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5 settembre 2010
...si versa sangue su sangue (Osea, 4,2)
analisi di Mordechai Kedar
Testata: Informazione Corretta
Data: 04 settembre 2010
Pagina: 1
Autore: Mordechai Kedar
Titolo: «...si versa sangue su sangue (Osea, 4,2)»
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...si versa sangue su sangue (Osea, 4,2)
di Mordechai Kedar
(traduzione e adattamento di Antonella Donzelli e Avi Kretzo)

Mordechai Kedar
Questa settimana, nella notte tra martedì e mercoledì, presso la città di Hebron, in Israele, sono stati assassinati a sangue freddo, dalle armi di Hamas, i coniugi Isacco e Talia Ims, Cohava Even Haim e Avishai Schindler, che Dio vendichi il loro sangue. I killer hanno lasciato dietro di sé sette orfani e settantasette interrogativi sul prossimo futuro, se lo stato palestinese verrà fondato secondo le modalità di cui si è parlato a Washington in questi giorni.
La scena del terribile massacro è destinata a ripetersi con altre vittime innocenti lungo la Superstrada numero sei che in gran parte passa accanto a covi di terroristi. Intorno a Gerusalemme altri assassini tenderanno imboscate su ogni colle e dietro ogni albero per sparare sulle case e nelle vie delle città. La pianura costiera e Emek Israel saranno un obiettivo costante per mortai, razzi Qassam e fuoco di mitragliatrici. Chi può garantire che questo probabile scenario non si configurerà? C'è qualcuno che si assumerà la responsabilità di errori tanto prevedibili? Anche questa volta qualcuno oserà definire questi morti “vittime della pace”, come se la pace pretendesse vittime sacrificali.
Ogni soluzione che permetterà agli assassini di Giudea e Samaria di restare in contatto con i ‘colleghi’ di Gaza, ogni assetto territoriale che includerà Hebron e Jenin in un unico contesto terroristico saranno una ricetta sicura che consentirà ai nemici di Israele di tracciare una linea di sangue continua.
Dopo ogni attentato i terroristi danno a se stessi un nome diverso dichiarando al mondo: “non siamo stati noi, sono stati gli altri”, dividendosi tra loro, lontano dai riflettori, il ruolo di “buoni” e quello di “cattivi”. Pubblicamente, sui mass media essi si attaccano a vicenda, mentre in segreto si suddividono compiti e missioni: mentre una fazione dialoga con noi, un’altra ci spara addosso, accertandosi della nostra morte, come hanno fatto questa settimana con i feriti, finendoli.
I nostri nemici confidano nella nostra memoria corta e nella nostra ossessione di trovare partner per una convivenza pacifica. Da Abu Mazen a Ismail Haniyeh, da Salam Fayyad a Khaled Mashaal, essi non sono disposti a riconoscere Israele come la nazione del popolo ebraico, negano il suo diritto a uno stato e negano anche la sua storia nel paese dei suoi antenati.
I popoli Arabi sono figli di tribù nomadi che hanno conquistato questo territorio 1400 anni fa, imponendo la legge del deserto e depredando persino la storia d’Israele, con la patetica pretesa di discendere dai Gebusei.
Non è mai apparsa tanto azzeccata la promessa che Dio fece ad Agar riguardo suo figlio Ismaele "…Egli sarà come un onagro (selvaggio, n.d.t.) ; la sua mano sarà contro tutti e la mano di tutti contro di lui…" (Genesi, 16,12). Questi selvaggi diventeranno buoni vicini - tra loro e con noi – ‘soltanto quando l’Etiope (il nero, n.d.t.) cambierà la sua pelle e il leopardo la sua picchiettatura’ (vedi Geremia, 13,23).
Ogni volta che tra questi nostri vicini scoppierà una controversia per la cosa più banale, essi volgeranno il loro fuoco verso di noi mentre tra noi ci sarà sempre qualcuno che si batterà il petto recitando “Mea culpa”.
I palestinesi discutono tra loro se il loro sarà uno stato terrorista sotto la guida dell’OLP oppure di Hamas e ognuna di queste due parti vorrà mostrare la propria supremazia uccidendo ebrei. Questa è esattamente la situazione a Gaza, in Iraq, Somalia, Yemen, Afghanistan e Pakistan, paesi nei quali regna una "razza di uomini peccatori” (Numeri, 32,22), per i quali la vita umana non ha nessun valore. Chi s’illude che gli accordi con i Palestinesi faranno sì che “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto… “ (Isaia, 11,6) non è altro che un delirante sognatore.
Le immagini terribili delle vittime del terrorismo si moltiplicheranno quanto più noi ci fideremo di accordi e intese con i Palestinesi e quanto più trasferiremo ad essi la responsabilità della nostra sicurezza e daremo ad essi il potere di imporre la legge e l’ordine nel loro territorio. L’orribile esecuzione di questa settimana era da prevedere. Ogni volta che ‘i buoni’ tra loro siedono con noi al tavolo delle trattative per estorcere pezzi di terra e brandelli di sovranità, ‘i cattivi’ ci uccidono per ottenere una fetta di torta del potere. Essi non si amano l’un l’altro, ma hanno lo stesso obiettivo strategico.
L’unico modo per assicurarci una vita dignitosa in quest’area è la creazione di uno stato-tribù separato e isolato in ciascuna delle sette città arabe in Giudea e Samaria (West Bank): Jenin, Nablus, Tulkarem, Qalqilya, Ramallah, Gerico e la parte araba di Hebron. E affinché queste non diventino teatro continuo di terrorismo, tutta la zona rurale tra queste città deve restare per sempre sotto il governo israeliano.
Soltanto il controllo israeliano dalle alture sulle basi terroristiche ci consentirà di vivere nel nostro Paese una vita normale, nonostante l’ambiente che ci circonda ci sia avverso. Qualsiasi altra soluzione ci condannerà a continuare a subire la jihad iniziata contro gli Ebrei novant’anni fa, il 1 maggio 1921, con i pogrom di Giaffa, e che continua ancor oggi.
http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 5/9/2010 alle 23:56 | |
5 settembre 2010
I talebani pakistani minacciano attentati in Usa
letterealsole@ilsole24ore.com
Riportiamo dal SOLE 24 ORE di oggi, 04/09/2010, a pag. 9, l'articolo di Roberto Bongiorni dal titolo " Presto attacchi in Usa ed Europa ".

Quello di ieri è un fatto inedito, o quasi. Che le cellule di al-Qaeda abbiano colpito Europa e Stati Uniti e continuino a minacciare nuovi attentati è una tragica realtà che si ripete da più di nove anni. Che lo facciano i talebani è invece un ulteriore, inquietante campanello d'allarme. L'annuncio,ancora da sottoporre all'analisi degli esperti, è stato diramato ieri. «Presto attaccheremo l'America e l'Europa, ci vendicheremo dei raid con i droni», ha dichiarato al telefono all'agenzia Afp Qari Hussain, un comandante del gruppo Tehreek-e-Taliban.
La minaccia di rappresaglia al di fuori del territorio pakistano e afghano, dove finora i talebani hanno contenuto i loro attentati, è da legare a due raid compiuti da due droni americani, che hanno bombardato una zona tribale del North Waziristan, nel nord-ovest del Pakistan, uccidendo dieci militanti del gruppo. Noto anche con il soprannome di "Ustad-e-Fidaeen" (insegnante dei kamikaze), Hussain ha poi aggiunto. «Colpiremo gli americani e i loro alleati ovunque si trovino».
Inserita solo due giorni fa dagli Stati Uniti nella lista nera dei gruppi terroristici, l'organizzazione Tehreek-e-Taliban ( Ttp) era stata fiaccata dai frequenti raid dei droni americani e dalle operazioni dell'esercito pakistano. Gli attuali leader del ( Ttp), Wali-urRehman e Hakimullah Mehsud ( cugino di Baitullah), figurano ora nella lista dei terroristi più ricercati al mondo. Sulle loro teste è stata posta una taglia di cinque milioni di dollari. Una decisione presa dopo l'incriminazione del Dipartimento americano della Giustizia nei confronti di Mehsud, accusato di essere coinvolto nell'attentato a Khowst in Afghanistan del dicembre 2009, in cui furono uccisi sette dipendenti della Cia e uno 007 giordano.
Il turbolento Pakistan resta dunque una polveriera pronta a esplodere in balia degli estremisti, che colpiscono con cadenza quasi quotidiana. Anche ieri è entrato in azione un kamikaze, che si è fatto esplodere a Quetta, nel sud del Paese in mezzo a un corteo, uccidendo 53 manifestanti sciiti impegnati nella Giornata di solidarietà al popolo palestinese. I feriti sono quasi 200. Sempre ieri a Mardan, nel nordovest del paese, un kamikaze ha tentato di entrare in una moschea della minoranza musulmana Ahmadi facendosi largo tra la folla: la polizia lo ha ucciso ma l'uomo ha fatto esplodere una bomba, uccidendo un passante. L'attentato di Quetta si è svolto con le stesse modalità di quello compiuto il giorno precedente a Lahore, dove una triplice esplosione in tre punti diversi di un corteo di sciiti (che rappresentano il 20% della popolazione pakistana) ha ucciso più di 30 persone e ne ha ferite un centinaio.
Negli ultimi tre anni in Pakistan si sono registrati più di 400 attentati, con oltre 3.600 morti. Gli attacchi sono stati compiuti nella maggior parte dei casi dai talebani alleati di al-Qaeda, in guerra contro Islamabad per il suo sostegno a Washington.
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 5/9/2010 alle 20:30 | |
5 settembre 2010
Moschea a Ground Zero: due terzi della popolazione di NY non la vuole
I risultati del sondaggio del New York Times
Testata: Il Foglio
Data: 04 settembre 2010
Pagina: 1
Autore: La redazione del Foglio
Titolo: «Manhattan risponde»
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Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 04/09/2010, in prima pagina, l'articolo dal titolo "Manhattan risponde".

Costruire una moschea a Ground Zero è come fare un monumento a Hitler ad Auschwitz
Washington. Due terzi degli abitanti di New York vogliono che la costruzione di una moschea a due isolati da Ground Zero sia bloccata e spostata altrove, lontano dal sacrario del lutto americano dell’11 settembre. Il sondaggio che segnala lo scetticismo dei newyorchesi sul complesso che dovrebbe fungere da moschea e centro islamico – una fede moderata e impegnata a promuovere il dialogo interreligioso, dicono gli organizzatori – è stato realizzato dal New York Times, bastione della cultura liberal, che in quattro giorni ha sondato un campione di circa novecento cittadini per raccogliere le opinioni su un dibattito che divide trasversalmente gli schieramenti politici. Il 67 per cento degli abitanti sostiene che i promotori del progetto hanno tutto il diritto di costruire moschee a New York ma lontano da Ground Zero. A una domanda più diretta – siete favorevoli o contrari alla costruzione della moschea proprio lì – il cinquanta per cento degli intervistati si è detto contrario, mentre i favorevoli sono soltanto il 35 per cento e la restante parte non ha un’opinione chiara in merito. Il sondaggio del quotidiano mostra che i newyorchesi non sono contrari in assoluto alla costruzione di centri islamici a New York – solo il 29 per cento sostiene che i fedeli non hanno il diritto a edificare un proprio luogo di culto – ma ritengono che il luogo scelto sia troppo controverso, offensivo per le famiglie delle vittime e inopportuno. La maggioranza degli intervistati dice anche che i politici della città dovrebbero prendere posizione nel dibattito, cosa che il sindaco Michael Bloomberg ha fatto – a favore della moschea – ma sulla quale altri uomini pubblici svicolano. Significativa la diversificazione dei risultati a seconda della formazione: il 62 per cento dei cittadini che non ha fatto l’università non vuole la moschea, e la percentuale cala con l’aumentare dei titoli. Il 60 per cento degli intervistati con un master o un dottorato di ricerca vuole che venga costruita proprio lì.
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 5/9/2010 alle 17:56 | |
5 settembre 2010
Le dichiarazioni antisemite di Karel De Gucht, commissario Ue per il commercio
Dalla lobby ebraica che controlla gli Usa alle accuse agli ebrei di essere irrazionali sul Medio Oriente
Testata: La Stampa
Data: 04 settembre 2010
Pagina: 15
Autore: Marco Zatterin
Titolo: «Gaffe sul potere della lobby ebraica»
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Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 04/09/2010, a pag. 15, l'articolo di Marco Zatterin dal titolo " Gaffe sul potere della lobby ebraica ".
Il titolo non è corretto, quella di Karel De Gucht non è stata una 'gaffe', ma un'uscita antisemita.
Nelle prime righe dell'articolo, De Gucht viene paragonato a Thilo Sarrazin. Un parallelo inappropriato. Sarrazin non è antisemita e non è anti islamico. Semplicemente ha scritto un libro sulla progressiva islamizzazione della società tedesca. Questo gli ha attirato tutte le critiche degli eurarabi più convinti.
Ecco l'articolo:

Karel De Gucht
Anche l’Ue ha il suo caso Sarrazin. Come il banchiere tedesco che la Bundesbank vuole allontanare dal direttivo per le dichiarazioni razziste contro gli immigrati musulmani, il fiammingo Karel De Gucht, commissario Ue per il commercio ed ex ministro degli Esteri belga, è sulla graticola per una serie di commenti sulla comunità ebraica. Parlando a una radio fiamminga, De Gucht ha denunciato «il potere» della lobby ebraica sul parlamento e la politica Usa, invitando a non sottovalutarla. Al contempo, ha sottolineato la difficoltà per gli ebrei, anche per quelli più moderati, di essere razionali «quando si parla di quello che succede in Medio Oriente», per via della diffusa «convinzione religiosa» di essere comunque dalla parte del giusto, cosa «complessa da confutare con argomenti razionali». Immediata la presa di distanze della Commissione Ue («Sono opinioni personali») e le accuse del presidente del congresso ebraico europeo, Moshe Kantor, per il quale si delinea «una pericolosa tendenza di incitamento contro gli ebrei in Europa che bisogna bloccare».
A De Gucht è stato chiesto di ritrattare e lui lo ha fatto. «Sono stato male interpretato - ha dichiarato -. Non volevo offendere o stigmatizzare la comunità ebraica. Voglio affermare chiaramente che l’antisemitismo non ha spazio nel mondo di oggi».
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direttore@lastampa.it |
| inviato da LiberaliPerIsraele il 5/9/2010 alle 15:30 | |
5 settembre 2010
Falsificare la storia e omettere dettagli importanti
Annunziata, Caridi, Danna, Schuldiner e la loro visione distorta dei negoziati
Testata:La Stampa - Il Sole 24 Ore - Il Manifesto
Autore: Lucia Annunziata - Paola Caridi - Serena Danna - Zvi Schuldiner
Titolo: «Medio Oriente. Neanche Obama fa i miracoli - Noi senza più la kefiah e l'orologio della vita - Nel presente di Tel Aviv la politica non è trendy - Il fascismo israeliano, le divisioni palestinesi»
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Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 04/09/2010, a pag. 1-37, l'articolo di Lucia Annunziata dal titolo " Medio Oriente. Neanche Obama fa i miracoli ". Dal SOLE 24 ORE, a pag. 12, gli articoli di Paola Caridi e Serena Danna titolati " Noi senza più la kefiah e l'orologio della vita " e " Nel presente di Tel Aviv la politica non è trendy ". Dal MANIFESTO, a pag. 1-10, l'articolo di Zvi Schuldiner dal titolo " Il fascismo israeliano, le divisioni palestinesi ".
Ecco i pezzi, preceduti dai nostri commenti :
La STAMPA - Lucia Annunziata : " Medio Oriente. Neanche Obama fa i miracoli "

Lucia Annunziata
E' curioso che fra i critici più determinati a mettere in cattiva luce i colloqui di Washington ci siano i trombettieri del pacifismo occidentale più anti-israeliano. Non che ci si apettasse molto nemmeno noi, e IC l'ha scritto molto chiaramente, ma altra cosa è l'augurarsi quasi che non ne venga fuori nulla di serio. Come fa Lucia Annunziata sulla STAMPA di oggi, 04/09/2010, in una delle sue interminabili omelie spinelliane in prima pagina e seguito a pag.37, con il titolo " Medio Oriente: nanche Obama fa miracoli".
Annunziata, partita con il Manifesto, poi corrispondente di Repubblica da Gerusalemme, infine approdata alla Stampa, non ha mai nascosto la sua antipatia per lo Stato ebraico. Che la porta a raccontare i fatti che lo riguardano, con un taglio tipo Enciclopedia Sovietica. Un esempio illuminante è come racconta in questo pezzo di oggi le guerre che Israele è stato costretto a combattere. La guerra dei sei giorni viene riassunta con questa frase " invasione e occupazione dei territori della West Bank", così, senza una parola della cornice nella quale si svolsero i fatti. Israele invade e occupa. La guerra del 1973, l'attacco degli stati arabi nel giorno di Kippur, che stava per travolgere le difese israeliane, viene descritta così: " Johnson vede spezzata la sua speranza di pace con la guerra del 1973, che portò il Medioriente dritto sul tavolo di Kissinger e Nixon", anche qui, così, come se Israele non aspettasse altro che fare una guerra di tanto in tanto per tenere i muscoli in allenamento.
Una teoria, quella dell'Annunziata, che porta il nome di delegittimazione, il nome di un club che ha molti membri nei media di tutto il mondo. Non dire, spesso diffama più di una menzogna.
Ecco l'articolo:
Il processo di pace fra israeliani e palestinesi è per i Presidenti americani una sorta di pellegrinaggio a Medjugorie: la regolare, sia pur quasi sempre disperata, ricerca di un miracolo. Neppure Barack Obama ha fatto eccezione a questa regola. Il suo recente tentativo di ravvivare la speranza in Medioriente convocando a Washington i leader più direttamente coinvolti nel conflitto ha ottenuto risultati definiti «modesti» anche dai più benevoli osservatori. L’accordo fra le parti consiste infatti nell’essersi accordati ad incontrarsi ogni due settimane - il prossimo incontro è per il 14 e il 15 settembre - per la durata di un anno, nella promessa che in un anno «si raggiungerà la pace». Il primo ostacolo si profila già per il 26 settembre. In quella data scade la moratoria sulla costruzione degli insediamenti, e Israele non avrebbe intenzione di prolungarla.
Quello che rimane della due giorni di Washington è dunque solo una domanda: perché mai questi colloqui sono stati convocati? E forse la parte più interessante dell’appuntamento è proprio il tipo di risposta che comincia a circolare: forse il metodo (oltre che il merito) dei colloqui di pace in Medioriente ha fatto il suo tempo. In epoca di leadership deboli, quale è - a dispetto di tutti i suoi ammiratori - anche quella di Obama, forse gli Stati Uniti non sono più i migliori mediatori.
Prima di arrivare ad esplicitare questi dubbi, va ricordato che l’intervento americano in Medioriente ha, in politica estera, una forte valenza narrativa. Lo racconta molto bene William Quandt, membro del National Security Council, nella riedizione aggiornata di un suo libro, un classico per il settore: «Peace Process: American Diplomacy and the Arab-Israeli Conflict Since 1967». L’intervento Usa in Medioriente è, vi viene ricordato, relativamente nuovo, ma ha un alto impatto simbolico. Dal primo coinvolgimento diretto nella questione arabo-israeliana di Lyndon Johnson, che nel 1967 appoggiò l’invasione e occupazione dei Territori della West Bank, fino all’Obama di oggi, il ruolo americano è una lunga catena di speranze, successi, e delusioni.
Johnson vede spezzata la sua speranza di pace con la guerra del 1973, che portò poi il Medioriente dritto sul tavolo di Kissinger e Nixon, essi stessi ben altrimenti occupati dal conflitto in Vietnam. L’idea di un negoziato americano nasce, nota Quandt, tuttavia, proprio dal metodo che porta alla fine del Vietnam - l’idea appunto di un tavolo di trattative in cui gli americani siano la forza propulsiva. Il primo successo di questo approccio lo coglie Carter, con il Camp David del 1978, in cui Begin ed Anwar Sadat si stringono la mano. I due leader ricevono il Nobel per la Pace, ma nemmeno quel successo dura: la presidenza Carter è oscurata dalla crisi iraniana, e nell’era Reagan, l’assassinio di Sadat nel 1981, poi l’uccisione di 242 marines a Beirut nel primo suicidio bomba della storia, infine lo scandalo Iran-Contras, chiudono definitivamente l’era di Camp David. Vi riproverà il primo Bush, con la shuttle diplomacy inventata da James Baker, che porterà alla conferenza di pace di Madrid, e i cui frutti saranno colti da Bill Clinton con gli accordi di Oslo del 1993. Le guerre non si fermano. Nel 2000 prima di chiudere il suo secondo mandato Clinton rifarà un tentativo, che verrà ricordato solo per la cerimonia che scimmiotta il primo Camp David. C’è poi un secondo Bush, il cui lavoro finirà nel mare magno della doppia guerra nel Golfo (Iraq e Afghanistan). Infine Obama, il cui segretario di Stato e un altro Clinton, Hillary, che della pace con il mondo musulmano ha fatto la più rilevante promessa della sua campagna elettorale.
Sulla strada di questa pacificazione Obama si è molto impegnato. Va ricordato il suo discorso al Cairo, il primo fatto in territorio musulmano da un presidente Usa; il ritiro dall’Iraq, e quello, promesso, dall’Afghanistan; ma anche la decisione di dare via libera alla moschea vicino al sito dell’11 Settembre. Per questo lavoro Obama ha anche pagato dei costi: primo fra tutti una crescente tensione con Israele, che fin dall’inizio ha guardato alle sue attività mediorientali come a una presa di distanza, nei fatti, dalla tradizionale amicizia senza se e senza ma fin qui esistita fra Israele e Washington. Ma il dossier Palestina-Israele è cresciuto, comunque, nei mesi passati: gli Usa hanno ottenuto un isolamento parziale di Hamas, nella West Bank hanno rafforzato la leadership palestinese moderata che sta costruendo un primo abbozzo di Stato; dalla stessa Israele, nel bene o nel male, hanno ottenuto la moratoria sugli insediamenti.
Eppure, come si è visto in questi giorni chiaramente, il processo di pace rimane sempre più «un processo», e sempre meno «pace».
Si torna così alla domanda: perché allora convocare questi appuntamenti? La risposta tradizionale, cui si accennava sopra, non è più sufficiente. L’impegno in Medioriente è un «obbligo» per la politica estera americana, e i colloqui danno ai presidenti lustro, specie in periodi di difficoltà politiche. Ma l’altalena storica di successi e insuccessi è ormai probabilmente troppo lunga persino per i meglio intenzionati. Un’atmosfera di scetticismo accompagna ormai, infatti, questi incontri: gli stessi leader che vi intervengono non nascondono i loro (mal)umori.
Sfogliando il dibattito politico a più ampio raggio, si ha l’impressione che da questa impasse stia emergendo un ripensamento dell’intero approccio. Yossi Beilin, ex ministro della Giustizia in Israele, ed ex negoziatore israeliano, due giorni fa ha scritto in merito una riflessione che punta dritto al cuore del problema. Ricordo - scrive - che siamo riusciti non poco tempo fa a stendere 500 pagine di accordi dettagliati in cui tutte le questioni venivano risolte, ma le 500 pagine sono rimaste lettera morta. Perché? La risposta è semplice e difficile insieme: la pace non è un negoziato, dice Beilin, la pace è un atto politico.
Gli fa eco un altro ex negoziatore, Aaron David Miller che è stato a lungo consigliere sul Medioriente per segretari di Stato sia repubblicani che democratici. Miller, che ha scritto «The Much Too Promised Land: America’s Elusive Search for Arab-Israeli Peace», è intervenuto sul numero di maggio-giugno di Foreign Policy denunciando la sua sfiducia in quella che secondo lui, negli anni, è diventata una convinzione quasi religiosa: «L’America ha usato il suo potere per fare guerre, può dunque usarlo anche per fare la pace. Ne ero un credente. Oggi non lo sono più».
Le ragioni di questa sua disillusione vanno probabilmente lette - da chi volesse saperle - direttamente su Foreign Policy. Quello che davvero rimane del suo intervento sono i dubbi che innesta nelle sicurezze fin qui coltivate: «Il vecchio modo di pensare su come costruire la pace vale ancora oggi in un nuovo contesto? Il conflitto arabo-israeliano è davvero al centro di tutto? E, dopo due decenni di grandi speranze seguite da violenza e terrore, possiamo davvero credere che le negoziazioni servono? Infine, davvero l'America ha il potere di fare la pace?».
In assenza di risposte, la grande politica mondiale rimane in stand by.
Il SOLE 24 ORE - Paola Caridi : " Noi senza più la kefiah e l'orologio della vita"

