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1 settembre 2014

Hamas ha subito il peggior colpo della sua storia senza realizzare nessuno dei suoi obiettivi

Il primo ministro israeliano: Il mondo sta comprendendo il pericolo dell’estremismo jihadista, per cui si aprono nuove prospettive diplomatiche

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Mentre le Forze di Difesa israeliane hanno raggiunto gli obiettivi della loro missione a Gaza, Hamas non è riuscita a imporre nessuna delle condizioni che aveva cercato di strappare in cambio del cessate il fuoco. Lo ha detto mercoledì sera il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in una conferenza stampa nella quale ha parlato dell’operazione anti-terrorismo “Margine protettivo” iniziata lo scorso 8 luglio.

“Hamas ha subito il colpo peggiore dalla sua fondazione” ha detto Netanyahu, che ha inoltre sottolineato l’isolamento di Hamas nel recente conflitto. Israele, ha detto, è riuscito a dimostrare alla comunità internazionale “le dimensioni dell’estremismo islamista di Hamas, e come Hamas, ISIS e al-Qaeda siano tutti parte della stessa famiglia”. E ha convinto il mondo “che l’obiettivo a lungo termine deve essere il disarmo” della striscia di Gaza. La comunità internazionale, ha detto Netanyahu, si è resa conto che il mondo arabo, salvo poche eccezioni, non si è schierato con Hamas. “Questo segna un cambiamento”, ha osservato, giacché ex stati nemici si ritrovano ora a cooperare nella lotta contro gli islamisti estremisti in Medio Oriente. La collaborazione tra forze moderate per distruggere lo “Stato Islamico” apre la strada a “nuove opportunità” e a un nuovo orizzonte diplomatico per Israele. Il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), ha aggiunto Netanyahu, “deve scegliere da che parte stare, e noi speriamo che continui a cercare la pace con Israele: siamo sempre ansiosi di trovare validi interlocutori di pace per risolvere il conflitto, e saremmo ben lieti che le forze di Abu Mazen tornassero nella striscia di Gaza”. Ma se Hamas ricominciasse da domani a scavare tunnel terroristici, ha aggiunto il primo ministro, Israele “avrebbe tutto il diritto difendersi”.

Il capo di Hamas a Gaza Ismail Haniyeh e lo stato maggiore di Hamas, usciti mercoledì dal loro bunker (sotto l’ospedale al-Shifa di Gaza, secondo concordi testiminanze) dove sono rimasti per tutti i 50 giorni di combattimenti

Il capo di Hamas a Gaza Ismail Haniyeh e lo stato maggiore di Hamas, usciti mercoledì dal loro bunker (sotto l’ospedale al-Shifa di Gaza, secondo concordi testiminanze) dove sono rimasti per tutti i 50 giorni di combattimenti

Netanyahu ha ricordato che sin dall’inizio dell’operazione Israele ha accettato incondizionatamente tutti i cessate il fuoco proposti dall’Egitto e da altri, mentre Hamas ha sempre cercato di imporre le sue condizioni, facendo saltare ben undici tregue. “Ma Hamas non ha realizzato nessuna delle sue condizioni – ha poi sottolineato – Per smettere di lanciare razzi pretendevano un porto e non l’hanno ottenuto; pretendevano un aeroporto e non l’hanno ottenuto; pretendevano la scarcerazione dei terroristi riarrestati dopo il rapimento e assassinio dei tre ragazzi adolescenti israeliani e non l’hanno ottenuta; pretendevano risarcimenti e fondi per pagare gli stipendi dei loro uomini e non li hanno ottenuti; pretendevano che i negoziati fossero condotti dalla Turchia o dal Qatar e non l’hanno ottenuto”. D’altra parte, ha continuato Netanyahu, Israele è sempre stato pronto a sostenere la riabilitazione umanitaria di Gaza, a condizione di poter controllare il materiale che entra nella striscia di Gaza perché non venga usato dai terroristi, e questo è ciò che accadrà.

La missione di Israele a Gaza era chiara, ha poi detto Netanyahu: “Colpire duramente le strutture di Hamas e garantire un prolungato periodo di pace per la popolazione israeliana. E infatti Hamas è stata colpita duramente. Mille terroristi uccisi, compresi molti comandanti; distrutte migliaia di arsenali, rampe di lancio e nascondigli di armi, insieme a centinaia di covi e centri di comando”, mentre le batterie “Cupola di ferro” e i pronti interventi contro i commando di terroristi infiltrati dai tunnel e dal mare hanno impedito a Hamas di compiere “le stragi di civili israeliani” che ha cercato per tutto il tempo di realizzare.

“I sostenitori di Hamas mostrano la V di vittoria”. “Temo che V stia anche per violenza contro Israele in futuro”

Hamas è rimasta “sorpresa dall’intensità della nostra risposta” alla sua violazione dell’ultima tregua, martedì scorso. “Avevo detto che non avremmo accettato una continua guerra d’attrito – ha ricordato Netanyahu – e che avremmo reagito per porvi fine”. Quando sono morti alcuni capi e sono crollati interi palazzi usati dai terroristi, Hamas ha dovuto capire che il prezzo era troppo alto. “Non intendiamo tollerare uno stillicidio di razzi su nessuna parte di Israele”, ha spiegato.

