti una politica di delegittimazione del leader tibetano nonostante che il Dalai Lama ribadisca di non ritenersi una autorità politica ma religiosa, non chieda più l’indipendenza del Tibet ma solo una larga autonomia. Pechino considera e tratta il Dalai Lama come “terrorista” (!) e chi non ha il coraggio di protestare per questo evidentemente ha dei timori reverenziali nel ricordare la verità storica della violenta occupazione militare cinese del Tibet. Ancora più grave è far finta di non vedere l’evidente tentativo di “normalizzare” il Tibet in questi ultimi anni violandone l’anima prima ancora che i costumi e le tradizioni popolari. I quartieri di Lasha dove i palazzi d’acciaio hanno sostituito l’architettura tradizionale, abbattuta in modo devastante, ne sono l’esempio più umiliante con la cacofonia dei karaoke che hanno cancellato le preghiere dei monaci. Davanti a questa situazione gran parte del mondo occidentale ostenta ipocriti, grandi elogi verbali al Dalai Lama ma – come l’Italia - non osa poi sfidare il colosso cinese dimostrando che la “realpolitik” degli affari vale di più degli ideali e dei principi. E’ tipico delle società e delle nazioni deboli che temono quelle più forti di loro, magari senza rendersi conto che oggi la Cina è non solo un formidabile impero economico, ma anche una nazione dove non sarà possibile per lungo tempo negare la realtà e la necessità di un riconoscimento più vasto dei diritti umani, a partire da questioni come la pena di morte, il rispetto dell’ambiente, lo sfruttamento di centinaia di milioni di persone e la stessa questione del Tibet. Per tutto questo – convinti – avevamo sottoscritto l’appello a Bertinotti: dimostrasse l’Italia di non aver nulla “contro” la Cina, ma allo stesso tempo rivendicasse la grande validità del messaggio non violento del Dalai Lama, premio Nobel della pace. Un simbolo soprattutto portatore di valori di cui anche la Cina avrebbe grande bisogno per non implodere presto al proprio interno. Chi nota come le cronache politiche di queste settimane siano piene di dichiarazioni di “vorrei ma non posso” da parte di questo o quell’esponente di maggioranza avrà un’ulteriore conferma della reciproca loro debolezza. Chi pensava - che almeno in questa occasione - Prodi e la sinistra avessero il coraggio di rompere un tabù rimarrà deluso, certo è davvero emblematico che - pur di galleggiare - questa sinistra abbia davvero sacrificato ogni anima e ogni principio.

Marco Zacchera


2 dicembre 2007

Gaza: colpi mortai su kibbutz

 

Almeno otto ordigni sono esplosi nel villaggio

 Un attacco senza danni ne' vittime e' stato sferrato da palestinesi ai margini della striscia di Gaza contro il kibbutz di Nahal Oz. I mortai palestinesi sono entrati in azione colpendo a ripetizione le case del kibbutz. Almeno otto ordigni sono esplosi nel villaggio, altrettanti sono caduti nei campi vicini. Intanto, dopo sei mesi e' stato riaperto il valico di Rafah.(Il lancio di mortai è stato il ringraziamento!)  Oggi 200 palestinesi hanno attraversato la frontiera.


2 dicembre 2007

«Il re senza corona di Israele»

 