Paola Caridi
Paola Caridi descrive i negoziati visti dal punto di vista della popolazione palestinese e scrive : " a parlare con i ragazzi tra Gerusalemme Est e la Cisgiordania, il loro rapporto con il futuro ha spesso il sapore di una parola ebraica che risuona nelle conversazioni in arabo. "Machsom", ovvero check point, e tutto ciò che ne consegue. Barriera, fila, perquisizione, controllo documenti. ". Certo, la barriera di sicurezza, i check point, i controlli, creano disagio. Se Caridi fosse interessata a informare il lettore, però, specificherebbe per quale motivo sono necessari. La barriera è nata con lo scopo di difendere la popolazione israeliana dagli attacchi suicidi palestinesi. Quando e se non sarà più necessaria, verrà rimossa. Proprio come è successo poche settimane fa a Gilo.
Caridi continua : " L'attentato contro i coloni di Beit Haggai, martedì scorso nella zona di Hebron per mano del braccio armato di Hamas, ha alzato il livello della sicurezza nell'estate cisgiordana. Ma i controlli ci sono da anni, e negli ultimi tempi, dicono i palestinesi, sono diventati ancor più pesanti ". verificare le affermazioni delle proprie fonti aiuterebbe a evitare certi sfondoni. Il governo israeliano, poche settimane fa, oltre ad abbattere la barriera a Gilo, ha eliminato diversi checkpoint in Cisgiordania, come segnale di distensione con l'Anp. E' difficile, perciò, sostenere che i controlli fossero diventati più pesanti prima dell'attentato.
"C'è pudore nelraccontare queste cose. Non lo fanno i ragazzi. Semmai lo fanno le madri. Come Joharah Baker, 40 anni, giornalista, opinionista, una penna dell'intellighentia laica, una casa in Città Vecchia, e soprattutto un figlio maschio di dieci anni a cui ha dedicato un lungo articolo.
«Come ogni madre palestinese che vive nei Territori occupati, la paura onnipresente è essere capaci di proteggere i propri bambini», ". Gerusalemme non è una colonia, ma la capitale unica e indivisibile di Israele, perciò non è ben chiaro come Joharah Baker possa definirsi 'madre palestinese che vive nei Territori occupati'.
Caridi scrive : " E allora molti di loro, che appunto giovani sono, hanno introiettato - attraverso la storia delle campagne di pressione via internet - un tipo di impegno politico da Terzo Millennio. Lobbying, boicottaggi, azioni non violente, pressioni all'estero per premere sui politici non solo israeliani, ma soprattutto palestinesi.
È la generazione del boicottaggio dell'occupazione.". Fanno parte delle azioni non violente anche le sassaiole e gli attentati contro gli israeliani?
Come scrive Caridi nel suo pezzo, uno dei maggiori sostenitori del boicottaggio contro Israele è Marwan Barghouti, terrorista pluriassassino e architetto della seconda intifada. Questo dovrebbe essere sufficiente per comprendere quale sia lo scopo principale del boicottaggio.
Ecco il pezzo:
Al futuro? «I palestinesi, giovani compresi, non ci pensano», è la scarna risposta di Najwan Darwish, uno dei poeti più interessanti della giovane generazione palestinese. Di quelli che a 32 anni, gli incerti confini della Palestina li ha già varcati. E può considerarsi fortunato per essere andato all'estero. La spiegazione di Najwan Darwish, autore di poemi surreali e forti, è altrettanto sintetica: «È l'occupazione israeliana che limita la loro percezione del futuro».
Potrebbe sembrare una frase retorica, ma a parlare con i ragazzi tra Gerusalemme Est e la Cisgiordania, il loro rapporto con il futuro ha spesso il sapore di una parola ebraica che risuona nelle conversazioni in arabo. "Machsom", ovvero check point, e tutto ciò che ne consegue. Barriera, fila, perquisizione, controllo documenti.
Soprattutto in questo periodo, verso Gerusalemme,perché è ramadan e l'elenco delle richieste per poter andare a pregare alla Moschea di Al Aqsa è lungo tanto quanto le attese di ore ai checkpoint.
L'attentato contro i coloni di Beit Haggai, martedì scorso nella zona di Hebron per mano del braccio armato di Hamas, ha alzato il livello della sicurezza nell'estate cisgiordana. Ma i controlli ci sono da anni, e negli ultimi tempi, dicono i palestinesi, sono diventati ancor più pesanti.
Lo si percepisce anche nel cuore di Gerusalemme, segnata in questi giorni dai passi dei pellegrini cristiani, dal traffico del ramadan musulmano e dalle ultime spese prima delle lunghe festività ebraiche. Periodo difficile, come ogni anno, in cui la presenza dei soldati israeliani alle porte della Città Vecchia aumenta.
Controllo documenti intensificato, dunque, e nove volte su dieci, a essere fermato, è un adolescente, un ragazzo, uno sotto i 25 anni. Sono considerati i più a rischio, dopo la lunga stagione degli attentati suicidi nelle città israeliane. Ma quella scena ripetuta costantemente, ragazzi in divisa che fermano ragazzi in jeans, è diventata parte del Dna contemporaneo di Gerusalemme.
E parte della vita quotidiana e del senso del futuro che i giovani palestinesi hanno. Arriverò in orario al lavoro? Sarò fermato? Sarà meglio scegliere un'altra strada? Sarò arrestato?
C'è pudore nelraccontare queste cose. Non lo fanno i ragazzi. Semmai lo fanno le madri. Come Joharah Baker, 40 anni, giornalista, opinionista, una penna dell'intellighentia laica, una casa in Città Vecchia, e soprattutto un figlio maschio di dieci anni a cui ha dedicato un lungo articolo.
«Come ogni madre palestinese che vive nei Territori occupati, la paura onnipresente è essere capaci di proteggere i propri bambini», dice riferendosi ad alcuni arresti di minori negli ultimi mesi.
Il sogno di una vita normale, insomma, c'è in tutti. Anche nei ragazzi palestinesi. Molti dei quali all'estero, come Najwan Darwish o la folta pattuglia di studenti, registi, artisti, non ci sono andati. E vivono tra Ramallah e Betlemme, Nablus e Jenin, a Gaza, con un orizzonte forzatamente limitato.
Vorrebbero anche una politica normale, uno stato, un paese. Come tutti. Motivo per il quale i negoziati di Washington non sono passati come acqua sull'olio. Anzi. Proprio perché la politica incide sulla loro vita quotidiana, a parlare di politica sembra siano oggi più ragazzi di prima.
«Non so quanto durerà, ma da settimane sento i miei amici, quelli che prima si disinteressavano delle questioni politiche, parlare di negoziati, del presidente Mahmoud Abbas, dei nostri leader», dice uno di quelli impegnati,meno di trent'anni e un lavoro buono in una Ong.
Vero. Di politica e dei negoziati si parla con durezza, su Facebook, sui forum, nelle università. In maggioranza contro i negoziati, perché si pensa che non andranno da nessuna parte e che i leader che li stanno conducendo non rappresentano la società.
Not in my name , dunque. Con tanto di caricature al fulmicotone di Abu Mazen e dell'establishment politico in giro per la Rete, in fotomontaggio e con i pantaloni abbassati.
Tutti laici, i protagonisti di questa opposizione che non crede più alla soluzione dei due stati, non perché sia contro la pace e contro il divorzio consensuale di cui parla Amos Oz. Piuttosto, pensano che non sia più realizzabile sul terreno, perché le colonie crescono e di quelle si parla pochissimo.
E allora molti di loro, che appunto giovani sono, hanno introiettato - attraverso la storia delle campagne di pressione via internet - un tipo di impegno politico da Terzo Millennio. Lobbying, boicottaggi, azioni non violente, pressioni all'estero per premere sui politici non solo israeliani, ma soprattutto palestinesi.
È la generazione del boicottaggio dell'occupazione. I negoziati? «Io li chiamerei negazioni, piuttosto, perché negano il riferimento fondamentale al diritto internazionale e ai diritti umani», chiosa Omar Barghouthi, l'anima della campagna sul boicottaggio e i disinvestimenti dalle aziende israeliane che lavorano con le colonie.
È un linguaggio politico di uso comune in Europa, in America, oltre il Medio Oriente.
Il SOLE 24 ORE - Serena Danna : " Nel presente di Tel Aviv la politica non è trendy "

Serena Danna
Mentre il pezzo di Paola Caridi metteva in mostra l'impegno politico dei giovani palestinesi, quello di Serena Danna mette in luce solo l'apatia della società dei giovani israeliani, specialmente a Tel Aviv : "Le nuove generazioni sono ossessionate dal presente, e il presente molto spesso si riduce a sesso, clubbing e alcolici ". Questo è Israele, per Serena Danna. Sesso, clubbing e alcolici. Netto contrasto con la virtù dei giovani palestinesi, non c'è che dire. In tutto l'articolo si legge quanto siano apatici e incapaci di reagire i giovani israeliani. Leggendo il pezzo di Danna e quello di Caridi si evince che le uniche cose che sono in grado di fare gli israeliani sono fare il militare, fare sesso, ubriacarsi e tormentare la popolazione palestinese con controlli di documenti, check point e barriera di sicurezza. Non è ben chiaro in base a che cosa Danna abbia potuto scrivere delle cose simili. La cultura, la ricerca, il lavoro, sono argomenti toccati solo di sfuggita nel pezzo e solo per avvalorare la tesi che quella israeliana sarebbe una società felice solo in apparenza, tornati a casa dal lavoro, gli israeliani non si interessano di ciò che gli accade intorno, ma preferiscono ubriacarsi nei bar o chiacchierare di argomenti superficiali col vicino di casa.
Danna, per convincere il lettore della sua tesi, riporta le dichiarazioni di alcuni israeliani critici col loro Stato e coi giovani : "Non so dove sarò tra dieci anni, probabilmente Israele non esisterà più perché distrutta da una bomba atomica ma, anche se continueremo a esistere, che paese avremo? Se non costruiamo una società critica e liberale, corriamo il rischio di lasciare Israele nelle mani di estremisti religiosi. Sono loro che riempiono le piazze, mentre noi beviamo il caffè". Ecco il nodo centrale del pezzo. Israele sta piombando in un baratro ed è per colpa sua, perchè i suoi cittadini non sono abbastanza critici, preferiscono lasciare lo Stato in balia degli estremisti religiosi'.
L'Iran, Hamas, Hezbollah, la Siria non vengono menzionati, evidentemente non sono loro la vera minaccia per Israele...
Ecco l'articolo:
«Hai mai sentito parlare della sindrome di Tel Aviv?», chiede Shira mentre, creando piccoli cerchi di fumo con la bocca, cerca di spiegare ai suoi interlocutori storditi dal gin tonic pomeridiano, cosa significhi vivere nella città israeliana.
«Qui avere avventure è la cosa più facile del mondo, ma quando arriva la mattina, un buon caffè e arrivederci. Non si richiama quasi mai. Una volta, dopo aver trascorso la notte con un ragazzo, gli ho chiesto se voleva pranzare con me e lui ha detto: "Scusami ma ho la sindrome"».
«Beh - interviene Jean, che ha appena vinto una borsa di studio all'Università di Tel Aviv e si atteggia già a professore - come New York negli anni Ottanta o Parigi e Londra durante i Settanta?».
«Lì si trattava di libertà sessuale, promiscuità, rivoluzione... - chiarisce Shira con tono calmo e sensuale - , per noi è diverso: è impossibile immaginare una relazione stabile quando sai che un missile o un kamikaze possono colpirti da un momento all'altro».
Benvenuti a Tel Aviv 2010, la patria del presente continuo.
La ripresa dei negoziati di pace tra Israele e Palestina non è nell'agenda dei giovani che, come la biondissima Shira, affollano dalla mattina alla sera i bar. «Una bolla», come la chiamano nel paese (e a cui il regista israeliano Eytan Fox ha dedicato il film
The Bubble ), che rimbalza su territori occupati e grandi questioni internazionali: «I giovani non credono più che le cose possano cambiare - spiega al tavolo del ristorante Suzana, lo scrittore 33enne Ron Leshem, diventato famoso in tutto il mondo con il libro Tredici soldati (Rizzoli).
«Sono stanchi di guerra, news, politica. Hanno perso qualsiasi speranza nel futuro, vivono alla giornata».Leshem,uno dei primi ariportare l'orrore della guerra e le contraddizioni della realtà nella narrativa israeliana, racconta che i suoi coetanei sono chiusi nell'individualismo: «Le nuove generazioni sono ossessionate dal presente, e il presente molto spesso si riduce a sesso, clubbing e alcolici».
Dan Kolodny gestisce uno dei locali più frequentati della città, il Mendelimus ad Hayarkon, cuore della vita notturna di Tel Aviv. Dan accoglie in media 500 clienti a sera. Ti guarda distratto e racconta che nella bolla non c'è differenza tra i giorni della settimana: «I ragazzi vogliono divertirsi e sono disposti anche a spendere tanto. Un cocktail qui costa 12 dollari».
Con un Pil pro capite di 27mila dollari e una media annua di crescita del 7%, l'economia israeliana è solida. Non è la crisi a fare paura.
«Fino ai 40 anni gli israeliani devono trascorrere ogni anno un periodo nell'esercito: quando tornano hanno bisogno di disconnettersi completamente dalla realtà », spiega Dan.
Anche per questo certe parole sono tabù nei locali di Neve Tzedek. Molti se ne infischiano, altri, come Leshem, sono indignati: «Mi vergogno di parlare di politica o di guerra per strada, non è cool. A venti minuti di macchina dal bar dove stai bevendo una vodka ci sono territori occupati e ingiu-stizie, ma nessuno sembra accorgersene». Un'indifferenza che si riscontra anche a Gerusalemme. Adi Nes, noto fotografo israeliano, racconta che ai piedi della collina dove ha sede la Bezalel Academy of Arts and Design, vivono famiglie palestinesi. «Sono trasparenti per studenti e insegnanti, perché anche nelle scuole si pensa solo a quello che accade nelle aule e non fuori».
Nes è più clemente di Ron con i giovani del suo paese: «È una generazione che si ribella alla realtà, vogliono vivere come se si trovassero in qualsiasi altra capitale occidentale ».Secondo un report del2007,citato dall'ultimo numero di Time, il 97% degli ebrei di Israele si definirebbe felice, di questi un terzo molto felice. «Nel paese - dice Nes - non esiste una via di mezzo: viviamo sospesi tra una felicità apparente, che si nutre di qualità della vita, divertimenti, hi-tech, e un'infelicità che mangia tutto all'improvviso. Sono quasi tre anni che non ci sono attentati in Israele ma appena qualcosa andrà storto ricadremo nel terrore».
La paura non se ne va mai. Nes lo dice in maniera semplice e diretta: «È viva nella testa e nella storia del nostro paese».
Maya Chen, che ha 30 anni e da dieci vive nel quartiere arabo di Jaffa, non si vergogna del fatto che quando finisce di lavorare come videoeditor preferisce chiacchierare con le amiche al mercato delle pulci piuttosto che leggere le news: «Parliamo di guerra e pace fin da bambini, quando diventiamo grandi siamo stanchi... La maggior parte dei media poi sono controllati dal governo che manipola le informazioni. Preferisco non guardarle allora».
Nella città che ha il numero di polizze assicurative sulla vita più basso d'Occidente, insieme alla voglia di diventare adulti anche le usanze più antiche stanno scomparendo: «La sera prima dello Shabbat è tradizione cenare con la famiglia, ma a Tel Aviv da qualche anno va di moda aspettare la festa giocando a poker», racconta Maya.
Un approccio alla vita che fa molta paura a Ron Leshem. «Non so dove sarò tra dieci anni, probabilmente Israele non esisterà più perché distrutta da una bomba atomica ma, anche se continueremo a esistere, che paese avremo? Se non costruiamo una società critica e liberale, corriamo il rischio di lasciare Israele nelle mani di estremisti religiosi. Sono loro che riempiono le piazze, mentre noi beviamo il caffè».
Il MANIFESTO - Zvi Schuldiner : " Il fascismo israeliano, le divisioni palestinesi"

Zvi Schuldiner
Il titolo dell'articolo si intona con il suo contenuto, un insieme di valutazioni che oggi nemmeno più L'Anp sostiene.
Schuldiner scrive : " Il primo ministro israeliano Netanyahu ripete un po’ ciò che aveva fatto il suo predecessore Barak nel 2000: dimostrare, sforzandosi soltanto un po’, che la paralisi del processo di pace è colpa della posizione dei palestinesi. Il premier palestinese Abbas si trascina all’incontro come lo fece, a suo tempo, Arafat: sa che non succederà niente di serio o di sostanza, ma non può smettere di giocare". Nel 2000 lo scopo di Barak era trovare un accordo coi palestinesi, non dimostrare la loro responsabilità per il fatto che i processi di pace precedentemente avviati erano falliti. 'Trasciarsi' non è il verbo adatto a descrivere l'atteggiamento di Arafat. Il terrorista capo dell'Olp semplicemente rifiutò tutte le offerte israeliane. Ciò che interessava ad Arafat non era uno Stato palestinese, ma la distruzione di Israele.
Nel corso dei negoziati del 2000, gli Usa proposero una soluzione che prevedeva che Israele cedesse ai palestinesi il 97% della Cisgiordania, il ritiro completo da Gaza, contiguità territoriale in Cisgiordania e un collegamento diretto con Gaza con un'autostrada e una ferrovia sopraelevate, i quartieri arabi di Gerusalemme est allo Stato palestinese, diritto al ritorno dei profughi nello Stato palestinese. Mentre Israele accettò la proposta, Arafat la rifiutò.
Schuldiner non accusi Barak di aver fatto di tutto per boicottare i negoziati, quando l'unico a farlo fu Arafat.
Schuldiner scrive : " Hamas potrebbe appoggiare silenziosamente i negoziati se intravedesse la possibilità di un risultato pratico, ma teme che che se Abbas e l’Olp conseguissero un progresso reale, ciò li rafforzerebbe nella politica interna palestinese.". Hamas non appoggia mai per nessun motivo i negoziati, per due semplici motivi: 1) non riconosce l'Anp, 2) il suo intento principale è cancellare Israele, non trattare.
Schuldiner individua quelli che, secondo lui, sono gli elementi che renderanno efficaci i negoziati: " Il primo è un cambiamento reale e non solo verbale e demagogico degli intenti colonialisti di Israele, quindi una vera predisposizione alla pace che non nasconda sofisticati sotterfugi per continuare l’occipazione con mezzi più «sottili». Il secondo elemento riguarda la frammentazione della società palestinese, la lotta interna tra l’Olp e Hamas alimentata tra l’altro da diversi paesi arabi. Il terzo è altrettanto importante e serio: non c’è ancora stato un reale cambiamento nella politica degli Stati uniti e di altri paesi occidentali, che continuano ad appoggiare in un modo o nell’altro l’espansionismo israeliano.". Per quanto riguarda il primo punto, le responsabilità israeliane, chiediamo a Schuldiner di essere più specifico e indicare (con sincerità, non in base a opinioni personali non suffragate dai fatti), in quali occasioni Israele si sarebbe opposto alla pace. Per quanto riguarda, invece, la politica di Obama, è difficile sostenere che sia di totale appoggio a Israele. Se con questo Schuldiner intende che Obama non ha chiesto ad Israele di autodistruggersi per fare contento Hamas, allora sì, ha ragione, Obama appoggia Israele. Per il resto, non si può sostenere che non ci sia stato un cambiamento nell'atteggiamento degli Usa nei confronti di Israele da quando Obama è presidente.
Ecco l'articolo:
Il grande show di Washington riflette più i problemi e le necessità del Medio oriente che un reale processo di pace. Dopo essersi guadagnato critiche favorevolima forse frettolose quando sembrava interessato a un processo di pace diverso da quello sperimentato in passato, ora il presidente degli Stati uniti Obama sostanzialmente cerca solo di assicurare un periodo di pace per le prossime elezioni americane. Il primoministro israeliano Netanyahu ripete un po’ ciò che aveva fatto il suo predecessore Barak nel 2000: dimostrare, sforzandosi soltanto un po’, che la paralisi del processo di pace è colpa della posizione dei palestinesi. Il premier palestinese Abbas si trascina all’incontro come lo fece, a suo tempo, Arafat: sa che non succederà niente di serio o di sostanza, ma non può smettere di giocare. Obama cercherà di segnare qualche punto in vista di elezioni la cui questione centrale sarà, con ogni probabilità, una politica economica che aiutamolto il settore finanziario e lascia i salariati e i disoccupati ai loro problemi. Il neoliberalismo, che ha già rafforzato la linea di Reagan negli anni di Clinton, continua a imporsi, più o meno con gli stessi improbabili personaggi in campo economico. Alla guida di una coalizione di estrema destra, Netanyahu manterrà la paralisi che ha già caratterizzato i negoziati del governo precedente: la posizione israeliana è la piena continuità di un processo coloniale che, continuando così, minaccerà il futuro di Israele più di qualunque bomba iraniana, reale o immaginaria. In Israele non si sono registrati cambiamenti essenziali e il predominio del nazionalismo estremo, alleato a forti correnti fondamentaliste, simanifesta nella forma di un crescente deterioramento della società. Forme di maccartismo e di razzismo si coniugano in maniera tale che la xenofobia ormai si manifesta in forme da essere divenuta l’ostacolo più formidabile per qualsiasi reale negoziato di pace. La pace e il fascismo israeliano diventano un binomio antagonista, e in modo brutale. I diversi elementi della grande coalizione nazionalista-fondamentalista e neofascista rappresentano il vero nemico di una pace possibile e alimentano gli elementi più radicali, non solo nella società palestinese ma in tutto il mondo arabo. Nel frattempo all’interno della società palestinese diventa chiaro, molto chiaro, che senza una riunificazione nazionale palestinese i negoziati non sono più che un teatrino diplomatico privo di alcun significato. Il presidente Abbas non rappresenta altro che un pugno di leader che non godono nemmeno dell’appoggio del loro stesso partito. Hamas potrebbe appoggiare silenziosamente i negoziati se intravedesse la possibilità di un risultato pratico, ma teme che che se Abbas e l’Olp conseguissero un progresso reale, ciò li rafforzerebbe nella politica interna palestinese. La maggior parte della popolazione palestinese è stanca della guerra e appoggerebbe una soluzione diplomatica di compromesso, ma le attuali divisioni nella sua leadership rendono molto difficile presentare una proposta forte nei negoziati. Fondamentalmente, tre elementi sono necessari per arrivare a un vero processo di pace. Il primo è un cambiamento reale e non solo verbale e demagogico degli intenti colonialisti di Israele, quindi una vera predisposizione alla pace che non nasconda sofisticati sotterfugi per continuare l’occipazione con mezzi più «sottili». Il secondo elemento riguarda la frammentazione della società palestinese, la lotta interna tra l’Olp e Hamas alimentata tra l’altro da diversi paesi arabi. Il terzo è altrettanto importante e serio: non c’è ancora stato un reale cambiamento nella politica degli Stati uniti e di altri paesi occidentali, che continuano ad appoggiare in un modo o nell’altro l’espansionismo israeliano. Questi elementi sono le condizioni fondamentali, senza di cui il teatri di Washington non potrà trasformarsi un un vero negoziato di pace. Peggio ancora: similmente all’anno 2000, questo potrebbe essere il preludio a un nuovo spargimento di sangue, magari dopo le elezioni di novembre degli Stati uniti.
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 5/9/2010 alle 12:59 | |
5 settembre 2010
Per i pacifisti è un criminale di guerra, invece ha sventato diversi attentati di al Qaeda
L'intervista di Giulio Meotti a John Yoo, il cervello di Guantanamo
Testata: Il Foglio
Data: 04 settembre 2010
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Professor Tortura»
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Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 04/09/2010, a pag. I, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " Professor Tortura ".
 