Netanyahu ha riconosciuto che sconfiggere completamente le organizzazioni terroristiche è impresa quasi impossibile per gli stati democratici e ha fatto l’esempio degli Stati Uniti che non hanno sconfitto totalmente al-Qaeda. “Non posso dire con certezza che sia stato raggiunto l’obiettivo di una calma duratura – ha detto – ma certamente è stato raggiunto l’obiettivo di infliggere a Hamas un duro colpo. E se Hamas dovesse ricominciare a sparare, Israele risponderebbe con ancora più forza di quanta ne abbia impiegata prima di quest’ultimo cessate il fuoco”.

Hamas, ha detto Netanyahu, fa di tutto per presentare un’immagine di vittoria, ma sappiamo cosa rischiano i palestinesi che non partecipano alle celebrazioni. In realtà, secondo il primo ministro israeliano, le operazioni a Gaza e le conseguenti trattative al Cairo hanno dimostrato che la strategia di Hamas basata sulla violenza e la guerra, oltre che costare prezzi altissimi non consegue nessuno dei suoi obiettivi.

Netanyahu ha elogiato l’unità e il sostegno dimostrati dalla popolazione di Israele nei 50 giorni di combattimenti e ha aggiunto: “Quelli di Hamas non si rendono conto di quanto sia forte e unita la nostra nazione”.

(Da: Jerusalem Post, Times of Israel, 27.8.14)

Yoav Limor

Yoav Limor

Scrive Yoav Limor, su Israel haYom: «C’è un divario quasi incolmabile tra come vengono percepiti gli esiti dell’operazione “Margine protettivo” dall’opinione pubblica israeliana e dall’establishment politico e della difesa. Mentre la gente ha la sensazione di un’occasione mancata, i decisori ritengono che, a bocce ferme, apparirà chiaro che l’operazione è stata un successo. In teoria hanno ragione. Hamas non è riuscita a realizzare i suoi piani d’attacco (cinque vittime israeliane su 4.594 ordigni sparati contro la popolazione civile); ha perso i tunnel che penetravano all’interno di Israele (almeno 32); non è riuscita a perpetrare il grande attentato terroristico che ha inseguito per tutto il periodo dei combattimenti (dall’aria, dal mare e dai tunnel); ha perso un migliaio dei suoi combattenti (checché dicano le cifre sui morti civili spacciate all’estero) e molti comandanti, oltre alla maggior parte delle sue strutture militari (arsenali, officine per la produzione di armi, centri di comando, covi in case private). Soprattutto, ha portato enormi distruzioni e sofferenze nella striscia di Gaza. Questa valutazione, tuttavia, è solo parziale. Giacché in definitiva Hamas è riuscita a tenere in ostaggio un intero paese per 50 giorni, ha inflitto perdite e danni, ha stravolto la vita quotidiana in tutto il sud del paese costringendo milioni di persone a correre nei rifugi e migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Soprattutto, ha mostrato a tutto il mondo come il paese militarmente più forte della regione non possa sconfiggere completamente un’organizzazione relativamente piccola (15.000 uomini), con risorse limitate, ma determinata a battersi infrangendo ogni possibile norma del diritto di guerra e umanitario: un messaggio che dovrebbe preoccupare tutte le persone civili, in un’epoca di parossistica estremizzazione islamista. Anche sul fronte diplomatico la valutazione non può essere a senso unico. Certo, Hamas ha accettato un cessate il fuoco nei termini che in precedenza aveva sempre rifiutato, è stata costretta ad accettare la mediazione egiziana e ha ben poco da esibire dopo aver scatenato 50 giorni di inutile guerra. Ma Israele ha concesso una parziale riapertura dei valichi e un allargamento della fascia di pesca costiera senza ottenere in cambio nulla di concerto. Se è vero che i grandi temi che Hamas voleva imporre (il porto, l’aeroporto, la scarcerazione dei terroristi detenuti) sono stati temporaneamente rimossi dal tavolo, dall’altra parte è chiaro che Gaza non sarà smilitarizzata, le organizzazioni armate palestinesi non saranno disarmate, e non si sa nemmeno quando saranno restituite le spoglie dei soldati israeliani caduti. In ultima analisi, per tirare vere conclusioni bisognerà aspettare, giacché i due fattori principali per stabilire la differenza tra successo e insuccesso – la deterrenza e la calma, cioè una calma duratura garantita dalla ristabilita deterrenza – sono ancora tutti da verificare». (Da: Israel HaYom, 28.8.14)




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31 agosto 2014

Si apre una breccia nel muro di gomma. I rapporti inconfessabili tra palestinesi e Sismi

Si apre una breccia nel muro di gomma. I rapporti inconfessabili tra palestinesi e Sismi

Occhi chiusi sul fiume di armi destinate alle cellule dell'Olp. In cambio niente attentati. E' il patto tra servizi segreti, Dc e Yasser Arafat. Un quadro già emerso in un processo menomato dai veti politici. Fino a ora: i documenti decisivi stanno per essere desecretati.