Nel novembre del 1938 un ebreo russo a capo di un movimento noto come “Nuova organizzazione sionistica” spedì a uno studente sudafricano una lettera che ha fatto epoca, tanto da essere stata inserita più di trent’anni dopo nell’Enciclopedia Judaica. “Perché vivere?”, chiedeva lo scrittore presagendo un’Europa trasformata nel mattatoio del giudaismo, intravedendo i forni della Shoah nelle immagini della vaporosa, piacevole volgarità della borghesia tedesca e mitteleuropea, le salsicce che scoppiano, i vasi da notte, le birre e gli antisemiti vestiti in calzoni attillati di cuoio. “Il suicidio è peggio della codardia, è la resa. Nei prossimi dieci anni vedremo lo stato d’Israele non solo proclamato, ma anche realtà”. La redenzione di Israele andava cercata prima quaggiù in terra, senza aspettare gli angusti spazi celesti. L’autore della lettera, Ze’ev Jabotinsky, sarebbe diventato la figura più popolare in Israele, dopo esserne stato per decenni il demone nero che non meritava neppure l’eterno riposo nella terra che tanto amava. Lo afferma un incredibile sondaggio reso noto dal quotidiano Yedioth Ahronot e il numero di strade che gli sono state dedicate. Il “lupo solitario” padrino della destra israeliana, da Menachem Begin ad Ariel Sharon passando per Ehud Olmert e Benjamin Netanyahu, precede di gran lunga il suo storico avversario, David Ben Gurion e il profeta Theodor Herzl, fra le figure più amate della storia israeliana. C’è soltanto una donna. Non è Golda Meir, ma Hannah Senesh, si fece paracadutare dietro le linee naziste e fu torturata a morte dalla Gestapo. Jabotinsky era profondamente pessimista sulla tenuta della cultura illuminista, vedeva la debolezza del liberalismo weimariano e il suo irenismo cosmopolita che si sarebbe mangiato gli ebrei, decifrò per primo l’imminente salasso israelitico nella nazione che aveva vinto il maggior numero di Nobel e raggiunto per prima l’alfabetizzazione di massa. “Saggio è stato il filosofo che ha detto homo homini lupus: l’uomo è lupo all’uomo, e passerà molto tempo prima che questo potrà essere corretto, non con una riforma del sistema elettorale, né con la cultura o con l’insegnamento e l’esperienza. Quando mi viene rimproverato che sostengo il separatismo, la sfiducia e tutte le altre cose da digerire per gli intellettuali, vorrei rispondere: lo ammetto, sono fatto così, sostengo e sosterrò questo e altro, perché il separatismo, la sfiducia, l’essere in guardia, il tenere sempre il bastone in mano è l’unico mezzo per sopravvivere in questa guerra di lupi”. Jabotinsky ordinava ai suoi seguaci del Betar di strappare la bandiera nazista dal consolato tedesco a Gerusalemme. Quelle incursioni sono entrate a far parte degli annali dell’eroismo israeliano. Poeta, romanziere, giornalista, soldato, visionario e statista, Vladimir Ze’ev Jabotinsky con un gruppo di amici nel 1904 fondò la casa editrice “Kadima” (Avanti). Lo stesso nome che avrebbe usato Sharon per fondare il suo partito. Jabotinsky si firmava con lo pseudonimo “Altalena”, come la nave carica di armi e combattenti revisionisti affondata da Ben Gurion a largo di Tel Aviv. Jabotinsky aveva la vocazione del grande normalizzatore, secondo Begin combinava “la nobiltà dello spirito a una logica di ferro”. Le fotografie ci trasmettono l’immagine di un filologo in fuga dalla persecuzione, un concentrato di orgoglio e tristezza, rabbia e fierezza. Apolide e rivoluzionario morto a New York nel 1940 dopo un’esistenza di lotte e sconfitte, Jabotinsky è al centro di un saggio di Vincenzo Pinto, “Imparare a sparare” (Utet). Il titolo riprende una raccomandazione che il leader sionista trasmise al filosofo della politica Leo Strauss. Il libro è la prima accurata ricostruzione di una figura ampiamente vendicata dalla storia. Già negli anni Venti, mentre la sinistra sionista cercava di conciliare socialismo ebraico e nazionalismo arabo, nella pretesa che la logica di classe e l’universalismo socialista sciogliessero l’incipiente conflitto, Jabotinsky ebbe la chiarezza intellettuale di comprendere il dominio della Palestina. Fu