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20 giugno 2009

Il ricatto

Trame, sempre trame, fortissimamente trame

 

I fatti sono d’infinita miseria. Che se ne debba parlare è umiliante. Ma non c’è nulla di casuale, come avvertimmo già dieci giorni fa: dal compleanno alla mondana con il registratore, dalle foto all’inchiesta giudiziaria, c’è chi conosceva anticipatamente le tappe ed ha costruito il ricatto. Già la sola esistenza del ricatto

è cosa d’enorme gravità, obbligandoci a riflessioni amare. Non solo sui ricattatori.
La prendo alla lontana, ma serve a capire. Camillo Benso, conte di Cavour, primo presidente del Consiglio del regno italiano, perse la testa per una ballerina magiara (o prussiana, non si sa): Bianca, che di cognome faceva Ronzani perché sposata. Camillo fece avere soldi, del governo, al marito, poi ne diede, dei propri, anche a lei. Gliene diede anche il nipote del conte, per riavere, dopo la morte del congiunto, le lettere infuocate di passione. Lei accettò, ma siccome con certe vocazioni si nasce, alcune le aveva già vendute (e c’è chi sostiene che non sia stata estranea alla morte prematura). Furono ritrovate, a Vienna, sicché gli amici dello statista le distrussero. Così va il mondo. O, meglio, andava.
Oggi, invece, non si butta via nulla. Cerchiamo di non buttare neanche il cervello, però, e non abbocchiamo tutti alla messa in scena. Guardate i fotogrammi di questo film, fatelo in maniera fredda, senza passioni antiberlusconiane, ma senza nemmeno un grammo di benevolenza per il protagonista passivo. Vi pare possibile che si monti uno scandalo colossale sulla stupidata di una festa di compleanno? E vi pare possibile che si distribuiscano foto scandalistiche dove quello nudo è un ceco di nome Topolánek (un nome, un programma), che se ne sta con la sua compagna e che, del resto, fu già protagonista di uno scandalo rosa, avendo tradito la moglie, Topolánková (aridaje)? Ma neanche l’Eco della Parrocchia avrebbe osato montarci su una campagna moralistica! Invece è successo, perché chi ha indotto a muovere il primo passo sapeva delle tappe successive, quindi sapeva che la cosa non sarebbe morta subito, e nel ridicolo.
Non credo che si tratti della sinistra, politicamente intesa. E neppure dei giornali, intesi come redazioni. Quelli sono strumenti. Neanche troppo vispi: pensate al Corriere della Sera, che in una pagina pubblica il numero di telefono delle agenzie che forniscono puttane, ed in quella appresso si scandalizza perché qualcuno ha telefonato. Qui non ci sono segugi del giornalismo, perché altrimenti non avrebbero preso cantonate epocali, intervistato gente che poi si scusa, o pubblicato che una venditrice di prestazioni intime avrebbe voluto dei favori per i propri terreni, sui quali, a questo punto, può coltivare patate per l’eternità. No, questa è roba più sozza.
La vedo così: nel 1992 i partiti di governo raccoglievano più voti di qualsiasi altra coalizione li abbia succeduti, e furono fatti fuori con un colpo giudiziario. Ancora tutto da raccontare. Ci hanno provato e riprovato con Berlusconi, ma non ha funzionato. Se la cosa avesse una finalità prettamente politica, occorrerebbe lavorare per un’opposizione seria e vincente, puntando sulle debolezze (che non sono poche) del governo. Invece nessuno ha la minima fiducia in questa opposizione, neanche quelli che la guidano. La politica l’hanno prima ammazzata e poi seppellita. La demolizione del capo del governo non serve tanto a prendere il suo posto, ma a far affari senza che nessuno si metta di traverso, a riprodurre la meravigliosa stagione del saccheggio, che con le maleprivatizzazioni mise in tasche private la gran parte del patrimonio industriale pubblico. Vorrei tanto sbagliarmi, ma se guardo all’energia, alla meccanica ed ai cantieri, vedo la ciccia che si vuol sbranare, e ganasce non solo italiane. Se guardo a chi possiede i grandi giornali, i conti mi tornano fin troppo.
Ci buttiamo tutti a difendere il governo, dunque? Calma. Mi sono abbondantemente rotto l’anima di vedere una squadra di superficiali occuparsi di cose serie. Le storie d’amore istituzionali non si contano più. E che diamine, ma non hanno altro da fare? Stiano attenti, perché l’etica pubblica ha le sue regole, che è giusto rispettare. Vale anche per il presidente: nessuno vuole ridurlo a frate trappista, che neanche noi ce ne sentiamo la benché minima vocazione, ma la funzione pubblica richiede costumi più morigerati, più consoni. Anche a me sta sul gozzo l’ipocrisia, ma questo non autorizza alla spontaneità disinibita.
L’ultima arrivata, alla ribalta della notorietà fondata sul materasso, è anche candidata alle elezioni. Bisogna che se ne rendano conto: è offensivo. Lo è per i cittadini chiamati a votare, lo è ancor di più per i militanti che si danno da fare con sincera passione (ce ne sono tanti), cui i potentati locali sbarrano la strada per evitare concorrenza reale. Alle politiche nazionali sono i partiti a scegliere gli eletti, e ne portano la responsabilità. Dove ci sono le preferenze tendono a svuotare le liste, in modo che i designati siano comunque eletti. Signori, con cordiale franchezza: fa schifo.
I moralisti senza morale lo fanno ancor di più, ma è triste il Paese in cui si debba scegliere in una classifica così organizzata. Il giustizialismo trinariciuto fece fuori molte persone per bene, che si dimisero all’arrivo dell’avviso di garanzia (quando non si ammazzarono). Il risultato è che oggi non ci si dimette neanche se condannati. Guardo con preoccupazione quel che succede, e non vorrei che il lenocinio divenisse titolo di merito.
 

Davide Giacalone.it

 


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28 gennaio 2009

D'Alema insignito a Tripoli dell'ordine del Fatah: Massimo d'Arabia?

 



Visita lampo ieri (domenica) a Tripoli di  Massimo D'Alema, durante la quale l'ex ministro degli Esteri e'  stato insignito dell'ordine del Fatah dal segretario del  Congresso generale del popolo libico. E' quanto riporta  l'agenzia ufficiale libica Jana.  L'onorificenza e' stata consegnata a D'Alema - accompagnato  da una piccola delegazione - come riconoscimento per gli sforzi  compiuti mirati al consolidamento dell'amicizia e della  cooperazione tra Italia e Libia.  

La cooperazione bilaterale fra i due Paesi e il potenziamento  delle relazioni tra il Congresso generale del Popolo e il  Parlamento italiano sono stati inoltre i temi dell'incontro tra  l'ex responsabile della Farnesina e il segretario della  Commissione del Popolo per le Relazioni esterne al quale ha  partecipato anche il segretario dell'Ufficio del Popolo Libico a  Roma, Hafed Gaddur.  Altri argomenti trattati, la situazione a Gaza e le questioni  di carattere internazionale considerate di comune  interesse.