di Andrea Palladino

Una doppia politica. Un lodo - firmato da Aldo Moro - che garantiva tutti. Niente attentati, ma occhi chiusi sul fiume di armi da far passare nel nostro paese, destinate alle cellule internazionali palestinesi sparse in tutta Europa. Accordi per tre decenni coperti dal segreto di Stato, l'omissis tutto politico. Un sigillo che neanche la magistratura può violare.
Ancora per poco. Perché i dossier sui rapporti tra la nostra intelligence e l'Olp di Yasser Arafat che hanno marcato la politica estera italiana tra gli anni '70 e '80 stanno per diventare pubblici. Ed è la prima volta

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nella storia repubblicana. Scade il 28 agosto il termine ultimo del segreto invocato nel 1984 dall'ufficiale del Sismi Stefano Giovannone - confermato da Bettino Craxi il 5 settembre dello stesso anno e ribadito da Silvio Berlusconi per due volte tra il 2009 e il 2010 - di fronte alla domanda del pm romano Giancarlo Armati, che indagava sulla scomparsa in Libano dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni.
Che rapporti avevate con i palestinesi? Era questa la questione chiave per capire non solo che fine avessero fatto i due reporter arrivati a Beirut nell'agosto del 1980, ma soprattutto i motivi del sistematico depistaggio attuato dall'intelligence italiana per coprire gli autori del rapimento e della successiva esecuzione. Ovvero la fazione più dura dei palestinesi, quella di George Habbash, detto al-Hakim, il dottore.
Per le famiglie dei due giornalisti, che hanno lanciato una petizione per togliere il segreto di Stato e pubblicare on line tutti i documenti disponibili , i prossimi giorni saranno cruciali. Potrebbero essere il punto finale di una battaglia che dura da 34 anni. La verità sostanziale è nota e certificata dalla carte processuali, che hanno portato alla condanna di un brigadiere dei carabinieri addetto all'ufficio cifra dell'ambasciata italiana a Beirut (gli altri indagati, Giovannone e Santovito, alti ufficiali dei servizi, nel frattempo sono deceduti).
Graziella De Palo, giovane freelance - collaboratrice di Paese Sera e dell'Astrolabio - e Italo De Toni, giornalista di esperienza di Diari con la passione sfrenata per il jazz, erano partiti per Beirut con idee precise. La capitale libanese godeva in quegli anni della fama di città più pericolosa del Medio Oriente, forse del mondo. Crocevia di spie, terroristi di ogni matrice, trafficanti di armi e di droga, faccendieri arrivati da ogni dove, gente pronta a sfruttare le opportunità di una guerra civile infinita, in una città divisa in due, tra i cristiani maroniti del partito falangista di Bashir Gemayel e le fazioni filo palestinesi. Toni e De Palo avevano contatti buoni, presi in Italia prima della partenza, direttamente con l'Olp di Arafat.
Cosa cercavano? Tante le ipotesi. Di certo non si accontentavano del semplice racconto di una città in guerra. Graziella De Palo seguiva ormai da mesi il filo del traffico di armi. La sua agenda e i suoi quaderni erano pieni di annotazioni precise, nomi di società legate alla nostra difesa. Partono tre settimane esatte dopo l'attentato alla stazione di Bologna, quando in Italia si viveva la stagione delle bombe e dei misteri di Stato. Un anno prima a Ortona i carabinieri avevano fermato un gruppo di terroristi, una cellula composta dall'esponente dell'Autonomia Daniele Pifano, dal militante del Fplp di George Habbash (Fronte popolare per la liberazione della Palestina) Saleh Abu Anzeh, da Giuseppe Nieri e Giorgio Baumgartner, con un lanciamissili. Solo più tardi si scoprirà che quell'arma micidiale apparteneva all'Olp, e che l'Italia era solo un punto di transito, come spiegarono gli stessi palestinesi del Fplp in una lettera inviata al Tribunale di Chieti, competente per il caso.
