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17 settembre 2014

QUESTE SONO LE FERITE DI CHI INCONTRA UNA MADRE ORSA INCAZZATA!!

 

NON I TUOI GRAFFIETTI CHE NEMMENO IL MIO GATTO...




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15 settembre 2014

Ho visto l’ebbrezza di uccidere quell’orsa


Daniza l’hanno ammazzata e non per errore! Queste scuse raccontatele ai bambini che credono alle favole.Voi l’avete uccisa! Troppa era la bramosia che ho palpato, perchè ero a Levico e poi a Molveno.Tra Thione e Pinzolo,il giorno della festa paesana, ho contato 5 posti di blocco e sicuramente.altrettanti erano sul versante opposto ossia tra Madonna di Campiglio e Pinzolo.

Troppe dichiarazioni con toni di killeraggio uscivano dalle bocche latranti dei politici intervistati, sia sindaci, presidenti e ministri. Troppa enfasi vi era nelle pagine dei giornali locali nel raccontare il soccombere delle manifestazioni ambientaliste.

Troppo tifo da stadio era a favore degli sparatori da strapazzo (e lo si è visto) che pur di sparare punterebbero il fucile sulle loro madri.Troppo menefreghismo ho notato tra gli abitanti del posto,come del resto è il popolo italiano,ossia mediocre! Il turismo andava difeso, gli sfascia foreste andavano protetti, i calpestatori dei sottoboschi andavano difesi.Gli alberghi devono essere sempre pieni e pure i supermercati.Guai a difendere la mamma Orsa. Chi difende l’orco cattivo mangia bambini, uomini e donne?

I terroristi ambientalisti, i maniaci della Natura, i conservatori dei luoghi, dal cemento e caos vario, compresi i motocross, le sagre ammazza animali e tutte quelle stronzate che solo l’imbecille di bipede umano (specialmente se è un politico nella stanza dei bottoni),fa.

Non mi si venga a dire che il sonnifero era dosato male perchè è una menzogna! Se, ma ne dubito, è stato un errore da incapace in un settore delicato come chi mette gli anestetici nei corpi umani, allora deve pagare perchè la fauna e la flora e il terreno, aggiungo io, dei parchi naturali come quello del Brenta o riserve naturali sono patrimonio dello Stato, ossia nostro- E va protetto!

Massimo Castellari




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13 settembre 2014

Daniza è stata uccisa per avere avuto l immensa sfiga di averti incontrato ! Che la vita ti ripaghi per questo!


Ecco il fungaiolo responsabile della morte di Daniza. Una vicenda ad essere clementi perlomeno "dubbiosa", con medicazioni itineranti tra braccia e gambe, dx e sx, profonde ferite guarite con l'acqua di Lourdes delle madonnine di plastica, che in un pomeriggio fanno sparire tutto come la gomma da cancellare sui segni di matita...con dieci minuti di pubblicità al TG e negli idioti "contenitori" televisivi pomeridiani... con le bevute insieme ai geni della Lega Nord locale che non vedono l'ora di imbracciare cartucciera e fucile per poi regolarmente sparare alla nonna del vicino o, nella migliore delle ipotesi, nelle minuscole raggrinzite palle che gli penzolano fra le gambe.
Abbiamo barattato un essere vivente maestoso, fiero e libero con questi esseruncoli lamentosi, capaci solo di fregar soldi e nasconder la mano (neanche tanto bene), geniali architettatori della storia "non ha retto alla narcosi", fiduciosi di raggiungere la tanto agognata soluzione "finale".
Corri Daniza, finalmente lontana da questa merda umana, politica e mediatica, ma fa in modo che il tuo bramito più spaventoso tenga sveglie le notti dei fungaioli e dei loro amici.




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13 settembre 2014

CUCCIOLI DI DANIZA IN PERICOLO DI VITA

 


" I cuccioli di Daniza sono in serio pericolo di vita a causa della morte della loro mamma in quanto hanno appena otto mesi. Abbiamo chiesto alla Procura della Repubblica di Trento l'immediato " sequestro preventivo " di entrambi animali ed il trasferimento urgente presso una struttura idonea pronta ad accoglierli e che sia ovviamente in grado di provvedere al loro mantenimento. Ovvi che la struttura deve essere individuata assolutamente fuori dalla Provincia di Trento che con la morte di Daniza ha palesato tutta la sua arroganza, prepotenza, insensibilità, ignoranza ed una elevata incompetenza " .

Lo comunica in una nota Enrico Rizzi, Segretario Nazionale del Partito Animalista Europeo.




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11 settembre 2014

DANIZA E' STATA UCCISA. ORA LA PROVINCIA SI NASCONDE DIETRO ALLA GIUSTIFICAZIONE DI UNA DOSE DI NARCOTICO ALLA QUALE NON E' SOPRAVVISSUTA. CON LO STESSO METODO SAREBBE STATO CATTURATO E POI LIBERATO ANCHE UNO DEI SUOI CUCCIOLI

Chi vogliono ingannare? Non sopravvive un'orsa adulta e uno dei suoi cuccioli non riporta conseguenze e viene liberato. Come al solito chi ama realmente gli animali aveva capito da tempo che avrebbero utilizzato ogni scusa per riuscire a provocarne la morte. Il Corpo Forestale dello Stato ha aperto un'indagine. 
Ci auguriamo ora che chi l'ha amata e l'ha difesa in questo ultimo mese si attivi per protestare in modo esemplare difronte all'ennesimo omidicio pianificato.

QUALCUNO DI VOI HA QUALCOSA DA DIRE ALLA PROVINCIA????
Ecco gli indirizzi a cui scrivere: 
• uff.informazioni@provincia.tn.it
• Michele Dallapiccola (Assessore all'agricoltura, foreste, turismo e promozione, caccia e pesca) ass.aft@provincia.tn.it
• Mauro Gilmozzi (Assessore alle infrastrutture e all'ambiente) ass.infrastruttureambiente@provincia.tn.it

PER TELEFONARE: 0461495111
PER INVIARE FAX: 0461494615

#iostocondaniza #iostocondanizaeconisuoibimbi

Chiediamo a tutti di sostituire questa immagine come a quella del profilo per divulgare questo appello. 