John Yoo, Giulio Meotti
Centinaia di persone si sono ritrovate recentemente all’American Enterprise Institute, pensatoio neoconservatore di Washington, per ascoltare la lectio magistralis di un pacato professore di diritto arrivato da Berkeley, il tempio della cultura liberal americana. La raccomandazione del giurista John Yoo, sul tema “come sconfiggere il nuovo terrorismo”, è stata molto semplice: “Uccidere più sospetti terroristi”. Fuori dall’edificio attivisti liberal e dei diritti umani manifestavano contro il “professor tortura”. Dal 2001 al 2003, negli anni più difficili della “guerra al terrore” di George W. Bush, John Yoo è stato l’autore dei famosi memorandum che hanno dato via libera all’uso di “interrogatori duri”, alla legittimazione di Guantanamo e alle operazioni clandestine all’estero. In particolare, l’avvocato Yoo ha scritto il memo “Standards of Conduct for Interrogation under 18 U.S.C. § 2340-2340°”, che secondo i critici di Bush ha aperto la strada alla tortura. E’ stato sempre questo giurista di Berkeley, vicino al vicepresidente Dick Cheney, a scrivere il memo legale, datato 25 settembre 2001, che ha legittimato gli attacchi militari preventivi contro gruppi o stati terroristici. Un altro memo di Yoo, datato 9 gennaio 2002, affermava che la convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra non si applica ai terroristi di Guantanamo. La “guerra al terrore” è in gran parte uscita dalla penna e dalla mente di questo luminare del diritto bellico. Per comprendere seriamente cosa è accaduto alla Casa Bianca dopo l’11 settembre 2001 è necessaria la lettura dei suoi libri: “The Powers of war and peace”, “War by other means” e adesso il nuovo libro “Crisis and command”. E’ qui che Yoo spiega le origini giuridiche e storiche della nascita del Patriot Act e del carcere di Guantanamo, i decreti di Bush sulle tecniche di interrogatorio, l’impossibilità di applicare la convenzione di Ginevra ai terroristi di al Qaida e i poteri del presidente come voluto dai Padri fondatori. “Chi mi chiama ‘professor tortura’ lo fa per motivi politici, cercando di nascondere all’opinione pubblica le politiche vere dell’Amministrazione Bush, è gente ignorante dei fatti sulla minaccia di al Qaida”, dice il professor Yoo in questa rara intervista concessa al Foglio. Molto di quello che Yoo potrebbe raccontare è ancora secretato. “Gli Stati Uniti hanno usato metodi di interrogatorio aggressivi su pochi leader al vertice di al Qaida. All’epoca, al Qaida stava pianificando altri attacchi negli Stati Uniti e contro gli alleati europei. L’unico modo per avere informazioni è stato tramite sorveglianza e interrogatori. Le informazioni ottenute tramite gli interrogatori hanno fermato questi attacchi”. Nell’agosto 2002 gli avvocati del dipartimento di Giustizia avevano fornito un parere sullo status legale da accordare ai terroristi islamici catturati in battaglia. L’ufficio aveva risposto con una serie di memorandum scritti dal professor Yoo, uno dei massimi esperti americani di diritto di guerra. Il primo agosto 2002 il vice attorney general, Jay S. Bybee, su richiesta del ministro della Giustizia, Alberto Gonzales, ha firmato un parere, scritto in realtà da Yoo, per definire che cosa fosse “tortura”. Ovvero tutto ciò che provoca la morte o un dolore fisico pari a quello che causa danni permanenti. Nel 2008 un dossier di 81 pagine ha portato alla luce gli argomenti legali dietro la decisione della Casa Bianca di utilizzare la “tortura” dei prigionieri catturati nella guerra al terrorismo. Il documento, elaborato da Yoo e trasmesso al Pentagono alla vigilia dell’invasione dell’Iraq, era noto da tempo nelle sue linee generali, ma è stato pubblicato in versione integrale in base al Freedom of Information Act. Il documento difende l’uso di schiaffi, spintoni, percosse e di farmaci che alterano lo stato mentale e “deformano la personalita”, a patto che non producano “effetti estremi” negli interrogati e sostiene che molte norme del diritto americano e internazionale non si applicano agli interrogatori condotti all’estero. Il memorandum affermava che “le vittime devono provare dolore estremo del tipo associato con ferite mortali o con danni irreparabili a un organo del corpo”. Fra i mezzi contemplati, anche il waterboarding, la celebre simulazione dell’annegamento usata contro il leader di al Qaida Khalid Sheikh Mohammed. Nel 2004, il professor Yoo è tornato a Berkeley. E lì è iniziato un lungo boicottaggio accademico contro di lui. Yoo è oggi uno straniero nell’ateneo più radicale della West Coast, che nel 1964 vide nascere il movimento Free Speech che anticipò il Sessantotto europeo e che fu la culla delle battaglie studentesche contro la guerra in Vietnam. Pochi giorni fa, all’inaugurazione dell’anno accademico, l’università è stata assediata dalle proteste delle associazioni per i diritti civili perché l’ateneo non ha cacciato il “teorico della tortura” di Bush. Yoo è stato accolto da un gruppo di manifestanti incatenati, con i famigerati cappucci neri e le uniformi arancione, gli stessi indossati dai prigionieri di Abu Ghraib e Guantanamo. “War criminal”, criminale di guerra, gridavano i militanti che giorni fa hanno contestato il suo ingresso nell’aula Boalt Hall della facoltà di Giurisprudenza. “Che sia un criminale non c’è dubbio – ha detto il giurista Dan Siegel, legale delle associazioni per i diritti civili – John Yoo a Washington si è macchiato di reati gravi, ha creato le basi ideologiche, politiche e legali per l’uso sistematico della tortura contro degli innocenti”. Altri lo hanno difeso, a cominciare dalle pagine degli editoriali del Wall Street Journal, che hanno assegnato a Yoo una rubrica sul terrorismo. Anche un critico severo delle idee di Yoo, come il giurista di Chicago Cass Sunstein, ha parlato di “demonizzazione” contro il collega di Berkeley. Yoo è stato difeso da un altro esperto di diritto, Alan Dershowitz, che ha parlato di “maccartismo di sinistra”. Il consiglio comunale della cittadina californiana ha approvato una mozione in cui chiede che il docente sia “processato” e bandito dalle università americane. Non è facile cacciare il professore, non soltanto perché a Yoo vengono riconosciuti un indiscutibile magistero e una grande apertura di pensiero, ma perché ad appena quarant’anni ha già un carnet che lascia senza parole: le due lauree più prestigiose in diritto, una a Yale e una ad Harvard; la cattedra a Berkeley; direzioni alla Olin e alla Rockefeller foundation; libri sulla Costituzione, sulla globalizzazione, sui trattati internazionali. Yoo è un maestro del pensiero neoconservatore, si è battuto contro la affermative action, lo strapotere della Corte suprema e crede nella “eccezionalità” americana. La passione conservatrice Yoo l’ha appresa dai genitori, emigrati nel 1967 negli Stati Uniti, quando Yoo aveva tre mesi, profughi sudcoreani, psichiatri e anticomunisti che votavano per Ronald Reagan. Alla Yale Law School, Yoo entrò nella Federalist Society, uno dei maggiori gruppi di pressione intellettuali del conservatorismo americano. Suo mentore diverrà Clarence Thomas, uno dei giudici attualmente più odiati della Corte suprema. Yoo era uno dei pochi studenti di destra a Harvard, il fatto di appartenere a una minoranza ideologica giocò a suo favore, consentendogli di farsi strada negli ambienti dei giuristi conservatori. Nel 1996, quando si trasferì a Berkeley, che gli aveva offerto una cattedra, Yoo sfidò la linea dominante fra i colleghi sul diritto internazionale e sulla libertà bellica americana. Prima dell’11 settembre, Yoo ha aiutato l’Amministrazione repubblicana a rigettare il Tribunale penale dell’Aia, sotto egida dell’Onu. Costretto a viaggiare con la scorta quando fa conferenze, Yoo oggi è inseguito da picchetti di militanti dei diritti umani che paragonano i suoi papers ai documenti nazisti di Norimberga. Amnesty International ha chiesto la sua espulsione dall’ordine degli avvocati americani. Capofila dei giuristi “sovereigntists”, ovvero nemici della giurisprudenza internazionale, Yoo ha appena scritto un tomo di seicento pagine per spiegare che la Costituzione assegna al presidente americano poteri speciali in tempo di guerra. Si intitola “Crisis and command”. C’è chi ha icasticamente riassunto così il cuore del libro: “Più Cesare e meno Senato”. Nel libro Yoo spiega che da George Washington a George W. Bush, l’autorità giudiziaria non ha mai avuto poteri per interferire con l’esecutivo in tempo di guerra e che la convenzione di Ginevra non si applica ai terroristi islamici. Yoo spiega che la storia americana è segnata dal potere del presidente di muovere guerra senza mandato del Congresso. Si va da George Washington che fece la guerra agli indiani nella Ohio River Valley, fino a John Adams che inviò le navi americane contro i francesi. Il Congresso, scrive Yoo, ha dichiarato guerra soltanto cinque volte. Lo stesso ha fatto Bill Clinton, che ha mosso guerra in Bosnia, Kosovo, Iraq, Sudan e Afghanistan, senza passare per l’autorizzazione del Congresso. Da Abraham Lincoln a Franklin Delano Roosevelt, i presidenti hanno giudicato nelle corti militari i nemici senza dover passare dalle corti civili. Il giurista ci spiega così quella che è passata alla storia come la “dottrina Yoo”: “Due sono le cose da ricordare dopo l’11 settembre. E’ una guerra, non soltanto una questione di diritto. Gli Stati Uniti possono usare e muovere attacchi preventivi contro membri di al Qaida senza aspettare il prossimo attentato, mandando l’Fbi a ripulire e a investigare. Inoltre, è una guerra sotto copertura, perché il nemico rifiuta di obbedire alle leggi della guerra civile, si nasconde fra la popolazione civile e il suo obiettivo sono i civili stessi. Le informazioni si ottengono quindi tramite sorveglianza elettronica, ricerca via computer, spionaggio e interrogatori. Così verranno fermati altri attacchi”. Il libro “Crisis and command” afferma che nei momenti critici della storia americana il potere presidenziale è stato decisivo per la vittoria e la sopravvivenza del paese, senza paragoni con il Congresso o la Corte suprema. Nella recensione del Washington Post si legge che “due capitoli finali del libro difendono l’eredità di George W. Bush, ma il cuore del libro è il trattamento favorevole che Yoo estende a cinque grandi presidenti, tutti nella lista dei favoriti dei liberal: Washington, Jefferson, Jackson, Lincoln e Franklin Roosevelt. “Nel mio libro ‘Crisis and command’ spiego il potere presidenziale durante una guerra”, dice Yoo al Foglio. “In guerra, la Costituzione americana espande il potere del presidente perché – in nome della teoria di Machiavelli – i Padri fondatori della nostra Costituzione sapevano che solo l’esecutivo può agire per proteggere il paese in tempo di crisi. La Costituzione investe il presidente, come commander- in-chief, del potere di prendere decisioni strategiche e militari cruciali, di decidere se il nemico combattente sia legale o illegale e come interpretare la convenzione di Ginevra. Nel libro provo anche a spiegare come i presidenti di maggiore successo in America, come Washington, Lincoln e Franklyn Roosevelt, siano stati coloro che interpretavano i poteri costituzionali in modo ampio durante la guerra. I presidenti deboli, come Thomas Jefferson, sono quelli che non esercitarono il proprio potere, cercando invece di risolvere la crisi attraverso altre branche del potere”. Definito da alcuni commentatori come “l’architetto intellettuale della più drammatica affermazione del potere della Casa Bianca dai tempi di Nixon”, Yoo dice che non si pente di nulla di quanto ha fatto dopo l’11 settembre: “Il peggio che puoi fare, ora che la gente è critica delle tue idee, è scappare e nasconderti. E’ importante ricordare sempre le decisioni prese nel contesto dei giorni dopo l’11 settembre, con le informazioni che avevamo e il nemico che dovevamo affrontare. Eravamo appena stati attaccati da un gruppo terroristico che ha ucciso intenzionalmente civili innocenti e voleva distruggere i centri politici e finanziari degli Stati Uniti. Non avevano eserciti, territori o popolazioni. Mascheravano deliberatamente le proprie operazioni fra le attività civili innocenti. Hanno violato, in pratica, tutte le regole di guerra. Penso che l’Amministrazione Bush abbia preso le misure necessarie per combatterli e che sia riuscita non solo a uccidere e catturare i leader di al Qaida, cacciandoli dalla loro base in Afghanistan, ma anche a prevenire attacchi pianificati negli Stati Uniti, in Europa e in Asia”. Yoo non si è mai rimangiato le proprie posizioni. “Tremila dei nostri cittadini sono stati uccisi in un attacco deliberato e questo ci ha costretti a considerare le misure per ottenere informazioni per proteggere il paese da altri attacchi”. L’Amministrazione Obama lo ha appena sollevato da ogni responsabilità, sollecitando una corte federale ad annullare la citazione nei confronti di Yoo, chiamato a rispondere del ruolo avuto nell’elaborazione delle tecniche d’interrogatorio e delle condizioni di detenzione a Guantanamo. Obama ha sostenuto che il contesto “della detenzione e del trattamento di coloro che erano stati qualificati come nemici in un conflitto armato implica questioni di sicurezza nazionale e di poteri di guerra che devono essere ponderati rispetto a un sistema giudiziario di risarcimento economico”. Yoo non lesina critiche all’attuale presidente democratico: “Penso che Obama sia confuso sul fatto se la guerra contro al Qaida sia una guerra vera o un esercizio di autorità giuridica”, prosegue Yoo al Foglio. “Questa confusione indebolisce la sicurezza americana. Obama continua a usare attacchi tramite i droni contro i leader di al Qaida, il che significa che è una guerra. Ma questa Amministrazione vuole usare le corti civili per processare i capi di al Qaida e vuole rinchiuderli nelle carceri americane come se fossero criminali comuni. Eliminare il sistema posto in essere da Bush significherà non poter più ricevere informazioni dai terroristi di al Qaida catturati. Ogni prigioniero avrà diritto a un avvocato (di cui farà senza dubbio richiesta), avrà diritto a rimanere in silenzio, e avrà diritto a un processo veloce. Questo non soltanto mette a rischio le informazioni di intelligence e i metodi degli Stati Uniti e dei suoi alleati, ma costringerà i soldati americani e gli agenti dei servizi segregti a operare come agenti di polizia, inibendo la loro capacità di fare la guerra con successo”. A chi gli obietta che davanti alla legge tutti sono eguali, John Yoo ribatte con una massima di Milton Friedman, premio Nobel dell’economia, liberista e conservatore: “Anteporre l’eguaglianza alla libertà significa perdere entrambe”. Quanto ai dimostranti che ogni giorno presidiano la sua casa in California, il “professor tortura” li liquida così: “Sono la Repubblica Popolare di Berkeley”.
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 5/9/2010 alle 10:48 | |
5 settembre 2010
Iran e Hamas contro i negoziati
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Cronache e commenti di Fiamma Nirenstein, Carlo Panella, Antonio Ferrari, Maurizio Molinari, Dimitri Buffa, Aldo Baquis, redazione del Foglio
Testata:Il Giornale - Libero - Corriere della Sera - La Stampa - L'Opinione - Il Foglio
Autore: Fiamma Nirenstein - Carlo Panella - Antonio Ferrari - Maurizio Molinari - Dimitri Buffa - Aldo Baquis - Redazione del Foglio
Titolo: «Ahmadinejad trema: con la pace crolla tutto - L’Iran: niente pace con Israele - Damiri, il soldato poeta che combatte il piano di Hamas contro i negoziati»
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Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 04/09/2010, a pag. 13, l'articolo di Fiamma Nirenstein dal titolo " La vera condizione: accettare il 'coinquilino' ". Da LIBERO, a pag. 19, l'articolo di Carlo Panella dal titolo " Ahmadinejad trema: con la pace crolla tutto ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 58, l'articolo di Antonio Ferrari dal titolo " Non si deve cedere ad Hamas, bisogna seguire la lezione di Rabin ". Dalla STAMPA, a pag. 15, gli articoli di Maurizio Molinari e Aldo Baquis titolati " L’Iran: niente pace con Israele " e " La trasformazione di Bibi da falco a colomba ". Dall'OPINIONE l'articolo di Dimitri Buffa dal titolo " ". Dal FOGLIO, in prima pagina, l'articolo dal titolo " Damiri, il soldato poeta che combatte il piano di Hamas contro i negoziati ".
Ecco gli articoli:
Il GIORNALE - Fiamma Nirenstein : " La vera condizione: accettare il 'coinquilino' "

Fiamma Nirenstein
Di fronte alla parola pace anche noi cercheremo di essere speranzosi, positivi. Di fatto ce ne sono alcune ragioni: la determinazione dell’amministrazione Obama ad ottenere un risultato; l’evidente passaggio di Netanyahu dal ruolo del politico a quello dello statista che con sguardo ampio sul Medio Oriente agisce anche in base al pericolo iraniano; e per Abu Mazen l’idea che la debolezza interna causata da Hamas possa essere curata solo dall’enorme supporto internazionale che la partecipazione al processo di pace gli può fornire.
Ma è impossibile fare finta di non aver mai visto lo spettacolo di pompa e circostanza offerto a Washington, impossibile dimenticare i tappeti rossi su cui hanno marciato con i leader protagonisti, anche i loro fallimenti. Se aveste chiuso gli occhi durante la cerimonia di Washington, avreste potuto credervi a Madrid nel ’91, sul prato della Casa Bianca nel ’93, a Wye Plantation nel ’98, a Camp David nel 2000, a Aqaba nel 2003, a Annapolis nel 2007... In tutte le occasioni, e la cronista non ne ha mancata una, fra strette di mano e sorrisi si è esaltato il ruolo della leadership «dei bravi», la speranza per «il futuro dei nostri figli», il «futuro di pace per due popoli destinati a vivere fianco a fianco».
Ogni volta l’illusione è stata la stessa, e il mondo ha spinto sempre sulla stessa strada: le rinunce territoriali di Israele avrebbero placato il mondo palestinese. Questo sentiero, che ha prodotto variegati ritiri, fra cui quello da tutte le città palestinesi e quello, unilaterale, da Gaza, ha visto il moltiplicarsi degli attentati. Lo spargimento di sangue è stato terribile proprio in conseguenza e a seguito delle trattative. La prospettiva della condivisione ha sempre moltiplicato il risentimento ideologico per la presenza ebraica sulla «ummah» islamica, e si è esacerbato, a volte in modo ridicolo, il diniego del fatto evidente che Israele non sia certo un’estraneo sulla terra divenuta cruciale proprio per la scoperta, quattromila anni fa, del monoteismo ebraico.
Ma Netanyahu ha preparato una sua strada. Ha portato il Likud e il suo governo a accettare la formula «due stati per due popoli», con grave rischio per la sicurezza ha tolto un gran numero di check point, ha promosso le riforme economiche del premier Fayyad, e ha compiuto il gran gesto del congelamento degli insediamenti. Ramallah è una bella città dove vale la pena vivere in pace; a Jenin, culla del terrore, è stato aperto un cinema multisala... Ma il comma di questo atteggiamento è il cambiamento strategico di Bibi, che a Washington ha posto due condizioni per la pace, mai state prioritarie: la sicurezza, ovvero la garanzia che un nuovo Stato Palestinese non diventi una succursale missilistica iraniana come Gaza, e che sia demilitarizzato; e il riconoscimento dello Stato d’Israele come stato del popolo ebraico. Abu Mazen ha subito risposto dicendo che non può accettare, e ha riproposto i suoi temi: l’occupazione, Gerusalemme, i profughi. Lui che è un profugo di Safed, non potrebbe fare diversamente.
Ma forse si tratta di una prima dura risposta di facciata, come la precondizione di riconfermare il congelamento per proseguire i colloqui. Anche su questo punto c’è già stato il no di Netanyhu. Ma lo stop alle costruzioni, l’ammissione dei profughi, il ritiro territoriale... tutto questo può essere frastagliato, negoziato, selezionato, per fasi, per zone, per tempi. C’è solo una cosa che deve essere scelta una volta per tutte, e Bibi l’ha capita bene: la decisione di accettare il proprio vicino. Abu Mazen non l’ha ancora fatto. Anche se usa duramente la sua polizia contro Hamas, lo dimostra in tante occasioni come quando ha recitato la sura del Corano per l’apoteosi dell’anima di Amin Al Hindi, il capo dell’eccidio di Monaco del ’72, quando undici atleti israeliani furono trucidati. O quando accetta che una piazza di al Bireh venga intitolata a Dalal Mughrabi, la terrorista che uccise 37 civili israeliani e ne ferì 71 su un autobus. Questo è il nodo: sicurezza e accettazione. Altrimenti i ragazzi palestinesi cresceranno nell’idea che sia la violenza contro gli israeliani la vera soluzione, e non un trattato di pace. Abu Mazen sa che gli ebrei hanno sempre abitato a Safed senza mai andarsene, nei millenni. Che hanno affrontato condizioni molto dure pur di non lasciare la loro terra. Forse non vuole rinunciare all’idea di tornare a Safed, ma sa di aver sempre avuto un appassionato, ben radicato coinquilino.
LIBERO - Carlo Panella : " Ahmadinejad trema: con la pace crolla tutto "

Carlo Panella
Non stupisce la notizia che 13 organizzazioni estremiste palestinesi - tra cui quella Hamas che tanti in Italia e in Europa indicano come interlocutore affidabile - abbiano annunciato una nuova ondata terrorista per far saltare le già difficili trattative tra Israele e Anp. Si sono già viste all’ope - ra negli anni e nei mesi scorsi e non è un caso che l’ultima loro vittima, pochi giorni fa, sia stata una donna israeliana incinta: questo è il loro stile. Non stupisce anche perché tutte queste organizzazioni, a iniziare da Hamas, sono sponsorizzata e armate dall’Iran di Ahmadinejad. Viste da Teheran, infatti, queste trattative sono ben più pericolose e inquietanti di quanto non siano le sanzioni dell’Onu che non funzionano perché decine di stati (incluse Cina e Turchia) sono impegnati ad eluderle. Se mai si arrivasse infatti ad un accordo tra Abu Mazen e Bibi Netanyahu e nascesse, con l’accordo di Israele, uno Stato palestinese, il regime di Teheran si troverebbe enormi difficoltà.
BASTA INSTABILITÀ
Innanzitutto perché cesserebbe quello stato permanente di instabilità che da 62 anni caratterizza tutto il Medio Oriente, favorendo la strategia degli ayatollah: esportare la rivoluzione khomeinista. È grazie a questa instabilità che Teheran è già riuscita a costruirsi due formidabili teste di ponte sul Mediterraneo (la Gaza di Hamas e il sud Libano di Hezbollah) e tenta ora di impiantarsi in Yemen (là dove i ribelli sciiti di al Houti, già controllano la regione di Sada), negli Emirati Arabi (in cui sobilla le forti minoranze sciite) e soprattutto di giocare le proprie carte nella crisi di passaggio del regime dell’Egitto dalle mani di Hosni Mubarak e quelle, inesperte, di suo figlio Gamal. Ma quello che più teme il regime di Teheran è altro. Come spiega da anni l’eccellente re di Giordania Abdullah II, se nascesse uno Stato palestinese, si creerebbe la possibilità di far crescere in pochissimi anni una formidabile area di sviluppo economico con due poli all’avanguardia sia sotto il profilo industriale che economico (Turchia e Israele), e con una grande area di estensione che comprende anche Stato palestinese, Giordania, Iraq e lo stesso Egitto. Non va dimenticato che già ora, sotto la guida del premier palestinese, l’economista Salam Fayyed, e col pieno appoggio del governo di Gerusalemme, l’economia della Cisgiordania - pur occupata - si sviluppa ad un ritmo di crescita addirittura superiore a quello di Israele stesso. Ma questa nuova macroregione, non sarebbe solo, tenuta assieme da straordinari (e produttivissimi) interessi economici, perché costituirebbe un formidabile contrafforte al disegno strategico iraniano.
SVILUPPO E CRESCITA
Se si dimostrasse, nei fatti, che collaborando con Israele e sotto il patrocinio degli Usa e dell’Occidente è possibile costruire nei paesi arabi sviluppo, crescita economica e sociale, agiatezza e infine stabilità politica (quindi riforme), si sarebbe creato il principale anticorpo per arrestare la capacità di espansione in Medio Oriente del regime di Ahmadinejad. Questa, peraltro, è anche l’unica, vera ragione di ottimismo sull’esito della trattativa iniziata alla Casa Bianca. La mediazione tra Israele e Anp è piena di nodi apparentemente non risolvibili. Ma tutti i paesi arabi, a iniziare dall’Arabia Saudita e dall’Egitto, per la prima volta fanno oggi pressione su Abu Mazen perché ceda, non certo per amore di Israele, ma perché sanno che solo Israele li può difendere dall’Iran. Ennesimo paradosso a cui li ha portati la cecità strategica dei Paesi arabi negli ultimi 62 anni.
CORRIERE della SERA - Antonio Ferrari : " Non si deve cedere ad Hamas, bisogna seguire la lezione di Rabin "

Antonio Ferrari
L’errore più grave sarebbe di lasciarsi intimidire dalle minacce terroristiche degli estremisti palestinesi e di permettere che queste indeboliscano un negoziato che è appena nato e si trova ancora nella culla delle intenzioni. Buone intenzioni, si spera.
Ora l’annuncio, con tanto di conferenza stampa a Gaza, di Abu Obeidah, portavoce delle brigate Ezzedim al Qassem, braccio militare di Hamas, in rappresentanza delle 13 formazioni estremiste «pronte a colpire violentemente i sionisti in ogni luogo e in qualsiasi momento», non deve sconvolgere né condizionare.
Era previsto, anzi quasi scontato che il passo compiuto a Washington dal premier israeliano Benjamin Netanyahu e dal presidente dell’Anp Abu Mazen avrebbe scatenato i fanatici palestinesi e provocato l’ira dei coloni ebrei più estremisti, anch’essi contrari a compromessi e concessioni.
È un film che abbiamo visto decine di volte. E che dimostra quanto sia grande il coraggio di due nemici che hanno deciso di sedersi allo stesso tavolo e di stringersi la mano. Costretti ad assistere alle baruffe politiche di casa nostra, forse dimentichiamo che a due o tre ore di volo dalle nostre vacanze c’è chi, impegnandosi in delicati colloqui di pace, rischia davvero la vita.
Le minacce dell’ala militare di Hamas, che non riconosce il ruolo del presidente Abu Mazen, sono la prova che a Washington l’avvio dei colloqui è stato importante e significativo. Il presidente palestinese sa bene di compromettere le speranze di ricucire i rapporti con i fondamentalisti di Hamas. E Netanyahu sa che farà infuriare l’estrema destra del suo governo. Ma insieme hanno deciso di andare avanti seguendo la lezione del premier Yitzhak Rabin, ucciso mentre cercava di costruire la pace: «Negoziare come se il terrorismo non ci fosse, e combattere il terrorismo come se non esistesse il negoziato».
La STAMPA - Maurizio Molinari : " L’Iran: niente pace con Israele "

Maurizio Molinari
L’Iran e gli Hezbollah tuonano contro il negoziato di pace ripreso a Washington mentre israeliani e palestinesi lavorano per preparare l’agenda del prossimo summit, che si svolgerà a Sharm el-Sheik.
Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha definito i negoziati «nati morti e condannati al fallimento» parlando a Teheran durante una manifestazione pro-palestinese per il «Giorno di Gerusalemme» celebrato dagli sciiti. «Abu Mazen è un ostaggio dei sionisti e i colloqui che ha iniziato a Washington sono illegittimi» ha aggiunto Ahmadinejad, ammonendo il presidente dell’Autorità nazionale palestinese a «non fare concessioni in nome di un popolo che non rappresenta». «Chi gli ha dato il diritto di svendere un pezzo di terra palestinese? Il popolo palestinese e quelli della regione non glielo consentiranno» ha tuonato, assicurando la folla che «la sorte della Palestina sarà decisa dalla resistenza e non a Washington, Parigi o Londra, se i leader della regione non ne hanno la forza saranno i popoli a rimuovere il regime sionista dalla faccia della terra». I manifestanti erano decine di migliaia ed hanno gridato «Morte all’America, morte a Israele» innalzando caricature offensive di Barack Obama e cartelli con la scritta «Gerusalemme è nostra».
In marcata convergenza di toni e termini con Ahmadinejad, ha parlato dal Libano Hassan Nasrallah, leader del partito filo-iraniano Hezbollah, durante un discorso tv nel quale ha affermato che «tutta la Palestina dal Mediterraneo al fiume Giordano appartiene solamente ai palestinesi, agli arabi e ai musulmani e nessuno ha diritto a cederne un grano di terra o una goccia d’acqua». L’affondo contro il negoziato è stato ripetuto, duro e diretto: «Neanche una singola strada di Gerusalemme potrà mai essere la capitale di uno Stato immorale e illegale chiamato Israele, queste trattative sono nate morte perché la grande maggioranza dei palestinesi è contraria al principio di negoziare con Israele così come lo siamo noi». Da qui l’appello a «continuare la resistenza che è l’unica via alla vittoria» anche perché «Israele è in grande crisi» e «gli Usa non sono più in grado di combattere guerre in questa regione del mondo».
Le parole di Ahmadinejad e Nasrallah confermano come Teheran sia l’avversario strategico dichiarato del processo di pace, e l’Egitto di Hosni Mubarak ha reagito cancellando la visita al Cairo che lunedì avrebbe dovuto fare il ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki. Proprio Mottaki aveva definito nei giorni scorsi «traditori» i leader arabi come Mubarak che sostengono il negoziato diretto e l’Egitto ha voluto mandare un segnale che si sovrappone alla conferma che sarà Sharm el-Sheik, nel Sinai, ad ospitare il 14 e 15 settembre il prossimo summit fra Netanyahu, Abu Mazen e Hillary Clinton. In preparazione di tale vertice i negoziatori israeliano, Yizhak Molcho, e palestinese, Nabil Shaat, si vedranno lunedì a Gerico, in Cisgiordania, per discutere degli aspetti del dossier sicurezza che dovranno essere inclusi nel «Framework Agreement» sulla base del quale si dovrebbe arrivare all’accordo finale entro un anno. Il premier israeliano ha fatto sapere di essere disposto a prendere in considerazione l’ipotesi di un referendum sui contenuti del «Framework Agreement» prima della sigla finale.
Da Ramallah invece si è appreso che Abu Mazen, durante l’incontro bilaterale con Netanyahu a Washington, gli ha consegnato copia degli accordi raggiunti con il precedente premier Ehud Olmert per fargli sapere «fino a dove eravamo arrivati». Netanyahu ha reagito prendendo appunti e commentando: «Mi interessa ogni cosa che dici».
L'OPINIONE - Dimitri Buffa : " Hamas risponde a Obama: colpiremo Israele ovunque nel mondo "

