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23 maggio 2013
Un'opera di una artista iraniana. Donne che svaniscono
| inviato da LiberaliPerIsraele il 23/5/2013 alle 19:40 | |
23 maggio 2013
Siria: Assad continua i massacri con l'aiuto di Hezbollah
La STAMPA - Francesca Paci : " La battaglia di Qusayr. Assad, scacco ai ribelli con l’aiuto di Hezbollah " 

Qusayr, ricordate il nome di questa città. Comunque finisca la battaglia in corso da ieri mattina, Qusayr entrerà nella storia della guerra civile siriana, Stalingrado mediorientale che sposterà l’ago della bilancia regionale. Le notizie che filtrano dalla linea del fronte raccontano un corpo a corpo feroce tra i ribelli asserragliati nel centro e le truppe di Damasco che dall’inizio di aprile assediano questa roccaforte dell’opposizione a 15 km da Homs e una ventina di minuti dal confine libanese. «La svolta è arrivata con l’intervento degli uomini di Hezbollah, sono loro che stanno facendo tutto il lavoro: l’esercito di Assad non sarebbe mai riuscito ad aver ragione di quell’avamposto di qaedisti» confida un analista libanese vicino al partito sciita di Nasrallah. Dal novembre 2011 le truppe governative tentano invano riconquistare di Qusayr, pioniera base operativa del Libero esercito siriano e teatro di molteplici episodi di diserzione, compreso quello recente del carrista scappato da uno dei 35 tank posizionati intorno alla città. Finora però, neppure i cecchini e gli shabiha, le spietate squadracce alawite al soldo del regime, avevano sfondato la frontiera nemica corazzata dagli uomini di al Nusra e dalla brigata Farouq, passata tristemente alla cronaca per il video del comandate Abu Sakkar che mangia il cuore di un soldato lealista. Poi, un mese fa, coperti dall’aviazione, entrano in campo i mortai dei miliziani libanesi di cui Assad continua a negare la presenza ma Hezbollah no (fonti dell’opposizione parlano anche di combattenti iraniani a Quasyr). «La zona di Quasyr è estremamente importante per il regime perché è la retrovia di Damasco e il suo collegamento con la costa» nota l’ex generale libanese Elias Hanna. Per questo, nonostante l’esercito abbia lasciato ai ribelli buona parte dell’est e del nord della Siria, comprese basi militari e dighe, si è concentrato in questa campagna puntellata di piccoli villaggi contadini in buona parte sunniti (e svuotati dalla pulizia etnica). Perché, sostiene l’analista Abdulrahman al Rashid, da qui dipendono i due piani di Assad: «O si prepara la via di fuga per la caduta della capitale o pensa di poter un domani controllare un terzo della Siria, un enclave alawita tra Damasco, Homs e il mar Mediterraneo». Il fronte occidentale è diventato così il cuore della guerra civile. Prova ne sia il numero delle vittime di Qusayr, che fino a pochi giorni fa erano una settantina e ieri sono quasi raddoppiate (secondo gli attivisti nelle ultime ore ci sarebbero 58 morti e 600 feriti, fra cui molti civili). Fra i morti di ieri, sempre secondo l’opposizione, ci sono anche 4 membri di Hezbollah. Dopo aver perduto il quartiere simbolo della resistenza di Homs, Baba Amr, i ribelli sono arretrati nella Stalingrado mediorientale da cui per settimane hanno martellato i villaggi libanesi della Bekaa in risposta ai razzi Grad e Katyusha lanciati dalle postazione di Hazbollah a Hermel. Il conflitto siriano che conta già almeno 80 mila morti e un milione e mezzo di rifugiati, è sempre più settario, regionale, minaccioso. Mentre il Qatar, mega sponsor dei ribelli, ha ottenuto dalla Lega Araba un summit d’emergenza dei ministri degli esteri arabi per discutere la crisi, Damasco, a detta del quotidiano britannico «Times», avrebbe puntato le proprie batterie di missili Tishreen verso Tel Aviv per scoraggiare qualsiasi tentazione interventista. Il GIORNALE - Rolla Scolari : " Assad punta i missili su Tel Aviv. Netanyahu: pronti a ogni scenario "  
Bibi Netanyahu Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ieri mattina ha parlato di Siria e lo ha fatto con parole che suggeriscono la possibilità di altri raid aerei sul paese vicino. Davanti al suo governo, Netahyahu ha detto che Israele «agisce» per prevenire il passaggio di armi sulla Siria al suo alleato libanese, le milizie sciite di Hezbollah, e ha chiarito che Israele è pronto a «ogni scenario» del conflitto siriano. Soltanto la settimana scorsa, il premier ha incontrato a Mosca il presidente russo Vladimir Putin per fare pressioni e bloccare una fornitura a Damasco di sofisticati missili per la difesa anti- aerea che, secondo gli esperti, se finissero nei depositi siriani renderebbero più difficileun'eventuale intervento internazionale o l'imposizione di una no-fly zone. Le dichiarazioni del primo ministro- pronunciate due settimane dopo tre attacchi aerei israeliani su obiettivi militari in Siriaarrivano in risposta a indiscrezioni pubblicate dal Sunday Times . Per il giornale britannico, Damasco avrebbe pronti missili terra- terra Tishreen, di fabbricazione siriana, e l'esercito avrebbe l'ordine di lanciarli in direzione di Tel Aviv in caso di nuovi attacchi israeliani. In una rara intervista al quotidiano argentino Clarin , il raìs siriano Bashar El Assad ha accusato Israele di appoggiare i ribelli, garantendo loro sostegno logistico. Ieri, Benjamin Netanyahu ha smentito un'indiscrezione del Times . Il quotidiano britannico ha citato venerdì le parole di un ufficiale dell'intelligence israeliano, anonimo, secondo il quale per Israele sarebbe meglio una permanenza la potere di Assad in Siria piuttosto che l'ascesa di gruppi ribelli islamisti. Per il premier, la posizione ufficiale del governo israeliano sarebbe differente. Sul terreno, l'esercito di Damasco- con l'aiuto di Hezbollah - sta conquistando posizioni. I soldati del regime sono entrati ieri nella cittadina di Qusayir, a dieci chilometri dal confine libanese: si tratta di un nodo strategico, prima in mano ai ribelli, lungo un corridoio che collega Damasco al mare. I nuovi sviluppi hanno spinto la Lega araba a indire un vertice di emergenza sulla crisi siriana che si terrà giovedì. Per inviare la propria opinione a Stampa e Giornale, cliccare sulle e-mail sottostanti lettere@lastampa.it segreteria@ilgiornale.it
| inviato da LiberaliPerIsraele il 23/5/2013 alle 14:0 | |
23 maggio 2013
Gli Ebrei, Israele e le sfide dell'Europa Ritratto di Riccardo Pacifici
 |  | A destra, Riccardo Pacifici, Presidente Comunità ebraica di RomaIl commento di Ugo Volli  Ugo Volli docente di Semiologia, Università di Torino, storico, scrittore e giornalista, collabora con Informazione Corretta
Contrariamente a quel che di solito accade, questa rubrica IC7 non è dedicata agli eventi della settimana scorsa, ma a uno che deve ancora avvenire. Mercoledì 22 maggio, alle ore 18, l'Associazione Italia-Israele ospita a Torino, presso la Fondazione Camis de Fonseca di Via Pietro Micca 15, un intervento del presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici sul futuro degli ebrei italiani di fronte all'Europa che cambia e all'islam in arrivo. Pacifici sarà presentato dal presidente dell'Associazione Italia-Israele di Torino Dario Peirone e da Claudia De Benedetti, presidente italiana della "Sochnut", cioè l'Agenzia ebraica che è stata il nucleo organizzativo originario per la costruzione dello stato ebraico e ancora si occupa dei rapporti fra comunità ebraiche della diaspora e Israele. La visita di Pacifici a Torino, e non in una sede riservata al mondo ebraico, ma in una pubblica, è importante perché costituisce un segno dell'impegno della leadership sionista italiana a portare il proprio contributo di riflessione agli amici di Israele e a coloro che sono preoccupati per il futuro dell'Europa e dell'Occidente. Riccardo Pacifici è il solo vero leader del mondo ebraico italiano di questo periodo. Erede di una famiglia importante dell'ebraismo italiano, porta lo stesso nome di suo nonno rabbino a Genova, che non abbandonò la propria comunità fino all'ultimo momento e fu deportato perciò ad Auschwitz dove venne ucciso con la moglie. Suo padre fu gravemente ferito nell'attentato dell'82 nel tempio di Roma. Da cinque anni presiede la comunità ebraica di gran lunga più grande d'Italia, quella di Roma, dopo esserne stato a lungo il portavoce. E' stato sotto gli occhi dei mezzi di comunicazione in numerose occasioni, dal processo Priebke, in cui guidò il rifiuto degli ebrei romani all'insabbiamento dell'accusa contro uno dei colpevoli della strage delle Fosse Ardeatine, fino alla recente polemica con Grillo. Pur discendendo da una famiglia rabbinica, Pacifici è un leader dal tratto molto popolare, che parla la lingua diretta ed efficace del popolo del vecchio ghetto di Roma ed è capace soprattutto di comprenderne e di esprimerne i sentimenti profondi, l'eredità di una storia millenaria e la dignità di chi è stato a lungo segregato, maltrattato, offeso, e non accetta assolutamente il rischio di ricadere in una condizione di minorità. Antifascista per memoria familiare e per atteggiamento profondo, Pacifici è stato il testimone e per certi versi il garante della svolta che molti esponenti della destra, da Fini ad Alemanno, hanno fatto negli scorsi decenni verso Israele e gli ebrei; ma la sua attitudine al dialogo si è espressa in tutte le direzioni, con tutti i partiti e i personaggi pubblici che erano disponibili. Il dialogo per Pacifici non significa però mimetismo dietro insegne di partito, come è accaduto a tanti dirigenti dell'ebraismo italiano, o subordinazione al mondo politico. Al contrario, per lui è sempre un gesto di fierezza, la riaffermazione di un'identità secolare e delle ragioni che la sostengono, uno sforzo di far riconoscere l'ebraismo come un soggetto autonomo per garantirgli il modo di vivere secondo i propri principi. Per questa ragione la politica di Pacifici si caratterizza per il legame e la difesa intransigente delle ragioni di Israele, garanzia di sicurezza e di progresso per tutti gli ebrei del mondo. Pacifici è un ebreo osservante che sa parlare con tutti i filoni dell'ebraismo e con le altre religioni; è un sionista che discute con tutte le forze politiche e cerca di portarle a riconoscere le ragioni di Israele; è un leader amato e molto determinato, proprio perché trae la sua legittimità dal rapporto vero, intenso, quotidiano con la sua comunità e non si nasconde dietro etichette o titoli o snobismi. Al di là dell'organizzazione formale delle comunità ebraiche, che spesso nel passato non è stata capace di produrre una rappresentanza politica efficace e ben determinata, il vero leader dell'ebraismo italiano è lui, anche grazie alla sua formidabile capacità di lavoro e di mobilitazione. Sarà certamente interessante starlo a sentire a Torino, in un ambiente così lontano dal suo contesto tradizionale. E sarà importante conoscere la sua diagnosi su un momento così difficile e minaccioso come quello che stiamo vivendo ora.
http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
| inviato da LiberaliPerIsraele il 23/5/2013 alle 10:0 | |
23 maggio 2013
Per quale motivo Israele dovrebbe fare affari con la Turchia ?