DIVULGATE GRAZIE!
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Foto: DANIZA E' STATA UCCISA. ORA LA PROVINCIA SI NASCONDE DIETRO ALLA GIUSTIFICAZIONE DI UNA DOSE DI NARCOTICO ALLA QUALE NON E' SOPRAVVISSUTA. CON LO STESSO METODO SAREBBE STATO CATTURATO E POI LIBERATO ANCHE UNO DEI SUOI CUCCIOLI. Chi vogliono ingannare? Non sopravvive un'orsa adulta e uno dei suoi cuccioli non riporta conseguenze e viene liberato. Come al solito chi ama realmente gli animali aveva capito da tempo che avrebbero utilizzato ogni scusa per riuscire a provocarne la morte. Il Corpo Forestale dello Stato ha aperto un'indagine. Ci auguriamo ora che chi l'ha amata e l'ha difesa in questo ultimo mese si attivi per protestare in modo esemplare difronte all'ennesimo omidicio pianificato.QUALCUNO DI VOI HA QUALCOSA DA DIRE ALLA PROVINCIA????Ecco gli indirizzi a cui scrivere: • uff.informazioni@provincia.tn.it• Michele Dallapiccola (Assessore all'agricoltura, foreste, turismo e promozione, caccia e pesca) ass.aft@provincia.tn.it• Mauro Gilmozzi (Assessore alle infrastrutture e all'ambiente) ass.infrastruttureambiente@provincia.tn.itPER TELEFONARE: 0461495111PER INVIARE FAX: 0461494615#iostocondaniza #iostocondanizaeconisuoibimbiChiediamo a tutti di sostituire questa immagine come a quella del profilo per divulgare questo appello. DIVULGATE GRAZIE!




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10 settembre 2014

Dedicato ai boicottatori del proprio cervello




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10 settembre 2014

Non c'è un islam moderato, l'islam è islam!

 




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9 settembre 2014

I tagliagole islamici dell'Isis sono peggio di Hitler e Stalin



A deferenza delle dittature del passato questi jihadisti non nascondono le proprie nefandezze, anzi le filmano: il Califfato è un ritorno tecnologico al Medioevo

di GIAMPAOLO PANSA *
(Libero, 7 settembre 2014)

Devo confessare ai lettori di Libero che per la prima volta nella vita ho paura. Non mi era mai capitato di provare il timore ansioso che avverto oggi. Neppure da ragazzino mi ero spaventato nel sentire cadere le bombe sulla nostra città. E nemmeno quando imperversava il terrorismo e avevo scoperto che una banda rossa si era decisa a uccidermi. Ma adesso è diverso. Sento un'angoscia profonda per quanto vedo alla televisione sulla guerra in Iraq e le immagini che riassumono la ferocia di quel conflitto: le decapitazioni dei prigionieri occidentali caduti nelle mani del Califfato islamico.
I video trasmessi dalle nostre tivù mancano della sequenza più nefanda, quella del boia vestito di nero mentre taglia la testa al prigioniero e poi la mette in mostra sul tronco della vittima. Ma i minuti che precedono (...) questa barbarie stanno sotto i nostri occhi. L'ostaggio con la testa rasata guarda nel vuoto. La tunica arancione che gli è stata fatta indossare, come se fosse un terrorista rinchiuso nel carcere americano di Guantanamo. II volto del boia nascosto da un cappuccio integrale e nero.
Le ultime parole pronunciate dall'uomo destinato a morire non si odono, ma ti obbligano a domandarti se starà dicendo addio a una persona amata, oppure se sarà ancora in grado di affidarci una protesta per chiudere la propria vita di uomo pacifico. Quella di un giornalista che aveva scelto di raccontare la follia di un'epoca dominata di nuovo dalla barbarie.
Sono questi filmati a dimostrarci che il Califfato dalla bandiera nera è una dittatura peggiore delle altre che abbiamo conosciuto nel Novecento. Per un motivo che prevale su tutti: i fanatici dell'Isis non combattono per la propria vita, ma soltanto per uccidere gli infedeli. Amano la morte, la vogliono sbandierare, godono quando riescono a renderla uno spettacolo da offrire al mondo.
Di solito le dittature non si comportano così. Uccidono gli avversari in segreto. I nazisti di Hitler hanno ammazzato milioni di ebrei nel chiuso di lager ben protetti e invisibili. I comunisti di Stalin accoppavano i nemici nelle segrete della Lubianka o nelle baracche dei gulag sorti nel gelo della Siberia. I boia del Califfato seguono la strategia opposta: offrono al pubblico lo spettacolo delle loro imprese da macellai.
Siamo di fronte a un paradosso. Lo Stato islamico che il Califfo sta costruendo è una struttura medioevale risorta nel Duemila. Le sue leggi sono fondate sulla sharia, "la via da seguire" che indica la regola giuridica divina. Se commetti anche soltanto un piccolo furto, ti verrà tagliata la mano destra. Se sei una donna e non ami più il tuo padrone, sarai lapidata. Se sei un ostaggio occidentale, non ha importanza che tu sia soltanto un fotoreporter o un cooperante senza armi: ti staccheranno la testa e il tuo cadavere sarà mostrato a milioni di persone, prima fra tune la tua famiglia.
Il paradosso è che questo Califfato da età della pietra conosce e pratica la comunicazione globale odierna. Le sue armi sono i filmati pronti per le tivù mondiali, l'atomica del web, la diffusione di un terrore senza confini. Viene da pensare che il passo successivo sarà registrare le atrocità compiute nelle camere di tortura. Per dimostrare all'Occidente che il Califfo e i suoi killer considerano gli esseri umani animali destinati al massacro.
Questa catena senza fine di omicidi può essere fermata? In teoria sì. Dopo tante incertezze, e forse tante negligenze degli apparati di intelligence, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, al vertice della Nato in Galles ha detto: «Affrontare l'Isis è una priorità assoluta. Sono sicuro che si formerà un'ampia coalizione per annientare i tagliagole del Califfato». Ma lui per primo sa che non basteranno i raid aerei. Sarà indispensabile una guerra sul terreno, con le tante difficoltà immaginabili.
Prima di tutto, la guerra contro il Califfato risulterà molto lunga. Lo stesso Obama ha ammesso che durerà ben oltre il suo mandato presidenziale. L'Occidente sarà in grado di resistere per parecchi anni su un fronte cosi lontano? Nessuno può dirlo anche perché dovrà battere un esercito in grado di condurre un conflitto asimettrico: quello di uno Stato che utilizza l'arma del terrorismo. L'Isis ormai controlla un territorio molto vasto, fra la Siria meridionale e l'Iraq occidentale.
Qualche giorno fa, intervistato dal telegiornale di Sky, un esperto ha sostenuto che l'esercito del Califfato presto disporrà di un territorio grande all'incirca quanto la Francia. Forse non è così. Ma è indubbio che oggi l'Isis si comporti già come un'entità statuale. È padrone di banche e di pozzi petroliferi, impone le tasse, controlla il passaggio di merce attraverso le sue frontiere. Ha una gerarchia molto articolata, che comprende anche esperti di media, operatori televisivi, medici, addetti alle finanze. In più ha dalla sua la barbarie.
I Paesi che accetteranno di combattere nell'alleanza che Obama vuole allestire sono consapevoli di iniziare una guerra che non prevede prigionieri. Provate a immaginare che cosa accadrebbe se qualche soldato americano o di un altro Paese occidentale fosse catturato. Che cosa pensate che gli accadrà? Anche loro verranno mandati davanti a una telecamera, inginocchiati, nella mani di un boia che gli staccherà la testa, dopo averlo sgozzato con il coltello.
Daniele Mastrogiacomo, l'inviato di Repubblica in Afghanistan sequestrato dai talebani, ha visto uccidere in quel modo due suoi accompagnatori e ha rischiato di fare la stessa fine. Ha raccontato che cosa si prova in quei momenti atroci: «So bene che cosa significa. È una sensazione che non scorderò mai. Pensi soprattutto che quanto sta accadendo non ha senso... Si racconta che la mente abbia ancora qualche secondo di vita dopo che la testa si è staccata dal corpo. Non credo che si trovi la forza e il tempo per elaborare un pensiero. Aspetti che la tua vita finisca, mentre una videocamera fissa queste ultime immagini destinate al mondo dei vivi e messe in rete dai tuoi carnefici. Mentre il sangue cola sulla terra del deserto e gli spettatori urlano "Allah akbar!", Dio è il più grande».
Adesso i media dicono che la decapitazione toccherà a un prigioniero britannico: David Cawthome Haines, 44 anni, esperto di sicurezza al servizio delle organizzazioni non governative, rapito nel marzo 2013. I boia dell'Isis l'hanno già mostrato al mondo. Il volto emaciato e sfibrato. La solita tunica arancione. In ginocchio accanto al carnefice che lo solleva afferrandolo per un lembo della mantella destinata ai condannati a morte. Qualche esperto sostiene che Haines sia già stato ucciso. E che la diffusione del video avverrà sulla base di un'accorta scelta di tempo. La mia paura di uomo pacifico deriva anche dall'ignorare quanto accadrà.
Nell'ultima guerra mondiale i civili sapevano all'incirca che cosa stava awenendo sui tanti fronti: chi vinceva e chi perdeva. Oggi viviamo nel buio più fitto. E dall'oscurità filtra una previsione che gela il sangue. I superstiti di Al Qaeda, messi nell'angolo dall'uccisione di Osama Bin Laden, si preparano a ritornare sulla scena con un attentato spettacolare. Vale la pena di ricordare che tra quattro giorni sarà l'anniversario dell'11 settembre 2001, l'attacco alle Torri gemelle di New York. ***