Dimitri Buffa
“Colpiremo Israele e i suoi interessi e i suoi alleati ovunque nel mondo”. Hamas risponde così alla mano tesa di Barack Obama e alla ripresa dei negoziati diretti tra israeliani e palestinesi, più o meno ragionevoli, dell’Anp. E per farlo convoca addirittura una conferenza stampa in quel di Gaza. Ed infatti ben tredici gruppi palestinesi armati hanno deciso di unire le proprie forze per dare vita a un'escalation di attacchi contro Israele. Ad annunciarlo è stato proprio il portavoce delle Brigate Ezzedin al-Qassam, gruppo armato che prende ordini dai vertici di di Hamas, Abu Ubeyda. L’obiettivo dichiarato è di far fallire i negoziati diretti tra Anp e Israele, iniziati l’altro ieri a Washington. Le 13 fazioni terroristiche armate palestinesi hanno organizzato un coordinamento delle loro attività contro lo Stato ebraico. “Annunciamo che siamo entrati in una nuova fase della resistenza palestinese - ha affermato Abu Ubeyda - si tratta di una fase avanzata del lavoro jihadista che lascerà il segno sul nemico occupante”. Oltre ad Abu Ubeyda, hanno preso parte alla conferenza stampa altri uomini a volto coperto in rappresentanza dei vari gruppi armati tra cui le Falangi di al-Quds, braccio armato della Jihad islamica, le Brigate Abu Ali Mustafa, le Brigate Jihad Jibril, le Brigate al-Nasr, le Brigate Saif al-Islam, le Brigate dei martiri di al-Aqsa - sezione Nabil Masoud e altre piccole formazioni di criminali sciolti.
Particolarmente allarmanti le dichiarazioni, alle precise domande di alcuni cronisti, di Abu Ubeidah che ha proclamato che “il nemico sionista sarà colpito in ogni luogo e in qualsiasi momento”.
Cosa che fa temere anche dirottamenti aerei e attacchi in paesi stranieri sul modello di Monaco 1972. “Tutte le opzioni sono aperte”, ha aggiunto, rispondendo a una domanda sulla possibilità che siano lanciati razzi contro Tel Aviv a partire dalla striscia di Gaza. Il portavoce delle Brigate Ezzedin al Qassam ha inoltre chiesto all'Autorità nazionale palestinese di “cessare gli arresti” di simpatizzanti di Hamas in Cisgiordania, prefigurando l’apertura di un ulteriore fronte terroristico interno, la cosiddetta “intrafada”.
D’altronde che l’aria fosse questa si era capitato già dal tono della rivendicazione dell’agguato mortale ai quattro cittadini ebrei di Hebron nei giorni scorsi, quelli che la pubblicistica del pensiero unico conformista si compiace di chiamare “coloni”, come a giustificarne o sminuirne l’uccisione. In quella triste occasione Hamas aveva infatti detto che “Abu Mazen non può negoziare la pace per tutti i palestinesi”. E per ribadire il concetto il giorno dopo erano stati feriti seriamente altri due cittadini israeliani. Solo Obama sembra non capire che il binario su cui si sta muovendo è “morto”.
La STAMPA - Aldo Baquis : " La trasformazione di Bibi da falco a colomba "

Bibi Netanyahu
Il volto è indubbiamente quello ben noto del leader del Likud, Benjamin Netanyahu. Ma i testi da lui lanciati da Washington avevano un sapore antico: «Abu Mazen - ha esclamato - vedo in lei un partner di pace». E ancora: «Il terrorismo non ci impedirà di avanzare sulla strada verso la pace». E ancora: «Sono venuto qua per cercare di conseguire una pace stabile, che duri per generazioni...». Possibile, si sono chiesti ieri non pochi israeliani, che il «falco» di sempre stia trasformandosi in una «colomba»? Un nuovo Rabin? O almeno un nuovo Sharon?
Fra quanti scommettono che questo sia il caso vi è il presidente Shimon Peres, che negli ultimi mesi ha conversato a lungo con Netanyahu a quattr’occhi. Ottimista a prova di bomba, Peres fu fra i primi ad intuire che Sharon non era più quello di una volta e il ritiro da Gaza del 2005 gli diede poi ragione. Adesso Peres è persuaso che un processo simile sia in corso nell’intimo di Netanyahu. «Il vertice di Washington - ha commentato - è stato molto promettente».
«Netanyahu ha adottato a Washington la retorica di Rabin, e anche alcune delle sue posizioni politiche», sostiene Ari Shavit, un commentatore politico di Haaretz. Che però aggiunge: «Ma il premier è nato a Gerusalemme, mentre Abu Mazen è un profugo di Safed, in Galilea. Con radici del genere dovranno dare prova di grande pragmatismo, sarà difficile».
Una settimana fa Netanyahu si era concesso due giorni di relax con la moglie, in Galilea. Si è poi appreso che nelle ore di riposo ha voluto rileggere la biografia di Winston Churchill, sentendosi forse a tu per tu con la Storia. E prima di decollare per Washington ha chiesto la benedizione del padre: lo storico, centenario, Ben-Zion Netanyahu che ha grande influenza su di lui.
«Netanyahu - conferma il ministro laburista Avishai Braverman - ha adesso l’opportunità di svolgere un ruolo storico per Israele. Se non spartiremo adesso questa terra con i palestinesi, saremo condannati a vivere in uno Stato binazionale. Un pericolo immenso per il futuro del sionismo. Netanyahu beneficia di un forte sostegno politico: occorre assolutamente che attraversi il Rubicone».
Ma la biografia politica del premier è ben nota in Israele e dunque sulla ipotesi che Netanyahu inverta la propria linea politica tradizionale i commentatori vanno con i piedi di piombo. «Può darsi che a Washington abbia solo fatto una sceneggiata», ipotizzano Maariv e Yediot Ahronot. Eppure, malgrado tutto, in Israele si respirava ieri un cauto ottimismo: perché gli americani hanno organizzato un incontro modesto, ma realistico; perché al fianco di Abu Mazen c’erano importanti leader arabi, e perché Hillary Clinton e George Mitchell seguiranno i colloqui da vicino. Anche l’ira espressa dall’Iran e dai dirigenti di Hamas riguardo al vertice potrebbe significare che, malgrado tutto, un accordo anche parziale fra Israele e Anp non sia da escludere.
Il FOGLIO - " Damiri, il soldato poeta che combatte il piano di Hamas contro i negoziati "

Salam Fayyad
Roma. Il generale Adnan Damiri ha trascorso tutta la vita a dare la caccia agli uomini di Hamas. E’ l’“Intrafada”, la guerra fra Hamas e Fatah per il controllo di West Bank che si è intensificata mentre a Washington Abu Mazen e Bibi Netanyahu siedono al tavolo del negoziato. L’Intrafada è una guerra a colpi di arresti, uccisioni, sparizioni, torture e persecuzioni di cui Damiri sarebbe il grande tessitore. Il generale è responsabile della sicurezza in Cisgiordania per conto del primo ministro palestinese Fayad. Suo il recente blitz in cui, dopo la strage dei coloni ebrei a Hebron, sono stati arrestati trecento membri di Hamas. E’ facile capire perché gli islamisti lo vogliano morto. A fine agosto Damiri, pragmatico e cinico come pochi altri nella leadership di Fatah, ha bandito gli imam più fondamentalisti dalle moschee di Ramallah. Il loro incitamento all’odio mal si confà con il pragmatismo economico di Fayad. Anche Damiri ha le sue cicatrici, avendo trascorso sedici anni in carcere in Israele, da quando fu arrestato nel 1975 nei fuochi dell’Intifada. Noto come “il poeta” per i suoi versi sulla Palestina, Damiri non ha esitato a sbattere in galera gli amici più stretti, come il leader di Hamas a Nablus Jamal Mansour. Nel 1991 Damiri scrisse un articolo su al Fajr: “Il sogno dell’Intifada è diventato un incubo”. Oggi i capi di Hamas lo accusano di averli “venduti” a Israele. Nel 1995 il generale andò a seguire un corso di addestramento negli Stati Uniti. “Ho sempre visto l’America come il nemico, ma ora è d’aiuto ai palestinesi”, dirà al ritorno nella sua Tulkarem. Pare che negli States abbia appreso le migliori tecniche di interrogatorio “duro”. Le stesse che oggi tornano utili a Fayad.
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 5/9/2010 alle 10:30 | |
4 settembre 2010
Gheddafi ha ragione quando predice l'islamizzazione dell'Europa
Mario Deaglio se ne accorge, Ian Buruma preferisce nascondere la testa sotto la sabbia
Testata:La Stampa - Corriere della Sera
Autore: Mario Deaglio - Stefano Montefiori
Titolo: «Ma sul futuro il Colonnello ha ragione - Gli islamici europei non ascoltano l’appello alle armi del Colonnello»
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Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 01/09/2010, a pag. 1-33, l'editoriale di Mario Deaglio dal titolo " Ma sul futuro il Colonnello ha ragione ". Dal CORRIERE della SERA,a pag. 6, l'intervista di Stefano Montefiori a Ian Buruma dal titolo " Gli islamici europei non ascoltano l’appello alle armi del Colonnello ".
Ecco i due articoli, preceduti dai nostri commenti:
La STAMPA - Mario Deaglio : " Ma sul futuro il Colonnello ha ragione "
 
Walter Laqueur, Gli ultimi giorni dell'Europa
Il commento di Mario Deaglio è interessante, apre uno spiraglio su un argomento considerato tabù in Europa, ossia la sua trasformazione in Eurabia. In questo senso Gheddafi ha ragione quando parla di islamizzazione dell'Europa.
Purtroppo Deaglio non va oltre. Sarebbe utile, invece, far conoscere ai lettori, le percentuali di Eurabia per i prossimi 40-50 anni. La demografia islamica non è un'invenzione da islamofobi, ma la realtà dei fatti.
In 40-50 anni l'Europa sarà a maggioranza islamica per via del maggiore tasso di natalità degli immigrati islamici rispetto alla popolazione europea.
A tal riguardo consigliamo la lettura del libro Gli ultimi giorni dell'Europa, di Walter Laqueur (autore consigliato anche nella rubrica 'Libri Raccomandati' di IC : http://www.informazionecorretta.com/main.php?sez=300&cat=rubriche&b=30002&ord=author).
Walter Laqueur, storico nato in Europa (1921) e vissuto in Israele dal 1938 al 1953 prima di trasferirsi negli Stati Uniti, è considerato uno dei massimi studiosi della storia europea del XX secolo e si occupato, nei suoi molti libri, di fascismo, sionismo, terrorismo e antisemitismo.
Ecco l'articolo di Mario Deaglio:
La visita del colonnello Gheddafi, con le sue modalità a dir poco insolite, ha presentato elementi di forte sgradevolezza e ha impressionato l’opinione pubblica per quello che è stato percepito come un forte accento antieuropeo e anticristiano. Occorre però distinguere gli elementi soggettivi di questa sgradevolezza, legati alla fondamentale incompatibilità del personaggio con l’opinione pubblica italiana ed europea, dagli elementi oggettivi. E qui, purtroppo, occorre prendere atto di un’amara verità: quando parla del futuro dell’Europa e dell’Africa, il colonnello ha sostanzialmente ragione.
Dietro al suo discorso ci sono cifre non confutabili. Nelle più recenti statistiche demografiche delle Nazioni Unite, la popolazione dell’Europa nel suo complesso è valutata a circa 730 milioni, Russia compresa (circa 450 se si considera soltanto l’Europa Occidentale); gli abitanti dell’Africa «nera», ossia dell’Africa sub sahariana sono circa 860 milioni. C’è quindi poco più di un africano «nero» per ogni europeo, mentre sessant’anni fa c’erano quasi tre europei per ogni africano. Intorno al 2030, secondo proiezioni statistiche attendibili, gli africani «neri» per ogni europeo saranno quasi due.
La popolazione africana «nera» cresce infatti di oltre 20 milioni l’anno e per conseguenza raggiungerà il miliardo nel 2017, nel 2020 sarà attorno a un miliardo e 80 milioni, nel 2030, in un’ipotesi media di crescita, circa 1300 milioni. La popolazione europea rimarrà stazionaria fino al 2020 e comincerà a perdere oltre un milione di persone l’anno dopo quella data. Queste cifre già lasciano supporre che la popolazione dell’Africa sub-sahariana sia, dal nostro punto di vista, incredibilmente giovane, e le cose stanno effettivamente così: circa il 60 per cento degli africani «neri» ha meno di 25 anni mentre appena l’8 per cento ne ha più di 65; in Europa i dati corrispondenti sono pari a circa la metà per i giovani - che sono quindi il 30 per cento del totale - e circa il doppio per gli anziani, pari al 16 per cento del totale. Questo divario è destinato a peggiorare in maniera abbastanza sensibile nei prossimi due o tre quinquenni.
Questi sono i dati difficili da digerire - specie se vengono raccontati con semplici allusioni da parte di qualcuno che usa un tono che comunque a noi sembra stravagante o addirittura sprezzante, se l’oratore è offensivo con le donne e arrogante con la nostra religione - ma vanno digeriti. In confronto a noi gli africani «neri» sono mediamente poverissimi, vivono in una realtà in cui spesso è presente la guerra, sono assillati dall’Aids, in buona parte soffrono la fame, hanno un reddito per abitante (per quello che può valere questa misura) stimato attorno agli 800 - 1500 dollari contro i 30-40 mila dollari degli europei. Il lettore si ponga nei panni di un capofamiglia africano che ha a cura l’avvenire dei suoi figli: prende i suoi risparmi e a quello che ritiene più in gamba procura un posto su un autobus incredibilmente stipato sul quale le valigie di cartone sono un lusso.
L’autobus si incammina per le piste della savana che, per i capricci della geografia, in due casi su tre finiscono in Libia evitando sia le catene montuose sia i deserti più duri. E qui entra in scena il colonnello Gheddafi del quale si può correttamente dire che, dal punto di vista degli africani, detiene le chiavi del Paradiso europeo; e molto sgarbatamente e molto duramente chiede agli europei di pagarlo per tenere chiusa la porta. Gheddafi ha fatto un riferimento alle «invasioni barbariche» che non è troppo scorretto: i barbari che si presentavano alle porte dell’Impero Romano circa 1700 anni fa solo raramente avevano propositi bellicosi, assai più spesso erano affamati. E per tenerli lontani i Romani quanto potevano facevano affidamento su popolazioni-cuscinetto; Gheddafi propone la Libia per questo ruolo.
Per dire «no» a Gheddafi non bastano le parole, è necessaria una proposta alternativa. Questo governo non sembra certo averla, come non sembra averla l’intera classe politica europea; e bisogna ricordare che qualsiasi proposta alternativa ha un prezzo. Tale prezzo potrebbe essere inizialmente molto elevato, specie se si prevedono iniziative che comportino forti investimenti in Africa, magari con prospettive di mutuo vantaggio economico futuro dell’Africa e dell’Europa.
L’opinione pubblica europea dovrebbe convincersi che, in qualche modo, il prezzo va pagato e che le condizioni di calma alle frontiere meridionali non dureranno in eterno. E potrebbe anche concludere che, tutto sommato, i cinque miliardi chiesti dal colonnello sono ragionevoli: dopotutto si prende lui l’incarico di respingere i possibili migranti mentre noi siamo liberi di guardare dall’altra parte, seguire con grande attenzione le vicende del calcio, uno sport in cui i neri sono guardati con sospetto anche quando hanno un passaporto italiano, e continuare a parlare dei princìpi che hanno fatto grande l’Europa, in nome dei quali il resto del mondo dovrebbe continuare a trattarci con rispetto.
CORRIERE della SERA - Stefano Montefiori : " Gli islamici europei non ascoltano l’appello alle armi del Colonnello "

Ian Buruma
Ian Buruma preferisce nascondere la testa sotto la sabbia, come scrive Stefano Montefiori, Buruma : " giudica poco preoccupante lo show di Gheddafi a Roma. Almeno quanto al rischio reale di una islamizzazione più o meno strisciante dell'Europa ". In base a quli dati Buruma può sostenere le sue tesi?
Buruma, nel corso dell'intervista dichiara : "La minoranza islamica in Europa è innanzitutto europea. Il tentativo dei terroristi di radicalizzarla e di farne la quinta colonna di una conquista del continente non è mai riuscito (..)La questione della convivenza tra europei da più generazioni e immigrati musulmani è naturalmente fondamentale, ma mi sembra poco serio pensare davvero a un’Europa islamizzata ".
La trasformazione dell'Europa in Eurabia non è dovuta tanto alla conversione dei cristiani, quanto alla moltiplicazione degli islamici. Secondo le percentuali fornite da Walter Laqueur nel suo libro Gli ultimi giorni dell'Europa, entro 40-50 i musulmani supereranno i cristiani in Europa, basta considerare i diversi tassi di natalità degli immigrati islamici e degli europei.
D'altro canto, sono gli islamici stessi a dire nei loro discorsi, che vinceranno la guerra contro l'Occidente grazie alla demografia più che alle armi. La popolazione europea diventerà a maggioranza islamica, per questo sarà Eurabia, sottovalutare dati e statistiche non invertirà questo processo.
Ecco l'intervista:
PARIGI — Torna tra gli islamici il sogno di un Grande Califfato che arrivi a lambire l’Europa fino a occuparla tutta?
«Torna forse nella mente di Gheddafi, ma sono molto scettico sulla presa delle sue dichiarazioni all'interno della minoranza musulmana europea». Lo storico e saggista Ian Buruma, 58 anni, autore tra gli altri di «Occidentalismo. L'Occidente agli occhi dei suoi nemici» (Einaudi), giudica poco preoccupante lo show di Gheddafi a Roma. Almeno quanto al rischio reale di una islamizzazione più o meno strisciante dell'Europa.
Dall’opera della scrittrice Bat Ye’or alla teoria dello «scontro di civiltà», il tema dell’Eurabia, un continente arrendevole che rischia di cedere la sua identità all’Islam rampante, è stato a lungo centrale, soprattutto dopo l’11 settembre. Oriana Fallaci lo ha usato come monito, per scuotere coscienze distratte di fronte all’ondata fondamentalista. Ora Gheddafi lo rievoca come destino ineluttabile.
«Neanche nei momenti più duri degli attentati terroristici di Madrid e Londra la comunità islamica europea si è lasciata incantare dalla chiamata alle armi. Nei momenti cruciali della tensione internazionale, già ai tempi della prima Guerra del Golfo, si è sempre fatta allusione alla possibilità di una sollevazione dei musulmani… Che non è mai avvenuta. La minoranza islamica in Europa è innanzitutto europea. Il tentativo dei terroristi di radicalizzarla e di farne la quinta colonna di una conquista del continente non è mai riuscito».
Esistono comunque gravi difficoltà di integrazione, dalle periferie britanniche a quelle italiane. Gheddafi rilancia una visione in cui esistono due realtà inconciliabili e una, quella islamica, è destinata a prevalere alla fine sull’altra.
«La questione della convivenza tra europei da più generazioni e immigrati musulmani è naturalmente fondamentale, ma mi sembra poco serio pensare davvero a un’Europa islamizzata. Siamo lontanissimi da uno scenario simile. La maggioranza dei musulmani lotta per integrarsi, e solo una infima minoranza di cristiani ha scelto di convertirsi all’Islam. E questo nonostante l’azione di Al Qaeda che — nelle intenzioni dei terroristi — avrebbe dovuto sconvolgere il continente fino a portarlo a una sorta di guerra civile».
Nei suoi messaggi Osama Bin Laden ha più volte ricordato l’epoca d’oro in cui l’Andalusia era musulmana.
«Appunto, mi sembra lo stesso genere di farneticazioni. Nelle realtà che conosco meglio, in Gran Bretagna o in Francia, la maggioranza degli immigrati pachistani o maghrebini interpreta l’Islam in senso identitario, e questo sicuramente può essere oggetto di riflessioni, ma la componente autenticamente religiosa non è così importante. Gheddafi può regalare il Corano, ma la laicità in Europa è un valore largamente diffuso, anche tra i musulmani. Gli europei convertiti all’Islam fanno notizia ma restano numericamente pochissimi. Il problema sono le frange violente, minoritarie ma pericolose. La priorità è la lotta al terrorismo, non certo a una islamizzazione di massa che non sussiste nei fatti».
La visita di Gheddafi a Roma ha suscitato in Italia forti polemiche, voci critiche si sono levate dai vescovi e anche dall’interno del partito di maggioranza.
«Condivido la perplessità sul passato e lo stile attuale di Gheddafi, e anche sull’opportunità di tributargli un’ accoglienza così calorosa . Il Gheddafi che assolda le hostess e pronostica una conversione epocale mi fa sorridere. Il Gheddafi coinvolto nell’attentato di Lockerbie mi preoccupa molto di più, e la giusta voglia italiana ed europea di aiutare la Libia a entrare nella comunità internazionale non dovrebbe permettere al dittatore di Tripoli qualsiasi mancanza di rispetto».
Le sortite di Gheddafi sono solo folkloristiche o ubbidiscono a calcoli meno strampalati di quello che appare?
«Credo che sia un leader politico molto abile del difendere il suo enorme potere e nel curare i suoi interessi economici. Certi atteggiamenti possono essere importanti a fini interni. Poi, l’Italia, come altri Paesi europei, ha tutto da guadagnare da un buon rapporto con la Libia. Questo spiega le visite di Stato e l’accondiscendenza verso i capricci del leader. Occorre però chiedersi quale sia un prezzo ragionevole da pagare, e non è solo una questione di immagine. L’idea di Gheddafi di una Eurabia musulmana non è seria, il terrorismo rivoluzionario islamico, purtroppo, sì».
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 4/9/2010 alle 22:22 | |
4 settembre 2010
I cattivi sono sempre israeliani, le vittime solo palestinesi, l'intifada è 'resistenza'
La storia a senso unico nel film di Julian Schnabel e Rula Jebreal
Testata: Libero
Data: 03 settembre 2010
Pagina: 0
Autore: Pedro Armocida
Titolo: «La storia a senso unico di Schnabel e Jebreal»
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Riportiamo dal GIORNALE di oggi, 03/09/2010, a pag. 29, l'articolo di pedro Armocida dal titolo " La storia a senso unico di Schnabel e Jebreal ".
 