La prova dei rapporti inconfessabili tra l'intelligence militare italiana e l'organizzazione palestinese è arrivata - per il pm Armati che indagò sul caso - dal muro di silenzi e depistaggi alzato immediatamente dopo la scomparsa di De Palo e Toni. Scrive il magistrato nella sua richiesta di rinvio a giudizio per George Habbash, Stefano Giovannone (ufficiale del Sismi a capo degli uffici di Beirut) e Damiano Balestra (brigadiere dei carabinieri addetto all'ufficio cifra dell'ambasciata italiana in Libano): "L'istruttoria finora compiuta avrebbe certamente consentito di fare piena luce sulla complessa vicenda della scomparsa all'estero dei due giornalisti". Ma troppi sono stati gli ostacoli che hanno bloccato la procura di Roma: "In primo luogo l'atteggiamento completamente negativo delle autorità libanesi; in secondo luogo le difficoltà frapposte dalle autorità elvetiche (coinvolte per il caso del depistaggio sulla strage di Bologna attuata da Elio Ciolini, ndr); in terzo luogo la conferma da parte dell'autorità di governo del segreto di Stato opposto dal Giovannone, (…) che ha avuto l'effetto non voluto di coprire anche le ragioni della condotta dell'ufficiale del Sismi nei confronti dell'Olp".
Per il pm Armati la condotta dei nostri servizi nella vicenda "presenta aspetti oscuri certamente estranei ai suoi fini istituzionali". Con un coinvolgimento - ipotizzato dalla procura - dello stesso direttore del
Il primo novembre del 1980 - due mesi dopo la scomparsa dei giornalisti - il capo del Sismi incontrò Arafat. Il leader dell'Olp chiese alla nostra intel- ligence di "stendere un velo pietoso sulla vicenda". 
servizio, il generale Giuseppe Santovito. Il primo novembre del 1980 - due mesi dopo la scomparsa dei giornalisti - il capo del Sismi incontrò Arafat. Il leader dell'Olp chiese alla nostra intelligence di "stendere un velo pietoso sulla vicenda". Circostanza che lo stesso Santovito ammise davanti al pm Armati. Da quel momento - si legge nelle carte del processo - l'ambasciatore italiano D'Andrea, intenzionato a chiarire quello che era accaduto, si trovò davanti il classico muro di gomma, metafora che il nostro paese stava imparando a conoscere molto bene. Gli ufficiali del Sismi iniziarono a monitorare le indagini condotte dall'ambasciata, convincendo il brigadiere Balestra - poi condannato in via definitiva - a passare all'intelligence i messaggi scambiati con la Farnesina. Stefano Giovannone, a quel punto, intervenne direttamente con la famiglia, chiedendo il silenzio stampa, accusando i Falangisti di Beirut, giocando sulla speranza dei parenti dei giornalisti di poter risolvere il rapimento.
Nonostante i depistaggi, la Procura di Roma riuscì a ricostruire almeno il contesto della scomparsa, attribuendone la responsabilità ai palestinesi: "I due erano stati uccisi dal gruppo di Habbash, subito o quasi", spiega il magistrato romano citando una nota dell'ambasciata italiana a Beirut. Il mistero nasce sui motivi del rapimento e dell'omicidio, con un'ipotesi inquietante: "Forse i palestinesi avevano ricevuto qualche indicazione errata", era l'indicazione arrivata dalle forze di sicurezza libanesi. Una trappola, un mandante esterno. Italiano? Chissà.
Il 28 agosto scadono i trent'anni previsti dalla recente riforma sui servizi come limite massimo per il segreto di Stato. Già il 10 marzo del 2010 - attraverso l'intervento del Copasir presieduto da Francesco Rutelli - le famiglie dei due giornalisti avevano ottenuto un primo accesso a 1.161 documenti classificati. Mancavano all'appello un'ottantina di fascicoli, per i quali fu confermato il segreto di Stato da Silvio Berlusconi. Fabio De Palo, fratello minore di Graziella, oggi giudice civile a Roma, ha catalogato con cura le migliaia di pagine consultate (che ha potuto copiare solo dopo un ricorso al Tar). All'Espresso spiega che dal 29 agosto è pronto a chiedere l'accesso alle carte mancati al premier Matteo Renzi, che - secondo le norme attuali - non potrà più autorizzare gli omissis.
"Gli interessi economici prevedevano lucrosi affari nella vendita delle armi - spiegano in un appello i familiari di Graziella De Palo e Italo Toni - a quei paesi nei confronti dei quali vigevano embarghi economico militari". Una politica che Paolo Emilio Taviani sintetizzò nella formula "della moglie americana e dell'amante libica". Sintesi di quel lodo "Moro" che l'ufficiale del Sismi Stefano Giovannone (uomo di stretta fiducia del leader Dc) attuò con meticolosità, e che Vincenzo Parisi citò in parlamento "per spiegare il movente di tante stragi ancora oggi inspiegabili e coperte da inquietanti aloni di mistero", come ricordano i familiari dei due giornalisti uccisi nel 1980. "Ci aspettiamo di riavere i resti degli scomparsi e la riapertura di un processo" che era stato interrotto, bloccato dal segreto di Stato confermato da Bettino Craxi, trent'anni fa. Verità e giustizia, al posto dell'eterno muro di gomma italiano.