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8 settembre 2014

Avreste il coraggio di manifestare per boicottare anche questo?




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7 settembre 2014

Questo e quello che è stato lasciato nel 2005 quando Israele ha totalmente restituito Gaza ai palestinesi serre coltivare desalinizzatori per trasformare acqua di mare in acqua potabile e questo e' ciò che ne è stato fatto




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6 settembre 2014

IL SEGRETO DI SOTLOFF: ERA EBREO MA NON SI DOVEVA SAPERE - DAL SEQUESTRO UNA RETE DI 150 AMICI AL LAVORO PER ELIMINARE DAL WEB OGNI COLLEGAMENTO TRA ISRAELE E IL REPORTER

Anche il New York Times ha accettato di cancellare dal sito un articolo in cui si rivelava che il giornalista era nipote di sopravvissuti dell’Olocausto - Per spiegare la provenienza del suo cognome, Steven spiegava di essere cresciuto in una famiglia musulmana non praticante cecena. E per rispettare il digiuno dello Yom Kippur, fingeva di essere malato...

Da “Libero Quotidiano”

 

Steven Sotloff iSTEVEN SOTLOFF I

Una rete di 150 fra amici e conoscenti di Steven Sotloff, il giornalista americano decapitato dai miliziani dello Stato Islamico, era al lavoro dal momento del suo sequestro - nell’agosto 2013 - per mantenere il segreto sulla sua origine ebraica e la cittadinanza israeliana.

 

Lo ha rivelato ieri il quotidiano Yediot Ahronot . I membri del gruppo, che parlano 20 lingue diverse, si sono impegnati per eliminare dal web ogni possibile collegamento fra Sotloff, gli ebrei e Israele, esaminando con attenzione tweet e post su pagine facebook.

 

SOTLOFF DECAPITAZIONESOTLOFF DECAPITAZIONE

Anche i giornali israeliani con i quali aveva lavorato hanno tolto dal web gli articoli che portavano la sua firma e il New York Times ha accettato subito di cancellare dal sito un articolo in cui si rivelava che il giornalista era nipote di sopravvissuti dell’Olocausto. In questo modo il dipartimento di Stato Usa sperava di aumentare le sue possibilità di sopravvivenza.

 

Apparentemente, i miliziani dell’Isis lo hanno ucciso perché americano. Sotloff nello Stato ebraico aveva vissuto e studiato fra il 2005 e il 2008 ma non rivelava mai, sul campo, le sue origini. Per spiegare la provenienza del suo cognome, Steven, che parlava anche arabo, spiegava di essere cresciuto in una famiglia musulmana non praticante

Steven SotloffSTEVEN SOTLOFF

cecena. E per rispettare il digiuno a Yom Kippur, fingeva di essere troppo malato per mangiare.




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5 settembre 2014

Decine di terroristi islamici europei "pentiti" vorrebbero tornare dalla Siria in Europa ma pongono la condizione di non essere incarcerati: ci possiamo fidare di loro?