lui a lanciare l’allarme sul destino degli ebrei d’Europa, propose l’“evacuazione” di tutti quelli che vivevano “là”. Non scelse a caso un termine che suggeriva l’emergenza, “sono in pericolo milioni di ebrei europei”. Come ha scritto Tom Segev nel suo libro “Il settimo milione”, “se avessero dato ascolto al leader revisionista Ze’ev Jabotinsky, avrebbero evacuato tutti gli ebrei d’Europa prima della guerra, portandoli in Palestina”. In un breve articolo intitolato “Il Muro di Ferro” Jabotinsky riconosceva, ben prima che se ne accorgessero i laburisti – che nel 1969 per bocca di Golda Meir negavano ancora l’esistenza di un’identità nazionale palestinese – che gli arabi di Palestina erano un popolo, che il conflitto consisteva in uno scontro tra due aspirazioni nazionali e che i sionisti sarebbero riusciti nel loro intento soltanto se capaci di difendere il loro progetto politico con la forza delle armi. Jabotinsky sapeva che la presenza ebraica in territorio arabo non sarebbe stata una festa né per gli ebrei né per gli arabi, quanto il grandioso e tragico inveramento di un incredibile sogno che dura dalla fine dell’Ottocento. Il suo “Muro di Ferro” è la chiave di volta dei trattati di pace con Egitto e Giordania. Fu travisata perché interpretata in chiave offensiva e non difensiva, è la capacità di difendersi per scoraggiare l’avversario e costringerlo ad accettare l’esistenza d’Israele. Il giovane leone di Odessa aveva capito che questa era l’unica strategia possibile in un paese che si percorre con un jet in due minuti e la cui esistenza, come ha scritto Ehud Barak, “può essere distrutta in un solo giorno di combattimenti”. Fu Jabotinsky a comprendere che la diplomazia che aveva partorito Monaco non avrebbe guadagnato agli ebrei uno stato. “Se una Bibbia sionista è mai stata scritta, Jabotinsky deve essere considerato il suo compassionevole profeta”, scrive Sarah Honig sul Jerusalem Post. I seguaci ne hanno avvolto la figura con un velo di santità. Il Wall Street Journal nel 1987 pubblicava un articolo che chiedeva riforme liberiste in Israele. Era stato scritto nel 1926 da Jabotinsky. “L’uomo era un genio”, dice Rafaella Bilski dell’Università ebraica di Gerusalemme, il cui saggio “Every individual a king” ha riabilitato la figura di Jabotinsky, a cui Ben Gurion si riferiva con il nomignolo di “Adolf” e “Vladimir Hitler”. Fu proprio il ritorno delle sue spoglie a Gerusalemme, sul monte Herzl accanto agli altri eroi della rinascita ebraica, il gesto con il quale il successore di Ben Gurion, Levi Eshkol, avviò la pacificazione. Quando Begin si affacciò dall’Hotel Aviv in Sion Square, per denunciare l’accordo fra il governo israeliano e quello tedesco, pronunciò queste parole: “Nel nome di Gerusalemme, nel nome di quanti sono saliti sul patibolo, nel nome di Ze’ev Jabotinsky, se dimenticherò lo sterminio degli ebrei, che mi si secchi la mano destra; che la lingua mi si incolli al palato se non vi ricorderò, se non metterò al di sopra di tutti i miei dolori lo sterminio degli ebrei”. Begin aveva perso tutta la famiglia nella Shoah. “Jabotisnky è stato influenzato da Labriola e da Garibaldi”, ci spiega Vittorio Dan Segre, saggista e combattente durante la guerra d’Indipendenza israeliana. “Un uomo geniale con una memoria straordinaria, scriveva in un ebraico classico e ha tradotto Dante. E’ stato il primo straniero ufficiale dell’esercito britannico. Fu condannato a morte per la difesa degli ebrei a Gerusalemme nel 1919. E’ uno dei personaggi più romantici ed eroici della storia ebraica, ma è stato dimenticato dalla corrente socialista. L’idea del Muro realizzata da Sharon è di Jabotinsky, oggi i suoi figli sono al potere. Livni è nata nell’adorazione di Jabotinsky, Olmert pure. I revisionisti sono stati dimenticati, il sionismo doveva essere di sinistra e laburista”. Non è d’accordo lo storico Benny Morris, che ha appena pubblicato “La prima guerra d’Israele” (Rizzoli). “Molti israeliani ancora non conoscono Jabotinsky. E’ morto nel 1940, prima che lo stato fosse realizzato e non fu decisivo nella creazione. E’ diventato importante da un punto di vista ideologico nel 1977 con l’arrivo al potere di Begin, il suo erede. I revisionisti erano una minoranza molto attiva. Nella prima elezione generale del 1949 presero soltanto il 12 per cento dei voti. Tutto cambia negli anni Settanta, quando l’Herut arrivò al potere riscattando la storia revisionista, grazie al voto degli immigrati delle ondate di aliyah. Oggi sono al potere i suoi eredi, i likudniks. I padri di Livni e Olmert erano revisionisti”. Odessa, il luogo natio di Jabotinsky, era una città unica al mondo. Creata a fine Settecento per volere della zarina Caterina II, il porto sul Mar Nero divenne il laboratorio illuminista dell’Europa levantina. Vladimir Ze’ev nacque nell’ottobre 1880 come secondogenito da Evgenij, un mercante ebreo secolarizzato di seconda generazione e da Eva Sack, di famiglia ebraica benestante, più tradizionalista e infarcita di cultura tedesca. Privo di un’educazione ebraica e di una vicinanza al mondo yiddish, Jabotinsky fu “acculturato” come un tipico ebreo russo. Giunse a Roma nell’autunno 1898 e si iscrisse alla facoltà di legge. Dirà di essere diventato sionista durante quel soggiorno. Il pogrom di Kishinev del 1903 lo spinse a formulare l’idea di autodifesa ebraica: sionismo significa che mai più il sangue degli ebrei sarebbe scorso impunemente. Quell’anno Jabotinsky prese parte al sesto congresso sionista, ma fu sovrastato da Herzl. Rimase abbagliato dalla figura di Herzl, come lui giornalista e come lui visionario (Kraus definì Herzl un “ridicolo messia”). “Un profilo di un imperatore assiro come quelli sulle antiche lastre di marmo”, scrive di Herzl. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, Jabotinsky, che si era fatto un nome da esteta e letterato, fu spedito come inviato in Europa occidentale. “Il sionismo cerca di strappare gli ebrei dalla vicinanza spirituale con l’Europa? No. Il sionismo cerca un luogo per gli ebrei, dove essi possano conservare tale vicinanza, sviluppare e gustarla, senza soffrire la degradazione o la persecuzione”. Pensava che il sionismo fosse innato nelle masse ebraiche, “sono silenti, non parlano ma pensano, e il sionismo articola i loro pensieri. Nei giorni di dolore, in esilio, che cosa può sognare il popolo se non una patria; pregò e si strusse per essa in tutti i suoi libri sacri, forniti di espressioni miracolose, preservando le rovine dei luoghi santi, dati ai loro avi, strappati ai loro padri e promessi ai loro nipoti”. A San Pietroburgo iniziò la carriera di polemista nemico della soluzione bundista, quanto di quelle liberali e socialiste. La sua scrittura era piena di orgoglio ebraico, “noi non eravamo abituati, dalla nostra infanzia, all’idea che potevamo essere ebrei, ma che non dovevamo essere ebrei”. Da una parte, diceva, ci sono quelli che, più o meno con sapevolmente, hanno perduto ogni speranza e che conducono l’identità ebraica verso la “sparizione definitiva”; dall’altra quelli che cercano di preservare “questo fratello che ha il nome di Israele”. “E’ lo scontro tra il desiderio di vivere e la sottomissione a un verdetto di morte”. Voleva che l’ebraismo abbandonasse la cultura del ghetto per quella del “braccio che adopera la spada, dei muscoli di granito e tendini d’acciaio”. Immaginava quelle masse prendere la strada per Haifa e Tel Aviv, come avrebbero fatto su carrette di fortuna dopo l’Olocausto. “Verrà il momento in cui il mio popolo sarà grande e indipendente e la Palestina sarà illuminata dai raggi della sua naturale bellezza, nel sudore del suo suolo che lo lavorerà. La mia opera è quella di uno spaccapietre che costruisce il nuovo tempio per il suo Dio sovrano assoluto. Il nome di questo Dio è il popolo ebraico. E se un lampo attraversa istantaneamente il cielo oscuro degli stranieri, impongo al mio cuore di non battere e ai miei occhi di non vedere. Prendo il mattone che segue in fila e lo metto sull’altro; e questa è l’unica mia risposta al fragore della distruzione”. I laburisti pensavano invece che soltanto la rivoluzione socialista fosse il presupposto per un focolare