(l'Espresso, 22 agosto 2014)




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31 agosto 2014

La stampa estera denuncia le intimidazioni di Hamas ai giornalisti inviati a Gaza


L’Associazione della stampa estera inIsraele e nei Territori palestinesi (Fpa) ha accusato Hamas di aver “minacciato” e “intimidito”i giornalisti stranieri venuti a seguire il conflitto nellaStriscia di Gaza per impedire loro di fornirenotizie obiettive.

In un comunicato diffusolunedì l’associazione “protestanel modo più energico contro le continue maniere forti e poco ortodosseimpiegate dalle autorità di Hamas e dai suoi rappresentanti nei confronti digiornalisti internazionali presenti nei mesi scorsi a Gaza. I mass-mediainternazionali non sono avvocati di parte – continua lanota – e non si può impedire loro dimandare notizie per mezzo di minacce e pressioni, negando in tal modo a lettorie spettatori un quadro obiettivo sul campo

Più volte i giornalisti stranieri a Gaza sono statiintimiditi, minacciati o interrogati su reportage o su informazioni diffusidalle loro testate o dalle reti sociali“, ha scrittol’associazione. “Siamo anche aconoscenza – conclude l’Fpa – che Hamas sta cercando di mettere in piedi una proceduradi «valutazione» che, dovrebbe consentire la schedatura di specificigiornalisti. Una procedura alla quale ci opponiamo con fermezza

Domenica scorsa Paul T. Jørgensen, della TV2 norvegese, avevaaffermato che “diversi giornalististranieri sono stati buttati fuori da Gaza perché Hamas non ha graditoquello che hanno detto o scritto. Abbiamo ricevuto ordini precisi– ha aggiunto Jørgensen – secondocui, se riferiamo che Hamas spara o lancia razzi, citroveremo ad affrontare gravi problemi e ad essere espulsi da Gaza”.

(Fonte: TM News, 11 Agosto 2014 e Israele.net, 12 Agosto2014)




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30 agosto 2014

“PRESTITO D’ONORE”: IMMIGRATI IN FUGA CON I SOLDI (NOSTRI) DELL’INPS! UNA NUOVA MEGA TRUFFA SULLE SPALLE DEGLI ITALIANI! SAI COME FUNZIONA?

Prestito d’onore”: stranieri in fuga con in tasca i soldi dell’Inps

PADOVA – Hanno approfittato della crisi per riempirsi le tasche di soldi pubblici e rientrare tranquillamente in patria. Sono extracomunitari che utilizzando la legge che istituisce il cosiddetto “prestito d’onore” per aprire partita Iva e iniziare un’attività imprenditoriale hanno incassato denaro anticipato dall’Inps per poi sparire.

In Procura a Padova sono già arrivate diverse denunce. I primi tre casi istruiti dal pubblico ministero finiranno a processo a novembre. Una decina invece i fascicoli pendenti, ma mancano ancora diversi casi all’appello, stando alle indicazioni della Guardia di finanza.

Le Fiamme gialle hanno infatti intensificato controlli e verifiche fiscali, in particolare nell’Alta padovana, dove si concentrerebbe la grande maggioranza di questi casi. Si tratta di una indagine particolarmente complessa che la Guardia di Finanza vorrebbe trasformare in un progetto pilota da estendere all’intero territorio nazionale.

Il raggiro è di una semplicità disarmante. Basta aver lavorato in passato alle dipendenze di aziende italiane, essere residenti in Italia, maggiorenni, disoccupati o alla ricerca della prima occupazione o – nel caso di cittadini extracomunitari – essere in possesso della carta di soggiorno o di permesso di soggiorno valido per almeno i 12 mesi successivi alla data di presentazione della domanda. La legge 223 del 1991 offre infatti la ghiotta (per chi vuole truffare) opportunità di avviare un’attività autonoma a chi rimane senza impiego a causa della crisi e vuole mettersi in proprio. Il lavoratore rimasto disoccupato può ottenere per l’avvio e l’apertura della partita Iva l’anticipazione dell’indennità di mobilità, in genere una somma vicina ai ventimila euro, con l’impegno di svolgere l’attività in Italia, per almeno 5 anni e nei settori della produzione di beni, fornitura di servizi, commercio.

Ma in molti casi i lavoratori dopo l’incasso sarebbero spariti; e sono ridotte al lumicino le chances di recuperare il denaro erogato nonostante i decreti di sequestro preventivo firmati dalla Procura. Sui conti correnti delle società indagate, non c’è infatti quasi mai un quattrino.

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fonte:

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30 agosto 2014

Le photographe qui a réalisé ce montage devrait recevoir l'Oscar de la lucidité et de la synthèse !

TOUT est dit, dans cette photographie!

Un type de civilisation avance à visage masqué…

Et l'autre, les yeux cachés ne voit rien venir.

Il fotografo che ha fatto questa Assemblea deve ricevere l'Oscar di lucidità e sintesi!




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30 agosto 2014

Se l'Occidente avesse dato retta alle voci disperate di Oriana Fallaci e Magdi Cristiano tante sofferenze sarebbero state risparmiate a noi e ai milioni di schiavi dell'integralismo islamico