Ansa



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9 maggio 2008

Libano: i disastri di D'Alema sulla pelle dei nostri soldati

 


Guerriglia urbana a Beirut

Franco Frattini, come primo atto da ministro degli Esteri ha dovuto disporre il rientro di tutti i nostri connazionali civili dal Libano. Ma ora il problema è che fare dei nostri 2600 soldati Unifil. D'Alema li ha gettati su quello scenario ribollente senza alcuna copertura politica, convinto che sarebbe bastato blandire ( e magari pagare sottobanco) Hezbollah e che poi i siriani, in fondo, sarebbero stati buonini (perché così gli insegna il suo schema mentale sovietista).

D'Alema aveva una possibilità enorme nel 2006: non inviare Unifil in Libano se non quando avesse avuto garanzie serie da Damasco che Hezbollah sarebbe stato disarmato. Garanzie che sarebbero arrivate se solo si fosse tardato l'arrivo in Libano di Unifil. Questo avrebbe permesso a Israele di continuare a sviluppare la sua controffensiva e avrebe messo Hezbollah sottoposta a una pressione militare che ormai non riusciva più a reggere, a offire serie garanzie e impegni. D'Alema e Chirac, invece, fecereo troppo in fretta e fecero arrivare Unifil in Libano quando Hezbollah aveva ancora una eccelllente forza superstite.

Ora, Hezbollah, grazie all'ipocrisia di Prodi che ha fatto finta che Hezbollah accettasse le risoluzioni Onu (cosa che non ha mai fattto) si è riarmata e sta scatenando una guerra in Libano. I nostri soldati sono stati così resi prigionieri di un paradosso, perché sia Hezbollah che Israele vogliono che stiano in Libano. Ma stare lì significa solo fare bersagli ed è esattamente quello che va nell'interesse degli uni e degli altri. I nostri soldati vanno tolti da questa trappola. Ma non sarà facile, perché andrà fatta in un contesto europeo e Onu che sul Libano, da 4 anni in qua, ha dato sempre più scialba prova.

Carlo Panella


20 aprile 2008

Docente in volpismo

 

 

D’Alema, ha dichiarato: «Se votassero solo quelli che leggono libri e giornali non ci sarebbe partita, vinceremmo noi. Ma siccome vige il suffragio universale...».(Fonte – Il Giornale)

Forse a D’Alema sarebbe più gradita la votazione per alzata di mano che vigeva, ai mai dimenticati tempi delle molotov, nei Soviet stalinisti.

La volpe baffuta perde il pelo, rosso, ma non il vizio, sempre rosso.

adestra


26 marzo 2008

Siamo tutti tibetani

 

Con DALAI LAMA Roma 2004

Ho preso la parola durante la Commissione esteri convocata in via straordinaria questa settimana per parlare del Tibet partecipando poi alla manifestazione indetta da “Il Riformista” e “Radio Radicale” a Campo Dei Fiori a Roma sostenendo come fosse necessaria una maggiore attenzione dell’Italia alla repressione in atto in quel paese. In primo luogo ho ricordato che si è partiti già da subito con un atteggiamento da deboli visto che il governo italiano ha “convocato” l’ambasciatore cinese per protestare, ma poi lo ha fatto ricevere da un sottosegretario anziché dal ministro D’Alema, che era in tutt’altre faccende affaccendato. Chissà come si saranno preoccupati i cinesi!

In secondo luogo non capisco perché ci si debba affrettare a dire a Pechino: “Tranquilli, noi comunque all’olimpiade ci veniamo comunque” anziché SOSPENDERE (non annullare) la presenza italiana almeno fino a che il governo cinese non darà prova nelle prossime settimane di una condotta di rispetto dei diritti umani in Tibet. Per risposta sono stati espulsi dal Lasha gli ultimi due giornalisti tedeschi presenti in Tibet mentre la nostra stessa ambasciata a Pechino (ma queste cose perchè non le scrivono i giornali !?) ha comunicato in Commissione che non può sapere neppure cosa succede nel paese per il divieto ai movimenti dei nostri stessi diplomatici (bella libertà!). Credo quindi che si debba essere più severi con Pechino, che bisogna avere il coraggio di osare di più: lo ha fatto la cancelliera tedesca Angela Merker ricevendo tre mesi fa il Dalai Lama a Berlino. Pechino minacciò fuoco e fiamme, ma poi alla fine si è adeguato. Ma come si fa a stare zitti nell’imminenza di una Olimpiade che si svolgerà dopo un maxi-sfruttamento di lavoro umano durato anni, una distruzione ecologica spaventosa, condizioni ambientali invivibili e con i carri armati forse ancora in giro per Lasha, la capitale del Tibet? IL MONDO REAGISCA PERCHE’ TUTTI OGGI DOBBIAMO SENTIRCI TIBETANI!.

A questo proposito leggete sul mio sito quanto scrissi già alcuni anni fa visitando il Tibet oppure chiedetemi il mio libro DIARIO ROMANO del 2003 che riporta un mio lungo reportage dal Tibet, ma soprattutto vi consiglio di leggere un libro uscito da poco: “LA PAURA e LA SPERANZA di GIULIO TREMONTI: un libro non solo da leggere ma soprattutto da meditare.
Marco Zacchera


25 marzo 2008

Ma l'Europa non può continuare a guardare

 

«Nel 2008 il mondo intero attende con impazienza i giochi olimpici, ma la
cricca del Dalai Lama vuole prendere le Olimpiadi in ostaggio per forzare il
governo cinese a cedere sull'indipendenza del Tibet». Basterebbe la
spudoratezza arrogante di questa dichiarazione, apparsa contemporaneamente
sul Quotidiano del Popolo, organo del Partito comunista, e su quello
dell'Esercito popolare di liberazione, per capire che non basteranno le
Olimpiadi, come ingenuamente crede, o finge di credere, il presidente del
Cio, Jacques Rogge, ad aprire la Cina alla circolazione della democrazia.
Peggio, il Quotidiano del Popolo afferma che la Cina «schiaccerà con forza»,
tutte le «iniziative dei secessionisti». Pechino crede anche di potersi
permettere una reazione di rabbia all'iniziativa della presidente del
Congresso americano Nancy Pelosi, che ha incontrato il Dalai Lama e si è
unita alla richiesta di un'inchiesta internazionale sulle violenze commesse
in Tibet. Le dichiarazioni della Pelosi, ha detto un portavoce del ministero
degli Esteri cinese, «violano tutti i principi delle relazioni
internazionali». Ma lo stesso appello al dialogo con il Tibet lo aveva
lanciato il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, perché meno di
così non si può, al costo di perdere la faccia, e dopo aver fatto un favore
enorme alla Cina.