ebraico. Il giovane ammiratore di Verlaine e di Rimbaud vide un’unica soluzione all’antisemitismo: una patria ebraica in Palestina, l’emigrazione di massa e la riappropriazione della forza da parte degli ebrei. La svolta fu l’incontro con Josef Trumpeldor ad Alessandria d’Egitto nel dicembre 1914. Lì erano stati ammassati molti coloni ebrei (tra cui Ben Gurion) espulsi dalla Palestina. Trumpeldor era un mito per l’impresa sionista: aveva partecipato al conflitto russo-nipponico del 1905, perdendo il braccio sinistro nella battaglia di Port Arthur; unico soldato ebreo promosso ufficiale, al termine del conflitto si era laureato in legge all’università di San Pietroburgo; successivamente aveva deciso di abbandonare la Russia per compiere alijah in Galilea. L’alone carismatico promanato da Trumpeldor era descritto così da Jabotinsky. “Con la sua unica mano era più destro che tanti di noi con due. Con quella egli si lavava, si radeva, si vestiva; con quella tagliava il suo pane e si puliva le scarpe; con quella, in Palestina e, più tardi, a Gallipoli guidava il suo cavallo e maneggiava il suo fucile”. In una lettera dell’ottobre 1915, il giornalista di Odessa chiarì il suo progetto: critica di ogni posizione opportunistica di fronte agli eventi; postulato della pressione morale; necessità di un’autodifesa armata; realismo politico inteso come capacità di adattare repentinamente i mezzi tattici in vista degli obiettivi strategici. Jabotinsky non era amato dal mondo ebraico dell’Inghilterra e dalla stampa d’opinione, come il Times, che ne sosteneva la secolarizzazione. I britannici, che facevano capo al chimico Chaim Weizmann, erano intenzionati a rafforzare la “splendid relationship” con Londra. Jabotisnky pretendeva l’immediato riconoscimento di un’autodifesa ebraica organizzata. Il 24 gennaio 1930 il capo revisionista parlò di immigrazione necessaria per l’Europa dell’“incurabile antisemitismo”. Accusò i laburisti di aver svenduto “i sacri tesori della Torah”. Alle critiche di clericalismo ebraico Jabotinsky rispose che “è il potere morale della religione, e non la sua falsificazione clericalistica che intendiamo includere nella nostra piattaforma. Non riconoscete che la Torah contiene nobili e sacre verità?”. Il 13 marzo 1940 sbarcò a New York. Sei giorni dopo parlò al Manhattan Center davanti a quattromila persone. L’unico “obiettivo di guerra” degli ebrei, disse, è la restaurazione dello stato ebraico. Telegrafò al neopremier britannico Winston Churchill, proponendogli un esercito ebraico con una propria bandiera da utilizzare su tutti i fronti di guerra alleati, simile a quello del governo polacco in esilio, in cambio di una revisione della politica del Libro bianco sull’emigrazione ebraica in Palestina. Era l’origine della Legione ebraica. Non vide mai la nascita d’Israele, ma i suoi uomini del Betar contarono 60 mila militanti in Europa orientale, si batterono come leoni nei ghetti e nelle foreste, ma anche nei deserti della Giudea e della Samaria. Secondo Moshe Arens, ministro della Difesa e autore della storia dei revisionisti nelle rivolte contro i nazisti, “Jabotinsky era il più grande leader sionista”. Quando morì esule a New York nel 1940, nessun organo di stampa laburista diede la notizia con risalto. Ben Gurion si oppose finché fu vivo al trasporto delle sue ceneri in Israele. “Oggi la gente inizia a capire che Jabotinsky fu il più democratico dei sionisti”, ha detto l’ex primo ministro Yitzhak Shamir. Il caso volle che finisse i suoi giorni da apolide dopo aver predicato la fine dell’assimilazione e il “ritorno alle radici”. Morì cercando di convincere gli americani sulla partecipazione materiale del giudaismo alla causa antinazista. Non sapeva che un milione e mezzo di ebrei avrebbero combattuto nelle armate alleate. Non fece in tempo a vederli partire, quei volontari stranieri nella guerra, per la libertà d’Israele. Il leone di Odessa, per bocca del suo bellissimo Sansone letterario, lasciò un testamento al popolo ebraico: “Che raccolgano armi, scelgano un re e imparino a ridere".
Di Giulio Meotti