Julian Schnabel, Rula Jebreal
Venezia - Sui titoli di testa la mappa dei territori palestinesi appare sfuocata. Poi, invece, la descrizione della storia di quella regione dal 1948, anno di nascita dello Stato d’Israele, agli accordi di Oslo del 1993, presto naufragati, è molto più nitida, precisa, minuziosa. Una lunga zoomata sul conflitto israelo-palestinese visto però sempre e solo da parte araba. Ma certo Miral di Julian Schnabel, passato ieri in concorso a Venezia e da oggi nelle nostre sale, non poteva essere diverso. Perché tratto dall’autobiografico La strada dei fiori di Miral edito da Bur e scritto da Rula Jebreal. Sì la ex giornalista di Annozero che nel 2006 mentre intervistava Antonio Di Pietro si beccò, da una voce fuori onda non meglio identificata, lo sgradevole epiteto di «gnocca senza testa». Sentenza quanto mai sballata, oltre che di cattivo gusto, perché Rula Jebreal è una tosta che sa bene cosa vuole e come ottenerlo. E Miral, da lei stessa sceneggiato, ne è la dimostrazione. Perché oltre ad avere dietro la macchina da presa un artista del calibro di Schnabel (prima ancora che regista, pittore quotatissimo ma anche compagno della Jebreal) ha produttori diversi e di peso come Tarak Ben Ammar, la francese Pathé e l’italiana Eagle. Insomma i mezzi non sono mancati per far sì che la storia autobiografica e complicata di Rula Jebreal, dalle pagine di un libro arrivasse sul grande schermo con il bellissimo volto di Freida Pinto (l’acclamata attrice indiana di The Millionaire) e un cast importante (Hiam Abbas, Willem Dafoe, Vanessa Redgrave).
La fiction è poca, i personaggi veri: «Parlo di una terra grande e di una bimba piccola di nome Miral che oggi rappresenta tante ragazzine che aspettano un aiuto», dice la Jebreal su cui si ieri s’è concentrata quasi tutta l’attenzione visto che Freida Pinto non è potuta essere al Lido. Tutto ha inizio nel 1948 in una Gerusalemme consumata dalla guerra quando una donna, Hind Husseini, incontra per la strada un nugolo di bambini ormai orfani. Li porta con sé, li sfama e li accoglie la notte. Nel giro di qualche settimana diventeranno duemila e la casa si trasformerà nell’istituto Al-Tifl Al-Arabi tutt’ora operante nonostante la morte nel ’94 della fondatrice. Un luogo dove Miral ha modo di conoscere tante amiche dalle storie più disperate. Ecco Nadia, Fatima e poi Miral stessa dal nome di un fiore rosso. Capitoli che scandiscono il film e la vita di Rula: «Dopo che ho lasciato Gerusalemme per recarmi in Europa, ho sentito che i miei ricordi, la mia identità mi erano stati rubati. Ho capito che dovevo raccontare la mia storia, unire il mio passato con il mio futuro, non solo perché era importante per me ma per tutte le ragazze che hanno vissuto queste stesse cose e che le vivono tutt’ora. Miral in parte sono io... ma è anche tutte queste ragazze».
La bambina viene portata dal padre, con cui starà solo nei fine settimana, nella scuola a 7 anni nel 1978 in seguito alla morte della madre. A 17 anni durante la prima Intifada va a insegnare nei campi profughi e lì conosce un fervente attivista politico di cui si innamorerà. Le toccherà però scegliere se combattere oppure se seguire gli insegnamenti di «mama» Hindi secondo cui la mediazione, la conoscenza e l’istruzione sono l’unica strada per la pace. La scelta le sarà facilitata dall'assassinio dell’uomo per faide interne ai movimenti palestinesi. «Il mio libro - dice la scrittrice - è un omaggio a quella che è per me è stata una madre e a mio padre. Mi hanno insegnati i valori della tolleranza e dell’educazione che spesso è negata. E oggi in Medio Oriente una donna è in grado di poter fare delle scelte solo se ha cultura». Il messaggio del film sarà di pace ma la serie di tragici eventi che descrive sono tutti provocati dagli israeliani oppressori. Carri armati, checkpoint, prigioni dove si pratica la tortura, soldati che sparano, buttano giù case e arrestano. E i palestinesi? L’Intifada è un movimento di resistenza. Di kamikaze neanche l’ombra. Al massimo si vede lasciare un’auto-bomba vicino a un traliccio a spegnere qualche luce della città. Curiosa la spiegazione del regista, ebreo americano: «Diceva Jean Renoir: Il problema è che al mondo ognuno ha le sue ragioni. Io volevo vedere la storia dall’altro punto di vista».
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 4/9/2010 alle 20:30 | |
4 settembre 2010
L'Europa si commuove per Sakineh, ma non fa altrettanto per le altre vittime del regime
Commento di Giulio Meotti. Cronache e interviste di Bernard-Henri Lévy, Rosalba Castelletti, Giampaolo Cadalanu
Testata:il Foglio - Corriere della Sera - La Repubblica
Autore: Giulio Meotti - Bernard-Henri Lévy - Rosalba Castelletti - Giampaolo Cadalanu
Titolo: «Le coscienze infelici del caso Sakineh - Hanno torturato mia madre Sakineh. Ora l’Europa non dia tregua all’Iran - In piazza per Sakineh: 'Fermiamo la barbarie' - L´avvocato costretto all´esilio: 'Non dimenticatela o sarà la fine'»
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Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 03/09/2010, a pag. 1-2, l'articolo di Giulio Meotti dal titolo " Le coscienze infelici del caso Sakineh ". Dal CORRIERE della SERA, a pag. 17, l'intervista di Bernard-Henri Lévy al figlio di Sakineh Ashtiani dal titolo " Hanno torturato mia madre Sakineh. Ora l’Europa non dia tregua all’Iran ". Da REPUBBLICA, a pag. 17, la cronaca di Rosalba Castelletti dal titolo " In piazza per Sakineh: 'Fermiamo la barbarie' ", l'intervista di Giampaolo Cadalanu a Mohammad Mostafei, ex avvocato di Sakineh dal titolo " L´avvocato costretto all´esilio: 'Non dimenticatela o sarà la fine' ".
Ecco gli articoli:
Il FOGLIO - Giulio Meotti : " Le coscienze infelici del caso Sakineh "

Giulia Meotti
Se le piazze e i giornali europei si sono riempiti per Sakineh, “l’adultera” iraniana condannata a morte tramite lapidazione, significa che è rimasta un po’ di moral clarity anche dalle nostre parti. Questo giornale ne ha scritto per primo e a lungo, raccontando l’escalation di lapidazioni iraniane e ritraendo l’avvocato di Sakineh. Non si era mai visto, poi, che uno stato desse della “prostituta” alla moglie di un presidente straniero. Dopo la “fatwa sessuale” contro Carla Bruni si è mossa anche tanta gente di sinistra, intellettuali à la page, umanisti blasonati, scrittori d’establishment e Repubblica. Ma c’è anche una grande ipocrisia in questa vicenda. E’ il silenzio sulle dozzine di Sakineh precedenti a questo tragico caso, uomini e donne, sempre giovanissimi, condannati a morte dal regime iraniano perché chiedevano democrazia e diritti. Il problema è che il punto di vista umanitario, quando assolutizzato e sposato a un facilismo salottiero, diventa angelicismo. Sono le chattering classes, i ceti colti urbani, che si sono scelti una vittima innocentissima, la più innocente, velata dal chador e “colpevole” di un crimine morale, ideale in un moto d’indignazione retorico e libertino bon à tout faire. Così, gli stessi giornali, intellò e gente dello spettacolo che oggi manifestano animosamente e giustamente per Sakineh, nulla hanno detto sui giornalisti antiregime, sugli attivisti dei diritti umani, sui desaparecidos e sui dissidenti spediti alla forca. Perché filoamericani, perché “sionisti”, perché nemici di una dittatura genocida, antisemita e totalitaria che si poggia su due gambe, la democrazia plebiscitaria di massa e la teocrazia governata dalla sharia. Le anime belle del cinema e delle lettere nulla hanno obiettato quando gli ayatollah hanno regalato in olocausto al nostro tempo greggi di bambini innocenti, quando i cristiani sono stati messi a morte, o quando blogger libertari e religiosi in odore di modernità (noti ai nostri lettori) vengono appesi a testa in giù. Sakineh è in pericolo perché l’Iran è stato legittimato nelle sedi internazionali, perché ha costruito un bel nido caldo alle Nazioni Unite. Sei mesi fa denunciammo l’ingresso di Teheran nella Commissione Onu sulle donne. Chi altri lo fece? Di tutti i dissidenti uccisi a malapena si è avuta notizia sulla stampa in delirio per Sakineh. Mai un racconto dei processi-purga. Per non parlare della connivenza, intellettuale e politica, con un’ideologia medievale che mobilita le masse islamiche all’odio, che insegna ai suoi figli a glorificare i kamikaze, che si esalta nel votarsi al disastro, che minaccia la sicurezza e si fa violatore senza remore di diritti umani. Chi ha obiettato alcunché quando Saeed Mortasavi, il pubblico ministero di Teheran che ha chiuso giornali, perseguitato scrittori e torturato intellettuali, è entrato nel Consiglio dei diritti umani dell’Onu? E quando Ahmadinejad ha portato al ministero della Cultura il filosofo Ali Ramin, che considera gli ebrei responsabili del tifo? C’è il sospetto che tanta gente di establishment, intellettuali scriventi e parlanti nel sistema dei media e dello showbusiness, abbia scelto Sakineh come icona per abbellirsi la coscienza. Lottare per la vita di questa ragazza, causa nobile e giusta, equivale pure a esercitare la più facile delle retoriche. La prossima volta che Teheran minaccerà di incenerire Israele sarà più semplice voltarsi altrove.
CORRIERE della SERA - Bernard-Henri Lévy : " Hanno torturato mia madre Sakineh. Ora l’Europa non dia tregua all’Iran "

Bernard-Henri Lévy
Caro Sajjad, mi emoziona molto parlarle. Armin Arefi, della Règle du Jeu, è qui con me e tradurrà la nostra conversazione. Innanzitutto, dove si trova lei, in questo momento?
«A Tabriz, la città in cui mia madre è detenuta. Sono per la strada. E la chiamo da un cellulare».
Pensa che potremo parlare tranquillamente?
«Credo di sì. Cambio spessissimo numero di telefono per sfuggire agli ascolti telefonici. Tentiamo».
Come sono le autorità nei suoi confronti? Subisce pressioni? Tentativi di intimidazione?
«Sì, certo. Ho ricevuto due chiamate dai servizi segreti. In realtà, due convocazioni. Ma ho rifiutato di andarci. Per ora, non sono stato arrestato».
Non sappiamo niente di lei, caro Sajjad. Chi è? Cosa fa?
«Ho 22 anni. Sono il figlio maggiore di Sakineh. Lavoro dalle sei del mattino alle undici di sera come controllore sugli autobus della città. Per il resto… Tutti i miei pensieri, tutta la mia volontà tendono a un solo scopo: salvare mia madre».
A che punto siamo? Come vede oggi le cose?
«Ho attraversato momenti di disperazione. Ho scritto alle autorità. Spesso. Mi hanno risposto con un silenzio totale. Da qualche giorno, con la mobilitazione che lei ha lanciato, ritrovo un po’ di speranza».
Sua mamma, nella sua cella, sa di questa ondata mondiale di solidarietà e amicizia?
«Sì. È stata informata nelle rare visite cui ha avuto diritto. Ne è stata felice. E l’ha ringraziata».
Perché parla al passato? A quando risale la sua ultima visita?
«A poco prima della sua cosiddetta "confessione" televisiva. Fino ad allora, la vedevamo una volta alla settimana, tutti i giovedì. Dopo, niente. Né mia sorella né io. Né gli avvocati. Ancora stamattina, visto che è giovedì, mi sono recato alla prigione. Ma il guardiano mi ha detto: "Alla signora Mohammadi Ashtiani è vietato qualsiasi contatto per decisione del potere"».
Cosa ci può dire delle condizioni di carcerazione di sua madre?
«Sono durissime. Subisce incessanti interrogatori da parte dei Servizi iraniani. Le chiedono, per esempio, come mai il suo ritratto è affisso dappertutto nel mondo e chi, secondo lei, ha lanciato questa mobilitazione internazionale». Qual è il suo stato psicologico? «Prende molti farmaci. Antidepressivi. E prega».
Si trova in una cella individuale o con altre donne?
«Tutte le donne condannate della città di Tabriz sono nello stesso quartiere della prigione. Sono piccole celle con talvolta quindici o venti donne accalcate. Ma è possibile che, dopo la sua apparizione alla televisione, l’abbiano messa in una cella individuale. Le ripeto: non so più nulla, non ho più alcuna notizia».
La sua apparizione in tv qui ha fatto molta impressione. Intanto, era veramente lei? «Sì, certo, era lei. Ma…». Ma? «Ma prima è stata torturata. È Houtan Kian, l’avvocato, che l’ha saputo dalle sue compagne di detenzione. Le autorità avevano bisogno di queste confessioni per poter riaprire il dossier dell’omicidio di mio padre».
Le autorità affermano che il dossier non è mai stato veramente chiuso.
«È falso. Affermano questo per poterla uccidere più facilmente. Del resto, il dossier è stato, guarda caso, smarrito». Cosa vuole dire? «L’altro ieri, mentre andavo in Tribunale per averne una copia, mi è stato detto che non l’avevano più. Mi hanno chiesto di andare al piano terra ma, anche lì, non è stato trovato. Ne ho parlato con l’avvocato Houtan Kian che ha fatto le sue ricerche e mi ha detto che il dossier non si trovava neanche a Osku, città di provincia di cui i miei genitori sono originari. Tutto questo è inquietante. Potrebbe trattarsi di un piano della Repubblica islamica per modificare il dossier e aggiungervi elementi a carico che giustifichino l’esecuzione».
Per il secondo caso. Non quello dell'adulterio, ma dell’omicidio…
«Appunto. Tanto più che una settimana prima della perdita del dossier, il domicilio di Houtan Kian è stato messo a soqquadro e il suo computer portatile come anche la valigetta in cui si trovava il riassunto del dossier sono stati rubati. Ancora ieri, mercoledì, i Servizi hanno di nuovo invaso il suo domicilio e portato via un estratto del dossier dell’omicidio di mio padre, l’ultimo che era in nostro possesso. È lo stesso Houtan Kian che mi ha appena informato per sms».
Mi consenta una domanda più diretta. Lei è, dopotutto, il figlio dell’uno (suo padre, assassinato) e dell’altra (sua madre, accusata di complicità in questo assassinio). Nel suo intimo, è sicuro che l’accusa sia infondata?
«Nel mio intimo, sì. Mille volte sì. È una pura menzogna. Insieme a un’incredibile ingiustizia. Mia madre, che non ha fatto niente, niente, rischia la lapidazione. Intanto, il vero omicida, Taheri, è libero…». Perché lei lo ha perdonato. «Sì. È il padre di una bambina di tre anni, ha pianto molto davanti a noi. Mia sorella ed io non abbiamo voluto essere la causa della sua esecuzione».
Torniamo alla campagna di mobilitazione. Pensa che possa far cedere le autorità?
«Non so. Comunque, abbiamo solo voi. Non abbiamo nessuno, a parte voi, che ci tenga la mano. Ora, per esempio, so che l’avvocato Houtan Kian ha scritto una lettera alle autorità per chiedere un dibattito con un responsabile qualsiasi. Se ci sarà una risposta, sarà grazie a voi».
Quindi lei non è d'accordo con chi dice che questa campagna irrita le autorità e possa essere controproducente?
«Certo che no. È vero che l’Iran è irritato. Ma bisogna pure che l’Iran ascolti la nostra pena. Le autorità iraniane non hanno risposto a nessuna delle nostre lettere. Se la nostra voce ha una possibilità d’essere ascoltata, sarà, lo ripeto, grazie a voi». Cosa possiamo fare di più? «Bisogna raddoppiare le pressioni sulla Repubblica islamica».
Sì, ma come?
«Rivolgendovi, per esempio, al Brasile e alla Turchia che hanno legami privilegiati con la Repubblica islamica».
È al corrente della dichiarazione del presidente della Repubblica francese in cui dice che sua madre è sotto la responsabilità della Francia?
«Certo. È straordinario. Ma bisogna continuare. Altrimenti, se voi allentate la pressione, mia madre sarà uccisa».
Le autorità iraniane hanno tuttavia sospeso l’esecuzione della sentenza. «Sospeso non vuol dire annullato». Dunque, mentre noi parliamo, tutto è possibile, tutto è da temere?
«Sì. Da un lato, ci sono persone che non vogliono in alcun caso perdere la faccia e intendono lapidare mia madre. E dall’altro, persone come il signor Nobkaht, il vice del potere giudiziario nella regione di Tabriz, il quale vuole che il signor Imani, il giudice che ha pronunciato la sentenza, sia tratto d’impaccio e che, per questo, ha chiesto a Teheran il cambiamento della pena di lapidazione in impiccagione. Ma questo è forse meglio?». No, certo. «Vi prego, non mollate. Siete voi, ancora una volta, che tenete le nostre mani. Se voi non ci foste, mia madre sarebbe già morta».
La REPUBBLICA - Rosalba Castelletti : " In piazza per Sakineh: 'Fermiamo la barbarie' "

Manifestazione per Sakineh
ROMA - A essere sotterrata sino all´altezza del petto, il volto insanguinato incorniciato da un velo nero, ieri pomeriggio a Roma era una donna-manichino. Ma a morire davvero così sotto i colpi di pietre affilate potrebbe essere Sakineh Mohammadi Ashtiani se il regime iraniano confermasse la condanna alla lapidazione. È iniziata così, con una silenziosa messinscena simbolica, la manifestazione promossa dai Verdi dinanzi all´ambasciata iraniana per chiedere a Teheran la liberazione della donna di 43 anni, madre di due figli, condannata a morte per adulterio e complicità nell´omicidio del marito. Sullo sfondo solo striscioni e cartelloni. "Salviamo Sakineh. Fermiamo le pietre", "Ecco la democrazia in Iran: pietre, prigione, censura", recitano gli slogan. Nessuna bandiera di partito, com´era stato chiesto.
È intorno alle cinque del pomeriggio che il presidente nazionale dei Verdi Angelo Bonelli impugna il megafono e rompe il silenzio. «Non riesco a immaginare una morte così. Salvare Sakineh vorrebbe dire aprire una nuova stagione in difesa dei diritti umani in Iran», dice per poi chiedere «al governo italiano di darsi promotore di una missione internazionale presso Teheran». Al megafono gli succedono tra gli altri il segretario del Prc, esponenti del Pd, Sel, Giovani socialisti, Idv, Cgil e di Resistenza iraniana. Assiepato intorno un nugolo di un centinaio di persone. C´è l´insegnante che è qui «perché è il minimo che si possa fare come donne» e la ragazza che indossa i colori della pace e ha firmato la petizione sul sito Repubblica.it. Ci sono coppie di pensionati e capannelli di studenti. Ma per qualcuno non basta. «La gente sarebbe dovuta arrivare fino a Porta Pia», protesta una donna.
A Maryam invece s´illuminano gli occhi «a vedere così tanta gente». Ha lasciato l´Iran trent´anni fa perché non era «libera né sotto lo Shah né sotto Khomeini» e sono trent´anni, dice, che «a protestare qui davanti contro il regime siamo solo in tre o quattro iraniani». Anche Bonelli è soddisfatto. «Questo è solo l´inizio», commenta. «Ed è anche grazie all´appello degli intellettuali francesi rilanciato sul sito di Repubblica che l´Italia si è mobilitata e che oggi siamo qua». Sul tardi arriva anche il sottosegretario all´Attuazione del programma di governo, Daniela Santanchè, insieme all´onorevole del Pdl Barbara Saltamartini. Prende la parola «in rappresentanza del governo», ma c´è chi la contesta: «lo stesso governo che ha accolto Gheddafi con tanto di onori». «C´è sempre qualcuno che vuol portare avanti le differenze ideologiche, ma noi siamo qui per superarle», commenta più tardi.
La mobilitazione intanto continua anche su Internet: su Repubblica.it volano verso quota 100mila le firme alla petizione promossa da un gruppo di intellettuali francesi e alle "Lettere a Sakineh" della première dame francese Carla Bruni, dello scrittore Roberto Saviano e di altri politici e intellettuali si aggiunge quella del ct della nazionale di calcio italiana Cesare Prandelli, mentre Francesco Totti e tutta l´A. S. Roma sostengono l´appello per la salvezza di Sakineh. Una partecipazione che rincuora gli studenti del Movimento verde iraniano. Ma solo in parte: «Speriamo che questo sit-in dia visibilità anche ad altre cause: dopo le violenze post-elettorali dello scorso anno, ci sono ancora centinaia di prigionieri politici nelle carceri iraniane», ricordano. Oggi si daranno di nuovo appuntamento in via Nomentana per ricordare la giornalista iraniana Shiva Nazarahari che sarà processata il 4 settembre. «Anche lei, come Sakineh, rischia la vita».
La REPUBBLICA - Giampaolo Cadalanu : " L´avvocato costretto all´esilio: 'Non dimenticatela o sarà la fine' "

Mohammad Mostafei
I sassi aguzzi sono già pronti, ma in attesa del "via libera" alla lapidazione di Sakineh, in Iran il boia non si ferma. Ieri è stata Iran Human Rights a pubblicare un rapporto choc, che raccoglie testimonianze sulle esecuzioni nel carcere di Vakilabad, a Mashhad, nel nord est della repubblica islamica. Qui, secondo le ricostruzioni, nel solo 2009 sono state impiccate almeno 50 o 70 persone. «Abbiamo notizie di decine, forse centinaia di esecuzioni», dice il portavoce Mahmood Amiry-Moghaddam, «e crediamo che altre centinaia di detenuti siano in pericolo imminente». L´organizzazione parla anche di una lettera "segreta" con cui il capo della magistratura, Sadegh Larijiani, ha chiesto alla Guida suprema, l´ayatollah Ali Khamenei, il via libera per giustiziare 1120 detenuti la cui condanna a morte è già stata approvata dalla Corte suprema.
A fermare la mano del carnefice o le pietre della folla allucinata resta solo la pressione internazionale, dice Mohammad Mostafei, l´avvocato di Sakineh Ashtiani, costretto a fuggire in Norvegia e raggiunto proprio ieri a Oslo dalla famiglia: «La storia della signora Ashtiani è diventata un caso diverso dagli altri solo grazie all´attenzione internazionale che si è creata. Soltanto per questo le autorità iraniane non hanno ancora preso una decisione finale su di lei».
Avvocato, quali decisioni potrebbero essere prese e da chi?
«La scelta tocca al capo della magistratura, l´ayatollah Larijiani, che può decidere di andare avanti con la lapidazione oppure chiedere la grazia alla Guida suprema, l´ayatollah Khamenei. A questo punto la grazia potrebbe arrivare come amnistia totale e quindi la signora sarebbe rimessa in libertà. Ma è anche possibile che la Ashtiani debba scontare un ulteriore periodo di carcere, oltre a quello che già trascorso, perché è stata giudicata colpevole di omicidio».
Che cosa può fare la comunità internazionale?
«È importante che la pressione non si interrompa, serve l´attenzione continua della stampa, perché la lapidazione sia fermata. E poi bisogna considerare che la mobilitazione generale influisce anche sugli altri casi di abuso dei diritti umani. Purtroppo l´Iran è uno dei paesi che più li violano».
Insomma, la sopravvivenza di Sakineh dipende dall´attenzione internazionale?
«È così. Non dimenticatela, o la sua vita sarà in pericolo immediato».
Come valuta la situazione generale del paese? In altre parole, quanto consenso c´è per il regime?
«Il regime trae il potere solo da una parte del paese, la peggiore, direi. Sono quelli che controllano i soldi del petrolio, e li usano per sé, per sostenere quella che è ormai una dittatura».
E l´opinione pubblica?
«La maggioranza degli iraniani è critica, per la mancanza di libertà politica e sociale e per la certezza del diritto che non è certo soddisfacente. C´è anche una parte della popolazione che vive collegata al denaro del regime e che quindi lo sostiene».
Lei è fuggito dal paese per rifugiarsi in Norvegia. Perché?
«Avrei preferito restare in Iran. Ma non ho mai nascosto le mie critiche al sistema. E a un certo punto le autorità hanno preso mia moglie in ostaggio, l´hanno arrestata senza motivo. Per questo ho capito che non avevo scelta: ho deciso di andare via, non volevo accettare di essere continuamente sotto ricatto. Ora mia moglie è libera, grazie a Dio».
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 4/9/2010 alle 18:0 | |
4 settembre 2010
Intellettuali e artisti israeliani che boicottano il proprio Stato
Cronaca di Francesco Battistini
Testata: Corriere della Sera
Data: 03 settembre 2010
Pagina: 14
Autore: Francesco Battistini
Titolo: «Mai più negli insediamenti. Parte il boicottaggio degli artisti»
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Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 03/09/2010, a pag. 14, l'articolo di Francesco Battistini dal titolo " Mai più negli insediamenti. Parte il boicottaggio degli artisti ".