Pochi giorni fa Washington ha deciso infatti di cancellare la Cina dalla
lista nera dei Paesi che violano i diritti umani, dove invece continuano a
figurare con ottime ragioni Corea del Nord, Birmania, Iran, Siria, Zimbabwe,
Cuba, Bielorussia, Uzbekistan, Eritrea e Sudan. La decisione è stata presa
in spregio del ridicolo, visto che gli Usa hanno dovuto confermare che in
quel Paese continuano gravissime violazioni ai diritti umani: persecuzioni
delle minoranze etniche e religiose, uso della tortura, limitazioni alla
libertà di pensiero e di stampa, e la presenza di mille laogai, i campi di
concentramento. Perché? Gli Stati Uniti sono in piena crisi economica, e
chiunque venga eletto il primo martedì di novembre, a Olimpiadi da poco
chiuse, gli investimenti economici e finanziari, gli scambi con la Cina, gli
saranno indispensabili, vitali. Inutile, dunque, aspettarsi dagli Stati
Uniti qualsiasi sostegno al boicottaggio delle Olimpiadi, al contrario
preferiscono aiutare la grande macchina militare e poliziesca cinese, per
essere certi di prevenire ogni tipo di attentato, soprattutto di origine
islamico. Monaco è sempre tra i ricordi, Al Qaida pure.

Ora il dilemma, non nuovo ma sempre amaro, è se debbano gli Stati, europei
in testa, vista la scelta americana, esercitare solo pratica di realismo
estremo, e concludere che le Olimpiadi si faranno comunque, meglio affidare
i dimostranti dissidenti al loro destino, oppure che qualche gesto, e non
solo simbolico, in nome dei sai arancioni ricoperti di sangue, dei morti
birmani e tibetani, della libertà di razza e religione, si debba fare, anche
a costo di rompere la retorica della torcia che marcia solo assieme al
business. Trenta intellettuali cinesi - guidati dallo scrittore Wang Lixiong
e dall'attivista per i diritti umani Liu Xiaobo - hanno appena scritto una
lettera aperta che propone ai leader cinesi di «aprire un dialogo diretto
col Dalai Lama» per arrivare a una «riconciliazione nazionale». L'ultimo
dissidente che ci aveva provato è stato condannato a cinque anni di lavori
forzati. Se qualche nostro intellettuale occidentale legasse la propria
incolumità a quella dei firmatari, presentandosi a Pechino con la forza
dell'appoggio dei rispettivi governi, forse questi sarebbero meno isolati.
Se i 25mila giornalisti accreditati dichiarassero subito che non si
occuperanno solo di sport nei giorni dei Giochi, forse porrebbero a esercito
e polizia qualche problema di repressione sotto gli occhi del mondo.

L'Italia ha esordito malissimo, con Romano Prodi che si è rifiutato di farsi
vedere con il Dalai Lama, per la verità è stato molto prudente anche papa
Ratzinger, che teme per la vita dei cattolici perseguitati. Il presidente
Sarkozy sembra intenzionato a chiedere qualcosa in cambio dei Giochi a
Pechino, si può seguirlo. Tutto tranne la passività. Cria cuervos y te
comeran los ojos. Alleva corvi, dice il proverbio spagnolo, e ti mangeranno
gli occhi.

Figuratevi se sono comunisti.
Maria Giovanna Maglie


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23 marzo 2008

D'Alema, la poltrona val bene una messa?

 

D´ALEMA ALLA SUA PROCESSIONE PREFERITA FITTO SI ARRABBIA: LA USA PER LE ELEZIONI…
L. P. per “la Repubblica” - Raffaele Fitto, coordinatore del Pdl in Puglia, si traveste da laico ed esorcizza Massimo D´Alema: «Qualcuno lo fermi. In questa campagna elettorale sembra essersi scoperto cattolico fervente e anche molto praticante. Ci fa sapere a mezzo stampa che oggi "come sempre" sarà presente, a Gallipoli, alla processione dei Misteri dalla quale mancava da qualche anno. Domenica scorsa è apparso, tra lo sconcerto dei fedeli - scrive Fitto - sul sagrato di una chiesa di Bari per una discutibile cerimonia di consegna insieme al sindaco, in piena benedizione delle Palme».
L´ex governatore della Puglia battuto dal comunista Vendola alle regionali del 2005 puntualizza che «fin da bambino partecipo alle processioni in forma assolutamente privata». Da oggi il ministro degli Esteri sarà in Puglia per il week-end pasquale: qualche giorno di vacanza prima del rush finale in vista del voto del 13 e 14 aprile. D´Alema è capolista del Pd non solo nel tacco d´Italia, ma pure in Campania.


14 marzo 2008

D'Alema, inconfondibile!

 
Oltre che cercare di camuffarsi sarebbe meglio sparire!

Dichiarazione del ministro degli esteri italiano "Hamas controlla un pezzo importantissimo del territorio palestinese e se si vuole la pace bisogna coinvolgere chi rappresenta una parte importante del popolo palestinese. E poi, non dimentichiamoci mai che Hamas vinse le elezioni...".
Del resto – ha aggiunto - "con chi si negozia la pace? Con i nemici, con gli amici non c'è bisogno di negoziare".
Piccata la risposta dell'ambasciatore israeliano in Italia Gideon Meir: "Chi ci invita ad aprire trattative con Hamas in effetti ci invita a negoziare sulle misure della nostra bara e sul numero dei fiori da mettere nella corona".
"Fino a quando Hamas non cambierà le sue posizioni e non accetterà le condizioni della comunità internazionale, chi invita ad un dialogo con quest'organizzazione terroristica in pratica blocca il negoziato tra Israele e Abu Mazen".
vivaisraele


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8 marzo 2008

Fini: «Con Hamas non si tratta», L'ex ministro degli Esteri si scontra con D'Alema

 


D’Alema va a braccetto con Hezbollah


«Con Hamas non si può trattare». Gianfranco Fini mette subito le cose in chiaro. «Hamas esprime un'ambiguità intollerabile. Se non riconosce il diritto di Israele a esistere deve essere considerata come un'organizzazione terroristica».
L'ex ministro degli Esteri replica a Massimo D'Alema, il quale si augurava che la volontà di dialogo non fosse cancellata e il percorso fosse portato avanti anche con Hamas.
Lo stesso D'Alema ha poi parlato di un «episodio tragico e rivoltante», ma sottolinea che «l'attentato fa seguito a scontri in cui sono morti 125 palestinesi a Gaza. Da una parte c'è un estremismo palestinese che rifiuta il confronto, dall'altra c'è l'estrema durezza della reazione israeliana». D'Alema si dice inoltre «preoccupato per la sicurezza di Israele». Ma per Fini «la reazione alla strage non può limitarsi alle sacrosante parole di condanna e ai doverosi auspici di pace. Occore una duplice consapevolezza. La prima: ci sono Stati che non combattono il terrorismo come dimostra l'attegiamento libico dell'Onu. La seconda: Israele ha il diritto di difendersi colpendo le centrali del terrorismo ovunque esse si trovino».


29 febbraio 2008

Immigrazione clandestina: nonostante le promesse, Gheddafi continua a prendere gli italiani per il c….

 


Promesse da marinaio ...

Diecimila persone attendono in alcuni porti libici di attraversare il canale di Sicilia, destinazione Lampedusa. Molte altre sperano che arrivi il loro turno, assegnato dai capoclan libici che si dividono i tratti di costa e forniscono le navi, quasi sempre fatiscenti. Nelle ultime 48 ore il flusso di migranti non ha conosciuto soste, ne sono sbarcati quasi mille, grazie tempo buono. Queste informazioni che dalle coste libiche arrivano al ministero dell'Interno, ma non servono perché non c'è nessun intervento dall'altra parte del Mediterraneo.