2 dicembre 2007

Souha Arafat: dalle stelle alle stalle....

 

 

Souha Arafat, la vedova allegra, si lamenta degli “stenti”

 Tradotto da: Kritikon


 


 

“Vivo con appena 10.000 dollari (circa 7.100 euro – ndr) al mese, una pensione dell’Autorità palestinese”. Questo il lamento di Souha Arafat nelle pagine del Sundey Times.

Souha ricorda che, durante l’agonia del marito, Yasser Arafat, gli era stato chiesto di parlargli, di modo da favorire la sua uscita dal coma. “gli parlai di ciò che più gli piaceva: la Palestina, Gerusalemme, la sua infanzia, la madre….. Gli abbiamo recitato i suoi versetti preferiti del Corano”.

Souha Arafat vive a Malta con sua madre, Raymonda al-Tawil, una “militante della causa palestinese” proveniente da una famiglia agiata e proprietaria terriera nel nord di Israele, e la figlia dodicenne, Zahwa.

I suoi beni personali nonchè i documenti del marito le sono stati confiscati dal governo tunisino che, lo scorso mese di agosto, le ha revocato anche la cittadinanza a seguito di una aspra polemica avuta con il presidente tunisino a circa la fondazione di una scuola.

Quanto alle voci di avvelenamento di Arafat, Souha pensa che “i rapporti dei medici erano discordanti e non c’erano prove attendibili. Credo che, in fondo, non sapremo mai la verità”.

Mahmoud Abbas lo scorso 10 novembre ha inaugurato un mausoleo dedicato proprio a Yasser Arafat ed il cui costo si aggira intorno a 1,75 milioni di dollari.

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Povera cocca!!!.....

 inviato da KRITIKON


2 dicembre 2007

Buon appetito con i dolci della cucina ebraica

 

Bombette dolci parve

Bombette dolci parve

Ingredienti:

500 g di farina, 3 uova intere, 70 g zucchero, 70 g margarina, 1 dado di lievito di birra, 1 pizzico di sale.

Preparazione:

Amalgamare la farina con le uova, sia tuorlo che albume, la margarina, il lievito sciolto in un bicchiere con poca acqua tiepida, un pizzico di sale e per ultimo lo zucchero, perché aiuta la fermentazione.

Fare riposare l'impasto per un'ora e mezzo.

Una volta lievitato l'impasto, stenderlo molto bene con un matterello infarinato e formare servendosi di un bicchierino da caffè dei dischetti, separarli su un piano, coprirli e lasciarli lievitare per un'altra ora.

Riempite di olio una padella, riscaldarlo. Immergere i dischetti lievitati (sulla mano risulteranno leggeri) abbassare la fiamma e cuocerli 6/7 minuti per parte, una volta gonfiate e dorate, le bombette, toglierle dalla padella e immergerle nello zucchero precedentemente messo in una ciotola.

Servirle calde oppure riscaldarle in forno per circa 10 minuti a 60 gradi poco prima di servirle. Sono deliziose!

N. B. Il burro non va sciolto sul fuoco, ma lavorato con le mani. L'impasto che deve lievitare non deve mai stare a contatto con piani da lavoro freddi, perché il freddo blocca la lievitazione. Per Shabbat si possono riscaldare sulla plata.

Buon appetito!

Crèpes parve

Crèpes parve

Ingredienti:

125 g farina, 3 uova intere, 100 g zucchero, 1/4 di litro di latte di soia, margarina

Preparazione:

In una ciotola, amalgamare i 3 rossi d'uovo allo zucchero poi aggiungere la farina e per ultimo versare il latte goccia a goccia (per evitare i grumi), fino ad ottenere un impasto piuttosto lento.

Far sciogliere in una piccola padella antiaderente un velo di margarina e aiutandosi con un mestolo immergervi l'impasto.

Cuocere 6/7 minuti per parte e una volta cotte farcitele a volontà.

N.B. Per la preparazione di  qualsiasi dolce, è preferibile amalgamare i rossi sempre con lo zucchero, poi la farina e in seguito gli altri ingredienti. La margarina non va adoperata prima della cottura di ogni crèpes, ma dosata affinché l'impasto non si attacchi alla padella. La “Nocella" è ottima per farcire le crèpes, anche di shabbàt perché prima di servirle si riscaldano sulla plata.