dal GIORNALE Fiamma Nirenstein "Pace «a tutto gas» tra Turchia e Israele ".   Fiamma Nirenstein Recep Erdogan
 Giacimenti di gas israeliani
Tayyip Erdogan, il primo ministro turco, è un acrobata capace di camminare in contemporanea su un filo, fare il doppio salto mortale e cadere in piedi per ricevere l'applauso. Lo scopo è riuscire a usare a scopi egemonici per la Turchia la sua fama di Paese a cavallo fra Islam e Occidente, e rafforzare il suo regime molto vicino ai Fratelli Musulmani, mentre si presenta come forza moderata. Non ha remore morali: oggi è il peggior nemico di Assad, ai tempi della rivolta libanese per cacciarlo dalla Siria era il suo migliore alleato. Era un amico strettissimo di Gheddafi, da cui accettò il «Premio Internazionale Gheddafi per il diritti umani ». Tuttavia l'Europa conserva la memoria speranzosa di Kemal Atatürk e il senso di colpa per aver tenuto la Turchia fuori dall'Ue. Ma intanto le cose sono cambiate, l'islamizzazione è prepotente, la libertà è crollata, la politica estera è aggressiva. La Turchia agisce anche spinta dalla necessità di resistere al terremoto siriano che la pervade di profughi e di terrorismo e la mette a rischio di una guerra chimica. Ma al di là di questa evenienza c'è l'ambizione ottomana di Erdogan, che si vede come il grande rifondatore di un impero che ha quasi fagocitato l'Europa e il Medio Oriente per secoli, fino al 1918. Erdogan ha dato esempio di grande disinvoltura proprio nelle ultime settimane. Il 22 marzo, su esplicita richiesta del Presidente Obama, accetta graziosamente le scuse di Benyamin Netanyahu, premier israeliano, per l'incidente del maggio 2010. Allora furono uccisi nove attivisti turchi sulla «Mavi Marmara» diretti a Gaza sulla flottilla antisraeliana che portava anche membri del gruppo paraterrorista IHH. Erdogan continua dopo l'incidente la strada che lo aveva portato a inveire contro Shimon Peres a Davos urlandogli «Voi sapete uccidere» e dichiara di recente, fra l'altro, che il Sionismo è «un crimine contro l'umanità». Invita ad Ankara Khaled Mashaal, il capo dell'organizzzione terrorista Hamas. Gli dedica una standing ovation, dichiara che i suoi uomini sono «combattenti della resistenza che difendono la loro terra ». L'odio per Israele gli conquista molti consensi nel Medio Oriente. È ciò che cerca, dato che intanto i suoi accordi con Assad si sciupano. Ma il 15 marzo Erdogan accetta la proposta di far pace con Israele in cambio di ricompense per le famiglie degli uccisi. Obama lo vuole, ed è una vittoria morale. Ma intanto gli analistiche scavano nei colloqui circostanti all'accordo scoprono un interesse della Turchia che non c'entra con l'onore: il gas naturale trovato in quantità a largo delle coste di Haifa. La Turchia, si dice, vuole partecipare con due milioni di dollari alla costruzione del condotto sottomarino che dovrebbe portare il gas fino alle sue coste e forse poi verso l'Europa. Big business. Oggi essa è in gran parte dipendente dalla Russia per il gas, lo scontro sulla Siria con Putin rende Israele ben più affidabile. Ma la Turchia, lo è? Perché lo Stato ebraico dovrebbe far scorrere il suo gas in tubi lungo coste libanesi e siriane, dopo che l'Egitto dei Fratelli Musulmani ha fatto saltare gli accordi e i tubi stessi in pochi mesi di nuovo potere? Perché dovrebbe fare un dispetto a Cipro, nemico della Turchia? Erdogan è andato a Washington meno di una settimana fa, ha spinto per la destituzione di Assad, e certamente Obama, in cambio di una posizione decisa, gli chiede l'abbandono della linea estremista su Israele. Ma Erdogan ha confermato, fra un abbraccio e una pacca sulla spalla, che alla fine del mese andrà in visita a Gaza, e probabilmente lo farà insieme al primo ministro egiziano Morsi, leader dei Fratelli Musulmani. Ha anche riaffermato di essere molto favorevole al previsto accordo Fatah-Hamas. Hamas, il cui scopo istituzionale è non solo la distruzione di Israele ma anche l'uccisione di tutti gli ebrei (vedere lo statuto e i discorsi dei leader, o il terrorismo che ha sterminato migliaia di innocenti) non può essere l'interlocutore di un amico di Israele o di qualsiasi Paese democratico. Ovvero: non c'è comune buon senso che possa spingere chicchessia a un accordo vitale con la Turchia di Erdogan. www.fiammanirenstein.com Per inviare la propria opinione al Giornale, cliccare sull'e-mail sottostante segreteria@ilgiornale.it
| inviato da LiberaliPerIsraele il 23/5/2013 alle 5:59 | |
22 maggio 2013
Siria: Iran ed Hezbollah in aiuto di Assad
Riportiamo dalla STAMPA , l'articolo di Francesca Paci dal titolo " Siria, guerra senza confini. Gli insorti accusano 'Invasi da Iran e Hezbollah' ". Dal FOGLIO, a pag. 3, gli articoli di Daniele Raineri e Mattia Ferraresi titolati " I ribelli siriani sono un osso duro per l’offensiva di Hezbollah " e " Così funziona la mano visibile degli Assad sugli hacker siriani". Ecco i pezzi: La STAMPA - Francesca Paci : " Siria, guerra senza confini. Gli insorti accusano 'Invasi da Iran e Hezbollah' "   Francesca Paci Hezbollah
Possiamo ancora chiamare guerra civile l’infinita crisi siriana che ammonta già ad almeno 80 mila vittime? Il protagonismo dei miliziani sciiti di Hezbollah nella battaglia di Qusayr, in cui ne sarebbero caduti una trentina compreso il venerato comandante Fady al-Jazzar, allarga definitivamente il campo al vicino Libano, dove, di riflesso, 3 persone sono morte ieri a Tripoli nell’ennesimo scontro tra sunniti e alawiti. Ma tutti i paesi della regione sono ormai belligeranti, chi indirettamente, come i filo-ribelli Qatar, Arabia Saudita e Turchia (più una defilata Giordania timorosa anche dei suoi passi), chi in prima linea (Hezbollah accanto a Damasco e, a detta dei ribelli, l’Iran). «Ci approssimiamo al collasso della Siria e a una catastrofe regionale» ammonisce il ministro degli Esteri britannico William Hague auspicando l’efficacia della conferenza di pace «Ginevra 2». Parole che suonano tardive mentre Damasco annuncia di aver intercettato un veicolo militare israeliano vicino a Qusayr e soprattutto l’Iraq viene travolto da una raffica di attentati contro obiettivi sciiti (85 morti e centinaia di feriti in ventiquattr’ore) da evocare i peggiori scontri interconfessionali del 2006/2007. Il governo di Baghdad, unico tra le cancellerie arabe a essere guidato dalla minoranza sciita (un tempo oppressa da Saddam), sostiene di volersi mantenere neutrale nella contigua crisi, ma non cela la paura di un post Assad controllato dai cugini siriani di quei sunniti che da mesi manifestano nelle principali città dell’Iraq contro il premier e i suoi ministri. Non a caso l’Iraq accoglie pochissimi profughi siriani (alcune frontiere come al Qaim sono serrate). Di fatto, sebbene giuri il contrario, Baghdad chiude più di un occhio sul passaggio delle armi iraniane dirette a Damasco, un po’ pilatescamente ma un po’ per saldare l’alleanza con Teheran nel Medioriente che pullula di nemici. «L’Iran è visto ora con ostilità nella maggioranza dei Paesi arabi dove cresce un settarismo assente nelle prime fasi della primavera araba» scrive il sondaggista James Zogby nel volume «Looking at Iran». D’altra parte l’avanguardia del fronte anti-ayatollah, che è rappresentata oggi dall’opposizione siriana, annovera tra le sue fila parecchi fuoriusciti iracheni, saddamisti rivoltisi contro l’ex compagno baathista Assad per fronteggiare il blocco sciita ma anche qaedisti formatisi con al-Zawahri pronti, una volta cacciato il regime, a portare la guerra ben oltre la regione. «Il vero potenziale pericolo per la seconda amministrazione Obama è la crisi siriana» osserva il vice presidente del Wilson Center di Washington Aaron David Miller. Prova ne sia l’imminente quarta sortita mediorientale del segretario di Stato Kerry che deve barcamenarsi tra il primadonnismo di Mosca, la tentazione israeliana di un nuovo raid contro i depositi di armi di Hezbollah in Siria, le mille anime degli oppositori di Damasco (a Madrid si sono appena riuniti 86 gruppi di dissidenti) e l’attivismo molto interessato del Qatar che ieri ha duramente criticato l’inerzia occidentale di fronte alle vittime di Assad. La battaglia di Qusayr (condannata dalla Casa Bianca) cambia la prospettiva. Quella siriana non è più solo una feroce guerra civile (ieri sono morte almeno 95 persone tra cui, pare, una donna e 7 bambini durante il bombardamento di Raqqah) né si limita ai confini regionali: a dieci anni dall’inizio del conflitto in Iraq siamo tutti sempre più impelagati in Medioriente. Il FOGLIO - Daniele Raineri : " I ribelli siriani sono un osso duro per l’offensiva di Hezbollah "   Daniele Raineri
Roma. Hezb as Shaitan, il Partito del diavolo, o Hezbollat, il Partito degli Dei – così i ribelli sunniti chiamano ora il Partito di Dio libanese, colpevole di avere abbandonato la sua ragione d’essere, la “muqawama”, la resistenza contro Israele, per abbracciare la causa del presidente siriano Bashar el Assad (“degli Dei” va considerato come una storpiatura paganeggiante e quindi insultante del nome, considerato che il monoteismo è il primo pilastro dell’islam). Entrare ufficialmente in guerra nella città di Qusayr, alla testa delle truppe del governo siriano, sta costando caro al gruppo armato libanese. Testimoni raccontano del viavai di ambulanze dal confine, degli arrivi di morti e feriti all’ospedale di Dahiye, la zona sud di Beirut sotto il loro controllo, degli appelli per la raccolta del sangue. Tra i venti e i trenta morti, finora – è necessario ricavare i dati indirettamente dai martirologi pubblicati su Facebook, dai funerali e dalle testimonianze, e a questi vanno aggiunti quelli delle settimane passate, una dozzina, quando ancora il ruolo di Hezbollah in Siria non era così esplicito – ma c’era. L’ultimo conteggio preciso per ora è arrivato a ventisette morti in due giorni di offensiva: assomiglia in proporzione al bilancio pesante dell’estate 2006, quando Hezbollah perse 500 uomini nelle prime tre settimane di combattimenti contro Israele – e il clima, nei villaggi sciiti del sud del Libano, è lo stesso di sette anni fa, elettrico, racconta il New York Times. Eppure si tratta di una guerra fratricida. Proprio nel 2006, durante la campagna di terra e aria di Israele nel sud del Libano, Qusayr accolse gli arabi sfollati delle zone di Hezbollah, funzionando come una retrovia al sicuro appena dieci chilometri oltre il confine. Oggi è riconpensata con i bombardamenti più intensi di questi due anni di guerra, e Hezbollah partecipa con i suoi razzi. Il dipartimento di stato americano ieri ha condannato “l’intenso bombardamento del regime di Assad con aerei e cannoni contro la città di Qusayr”. I ribelli si preparano a questa offensiva mista Partito di Dio-governo siriano da mesi, sono circa settemila e combattono sapendo che non ci sono altre opzioni possibili, il governo non farà prigionieri perché in quell’area non può permettersi l’ennesimo risorgere della rivoluzione armata dalle sue ceneri. La propaganda martellante sulla tv di stato definisce l’opposizione “terroristi e mercenari al soldo del Qatar”, ma l’area di Qusayr, Homs e al Rastan, poco più a nord, è la culla dei ribelli più autenticamente siriani. Ieri la tv ha dovuto fare marcia indietro, dopo che in mattinata aveva dichiarato la presa completa di Qusayr, e ha detto che “gli eroi dell’esercito” controllano per ora la parte est. La potenza di fuoco, però, è dalla loro parte. Il presidente cerca una vittoria che potrebbe essere soprattutto psicologica, prima ancora che di strategia militare grazie alla posizione cruciale della città. Dall’inizio dell’anno Assad ha riguadagnato l’iniziativa militare e ha trovato l’impeto contro i ribelli. E’ incoraggiato dalle forniture militari russe – che portano missili balistici, mentre gli Stati Uniti aiutano i ribelli con razioni pronte di cibo come i “cheese tortellini” – ed è guidato dal generale iraniano Qassem Suleimani, rodato specialista di Teheran nel vincere le guerriglie in paesi stranieri. Se l’esercito del governo siriano e il gruppo Hezbollah prevarranno a Qusayr – cosa che potrebbe essere decisamente più difficile del previsto, perché i ribelli stanno resistendo a oltranza – Israele potrebbe essere costretto a intensificare i raid per bloccare il trasferimento di armi dagli arsenali di Damasco al Libano. Intanto, il gruppo ribelle Jahbat al Nusra, legato ad al Qaida, sta portando rinforzi nell’area, per aiutare i ribelli assediati. Il FOGLIO - Mattia Ferraresi : " Così funziona la mano visibile degli Assad sugli hacker siriani "   Mattia Ferraresi Bashar al Assad
New York. Nell’organigramma militare di un regime il battaglione degli hacker è un elemento imprescindibile. L’unità 61398 di Shanghai aggredisce siti americani per conto del politburo; i tremila hacker nordcoreani dell’unità 121 s’infilano nelle maglie della rete per carpire segreti agli avversari occidentali, o anche soltanto per lasciare promemoria sulla vulnerabilità dei loro sistemi. Bashar el Assad ha la Syrian Electronic Army (Sea), l’esercito che venerdì è penetrato nei sistemi del Financial Times cospargendo le pagine online del giornale inglese di prove del suo passaggio. Per quattro minuti l’account Twitter del quotidiano ha recitato: “Syrian Electronic Army Was Here”. Non è certo la prima missione del cyberesercito del regime in territorio nemico. Negli ultimi due anni ha attaccato il Washington Post, Al Jazeera, il Telegraph, il Guardian, la National Public Radio, il giornale satirico The Onion, l’università di Harvard e decine di altri siti occidentali. Quando è riuscito a mettere le mani sull’account Twitter dell’Associated Press ha lanciato una breaking news: una bomba alla Casa Bianca ha ferito Barack Obama. La notizia era troppo grossa per essere verosimile, ma per un minuto i mercati americani sono crollati in preda al panico. Tanto per far capire cosa intende Assad quando parla di “un esercito reale che si muove in una realtà virtuale”. Nella guerra cibernetica siriana non è semplice però stabilire con precisione una catena di comando. All’inizio della guerra civile il Sea era formato da centinaia di hacker reclutati direttamente dal regime e organizzati secondo uno schema preciso che faceva ultimamente riferimento al presidente. Ora l’organizzazione appare più fluida e gli esperti consultati dal New York Times parlano di una dozzina di hacker che navigano in rete sotto i nomi di “Th3 Pr0” e “The Shadow”. In un’intervista al magazine Vice, Th3 Pr0 descrive l’esercito come un gruppo autogestito di giovani hacker che vuole difendere “il nostro amato paese da questa sanguinosa guerra mediatica”. Th3 Pr0 insiste sull’indipendenza dal Sea dal governo, dice che generalmente non passa le informazioni a Damasco e ammette soltanto qualche espisodica segnalazione sulle attività dei ribelli. La distinzione formale fra un battaglione di regime e una brigata di smanettoni lealisti è un dettaglio importante per gli Stati Uniti e l’occidente. Un’aggressione ai server americani riconducibile al governo siriano può provocare reazioni ufficiali, mentre è più complicato rispondere alle provocazioni oblique di un gruppo non meglio identificato. Quando il Sea è passato dalla violazione delle pagine Facebook di Obama e Oprah Winfrey alla penetrazione sistematica di siti più sofisticati, i funzionari antiterrorismo di Washington hanno immediatamente riconosciuto la mano del regime. I leader del battaglione erano tutti riconducibili alla Syrian Computer Society, società fondata da Bassel el Assad, fratello del presidente. Quando nel 2000 Bashar ha succeduto il padre alla presidenza, l’unico suo incarico ufficiale era quello di presidente della società informatica di stato. Il dipartimento del Tesoro ha sequestrato circa 700 domini che fanno riferimento alla Syrian Computer Society. Ora Assad ha tutto l’interesse a rappresentare gli hacker come un gruppo di patrioti indipendenti, un’Anonymous di complemento fatto di combattenti senza grado e divisa. Ma anche nelle operazioni condotte da questa struttura più snella si vedono tracce del regime. La settimana scorsa i tecnici del governo americano hanno ricondotto un attacco cibernetico a un indirizzo IP registrato presso Syriatel, la compagnia telefonica del cugino di Assad. Non una trovata particolarmente sofisticata per slegare l’esercito cibernetico dalla gerarchia del regime. Per inviare la propria opinione a Stampa e Foglio, cliccare sulle e-mail sottostanti lettere@lastampa.it lettere@ilfoglio.it
| inviato da LiberaliPerIsraele il 22/5/2013 alle 21:37 | |
22 maggio 2013
Israele cancella la missione Unesco a Gerusalemme
Riportiamo da REPUBBLICA di oggi, 21/05/2013, a pag. 16, l'articolo di Fabio Scuto dal titolo "Israele ferma la missione dell'Unesco". 