Il progetto Frontex, sui pattugliamenti misti, tanto propagandato da Giuliano Amato e Massimo D'Alema, non è mai partito sul serio perché il colonnello Gheddafi nonostante le promesse fatte a Romano Prodi, e 15 mesi fa ai due ministri italiani, favorisce i traffici degli scafisti. Il pattugliamento misto italo-libico rimane sulla carta, nonostante il nostro paese se ne sia assunto l’onere finanziario, ma qui la colpa non è di Gheddafi, ma della sinistra radicale e dei Verdi europei che si oppongono ai “respingimenti di massa” alle frontiere, soprattutto a quelle nel sud dell’Europa.

In realtà nella trappola buonista casca solo l'Italia, visto che Malta non fa attraccare gli scafisti, e la Spagna di Zapatero nel 2007 ha dimezzato con azioni di polizia molto decise l’arrivo di nord africani. Dimezzato, capito quant'è cattivo il socialista spagnolo?

Maria Giovanna Maglie



31 gennaio 2008

Cosa bianca e balena bianca, stessa minestra

 

E così ritorniamo alla DC!

Il Capo di Stato ha dato il mandato a Marini, presidente del Senato, per un incarico esplorativo per fare una nuova maggioranza. Ma quale maggioranza potrà cercare di fare un ex democristiano? Invece di progredire l’Italia tornerà indietro di circa 60 anni quando al governo vi erano i democristiani al potere.

Ma quale è stato il risultato della Balena Bianca? Un fallimento totale, difatti per sopravvivere, ossia stare seduti sul cadreghino tanto amato, si sono alleati con la sinistra e ne è venuto fuori il Centrosinistra, vera peste del secolo.

Varie le supposizioni del mandato a Marini: per prima cosa si farà di tutto per non andare alle votazioni prima di otto mesi, così con due anni e sei mesi e un giorno, termine minimo per assicurare una pensione completa a deputati e senatori ( circa 3.000 euro al mese per un mandato e 5.000 se sono già al secondo), argomento che trova sensibilità trasversali tra gli schieramenti…magari un breve governo tecnico che cambi la legge elettorale e assicuri l’arrivo al traguardo agognato. La pecunia è troppo importante, gli ideali non rendono.

Chi ha perso la maggioranza cercherà in ogni dove argomenti sottili, falsi ma con qualche apparenza di validità per riprendere il potere.

Marini non solo è un ex DC, ma è stato anche un sindacalista. E che significato ha sindacalismo? Programma mirante a organizzare i lavoratori in sindacati al fine di garantire gli interessi nei confronti dei datori di lavoro. E quale è stato il risultato?

I sindacati si sono arricchiti con le forti quote di iscritti dei poveri lavoratori che in compenso non hanno mai ottenuto nulla, anzi con i continui scioperi organizzati dai sindacati hanno perso denaro per assenza dal lavoro.

Era ovvio attendersi da Napolitano dare l’incarico ad uno della maggioranza da poter giostrare a piacimento. Marini è stato il prescelto anche se correva Amato.

Ora siamo in un circolo talmente vizioso che pare un labirinto, non si trova una via d’uscita.

Chi vuole subito le elezioni, chi le voleva ma ora ha cambiato parere, chi voleva il referendum ora vuole votare, insomma il solito dilèmma e incoerenza prettamente italiano.

Chi vincerà al tiro della fune?

Secondo i sondaggi, raramente ne imbroccano una giusta, dovrebbe vincere il centrodestra, secondo altri il centrosinistra. Ora, poi, vi sarebbe la prospettiva di una terza coalizione: il centro, ossia ritornare alla Prima Repubblica con la Balena Bianca, pardon, la Cosa Bianca, alias DC.

Se il governo Prodi è stato il peggior governo che l’Italia abbia mai avuto, le previsioni se vincesse il centro sarebbe l’Apocalisse!

ERCOLINA MILANESI

www.ercolinamilanesi.com



5 gennaio 2008

NO ALLA VISITA DI GHEDDAFI

I petrodollari non valgono l'anima 



Di primo acchito dovremmo sentirci offesi e umiliati per il boicottaggio dell'Italia da parte del leader libico Gheddafi nel suo recente tour europeo. Ma considerando l'esito avvilente delle sue visite in Spagna e in Francia, ci auguriamo che Romano Prodi risparmierà agli italiani l'indecoroso spettacolo di cui si sono resi responsabili Zapatero e Sarkozy immaginando che i diritti dell'uomo e i valori fondanti della civiltà occidentale possano essere svenduti sull'altare del dio denaro.

La lezione che si trae dall'ondata di polemiche, che in due paesi europei retti da governi schierati su opposte sponde hanno visto destra e sinistra unite nella denuncia di un dittatore e di un reo-confesso burattinaio del terrorismo internazionale, è che se non possiamo fare a meno del petrolio, del gas e del mercato libico, che si mantenga il rapporto in un ambito strettamente economico. Ovvero affari in cambio di affari.

Nessuno al mondo meglio dell'Italia conosce l'inaffidabilità di Gheddafi e l'arbitrio assoluto del suo comportamento. Non è stata forse l'Italia di D'Alema e poi di Berlusconi a sdoganarlo dopo la quarantena impostagli dall'Onu per aver ordinato gli attentati terroristici che hanno portato all'abbattimento di due aerei nei cieli di Lockerbie nel 1988 e del Niger nel 1989? Non è stato l'allora commissario dell'Unione Europea Prodi a riaccreditarlo sulla scena internazionale accogliendolo a Bruxelles nel 2004? Non è forse l'Italia il paese che più di altri subisce impassibile i suoi soprusi fino al punto da far allontanare il 18 febbraio 2006 dal governo un proprio ministro, Roberto Calderoli, di cui il figlio di Gheddafi, Seif Al-islam, aveva chiesto le dimissioni nove giorni prima?

Ebbene qual è stato il risultato? Che Gheddafi ha deciso di non includere l'Italia tra i paesi europei visitati, nonostante l'impegno ufficiale annunciato dal ministro degli Esteri D'Alema ad accondiscendere alla di per sé iniqua pretesa di sborsare 3,5 miliardi di euro per costruire un'autostrada lungo il litorale libico dalla Tunisia all'Egitto, quale indennizzo per i danni coloniali. Perché quel risarcimento è stato già saldato nel 1951, versando 5 milioni di sterline e cedendo tutte le strutture pubbliche coloniali alla monarchia di re Idriss. Ma Gheddafi, come è sua consuetudine, ha imposto la sua legge sconfessando quell'accordo internazionale. Nel 2002 Berlusconi gli offrì 63 milioni di euro per la costruzione di un ospedale o di un'autostrada tra Tripoli e Bengasi. Ma dopo l'attacco, il saccheggio e la distruzione del nostro consolato a Bengasi il 17 febbraio 2006, di cui incredibilmente l'Italia si è ufficialmente scusata benché fossimo parte lesa e si trattasse di un attentato ordinato da Gheddafi, quest'ultimo ha alzato la posta: l'autostrada la vuole lunga circa 1700 chilometri e la tangente da pagare è 50 volte superiore a quella da noi proposta.