Alessandro Sallusti - I taglialingue.
I musulmani chiedono, l'Ordine dei giornalisti esegue: Magdi Allam come la Fallaci, a processo per le idee espresse sul «Giornale»
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Tutti voi conoscete Magdi Cristiano Allam. Da anni collabora con Il Giornale , dopo essere stato commentatore di La Repubblica e vicedirettore del Corriere della Sera . Il suo impegno civile nella difesa dei valori dell'Occidente è andato oltre il giornalismo, ha attraversato la politica (eurodeputato) e la saggistica. Parliamo di un intellettuale di altissimo livello sul cui capo pende più di una condanna a morte emessa dai capi dei gruppi terroristici islamici di mezzo mondo. Da undici anni vive sotto scorta di primo livello. Cioè non ha vita normale. La sua colpa? Aver puntato il dito contro i principi illiberali e sanguinari dell'islam, aver messo in guardia l'Occidente da una apertura indiscriminata a un mondo, quello islamico, nel quale i confini tra fede, attività politica e terroristica sono ancora molto, troppo labili. E non ultimo ha la colpa di essersi convertito al cristianesimo. Fu Papa Ratzinger in persona, cosa rarissima, a battezzarlo e cresimarlo come riconoscimento a un uomo che tanto ha dato nella difesa della cristianità.
Ciò che per il Papa teologo sono meriti assoluti, per l'Ordine dei giornalisti italiani sono invece colpe gravissime. Gli articoli che Magdi Cristiano ha scritto su questo giornale - direi delle profezie alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni - sono stati considerati dagli zelanti colleghi del nostro gran giurì una «violazione all'obbligo di esercitare la professione con dignità e decoro», che «hanno compromesso la dignità dell'ordine professionale» e «incrinato il rapporto di fiducia tra stampa e lettori». Il capo di accusa è agghiacciante e inedito: islamofobia.
Magdi Cristiano dovrà presentarsi a breve davanti a questo tribunale del popolo e rischia la radiazione su esposto del presidente dell'Associazione degli islamici italiani, il cui avvocato sui loro siti già festeggia la vittoria.
Detto che le idee di Magdi Cristiano coincidono con le nostre e io come direttore mi assumo tutta la responsabilità di averle pubblicate. Detto che siamo orgogliosi di avere Magdi tra i nostri collaboratori e che lo invitiamo a continuare la sua battaglia di libertà e giustizia sulle nostre pagine. Detto che se l'Occidente avesse dato retta alle voci disperate di Oriana Fallaci e Magdi Cristiano tante sofferenze sarebbero state risparmiate a noi e ai milioni di schiavi dell'integralismo islamico. Detto tutto questo mi chiedo come sia possibile che in Italia, nel 2014, un gruppo di giornalisti si permetta di processare le idee di un collega che, per le sue idee, è stato condannato a morte da quello stesso mondo che non essendo riuscito - fino ad ora - ad averne la testa sanguinante oggi ripiega su quella professionale. E noi pronti ad offrirla su un piatto d'argento. Perché ormai siamo servi, vigliacchi e senza spina dorsale, come scriveva Oriana. Ma non tutti. Non Magdi, non noi, non voi lettori de Il Giornale . Le censure e i patiboli non ci hanno mai intimidito. Figuriamoci adesso e su questo tema. L'islam assassino può esserne certo
http://www.ilgiornale.it/news/politica/i-taglialingue-1047240.html




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28 agosto 2014

Dal no al Natale al cibo a scuola: l'Italia si piega ai musulmani

Ormai in Italia ci auto discriminiamo per non dare fastidio agli islamici. Una vera e propria invasione nella nostra vita quotidiana

Persino le bagnine. Dalle forme rotonde o no. Niente. Hanno voluto toglierci, non dico la soddisfazione di farci, eventualmente, salvare da loro ma anche quella di limitarci a guardarle.

Nel caso meritassero una sbirciatina, ovviamente. Macché. Già, perché in nome dell'islamicamente corretto a Jesolo, spiaggia, peraltro solitamente affollata di bikini e di lati A e B vari, il sindaco Valerio Zoggia, di comune accordo con la Federconsorzi, decise, giusto l'anno scorso, di toglierle di mezzo. Di stabilire che i lifeguards sulla spiaggia fossero soltanto uomini perché, bagnanti e anche venditori abusivi di religione musulmana non se avessero a male. O, peggio, stando alle lamentele della precedente stagione balneare, perché non si mettessero ad insultarle dato che, citiamo testualmente le parole pronunciate allora dal presidente della Federconsorzi Renato Cattai: «Ai loro occhi non godevano della necessaria autorità, perché i musulmani, per la loro cultura, non ascoltano le donne quando danno ordini o anche solo consigli».

Sorprendente no? Anche la discriminazione al contrario sulle bagnine. Come se non bastasse quella lunga lista di auto-limitazioni, che sono state stabilite, per non creare problemi, nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle mense, nei luoghi e negli uffici pubblici. Qualche esempio di autocensura di presidi e insegnanti illuminati? Crocifissi tolti in grande quantità, praticamente da Nord a Sud da Est a Ovest di questa nostra Italia, e tante piccole perline di saggezza. Come a Bolzano dove non c'è stata la canzoncina su Gesù per rispetto dei bambini musulmani. Decisione delle insegnanti della scuola materna «Casa del bosco» in vista della recita di Natale, pensando di dare un buon esempio di integrazione in un asilo, quello del quartiere di Oltrisarco, a forte presenza multietnica.

Più o meno ciò che hanno fatto nel Piacentino all'istituto scolastico comprensivo di Monticelli d'Ongina e San Nazzaro (materne e medie) dove è stato deciso di vietare ogni riferimento ai temi religiosi tra le iniziative scolastiche per Natale. E, così dall'oggi al domani, è stato tolto il presepe a 120 bimbi. O a Cardano al Campo, provincia di Varese, dove la dirigente scolastica ha fermamente impedito al parroco del paese di entrare nelle scuole per una benedizione natalizia.