Come denunciato dal Ministero degli Esteri israeliano, la visita Unesco sarebbe dovuta essere 'professionale', invece i palestinesi tentavano di politicizzarla, trasformandola nell'ennesimo spot pubblicitario di propaganda, perciò Israele ha bloccato tutto. Per chi volesse maggiori informazioni, digitare 'Unesco' nella casella 'cerca nel sito' in alto a sinistra sulla home page di Informazione Corretta. GERUSALEMME —Israele chiude le porte all'Unesco che doveva iniziare ieri una missione incaricata di verificare le condizioni di una ventina di siti storici nella Città vecchia di Gerusalemme, nellaconvinzioneche i palestinesi «intendessero dare un carattere politico» alla visita, invece che storico-culturale. Il governo di Benjamin Netanyahu aveva ac-consentito a questa missione dell'Unesco nella Città Vecchia—la prima a Gerusalern me dal 2004 dopo le pressioni della Giordania e dei palestinesi, che avevano chiesto l'intervento del presidente americano Barack Obama. L'accordo fra israeliani e palestinesi perla nuova ispezione era stato raggiunto il mese scorso ed era stato propiziato da Stati Uniti e Russia nell'ambito degli sforzi portati avanti dal segretario 'di Stato americano John Kerry— in arrivo proprio oggi in'I'enrasanta —per far ripartireildialogodi pace. «I palestinesi non hanno rispettato i patti», ha denunciato il ministero degli Esteri israeliano perché «la visita doveva essere professionale, ma i palestinesi hanno preso iniziative per tentare di politicizzare l'evento, senza lasciare il modo alla delegazione di dedicarsi agli aspetti professionali». La replica di Nemer Hammad, consigliere del presidente dell'Anp Abu Mazen, non si è fatta attendere: «Lo Stato ebraico ha avuto paura dell'ispezione e non rispetta le organizzazioni internazionali». Israele ha rapporti difficili con l'Unesco, soprattutto dal novembre 2011 quando l'agenzia dell'Onu per l'educazione, la scienza e la cultura ha ammesso la Palestina come membro a tutti gli effetti e ha inserito la Basilica della Natività a Betlemme nel Patrimonio dell'Umanità, e per reazione Israele aveva tagliato il suo finanziamento annuale all'Agenzia. Lo scorso aprile Israele, i palestinesi e l'Unesco avevano concordato di rimuovere dall'agenda della istituzione cinque risoluzioni ritenute "anti-israeliane" dal governo Netanyahu. In cambio lo Stato ebraico accettava che una delegazione degli ispettori internazionali dell'agenzia culturale dell'Onu visitassero la Città vecchia — dichiarata patrimonio dell'Umanità nel 1981—e vi esaminassero il livello di restauro e di conservazione di diversi siti. «Si trattava — ha precisato la portavoce israeliana — di sei siti ebraici, sei cristiani, e sei musulmani». Fra questi: la Porta dei Leoni; la zona di Burj Laklak (nella Città vecchia) e la Chiesa di S. Giacomo. Su richiesta di Israele, la missione invece non avrebbe potuto visitare la Spianata delle Moschee né il traballante ponte provvisorio in legno che conduce alla Porta dei Mugrabi, l'accesso usato dai visitatori stranieri per accedere al terzo luogo santo dell'Islam. Ma Israele, a quanto pare, avrebbe ricevuto informazioni secondo cui da parte palestinese si preparavano per la delegazione «incontri con esponenti politici, non solo con ingegneri e architetti» e la visita è stata rinviata "sine die". Per inviare la propria opinione a Repubblica, cliccare sull'e-mail sottostante rubrica.lettere@repubblica.it
| inviato da LiberaliPerIsraele il 22/5/2013 alle 18:1 | |
22 maggio 2013
Da Israele la formula EatWith: cene in famiglia per turisti

Si chiama “EatWith” ed è la nuova “avventura” che consente ai turisti che si recano in Israele di vivere l’emozione dell’accoglienza all’interno delle case israeliane, un’esperienza unica e autentica. Attraverso “EatWith” infatti i visitatori possono scegliere di cenare in decine di case israeliane in ogni parte del Paese e in differenti ambienti: dal loft alla moda a sud di Tel Aviv alle antiche case in pietra di Gerusalemme, alle belle abitazioni rurali nei Kibbutz. I turisti potranno spaziare dai piatti tradizionali ortodossi a Gerusalemme ai pic-nic asado-style argentini; dai piatti gourmet creati da chef di fama internazionale alle feste ungheresi con le antiche rovine romane di Cesarea sullo sfondo. Gli ospiti hanno anche la possibilità di visitare le aziende agricole e corsi d’acqua in tutto Israele, dove i prodotti locali sono coltivati e pescati. Ogni casa o struttura extraalberghiera è stata accuratamente selezionata in base alla storia personale, ai servizi che offre, agli spazi di intrattenimento e alla qualità del cibo. I padroni di casa possono accogliere un numero variabile di ospiti, da due a 20, a seconda dello spazio e delle condizioni meteorologiche. I prezzi vanno da 100 NIS a 300 NIS per ospite (1 NIS = 0,21 euro), in base al prezzo delle materie prime, dell’esperienza culinaria del padrone di casa e dello stile dell’evento o manifestazione proposti. Per fornire informazioni dettagliate è stato anche creato un sito ad hoc: eatwith.com. www.eatwith.com
| inviato da LiberaliPerIsraele il 22/5/2013 alle 17:12 | |
22 maggio 2013
NAZI ISLAMISMO ufficialmente RAZZISTA in fiore in Arabia Saudita, USA & Europa collaborazionisti
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“Caro passeggero, sei per caso ebreo? Allora scendi” Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli Cari amici, tutti siamo ossessionati dal tempo, un po' per vocazione culturale, un po' per obbligo, e il giornalismo anche di più: prima che i lettori leggano l'articolo, il giornalista ha finito il suo lavoro e passa ad altro (o almeno a un'altra puntata dello stesso tema). Ma in questa frenesia del nuovo è contenuto il rischio di prendere atto senza capire, di accettare come fattuali discorsi che sono spesso interessati, di non vedere le conseguenze. Invece per capire il mondo almeno un po' bisogna fermarsi quando serve a riflettere e valutare quel che accade anche se non è più fresco di giornata. Vi faccio un esempio che mi sembra molto significativo. Qualche giorno fa Informazione Corretta ha pubblicato la notizia ripresa dal web che la Delta Airlines non accetta israeliani né ebrei sui voli diretti in Arabia Saudita (http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=49191). Un lettore ha fatto giustamente notare che era una storia vecchia, risalente a due anni fa. E in effetti nel giugno 2011 proprio Informazione Corretta aveva ripreso una “breve” di “Repubblica” che raccontava questo fatto: http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=4&sez=120&id=40307 . Una piccola ricerca sul web mostra diverse tracce di questo problema, fra cui questo interessante filmato: http://www.youtube.com/watch?v=qFJQBp2FXFw&feature=share . 
Dunque, una storia vecchia. Ma non vale la pena di soffermarsi un attimo? Pensate innanzitutto che la Delta Airlines, importante vettore aereo americano, ha detto che la colpa non era sua, ma dell'Arabia Saudita che non accettava certe categorie dei passeggeri e del fatto che i suoi voli erano condivisi con la Saudi Airlines, che faceva parte della stessa alleanza internazionale. E qui si celano un paio di notizie importanti. La prima, uscita durante la recente agitazione delle linee aeree israeliane e dei loro dipendenti contro la liberalizzazione delle rotte aeree (“Open Skies”), cui Israele ha giustamente deciso di partecipare, consiste nel fatto che i vettori aerei israeliani hanno un doppio svantaggio strutturale rispetto alla concorrenza: il primo consiste nella necessità di contrastare un terrorismo sempre in agguato, con l'impiego di personale a terra e nei voli, ma soprattutto di sofisticata strumentazione elettronica per deviare eventuali razzi antiaerei che i terroristi vorrebbero certamente usare (e ci hanno provato diverse volte): tutti costi in più, necessari ma negativi dal punto di vista strettamente finanziario. Il secondo aspetto è che in tutte le tre o quattro grandi alleanze aeree che dominano il mercato internazionale, vi sono partner arabi che pongono il veto all'ingresso di El Al e delle altre linee aeree israeliane, col risultato che esse non compaiono sul sistema di prenotazione delle alleanze, non possono condividere voli e dunque risultano meno visibili e meno attraenti rispetto al pubblico. Anche per le linee aeree, il boicottaggio, o se vogliamo dirla giusta, la discriminazione razzista, funziona, fai i suoi danni, eccome.  Re dell'Arabia Saudita
Ma c'è una storia ancora più importante, in questa notizia. Ogni Stato è naturalmente libero di stabilire chi può e chi non può entrare nelle sue frontiere. L'Arabia Saudita proibisce l'ingresso agli israeliani, come peraltro gli Stati Uniti non ammettono i nord coreani. Dispiace, naturalmente, e fa dubitare della volontà di pace, ma si può capire. Del resto in tutto il mondo arabo e islamico, l'esclusione degli israeliani dalle frontiere è di regola e nella grande maggioranza di questi Stati basta un visto israeliano sul passaporto per vedersi rifiutare l'ingresso. Anche queste è una discriminazione, ma diciamo che rientra nelle regole del gioco. E però la notizia non riguarda solo gli israeliani. Delta, su mandato dell'Arabia Saudita, non fa salire sui suoi aerei israeliani ED EBREI. Questa non è più una discriminazione politica, ma razzismo vero e proprio. Chi prende un aereo dagli Stati Uniti verso l'Arabia Saudita (e magari anche dall'Europa, anche dall'Italia, sarebbe interessante verificare), si sente domandare di che religione è. Se è ebreo, non parte. Badate, non si tratta solo della proibizione, che pure regna indiscussa, di portare in Arabia oggetti rituali di un'altra religione, per esempio un crocefisso anche piccolo, un libro di preghiere, il talled, cioè lo scialle rituale che usano gli ebrei per pregare. Anche questo è un costume largamente diffuso e per esempio è accaduto che questi oggetti personali fossero sequestrati a turisti israeliani all'ingresso in Giordania, con cui pure lo stato ebraico ha concluso un trattato di pace e intrattiene rapporti diplomatici. No, qui il problema è un altro. Una linea aerea delle libera america chiede ai propri passeggeri prima di imbarcarli: tu, Jakob Cohen (o John Smith o Franco Rossi) di che religione sei? E la dogana saudita ripete: non sarai mica ebreo? Ora provate a pensare che la cattolicissima Polonia chieda ai turisti svedesi se per caso sono protestanti ed espella quelli che pensano che la salute eterna si raggiunga “sola fide”, senza “opere”. O viceversa. Oppure, peggio, che la Serbia e l'India, che sono state coinvolte in guerre con forze esplicitamente islamiche in Kossovo e Kashmir, chiedessero a chi vuole vistare il loro paese se pensa che Maometto sia il profeta. O che lo facesse qualcuno da noi. Non grideremmo tutti quanti alla discriminazione, al razzismo, non invocheremmo i diritti dell'Uomo e lo statuto dell'Onu? Nulla di tutto questo per l'Arabia Saudita (che certo è diversa, ha il petrolio). Nessuno spiega che si tratta di uno Stato legalmente razzista, che per esempio proibisce agli stranieri l'accesso a certi luoghi, per esempio alla Mecca, sulla base della loro religione? Si blatera senza fondamento di apartheid israeliana, si promuovono boicottaggi contro uno stato democratico, multiculturale, dove vige pienamente la libertà politica e quella religiosa. Ma contro un'autocrazia, dove le donne non possono guidare, i fidanzati che si sfiorano la mano rischiano di essere frustati, i ladri vengono mutilati, e vige ufficialmente una discriminazione all'ingresso e agli spostamenti sulla base della religione - be', nessuno si sogna di organizzare la minima protesta. E le società della libera America (e magari anche le nostre) che accettano questo tipo di discriminazioni non subiscono alcuna sanzione. 