In un articolo scritto da Giovanni Masini su ilgiornale.it e grazie all'iniziativa editoriale "Gli occhi della guerra" http://www.gliocchidellaguerra.it/projects/cristiani-perseguitati/che si avvale del contributo dei lettori per realizzare delle inchieste sul terrorismo islamico e la persecuzione dei cristiani, si rivela che - stando al Time di Londra, decine di terroristi islamici britannici avrebbero fatto sapere di essere rimasti delusi dalla realtà della jihad, guerra santa islamica, in Siria e che vorrebbero tornare in patria a condizione di non finire in carcere. Secondo voi ci possiamo fidare? Sulla base della mia conoscenza della realtà del terrorismo islamico vi dico di no. Un terrorista islamico che volontariamente abbandona il proprio Paese per andare a combattere la sua guerra santa in Siria o altrove, aspirando al "martirio" convinto che morire per uccidere il maggior numero possibile di nemici dell'islam, è una persona che è stata trasformata in robot della morte a seguito di un lavaggio di cervello in cui ha interiorizzato l'ideologia dell'odio, della violenza e della morte nel nome di Allah. Non si tratta pertanto di una persona come qualsiasi altra avendo subito una profonda e radicale alterazione della mente e della psiche. Se nel corso della sua guerra santa dovesse aver ucciso, sgozzato e decapitato come fanno di consueto i terroristi islamici, il trauma che si subisce resta indelebile, non è un fatto che si cancella con una semplice promessa di fare i bravi da un certo momento in poi.In aggiunta al fatto che l'adesione ai gruppi terroristici islamici è come far parte di una setta. Non vi si entra ed esce a piacimento. Chi ne fa parte è obbligato a farne parte per tutto il resto della vita pena la sua condanna a morte per tradimento dell'islam. Significa che il ritorno in Europa dei terroristi islamici europei è parte integrante di una strategia per estendere la loro guerra santa all'interno dell'Europa, dentro casa nostra. Non abbiamo alternativa che combattere e sconfiggere i terroristi islamici sull'altra sponda del Mediterraneo e dentro casa nostra.http://www.ilgiornale.it/news/mondo/isis-quei-jihadisti-pentiti-che-vogliono-tornare-casa-1049253.html




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5 settembre 2014

Irak, con Bush e con barach hussein obama




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4 settembre 2014

Cari amici volete un altro esempio del tentativo di islamizzazione dell’Europa e in particolare della tollerante Norvegia?

  1. Un video risalente allo scorso marzo e reso pubblico dall’organizzazione Islam Net (non da qualche islamofobo), most...ra un’assemblea di musulmani dove, praticamente all’unanimità, i 1.500 presenti si dicono favorevoli alla segregazione tra donne e uomini, nonché alla lapidazione delle adultere e degli omosessuali. Ad aggravare il tutto, il fatto che i partecipanti al raduno non fossero affiliati a qualche particolare associazione fondamentalista o clandestini, almeno da quanto è emerso.
    E’ stato anche chiesto se i votanti fossero estremisti e naturalmente nessuno ha risposto “sì”, in questo caso, come dire che il loro è “il vero islam” a differenza di quanto credono i benpensanti occidentali.
    Il video viene spiegato che è stato messo in circolazione per rivendicare il diritto dei musulmani ad avere una propria rappresentanza nel parlamento norvegese.

    IO CONTINUO A URLARE CHE VANNO FERMATI FINCHE' SIAMO IN TEMPO E CHE NON ESISTE L'ISLAM MODERATO. CHI LO DICE E' IN MALAFEDE E CI STA PRENDENDO PER IL CULO. ATTENZIONE, PERCHE? CHI HA FIGLI E NIPOTI QUESTA "BATTAGLIA" LA DEVE COMBATTERE PER LORO.
    Altro...
    (5 foto)
    foto di Roberto Martinelli.
    foto di Roberto Martinelli.
    foto di Roberto Martinelli.
    foto di Roberto Martinelli.
    foto di Roberto Martinelli.






























































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3 settembre 2014

Il ruolo inutile (e umiliante) dei caschi blu Come è possibile che vi sia ancora chi propone di garantire i confini d’Israele schierando delle truppe Onu?

Di Gabi Avital

Gabi Avital, autore di questo articolo

Gabi Avital, autore di questo articolo

Venerdì 7 aprile 1967, dopo un bombardamento dell’artiglieria siriana sui kibbutz ai piedi del Golan, i jet israeliani si scontrarono con quelli dell’aviazione siriana: sei MiG-21 siriani furono abbattuti. La Siria, che aveva firmato un patto di difesa con l’Egitto, era furibonda con il suo alleato che non era corso in suo aiuto. La risposta egiziana, tuttavia, non si fece attendere. Il presidente Nasser fece entrare nella penisola del Sinai centomila soldati con mille carri armati, e ordinò alle truppe Onu che erano schierate lungo il confine, da Eilat alla striscia di Gaza, di sgomberare immediatamente. I 3.400 caschi blu obbedirono senza fare storie. Poche settimane dopo scoppiava la guerra dei sei giorni.

Circa 25 anni più tardi, il 6 giugno 1982, aveva inizio la guerra in Libano contro le organizzazioni armate palestinesi che spadroneggiavano in tutto il sud del paese. La presenza di forze Onu al confine fra Israele e Libano non impedì quella guerra, così come non aveva mai impedito ai terroristi palestinesi di colpire Israele dal territorio libanese.

Soldati Onu nel Sinai

Soldati Onu nel Sinai

Allo stesso modo, nove anni prima, le truppe Onu non avevano posto alcun ostacolo all’avanzata dei reparti d’assalto siriani ed egiziani che attaccarono Israele di sorpresa, nel giorno di Kippur del 1973, sul canale di Suez e sulle alture del Golan. I caschi blu abbandonarono precipitosamente le loro postazioni e vi tornarono solo con il cessate il fuoco e con la firma degli accordi di disimpegno, dopo che Israele aveva respinto l’attacco con grandissimo sforzo ed enormi perdite. Così, a partire dal maggio 1974 le truppe Onu dell’Undof (United Nations Disengagement Observer Force) stazionano pigramente ormai da 40 anni sul confine fra Israele e Siria.