Eyal Golan
Ecco come Battistini descrive Eyal Golan, cantante israeliano colpevole di non boicottare lo stato nel quale vive : " Eyal Golan è l’Eros Ramazzotti israeliano: non c’è ventenne che non abbia avuto il suo poster in camera. Uno che s’è sempre fatto i cuoricini suoi, canzonette facili e gridolini delle fan.". Uno che scrive canzonette, commerciale perchè piace ai ventenni che si comprano i suoi poster.
Invece chi ha aderito al boicottaggio merita un titolo più altisonante : 'intellettuale'.
Per quanto riguarda le dichiarazioni del sindaco di Ariel su Im Tirzù, hanno dell'incredibile : " Non c’è differenza fra il professor Sternhell e Im Tirtzu — dice il sindaco di Ariel —. I loro appelli sono, entrambi, un incitamento alla rivolta contro i diritti dei cittadini ". Im Tirzù ha solo chiesto trasparenza nei fondi che arrivano alle università israeliane, chiedendo che i fondi destinati a quelle che promuovono il boicottaggio di Israele venissero bloccati.
Avere un'opinione critica nei confronti di uno Stato e della sua politica non coincide col desiderio della sua distruzione economica e con l'impegno a distruggere la sua immagine.
Ecco il pezzo:
GERUSALEMME — Canterà «Soldato dell’amore», e verrà giù l’auditorium dagli applausi. Intonerà «Prendo la strada della vita», e i coloni si commuoveranno. Eyal Golan è l’Eros Ramazzotti israeliano: non c’è ventenne che non abbia avuto il suo poster in camera. Uno che s’è sempre fatto i cuoricini suoi, canzonette facili e gridolini delle fan. Ieri, Eyal ha letto i giornali e dei colleghi attori, cantanti, musicisti che invitano al «boicottaggio culturale» delle colonie. Ha aperto la posta elettronica. E ha scritto una lettera al municipio di Ariel, il secondo mega insediamento israeliano nei Territori palestinesi: «Nessun artista vuole più venire a inaugurare il vostro nuovo auditorium? Non preoccupatevi: ci verrò io». Ron Nahman, il sindaco, non aspettava altro: «Ecco un esempio dell’arte che fa da ponte fra le genti!...». E al concertone di Eyal (l’unico in cartellone) ha invitato anche Bibi Netanyahu, il premier, di ritorno dai negoziati americani.
L’arte, mettétela da parte. Specie nelle colonie. La settimana scorsa, uno squillo ha risvegliato l’intellighenzia israeliana. Una lettera aperta di 36 attori e registi di teatro. Che alla vigilia dei colloqui di pace, dopo mesi di silenzio, hanno fatto proprie le posizioni di Obama e della comunità internazionale sugl’insediamenti illegali. Una scelta di campo: mai più una recita al di là della Linea Verde, hanno deciso. C’è un invito a inaugurare l’auditorium di Ariel? No, grazie, loro non ci saranno. Per coerenza. Per dire che non c’è solo la destra. E per rispetto degli accordi che Israele ha firmato. L’appello ha rotto un muro. E raccolto subito adesioni. L’elenco dei firmatari s’è allungato, gl’intellettuali favorevoli al congelamento delle performance sono ormai più di trecento: dopo i teatranti, sono arrivati i professori universitari (Dan Rabinowitz, Nissim Calderon) che d’ora in avanti rifiuteranno di tenere lezioni negl’insediamenti; dopo gli universitari, gli scrittori (Amos Oz, A. B. Yehoshua, David Grossman, Dori Manor) che non accetteranno alcun dibattito letterario in quei luoghi; e poi ecco gli scultori (Dani Caravan), i film maker (Hagai ).
La replica La ministra della Cultura: «Se gli intellettuali fanno considerazioni politiche, noi politici possiamo intervenire sui contenuti artistici» Guerra di parole, contro la guerra vera che si preannuncia: Naftali Bennett, il gran costruttore di colonie in Cisgiordania, si cura poco di manifesti. Gl’interessano i piani regolatori. E avverte che «il congelamento delle abitazioni è finito».
Nessuno aspetterà il 26 settembre, le betoniere gireranno a giorni in almeno 80 insediamenti. Anche ad Ariel. Perché servono manovali, non intellettuali: «In 120 anni di sionismo — dice —, quando la nostra gente veniva uccisa, la risposta è sempre stata una sola: costruire». Levi), le attrici (Orly Silbersatz, Hana Meron), ieri l’ultima adesione degli architetti che, nelle zone occupate, non disegneranno mai più un progetto. Tutti a salmodiare la stessa domanda: «E come potremmo noi cantare?...». Riassume Yehoshua: «Io non ce l’ho con gli abitanti di Ariel. Ce l’ho con le case che stanno nel cuore della Palestina. Se m’invitano in quelle case a parlare dei miei libri, io non posso andarci. O meglio: ci vado solo a discutere di politica. Non possono chiedermi d’intrattenerli con la letteratura».
Un boicottaggio che fa rumore. E irrita la destra israeliana, spaventata dai nuovi attacchi di Hamas (due in due giorni) proprio agl’insediamenti. Netanyahu, che martedì sera stava reagendo all’uccisione dei quattro coloni di Hebron con un bombardamento su Gaza, liquida la cosa con una battuta: «Teatro dell’assurdo». Ci va dura la sua ministra della Cultura, Limor Livnat, che minaccia: «Vi state sparando sui piedi. Il fatto che voi intellettuali poniate considerazioni politiche, può portare noi politici a fare considerazioni artistiche. E a intervenire anche nei contenuti». C’è chi ricorda le proteste di qualche settimana fa contro Im Tirtzu, il movimento neosionista che vuole bloccare i finanziamenti alle università dove insegnano docenti poco allineati: «Non c’è differenza fra il professor Sternhell e Im Tirtzu — dice il sindaco di Ariel —. I loro appelli sono, entrambi, un incitamento alla rivolta contro i diritti dei cittadini».
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4 settembre 2010
" Anche la cucina ebraica ha la sua bibbia ".
ucina ebraica, tanti mondi diversi che si parlano attraverso i sapori e le lunghe preparazioni
di Elena Loewenthal
Testata: La Stampa
Data: 03 settembre 2010
Pagina: 39
Autore: Elena Loewenthal
Titolo: «Anche la cucina ebraica ha la sua bibbia»
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Riportiamo dalla STAMPA l'articolo di Elena Loewenthal dal titolo  
Elena Loewenthal, Giuliana Ascoli Vitali-Norsa, La cucina nella tradizione ebraica (La Giuntina, pp. 416, € 25)
Benché siano entrambe dei concentrati di istinto e prepotenza affettiva, corre una sottile differenza fra la mamma italiana e quella ebrea (tradizionalmente detta yidishe mame e fornita di un’ampia mitologia tutta vera). Mentre la prima minaccia il pupo inappetente con un semplice: «Se non finisci il piatto, ti uccido!», la seconda usa un’arma assai più sofisticata ed insidiosa: «Se non mangi, mi uccido…».
Vecchie battute a parte, da sempre il cibo rappresenta per la donna ebrea non solo un’attività quotidiana, ma anche e soprattutto un’arma - innocua e proficua - per segnare l’identità. Perché mangiare «alla giudea» non è un atto puramente materiale né edonistico: è una dichiarazione di appartenenza, un esercizio di memoria e un atto di ottemperanza alla legge. La Bibbia, e in particolare la Torah (cioè il Pentateuco) si dilunga infatti sul regime alimentare, spiegando a Mosè e agli israeliti che cosa è lecito mangiare e che cosa no. Ampie digressioni sulle carni - sì ad animali con l’unghia fessa e ruminanti, cioè bovini e ovini, no a maiale, cavallo o aquila, no a insetti, rettili e anfibi e a tutto ciò che vivendo in acqua non è ben chiaro cosa sia (molluschi e crostacei, ad esempio). Precisazioni umanitarie - vietato mangiare l’agnello cotto nel latte di sua madre - che si trasformano in una generica proibizione a consumare carne e latticini nello stesso pasto. Regole per il rispetto delle primizie e del riposo delle colture nei campi.
La cucina ebraica è segnata da una vastità di limitazioni. Ma sono stati proprio i vincoli a solleticare la fantasia e svegliare l’ingegno della massaia che, districandosi in questa selva di proibizioni, ha saputo creare ai quattro angoli del mondo non una ma mille diverse cucine ebraiche, ricche di sapori e profumi. E oggi il pubblico può nuovamente disporre di quella che, con licenza parlando, viene considerata la Bibbia della cucina ebraica in italiano o, per essere più precisi, l’Artusi di noialtri (nel senso degli ebrei): Giuliana Ascoli Vitali-Norsa, La cucina nella tradizione ebraica (La Giuntina, pp. 416, € 25). Il libro è in uscita il 5 settembre, in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica, che per quest’anno ha come fil rouge il tema dell’arte. Niente affatto a caso, trattandosi di cibo nelle sue più varie declinazioni, che spaziano dal polpettone di tacchino (antica ricetta piemontese) al celeberrimo Gefillte Fish (polacche polpette di pesce), dalle palline di azzima alla Shakshuka (sformato di uova e verdure alla maghrebina), dagli zuccherini per Pasqua al carciofo fritto.
Il cibo ebraico è infatti tanto delimitato dai divieti quanto capace di spaziare nella geografia fisica e umana: ovunque sia arrivata, la diaspora d’Israele ha infatti assorbito usanze, sapori e ingredienti. Gli ebrei mitteleuropei, sterminati dal nazismo, si cibavano di bortsch e stufati, rafano e della immancabile gelatina di piede di vitello con ricche dosi d’aglio. Al di là del Mediterraneo, sulle tavole ebraiche arrivavano invece riso con uvetta, grandi verdure ripiene, cous cous in mille modi. Quest’ultimo, poi, è approdato a Livorno lungo le rotte commerciali che univano il Mare Nostrum e stabilivano comode vie di comunicazione fra le comunità ebraiche; perciò, come racconta l’Artusi, da secoli gli ebrei toscani mangiano il cuscussù e lo preparano a modo loro.
Attraverso il cibo, la mamma ebrea impartisce ai propri figli e a tutti i commensali delle gustose lezioni di storia che si ripetono ogni anno con il ciclo delle feste e dei cibi che le segnano. A cominciare dal pane: azzimo e piatto sotto Pasqua, ma dolce e gonfio e soffice come la hallah sulla tavola del Sabato, a memoria dell’offerta di fior di farina che si porgeva al Tempio di Gerusalemme. La cucina ebraica è un mondo a sé, anzi sono tanti mondi diversi che si parlano attraverso i sapori e le lunghe preparazioni (altro che fast food!), ma senza alcun mistero. Pur essendo vissuta per millenni entro le mura dei ghetti, è una finestra aperta che non ha segreti da conservare gelosamente, bensì infinite storie che si raccontano, come in questo prezioso libro, da una ricetta all’altra.
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 4/9/2010 alle 12:59 | |
4 settembre 2010
Shimon Peres incontra Benedetto XVI a Roma
Testata: La Stampa
Data: 03 settembre 2010
Pagina: 12
Autore: Giacomo Galeazzi
Titolo: «Il Papa riceve Peres: 'Serve un’intesa rispettosa di tutti'»
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Riportiamo dalla STAMPA di oggi, 03/09/2010, a pag. 12, l'articolo di Giacomo Galeazzi dal titolo "Il Papa riceve Peres: 'Serve un’intesa rispettosa di tutti' ".

Benedetto XVI conShimon Peres
La pace in Terrasanta passa da Castel Gandolfo e, ancora una volta, Gerusalemme si conferma un nodo particolarmente complicato. Ricevendo il presidente israeliano Shimon Peres, Benedetto XVI bacchetta l’Europa che «si chiama fuori», ribadisce la condanna per ogni forma di violenza e auspica che «i colloqui tra Israele e Palestina aiutino il raggiungimento di un accordo rispettoso delle legittime aspirazioni dei due popoli».
Nel giorno della ripresa dei negoziati a Washington, l’immagine simbolo è quella del Papa tedesco e del Nobel per la pace israeliano: insieme due uomini anziani e testimoni diretti, ognuno per la sua parte, di guerre e violenze. Decisi a fare di tutto perché il Medio Oriente torni ad essere un posto dove si possa coabitare in pace e con dignità, garantendo «a tutte le popolazioni dell’area migliori condizioni di vita». Sullo sfondo, la gestione dei luoghi santi a Gerusalemme. «La Città Vecchia è affidata alle tre comunità religiose in forma indipendente, con vari problemi che investono sia i rapporti interreligiosi sia quelli con l’amministrazione civile, cioè la municipalità di Gerusalemme - osserva padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terrasanta -. Prima c’era molta più autonomia, ora c’è un clima di sospetti reciproci e questo ha reso assai più difficili le relazioni. Manca un quadro giuridico chiaro». Mentre è in discussione il riconoscimento di un regime fiscale compatibile con il servizio sociale svolto dagli organismi della Chiesa a favore della popolazione palestinese, Israele dovrebbe allentare la pressione che esercita attraverso gli enti locali (ad esempio con l’invio di bollette salatissime e minacce di distacchi). E i lavori della bilaterale Vaticano-Israele dovrebbero essere più spediti perché a circa vent’anni dall’avvio del confronto ancora non si è giunti alla sua conclusione, raccomanda il Pontefice a Peres con il quale il feeling è ottimo.
Un appello lanciato prima con linguaggio diplomatico dal segretario di Stato Bertone e poi ribadito da Joseph Ratzinger che ha sottolineato «il significato del tutto particolare della presenza delle comunità cattoliche in Terra Santa e il contributo che esse offrono al bene comune della società anche attraverso le scuole cattoliche». Senza trascurare i nodi aperti, dalla situazione dei cristiani in Medio Oriente allo stallo dell’accordo economico con Israele. Al termine dei 40 minuti di «faccia a faccia» Peres ha chiesto al Papa («il pastore che cerca di condurci ai campi delle benedizioni e della pace») un nuovo intervento per la liberazione del soldato Shalit.
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4 settembre 2010
Negoziati: Abu Mazen e Netanyahu al tavolo ogni quindici giorni
onache e commenti di Maurizio Molinari, Angelo Pezzana, Michael Sfaradi, Amy Rosenthal, Redazione del Foglio, Redazione della Stampa, Alix Van Buren, Umberto De Giovannangeli, Maurizio Matteuzzi
Testata:Libero - L'Opinione - Il Foglio - La Stampa - La Repubblica - L'Unità - Il Manifesto
Autore: Angelo Pezzana - Michael Sfaradi - Amy Rosenthal - Maurizio Molinari - Redazione della Stampa - Alix Van Buren - Umberto De Giovannangeli - Maurizio Matteuzzi
Titolo: «La minaccia al tavolo della pace, oggi arriva dall'Iran nucleare - Scetticismo in Israele sui colloqui di pace - Non siate così scettici sui negoziati, ci dice l’ambasciatore Terzi»
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Riportiamo da LIBERO di oggi, 03/09/2010, a pag. 16, l'articolo di Angelo Pezzana dal titolo " La minaccia al tavolo della pace, oggi arriva dall'Iran nucleare ". Dall'OPINIONE, l'articolo di Michael Sfaradi dal titolo " Scetticismo in Israele sui colloqui di pace ". Dal FOGLIO, a pag. 1-4, l'articolo di Amy Rosenthal dal titolo " Lo scettico Abrams ", a pag. 3, l'articolo dal titolo " Non siate così scettici sui negoziati, ci dice l’ambasciatore Terzi ". Dalla STAMPA, a pag. 12, l'articolo di Maurizio Molinari dal titolo " Abu Mazen e Netanyahu al tavolo ogni quindici giorni ", a pag. 13, i due brevi articolo titolati "Barghouti: Lo Stato ebraico non manterrà gli impegni. Trattative destinate a fallire" e " Tredici gruppi estremisti si coalizzano: Coordineremo gli attacchi contro i sionisti ". Da REPUBBLICA, a pag. 15, l'intervista di Alix Van Buren a David Miller dal titolo "Ci sono distanze incolmabili remote le possibilità di intesa". Dall'UNITA', a pag. 27, l'intervista di Umberto De Giovannangeli a Sai Nusseibeh, rettore dell'università al Quds di Gerusalemme dal titolo " Bene l’impegno Usa ma sono pessimista. Non ci sarà accordo ", preceduta dal nostro commento. Dal MANIFESTO, a pag. 1-9, l'articolo di Maurizio Matteuzzi dal titolo " Il peso di Obama ", preceduto dal nostro commento.
Ecco i pezzi:
LIBERO - Angelo Pezzana : " La minaccia al tavolo della pace, oggi arriva dall'Iran nucleare "

Angelo Pezzana
Per valutare i colloqui di Washington ci sono due modi, c’è l’interpretazione che considera gli aspetti positivi di un trattato di pace fra Israele e l’Autorità palestinese, ne apprezza i benefici ma considera anche con grande preoccupazione le connessioni che possono portare ad una caduta del livello di sicurezza, indispensabile per la sopravvivenza dello Stato ebraico. E c’è quella negativa, perchè vede nell’inevitabile rinuncia di territori che sono la radice della storia ebraica in questa regione, la perdita di una identità, soprattutto religiosa, che è il motivo profondo per cui molti israeliani hanno scelto di vivere in avanposti, in condizioni pericolose e, più che altro, precarie. Qui non c’entrano più destra e sinistra, Netanyahu è il leader del Likud, il partito che fu di Begin, quindi la destra laica, che però è stata più pronta della sinistra per arrivare alla pace con l’Egitto (1979). Poi toccò a Rabin, primo ministro laburista, quando nel 1994 Israele firmò la pace con la Giordania. Due avvenimenti che è bene ricordare oggi, perchè dimostrano quanto Israele, non importa chi è al governo, sia sincero quando afferma di volere la pace, costi quello che costi. Fa apparire sincero anche Bibi, il quale ha affermato, prima di partire per Washington, che ‘ avrebbe stupito i critici e gli scettici’, un modo per dire qual’era il risultato che voleva portare a casa.
Ma i problemi più gravi non stanno a Washington, dove le parti hanno reagito all’attentato di Kiriat Arba ragionando più con le testa che con il cuore, uno smacco per Hamas, che si aspettava ben altro. Le reazioni più emotive si sono avute in Israele, dove chi si oppone a qualsiasi divisione territoriale ha reclamato la ripresa immediata delle costruzioni, subito, senza aspettare la scadenza del 26 settembre. E in Cisgiordania, dove, assente Abu Mazen, la parola è passata a chi ragiona come Muhamad Dahlan, disoccupato dopo la fuga da Gaza, dove rischiava la vita in quanto rappresentante dell’Anp, che ha addossato agli Stati uniti la colpa di essere sbilanciati a favore di Israele, il che segnerà il fallimento dei colloqui. Tutto verrà fatto per evitarlo,ma il risultato è possibile se solo si esce dalla Casa Bianca e si torna in Medio Oriente. Qui ci si chiede come Obama potrà garantire la sicurezza di Israele, come afferma di continuo, quando l’Iran, il pericolo maggiore, sta per disporre dell’arma nucleare. La politica americana nei confronti dell’impero dei mullah non ha dato segni di un vero cambiamento, il tira e molla va avanti come prima. Il rapporto con la Siria, altalenante come sempre, sembra non rendersi conto della sempre più stretta alleanza con il Libano di Hezbollah, un fatto che in Israele viene visto come una preparazione ad una guerra imminente. Persino Michael Oren, l’abilissimo ambasciatore israeliano a Washington, che ha lavorato nelle retrovie per portare al successo i colloqui, ritiene che non ci sarà nessuna pace se l’Iran avrà la bomba. Conterà poco che l’Anp di Abu Mazen arrivi ad un accordo condiviso con Israele, quando Gaza con Hamas a sud, il Libano con Hezbollah e Siria al nord, e con l’Iran a dirigere, Israele si troverà a dover affrontare una guerra prevista e annunciata in condizioni di accerchiamento. Sono questi i segnali che arrivano dalle analisi di intelligence delle Forze di Difesa di Israele, quel Tzahal al quale anche il più acceso sostenitore pacifista guarda con fiducia pensando a quando suonerà la sirena della guerra. Fino a quel momento vedremo la nascita di uno Stato palestinese in Cisgiordania ? E la separazione fra arabi e israeliani, il che vuol dire un buon accordo sui confini, garantirà la sicurezza di Israele ? E da che parte staranno i palestinesi in caso di guerra ? E’ vero che l’estate è trascorsa tranquilla, ma il nuovo anno, il 5771, che Israele festeggia tra pochi giorni, di problemi da affrontare ne avrà non pochi.
L'OPINIONE - Michael Sfaradi : " Scetticismo in Israele sui colloqui di pace "

Michael Sfaradi
Dopo il gravissimo attentato palestinese, dove quattro civili israeliani, due uomini e due donne (una delle quali al quinto mese di gravidanza) sono stati massacrati, un altro attentato nella stessa zona e modalità di esecuzione, è stato portato a termine da terroristi affiliati ad Hamas nella notte fra il primo e il due settembre. Il risultato di questa seconda azione, sempre contro civili israeliani inermi, è stato di due feriti: una donna in modo lieve e suo marito in prognosi riservata e attualmente ricoverato in sala rianimazione. La loro auto, che è stata fatta segno di numerosi colpi di arma da fuoco automatica, è uscita di strada andandosi ad infilare in uno dei canali di irrigazione paralleli alla via di comunicazione. Debbono la loro salvezza all’intervento di alcuni militari israeliani che pattugliavano la zona, e che, richiamati delle raffiche di mitra, sono arrivati prima che i terroristi riuscissero a dare alle due vittime il colpo di grazia. Il rischio che gli abitanti delle zone colpite dai recenti attentati decidano di farsi giustizia da soli è alto, ed è per questo che l'esercito ha rafforzato la sua presenza. Anche se questo potrebbe innescare scontri fra i terroristi di Hamas e le forze di sicurezza. Questo innalzamento della tensione è dovuto, non ci sono dubbi, ad ordini precisi che arrivano dalla striscia di Gaza: i capi di Hamas stanno boicottando i colloqui di pace, che si sono appena aperti a Washington, con il beneplacito del presidente statunitense Obama, fra il premier israeliano Netanyahu e il presidente dell’Anp Abu Mazen. In Israele sono in pochi a credere che questa tornata di colloqui possa portare da qualche parte, la maggioranza, infatti, crede che alla fine tutto si risolverà con un nulla di fatto di grande impatto mediatico. Proprio quello che serve a recuperare consensi al Partito Democratico, al momento in caduta libera, in vista delle elezioni di Medio Termine. E’ anche pensiero comune che, sia Netanyahu che Abu Mazen, personaggi con esperienza politica notevolmente superiore a quella dell'attuale inquilino della Casa Bianca, abbiano dovuto fare buon viso a cattivo gioco e siano volati a Washington pur sapendo che questa tornata di colloqui è, probabilmente, solo ad uso e consumo della politica interna statunitense. La maggioranza della popolazione israeliana, anche se la stampa ha usato in questi giorni toni di attesa, basandosi sulle esperienze passate e visto il momento storico che sta vivendo (è impossibile non tenere in considerazione il peso delle continue minacce iraniane che possono giocare a sfavore di un qualsiasi accordo), è convinta che questa tornata di colloqui andrà ad infrangersi contro i soliti nodi irrisolti ed irrisolvibili: lo status di Gerusalemme, la situazione degli eredi dei profughi palestinesi e del loro eventuale ritorno solo per citare i più importanti.
Il FOGLIO - Amy Rosenthal : " Lo scettico Abrams "
 
Amy Rosenthal, Elliott Abrams
New York. “E’ difficile essere ottimisti. Il problema è lo stesso da tempo e non mi pare che le cose siano cambiate: quello che gli israeliani possono offrire è decisamente inferiore rispetto a quello che i palestinesi possono accettare”. Parla così Elliott Abrams, uno dei consiglieri più ascoltati dall’ex presidente americano George W. Bush, nel giorno in cui cominciano i negoziati diretti fra il premier di Gerusalemme, Benjamin Netanyahu, e il leader dell’Autorità nazionale palestinese, Abu Mazen. I due sono arrivati mercoledì sera a Washington e sono stati accolti dal capo della Casa Bianca, Barack Obama. L’incontro è salutato con favore dalle principali cancellerie dell’occidente. Eppure, sostiene Abrams, “c’è una cosa che i diplomatici europei devono sapere. Uno stato palestinese decente, democratico e pacifico non si costruisce stando seduti intorno a un tavolo. Non succederà a Washington come non è accaduto a Ginevra, Taba e Camp David. L’unico modo per portare a termine l’obiettivo è lavorare sul campo. Per questo, credo che sia stupido concentrare tutti gli sforzi sulla parte negoziale anziché sul mondo reale”. Quando Bush era alla Casa Bianca, Abrams dirigeva il comitato per il vicino oriente e aveva incarichi di responsabilità nel Consiglio per la sicurezza nazionale. Oggi è fra gli analisti del Council on Foreign Relations, il think tank americano che pubblica la prestigiosa rivista Foreign Affairs. L’apertura dei negoziati si incrocia con una scadenza importante per la politica americana: a novembre il paese torna alle urne per il voto di midterm e alcuni analisti ritengono che l’invito di Obama a Netanyahu e Abu Mazen serva a rilanciare l’immagine un po’ appannata dei democratici, soprattutto agli occhi dell’elettorato di origine ebraica. “Credo che questa sia una delle poche cose positive che il presidente può provare a fare con la sua politica estera vis-à-vis – spiega al Foglio Abrams – Quello che Obama ha fatto sinora con l’Iraq e l’Afghanistan non è stato molto soddisfacente. In più, ora, c’è la minaccia dell’Iran. Il confronto fra israeliani e palestinesi è una possibilità importante per lui: per questo motivo la Casa Bianca concede grande spazio al dossier medio oriente”. Tuttavia, dice Abrams, è troppo presto per un giudizio politico sui colloqui fra Netanyahu e Abu Mazen. “Se, al termine delle trattative, la situazione sarà la stessa di sei mesi fa, quando pareva che Obama facesse più pressione sugli israeliani che sui palestinesi, il presidente non riceverà l’aiuto degli elettori ebrei e neppure quello delle comunità evangeliche che sostengono con forza l’esistenza di Israele”. Qualche settimana fa, il Wall Street Journal ha pubblicato un intervento di Abrams sui rapporti fra l’Iran e gli Stati Uniti che aveva per titolo “Il nemico del mio nemico”. Nell’articolo, l’analista ha spiegato che l’opinione secondo la quale qualcuno dovrebbe bombardare Teheran per impedire che il regime degli ayatollah sviluppi armi atomiche “è molto diffuso nei paesi arabi”, soprattutto nel Golfo. “Si tratta di una operazione difficile, ma io direi di sì – spiega al Foglio – A questo punto, la situazione in Libano e i rapporti fra Israele e la Siria dipendono dall’Iran”. Gerusalemme e Damasco “non raggiungeranno alcun accordo sinché Teheran influenzerà i leader siriani e armerà gruppi come Hezbollah in Libano. Credo che non ci sia alcuna chance di stabilire una pace fra Israele e la Siria sino a quando la questione Iran non sarà risolta. Questa è la realtà”. Per Abrams, c’è la possibilità che “anche Israele” sia pronto a un attacco: “Ovviamente, a Gerusalemme preferirebbero non prendere questa decisione da soli, così aspettano il più a lungo possibile nella speranza che le sanzioni economiche raggiungano il loro obiettivo”. Obama ha annunciato martedì la fine delle operazioni militari in Iraq: la partenza dei marine potrebbe fornire all’Iran una nuova opportunità di espandere la propria influenza sulla regione. “Dobbiamo aspettare un po’ di tempo per dirlo – dice Abrams – Il contingente delle forze speciali americane è ancora numeroso e può fare molto. Per esempio, possono addestrare i soldati iracheni e unirsi a loro nelle operazioni militari in futuro. Obama non vuole vedere l’Iraq finire in pezzi, ma, al tempo stesso, una parte della sua base elettorale vuole la fine della missione a tutti i costi. Ora il presidente sta cercando di bilanciare lo sforzo”.
Il FOGLIO - " Non siate così scettici sui negoziati, ci dice l’ambasciatore Terzi"

Giulio Terzi di Sant’Agata
Washington. “Il processo di pace è una priorità dell’Amministrazione Obama dal suo insediamento”, dice al Foglio l’ambasciatore d’Italia a Washington, Giulio Terzi di Sant’Agata, contraddicendo le opinioni di chi vede nei dialoghi diretti fra israeliani e palestinesi l’ennesimo rituale destinato al fallimento, e in Obama un pragmatico equilibrista poco interessato a una visione di respiro globale. Terzi conosce bene l’ambiente diplomatico dei negoziati, essendo stato ambasciatore in Israele dal 2002 al 2004, durante la seconda Intifada, e rilegge i colloqui di questi giorni attraverso la lente della diplomazia di Washington. “La sensazione che ho registrato in queste ore – spiega Terzi –, anche fra colleghi non proprio allineati su posizioni occidentali, è la fiducia che questa volta ci siano delle opportunità nuove. Naturalmente il processo di pace è una sfida epocale con otto precedenti che sono falliti e ci sono attori che fanno di tutto perché la crisi rimanga aperta. Ma qui a Washington c’è un senso di novità, anche fra i nostri interlocutori alla Casa Bianca, e la direzione dei colloqui fa balenare l’esistenza di una strategia”. Un senso di novità che va però bilanciato con la sensazione che mai come ora la base delle trattative sia estremamente fragile. Terzi ammette che “gli ultimi mesi non sono stati semplici: a marzo il vicepresidente Joe Biden ha dovuto fronteggiare l’annuncio di nuovi insediamenti israeliani e ci ricordiamo tutti i momenti di freddezza fra Obama e Netanyahu qui a Washington. A maggio l’incidente della flottiglia diretta a Gaza sembrava potesse seppellire definitivamente la possibilità di trattative. Invece l’Amministrazione ha potuto organizzare questo giro di colloqui, che a loro volta sono stati segnati dal terribile attentato contro quattro cittadini israeliani a sud di Hebron e da un altro attacco analogo, fortunatamente senza vittime. E’ una situazione delicatissima che il governo americano gestisce con un giusto misto di motivazioni forti e obiettivi realistici”. E l’ambasciatore non manca di sottolineare quanto sia stato significativo il contributo dell’Italia: “L’intervento di Berlusconi alla riunione della Lega araba ha aiutato la giusta disposizione verso i colloqui, così come l’iniziativa di Frattini per caldeggiare una missione umanitaria e diplomatica a Gaza; poi c’è il lavoro quotidiano con il dipartimento di stato e i nostri contatti con Dennis Ross, Jim Steinberg e tutto l’apparato diplomatico sono costanti e proficui”. C’è un trait d’union paradossale nella composizione del tavolo delle trattative: la crisi di leadership dei singoli attori. Con la fine del congelamento degli insediamenti, il 26 settembre, Netanyahu avrà molto da fare per tenere buone le parti più conservatrici della fragile coalizione di governo; il presidente palestinese, Abu Mazen, è assediato da avversari interni ed esterni; l’Egitto si sta preparando a una delicatissima tornata elettorale che coincide con la successione di Mubarak; lo stesso Obama è al minimo della popolarità e le elezioni di mid-term non promettono niente di buono per i democratici. Non è che i colloqui servano anche per scaricare all’esterno le pressioni domestiche? “Le ragioni della politica interna sono un quadro di fondo costante della diplomazia – dice Terzi – ma non esagererei con le interpretazioni machiavelliche: tutti cercano di guadagnare consensi e di rafforzare la propria leadership, ma nello stesso tempo si espongono alla possibilità del fallimento”.
La STAMPA - Maurizio Molinari : " Abu Mazen e Netanyahu al tavolo ogni quindici giorni "
 