Qualche settimana fa Air France è stata condannata in tribunale per aver sbarcato una passeggera, militante filopalestinese, che voleva partecipare a una manifestazione contro Israele e che figurava su una lista - perfettamente legittima - di persone che Israele non voleva ammettere sul suo territorio per ragioni di sicurezza. Io domando: qualcuno ha mai condannato la Delta (e anche la Saudi Airlines) per una vera discriminazione, quella basata su un profilo “razziale”? Qualcuno dice ai buoni pacifisti e progressisti europei che gli arabi non ce l'hanno con gli israeliani, ma con “gli ebrei”? Non credo. Eppure il problema, anche il problema della pace in Medio Oriente è questo: il diritto per gli ebrei di avere uno stato, la legittimità di uno stato ebraico in Medio Oriente accanto a venti musulmani, l'uguaglianza dei diritti umani degli ebrei (e in prospettiva anche dei cristiani). Questo si nasconde dietro a una notizia che è stata un giorno sulle cronache, due anni fa, ma che è ancora perfettamente attuale. Ugo Volli
http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
| inviato da LiberaliPerIsraele il 22/5/2013 alle 14:0 | |
22 maggio 2013
Firenze: famiglia di italiani in camper e le case popolari agli immigrati!

FIRENZE – Quello che trovate qua sotto è un comunicato stampa in cui si mette in risalto la situazione di Maurizio, un uomo costretto a vivere da ben 2 anni all’interno del proprio camper, con la moglie e due bambini piccoli… L’indifferenza delle istituzioni del vicinato è davvero sconvolgente.. Buona lettura! “Via Lami: una normalissima strada di città che corre lungo la ferrovia dello Statuto, delimitata da un muro completamente imbrattato che evoca un forte senso di degrado, di ghetto. Dall’altro lato della strada eleganti palazzine residenziali. Ha da poco smesso di piovere. Auto e motorini sfrecciano indifferenti lungo la via. Basta percorrere pochi metri dall’imbocco della strada per intravedere un camper, vecchio e po’ malconcio, ricoperto di appelli scritti con pennarelli colorati che iniziano a sbiadire. Arrivati di fronte alla casa mobile, troviamo ad accoglierci un bel bimbo biondo che gioca sul marciapiede, rincorrendo la sorellina di quattro anni. I bambini sorridono e ci dicono che il “nonno” è dentro con il fratellino più piccolo, Siro. L’uomo sulla settantina, accortosi della nostra presenza, spunta fuori dal camper, in braccio a lui un neonato dagli immensi occhi blu, con una voce rauca richiama i fratellini verso la casa mobile e ci saluta, chiedendoci chi cerchiamo. Maurizio Villani, il papà e proprietario del camper tornerà a momenti con Rita, la mamma dei bambini. Durante la breve attesa, cerchiamo di metabolizzare le immagini che ci scorrono davanti. L’avevamo letto sui giornali e visto nei TG ma l’impatto è comunque surreale. I piccoli sono incredibilmente sereni: il camper è un gioco e poi, in quella buffa casa, ci vive il babbo, che incontrano solo nei fine settimana. Loro vivono fino al giovedì con mamma a “Casa Speranza” una struttura d’accoglienza di Settignano che ospita solo madri e figli. Giocano per tutto il tempo, corrono intorno a noi, ci fanno qualche buffa domanda, senza smettere un secondo di ridere, nessun capriccio, nemmeno un velo di tristezza nei loro occhi. Si rincorrono fino al bordo della strada, tanto da suscitare la nostra preoccupazione ma Jacopo, tre anni, ci rassicura sorridendo “No, no !Non ci andiamo sulla strada, è pericolosa, poi ci arrotano”. Dopo una decina di minuti arrivano mamma e papà. Sono sorpresi della nostra presenza. I bambini corrono verso i genitori e gli saltano in braccio. Ci presentiamo e iniziamo a chiacchierare. “Io avevo una ditta con diversi dipendenti, lavoravo nel campo edile – dice Maurizio con voce sicura – purtroppo, da quando le cose hanno iniziato ad andare male, i soldi guadagnati in una vita sono finiti con incredibile rapidità: il lavoro diminuiva, aumentavano i ritardi nei pagamenti, da parte di privati ma anche di committenti pubblici e così, nemmeno io ero in grado di saldare tutti i conti- ammette l’uomo – poi è arrivato lo sfratto, mentre Rita aveva appena scoperto di aspettare il nostro terzo bambino. Siamo in attesa di un alloggio popolare che sembra non arrivare mai. Io vivo nel camper da un anno e mezzo e da poco, ho invitato a stare con noi il “nonno”, non c’è nessun legame di parentela, era un vecchio conoscente finito in disgrazia dopo gravi problemi di salute, anche lui aveva perso la casa, dormiva al pronto soccorso ed abbiamo deciso di ospitarlo, i bambini gli vogliono un gran bene”. I membri delle istituzioni non hanno fatto niente per loro, solo qualche vana promessa. In oltre un anno di permanenza solo un paio di persone gli hanno fatto visita. Anche il vicinato è completamente indifferente. Qualche vicino di casa, talvolta, porta un po’ di pane o una fetta di torta ma per la maggior parte, girano alla larga da quel camper e spesso negano addirittura il saluto alla famiglia. I negozianti della via in cui vivevano in precedenza, fanno credito a Maurizio, lo conoscono da una vita e si fidano di lui. Hanno anche subito due tentativi di furto: dei Rom hanno tentato di entrare nel camper. Ci facciamo avanti e chiediamo a Maurizio se le numerose associazioni di volontariato abbiano fatto qualcosa o se abbiano mai valutato l’ipotesi di affidarsi a “uno di quei movimenti che lottano per la casa” ma la risposta è sempre la stessa: “Quelli a noi, non ci pensano proprio, hanno altre priorità, trattano solo con gli immigrati – dice Maurizio – io non voglio scavalcare nessuno, non pretendo che qualcuno dia la precedenza al nostro caso, cercate di capirmi, voglio solo riunire la mia famiglia”. Nell’ultimo bando per l’alloggio popolare, avevano incluso nel nucleo famigliare il nonno, che con una pensione da qualche centinaio di euro, aveva abbassato il loro punteggio in graduatoria. “Siamo in attesa delle graduatorie di luglio, ora il nostro punteggio è molto alto, siamo a 15 punti adesso, questa è l’unica speranza per tornare a vivere. Il Comune è sempre molto puntuale quando si tratta di vedersi pagare le multe o le tasse, peccato che tutta questa puntualità non vi sia quando tocca a loro dare qualcosa ai cittadini”. Maurizio non è remissivo, non si è fatto schiacciare dalla sua condizione, anzi: “Spesso mi chiedo cosa farò quando riuscirò a sollevarmi da questa situazione, e penso proprio che mi batterò per i diritti di tutti i fiorentini in difficoltà, sono più di quanti se ne possano vedere. Bisogna davvero toccare il fondo per riuscire ad ammetterlo. Siamo un popolo orgoglioso. Conosco molte famiglie che campano una settimana con un kg di riso ma si vergognano di ammetterlo, lo considerano un fallimento”. Il suo caso ci fa comunque pensare che il comune, solerte nella cura di migliaia di immigrati, stia dimenticando quella parte della popolazione che dopo aver pagato ogni contributo al comune per generazioni, per anni, ora, complice la crisi economica, si trova in completa povertà. Il discorso si sposta infatti sulle condizioni in cui versa il paese, sulle ditte fallite, sulle bancarotte e sugli innumerevoli suicidi. “Sapete perché non mi suicido? – dice Maurizio – ho imparato a mettere la dignità in tasca, per la mia famiglia. Non sono solo i debiti, ma anche la mortificazione ad uccidere. Trovarsi a 47 anni, in un camper, senza poter offrire nulla ai propri figli è terribile ma ho imparato a convivere con questa sensazione. Sono qui e resterò qui, per mia moglie, i miei bambini, per il “nonno” e per tutto quello che spero di poter fare per la comunità, una volta uscito da questa situazione”. “Ho fatto più di un appello a Renzi, ma quello pensa solo a Roma. Le istituzioni sono lontanissime. Anche mia moglie, con il bambino piccolo, si è più volte presentata in Palazzo Vecchio e a risponderle solo un citofono e ore di attesa sotto il caldo estivo con un neonato. Nessuno si è nemmeno degnato di aprirle la porta, di chiederle se voleva aspettare dentro all’ufficio: una situazione scandalosa.” Noi chiediamo cosa possiamo fare per loro, se hanno bisogno di qualcosa e la loro risposta, in tono mesto, è: “Abbiamo bisogno di tutto, non abbiamo niente, davvero niente”. Mentre i bambini sorridono per il vasetto di Nutella trovato nei sacchetti della spesa e ci salutano con la manina, noi ci dirigiamo verso la macchina, in silenzio. Ogni persona dovrebbe avere la possibilità di guardare da vicino questa famiglia e le tante altre che versano in queste condizioni. Mentre le varie associazioni di volontariato non fanno altro che pensare a immigrati e clandestini, mentre la tv chiede l’ 8×1000 per i missionari, il supermercato, alla cassa, raccoglie fondi per i pozzi in Africa e le famiglie adottano bambini a distanza, sotto casa, a pochi metri dal portone, i loro connazionali patiscono il freddo e la fame in un camper. Ci sentiamo in colpa per l’indifferenza di una città che si sta disumanizzando, che sta perdendo il contatto umano, sta dimenticando la solidarietà e l’amicizia che stringevano i rapporti tra concittadini, tra vicini. In una società in cui il primato non spetta mai ai nostri fratelli ma alla beneficenza mediatica, teniamo a ricordare ad ogni fiorentino, che la famiglia Villani, era quella che comprava frutta e verdura da voi, che mangiava la pizza nel vostro ristorante, che si riforniva nel vostro negozio, che pagava i contributi al nostro comune. Adesso, sono loro ad aver bisogno di noi, con la dovuta precedenza su chi, in questa città non è nato e vissuto”. http://senzapelisullalingua.info/firenze-famiglia-di-italiani-in-camper-e-le-case-popolari-agli-immigrati
| inviato da LiberaliPerIsraele il 22/5/2013 alle 9:59 | |
22 maggio 2013
La Danimarca sospende Schengen. Troppi immigrati, troppa criminalità
Pia Kjærsgaard, il leader del Partito Popolare danese Sembrava una proposta destinata a cadere nel vuoto, forse solo una provocazione. Invece il Partito Popolare Danese l’ha spuntata: la Danimarca sospende il trattato di Schengen e reintroduce i controlli alle frontiere. Ad annunciarlo è stato Claus Hjort Frederiksen, ministro delle finanze del governo danese: “Durante gli scorsi anni abbiamo visto crescere i crimini transfrontalieri” ha spiegato, “questa decisione punta a frenare il problema”. Troppa immigrazione e troppa criminalità da oltreconfine per il governo danese: il gioco non vale più la candela, meglio tornare al passato. Entro due, massimo tre settimane la polizia tornerà a controllare chi entra dai confini con la Germania, ma anche nei porti e sul ponte che collega Danimarca e Svezia. Il ministro Frederiksen ha spiegato che saranno istallate nuove apparecchiature elettroniche di identificazione alla frontiera tedesca, strumentazioni in grado di identificare le targhe delle macchine. Così come gran parte delle leggi sull’immigrazione introdotte nell’ordinamento danese, anche stavolta a spingere per il ripristino dei controlli alle frontiere è stato il Partito Popolare Danese. Lotta all’immigrazione clandestina, lotta alla criminalità internazionale, lotta al narcotraffico: questi alcuni dei capisaldi del partito. La leader Pia Kjærsgaard aveva già speso parole molto chiare: “I controlli alle frontiere sono un diritto per i nostri cittadini”, un diritto ritenuto necessario per porre un freno soprattutto all’entrata in Danimarca di stranieri provenienti dai paesi dell’Europa orientale, paesi ritenuti (non solo a Copenhagen) inaffidabili nel gestire l’emigrazione: troppo pochi i controlli alle frontiere, senza regole i flussi migratori. Agli occhi del Partito Popolare danese, l’ondata di profughi proveniente dai paesi nord-africani ha aperto un secondo fronte al quale guardare con preoccupazione: “Abbiamo problemi con i cittadini dell’est Europa che stanno venendo qui e corriamo il rischio di avere gli stessi problemi con quelli dal Nord Africa” aveva detto Pia Kjærsgaard. E così come accaduto spesso finora, il Partito Popolare Danese è stato accontentato sui controlli alle frontiere in cambio dell’appoggio alla riforma sulle pensioni presentata dal governo e in discussione da diverse settimane. Il partito della Kjærsgaard fornisce al governo liberal-conservatore del premier Lars Løkke Rasmussen un appoggio esterno fondamentale. La Danimarca è entrata nell’area Schengen nel 2001, sei anni dopo la firma dell’accordo che aveva abolito le frontiere consentendo a tutti i cittadini europei di circolare liberamente tra gli stati. La decisione di oggi rappresenta un passo importante, ed è interessante vedere come reagiranno altri paesi dove il tema immigrazione è piuttosto caldo. La Danimarca ha dato l’esempio, altri potrebbero seguirlo. Oltretutto a Copenhagen sembrano convinti che la loro decisione rientri nei parametri europei. Per ora da Bruxelles si preferisce la cautela: Marcin Grabiec, portavoce del Commissario europeo per gli affari interni Cecilia Malmström, ha detto che dovranno leggere le carte, prima di dare un commento. Ma è indubbio che si tratta di una grossa grana. Antonio Scarfati http://www.loccidentale.it/node/105505
| inviato da LiberaliPerIsraele il 22/5/2013 alle 5:59 | |
21 maggio 2013
Caso al Dura, anche l'inchiesta israeliana inchioda France 2 Merito al giornalista Philippe Karsenty che, da subito, si accorse della bufala
Autore: Redazione di Repubblica Titolo: «Inchiesta israeliana: 'Non uccidemmo Mohammed'»
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Riportiamo da REPUBBLICA di oggi, 20/05/2013, a pag. 17, la breve dal titolo "Inchiesta israeliana: 'Non uccidemmo Mohammed' ".   Philippe Karsenty
Merito al giornalista francese Philippe Karsenty che, malgrado tutte le opposizioni è andato avanti e ha smascherato la bufala diffusa su France 2 da Charles Enderlin. L'inchiesta israeliana ha confermato ciò che già si sapeva, quella di al Dura era solo una bufala, un set di Pallywood costruito con lo scopo di diffamare Israele. Restiamo in attesa del giudizio finale della Corte Suprema Francese. Per conoscere i dettagli della vicenda, digitare 'al dura' nella casella 'cerca nel sito' in alto a sinistra sulla home page di Informazione Corretta. Per un riassunto video sulla vicenda al Dura a cura di Honestreporting (in inglese), cliccare sul link sottostante http://www.youtube.com/watch?v=E3Z4_11wLjw GERUSALEMME - Erano «fuorvianti» le immagini di France 2, con un padre palestinese e il figlio dodicenne che tentavano di schivare i proiettili a Gaza, diventate un simbolo della seconda Intifada: lo sostiene un rapporto del governo israeliano, firmato dal ministro della Difesa Moshe Yaalon, secondo cui al termine dello scontro il ragazzo, Mohammed al Dura era ancora in vita e forse nemmeno colpito. Nel rapporto si parla di immagini non utilizzate per il montaggio finale, in cui il giovane alza la testa e muove la mano in direzione dell’operatore, mostrandosi dunque vivo. Il giornalista Charles Enderlin, di France 2, ha ribadito di non avere niente da correggere nel servizio.Per inviare la propria opinione a Repubblica, cliccare sull'e-mail sottostante rubrica.lettere@repubblica.it |
| inviato da LiberaliPerIsraele il 21/5/2013 alle 19:43 | |
21 maggio 2013
Commissione israeliana: «Al-Dura era vivo alla fine del video» Tra dubbi e sconfessioni, sempre più debole l'accusa a Israele per la morte del dodicenne palestines
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ricevuto domenica un rapporto di 36 pagine con i risultati dei lavori di una speciale commissione d’inchiesta governativa che ha indagato le circostanze della morte di Muhammad al-Dura durante i primi giorni della seconda intifada (o “intifada al-Aqsa”). Il rapporto si concentra sul controverso reportage dell’emittente tv “France 2” del settembre 2000 dalla striscia di Gaza (nel quale veniva mostrato il ragazzino palestinese accucciato dietro il padre sotto quello che veniva descritto come fuoco israeliano) e giunge alla conclusione che al termine del famoso filmato il dodicenne al-Dura era vivo. Secondo i risultati della commissione, contrariamente a quanto è stato detto e pubblicato sinora non vi sono prove che il ragazzo e suo padre siano stati colpiti o feriti nei momenti in cui veniva girato il video, e pertanto sussiste un ragionevole dubbio circa l’asserita responsabilità delle Forze di Difesa israeliane nella morte del ragazzino.