Gli osservatori delle Nazioni Unite, in particolare in Medio Oriente, continuano a comportarsi secondo questo schema. Sono forze composte da soldati di varie nazioni che godono di un buon salario e di condizioni confortevoli. A parte i loro rapporti puramente tecnici circa sporadici scontri qui e là, l’attività degli osservatori dell’Onu si riassume principalmente nell’aprire e chiudere un cancello. Ed è uno spettacolo abbastanza triste vedere questi soldati delle Nazioni Unite che dovrebbero monitorare, mediare e garantire il rispetto degli accordi, trovarsi nel mezzo di scontri a fuoco, attaccati, catturati, usati come ostaggi

La bandiera di al-Qaeda issata su un veicolo Onu catturato da ribelli islamisti siriani sul Golan

La bandiera di al-Qaeda issata su un veicolo Onu catturato da ribelli islamisti siriani sul Golan

Il che ci porta alla domanda: che bisogno c’è di questi osservatori? E all’altra domanda: come è possibile che vi siano ancora politici e osservatori convinti che la soluzione consista nello schierare delle truppe Onu per supervisione, ad esempio, i valichi di frontiera con la striscia di Gaza, e in generale per garantire i confini d’Israele? È questo che dovrebbe tranquillizzare gli israeliani?

L’esperienza accumulata da Israele ai propri confini dovrebbe essere attentamente studiata da coloro che sostengono che un accordo di pace si debba basare sulla rinuncia a posizioni strategiche in cambio di un monitoraggio internazionale. Sarebbe opportuno che studiassero, ora più che mai, questa storia che continua a ripetersi: giacché non è tanto difficile figurarsi una situazione in cui i combattenti dello “Stato Islamico” mettono in rotta gli sventurati soldati delle Nazioni Unite.

Dubito che qualcuno nelle agenzie delle Nazioni Unite, con la loro nota ostilità verso Israele, abbia considerato il fatto che i loro soldati oggi si mettono in salvo scappando in Israele, il paese tanto denigrato da quasi tutte le istituzioni Onu, il paese che si è ripetutamente affidato alle promesse dell’Onu col risultato che s’è visto.

Speriamo che tutto questo serva almeno ad ispirare qualche dubbio in chi pensa che la ricetta per risolvere tutto sia piazzare una manciata di caschi blu in Cisgiordania.

(Da: Israel HaYom, 1.9.14)




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3 settembre 2014

obama svegliati .. ce l' hai sotto la scrivania .....




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1 settembre 2014

Hamas ha subito il peggior colpo della sua storia senza realizzare nessuno dei suoi obiettivi

Il primo ministro israeliano: Il mondo sta comprendendo il pericolo dell’estremismo jihadista, per cui si aprono nuove prospettive diplomatiche

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Mentre le Forze di Difesa israeliane hanno raggiunto gli obiettivi della loro missione a Gaza, Hamas non è riuscita a imporre nessuna delle condizioni che aveva cercato di strappare in cambio del cessate il fuoco. Lo ha detto mercoledì sera il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in una conferenza stampa nella quale ha parlato dell’operazione anti-terrorismo “Margine protettivo” iniziata lo scorso 8 luglio.

“Hamas ha subito il colpo peggiore dalla sua fondazione” ha detto Netanyahu, che ha inoltre sottolineato l’isolamento di Hamas nel recente conflitto. Israele, ha detto, è riuscito a dimostrare alla comunità internazionale “le dimensioni dell’estremismo islamista di Hamas, e come Hamas, ISIS e al-Qaeda siano tutti parte della stessa famiglia”. E ha convinto il mondo “che l’obiettivo a lungo termine deve essere il disarmo” della striscia di Gaza. La comunità internazionale, ha detto Netanyahu, si è resa conto che il mondo arabo, salvo poche eccezioni, non si è schierato con Hamas. “Questo segna un cambiamento”, ha osservato, giacché ex stati nemici si ritrovano ora a cooperare nella lotta contro gli islamisti estremisti in Medio Oriente. La collaborazione tra forze moderate per distruggere lo “Stato Islamico” apre la strada a “nuove opportunità” e a un nuovo orizzonte diplomatico per Israele. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), ha aggiunto Netanyahu, “deve scegliere da che parte stare, e noi speriamo che continui a cercare la pace con Israele: siamo sempre ansiosi di trovare validi interlocutori di pace per risolvere il conflitto, e saremmo ben lieti che le forze di Abu Mazen tornassero nella striscia di Gaza”. Ma se Hamas ricominciasse da domani a scavare tunnel terroristici, ha aggiunto il primo ministro, Israele “avrebbe tutto il diritto difendersi”.

Il capo di Hamas a Gaza Ismail Haniyeh e lo stato maggiore di Hamas, usciti mercoledì dal loro bunker (sotto l’ospedale al-Shifa di Gaza, secondo concordi testiminanze) dove sono rimasti per tutti i 50 giorni di combattimenti

Il capo di Hamas a Gaza Ismail Haniyeh e lo stato maggiore di Hamas, usciti mercoledì dal loro bunker (sotto l’ospedale al-Shifa di Gaza, secondo concordi testiminanze) dove sono rimasti per tutti i 50 giorni di combattimenti

Netanyahu ha ricordato che sin dall’inizio dell’operazione Israele ha accettato incondizionatamente tutti i cessate il fuoco proposti dall’Egitto e da altri, mentre Hamas ha sempre cercato di imporre le sue condizioni, facendo saltare ben undici tregue. “Ma Hamas non ha realizzato nessuna delle sue condizioni – ha poi sottolineato – Per smettere di lanciare razzi pretendevano un porto e non l’hanno ottenuto; pretendevano un aeroporto e non l’hanno ottenuto; pretendevano la scarcerazione dei terroristi riarrestati dopo il rapimento e assassinio dei tre ragazzi adolescenti israeliani e non l’hanno ottenuta; pretendevano risarcimenti e fondi per pagare gli stipendi dei loro uomini e non li hanno ottenuti; pretendevano che i negoziati fossero condotti dalla Turchia o dal Qatar e non l’hanno ottenuto”. D’altra parte, ha continuato Netanyahu, Israele è sempre stato pronto a sostenere la riabilitazione umanitaria di Gaza, a condizione di poter controllare il materiale che entra nella striscia di Gaza perché non venga usato dai terroristi, e questo è ciò che accadrà.

La missione di Israele a Gaza era chiara, ha poi detto Netanyahu: “Colpire duramente le strutture di Hamas e garantire un prolungato periodo di pace per la popolazione israeliana. E infatti Hamas è stata colpita duramente. Mille terroristi uccisi, compresi molti comandanti; distrutte migliaia di arsenali, rampe di lancio e nascondigli di armi, insieme a centinaia di covi e centri di comando”, mentre le batterie “Cupola di ferro” e i pronti interventi contro i commando di terroristi infiltrati dai tunnel e dal mare hanno impedito a Hamas di compiere “le stragi di civili israeliani” che ha cercato per tutto il tempo di realizzare.