Dai simboli natalizi al cibo «corretto» il passo è breve. E, anche in questo caso, molte sono le città che si sono «adeguate». A Pescara per esempio niente più bistecche di maiale sulle tavole delle mense delle scuole materne, elementari e degli asili nido comunali. Sostituite da pollo, tacchino, coniglio e carne bovina, in modo da coniugare una più corretta educazione alimentare con un menu che si adatta anche alle esigenze degli scolari di religione musulmana. Questa la decisione dell'amministrazione di sinistra. D'altra parte l'esempio viene dall'alto, dato che non è nemmeno recente la decisione governativa di varare il marchio «Halal», sponsorizzato dai ministeri degli Esteri, dello Sviluppo economico, della Salute e delle Politiche agricole per un made in Italy islamicamente corretto all'insegna del quale esportare nei Paesi musulmani tutte le nostre eccellenze alimentari, tortelloni e lasagne compresi, ma anche i farmaci più avanzati e le migliori specialità cosmetiche. E per rispettare, anche in Italia, le regole coraniche.

Poi c'è l'islamicamente corretto che permette anche di fare affari. Come nel caso di Giorgio Lotta, imprenditore edile di Udine che, vedendo una foto di giovani musulmani in preghiera a Londra, ha inventato il jeans Al Quds, Gerusalemme in Arabo. Prodotto in Pakistan, il jeans Al Quds è così comodo da consentire agevolmente molti piegamenti durante la preghiera e presenta cuciture in filo verde, colore caro all'Islam. Rivolto a giovani di seconda o terza generazione che vogliono essere trendy senza dimenticare le proprie origini, il jeans è diventato un successo mondiale. Un progetto che non certo fa acqua, in altre parole. E, a proposito di acqua, a Mestre la piscina Bissuola è diventata islamicamente corretta, dato che per alcune domeniche, alla mattina, è stata riservata alle donne anche e soprattutto musulmane con ingresso quindi vietato agli uomini. Sulla scorta del principio che il corpo della donna sarebbe di per sé peccaminoso mentre in Occidente lo si guarda, magari con troppa insistenza, ma come un quadro. Un capolavoro.

 - Gio, 28/08/2014  il giornale




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26 agosto 2014

Così i ragazzi europei diventano tagliagole al servizio dell’islam

Così i ragazzi europei diventano tagliagole al servizio dell’islam

(Il Giornale) - Genitori, fate attenzione! Una mattina potreste svegliarvi e scoprire che la figlia o il figlio, poco più che adolescenti, sono scomparsi da casa. Vi potreste ritrovare in preda alla disperazione fino a quando, più o meno dopo una settimana, riceverete una telefonata da un numero sconosciuto in cui lei o lui vi comunicheranno con voce ferma: “Mamma e papà, sto bene. Ho finalmente realizzato il mio sogno. Sono nello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) e dedicherò la mia vita per la vittoria della causa dell’islam. Non tornerò mai più a casa”.

È quello che fecero lo scorso maggio due britanniche di 16 anni, le gemelle Salma e Zahra Halane, di famiglia islamica, residenti a Manchester. Sui profili Twitter una ha scritto: “Ci preparavamo a diventare medici, ora ci addestriamo a uccidere”.

Anche il più giovane terrorista islamico, Younes Abaaound, 13 anni, cittadino belga di origine marocchina, è partito da Bruxelles in Siria lo scorso gennaio con il fratello Abdelhamid di 27 anni. Il padre ha detto che ai figli “è stato fatto il lavaggio del cervello” nelle moschee in Belgio. La medesima denuncia fatta dal padre di una ragazzina di 14 anni, spagnola di origine marocchina, dopo il suo arresto mentre si apprestava a imbarcarsi per la Turchia in compagnia di una diciannovenne, entrambe velate dalla testa ai piedi, arruolate dall’Isis.

Il lavaggio di cervello c’è nella storia di Khadijah Dare, 22 anni, inglese, residente a Londra, sposata con uno svedese di origine turca, dal 2012 tutti e due in Siria arruolati nell’Isis. Dopo la decapitazione del giornalista americano James Foley, su Twitter ha detto che vuole diventare “la prima donna che ucciderà un terrorista britannico o americano”. Ebbene la sua conversione all’islam avvenne frequentando il Lewisham Islamic Centre gestito da Michael Adebolajo e Michael Adebowale, britannici di origine nigeriana, che il 23 maggio 2013 decapitarono a Londra il soldato Lee James Rigby.

È innanzitutto la crisi d’identità che permea i nostri giovani a far sì che il vuoto sul piano valoriale venga colmato dall’ideologia islamica che paradossalmente, nella sua invasività ed autoritarismo, risulta soddisfacente. Aderendo a un’ideologia che ordina loro per filo e per segno ciò che debbono fare e ciò che è assolutamente vietato, i nostri giovani acquisiscono un senso della responsabilità e una cultura dei doveri che manca loro, in una società dove primeggia la cultura dei soli diritti e delle sole libertà.