“E’ importante concentrarsi su questo incidente – ha detto Netanyahu ricevendo il rapporto della commissione – giacché si è tradotto in una calunnia contro Israele, ed è paradigmatico del tipo di demonizzazione e delegittimazione che Israele deve continuamente affrontare. C’è un solo modo per combattere le menzogne – ha aggiunto Netanyahu – ed è combatterle con la verità”.
Stando alla commissione, “France 2” inquadrò la vicenda come se, al momento della messa in onda del filmato, vi fossero prove concrete a sostegno della tesi che il ragazzino fosse morto a causa dei colpi dei militari israeliani benché la responsabilità per la morte di Al-Dura fosse ancora controversa, cosa che mette in dubbio l’intera credibilità del reportage. Il rapporto critica anche altri mezzi d’informazione che hanno sempre basato la loro copertura del caso unicamente sul reportage di “France 2”, trascurando il fatto che all'incidente assistettero più giornalisti (nessuno dei quali si accorse del tragico episodio che si stava consumando). “Oltretutto – dice il rapporto – lo stesso resoconto del giornalista francese e del suo cameraman è cambiato nel corso degli anni ed è pieno di contraddizioni e falsità”. Il rapporto rileva anche grossolane incongruenze nei referti medici che riferiscono degli interventi cui furono sottoposti padre e figlio nell'ospedale Shifa di Gaza. “Nessuno dei proiettili che li avrebbero colpiti è stato mai recuperato né dai giornalisti che assistettero all'incidente, né dalle forze di sicurezza palestinesi, né dai medici che si occuparono di loro”. La commissione, formata nel 2012, è stata inizialmente presieduta dall'attuale ministro della difesa Moshe Ya'alon, e ha concluso i lavori di recente sotto la guida di Yuval Steinitz. Lo stesso Steinitz ne ha così sintetizzato i risultati: “E’ stato un caso di ‘calunnia del sangue’ contro Israele: il reportage francese era semplicemente falso”.
Intervistato lunedì mattina da giornalisti israeliani, il padre Jamal Al-Dura, alla domanda se fosse disposto ad acconsentire alla riesumazione del cadavere (a suo dire sepolto nel campo palestinese di al-Bureiz) per un esame forense, ha dichiarato: “Innanzitutto Israele deve accettare un’inchiesta internazionale. Solo allora potremo parlare di riesumazione. Ma dubito che Israele sia disposto ad accettare”. "Israele non si è mai opposto a un'inchiesta internazionale in materia – ha dichiarato a radio Galei Zahal il direttore generale del ministero israeliano per gli affari strategici Yossi Kuperwasser – Chiunque avesse voluto, ha avuto tredici anni di tempo per farla”. Al-Dura padre ha sempre sostenuto d’essere rimasto gravemente ferito nell'incidente, mostrando ai giornalisti le cicatrici riamaste sul suo corpo. Tali dichiarazioni avevano spinto anni fa il medico israeliano David Yehuda, dell’ospedale Tel Hashomer, a rivelare che quelle cicatrici erano in realtà gli esiti di un intervento chirurgico che Jamal Al-Dura aveva subito anni prima, dopo essere stato aggredito da uomini di Hamas che lo accusavano di collaborazionismo con Israele. “L’ho operato nel 1994 – dice il dottor Yehuda, anch'egli citato in giudizio da “France 2” per diffamazione e assolto da un tribunale di Parigi nel febbraio 2012 – Era stato colpito alla schiena e il suo braccio destro è stato lacerato da ferite di coltello. Per alcuni anni ha mostrato quelle cicatrici come se fossero frutto di questo incidente”. Intervistato su questo punto, Jamal Al-Dura ha affermato che si tratta di “menzogne”. Pressato dalle domande dei giornalisti, ha evitato di rispondere dicendo: “Potete chiederlo al mio avvocato in Francia, lui vi risponderà. Io, per me, non sono autorizzato a parlarne”.
Nel febbraio 2012 la più alta corte d’appello francese ha accolto il ricorso di “France 2” contro la sentenza che respingeva la sua querela per diffamazione ai danni di Philippe Karsenty, l’analista di mass-media francese che aveva accusato l’emittente televisiva d’aver falsificato l’intera vicenda. “France 2” aveva fatto causa a Karsenty nel 2004 dopo che questi aveva sostenuto che tutte le riprese video montate e trasmesse dal giornalista Charles Enderlin il 30 settembre 2000 erano frutto di una messinscena finalizzata alla produzione del reportage dalla striscia di Gaza. Il filmato, girato dal cameraman palestinese Talal Abu Rahma all'incrocio di Netzarim durante un prolungato scambio di colpi d’arma di fuoco fra palestinesi e israeliani, mostrava Muhammad al-Dura che veniva colpito mentre suo padre cercava di proteggerlo col suo corpo. Le immagini shock fecero il giro del mondo scatenando un’ondata di furore contro i soldati israeliani automaticamente considerati responsabili della morte del ragazzino. In un primo momento le Forze di Difesa israeliane avevano ammesso la possibilità che la morte di al-Dura fosse stata accidentalmente provocata dai propri militari che rispondevano al fuoco palestinese proveniente da quella direzione e che non era cessato nonostante la situazione in cui si trovavano i due al-Dura. Tuttavia, alcuni mesi dopo, un’inchiesta interna delle forze armate israeliane aveva portato i comandi militari ad escludere tale responsabilità sulla base di una serie di considerazioni balistiche dalle quali risultava assai più plausibile che a colpire i due al-Dura fosse stato il fuoco palestinese. Negli anni successivi Karsenty, sul suo sito web, si spinse oltre arrivando a sostenere che tutta la vicenda fosse contraffatta e che costituisse un esempio lampante del pregiudizio anti-israeliano di gran parte dei dei mass-media. Non limitandosi alle responsabilità del corrispondente e del cameraman, Karsenty giunse ad accusare la stessa emittente francese d’essersi prestata alla falsificazione dell’incidente al-Dura. E fu per queste affermazioni che “France 2” lo citò per diffamazione, vincendo la causa in prima istanza quando un tribunale francese sentenziò che il filmato non era stato manipolato. Karsenty non si diede per vinto e ricorse in appello affermando che “France 2” non aveva reso di pubblico dominio l’intero video girato. Nel settembre 2007 la corte d’appello francese dispose che l’emittente consegnasse l’intero nastro filmato quel giorno, e non montato, riaprendo di fatto il caso. Nel filmato intero, che Enderlin diceva di aver tagliato perché contente "immagini insopportabili dell’agonia del ragazzo”, si vede Muhammad al-Dura che muove una gamba e un braccio, sotto al quale sembra quasi sbirciare, senza nessun visibile versamento di sangue nonostante in quel momento dovesse essere già morto dissanguato per gravi ferite all'addome, stando al resoconto diffuso dal reportage. La corte francese ha anche acquisito come prova il rapporto balistico di un esperto forense secondo il quale non vi è alcuna possibilità che il ragazzino sia stato colpito a morte dal fuoco israeliano. Secondo tale rapporto, inoltre, non vi sono prove a supporto della tesi che padre e figlio siano stati anche solo feriti in quella circostanza, cosa che rilancerebbe l’accusa di un filmato sostanzialmente fasullo. Dopo un lungo iter giudiziario, Karsenty era stato assolto in secondo grado dall'accusa di diffamazione, ma l’emittente francese ha fatto ulteriore ricorso. Il rapporto finale della commissione israeliana giunge a pochi giorni dalla prevista sentenza di terzo grado.
(Da: YnetNews, Times of Israel, Jerusalem Post, Israel HaYom,20.5.13)
Nella foto in alto: Nel reportage originale di “France 2” le voci fuoricampo degli astanti gridano “Il ragazzo è morto” diversi istanti prima della scena che dovrebbe mostrarlo tale
Per le immagini tagliate dal reportage originale di “France 2”, si veda:
http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4381574,00.html
http://www.israelhayom.com/site/newsletter_article.php?id=9389
Si veda inoltre:
http://www.youtube.com/watch?v=DzsCBFhCsyY (14 minuti, in inglese)
| inviato da LiberaliPerIsraele il 21/5/2013 alle 18:4 | |
21 maggio 2013
C'è il rischio che i missili russi S-300 finiscano nelle mani di Hezbollah e Iran
| Amos Gilad: «Israele deve prendere sul serio tutte le minacce» | | I sofisticati sistemi di missili anti-aerei S-300 che la Russia si è impegnata a consegnare alla Siria potrebbero arrivare ai terroristi sciiti libanesi filo-iraniani Hezbollah, e anche ad altri. Lo dice Amos Gilad, capo del ramo sicurezza diplomatica del Ministero della Difesa israeliano, intervistato dalla tv Canale Due. “Si tratta di sistemi d’arma estremamente pericolosi – afferma l’alto funzionario della difesa israeliana – Se Hezbollah e Iran sostengono il regime siriano, perché questi non dovrebbe trasferire tali armi a Hezbollah? E ciò rappresenta una minaccia per Israele, una minaccia per le forze americane e una minaccia per il Golfo Persico”. Il riferimento di Amos Gilad al Golfo Persico sembra costituire un velato avvertimento che la Siria potrebbe trasferire i missili S-300 anche all’Iran. Teheran avrebbe dovuto ricevere dalla Russia una fornitura di queste batterie nel 2010 se le pressioni americane e israeliane non avessero fatto saltare il contratto. “Israele deve salvaguardare la sicurezza dei suoi cittadini” aggiunge Gilad, facendo notare come Hezbollah sia di fatto più stabile rispetto al regime siriano e, dal momento che Damasco ha già trasferito a Hezbollah missili tipo Scud, c’è motivo di credere che gli S-300 possano seguire lo stesso percorso dalla Siria al Libano. A proposito della guerra civile siriana, entrata ormai nel suo terzo anno, Gilad afferma che il regime di Assad “per sopravvivere, sta uccidendo sistematicamente la sua stessa gente”. Le forze del regime, sottolinea, hanno già sparato tra i 200 e i 300 missili su centri abitati dalla propria popolazione”. Israele, che in fondo è un piccolo paese, non può influire sulla “terribile carneficina che si sta consumando laggiù”. Gilad ha anche commentato il servizio del britannico Sunday Times che citava un anonimo alto ufficiale israeliano secondo il quale Israele preferirebbe che Assad rimanesse al potere. “Non è quello che dice la nostra Intelligence militare – afferma Gilad – Certamente non è questa la nostra posizione ufficiale. La nostra posizione è che dobbiamo prenderci cura della nostra sicurezza”. A proposito della minaccia fatta nel fine-settimana dal vice capo di stato maggiore iraniano, Masoud Jazari, che ha giurato di trasformate le alture del Golan in una zona di attività terroristiche anti-israeliane, Gilad dice: “Noi siamo un piccolo paese che deve battersi su molti fronti. L’Iran, da qualunque parte lo si guardi, rappresenta la minaccia centrale. Ha lacerato il Libano e vi ha piazzato quasi 100mila razzi, creando di fatto uno stato dentro lo stato. E ha lacerato l’Autorità Palestinese: oggi nella striscia di Gaza esiste un Hamastan, un’entità terrorista fondamentalista sunnita. Non appena l’Iran riuscirà a dotarsi di armi nucleari, è facile immaginare cosa accadrà: queste minacce diventeranno molto peggiori”. Gilad spiega che Israele deve prendere sul serio tutte le minacce iraniane, dirette e indirette, e aggiunge che in questo momento la zona di confine con la Siria rappresenta una situazione fluida. E conclude: “Dobbiamo contare sulla nostra forza di deterrenza. Non sfugga il periodo di quiete che abbiamo avuto attorno alla festività di Shavuot, la scorsa settimana. Dopo tutto, abbiamo forza deterrente e potenti forze armate che è bene che siano percepite come tali”.