E non è tutto. Il 29 dicembre, dopo il boicottaggio dell'Italia nel suo tour europeo, Gheddafi ha acconsentito al pattugliamento misto delle coste libiche per bloccare i clandestini solo dopo che l'Italia gli ha regalato unità navali e terrestri, apparecchiature sofisticate di controllo e un sistema informatico di registrazione dei dati anagrafici. È incredibile: tutti sappiamo che Gheddafi strumentalizza le centinaia di migliaia di clandestini che ha accolto in Libia come arma per condizionare i suoi rapporti con l'Italia, e noi lo premiamo con mezzi e denaro. Come se la Libia fosse un paese povero e non ricco con il petrolio a 100 dollari a barile.

Per tutte queste ragioni credo che gli italiani non debbano subire oltre l'arbitrio e l'arroganza di Gheddafi. Se è proprio necessario firmare degli accordi economici e commerciali, che vada Prodi a incontrarlo sotto la sua tenda nel deserto libico. Ma risparmiateci la visita di Gheddafi in Italia. Non confondiamo il sacro con il profano, non barattiamo la nostra anima con i petrodollari.

Magdi Allam


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18 dicembre 2007

L'anno 2007, pessimo governo e terribili malattie contagiose

 
                                                           Mycobacterium tubercolosis

“L’ANNO 2007 HA AVUTO NON SOLO UN PESSIMO GOVERNO,

MA ANCHE MALATTIE CONTAGIOSE TERRIBILI”

Quante malattie che si pensava fossero state, definitivamente, debellate, ora stanno ritornando.

Iniziamo con la tubercolosi che, nel 900, fece molte vittime. La causa fu la denutrizione, poca igiene e contagio gravissimo. Si aprirono diversi sanatori sulle montagne e a Sondalo fu costruito il più grande sanatorio d’Europa, con ben nove padiglioni per ospitare 5.000 pazienti e moltissimi stranieri vennero a curarsi, come ultima speranza. Dopo il 1950 la tubercolosi scomparve, miglior cibo, medicinali adatti per combattere quella grave piaga.

Ma ben più grave arrivò la malattia che fa orrore: la lebbra o l’hanseniasi, bacillo scoperto ed isolato, nel 1873, da Gerhard Arhaver Hansen , da cui prese il nome “morbo di Hansen” ed i malati definiti hanseniani.

Però non esiste un vaccino, non si può prevenire la malattia, è necessario curarsi continuamente. Le poche notizie che si sanno sulla lebbra in Italia sono rare, non si conosce il numero esatto di malati, si dice 300 circa, ma dati ufficiali; molti, purtroppo, per vergogna, per timore di passare come untori, non si recano negli ospedali. A Genova vi è il Centro Osservatorio, unico in Italia, ove sono ricoverati dei lebbrosi e curati. Si dice che a Genova siano ricoverati 112 extracomunitari, ma bisogna aggiungere anche italiani che tornano dalle vacanze esotiche ove hanno tratto contagio.

Ma non si deve dire. Il silenzio scende sempre su situazioni dolorose e che fanno paura.

L’unico vero lebbrosario d’Europa si trova in Puglia, vicino ad Altamura.

Ora è arrivata la meningite, una malattia che non perdona e questa pare sia refrattaria alle cure più efficaci.

Da dove è partita? Da un bar e un club a Treviso, ove vi sono già alcuni morti, moribondi e tutti coloro che sono stati in quei locali, ora chiusi, possono essere stati contagiati, anche solo con uno starnuto, bere in un bicchiere, un alito di un sospiro.

Ora gli ospedali della zona sono stracolmi di ragazzi e persone che hanno frequentato quei locali che si fanno visitare per timore di essere stati contagiati.

Il primo a manifestare la meningite è stato un greco ed è morto. Altri extracomunitari e italiani stanno passando momenti terribili e sofferenze inaudite.

Ora, se prima di far entrare degli extracomunitari, si facesse loro delle visite e appurare che sono esenti da malattie contagiose, questo non sarebbe avvenuto.

Si deve pensare che quei poveri immigrati provengono da paesi che non conoscono l’igiene, sono cresciuti senza cure, mancanza di cibo, di medicine, non godono certo di buona salute.

Aids, tubercolosi, lebbra, scabbia e pure meningite sono l’incubo di un continente povero, ignorante, sempre vissuto in balia di se stesso, dimenticato da tutti, povertà assoluta e nessuna conoscenza dell’igiene.

Ci vuole molto tempo prima che si rendano conto che devono lavarsi, farsi vedere da un medico, cercare di non vivere con la spazzatura accanto, solo comportandosi così, se hanno qualche malattia grave, non porteranno contagio nell’Europa.

E’ penoso ammetterlo e tanta pietà vi deve essere per dei popoli che hanno solo la colpa di essere nati in un continente, ove regnano solo tante malattie e le più contagiose.

ERCOLINA MILANESI



3 dicembre 2007

In kefiya e a braccetto con gli hezbollah...dove ci porterà D'Alema?

 Dalema a Beirut
Non dimentichiamo queste immagini













Si capiscono tante cose di un governo quando un suo ministro - ad esempio, quello italiano degli Affari Esteri, Massimo D'Alema - afferma che un'iniziativa «è già un successo in sé», anche se non produrrà risultati. L'evento in oggetto è la Conferenza Internazionale sul Medioriente svoltasi ad Annapolis, Usa, il 27 novembre e qualche risultato invece l'ha ottenuto: una firma, degli impegni, l'avvio di un negoziato, nuove minacce, la collera di chi vuole annientare Israele e adesso affila le armi. Ma non è questo il punto.

Dalla politica estera del proprio governo un popolo esige strategie forti e tattiche coerenti con un programma volto a tutelare e promuovere al meglio gli interessi, la sicurezza e l'immagine del paese. Considerare un successo una conferenza, anche se sarà inutile, è davvero troppo poco, tanto più quando si tratta di una questione, come quella mediorientale, di rilevanza cruciale per il futuro del pianeta e nella quale, per la nostra posizione geografica, siamo così direttamente coinvolti. A maggior ragione questo vale se si tiene conto del ruolo internazionale dell'Italia.

Il nostro Paese attualmente è uno dei 10 membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e lo sarà anche nel 2008. Con tutti i limiti che ben conosciamo, tuttavia questo organismo ha compiti e responsabilità importanti e per due anni l'Italia li condivide e ne è gravata. Il meglio della diplomazia italiana al Palazzo di Vetro finora è stata la battaglia per la moratoria della pena di morte che, in sostanza, e malgrado l'esultanza per il successo dell'iniziativa presso l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, lascia le cose esattamente come erano. Decine di paesi firmano continuamente protocolli, documenti, dichiarazioni e piani d'azione - contro le mutilazioni genitali femminili, i bambini soldato, la tortura, le mine antiuomo - e poi neanche pensano ad applicarne il contenuto, avvantaggiandosi però dei diritti e dello status riconosciuti alle nazioni classificate come democratiche.