Buon appetito!

Rotolo al cioccolato parve

Ingredienti:

4 uova, 5 cucchiai di zucchero, 5 cucchiai di farina, una bustina di vanillina

Preparazione:

In una ciotola amalgamare i 4 rossi d'uovo allo zucchero e aggiungere la farina.

Montare le chiare a neve e servendosi di un cucchiaio versarle poco a poco nel composto già preparato, aggiungere la bustina di vanillina diluita in un bicchierino di acqua e amalgamare il tutto.

Preriscaldare il forno a 160 gradi.

Coprire la propria teglia da forno con  della "cartaforno" oleata e stendervi l'impasto.Lasciare cuocere dai 20 ai 30 minuti.

Nel frattempo cospargere su un panno umido dello zucchero, sopra il quale si adagia l'impasto cotto e arrotolandolo si lascia riposare per mezz'ora.

Srotolare il tutto, cospargere di "Nocella" e arrotolare di nuovo; spolverizzarlo con un po' di zucchero a velo.

N.B. Quando si aggiungono le chiare, servirsi di un cucchiaio di legno e amalgamarle sempre dal basso verso l'alto il composto così non perde le soffici caratteristiche, quindi in questo caso  mai usare le fruste elettriche. Per la farcitura al cioccolato è sufficiente sciogliere a bagnomaria 200 g di cioccolata fondente e aggiungere poco latte di soia, una noce di margarina e a volontà un rosso d'uovo.

Buon appetito!

 


2 dicembre 2007

Soldato Harry Potter il più amato d´Israele

 


Con questo nome c´è una lapide anche a Tobruk, a Singapore, a El Alamein
 
Si chiamava come il maghetto di J.K. Rowling, come lui era inglese. Morì a Tel Aviv nel ´39 a 19 anni Oggi, grazie all´omonimia, la sua tomba è la più omaggiata del Paese. Più visitata di quella di Ben Gurion
Era un militare di Giorgio VI spedito qui per mantenere lo "status quo"tra arabi ed ebrei