(Da: Jerusalem Post, 18.5.13)
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 21/5/2013 alle 14:0 | |
21 maggio 2013
Quell’agenzia Onu che vorrebbe cancellare Israele dalla carta geografica
L’ambasciatore d’Israele all'Onu, Ron Prosor, ha inoltrato mercoledì una formale denuncia al Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, contro Ann Dismorr, direttrice in Libano dell’UNRWA, l’agenzia Onu per l’assistenza ai profughi palestinesi. All'inizio di questo mese, infatti, in occasione di una cerimonia ufficiale per l’avvio di un progetto in Libano, finanziato dalla Germania, la direttrice dell’UNRWA si è fatta fotografare accanto a una grande mappa dell’intera area che va dal fiume Giordano al mar Mediterraneo, intitolata “Palestina araba”, dalla quale Israele risultava totalmente cancellato. “Non occorre un master in geografia per capire che una mappa del Medio Oriente che omette qualsiasi riferimento all’esistenza dello stato di Israele è una vergogna – scrive Prosor nella lettera – Non può essere che un organismo internazionale come l'UNRWA, che dovrebbe rimanere neutrale, si faccia parte di una provocazione volta a cancellare Israele dalla carta geografica”. Nella lettera Prosor chiede al Segretario generale delle Nazioni Unite di indagare e condannare il comportamento della direttrice dell'UNRWA, sottolineando come esso costituisca “una prova ulteriore del fatto che vi sono rappresentanti delle Nazioni Unite che si schierano attivamente con una parte del conflitto e incoraggiano provocazioni che non fanno altro che accrescere odio e ignoranza”. La mappa in questione reca in evidenza una bandiera palestinese accanto al titolo “Palestina araba” e riporta i nomi di varie località sia di Cisgiordania e striscia di Gaza che israeliane (Negev, Beer-Sheva, Rafah, Hebron, Betlemme, Gerusalemme, Giaffa, Haifa, San Giovanni d'Acri, Tiberiade, Mar Morto). La mappa riporta anche i nomi dei paesi circostanti (Egitto, Giordania, Siria e Libano), ma di Israele nessuna traccia. Il progetto dell'UNRWA in Libano, sponsorizzato dalla Germania per un valore di circa 4,5 milioni dollari, mira a risanare la rete di approvvigionamento idrico il sistema di rifugi nel campo palestinese di Rashidieh. Il sito web dell’UNRWA riferisce che alla cerimonia erano presenti “diversi esponenti libanesi e palestinesi di alto rango”. Creata nel 1949 per assistere i profughi palestinesi (e i loro discendenti), l’UNRWA è stata più volte criticata da Israele e Stati Uniti e per aver fatto più danni che benefici con la sua missione volta a perpetuare, anziché risolvere, il problema dei profughi, a differenza dell’Alto Commissario per i Rifugiati, l’organismo Onu che si occupa di tutte le altre comunità di profughi nel mondo. L’UNRWA è stata anche più volte criticata per il suo sostegno di fatto a organizzazioni terroristiche. Alcuni anni fa, ad esempio, l'allora capo dell'UNRWA Peter Hansen venne fortemente biasimato per aver detto: “Vi sono membri di Hamas a libro paga dell'UNRWA e non vedo come ciò possa essere considerato un delitto”. Nel corso del 2010 il governo canadese ha interrotto i finanziamenti all’UNRWA, spiegando che gli stessi fondi sarebbero stati trasferiti a progetti più responsabili e controllabili.
(Da: Times of Israel, 15.5.13)
Si veda (in inglese): UNRWA representative poses with map that presents all of Israel as "Palestine" at event in Lebanon http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=8981
| inviato da LiberaliPerIsraele il 21/5/2013 alle 10:2 | |
21 maggio 2013
Bambina siriana salvata da cardiochirurghi israeliani
Una bambina di quattro anni proveniente dalla Siria è stata sottoposta con successo, lunedì, a un intervento vitale di chirurgia cardiaca presso il Wolfson Medical Center di Holon (Israele), nel quadro delle attività volontarie di Save a Child’s Heart (“Salva il cuore di un bambino”). Il caso della bambina, la cui identità non è stata divulgata per tutelare la famiglia dagli estremisti che imperversano nel suo paese, era stato presentato a Save a Child’s Heart da un’organizzazione umanitaria americana che opera in Giordania e Israele. La bambina è arrivata in Israele la scorsa settimana da un paese terzo dove lei e la madre erano giunte come profughi in fuga dalla guerra civile che infuria in Siria. Al suo arrivo, è stata visitata da un’équipe medica di Save a Child’s Heart che ha valutato che necessitava di un intervento a cuore aperto al più presto possibile: il tutto gratis, grazie al lavoro volontario dello staff medico e ai fondi raccolti. Ora la bambina si sta riprendendo, nel reparto di terapia intensiva della pediatria dell’ospedale Wolfson, in attesa di poter tornare in Giordania. “Senza l'intervento, poteva morire nel giro di pochi mesi, forse anche settimane” spiega il chirurgo, Lior Sasson. E aggiunge: “E’ incoraggiante poter eseguire un intervento chirurgico su una piccola proveniente da un paese ostile”. Stando al racconto della madre, i medici in Siria avevano scoperto la malfunzione cardiaca quando la figlia aveva sei mesi d’età, ma non erano disponibili terapie adeguate. “Continuavamo a portarla dai dottori – dice – ma non c’era niente che si potesse fare per lei. Non poteva né correre né giocare come gli altri bambini, e per la maggior parte del tempo stava davvero male”. Quando è scoppiata la guerra civile siriana, la madre si è resa conto che la famiglia, per salvare la figlia, non aveva altra scelta che lasciare il paese e cercare aiuto all'estero. Un anno e mezzo fa si sono spostati in Giordania, dove la madre si è rivolta a un'associazione cristiana americana supplicandola di aiutarla. A sua volta l’associazione ha contattato Save a Child’s Heart e pochi giorni fa, in coordinamento con il ministro degli interni israeliano Gideon Sa'ar, madre e figlia hanno potuto entrare in Israele. “ All'inizio temevo la reazione del regime siriano al fatto che venissimo qui – ricorda la donna – e naturalmente io stessa avevo paura a venire in Israele. Ma dal momento che siamo arrivate, mi sono sentita a mio agio. I dottori hanno trattato bene sia me che mia figlia”. E aggiunge che al Wolfson ha incontrato altri pazienti accuditi da Save a Child’s Heart, fra i quali molti palestinesi e arabi di altri paesi mediorientali. La fondazione israeliana Save a Child’s Heart, creata nel 1995 dal compianto cardiochirurgo pediatrico Amiram Cohen, ha già assistito più di 3.200 bambini in 44 paesi in via di sviluppo. Con l’intervento di lunedì, la Siria è diventata il 45esimo paese.
(Da: Jerusalem Post, YnetNews, 14.5.13)
Nella foto in alto: madre e figlia siriane al Wolfson Medical Center (Israele)
Si veda (in inglese):
Save a Child’s Heart http://www.saveachildsheart.org/
| inviato da LiberaliPerIsraele il 21/5/2013 alle 6:2 | |
20 maggio 2013
Non dorme il custode d'Israele
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/5/2013 alle 22:25 | |
20 maggio 2013
Breve storia di Israele ... per chi non la conoscesse

Premetto che non sono né Israeliano né Ebreo (e mi spiace quasi). Scrivo questi appunti non esaustivi per fornire un po’ di chiarezza a coloro che sparlano di argomenti vitali senza nemmeno prendersi la briga di informarsi. Ho sentito negli anni affermare che Israele sarebbe uno Stato grande come l’Italia, e che gli Ebrei hanno cacciato via dalla Palestina popolazioni indigene per stabilirvisi negli anni ’40. Dunque, partiamo dall’inizio. Israele ha una superficie di 20.770 kmq, inferiore a quella della Sicilia (25.710 kmq), con una popolazione di 6.700.000 di abitanti (la Sicilia ne ha 5.087.000, e la sola area urbana di Milano ne ha 7.400.000). È circondata dai seguenti stati islamici confinanti: Siria kmq 5.087.000 abitanti 17.585.540 Libano kmq 10.452 abitanti 3.826.018 Egitto kmq 1.001.450 abitanti 77.505.756 Giordania kmq 92.300 abitanti 5.153.378 A cui bisogna aggiungere altri 3.702.212 di Palestinesi su un territorio di 6.220 kmq che porta un totale di 107.772.904 di musulmani confinanti. Alle spalle di queste popolazioni vi sono altre centinaia di milioni di musulmani. [fonte Wikipedia] RISALENDO ALLE ORIGINI DELLA STORIA. Gli Ebrei, chiamati anche Israeliti e Giudei o Cananei, verso il 2000 a.C. assieme ad altre tribù Semite scendono dalla Mesopotamia per approdare nelle terre disabitate della costa, chiamata in seguito Palestina, dove si stabiliscono. È il periodo dei patriarchi, Abramo, Isacco, Giacobbe, ecc. Qui prosperano e si movimentano verso le regioni circostanti, specie l’Egitto. Dopo il XVII sec. a.C. le tribù ebree che abitavano in Egitto (dove vivevano in pace coi locali) fanno ritorno in Palestina perché invise ai nuovi conquistatori dell’Egitto, gli Hyksos (stirpi mesopotamiche) e si riuniscono alle tribù ebraiche qui rimaste. È l’epoca di Mosè. In Palestina le varie tribù ebree continuano a vivere fino alla fine dell’VIII sec., quando il loro regno viene invaso dagli Assiri (che per capirci vivevano in un territorio identificabile con l’attuale Irak). Dopo un assedio di tre anni, la capitale giudaica Samaria è conquistata e la popolazione ebrea deportata a Babilonia (la prima diaspora). Tutta la terra dei Giudei viene colonizzata da Babilonesi e Siriani (ricorda qualcosa …). Bisogna aspettare che l’impero babilonese venga attaccato e distrutto dai Persiani (odierni Iraniani) per vedere la fine della cattività degli Ebrei in terra straniera (anche questo ricorda qualcosa). Nel VI sec. gli Ebrei ricominciano a tornare in Palestina perché il re persiano Ciro li libera dalla schiavitù trattandoli con amicizia (oggi verrebbe da ridere). In Palestina gli Ebrei vivono in pace (relativa, per quei tempi) fino alla conquista di Alessandro Magno. Un alternarsi di conquiste egiziane ha termine con la conquista della Palestina da parte dei Romani. Siamo nel 64 a.C. La repressione romana fu terribile. Sul fatto che Gesù fosse ebreo e fosse nato in Palestina direi, almeno su questo, che non c’è chi possa dubitarne. Un fenomeno completamente nuovo si ebbe tre secoli dopo, quando politicamente il cristianesimo fu forte abbastanza da prevalere sull’ebraismo, tanto da far nascere un antisemitismo religioso (vedasi Editto di Milano, 313, e, per chi volesse, il mio libro sul Concilio di Nicea). Arriviamo al 624 d.C. Maometto con le tribù beduine inizia le sue conquiste e disperde le comunità israelite dell’Arabia settentrionale. La dominazione musulmana della Palestina durò fino al 1918, tranne i brevi periodi costituiti dai regni dei crociati. Gli Arabi si insediano in Palestina. Nel 1517 la Palestina diventa parte dell’impero ottomano (Turco). Dal 1880 nasce in Europa un movimento ebreo tendente a far tornare in Palestina gli ebrei esiliati (sionismo). Nella Prima guerra mondiale la Turchia era alleata della Prussia. Alla fine della guerra Gerusalemme è liberata dalle truppe inglesi che proclamano il ritorno di un insediamento statale ebraico nella terra originaria di Palestina (discorso del ministro inglese lord Balfour), ma in realtà la promessa non è mantenuta e la Gran Bretagna si assume il mandato della Palestina. Nel 1929 il ritorno delle famiglie ebree in Palestina produce scontento nelle popolazioni musulmane tanto da far scoppiare scontri violentissimi. Nel maggio 1942 il Programma Baltimore a New York rivendica la ri-costituzione di uno Stato ebraico sul territorio originario di Palestina. Nel frattempo le famiglie ebree nel mondo continuano a comperare terreni in Palestina che gli Arabi sono ben contenti di vendere a peso d’oro: si tratta perlopiù di terre abbandonate, inabitate e non coltivate. Tuttavia, negli anni succede esattamente questo: le famiglie immigrate di Ebrei iniziano a coltivare le terre acquistate e a costruire paesi fiorenti. In una parte degli Arabi abitanti in Palestina sorge un sentimento di invidia e gelosia per l’operosità degli Ebrei, abilmente pilotato da capipopolo che alimentano ostilità nei confronti degli Ebrei per proprie mire politiche. La Grande rivolta araba (1935-1939) è un’esplosione di violenza e terrore tesa sia a rivendicare l’indipendenza dal mandato britannico e la creazione di uno Stato indipendente palestinese, sia la fine dell’immigrazione ebraica e l’espulsione dei nuovi arrivati. Dopo la Seconda guerra mondiale i paesi palestinesi abitati dai coloni ebrei, scampati al genocidio di sei milioni di loro durante una delle pagine più buie della storia umana, diventano sempre più città fiorenti, dove prima secoli di dominazione araba non avevano prodotto nulla e la popolazione musulmana seguitava a vivere poveramente. Gli scontri armati diventano di intensità sempre maggiore fra fazioni arabe ed Ebrei. La situazione peggiora fino al punto che la Gran Bretagna nel 1947 decide di abbandonare il mandato della Palestina. Gli Ebrei riescono a difendersi e a mantenere i loro territori. Nel novembre del 1947 l’Assemblea Plenaria dell’Onu, dopo sei mesi di lavoro da parte dell’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine), delibera la Risoluzione n. 181, ossia la spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico («con molte zone desertiche» fonte Wikipedia) e uno arabo, con Gerusalemme città internazionale. Il 15 maggio 1948, il mandato britannico scade ufficialmente e finalmente viene proclamato lo Stato sovrano indipendente di Israele ponendo termine al sionismo. Le truppe britanniche si ritirarono. Il giorno dopo, 16 maggio, «gli eserciti di Egitto, Siria, Libano, Iraq e Transgiordania attaccarono il neonato Stato di Israele. L’offensiva venne