Inoltre l'Italia sta per diventare il primo stato dell'Unione Europea ad avere un rappresentante diplomatico permanente presso la Lega Araba, l'organizzazione con sede al Cairo, Egitto, nata nel 1945 con funzioni di coordinamento in ambito economico, politico e sociale dei suoi 22 componenti. L'accordo è stato raggiunto alla fine di ottobre. L'incarico di «formal liason officer» è stato affidato all'ambasciatore italiano al Cairo, Claudio Pacifico, che avrà il compito di rappresentare gli interessi italiani nel mondo arabo, ma anche di curare gli affari degli altri paesi comunitari. Il memorandum firmato il 31 ottobre dal Direttore generale per il Mediterraneo e il Medio Oriente del Ministero degli affari esteri, Cesare Maria Ragaglini, e dal capo gabinetto del Segretario Generale della Lega Araba, Hisham Yusef, prevede attività di stretta cooperazione a livello politico, economico, scientifico e mediatico e una fitta agenda di incontri e di summit. Verrà ufficializzato entro la fine dell'anno in occasione della visita a Roma del Segretario Generale della Lega, Amr Moussa. Nel presentarlo alla stampa, Ragaglini si è detto «particolarmente orgoglioso del memorandum che testimonia gli stretti rapporti con la Lega Araba e il mondo arabo» e ha spiegato che il nuovo accordo rappresenta un «momento fondamentale della strategia di approfondimento lanciata dal governo italiano sia nell'ambito della partnership con l'Egitto sia nei confronti del mondo arabo nella sua interezza». Da parte sua, Yussef ha apprezzato la strategia di approfondimento lanciata dal governo italiano nei confronti del mondo arabo: l'Italia negli anni «ha sempre dimostrato amicizia nei confronti degli arabi - ha ricordato - questo atto è la formalizzazione di un ruolo che Roma già aveva e che adesso vogliamo rendere ancora più importante».

Rafforzare i già stretti legami con il mondo arabo, intensificare la partnership con esso ed esserne considerato amico di lunga data: forse non è questo che il popolo italiano vuole dalla Farnesina, non mentre è in corso un conflitto mondiale che sono stati proprio i paesi arabo islamici, in prima fila proprio quelli della Lega, a scatenare, dichiarando guerra all'Occidente nel 2001. Il primo atto di questa guerra è stato il documento presentato il 31 agosto di quell'anno alla Conferenza mondiale delle Nazioni Unite contro il razzismo svoltasi a Durban (Sud Africa) che chiedeva ai governi convenuti di dichiarare Europa, Stati Uniti e Israele rei di razzismo e crimini contro l'umanità: gli Stati Uniti e Israele hanno lasciato la conferenza e gli altri stati occidentali hanno rifiutato di firmare. Subito dopo ci sono stati gli attentati dell'11 settembre. In tale contesto storico, una rappresentanza diplomatica italiana presso la Lega Araba sarebbe cosa utile se il nostro Paese fosse saldamente ancorato all'Occidente e si assumesse il compito di farsi portavoce degli interessi e dei valori della civiltà alla quale appartiene. Data la composizione dell'attuale governo, il condizionale è d'obbligo: nessun italiano di buon senso avrebbe mai voluto vedere un ministro della Repubblica a braccetto con un Hezbollah. Massimo D'Alema lo ha fatto, a Beirut, nell'estate del 2006 .

Grazie ad Anna Bono




2 dicembre 2007

Le priorità della Farnesina in Medio Oriente

 Equivicinanza? Si, ma tra Hezbollah e Hamas



Dalema a Beirut













le detta il ministro degli esteri con la keffia

Testata: L'Unità
Data: 01 dicembre 2007
Pagina: 10
Autore: Umberto De Giovannangeli
Titolo: «Dal Medio Oriente al Kosovo, i dossier-priorità dell'Italia all'Onu»

Da oggi l'Italia è il paese presidente di turno del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, ce lo ricorda premurosamente dalle colonne dell'UNITA' ,oggi 01/12/2007, a pag.10, Umberto De Giovannangeli, preoccupato che la Farnesina, guidata dall'equidistante Massimo D'Alema, si trovi con troppi problemi sul tavolo.  Il primo, ci ricorda  Udg, è il Medio Oriente. Ecco cosa scrive: "  Due sono le direttrici su cui l’Italia intende marciare: in primo luogo, dare seguito immediato alla Conferenza di Annapolis. In questo ambito, l’Italia intende riproporre in sede di Consiglio di Sicurezza la necessità di sostenere, con un piano ad hoc, la ricostruzione nei Territori, con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita della popolazione palestinese, in particolare nella Striscia di Gaza. Il dossier mediorientale riguarda anche un’altra situazione caldissima: il Libano. In programma, spiega la fonte diplomatica, è una relazione del segretario generale dell’Onu, Ban ki-moon, sullo stato di attuazione della risoluzione 1701, sulla base della quale si è realizzata la missione «Unfil 2» nel Sud Libano." Come si vede, dal Medio Oriente, sono rigorosamente esclusi alcuni problemi di poco conto, quali , , < la destabilizzazione del Libano ad opera della Siria>, ecc. Sembra, ma non solo sembra,e se lo scrive l'UNITA' c'é da crederci, che la preoccupazione maggiore della nostra politica estera in Medio Oriente siano le condizioni di vita dei palestinesi. Che sarà pure un argomento serio da affrontare, ma che a noi pare piuttosto una conseguenza delle attività dei loro dirigenti, impegnato a combattero lo Stato ebraico, invece di pensare al benessere dei loro cittadini. Sapendo che la sicurezza non è una priorità per il nostro ministro degli esteri, conosciamo fin da subito quello che ci aspetta.

Per inviare il proprio parere all'Unità, cliccare sulla e-mail sottostante.


lettere@unita.it


1 dicembre 2007

Il signor D’Alemmah e i suoi amici...

 

 
Equidistante? Si ma tra hezbollah e Hamas 

La rivoltante immagine sottobraccio a Capucci la trovate qui
http://www.informazionecorretta.com/

Il ministro degli Esteri italiano indossa la kefiah
due cronache scorrette

Testata:L’Unità - Il Messaggero
Autore: la redazione
Titolo: «D’Alema indossa la kefiah - D’Alema, la kefia e la causa palestinese I prossimi mesi decisivi per la pace»

Massimo D’Alema partecipa alla “giornata internazionale di solidarietà con i diritti dei palestinesi”, riccorrenza voluta dall’Onu che abitulmente si risolve in un’occasione propagandistica antisraeliana.
Il ministro degli Esteri italiano eraseduto a fianco di Hilarion Capucci, vescovo melchita di Gerusalemme arrestato dagli israeliani mentre trasportava armi e rilasciato su interessamento di Paolo VI, con la promessa, mai rispettata, che non si sarebbe più occupato di politica mediorentale.

Ha indossato una kefia, poi l’ha riposta dichiarando “Sono un vostro storico amico. Ora consentitemi di parlare da ministro degli Esteri”.

Una frase che lascia molte perplessità. Qual’è il vero D’Alema ? Il “ministro degli Esteri” o lo “storico amico” dei palestinesi ? Un caso di “doppiezza” togliattiana ?