“I sostenitori di Hamas mostrano la V di vittoria”. “Temo che V stia anche per violenza contro Israele in futuro”

Hamas è rimasta “sorpresa dall’intensità della nostra risposta” alla sua violazione dell’ultima tregua, martedì scorso. “Avevo detto che non avremmo accettato una continua guerra d’attrito – ha ricordato Netanyahu – e che avremmo reagito per porvi fine”. Quando sono morti alcuni capi e sono crollati interi palazzi usati dai terroristi, Hamas ha dovuto capire che il prezzo era troppo alto. “Non intendiamo tollerare uno stillicidio di razzi su nessuna parte di Israele”, ha spiegato.

Netanyahu ha riconosciuto che sconfiggere completamente le organizzazioni terroristiche è impresa quasi impossibile per gli stati democratici e ha fatto l’esempio degli Stati Uniti che non hanno sconfitto totalmente al-Qaeda. “Non posso dire con certezza che sia stato raggiunto l’obiettivo di una calma duratura – ha detto – ma certamente è stato raggiunto l’obiettivo di infliggere a Hamas un duro colpo. E se Hamas dovesse ricominciare a sparare, Israele risponderebbe con ancora più forza di quanta ne abbia impiegata prima di quest’ultimo cessate il fuoco”.

Hamas, ha detto Netanyahu, fa di tutto per presentare un’immagine di vittoria, ma sappiamo cosa rischiano i palestinesi che non partecipano alle celebrazioni. In realtà, secondo il primo ministro israeliano, le operazioni a Gaza e le conseguenti trattative al Cairo hanno dimostrato che la strategia di Hamas basata sulla violenza e la guerra, oltre che costare prezzi altissimi non consegue nessuno dei suoi obiettivi.

Netanyahu ha elogiato l’unità e il sostegno dimostrati dalla popolazione di Israele nei 50 giorni di combattimenti e ha aggiunto: “Quelli di Hamas non si rendono conto di quanto sia forte e unita la nostra nazione”.

(Da: Jerusalem Post, Times of Israel, 27.8.14)

Yoav Limor

Yoav Limor

Scrive Yoav Limor, su Israel haYom: «C’è un divario quasi incolmabile tra come vengono percepiti gli esiti dell’operazione “Margine protettivo” dall’opinione pubblica israeliana e dall’establishment politico e della difesa. Mentre la gente ha la sensazione di un’occasione mancata, i decisori ritengono che, a bocce ferme, apparirà chiaro che l’operazione è stata un successo. In teoria hanno ragione. Hamas non è riuscita a realizzare i suoi piani d’attacco (cinque vittime israeliane su 4.594 ordigni sparati contro la popolazione civile); ha perso i tunnel che penetravano all’interno di Israele (almeno 32); non è riuscita a perpetrare il grande attentato terroristico che ha inseguito per tutto il periodo dei combattimenti (dall’aria, dal mare e dai tunnel); ha perso un migliaio dei suoi combattenti (checché dicano le cifre sui morti civili spacciate all’estero) e molti comandanti, oltre alla maggior parte delle sue strutture militari (arsenali, officine per la produzione di armi, centri di comando, covi in case private). Soprattutto, ha portato enormi distruzioni e sofferenze nella striscia di Gaza. Questa valutazione, tuttavia, è solo parziale. Giacché in definitiva Hamas è riuscita a tenere in ostaggio un intero paese per 50 giorni, ha inflitto perdite e danni, ha stravolto la vita quotidiana in tutto il sud del paese costringendo milioni di persone a correre nei rifugi e migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Soprattutto, ha mostrato a tutto il mondo come il paese militarmente più forte della regione non possa sconfiggere completamente un’organizzazione relativamente piccola (15.000 uomini), con risorse limitate, ma determinata a battersi infrangendo ogni possibile norma del diritto di guerra e umanitario: un messaggio che dovrebbe preoccupare tutte le persone civili, in un’epoca di parossistica estremizzazione islamista. Anche sul fronte diplomatico la valutazione non può essere a senso unico. Certo, Hamas ha accettato un cessate il fuoco nei termini che in precedenza aveva sempre rifiutato, è stata costretta ad accettare la mediazione egiziana e ha ben poco da esibire dopo aver scatenato 50 giorni di inutile guerra. Ma Israele ha concesso una parziale riapertura dei valichi e un allargamento della fascia di pesca costiera senza ottenere in cambio nulla di concerto. Se è vero che i grandi temi che Hamas voleva imporre (il porto, l’aeroporto, la scarcerazione dei terroristi detenuti) sono stati temporaneamente rimossi dal tavolo, dall’altra parte è chiaro che Gaza non sarà smilitarizzata, le organizzazioni armate palestinesi non saranno disarmate, e non si sa nemmeno quando saranno restituite le spoglie dei soldati israeliani caduti. In ultima analisi, per tirare vere conclusioni bisognerà aspettare, giacché i due fattori principali per stabilire la differenza tra successo e insuccesso – la deterrenza e la calma, cioè una calma duratura garantita dalla ristabilita deterrenza – sono ancora tutti da verificare». (Da: Israel HaYom, 28.8.14)




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31 agosto 2014

Si apre una breccia nel muro di gomma. I rapporti inconfessabili tra palestinesi e Sismi

Si apre una breccia nel muro di gomma. I rapporti inconfessabili tra palestinesi e Sismi

Occhi chiusi sul fiume di armi destinate alle cellule dell'Olp. In cambio niente attentati. E' il patto tra servizi segreti, Dc e Yasser Arafat. Un quadro già emerso in un processo menomato dai veti politici. Fino a ora: i documenti decisivi stanno per essere desecretati.

di Andrea Palladino

Una doppia politica. Un lodo - firmato da Aldo Moro - che garantiva tutti. Niente attentati, ma occhi chiusi sul fiume di armi da far passare nel nostro paese, destinate alle cellule internazionali palestinesi sparse in tutta Europa. Accordi per tre decenni coperti dal segreto di Stato, l'omissis tutto politico. Un sigillo che neanche la magistratura può violare.
Ancora per poco. Perché i dossier sui rapporti tra la nostra intelligence e l'Olp di Yasser Arafat che hanno marcato la politica estera italiana tra gli anni '70 e '80 stanno per diventare pubblici. Ed è la prima volta