bloccata dal neonato esercito israeliano le forze arabe vennero costrette ad arretrare. La guerra terminò con la sconfitta araba nel maggio del 1949 e produsse circa 700 mila profughi arabi. In seguito all’armistizio e al ritiro delle truppe ebraiche l’Egitto occupò la Striscia di Gaza mentre la Transgiordania occupò la Cisgiordania, assumendo il nome di Giordania. Israele si annetté la Galilea e altri territori a maggioranza araba conquistati nella guerra» (fonte Wikipedia). Nel 1967, per propri calcoli politici all’interno del mondo arabo, il presidente egiziano Nasser si mette alla testa di una minaccia contro Israele alleandosi con Siria e Giordania, ammassando truppe corazzate ai confini. Con un attacco lampo di sei giorni l’esercito israeliano sbaraglia gli eserciti nemici e conquista la Penisola del Sinai, le Alture del Golan, e la Striscia di Gaza che le permettevano di controllare meglio i terreni da cui erano provenuti gli attacchi. «Nel 1973 Egitto e Siria attaccarono a sorpresa Israele nel giorno della festività ebraica dello Yom Kippur. Nei primi giorni di conflitto i due paesi arabi ebbero la meglio ma, dopo una fase di stallo, le truppe israeliane riuscirono a riprendere il controllo della situazione e a rovesciare le sorti del conflitto, ricacciando Egiziani e Siriani al di là delle posizioni iniziali. In seguito, nel 1978, con gli accordi di Camp David, Israele si impegnava a restituire la Penisola del Sinai mentre l’Egitto si impegnava al riconoscimento dello Stato di Israele» (fonte Wikipedia). Gli anni recenti sono stati caratterizzati da continui conflitti armati fra l’Olp e gli Israeliani, fino a quando nel 1982 l’esercito israeliano costrinse l’Olp a fuggire trasferendosi in Tunisia. «Per lungo tempo l’Olp rifiutò di assumere come base per il dialogo la risoluzione 242 dell’Onu (che prevedeva il ritorno ai confini di prima della “guerra dei sei giorni”, legittimando così le conquiste territoriali israeliane del 1948-1949), finché nel 1988 la sua linea si ammorbidì consentendo l’avvio di un cauto e non sempre coerente avvicinamento fra le opposte posizioni» (fonte Wikipedia). Quando tutto sembrava iniziare a svolgersi verso una soluzione, Arafat proclamò la Prima Intifada (lotta armata) pensando (erroneamente) di poter ottenere molto di più, o, probabilmente, ritenendo che il proprio ruolo di capo militare non potesse trasformarsi in quello di politico. È molto più facile comandare un esercito terroristico che una nazione, e nessuno dell’Olp aveva intenzione di creare uno Stato palestinese che avrebbe decretato la fine del senso di esistere della lotta armata. Chi ci rimise fu il popolo palestinese che rimane tuttora in miseria nonostante miliardi di dollari stanziati dall’Occidente e finiti nelle casse dell’Olp. Nel 1993 si attua un vertice di pace a Washington che prevede un accordo sul ritiro da Gaza. Mediazione di Clinton. Israele accetta ma gli attacchi palestinesi ai civili non smettono: continuano stragi di Israeliani. Un nuovo vertice per la pace a Washington non riuscì a convincere con le sue proposte Arafat sui termini della pace e le trattative conobbero così un cocente fallimento. Nell’ultimo periodo, la nuova strategia di Hamas di ricorrere ad attentati suicidi contro i civili ebrei ha ulteriormente acuito la tensione, facendo irrigidire le posizioni degli Israeliani. La morte del leader dell’Olp Arafat (primavera 2004) ha finalmente sbloccato la situazione e l’elezione del suo successore Abu Mazen ha portato, tra innumerevoli azioni di guerriglia e di contro-guerriglia, di attentati terroristici palestinesi e di “uccisioni mirate” e dure ritorsioni israeliane contro civili palestinesi, allo sgombero (unilateralmente disposto nel 2005 dal premier israeliano Ariel Sharon) della Striscia di Gaza, consegnata in novembre all’Anp, sui cui valichi è stata chiamata a vigilare una forza di polizia della Comunità Europea, comandata da un generale dei Carabinieri dell’esercito italiano. In questo delicato momento, in cui al-Fatah è disposta a riconoscere Israele e a lavorare per uno Stato palestinese, Hamas séguita a proclamare la distruzione di Israele, in ciò fomentata da Hezbollah filo iraniano. Il resto è cronaca quotidiana. fonti: Limes – Rivista di geopolitica, Karl Ploetz – Enciclopedia della Storia – Mondadori,Michel Mourre – Dizionario di Storia Universale – Mondadori, Benedetto Conforti – Le Nazioni Unite – Cedam, Bendetto Conforti – Lezioni di diritto internazionale – Editoriale Scientifica, Carlo Jean – Geopolitica – Laterza, Henry Kissinger – Gli anni della Casa Bianca – Mondadori Grazie per l’attenzione Andrea
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/5/2013 alle 18:5 |
20 maggio 2013
Dacci oggi il nostro odio quotidiano…
Giorno nuovo diffamazione nuova. L’ultima sta impazzando ovunque sul web: “Israele sterilizza forzatamente le donne etiopi!” Oh, questa si’ che è una diffamazione succosa! Ci si sono buttati a pesce tutte le testate mondiali. Finalmente! La prova provata che sono come i nazisti! “Fanno agli altri quello che hanno fatto a loro”…. 
La storia in realtà risale a otto anni fa. Un gruppo di donne etiopi accuso’ medici israeliani di aver loro somministrato, senza il loro consenso, un anticoncezionale efficace per tre mesi, il Depo Provera, come pre-requisito al loro ingresso in Israele. Haaretz, nel dicembre 2012 ha titolato: “La rivelazione che Israele sta sterilizzando le donne etiopi si aggiunge a una vergognosa storia di abusi sulle donne più deboli delle comunità” 
Proprio come fu nel caso del titolo falso in merito al sondaggio sull’apartheid, i redattori di Ha’aretz sono stati costretti a ritrattare anche questo: “Il trattamento paternalistico e inumano di Israele di donne etiopi non è una novità”, questo il nuovo titolo. L’editoriale pero’, di Efrat Yardai, si conclude sempre con l’idea che Israele sterilizza forzatamente donne etiopi: “Se avessero cercato di sterilizzarmi o di portare via i miei bambini lontano, penso che anch’io avrei potuto dire sciocchezze”. La notizia originale ha dato il via a migliaia di post su Facebook e a centinaia di tweets: I funzionari israeliani “per la prima volta hanno riconosciuto la pratica di iniettare a donne di origine etiope un farmaco ad azione contraccettiva di lunga durata, il Depo-Provera,” L’edizione cartacea Ha’aretz che segue: “Un funzionario del governo ha per la prima volta riconosciuto la pratica di iniettare a donne di origine etiope il contraccettivo Depo-Provera. Il Direttore Generale del Ministero della Salute, Prof. Ron Gamzu, ha incaricato le quattro organizzazioni sanitarie di fermare la pratica abituale. Il ministero e le agenzie statali in precedenza avevano negato di esserne a conoscenza o di essere responsabili della pratica, che è stata denunciata cinque anni fa. In una lettera Gamzu istruisce tutti ginecologi negli HMO a “non rinnovare le prescrizioni per il Depo-Provera alle donne di origine etiope, se per qualsiasi motivo si temesse che potrebbero non comprendere tutte le implicazioni del trattamento.” Il Los Angeles Times, riferisce invece che la lettera di Gamzu non è una conferma delle iniezioni forzate che Israele ha inflitto alle donne etiopi: “La lettera del funzionario del ministero ha sottolineato le nuove linee guida che pero’ non costituiscono una posizione in merito alle accuse e si riferiscono a tutte le donne, non solo quelli provenienti dall’ Etiopia”. 
Si veda anche l’ottimo post di Elders of Ziyon su questo argomento, nel quale è citato uno studio del 2005 che mostra come le donne etiopi abbiano accettato le iniezioni di Depo Provera, che potrebbero essere anche state decise senza il consenso del marito: “Poiché i contraccettivi possono introdurre discordia sociale, portando a volte alla violenza del partner nelle coppie africane, le donne hanno un potere di decisione basso e spesso ricorrono a metodi di pianificazione familiare in segreto. Le donne possono prendere iniezioni di Depo-Provera durante la visita in una struttura sanitaria e rimangono protette da gravidanze indesiderate per tre mesi. Questo può essere fatto senza la approvazione del marito e senza il fastidio di dover ricordare la pillola o di sottoporsi a procedure cliniche, qualora optassero per impianti o dispositivi intrauterini. Di conseguenza, il modello generale contraccettivo che è stato osservato nell’Africa sub-sahariana e in altre parti del mondo in via di sviluppo è la predominanza di sostanze iniettabili.” 
Le indagini per appurare la verità circa questa storia sono in corso. Ha’aretz intanto ha pubblicato un articolo che titola: “Donne etiopi e controllo delle nascite: quando uno scoop diventa un’onta. Più la storia delle donne etiopi che hanno utilizzato iniezioni per il controllo delle nascite è stata ripetuta, più deformata e distorta è diventata…. la copertura internazionale di questo scandalo sta trasformando un racconto di insensibilità, di condiscendenza culturale e, sì, forse di un certo livello di razzismo, in una sorta di malvagio complotto genocida di sterilizzazione, volto alla pulizia etnica e razziale….Ma la storia ha assunto una vita propria a livello internazionale. Le parole “forzata” e “coercizione” sono state gettate in pasto alla copertura internazionale, evocando immagini di un livello di persecuzione che ricorda le pratiche di Menghele…” Aspettiamo di saperne di più su questa storia, ma intanto non possiamo fare a meno di notare come ogni volta che una notizia sfiora Israele, una parte del’opinione pubblica mondiale fa immediatamente appello ai suoi peggiori istinti. L’Italia non fa eccezione, anzi! Nel Paese della Sanità disastrata, delle morti futili in ospedali fatiscenti, nei quali a volte trovare un posto letto (anche in caso di urgenza) è come vincere un terno a lotto e in caso di sfortuna puo’ costare la vita, la notizia di donne etiopi sterilizzate dai “perfidi ebrei” ha acceso le fantasie! Naturalmente la stragrande maggioranza dei lettori non è a conoscenza del fatto che le donne in questione sono cittadine israeliane e ebree. Lasciando perdere le testate minori e i blog allucinanti come quello di Antonio Rispoli per esempio, fermiamoci un attimo a osservare cosa è successo sulla pagina facebook de “Il Fatto Quotidiano” , pagina alla quale, ricordiamo, collabora fin dalla sua fondazione Furio Colombo. Leggiamo alcuni commenti: *COME NEI LAGER! *Chiamiamolo con il loro nome: nazismo *Chissa’ da chi hanno appreso questo comportamento…. *agli ebrei è stato sempre concesso di essere razzisti, invece altrove predicano la tolleranza e il meticciato, mentre loro non si mescolano.. *E cosa vuoi commentare…..fanno schifo e basta !! Vivono di rendita su ciò che hanno subito, hanno una carta di credito di sei milioni con credito illimitato… *fanno quello che Josif Mengele faceva loro ad Auschwitz…ne più e ne meno…disgustoso… *Confermo naziebrei.Nonostante le loro sofferenze 70 anni fa, adesso lo fanno con palestinesi, uno sterminio,e dopo nn si devono scandalizzare se l’antisemitismo sta crescendo. * Esponenti del “popolo eletto” hanno in mano il commercio di organi umani negli USA. Un rene acquistato a 2 mila dollari e rivenduto a 160 mila. A questo punto, in mezzo al delirio antisemita puro, un lettore ha accennato al fatto che, comunque, si stava parlando di donne Ebree. Allora i commenti, pur senza dare apparente rilevanza all’informazione fondamentale, hanno cominciato a “girare” in questo modo: *il conflitto israeliano palestinese è stato creato ad arte dall’onu, per ricreare il conflitto di caino e abele (delle torri gemelle), col quale organizzare un divide et impera globale e giustificare l’esistenza dell’onu stesso:: quindi anche se è palese che israele è lo stato che sbaglia, sbaglia finanziato e appoggiato in pieno dai “buoni mediatori occidentali”.. finche la gente vedrà l’onu come qualcosa di positivo, siamo messi male.:!! è un lupo travestito da pecora *.a proposito di coscienze lorde (anche di sangue)…quella di Israele non è certo pulita (o lei ha già dimenticato, tanto per citare un episodio, di quando l’esercito del paese che lei difende a spada tratta ha circondato i campi profughi di Sabra e Chatila permettendo ai falangisti cristiano-maroniti di massacrare diverse centinaia o forse migliaia – dipende dalle fonti – di civili palestinesi). *Perchè, non è un ordine di “Bibi” il controllo delle nascite nei campi di accoglienza? *da 70 anni uno sputo nel deserto voluto per capriccio degli inglesi e dei banchieri che hanno finanziato l’America in guerra, giustifica il sionismo col ricatto morale della shoa e dell’olocausto… sinceramente mi avete rotto… lo stato di conflitto permanente è conseguenza della questione palestinese. È ora che impariate a stare sulla faccia della terra insieme agli altri. La terra è del popolo che la abita. *Netanyau è un CRIMINALE! Sharon è un CRIMINALE! Il Likud è un partito NAZIONALISTA MILITARIZZATO! È FA-SCI-STA! *Ma se Israele levasse le tende dai territori occupati come ordinato da innumerevoli risoluzioni delle Nazioni Unite non sarebbe tutto più semplice? E via cosi’. Perché loro non sono antisemiti, sono “solo” antisionisti! (Grazie a CAMERA per il contributo) http://bugiedallegambelunghe.wordpress.com/2013/02/01/dacci-oggi-il-nostro-odio-quotidiano/
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/5/2013 alle 14:5 | |
20 maggio 2013
Olocausto e best seller: poco attendibile la testimonianza di Denis Avey
Denis Avey ai tempi dell’internamento nel lager.