Di seguito riportiamo il trafiletto con il quale L’UNITA’ ha dato la notizia.:

ARRIVATO alla giornata internazionale di solidarietà con i diritti dei palestinese, gli viene porta una kefiah e Massimo D’Alema la indossa per qualche momento. D’Alema raggiunge si siede accanto all’arcivescovo di Gerusalemme in esilio, mons. Capucci ed ascolta i primi interventi con la kefiah attorno al collo. Ma poco prima di iniziare a parlare davanti alla platea se la sfila e la piega riponendola con cura al suo fianco.

Hilarion Capucci non è l’”arcivescovo di Gerusalemme in esilio”. Piuttosto, è l’”arcivescovo di Gerusalemme a piede libero”, visto che gli israeliani lo avevano arrestato per la sua complicità con il terrorismo.

Anche la cronaca del MESSAGGERO definisce Capucci arcivescovo di Gerusalemme in esilio. Vi si legge inoltre questa frase su D’Alema:

Amico, va detto, soprattutto del presidente Abu Mazen, che cerca la pace insieme al premier israeliano Olmert, e molto meno dell’ala palestinese stretta a Gaza intorno a Hamas e protetta dall’Iran

Non sappiamo da dove il quotidiano romano abbia tratto le sue informazioni sull’attuale politica estera italiana.
Devono essere informazioni molto speciali, visto che tutti gli altri ricordano i tentativi di D’Alema di leggittimare Hamas come interlocutore della comunità internazionale, idipendentemente dal riconoscimento o dal non riconoscimento di Israele.


 


20 novembre 2007

«Gli aiuti al Libano nelle tasche di Hezbollah»

 

«Sono tornati... quel tavolo era una roulette, c’erano mazzette di dollari dappertutto, borse piene. La gente prendeva, firmava e correva a casa». Tony, impenitente costruttore maronita della cristianissima Klaya, settanta case alle porte di Marjayoun e a un tiro di schioppo da Israele, te lo ripete assieme agli altri. Raccontano, in un coro incredulo e voglioso, quella pioggia di denaro, quella lotteria senza perdenti tra le case distrutte e riedificate di Khiam, la roccaforte del Partito di Dio spianata dalle bombe israeliane nell’estate 2006.
Te lo ridicono, uno dopo ’'altro, Jacqueline, George, Michael. «Era come dopo la guerra quando Jihad Bina, (la compagnia di costruzione di Hezbollah, ndr) distribuiva i primi acconti ai proprietari di case distrutte o danneggiate - racconta la maestra Jacqueline, 32 anni, - mercoledì hanno consegnato il primo saldo per tenerli buoni». George, 43 anni, tassista maronita, è più pessimista: «Lo fanno perché se non si elegge il presidente si cade nell’abisso e loro avranno bisogno di tutta la loro gente. C’è una nuova guerra alle porte, per questo tornano con le borse piene di soldi».
Il problema è da dove arrivino quei soldi. Se gli acconti del 2006 erano parte del patrimonio di Hezbollah garantito dai finanziamenti iraniani, questi nuovi pagamenti, materializzatisi dopo molti mesi di attesa, hanno un’origine più dubbia. Secondo l’imbarazzato Sanaa al-Jack, portavoce del governo di Fouad Siniora, quei dollari sono parte dei circa 570 milioni di dollari destinati da sauditi e altri governi arabi alla ricostruzione. I soldi donati al governo Siniora dai suoi alleati sunniti starebbero insomma finanziando l’opposizione sciita e filoiraniana di Hezbollah.
Ma non solo. A rimpinguare le casse del Partito di Dio contribuirebbero anche svariati rivoli dei 110 milioni di euro destinati dall’Unione Europea per progetti di assistenza non legati alla ricostruzione. Christiane Hohmann, portavoce della Commissione, nega stanziamenti per la ricostruzione, ma le agenzie incaricate di distribuire i soldi dell’Unione finanziano da oltre un anno numerosi progetti nelle zone del Partito di Dio.
Hezbollah avrebbe messo le mani su quei soldi grazie a un’abile, beffarda, ma apparentemente legale operazione di riciclo del denaro pubblico. L’inizio di tutto è Waad, la compagnia di mutuo soccorso messa in piedi dal Partito di Dio per realizzare la promessa ( “waad” appunto) del segretario generale Hasan Nasrallah di ricostruire tutto «presto e meglio di prima». A Dahiyeh, il quartiere meridionale di Beirut dove le bombe israeliane hanno sbriciolato il quartier generale di Hezbollah e 300 palazzi circostanti, Waad apre i giochi facendo firmare ai proprietari delle rovine una delega a intascare gli aiuti del governo.
Secondo Hassan Jishi, amministratore della Waad, deleghe e beneplaciti raccolti riguardano la ricostruzione di 213 palazzi su 300, per un totale di circa 3.700 unità tra appartamenti, negozi, uffici, magazzini e scuole. Calcolando che i fondi garantiti dal governo per la ricostruzione di ogni appartamento ammontano a 53mila dollari, l’operazioncina dovrebbe aver consentito l’accantonamento di 370 milioni di dollari in fondi pubblici. Una fortuna che il Partito, o meglio la Banca di Dio, può decidere, a seconda di luoghi e situazioni, di investire, distribuire o regalare. In cambio ne ricaverà il ferreo e diffuso consenso indispensabile per mettere a segno l’ultima spallata al governo Siniora e avviare la scalata al potere. 

Gian Micalessin


18 novembre 2007

Ahmadinejad accusa Nicolas Sarkozy - Le Figaro

  

Lunedì scorso il presidente repubblica ha ricevuto una missiva del suo omologo
iraniano. "Encomiabile" la posizione di attesa della Farnesina davanti ad una questione che potrebbe, a breve, avere gravissime ripercussioni sullo scacchiere medio orientale ...
Alberto/Hurricane



Nella sua edizione, della data odierna, “Le Monde” parla di una lettera dal tono "aspro" indirizzata dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad al suo omologo francese Nicolas Sarkozy. In questa missiva, secondo il quotidiano, il presidente iraniano qualificherebbe il capo dello Stato francese "giovane ed inesperto" e lancerebbe "velate minacce" all'indirizzo di Parigi.

Ieri l’Eliseo non ha reagito ufficialmente a queste informazioni. La Francia raccomanda la messa in atto di altre misure coercitive attraverso l'Unione europea, oltre ad un inasprimento delle sanzioni contro l'Iran allo studio all'ONU. Ma entrambe le due opzioni appaiono problematiche. la riunione dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'ONU e di Germania, fissata lunedì in previsione dell'adozione di un nuovo gruppo di sanzioni è stata annullata a causa della defezione della Cina che ha sollevato come pretesto dei problemi di calendario. Una decisione che avalla soprattutto le persistenti riserve da parte della Cina nell’appesantire le sanzioni contro l'Iran.

“I dubbi restano”
Che riguardano le sanzioni europee, esistono delle divergenze, in particolare i tedeschi e gli italiani manifestano scarso entusiasmo e privilegiano come passo iniziale la strada dell’Onu. A Parigi si continua a pensare che le nuove sanzioni siano tanto più necessarie in quanto "permangono, se non aumentano, dubbi importanti" sul programma nucleare iraniano, in particolare per quanto riguarda l'esistenza delle centrifughe di nuova generazione. Reagendo all'ultima relazione dell'Agenzia internazionale dell'energia atomica (AIEA), il Quai d’Orsay ha giudicato che Teheran debba rispondere "in modo chiaro, completo e preciso alle richieste sulle sue attività nucleari passate e presenti".