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nella storia repubblicana. Scade il 28 agosto il termine ultimo del segreto invocato nel 1984 dall'ufficiale del Sismi Stefano Giovannone - confermato da Bettino Craxi il 5 settembre dello stesso anno e ribadito da Silvio Berlusconi per due volte tra il 2009 e il 2010 - di fronte alla domanda del pm romano Giancarlo Armati, che indagava sulla scomparsa in Libano dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni.
Che rapporti avevate con i palestinesi? Era questa la questione chiave per capire non solo che fine avessero fatto i due reporter arrivati a Beirut nell'agosto del 1980, ma soprattutto i motivi del sistematico depistaggio attuato dall'intelligence italiana per coprire gli autori del rapimento e della successiva esecuzione. Ovvero la fazione più dura dei palestinesi, quella di George Habbash, detto al-Hakim, il dottore.
Per le famiglie dei due giornalisti, che hanno lanciato una petizione per togliere il segreto di Stato e pubblicare on line tutti i documenti disponibili , i prossimi giorni saranno cruciali. Potrebbero essere il punto finale di una battaglia che dura da 34 anni. La verità sostanziale è nota e certificata dalla carte processuali, che hanno portato alla condanna di un brigadiere dei carabinieri addetto all'ufficio cifra dell'ambasciata italiana a Beirut (gli altri indagati, Giovannone e Santovito, alti ufficiali dei servizi, nel frattempo sono deceduti).
Graziella De Palo, giovane freelance - collaboratrice di Paese Sera e dell'Astrolabio - e Italo De Toni, giornalista di esperienza di Diari con la passione sfrenata per il jazz, erano partiti per Beirut con idee precise. La capitale libanese godeva in quegli anni della fama di città più pericolosa del Medio Oriente, forse del mondo. Crocevia di spie, terroristi di ogni matrice, trafficanti di armi e di droga, faccendieri arrivati da ogni dove, gente pronta a sfruttare le opportunità di una guerra civile infinita, in una città divisa in due, tra i cristiani maroniti del partito falangista di Bashir Gemayel e le fazioni filo palestinesi. Toni e De Palo avevano contatti buoni, presi in Italia prima della partenza, direttamente con l'Olp di Arafat.
Cosa cercavano? Tante le ipotesi. Di certo non si accontentavano del semplice racconto di una città in guerra. Graziella De Palo seguiva ormai da mesi il filo del traffico di armi. La sua agenda e i suoi quaderni erano pieni di annotazioni precise, nomi di società legate alla nostra difesa. Partono tre settimane esatte dopo l'attentato alla stazione di Bologna, quando in Italia si viveva la stagione delle bombe e dei misteri di Stato. Un anno prima a Ortona i carabinieri avevano fermato un gruppo di terroristi, una cellula composta dall'esponente dell'Autonomia Daniele Pifano, dal militante del Fplp di George Habbash (Fronte popolare per la liberazione della Palestina) Saleh Abu Anzeh, da Giuseppe Nieri e Giorgio Baumgartner, con un lanciamissili. Solo più tardi si scoprirà che quell'arma micidiale apparteneva all'Olp, e che l'Italia era solo un punto di transito, come spiegarono gli stessi palestinesi del Fplp in una lettera inviata al Tribunale di Chieti, competente per il caso.
La prova dei rapporti inconfessabili tra l'intelligence militare italiana e l'organizzazione palestinese è arrivata - per il pm Armati che indagò sul caso - dal muro di silenzi e depistaggi alzato immediatamente dopo la scomparsa di De Palo e Toni. Scrive il magistrato nella sua richiesta di rinvio a giudizio per George Habbash, Stefano Giovannone (ufficiale del Sismi a capo degli uffici di Beirut) e Damiano Balestra (brigadiere dei carabinieri addetto all'ufficio cifra dell'ambasciata italiana in Libano): "L'istruttoria finora compiuta avrebbe certamente consentito di fare piena luce sulla complessa vicenda della scomparsa all'estero dei due giornalisti". Ma troppi sono stati gli ostacoli che hanno bloccato la procura di Roma: "In primo luogo l'atteggiamento completamente negativo delle autorità libanesi; in secondo luogo le difficoltà frapposte dalle autorità elvetiche (coinvolte per il caso del depistaggio sulla strage di Bologna attuata da Elio Ciolini, ndr); in terzo luogo la conferma da parte dell'autorità di governo del segreto di Stato opposto dal Giovannone, (…) che ha avuto l'effetto non voluto di coprire anche le ragioni della condotta dell'ufficiale del Sismi nei confronti dell'Olp".
Per il pm Armati la condotta dei nostri servizi nella vicenda "presenta aspetti oscuri certamente estranei ai suoi fini istituzionali". Con un coinvolgimento - ipotizzato dalla procura - dello stesso direttore del
Il primo novembre del 1980 - due mesi dopo la scomparsa dei giornalisti - il capo del Sismi incontrò Arafat. Il leader dell'Olp chiese alla nostra intel- ligence di "stendere un velo pietoso sulla vicenda". 
servizio, il generale Giuseppe Santovito. Il primo novembre del 1980 - due mesi dopo la scomparsa dei giornalisti - il capo del Sismi incontrò Arafat. Il leader dell'Olp chiese alla nostra intelligence di "stendere un velo pietoso sulla vicenda". Circostanza che lo stesso Santovito ammise davanti al pm Armati. Da quel momento - si legge nelle carte del processo - l'ambasciatore italiano D'Andrea, intenzionato a chiarire quello che era accaduto, si trovò davanti il classico muro di gomma, metafora che il nostro paese stava imparando a conoscere molto bene. Gli ufficiali del Sismi iniziarono a monitorare le indagini condotte dall'ambasciata, convincendo il brigadiere Balestra - poi condannato in via definitiva - a passare all'intelligence i messaggi scambiati con la Farnesina. Stefano Giovannone, a quel punto, intervenne direttamente con la famiglia, chiedendo il silenzio stampa, accusando i Falangisti di Beirut, giocando sulla speranza dei parenti dei giornalisti di poter risolvere il rapimento.
Nonostante i depistaggi, la Procura di Roma riuscì a ricostruire almeno il contesto della scomparsa, attribuendone la responsabilità ai palestinesi: "I due erano stati uccisi dal gruppo di Habbash, subito o quasi", spiega il magistrato romano citando una nota dell'ambasciata italiana a Beirut. Il mistero nasce sui motivi del rapimento e dell'omicidio, con un'ipotesi inquietante: "Forse i palestinesi avevano ricevuto qualche indicazione errata", era l'indicazione arrivata dalle forze di sicurezza libanesi. Una trappola, un mandante esterno. Italiano? Chissà.
Il 28 agosto scadono i trent'anni previsti dalla recente riforma sui servizi come limite massimo per il segreto di Stato. Già il 10 marzo del 2010 - attraverso l'intervento del Copasir presieduto da Francesco Rutelli - le famiglie dei due giornalisti avevano ottenuto un primo accesso a 1.161 documenti classificati. Mancavano all'appello un'ottantina di fascicoli, per i quali fu confermato il segreto di Stato da Silvio Berlusconi. Fabio De Palo, fratello minore di Graziella, oggi giudice civile a Roma, ha catalogato con cura le migliaia di pagine consultate (che ha potuto copiare solo dopo un ricorso al Tar). All'Espresso spiega che dal 29 agosto è pronto a chiedere l'accesso alle carte mancati al premier Matteo Renzi, che - secondo le norme attuali - non potrà più autorizzare gli omissis.
"Gli interessi economici prevedevano lucrosi affari nella vendita delle armi - spiegano in un appello i familiari di Graziella De Palo e Italo Toni - a quei paesi nei confronti dei quali vigevano embarghi economico militari". Una politica che Paolo Emilio Taviani sintetizzò nella formula "della moglie americana e dell'amante libica". Sintesi di quel lodo "Moro" che l'ufficiale del Sismi Stefano Giovannone (uomo di stretta fiducia del leader Dc) attuò con meticolosità, e che Vincenzo Parisi citò in parlamento "per spiegare il movente di tante stragi ancora oggi inspiegabili e coperte da inquietanti aloni di mistero", come ricordano i familiari dei due giornalisti uccisi nel 1980. "Ci aspettiamo di riavere i resti degli scomparsi e la riapertura di un processo" che era stato interrotto, bloccato dal segreto di Stato confermato da Bettino Craxi, trent'anni fa. Verità e giustizia, al posto dell'eterno muro di gomma italiano.