La lapide è sobria ma ha una sua eleganza. Attorno si respira la quiete e la tranquillità di un cimitero di guerra. Un soffio di vento caldo arriva dal Mediterraneo. L´erba è tagliata di fresco, c´è qualche fiore rosso e giallo che fatica a sopravvivere sotto il sole ancora forte di queste mattine d´autunno. Una severa fila di cipressi, d´ordinanza in un cimitero, delimita il campo. Siamo in Israele, nella cittadina di Ramleh, e in questo War Cemetery c´è la tomba di Harry Potter.
"In memoria del soldato semplice Harry Potter, numero di matricola 5251351, morto in missione a Hebron nel 1939 all´eta di 19 anni e dieci mesi", recita l´iscrizione sulla lapide di questo giovane inglese omonimo del maghetto frutto della fantasia di J. K. Rowling, eroe della saga più famosa e celebrata dai nostri ragazzi. Era un soldato di sua Maestà Giorgio VI, inquadrato nel Primo battaglione Worcestershire, inviato in Palestina per mantenere lo "status quo" agli arabi e agli ebrei, percorsi - allora come ora - da una ventata nazionalista, dalla ribellione al mandato britannico, una rivolta in quegli anni che da carsica divenne sempre più evidente e sanguinosa su entrambi gli schieramenti. Il Reggimento non ebbe vita facile e la vita del giovane Harry Potter si concluse nel modo più drammatico possibile la mattina del 22 luglio 1939 in uno scontro a fuoco alle porte di Hebron, la città della Cisgiordania allora sotto il Mandato britannico oggi sotto la debole amministrazione dell´Autorità nazionale palestinese.
La Commonwealth War Graves Commission segnala che sono venti gli Harry Potter caduti in battaglia indossando l´uniforme del loro paese. Harry Potter giace in un cimitero di guerra a Tobruk, a El Alamein, a Singapore, a Ypres. Giovani caduti nelle guerre che l´Impero britannico ha combattuto ai quattro angoli del Pianeta, in Estremo Oriente, sulle dune di sabbia della Libia, nel cuore dell´Europa. Un sacrificio che trova le sue tracce solo nella "Honor caduti", per il resto sono tombe dimenticate dal resto del mondo, ma che la Cwgc - su cui ricade la responsabilità dei cimiteri di guerra inglesi - amministra come un bene prezioso. Un paio di anni fa un giovane fotografo israeliano realizzò un servizio fotografico sulle lapidi nei cimiteri, mise le immagini sul web che destarono subito una grande curiosità e rapidamente fecero il giro di tutti siti internet israeliani. E dal quel momento in questo sperduto cimitero di guerra britannico a Ramleh è iniziato un flusso di visitatori come non se ne era mai visto. Rendendo la tomba di "questo" Harry Potter diversa da tutti altri Harry Potter britannici caduti in una guerra dell´Impero.
Quest´anno visitatori e turisti armati di macchina fotografica sono stati moltissimi, è senz´altro la tomba più visitata in Israele. Nemmeno quella di Ben Gurion, il padre della Patria, o quella di Yitzhak Rabin, il premier-soldato che voleva fare la pace con i palestinesi e morì assassinato a Tel Aviv da un estremista ebreo, ricevono tanti visitatori. Al punto che in maggio la piccola strada che si deve imboccare per arrivare al cimitero di guerra di Ramleh lasciando la grande arteria a sei corsie che scorre verso Tel Aviv è stata allargata e un piazzale per parcheggiare le auto è stato ricavato a un lato dell´ingresso. Ibrahim Huri, il vecchio arabo d´Israele custode del cimitero, racconta il suo stupore quando il numero dei visitatori da una settimana all´altra cominciò a impennarsi. «Per anni sono venuti solo i parenti, qualche compagno d´armi di allora, ma poi il tempo…. gli anni che passano, le generazioni che si succedono, ma chi viene più a trovare uno che è morto quasi settant´anni fa?» «All´inizio», racconta ancora Huri, «non riuscivo a capire perché arrivava tutta questa gente e tutti chiedevano sempre dov´era la tomba del soldato Harry Potter. È stato uno di loro, un turista, a spiegarmi il perché. Io sono troppo vecchio per i racconti di quella scrittrice inglese e anche i miei figli sono ormai troppo grandi».



Del fenomeno si è accorta anche l´attenta municipalità di Ramleh, piccola città israeliana di quasi quarantamila abitanti, simbolo di una convivenza che talvolta sembra impossibile. Qui vivono fianco a fianco ebrei e palestinesi, senza odio, senza frizioni. Il comune di Ramleh ha deciso di inserire il cimitero di guerra inglese fra i siti da raccomandare ai turisti assieme alle vecchie fortificazioni dei crociati, alle due torri costruite sotto il dominio ottomano.
Non sappiamo in quali circostanze è morto l´Harry Potter sepolto a Ramleh. I documenti ufficiali esistenti in Israele non danno la possibilità di risposte certe. Il suo battaglione era posto sotto il comando di Sir Richard O´Connor, il generale britannico incaricato di mantenere l´ordine in Palestina, dove gli scontri armati fra ebrei e arabi in quegli anni si verificavano ogni giorno. Potter, come tutti i suoi colleghi in uniforme, doveva guardarsi costantemente le spalle e il nemico poteva essere chiunque e ovunque. Se sia stato ucciso dagli ebrei o dagli arabi non è chiaro. L´ultimo scontro in cui fu coinvolto il Reggimento del Worcestershire, e di cui è rimasta memoria, avvenne il 18 giugno 1939, un mese prima della sua morte in battaglia. Alcuni suoi commilitoni erano stati uccisi "durante le ricerche di ribelli ebrei a Halhul", nelle vicinanze di Hebron, scrisse ai suoi superiori a Londra il generale O´Connor dal suo comando, allora era ospitato nel lussuoso King David Hotel nel cuore di Gerusalemme. Per il "private" Harry Potter una volta arrivato nella infuocata Cisgiordania non ci sono state scope meravigliose e magiche in grado di trasportarlo con un incantesimo nella quiete borghese della casetta al numero 4 di Private Drive. Una pallottola dell´odio ha fermato la sua vita a "diciannove anni e dieci mesi".
Fabio Scuto
Repubblica


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