di Luciano Orlandini Auschwitz. Ero il numero 200543, l’opera di Denis Avey (con Bob Bromby) è da alcune settimane al vertice della classifica delle vendite (settore saggistica) in Italia, dopo aver ottenuto ottimi riscontri sul mercato britannico. Il testimone, oggi novantaduenne, racconta di essersi arruolato nel 1939 nell’esercito britannico e di avere combattuto in Africa, nell’area compresa tra l’Egitto e la Libia, contro i nazifascisti. Catturato, venne trasferito in Italia e successivamente in un campo di prigionia nei pressi di Auschwitz. Si tratta del campo E 715, dove furono internati prigionieri di guerra inglesi, utilizzati nella costruzione di una fabbrica, la Buna, che doveva servire alla produzione di gomma sintetica. Nel cantiere lavoravano anche prigionieri ebrei, provenienti da un vicino campo di concentramento, quello di Buna-Monowitz (Auschwitz III). Il trattamento riservato a questi ultimi dalle SS e dai kapò era assai peggiore rispetto a quello concernente i prigionieri inglesi, sottoposti alla sorveglianza di soldati della Wehrmacht. «Noi non eravamo destinati allo sterminio, loro sì», scrive Avey. (pag. 140). La testimonianza del prigioniero inglese non riguarda solo le difficili condizioni di lavoro nel cantiere di Buna, ma si estende anche alle condizioni di vita all’interno del campo di detenzione degli ebrei (Auschwitz III). Avey dichiara, infatti, di avere attuato uno scambio di identità con l’ebreo olandese Hans e di essere disceso per due volte nell’inferno di Auschwitz III al fine di poter documentare «dall’interno» il processo della soluzione finale («Nella mia mente prese forma l’idea di prendere il suo posto. Solo così avrei potuto rendermi conto di persona di quanto stava accadendo», pp. 166-167). Il successo commerciale del libro è in gran parte legato a questa testimonianza dal luogo infero, come ben evidenziato anche dalla copertina dell’edizione di lingua italiana: «Era il 1944. Sono entrato ad Auschwitz di mia volontà». Denis Avey oggi, a 92 anni.
Analizziamo il valore di questa testimonianza. Nella prefazione al libro lo storico Martin Gilbert afferma che il gesto di Avey «ci permette di gettare una luce inedita su uno degli angoli più oscuri del regno delle SS» (pag. 8). In realtà, i dati informativi forniti dal prigioniero inglese sono già noti da tempo e tutti reperibili nel libro, che Avey sembra conoscere, di Primo Levi «Se questo è un uomo»: il rientro degli ebrei dal cantiere di Buna, la scritta sopra il cancello «Arbeit macht frei», l’impiccato, l’appello, l’orchestra dei prigionieri, il Krankenbau, la Frauenhaus, la zuppa serale a base di cavolo, il fetido dormitorio, la colazione a base di pane nero, la marcia mattutina verso il cantiere. Non c’è nulla di nuovo, nulla di inedito in ciò che Avey scrive. Si consideri, poi, che la duplice rischiosissima incursione ha richiesto la complicità di due prigionieri inglesi (Bill Hedges, Jimmy Fleet), dell’ebreo olandese Hans (il soggetto dello scambio), di un ebreo tedesco, di un ebreo polacco e del kapò del kommando di appartenenza di questi ultimi. Sei persone in tutto: quattro rimaste anonime e i due inglesi che, essendo, a quanto pare, deceduti, non hanno potuto fornire alcuna conferma al racconto di Avey. L’unica voce narrante è quella del militare inglese, che si offre nel segno del «prendere o lasciare». Confrontata con quella autorevolissima di Primo Levi, tale voce appare per di più assai flebile: nessun dato circostanziato, nessun nome identificativo di aguzzino o di vittima («Non sono nemmeno sicuro che Hans fosse il suo vero nome, ma io lo chiamerò così», pag. 157; «Non chiesi mai ai miei complici il loro nome», pag. 183 ; «Cercai di memorizzare i nomi dei kapò e delle SS, senza riuscirci», pag. 185). A questo punto, tenendo conto sia dei corposi impedimenti alla realizzazione della duplice incursione sia del contenuto scontato e generico del racconto, risulta difficile, per non dire impossibile, dare credito a tale testimonianza. Del resto, l’autore appare inaffidabile anche in relazione ad un altro passaggio drammatico della sua esperienza militare: quello dell’inabissamento nel 1941 della nave Sebastiano Venier che trasportò da Bengasi verso l’Italia Avey e altri prigionieri: colpita da un siluro, la nave «colò a picco con tutto il suo carico di uomini intrappolati dentro» (pag. 114). In realtà, come accertato anche dal coautore Bob Bromby, la nave raggiunse la costa greca e tutti i prigionieri si salvarono (pp. 301-304). La vicenda della Shoah con i suoi milioni di morti è una cosa terribilmente seria, che è stata documentata con circostanziati racconti da aguzzini e da vittime superstiti. I confusi (inverosimili) ricordi di un ex-militare novantaduenne, ancorché ricevuto con tutti gli onori il 10 gennaio 2010 dal premier Gordon Brown al n. 10 di Downing Street e inserito nell’elenco dei ventisette inglesi «eroi dell’Olocausto», non servono alla causa (nobilissima) dell’accertamento della verità storica. P. S. In quanto convergente con il contenuto di questo intervento, segnalo ilcontributo dello storico e giornalista Mario Avagliano. «Auschwitz. Ero il numero 200543», Editrice Newton Compton, 9,90 euro
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/5/2013 alle 10:0 | |
20 maggio 2013
La Boldrini arriva dalla Fao, viaggi tra stipendi d’oro e hotel di lusso
“Si possono ingannare poche persone per molto tempo o molte persone per poco tempo. Ma non si possono ingannare molte persone per molto tempo”. Sarebbe utile che rileggesse queste parole di Abraham Lincoln la neo-Presidente della Camera, Laura Boldrini. Nella sua vita lavorativa, fin dal 1989 si è occupata di curare la comunicazione di FAO, WFP (programma alimentare mondiale) e UNHCR (Alto Commissariato per i Rifugiati); insomma, un’esistenza passata a dar fiato al trombone della propaganda buonista, utile solo a giustificare sprechi e spese folli di strutture tanto costose quanto inutili.
Se vi dovesse capitare di passare da Viale delle Terme di Caracalla, a Roma, buttate un occhio a quel mastodontico complesso che ricorda vagamente il palazzo della Lubjanka; è il quartier generale della FAO, uno dei più grandi concentrati di privilegi che la storia conosca, roba che, a confronto, i deputati rischiano di passare per Francescani. Ed è proprio da qui che inizia la carriera della maestrina dalla penna rossa che vien da Macerata. Proprio oggi ha conquistato la prima pagina di “sette”, il magazine del Corsera, titolando: ”Ho scelto la politica vedendo cos’hanno fatto alla Grecia”. Prima di guardare altrove, ci chiediamo se si sia mai domandata come utilizzino alla FAO i 430 milioni di budget annuale? Qualcuno ha addirittura stimato che con quei soldi si strapperebbero alla morte oltre un milione di persone all’anno, particolare non di poco conto, visto che l’obiettivo del carrozzone, carico di un esercito di 4000 dipendenti, dovrebbe essere proprio quello, sfamare il mondo. In verità non è proprio così, infatti l’organismo impegnato sul fronte della lotta contro la fame nel mondo è il World Food Program, che di dipendenti ne ha circa 8000, e un budget molto più alto, che sfiora i 3mld di dollari. Immagino che vi starete domandando a cosa serva allora la FAO; bhè, vi invito a non essere così maliziosi. Sicuramente serve a coccolare le migliaia di dipendenti, che si godono stipendi tutti ben sopra alla media italiana, con cifre spesso a cinque zeri. Non finisce qui. Dentro al palazzone opera un fiorente spaccio, riservato ai diplomatici, con prodotti di lusso, Champagne e capi firmati, a prezzi naturalmente stracciatissimi, grazie alla extraterritorialità del luogo. Ai normali impiegati, oltre duemila, tocca accontentarsi di una boutique con il 40% di sconto. Alla FAO hanno trovato anche il modo di combattere il caro benzina, dotando la struttura di un distributore dedicato, naturalmente il carburante è venduto sottocosto. D’altra parte bisogna sfamare anche i serbatoi delle loro auto. Certo direte voi, la benzina sarà pure scontata, ma le belle auto bisogna pagarle, e quelle costano caro, e poi le assicurazioni sono salate. Non preoccupatevi, la FAO pensa anche a quello: 40% di sconto nei migliori concessionari della capitale e assicurazioni a prezzo agevolato.Capita poi che se qualche funzionario dovesse rischiare di arrivare in ritardo ad un importantissimo brunch, cocktail o pranzo di lavoro, può dare gas tranquillamente e sfrecciare a tutta velocità, sono infatti immuni anche dalle multe. Ma la FAO è generosa anche con i propri ospiti; quando arrivano i delegati dei Paesi del terzo o quarto mondo a chiedere aiuto, vengono sistemati in Hotel a 5 stelle, senza disdegnare mega suite da 200mq, naturalmente con tutti i comfort del caso: idromassaggio, bagno turco, cucine autonome e posate d’argento. Ma non pensiate che sia oro tutto quello che luccica, c’è anche il faticoso lavoro sul campo da svolgere, trasferte dure, in territori poveri, inospitali, tutt’altro che una vacanza. Segnalo, a questo proposito, che tra i paesi assistiti sono inseriti anche: Bahamas, Maldive, Seychelles, Barbados, Mauritius e Fiji. Luoghi in cui, è risaputo, l’agricoltura è una fonte primaria! A questo punto possiamo comprendere, dopo tutte queste spesucce, il motivo per cui la FAO detiene un altro poco invidiabile record, è infatti prima tra i mancati pagatori della tassa rifiuti del Comune di Roma. Tra hotel di lusso, viaggi alle Maldive, benzina e auto scontate, è normale che non si trovino i 5 milioni e 337 mila euro (al netto delle sanzioni), da riconoscere al Comune per la monnezza. Ma i privilegi non sono solo economici, come tutte le caste, anche i diplomatici della FAO, godono del più odiato tra i privilegi: l’immunità. Grazie all’accordo del 31 ottobre 1950 firmato a Washington, e recepito dall’Italia il 9 gennaio del 1951, ai funzionari è riconosciuta l’immunità diplomatica. Ne faranno buon uso, penserete voi. Non sempre. E’ capitato che un funzionario della FAO, presa in affitto una villa a Castelgandolfo, fu colpito da ingiunzione di pagamento, essendo evidentemente in ritardo nel corrispondere l’affitto. Secondo voi cosa fece il funzionario? Ma è elementare! Oppose il suo status di diplomatico, rivendicando l’immunità e quindi la non competenza del Giudice italiano. Hai un privilegio e non vuoi usufruirne? Peccato che la Corte di Cassazione, con sentenza del 1 giugno 2006, dichiarò ciò che pare ovvio a tutti, ovvero che non pagare l’affitto di una villa non rientra tra le attività diplomatiche e quindi niente immunità e niente sconto. Almeno per questa volta. Ora, il Presidente Laura Boldrini, dopo una vita passata nel variegato mondo dello spreco targato ONU, vorrebbe che l’accogliessimo come la moralizzatrice della politica italiana, applaudendola perché si è ridotta lo stipendio o perché ha rinunciato al suo appartamento? Cara Boldrini, il Paese non ha bisogno di sceneggiate, come la sua visita ai funerali delle tre persone che si sono tolte la vita per disperazione, non abbiamo bisogno della sua ipocrisia e del suo finto buonismo. Ce lo risparmi. Attendiamo invece una bella commissione d’inchiesta, che indaghi sui costi della FAO, pagati anche dal Governo Italiano, che è anche Paese ospitante, oltre a versare quote milionarie di finanziamento. Fonte ilmonti http://www.imolaoggi.it/?p=47023
| inviato da LiberaliPerIsraele il 20/5/2013 alle 5:59 | |
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