(l'Espresso, 22 agosto 2014)




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31 agosto 2014

La stampa estera denuncia le intimidazioni di Hamas ai giornalisti inviati a Gaza


L’Associazione della stampa estera inIsraele e nei Territori palestinesi (Fpa) ha accusato Hamas di aver “minacciato” e “intimidito”i giornalisti stranieri venuti a seguire il conflitto nellaStriscia di Gaza per impedire loro di fornirenotizie obiettive.

In un comunicato diffusolunedì l’associazione “protestanel modo più energico contro le continue maniere forti e poco ortodosseimpiegate dalle autorità di Hamas e dai suoi rappresentanti nei confronti digiornalisti internazionali presenti nei mesi scorsi a Gaza. I mass-mediainternazionali non sono avvocati di parte – continua lanota – e non si può impedire loro dimandare notizie per mezzo di minacce e pressioni, negando in tal modo a lettorie spettatori un quadro obiettivo sul campo

Più volte i giornalisti stranieri a Gaza sono statiintimiditi, minacciati o interrogati su reportage o su informazioni diffusidalle loro testate o dalle reti sociali“, ha scrittol’associazione. “Siamo anche aconoscenza – conclude l’Fpa – che Hamas sta cercando di mettere in piedi una proceduradi «valutazione» che, dovrebbe consentire la schedatura di specificigiornalisti. Una procedura alla quale ci opponiamo con fermezza

Domenica scorsa Paul T. Jørgensen, della TV2 norvegese, avevaaffermato che “diversi giornalististranieri sono stati buttati fuori da Gaza perché Hamas non ha graditoquello che hanno detto o scritto. Abbiamo ricevuto ordini precisi– ha aggiunto Jørgensen – secondocui, se riferiamo che Hamas spara o lancia razzi, citroveremo ad affrontare gravi problemi e ad essere espulsi da Gaza”.

(Fonte: TM News, 11 Agosto 2014 e Israele.net, 12 Agosto2014)




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30 agosto 2014

“PRESTITO D’ONORE”: IMMIGRATI IN FUGA CON I SOLDI (NOSTRI) DELL’INPS! UNA NUOVA MEGA TRUFFA SULLE SPALLE DEGLI ITALIANI! SAI COME FUNZIONA?

Prestito d’onore”: stranieri in fuga con in tasca i soldi dell’Inps

PADOVA – Hanno approfittato della crisi per riempirsi le tasche di soldi pubblici e rientrare tranquillamente in patria. Sono extracomunitari che utilizzando la legge che istituisce il cosiddetto “prestito d’onore” per aprire partita Iva e iniziare un’attività imprenditoriale hanno incassato denaro anticipato dall’Inps per poi sparire.

In Procura a Padova sono già arrivate diverse denunce. I primi tre casi istruiti dal pubblico ministero finiranno a processo a novembre. Una decina invece i fascicoli pendenti, ma mancano ancora diversi casi all’appello, stando alle indicazioni della Guardia di finanza.

Le Fiamme gialle hanno infatti intensificato controlli e verifiche fiscali, in particolare nell’Alta padovana, dove si concentrerebbe la grande maggioranza di questi casi. Si tratta di una indagine particolarmente complessa che la Guardia di Finanza vorrebbe trasformare in un progetto pilota da estendere all’intero territorio nazionale.

Il raggiro è di una semplicità disarmante. Basta aver lavorato in passato alle dipendenze di aziende italiane, essere residenti in Italia, maggiorenni, disoccupati o alla ricerca della prima occupazione o – nel caso di cittadini extracomunitari – essere in possesso della carta di soggiorno o di permesso di soggiorno valido per almeno i 12 mesi successivi alla data di presentazione della domanda. La legge 223 del 1991 offre infatti la ghiotta (per chi vuole truffare) opportunità di avviare un’attività autonoma a chi rimane senza impiego a causa della crisi e vuole mettersi in proprio. Il lavoratore rimasto disoccupato può ottenere per l’avvio e l’apertura della partita Iva l’anticipazione dell’indennità di mobilità, in genere una somma vicina ai ventimila euro, con l’impegno di svolgere l’attività in Italia, per almeno 5 anni e nei settori della produzione di beni, fornitura di servizi, commercio.

Ma in molti casi i lavoratori dopo l’incasso sarebbero spariti; e sono ridotte al lumicino le chances di recuperare il denaro erogato nonostante i decreti di sequestro preventivo firmati dalla Procura. Sui conti correnti delle società indagate, non c’è infatti quasi mai un quattrino.

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fonte:

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