In compenso l’Iran si rallegra per la relazione dell’AIEA che sottolinea che "sostanziali progressi " sono stati fatti per rivelare la natura e la dimensione del programma nucleare, ma che tutto ciò è ancora insufficiente. È un "grande successo dell’AIEA", ha così commentato ieri un diplomatico iraniano, aggiungendo che questo documento "distrugge ogni fondamento circa le accuse contro l'Iran".

A. Ba. Traduzione Alberto/Hurricane


18 novembre 2007

D'Alema incontra di nuovo Hezbollah che definisce una forza politica

 
D'Alema sottobraccio ad hezbollah

Il vicepremier incontra Hezbollah: «È normale»

E' questa la notizia più interessante dela viaggio in Libano di Massimo D'Alema, un incontro che lui definisce . Che per il ministro degli esteri del governo italiano sia normale incontrare un gruppo terrorista, non è cosa nuova, era già successo e presumiamo succederà ancora. Gli suggeriamo, per i suoi prossimi tour intorno al mondo, di dare un'occhiata ai vari gruppi terroristi che pullulano un po' ovunque, avrà solo l'imbarazzo della scelta. Già che che c'è, veda se può programmare anche un incontro con Osama Bin Laden, nel mazzo dei terroristi è certamente quello di maggior spicco. Riprendiamo la cronaca dal CORRIERE della SERA di oggi, 18/11/2007, a pag.10, il servizio dell'inviato Marco Nese, dal titolo " D'Alema in Libano, il problema è Aoun".
Il patriarca maronita ha individuato sette candidati. Tra questi Michel Aoun, convinto di essere la scelta ideale
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI
BEIRUT — «Si sta lavorando per una soluzione condivisa da tutti, cristiani, sciiti e sunniti. Ma la situazione è complicata». Il ministro degli Esteri Massimo D'Alema è a Beirut per incontrare le autorità libanesi e incoraggiarle a trovare un accordo sul nome del presidente della Repubblica. L'elezione deve avvenire entro venerdì 23, quando scade il mandato del presidente Emile Lahoud, che dopo i sei anni previsti è rimasto in carica per altri tre con una proroga. In base alla divisione delle cariche istituzionali prevista dalla Costituzione, il capo dello Stato deve essere scelto fra i cristiano-maroniti.
«Il patriarca Nasrallah Butros Sfeir — dice D'Alema — si è adoperato per individuare candidati di prestigio accettabili anche per l'opposizione». Ne è venuta fuori una lista che comprende 7 personaggi: ci sono politici come Nassib Lahoud, Robert Ghanem e Butros Harb, e leader cristiani abbastanza indipendenti come Joseph Tarabay, Michel Edde e Damianos Kattar. Il settimo è il generale Michel Aoun, 72 anni, il quale è fermamente convinto di essere il candidato ideale. «Il mio nome è quello che conta».
Nell'incontro con D'Alema, Aoun è stato categorico: «Non mi tiro indietro». E ha sostenuto che la sua candidatura gode dell'appoggio dei due terzi dei cristiano-maroniti. «Ha esibito — spiega D'Alema — i risultati di sondaggi che gli riconoscerebbero un buon seguito». Però, gli ha fatto notare il ministro, si sta lavorando per una soluzione condivisa da tutti. Per questo sarebbe opportuno che chi può contare solo su un sostegno parziale metta da parte le ambizioni individuali e lasci il campo a una personalità con maggiori chance.
È un passaggio cruciale nella storia tormentata del Libano. Già per tre volte il Parlamento ha rinviato quest'anno l'elezione del nuovo capo dello Stato per l'impossibilità di individuare un personaggio super partes, che non sia troppo filoccidentale, ma neanche apertamente filosiriano. È obbligatorio scegliere. «Il rischio — teme D'Alema — sarebbe una drammatica deriva istituzionale per un Paese nel cuore di una regione instabile ». In caso di fallimento, il ministro degli Esteri sarebbe pronto a tornare a Beirut lunedì 26 insieme con i colleghi spagnolo e francese Angel Moratinos e Bernard Kouchner.
Si è mosso anche il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon che ha ammonito i capi libanesi: «Accordatevi, altrimenti siete sull'orlo di un baratro ». Già si agita il capo Hezbollah, lo sceicco Nasrallah: «Senza un accordo il presidente Lahoud deve prendere iniziative forti». Non ha detto quali. D'Alema ha incontrato anche un rappresentante di Hezbollah: «Incontriamo i rappresentanti di tutte le forze politiche — ha spiegato — è normale».
Il presidente del Parlamento Nabih Berri e il capo della maggioranza Saad Hariri promettono di selezionare dalla lista dei 7 un paio di nomi. D'Alema crede che fra loro ci sia l'uomo giusto: «Abbiamo mandato Di Paola alla Nato. In campo internazionale siamo come il Milan, non perdiamo colpi».

Per inviare la propria opinione al Corriere della Sera, cliccare sulla e-mail sottostante.


lettere@corriere.it


17 novembre 2007

Libano: scontri tra Al-Fatah e gruppo Jibril, ma stasera arriva D'Alema a Beirut!

 

La Terra dei cedri può finalmente tirare un sospiro di sollievo e aspetta con ansia l’arrivo dell’unico uomo che potrà mettere la parola fine ai conflitti che da decenni martoriano il paese; per le strade di Beirut gremita di gente, la popolazione in delirio esulta ad un solo grido: “Baffino ci salverà”.
Alberto/Hurricane

Scontri a fuoco questa mattina nel campo profughi palestinese di Burj al-Barajnieh, a sud di Beirut. Secondo quanto riferisce l'inviato della tv satellitare 'al-Arabiyà, il conflitto a fuoco è scoppiato tra i miliziani di al-Fatah e quelli del Fronte popolare per la liberazione della Palestina-Comando generale guidato dal filo siriano Ahmed Jibril,

dopo la preghiera del venerdì. Al momento il bilancio delle vittime parla solo di un ferito. Per porre fine agli scontri un gruppo di donne del campo profughi avrebbe inscenato una manifestazione.

«Le fazioni palestinesi sono ancora unite, quello che è successo oggi riguarda solo il gruppo di Ahmad Jibril». Ha commentato Khaled Aref, dirigente di al-Fatah in Libano, a proposito dello scontro a fuoco.

E stasera a Beirut arriverà Massimo D'Alema «Per incoraggiare i libanesi a trovare un accordo sul successore di Emile Lahud alla presidenza della Repubblica e aiutare la Terra dei Cedri ad uscire da un pericolosissimo impasse istituzionale che si trascina da mesi». Domani incontrerà tra gli altri il premier Fuad Siniora, il presidente del Parlamento e leader moderato dell'opposizione filo-siriana alleata di Hezbollah Nabih Berri, e il patriarca cattolico-maronita, Nasrallah Sfeir.

Il Messaggero


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