Benjamin Netanyahu, Abu Mazen
Benjamin Netanyahu e Abu Mazen lavorano ad un «Framework Agreement» per porre le basi all’accordo finale e torneranno a incontrarsi il 14 e 15 settembre, forse in Egitto, dando vita a summit ogni due settimane. E’ il primo risultato del rilancio del negoziato diretto fra Israele e Autorità palestinese da parte degli Usa e ad annunciarlo è il mediatore George Mitchell, specificando che l’«accordo quadro» servirà per enumerare i «difficili compromessi» da risolvere nei mesi seguenti. Argomenti che hanno già fatto fallire precedenti negoziati e Mitchell evita perfino di specificarli sebbene tutti sappiano di cosa si tratta: confini definitivi, garanzie di sicurezza, ritorno dei rifugiati, suddivisione delle risorse idriche, sorte dei detenuti palestinesi e status di Gerusalemme.
La piattaforma che esce dal primo incontro al Dipartimento di Stato, dopo la cena alla Casa Bianca della sera prima, è dunque ristretta. Mitchell la riassume così: «Netanyahu e Abu Mazen concordano sulla condanna della violenza di Hamas contro i civili, sull’obiettivo dei due Stati in pace e sicurezza, sulla durata massima di un anno per i negoziati, sul prossimo passo del “Framework Agreement”, su un’atmosfera di fiducia e sul fatto che torneranno ad incontrarsi il 14 e 15 settembre in Medio Oriente per poi vedersi ogni due settimane». La cautela si spiega con il fatto che «sedersi a questo tavolo è stato difficile», riconosce Hillary accogliendo i due leader, ed a confermarlo sono le loro parole subito dopo. Per il premier israeliano i punti di partenza devono essere il «mutuo riconoscimento fra uno Stato palestinese per i palestinesi e uno Stato di Israele per gli ebrei» nonché «garanzie di sicurezza per impedire attacchi contro i civili» mentre il presidente palestinese pensa a tutt’altro: «Nessun’attività di costruzione negli insediamenti e la liberazione dei nostri detenuti». Le differenze sono «molte e profonde», ammette Mitchell ma proprio per questo Hillary parla di un «importante primo passo verso un futuro di pace e dignità per entrambi i popoli» assicurando che «l’America non imporrà soluzioni ma aiuterà a superare gli ostacoli».
L’intesa al momento sembra soprattutto basata sulla comune volontà di arrivarci. «Il popolo di Israele e il suo premier è pronto a fare molta strada in breve tempo per uno storico compromesso» assicura Netanyahu impegnandosi a raggiungere «Shalom, Salam, Pace», e Abu Mazen vuole «dare inizio ad una nuova era». Il leader dell’Anp tuttavia fa sempre attenzione a non parlare a nome dei «palestinesi» ma solo dell’Olp - che esprime Al Fatah, al potere in Cisgiordania - nell’evidente tentativo di non esporsi agli affondi di Hamas che controlla Gaza.
Ciò che conta per Hillary è che il negoziato diretto sia ripreso dopo due anni perché «il processo è sostanza». Gli Usa, con il sostegno di Egitto e Giordania, cercano di spingere i Paesi arabi, a cominciare dall’Arabia Saudita, a sostenere il negoziato per garantire ad Abu Mazen l’ombrello politico necessario per le scelte difficili che lo attendono. Hillary lo fa capire: «Vi sono Stati che si dicono a favore della nascita dello Stato palestinese ma fanno molto poco per renderlo possibile». Per spingere le capitali arabe Mitchell mette sul piatto il fattore-Iran: «Gli aiuti che fa avere a Hezbollah e Hamas ci ricordano quanto è importante centrare l’obiettivo della pace» per evitare che Teheran sfrutti un eventuale fallimento per rafforzare la propria influenza in Medio Oriente.
La STAMPA - " Tredici gruppi estremisti si coalizzano: Coordineremo gli attacchi contro i sionisti "

Hamas
La risposta dell’ala dura palestinese alla stretta di mano fra Netanyahu e Abu Mazen è arrivata in tarda serata da Gaza. Tredici gruppi estremisti, fra cui il braccio armato di Hamas, hanno annunciato di aver unito le loro forze per coordinare i prossimi attacchi contro Israele. «Abbiamo deciso di creare un centro di coordinamento per le nostre operazioni contro il nemico», ha dichiarato Abu Obeidah, il portavoce delle Brigate Ezzedin al Qassam.
Durante una conferenza stampa a Gaza, Abu Obeidah ha proclamato che «il nemico sionista» sarà colpito «in ogni luogo e in qualsiasi momento». «Tutte le opzioni sono aperte», ha aggiunto, rispondendo a una domanda sulla possibilità che siano lanciati razzi contro Tel Aviv a partire dalla Striscia di Gaza.
La STAMPA - "Barghouti: Lo Stato ebraico non manterrà gli impegni. Trattative destinate a fallire "

Marwan Barghouti
Barghouti dichiara : " Israele non ha seriamente intenzione di arrivare alla pace e non rispetterà gli impegni presi ". Non si capisce in base a quali elementi Barghouti possa dichiarare una cosa del genere, ma è la solita linea palestinese, attaccare Israele e attribuirgli colpe non sue per affossare il processo di pace.
Ecco il pezzo:
«I negoziati in corso tra Anp e Israele sono destinati al fallimento». È questa l’opinione espressa sulle colonne del giornale arabo Al-Hayat da Marwan Barghouti, leader di Fatah in prigione dal 2002. Barghouti afferma di «sostenere i colloqui in via di principio, ma i palestinesi hanno accettato di avviare le trattative dirette solo in seguito alle pressioni internazionali». A suo giudizio, «Abu Mazen ha accettato di riprendere i colloqui solo per le pressioni arabe, ma non perché sia convinto della serietà dell’iniziativa».
Barghouti ha guidato l’Intifada dopo il fallimento dei negoziati del 2000. «Israele - ha concluso - non ha seriamente intenzione di arrivare alla pace e non rispetterà gli impegni presi».
La REPUBBLICA - Alix Van Buren : "Ci sono distanze incolmabili remote le possibilità di intesa"

Aaron David Miller
«Perché il negoziato fra israeliani e palestinesi approdi a un risultato, il primo ministro Netanyahu e il presidente Abu Mazen devono essere disposti ad avventurarsi su un terreno dove nessuno prima di loro s´è spinto. Un percorso lastricato di incognite». Aaron David Miller sa tutto o quasi di quel «rompicapo», dice, che è il conflitto arabo-israeliano. La sua esperienza come consigliere di sei segretari di Stato americani, il decennio trascorso nella squadra dei negoziatori, dalla Conferenza di Madrid a Camp David, gli suggeriscono «un approccio sobrio» alla nuova tornata di colloqui sul futuro di «una terra troppo promessa. Tanto che finora nessuno è riuscito nell´elusiva ricerca della pace».
Signor Miller, il presidente americano Obama ha dato alle due parti un anno di tempo per sciogliere i nodi più intrattabili del conflitto: Gerusalemme, le frontiere, la sicurezza, i profughi, l´acqua. Ce la faranno?
«Sì, ma solo se vivessimo in un mondo ideale, solo se Netanyahu e Abu Mazen fossero davvero determinati, privi di limitazioni e pressioni esterne, insomma solo se fossero chiusi dentro una stanza sigillata. Siccome siamo in un mondo reale, le possibilità di un´intesa sono remote. Tutt´al più si può sperare in un accordo quadro sui punti centrali. In questo modo, però, l´obiettivo sfugge ancora una volta. In più, resterebbe inesplorata una enorme quantità di dettagli».
I parametri di un accordo sono già noti, e da tempo. Cosa resta ancora da esplorare?
«S´illude chi pensa che la soluzione sia nota a tutti. Il fatto che israeliani e palestinesi discutano da lunghi anni non significa che si siano mai avvicinati a una soluzione, tantomeno una che sia proponibile alla loro base elettorale. Dopo tanto parlare, la distanza sui punti essenziali resta incolmabile, a cominciare da Gerusalemme e i profughi. E i 19 anni trascorsi dall´inizio del processo di pace non sono serviti a migliorare le cose. Anzi, il contrario».
Vale a dire?
«Che l´abisso da colmare s´è approfondito: l´occupazione, la violenza hanno lasciato il segno. È scomparsa la fiducia reciproca, la credibilità dei negoziati è svaporata».
Lei riferì l´esasperazione di Bill Clinton nel ´96, nei confronti di Netanyahu. Sono cambiati ora i rapporti con il premier israeliano?
«In un briefing con noi, il presidente Clinton sbottò: "Chi è la fottuta superpotenza qui?". Ma Netanyahu oggi è un leader molto più maturo. E non si tratta di valutare la sincerità delle singole persone. La questione centrale è la volontà di entrambe le parti nell´affrontare scelte difficili. È la disponibilità a cogliere le necessità e le richieste dell´altro. Questioni che toccano nervi sensibilissimi come la sicurezza fisica, l´identità dei due popoli. Serve coraggio. Non dimentichiamo che trattare la pace è un´attività ad alto rischio, politico ed esistenziale».
A cosa sta pensando, signor Miller?
«Penso al tributo di sangue estratto dagli accordi precedenti: a Sadat e Rabin la pace è costata la vita. Anche noi americani abbiamo pagato, nella storia. Per questo nessuno, neppure Obama, malgrado lui creda nei negoziati, può imporre la propria volontà a chi vive sul filo del rasoio».
L'UNITA' - Umberto De Giovannangeli : " Bene l’impegno Usa ma sono pessimista. Non ci sarà accordo "

Sari Nusseibeh
Quando Udg fa notare a Nusseibeh che Netanyahu ha dichiarato di volere che i negoziati con i palestinesi vadano a buon fine, risponde Vede, il problema resta sempre lo stesso: dare contenuto alle parole. Stato palestinese, bene,ma su quali territori, con quale sovranità reale.. I problemi nascono quando si cerca di dare sostanza ai principi. La mia impressione è che, sia pure in modo brillante, Netanyahu faccia il solito gioco delle parti...». Con quale intento? «Quello di guadagnare tempo, trascinando le trattative e intanto con la politica dei fatti compiuti svuotarle di significato ".
Come al solito accuse contro Netanyahu, colpevole di non lasciare che il suo Stato venga cancellato dai terroristi di Hamas.
Il giudizio di Nusseibeh sul fatto che Hamas continui a sparare razzi : " È quello che gli riesce meglio. Da sempre, purtroppo ". Un po' poco, per definire il terrorismo di Hamas, specie quando i termini che usa per definire il governo israeliano sono più forti.
Ecco l'intervista:
Non bastano le belle parole per scaldare gli animi e ridare speranza ai tanti che l’hanno persa da tempo. Credo nella volontà di cambiamento manifestata dal presidente Obama, ma so anche che la pace non può essere imposta dall’esterno. Per maturare ha bisogno di leadership forti, autorevoli, determinate, capaci di praticare il linguaggio della verità anche se questo significa andare contro corrente. Francamente non mi sembra che queste caratteristiche si addicano ai protagonisti del negoziato apertosi a Washington». A parlare è uno tra i più autorevoli intellettuali palestinesi; Sari Nusseibeh, colomba palestinese e rettore dell’Università «Al Quds» di Gerusalemme Est. Inegoziatidiretti sisonoaperti trasperanza e pessimismo. Come si colloca tra questi due estremi? «Mi iscrivo al partito dei realisti. E dunque portati ad esercitare il pessimismo della ragione. Naturalmente spero di essere smentito dai fatti, ma dubito che ciò avverrà». In campo è sceso Barack Obama... «Un fatto importante che non sottovaluto affatto. Il suo predecessore (George W.Bush) aveva scoperto la centralità della questione israelo-palestinese al termine del suo secondo mandato. Nei tempi, almeno, Obamaha invertito l’agenda mediorientale. Mada solo non può bastare...». Eppure per tanto tempo in passato si è invocata un’azione più stringente da parte americana... «Io sono tra gli invocatori”. E non faccio autocritica per questo. Al tempo stesso, però, ho sempre pensato che una pace giusta e duratura non potrà mai essere imposta dall’esterno. Questa è una visione giacobina delle cose che non mi appartiene. La pace ha bisogno di realizzarsi dal basso e per poterlo fare necessita di leadership forti, autorevoli, motivate, che hanno il coraggio di parlare alla loro gente il linguaggio della verità e di andare controcorrente se ciò è necessario. Francamente non mi sembra che queste caratteristiche si addicano ai protagonisti del negoziato di Washington». NetanyahuhariconosciutoAbuMazen come partner di pace. «Vorrei vedere che non lo avesse detto. Abu Mazen è riconosciuto dagli Stati Uniti: sconfessarlo in questa solenne occasione da parte di Netanyahu sarebbe stato un affronto clamoroso adObama.Troppo anche per il primo ministro di un governo, quello israeliano, di cui fanno parte ministri e leader di partito che ritengono l’attuale presidente Usa un avversario se non addirittura un nemico». Insisto:Netanyahu haparlato di una pace vera, definitiva... «Vede, il problema resta sempre lo stesso: dare contenuto alle parole. Stato palestinese, bene,ma su quali territori, con quale sovranità reale.. I problemi nascono quando si cerca di dare sostanza ai principi. La mia impressione è che, sia pure in modo brillante, Netanyahu faccia il solito gioco delle parti...». Con quale intento? «Quello di guadagnare tempo, trascinando le trattative e intanto con la politica dei fatti compiuti svuotarle di significato». Il dialogo resta un’illusione? «Ritengo che non ci sia niente di più sbagliato che impelagarsi nella diatriba trattative sì-trattative no..Per quanto mi riguarda, il dialogo non ha alternative. Ma allo stesso tempo, occorre imparare dai fallimenti del passato per non imboccare la stessa strada...». In concreto? «Non basta mettere su carta un punto di intesa. Quell’intesa va poi applicata e dunque occorre indicare tempi, modi, responsabilità per la sua realizzazione». Abu Mazen ha chiesto lo stop della colonizzazione dei Territori... «Netanyahuha glissato, anche perché se accettasse si troverebbe di fronte a una cisi di Governo. E non credo che il primo ministro israeliano intenda pagare questo prezzo ». Hamas spara, non metaforicamente sul negoziato... «È quello che gli riesce meglio. Da sempre, purtroppo»
Il MANIFESTO - Maurizio Matteuzzi : " Il peso di Obama "

Matteuzzi scrive : "dopo che Ben Gurion aveva proclamato unilateralmente la nascita di Israele ". Israele non è stato fondato con una proclamazione unilaterale di Ben Gurion, ma in base a una risoluzione dell'Onu.
L'alleanza fra Israele e Usa viene definita "rapporto speciale, e perverso", non è ben chiaro perchè. Forse perchè per Matteuzzi l'unica cosa non perversa sarebbe stata permettere ai Paesi arabi limitrofi di cancellare Israele nel giorno stesso in cui è nato.
Matteuzzi continua : " Non tutti i presidenti sono stati uguali ma, alla fine e finora, tutti quelli da Johnson a Obama tutti ugualmente succubi della poltica espansionista, annessionista e razzista di Israele.". Questa teoria assurda di Israele che manovra il mondo grazie a una potentissima lobby è, oltre che un pregiudizio antisemita, una menzogna.
Ciò che interessa a Israele è la pace. Non è stato Israele a rifiutare lo Stato palestinese nel 1948, nè ad attaccare i Paesi confinanti.
La formula adottata per anni dallo Stato ebraico è stata 'territori in cambio di pace', una formula che non ha portato a risultati positivi, Gaza ne è l'esempio più lampante.
Matteuzzi continua : "Ora, a Washington, ci riprova Obama che – dopo le guerre in Iraq e in Afghanistan, la riforma sanitaria, la crisi economica e il salvataggio delle banche, il golfo del Messico e in attesa dell’Iran – si prova a mettere mano a un altro nodo spinosissimo. Con poche o nulle probabilità di successo.". Sant'Obama, pensaci tu. Curioso come Matteuzzi abbia trasformato gli insuccessi di Obama in successi, pur di screditare Israele.
Iraq, Afghanistan, riforma sanitaria semiabortita, crisi economica, disastro ecologico nel golfo del Messico, nucleare iraniano, sarebbero successi di Obama? Se i risultati positivi sono questi...
Secondo Matteuzzi i negoziati sono destinati a fallire, per colpa di Israele, ovviamente...la controparte palestinese non è mai responsabile di nulla, si capisce : " Perché lo stato di Israele, e – please, non prendiamoci in giro – i suoi governi di sinistra o di destra non hanno mai voluto davvero arrivare a una pace minimamente equa con i palestinesi (con le uniche eccezioni, forse, dei premier Moshe Sharrett a metà degli anni cinquanta e Yitzhak Rabin a metà degli anni novanta, prima di essere assassinato da un estremista ebreo), né sulla base della formula «due popoli per due stati» o «la terra in cambio della pace», né sulla base, più ambiziosa, di «uno stato unico binazionale». ". Il progetto di uno stato unico binazionale non è 'ambizioso', ma un modo per cancellare Israele.
Matteuzzi scrive : " Obama ci prova come ci hanno provato altri presidenti americani prima di lui ". Se i negoziati falliranno, non sarà per colpa di Israele, come non lo è stata in passato. Ricordiamo allo smemorato Matteuzzi che, dal '48 fino ad oggi, sono stati gli arabi a rifiutare qualunque compromesso.
Consigliamo allo smemorato Matteuzzi la lettura di un buon manuale di storia, gli sarà d'aiuto per districarsi meglio nel conflitto mediorientale e per evitare sfondoni negli articoli che scrive.
Ecco il pezzo:
Quando il presidente Truman il 14 maggio 1948, solo 11 minuti dopo che Ben Gurion aveva proclamato unilateralmente la nascita di Israele, fu il primo a riconoscere l’indipendenza de facto dello stato ebraico, cominciò quel rapporto speciale, e perverso, che nei successivi 62 anni ha portato a una sorta di alleanza ancora prima che strategica, automatica fra gli Usa e Israele. Da allora, rispetto alle relazioni con Israele, non si può certo dire che i presidenti Usa, repubblicani o democratici, siano stati tutti uguali. La politica Truman fu di simpatia e di «acquiescenza ». La politica di «neutralità» e di contrasto (di fronte all’avventura di Francia-Inghilterra e Israele durante la crisi di Suez nel cinquantasei) dell’amministrazione Eisenhower, fu del tutto diversa – e opposta - a quelle successive all’assassinio di J.F.Kennedy nel sessantatre a Dallas. Il «turning point» nei rapporti Usa-Israele e Usa-paesi arabi arrivò con la guerra dei Sei giorni nel sessantasette e con l’amministrazione Johnson, «una presidenza tragica» l’ha definita qualcuno, in cui gli Stati uniti persero la loro immagine di potenza positiva e «imparziale» per acquisire quella di paese «più odiato del Medio Oriente». Non tutti i presidenti sono stati uguali ma, alla fine e finora, tutti quelli da Johnson a Obama tutti ugualmente succubi della poltica espansionista, annessionista e razzista di Israele. Ora, a Washington, ci riprova Obama che – dopo le guerre in Iraq e in Afghanistan, la riforma sanitaria, la crisi economica e il salvataggio delle banche, il golfo del Messico e in attesa dell’Iran – si prova a mettere mano a un altro nodo spinosissimo. Con poche o nulle probabilità di successo. E portandosi sulle spalle il peso dei fallimenti, subiti o cercati, dei suoi predecessori. Perché, nonostante quello che ci sentiamo ripetere da molte parti e «la causa palestinese» abbia perso molto del suo appeal, il conflitto Israele-Palestina è stato sempre – e resta – all’origine dell’impossibile pacificazione del mondo arabo-islamico, dell’insorgere del fondamentalismo terrorista e dello «scontro di civiltà» in questi ultimi dieci-vent’anni. Perché lo stato di Israele, e – please, non prendiamoci in giro – i suoi governi di sinistra o di destra non hanno mai voluto davvero arrivare a una pace minimamente equa con i palestinesi (con le uniche eccezioni, forse, dei premier Moshe Sharrett a metà degli anni cinquanta e Yitzhak Rabin a metà degli anni novanta, prima di essere assassinato da un estremista ebreo), né sulla base della formula «due popoli per due stati» o «la terra in cambio della pace», né sulla base, più ambiziosa, di «uno stato unico binazionale». Perché lo stato di Israele, con la sua deriva confessional- militar-estremista – il premier Netanyahu, il ministro degli esteri Lieberman ma anche il laburista Barak e il «compagno» Peres presidente della repubblica – e grazie alla sua alleanza automatica con gli Usa, è riuscito ad annegare la lotta dei palestinesi per un proprio stato e per i diritti civili e umani nel grande e indistinto mare del «terrorismo islamico» (come se la vittoria elettorale e il «successo» di Hamas a Gaza fossero dovuti al terrorismo...). E anche perché - sia chiaro – il campo palestinese è stato via via corroso e minato da errori, divisioni, corruzione, eccessi, debolezze. Fino al punto di arrivare a Washington con la faccia da eterno sconfitto di Abu Mazen, un personaggio ormai privo di qualsiasi autorità e rappresentatività (che non sia quella conferitagli, non gratis, da israeliani e americani). Obama ci prova tenendo fede e cercando di dare un seguito pratico al famoso discorso prununciato all’unversità del Cairo nel duemilanove. Ma la sua è una missione impossibile, stando così le cose e visti i rapporti di forza fra israeliani e palestinesi. Il primo punto che Netanyahu ha voluto mettere in chiaro arrivando a Washington è che non fermerà l’avanzata delle colonie ebraiche in Cisgiordania e Gerusalemme che si sono già divorate l’ottanta per cento della West Bank e della parte araba della maledetta città santa. Obama ci prova come ci hanno provato altri presidenti americani prima di lui. Il democratico (e vituperato) Carter con l’israeliano Begin e l’egiziano Sadat nel settantotto a Camp David; il repubblicano (e amico) Reagan con il suo «piano di pace» dell’ottantadue (respinto da Israele); il segretario di stato reaganiano Shultz con la «iniziativa di pace» nell’ottantotto (respinta da Israele); il repubblicano Bush padre con la sponsorizzazione della conferenza di pace a Madrid nel novantuno; il democratico (e fotogenico) Clinton a Oslo e a Washington nel novantatre quando fece da padrino alla famosa stretta di mano fra Rabin e Arafat, poi a Wye Plantation nel novantotto con Netanyahu e Arafat, poi a Camp David nel duemila con Arafat e Barak; il repubblicano Bush figlio, dopo l’incontro ad Aqaba fra Sharon e Abu Mazen, con il lancio della «Road map» nel duemilatre e poi ad Annapolis nel duemilasette con Abu Mazen e Olmert. Carta straccia. Ora è il turno del generoso Obama. Che dice che si può arrivare alla pace entro un anno...
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 4/9/2010 alle 8:0 | |
3 settembre 2010
Il messaggio è chiaro: “Tutta la Palestina”
| di Ari Shavit |
Il segreto di Pulcinella è svelato: la Palestina, tutta la Palestina. Parlando davanti a centomila persone nel centro di Gaza, Ismail Haniyeh ha proclamato l’obiettivo del movimento Hamas. Il primo ministro“moderato” della fazione “moderata” del movimento islamista palestinese ha pubblicamente annunciato quella che è la “soluzione di pace” a cui punta il suo governo. La soluzione ultima non è la totale liberazione della striscia di Gaza né uno stato palestinese. È la liberazione di tutta la Palestina. Haniyeh non l’ha detto esattamente in questi termini, ma le sue parole sono chiarissime. Hamas vuole Ramle e Lod, Haifa e Jaffa, Abu Kabir e Sheikh Munis. Vuole la terra su cui questo articolo viene scritto e la terra su cui questo articolo viene stampato: la terra dove si trova la redazione di Ha’aretz e la terra dove si trova la tipografia di Ha’aretz. Vuole la terra, tutta la terra, la Grande Palestina.
Negli ultimi anni parecchi esperti ci avevano garantito che Hamas non lo dice sul serio. Hamas gioca solo a fare il duro, ma le sue intenzioni sarebbero nobili: cessate il fuoco, Linea Verde, coesistenza. Vivi e lascia vivere. Ma nessun messaggio trasmesso da un alto membro di Hamas a un diplomatico dietro porte chiuse può competere con lo status del messaggio lanciato da Haniyeh alle masse. Ciò che conta davvero sono i proclami, espliciti e diretti, fatti dal leader palestinese alla sua gente: Palestina, tutta la Palestina, ogni centimetro di terra israeliana su cui vive un cittadino israeliano, la sua casa, la nostra casa, la terra sotto i nostri piedi.
Apparentemente il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) rappresenta un’alternativa a Hamas. Due giorni fa, intervistato da Avi Issacharoff per Ha’aretz, ha detto che la pace si può fare in sei mesi. C’è solo un piccolo problema: la stessa cosa ce la siamo sentire dire quando venne elaborato l’accordo Beilin-Abu-Mazen nel 1995. E la stessa cosa ce la siamo sentire dire alla vigilia del summit di Camp David del luglio 2000. E la stessa cosa ci venne promessa alla firma dell’iniziativa di Ginevra nel 2003. E la stessa cosa ci venne promessa quando Israele andò ad Annapolis nel 2007. Ma ogni volta che un leader israeliano fa un significativo passo avanti verso Abu Mazen, Abu Mazen diventa evasivo. Ad oggi non ha ancora risposto positivamente all’offerta del 100% fattagli quindici mesi fa dall’allora primo ministro Ehud Olmert.
Possiamo anche capire come mai Abu Mazen sia diffidente rispetto al primo ministro Benjamin Netanyahu e al ministro degli esteri Avigdor Lieberman. Ma non si riesce a capire perché abbia ancora una volta si sfuggito anche a Olmert, al ministro della difesa Ehud Barak, all’ex presidente del Meretz Yossi Beilin, e perché il “leader della pace” palestinese non abbia mai firmato una bozza di accordo di pace né mai abbia offerto una sua proposta di compromesso.
Secondo il ministro Benny Begin il motivo è che, a suo modo, anche Fatah è per la Grande Palestina (per cui può firmare accordi provvisori, ma mai un accordo finale). Altri dicono che Abu Mazen, essendo un profugo da Safed, non cederà mai sul cosiddetto “diritto al ritorno”. Alcuni sostengono che Abu Mazen vorrebbe ma non può, altri che potrebbe ma non vuole. Come che sia, Abu Mazen sembra offrire solo un miraggio di pace. È da ventun anni che parla di due Stati senza mostrarsi mai stato disposto a pagare neanche il minimo prezzo che i palestinesi devono pagare se vogliono attuare la soluzione a due Stati.
La verità è dura. L’occupazione sta rovinando Israele, ne mina le fondamenta etiche, democratiche e diplomatiche. Ma sia Hamas che Fatah fanno di tutto per rendere difficilissima la fine dell’occupazione. Con Hamas – che controlla la striscia di Gaza e si arma fino ai denti, raccogliendo il plauso di un terzo dei palestinesi ed esercitando un diritto di veto su qualunque progresso diplomatico – e con Fatah – che non vuole riconoscere lo stato nazionale del popolo ebraico e respinge il concetto di uno stato palestine smilitarizzato – non ci sono chance di arrivare a un trattato di pace. Haniyeh e Abu Mazen stanno chiudendo Israele in una trappola, ciascuno a suo modo. Solo gli ingenui possono credere che ulteriori negoziati per un accordo sullo status finale possono districare Israele da questa trappola.
Ma l’alternativa a un accordo sullo status finale non è andare avanti con lo status quo. L’alternativa deve essere un’iniziativa di parte israeliana. Il piano di Shaul Mofaz è una i; un’altra è un secondo disimpegno. In ogni caso Israele deve affrontare per proprio conto la minaccia esistenziale posta dall’occupazione. Il tempo stringe e l’il messaggio è scritto sui muri: “la Palestina”; è scritto forte e chiaro: “tutta la Palestina”.
(Da: Ha’aretz, 17.12.09)
Nella foto in alto: Tutte le mappe della pubblicistica nazionalista palestinese mostrano senza reticenze l’obiettivo finale: occupare totalmente Israele
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 3/9/2010 alle 22:53 | |
3 settembre 2010
Su Israele, invece, Fatah e Hamas vanno d'accordissimo
La TV di Mahmoud Abbas insegna ai bambini che le città israeliane sono Palestina occupata
Conduttrice alla ragazza: "Vivete a Gerusalemme. Visitate le città occupate nel 1948 (città israeliane)?"
Ragazza (Lujayn): " Sono stata a Hebron."
Conduttrice: "No, Hebron è una città [nell'Autorità Palestinese] in cui tutti possiamo entrare. Le città occupate - come Lod, Ramle, Haifa, Giaffa, Acro (tutte città israeliane) - le avete visitate?"
Ragazza: "Sono stata a Haifa e a Giaffa."
Conduttrice: "Diteci, sono belle?"
Ragazza: "Sì…"
Conduttrice: "Speriamo che tutti i bambini della Palestina possano andare nei territori occupati che noi non conosciamo e non abbiamo mai potuto vedere. Personalmente, non ci sono mai stata.
Da Palestinian Media Watch, agosto 2010 - trad. www.ilvangelo-israele.it
Se qualcuno non si ricorda cosa Hamas insegna ai bambini può guardare qui
| inviato da LiberaliPerIsraele il 3/9/2010 alle 20:29 | |
3 settembre 2010
Gli iracheni si sentono abbandonati
“Non andatevene, non avete ancora compiuto la vostra missione. George Bush non parlava realmente sul serio quando lo ha detto, credetemi! Non lasciate l’Iraq nelle mani di politici amatoriali e di terroristi. Non credo che la democrazia possa funzionare dopo sette anni in un Paese in cui una definizione di democrazia non è mai esistita”. E’ un post di un blogger iracheno, “Iraq at a glance” e riassume bene lo spirito con cui i suoi concittadini stanno vivendo la partenza delle ultime truppe combattenti dal loro Paese dopo sette anni e mezzo di conflitto. Uno spirito catturato bene anche dalle interviste a iracheni fatte dall’Associated Press nel primo giorno di dopoguerra. “Non è il momento giusto” per il ritiro - dice Johaina Mohammed, insegnante 40enne di Baghdad - “Non abbiamo un governo, la sicurezza si sta deteriorando, non c’è fiducia nella gente”. “Avrebbero dovuto attendere la formazione di un governo prima di ritirarsi” ribadisce Mohammed Hussein Abbas, un cittadino sciita di Hillah. L’impressione è che gli Usa abbiano voluto concludere in fretta una guerra, prima di aver assicurato un futuro ai loro alleati locali. Lo testimonia anche uno dei comandanti delle milizie sunnite irachene che combatterono al fianco delle forze Usa contro Al Qaeda, il colonnello Abdelsaad Abbas Mohammed, di Falluja: “Naturalmente eravamo tutti contro l’occupazione, ma nel 2007 gli americani vennero con un buon piano per combattere contro Al Qaeda e non contro gli iracheni. Gli americani possono aver commesso tanti errori, ma almeno non sono mai entrati nelle case dei civili a mozzar teste”. Ora il timore diffuso è che i tagliagole possano tornare in azione, mal contrastati dal nuovo esercito nazionale.
L'Opinione 2 settembre 2010
| inviato da LiberaliPerIsraele il 3/9/2010 alle 17:55 | |
3 settembre 2010
Un approccio differente
| di Ari Shavit |
Cosa hanno in comune fra loro Barack Obama, George Bush, Bill Clinton, Hillary Clinton, Benjamin Netanyahu, Ehud Olmert, Ehud Barak, Tzipi Livni, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), Hosni Mubarak, re Abdullah di Jordan, re Abdullah dell’Arabia Saudita, Nicolas Sarkozy, Angela Merkel, David Cameron, Silvio Berlusconi, Vladimir Putin, Hu Jintao e Ban Ki-moon? L’approccio. In effetti, nonostante tutte le differenze e i contrasti che dividono questi eminenti personaggi, tutti loro hanno in comune l’impegno a cercare di porre fine al conflitto israelo-palestinese attraverso un accordo immediato e onnicomprensivo: pace piena, pace definitiva, pace adesso.
Il padre fondatore di questo approccio fu Yossi Beilin. Subito dopo la firma degli Accordi di Oslo nel 1993, questo prolifico e brillante statista israeliano capì che l’accordo che aveva appena prodotto sarebbe finito in un vicolo cieco. Pertanto si affrettò ad avviare un canale diretto con Mahmoud Abbas (Abu Mazen) e, in capo a due anni di colloqui, mise insieme il cosiddetto Documento Beilin-Abu Mazen. Per circa cinque anni quel documento è stato il “verbo” degli ambienti pacifisti israeliani: veniva considerato la prova definitiva che un accordo di pace fra israeliani e palestinesi era effettivamente a portata di mano. Ma quando Ehud Barak andò a Camp David, nell’estate 2000, saltò fuori che non era affatto il “verbo” che si credeva. In realtà i palestinesi non sono disposti a dividere il paese pacificamente.
Ma Beilin non si lasciò scoraggiare. Lestamente avviò nuovi negoziati con un gruppo di esponenti palestinesi, e nel 2003 partorì l’Iniziativa di Ginevra. Per altri cinque anni fu questa il “verbo” degli ambienti pacifisti internazionali: veniva vista come una sorta di prova provata che il fallimento di Camp David era stato fortuito, e che un accordo di pace fra israeliani e palestinesi era ancora a portata di mano. Ma quando Ehud Olmert andò ad Annapolis nel 2007-2008, saltò fuori che non era nulla di simile al “verbo” che si credeva. Sebbene proprio le persone dell’Iniziativa di Ginevra fossero quelle che dovevano rilanciare il processo diplomatico, esse non riuscirono a far firmare ad Abu Mazen l’accordo di pace che egli andava promettendo sin dal 1993. Ancora una volta si vide che i palestinesi non intendono dividere il paese pacificamente.
Tuttavia, nonostante i sonori fallimenti, l’approccio è ancora in scena. E ancora guida la politica degli Stati Uniti e predomina nel discorso internazionale. L’approccio impone che un certo numero di leader mediorientali agiscano sulla base di un progetto fondamentalmente errato. In questo preciso momento, l’approccio è alla base della convocazione di una sterile conferenza di pace a Washington.
Si può capire Abu Mazen, che è probabilmente l’ultimo vero profugo a capo del movimento nazionale palestinese. Per centinaia di anni la sua e la mia famiglia hanno vissuto nella stessa città, Safed. La probabilità che un figlio di Safed rinunci a Safed è prossima a zero. L’idea che un profugo palestinese (non un suo discendente) rinunci al cosiddetto “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi è probabilmente campata per aria. Abu Mazen è un uomo positivo, contrario al terrorismo; ma non ha interesse a porre fine al conflitto, né ha il potere di farlo. Come Yitzhak Shamir alla conferenza di Madrid del 1991, così Abu Mazen è disposto ad andare a qualunque conferenza superflua purché non gli si chieda di pagare un prezzo reale per il patrimonio politico che ha accumulato.
Quelli che non si riesce a capire sono gli altri: Obama, Bush, Clinton, Clinton, Netanyahu, Olmert, Barak, Livni, Mubarak, Abdullah, Abdullah, Sarkozy, Merkel, Cameron, Berlusconi, Putin, Hu e Ban. Non hanno imparato niente e hanno dimenticato tutto? Non sanno che persino lo stesso Beilin ha aperto gli occhi? Sono davvero disposti a lasciarsi accecare dalla “correttezza politica”?
L’unico modo per impedire il naufragio del processo di pace che si apre in questi giorni a Washington è sostituire rapidamente l’approccio fallimentare con un approccio politico realistico. Magari uno stato palestinese con confini provvisori, o forse uno sgombero parziale di insediamenti, o qualche altra soluzione creativa. Ma una cosa è chiara: solo se Obama, Netanyahu e Abu Mazen daranno vita a una sorta di accordo ad interim, allora la pace si avvicinerà davvero e verrà sventata una frana.
(Da: Ha’aretz, 02.09.10)
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 3/9/2010 alle 15:22 | |
3 settembre 2010
Netanyahu è andato dritto al cuore del problema
| Marco Paganoni |
Il Medio Oriente è prodigo di date storiche presto dimenticate, piani che prendono polvere nei cassetti, pronunciamenti diplomatici che lasciano il tempo che trovano. Tuttavia può darsi che i due discorsi dello scorso giugno – quello del presidente Usa Barack Obama di giovedì 4 all’Università del Cairo e quello del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di domenica 14 all’Università Bar Ilan – non finiscano solo in una nota a pie’ pagina dei libri di storia. E la loro rilevanza non sarà misurata solo sui contenuti, ma anche sulle reazioni che hanno suscitato. Il discorso di Obama, in particolare, per quelle che non ha suscitato. “Settimane dopo la performance oratoria di Obama – ha fatto notare Yoel Marcus (Haaretz, 23.06.09) – gli arabi non hanno ancora battuto ciglio, perché sostanzialmente interpretano il discorso del presidente come rivolto tutto e soltanto a Israele”. Viceversa, Netanyahu ha sudato sette camice, ma “almeno ci ha provato” e ha risposto con un discorso, continua Marcus, “attentamente ponderato e ben formulato, con cui è andato dritto al cuore del problema: dicendosi disposto a riconoscere uno stato palestinese, purché smilitarizzato, in cambio del riconoscimento di Israele come stato nazionale del popolo ebraico, ha essenzialmente riconosciuto il principio due popoli-due stati”.
Prima di farlo, tuttavia, ha colto l’occasione per rintuzzare l’alleato là dove il discorso di Obama era risultato tutt’altro che ben ponderato. La Shoà, ha ricordato Netanyahu, non è la ragione per cui è stato creato lo stato ebraico. È vero il contrario: se Israele fosse già esistito, come da tempo era stato preconizzato e promesso, è la Shoà che sarebbe stata ben diversa. “Ciò che la Shoà ha dimostrato – aveva commentato il Jerusalem Post (8.06.09) – è che il mondo è un posto troppo pericoloso perché gli ebrei possano viverci senza un loro stato indipendente e senza la possibilità di difendere se stessi. Ma questo noi sionisti lo sostenevamo già molto tempo prima che Hitler salisse al potere. La legittimità di Israele è radicata innanzitutto nel legame storico fra popolo ebraico e terra d’Israele. Quando Obama suggerisce che i diritti degli ebrei dipendano essenzialmente dalla Shoà senza ricordare che quei diritti in realtà sono molto più profondi e antichi, di fatto condanna al fallimento le prospettive di pace: infatti, perché mai gli arabi dovrebbero rassegnarsi alla presenza di uno stato ebraico in questa regione se lo stesso presidente americano insinua che Israele è stato istituito per espiare i crimini dell’Europa?”
Detto questo, Netanyahu la sua offerta l’ha fatta. “Come allievo di Zeev Jabotinsky ha innescato una rivoluzione concettuale”, nota Ari Shavit (Ha’aretz, 18.06.09), l’editorialista di sinistra che col suo pezzo “Sette parole per aprire la strada alla pace” (Ha’aretz, 11.06.09) aveva anticipato di alcuni giorni lo slogan di Netanyahu: “una Palestina smilitarizzata accanto allo stato ebraico d’Israele”. “Chiunque accetti queste parole – aveva scritto Shavit – afferma con ciò stesso che desidera porre fine al conflitto israelo-palestinese in modo realistico e responsabile. Chiunque le respinga, rivela d’essere in realtà ostile a Israele, e di non volerne garantire né la sicurezza né la stessa esistenza”. L’errore diplomatico dei predecessori di Netanyahu, argomentava Shavit, fu quello di accettare la prospettiva di uno stato palestinese “dando per scontato che sarebbe stato smilitarizzato e che Israele sarebbe stato ebraico, ma negli affari di stato nulla deve mai essere dato per scontato”. E concludeva: “Se i nostri vicini rifiuteranno la proposta di istituire in questi termini due stati nazionali, allora tutti sapranno qual è il motivo per cui veniamo uccisi e siamo costretti a uccidere”.
E qual è stata, appunto, la reazione dei vicini? Il giornalista arabo israeliano Khaled Abu Toameh l’ha definita “isterica, precipitosa ed avventata”, un vero e proprio boomerang che “mostra i palestinesi nella parte di coloro che respingono la pace” (Jerusalem Post, 16.06.09). “Ancor prima che il discorso fosse terminato – ricorda Abu Toameh – esponenti e portavoce dell’Autorità Palestinese si sono precipitati a dichiarare in ogni sede possibile il loro totale rifiuto delle idee di Netanyahu. Alcuni si sono spinti fino agli insulti personali, dando a Netanyahu del bugiardo, impostore e mascalzone. Altri hanno lasciato intendere che, a causa della sua posizione, i palestinesi potrebbero far ricorso a una nuova intifada”. Insomma una reazione ben sintetizzata da Saeb Erekat quando ha dichiarato: “Neanche fra mille anni riconosceremo uno stato ebraico”. Secco il commento di Yoel Marcus: “Un mulo resta sempre un mulo”.
Continua Abu Toameh: “Respingendo del tutto l’offerta di uno stato smilitarizzato e la richiesta di riconoscere Israele come stato ebraico, la dirigenza palestinese si è arrampicata su un albero dal quale farà molta fatica a scendere. Ma che importanza ha se il futuro stato palestinese non avrà un esercito e un’aviazione militare? Perché mai la Palestina dovrebbe aver bisogno di carri armati e cacciabombardieri? Forse che i palestinesi non hanno già abbastanza forze di sicurezza, milizie armate e arsenali pieni di razzi e munizioni?” Non è nemmeno chiaro perché arabi e palestinesi si siano tanto stupiti di sentir parlare di stato smilitarizzato e di natura ebraica di Israele. Già il presidente Bill Clinton aveva menzionato l’idea di uno stato smilitarizzato, e la definizione di Israele come stato nazionale del popolo ebraico non è certo muova: la risoluzione Onu 181 del 1947 per la spartizione del Mandato Britannico parlava espressamente di un “Arab State” e di un “Jewish State”. Vale la pena ricordare che l’art. 1 della Carta Nazionale dell’Olp recita: “La Palestina è la patria del popolo arabo palestinese, è parte indivisibile della grande patria araba e il popolo palestinese è parte integrante della nazione araba”. Ad Algeri nel novembre 1988 il Consiglio Nazionale Palestinese riconosceva la 181 e proclamava l’indipendenza (virtuale) dello “stato arabo” di Palestina. Se hanno da esservi due stati per due popoli, e lo stato per il popolo arabo palestinese è riconosciuto da tutti, anche dal Likud, logica vuole che ora i palestinesi riconoscano uno stato per il popolo ebraico. Altrimenti di che cosa stiamo parlando?
Ma il rifiuto di riconoscere Israele come stato ebraico si spiegherebbe col rifiuto di “abbandonare in una condizione di ufficiale inferiorità” gli arabi israeliani. Come dire che il riconoscimento della Repubblica Italiana significa abbandonare in condizione di ufficiale inferiorità i tedeschi del Sudtirolo. Quella degli arabi israeliani, osserva Abu Toameh “è una questione che va risolta nel dialogo fra l’establishment israeliano e le sue minoranze interne. In fondo i palestinesi si battono per separarsi da Israele, mentre gli arabi israeliani si battono per la piena integrazione nella società israeliana”.
Concorda Evelyn Gordon (Jerusalem Post, 24.06.09): “Israele è già uno stato ebraico; il riconoscimento palestinese di questa realtà non può in alcun modo intaccare la situazione attuale degli arabi israeliani, né impedirebbe loro di fare uso di tutti gli strumenti democratici. In verità, l’unico effetto che potrebbe avere il riconoscimento palestinese del carattere ebraico di Israele sarebbe di costringerli ad abbandonare l’illusione di poterlo un giorno eliminare mediante una immigrazione di massa di palestinesi”: il cosiddetto diritto al ritorno. Insistendo con questa rivendicazione, osserva Gordon, “sono i palestinesi, e non Israele, che hanno gettato sul tavolo negoziale il tema del carattere ebraico di Israele”.
E non solo i palestinesi. “Gli stati arabi – scrive Guy Bechor (YnetNews, 22.06.09) – non rinunceranno mai alla pretesa di spedire i profughi in Palestina. L’establishment arabo vuole realizzare il diritto al ritorno non già per il bene dei palestinesi, che sono anzi odiati in gran parte dei paesi arabi, quanto per indebolire Israele, distruggerlo dall’interno, soffocarlo sotto un mare di palestinesi ‘ritornati’. Non hanno tenuto vivo il problema dei profughi per sessant’anni per dovervi rinunciare adesso. La nozione di ‘ritorno’ è diventata un articolo di fede in base al quale ci si aspetta che i profughi tornino, non in Israele, quanto piuttosto al 1948”. Questa è la “pace giusta” del lessico arabo: cancellare l’umiliazione, riavvolgere il nastro della storia.
La “precipitosa e drastica reazione al discorso di Netanyahu – scrive R. A. Segre (Giornale, 21.06.09) – ha dimostrato quello che si era sempre saputo, ma mai detto: che lo scopo dello stato palestinese non è la restituzione del territorio occupato da Israele nel 1967, ma la scomparsa dello stato israeliano”. Conclude Shavit (Haaretz, 18.06.09): “Netanyahu ha lanciato una sfida senza precedenti alla nazione palestinese e alla comunità internazionale. Dopo il discorso alla Bar Ilan la questione sul tappeto non è quando e dove gli israeliani si ritireranno; la questione è: cosa faranno palestinesi, arabi, europei e americani per garantire che il grande ritiro israeliano non finisca in tragedia?”
Nell'immagine in alto: Tutte le mappe della pubblicistica nazionalista palestinese relativa al cosiddetto diritto al ritorno (simbolicamente rappresentato dalla chiave) illustrano senza reticenze l’obiettivo di occupare totalmente Israele |
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 3/9/2010 alle 10:30 | |
3 settembre 2010
È tempo di affrontare i problemi lasciati finora sotto il tappeto
| Di Yoel Marcus |
Può darsi che sia solo una coincidenza, ma anche la conferenza di Camp David che generò l’accordo-quadro per la pace fra Israele ed Egitto ebbe inizio nel mese di settembre (del 1978). Il summit si prefiggeva di affrontare le questioni al cuore del conflitto fra israeliani ed egiziani e delineare un accordo-quadro per il trattato di pace fra i due paesi. Il primo ministro israeliano Menachem Begin vi arrivò con una lista scritta di tredici espressioni che non avrebbero dovuto comparire in alcun caso nel testo dell’accordo di pace. Erano tutte relative ai palestinesi e comprendevano locuzioni come “i giusti e legittimi diritti del popolo palestinese”, “tutti gli aspetti del problema”, “l’inammissibilità dell’acquisizione di territori con la forza” ecc. Dopo tredici giorni di discussioni, Begin finì con l’accettare l’inclusione nel trattato di tutte le parole “proibite”: i mediatori della Casa Bianca, guidati dal presidente Carter, presentarono 23 diverse bozze di accordo-quadro, una delle quali conteneva tutte le espressioni vietate magistralmente camuffate sotto vari giri di parole. Dal canto suo, il presidente egiziano Anwar Sadat lasciò cadere la richiesta di un vero e proprio stato palestinese, e così la questione palestinese spazzata sotto al tappeto.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti del Giordano, e molto sangue è stato versato sia prima che dopo gli Accordi di Oslo (1993-1995) che portarono Yasser Arafat a Gaza in un convoglio di Calillac carico di armi e munizioni. Il miraggio della pace fra i due popoli si è trasformato in una realtà di sangue, odio, lacrime e occasioni mancate. Anche i tentativi del campo “pacifista” israeliano di negoziare, vuoi attraverso mediatori americani vuoi direttamente, sono non sono riusciti a tirarci fuori da questa realtà di odio e spargimenti di sangue.
I palestinesi hanno perso l’occasione storica offerta dallo sgombero della striscia di Gaza ad opera di Sharon e la sua archiviazione del sogno della Grande Israele (l’integrità della Terra d’Israele). Poi hanno perso l’occasione offerta da mesi e mesi di colloqui diretti con Ehud Olmert e Tzipi Livni, sotto gli auspici dell’amministrazione Bush. Soprattutto, hanno perso l’occasione della visita di Barak Obama al Cairo e del suo famoso discorso sulla pace in Medio Oriente, unito al discorso di Benjamin Netanyahu all’Università Bar-Ilan del 14 giugno (2009) nel quale proclamava esplicitamente l’obiettivo “due stati per due popoli”. Quel discorso costituisce un precedente di portata storica: per la prima volta il leader per eccellenza della destra riconosceva l’obiettivo di uno stato palestinese e, di conseguenza, la sua disponibilità a cedere territori e insediamenti per arrivare a confini definitivi.
Ma i palestinesi, incoraggiati dal secondo nome di Barak Hussein Obama e dal suo appoggio alle loro richieste, indurirono la loro posizione. Non sono ancora disposti a riconoscere nemmeno l’esistenza di Israele come stato nazionale del popolo ebraico: vale a dire che non hanno cambiato posizione da quando rifiutarono la risoluzione dell’Onu del 1947 sulla spartizione del Mandato Britannico in uno stato arabo e uno stato – appunto – ebraico. I frustrati inviati di Obama e le sue implicite minacce verso Israele non hanno fatto che inasprire ulteriormente la posizione palestinese.
Ma ora, all’avvicinarsi delle elezioni di medio termine per il Congresso, Obama ha capito l’errore. […]
Il fatto che Netanyahu sia riuscito a far passare la moratoria delle attività edilizie (ebraiche) in Cisgiordania per dieci mesi, e a farla rigorosamente rispettare, indica che egli ha compreso che non avrà una seconda chance. L’invito al summit di Washington per il 2 settembre, esteso anche al presidente egiziano Hosni Mubarak e a re Abdullah di Giordania, è stato organizzato dall’inviato George Mitchell come un nuovo inizio che entro un anno dovrebbe sfociare nel lieto fine grazie a concessioni da entrambe le parti. “In Irlanda abbiamo avuto settecento anni di fallimenti e un solo giorno di successo”, ha detto Mitchell dopo le sue deludenti visite in Medio Oriente, ricordando il giorno della firma dell’ accordo sull’Irlanda del Nord raggiunto grazie anche alla sua mediazione. Ma il giorno del successo, qui, è ancora lontano. […]
Il summit di due giorni di Washington è stato ben preparato, ed è un peccato che i palestinesi, in linea con la loro tradizione, stiano già facendo minacce. Sia Mahmoud Abbas (Abu Mazen) che Saeb Erekat non perdono occasione per avvertire che il prolungamento del blocco edilizio negli insediamenti è una condizione “sine qua non” Ma perché minacciare quando si può discutere?
Nelle conversazioni a porte chiuse Netanyahu fa capire che saprà sorprenderci, che è pronto a discutere tutte le questioni chiave e a spartire la terra. È ora di affrontare di petto i problemi reali che Sadat e Begin spazzarono sotto al tappeto.
(Da: Ha’aretz, 24.08.10)
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| inviato da LiberaliPerIsraele il 3/9/2010 alle 8:0 | |
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