Le moschee sono il passaggio centrale perché è qui che si salda e cementa il patto che rende l’adesione alla causa della guerra santa islamica un percorso di solo andata, senza alcuna possibilità di tornare indietro, lo stesso meccanismo che vige in una setta che si connota per la violenza e dove chiunque ne faccia parte non potrà mai abbandonarla, perché il tradimento metterebbe a rischio la stessa causa islamica. È nelle moschee che si pratica il lavaggio di cervello che trasforma la persona in robot della morte, in terrorista islamico che aspira al “martirio”, il suicidio-omicidio che spalancherebbe le porte del paradiso islamico uccidendo il maggior numero possibile di nemici dell’islam.

I siti e i blog di Internet e le applicazioni degli smartphone (Whattsapp, Facebook, Instagram, Twitter) svolgono un ruolo di trasmissione dei messaggi fondamentale in una società globalizzata, fungono da supporto e talvolta sostituiscono i luoghi fisici d’incontro seppur parzialmente e comunque temporaneamente.

Forze dell’ordine, attenzione! Un giorno, che potrebbe essere prossimo, potreste scoprire che proprio quei giovani, italianissimi da sempre, cristiani convertiti all’islam, o italiani di recente acquisizione originari di Paesi islamici, dopo essere scomparsi ed aver annunciato la loro adesione all’Isis, sono riusciti furtivamente a rientrare in patria e a farsi esplodere in un luogo simbolico o strategico, perpetrando una strage, inculcando e diffondendo il terrore tra la popolazione. Questa guerra globalizzata è ormai dentro casa nostra, i suoi protagonisti sono i nostri stessi figli nei panni di carnefici e di vittime di un sistema che ha evidentemente fallito, che è incapace di farli sentire pienamente se stessi a casa loro.

Facebook.com/MagdiCristianoAllam




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25 agosto 2014

I carnefici, le vittime, i combattenti per la libertà Hamas fucila in piazza i palestinesi che si battono contro il suo regime dittatoriale e terrorista che manda al massacro i civili di Gaza


fucilaz 5L’hanno chiamata “operazione strangolamento”. Undici persone, tra cui due donne, condannate a morte con l’accusa d’aver collaborato con Israele (nella lotta contro il regime terrorista di Hamas che domina nella striscia di Gaza) sono state trascinate venerdì mattina, imbavagliate e con le mani legate dietro la schiena, nel trafficato incrocio di fronte all’Università Al-Azhar, della città di Gaza. I carnefici hanno atteso che il luogo si riempisse di folla, compresi numerosi bambini, e poi li hanno fucilati con un colpo alla testa, uno per uno.

Lo stesso pomeriggio, un plotone d’esecuzione dall’ala militare di Hamas si è radunato nel complesso della Grande Moschea riservando ai fedeli una macabra sorpresa: i carnefici avevano con sé altre sette vittime, tutti a volto coperto. Una breve raffica, e l’ambulanza in attesa ha potuto portar via il lugubre carico.

Sabato mattina, terza puntata. Altri quattro uomini accusati di collaborare con Israele (nella lotta contro il regime terrorista di Hamas) sono stati trascinati nella piazza principale del campo palestinese di Jabaliya e passati per le armi davanti a centinaia di spettatori e passanti, bambini compresi.

"Sei un barbaro! Vergognati! Rovini la nostra reputazione!"

“Sei un barbaro! Vergognati! Rovini la nostra reputazione!”

Questa è la fine riservata ai “traditori”, agli “agenti del nemico”. E non occorre molta immaginazione per indovinare cosa devono aver subito durante gli interrogatori nelle segrete di Hamas, prima di “confessare” le loro colpe. (Da: Smadar Perry, YnetNews, 24.8.14)

Sono almeno 25, a partire da giovedì scorso, i palestinesi “giustiziati” in questo modo da Hamas,  dopo sommari processi farsa. Ecco come il vice capo del politburo di Hamas, Moussa Abu Marzouk, intervistato venerdì in Qatar dalla tv al-Jazeera, ha giustificato la carneficina: “E’ per via della pressione esercitata su di noi da parte degli abitanti di Gaza, per via delle grida di disperazione, in modo che non ci sia più caos: abbiamo deciso di dissuadere, in modo che nessuno cerchi di fare il furbo”.

I 25 palestinesi assassinati da Hamas (“a sangue freddo” ha detto Tayeb Abdel Rahim, segretario generale della presidenza dell’Autorità Palestinese), la scorsa settimana sulla pubblica piazza, potrebbero essere solo dei poveri innocenti, vittime di un linciaggio perpetrato senza alcuna regola né garanzia né diritto.

Oppure sono dei palestinesi che hanno agito come potevano, alleandosi con l’esercito di una democrazia straniera, contro il regime dittatoriale e terroristico di Hamas che domina Gaza e che la trascina in un vortice di guerra e sofferenze senza senso e senza speranza. Hamas li chiama “collaborazionisti”. In Italia, settant’anni fa, si chiamavano “partigiani”.

 

Una testimonianza dal fronte dell’operazione “Margine protettivo”: l’ardua missione di combattere terroristi che si fanno scudo di civili e bambini

Traduzione: «Sono il tenente Adam Landau, ufficiale operazioni della 188esima Brigata Corazzata, e ho combattuto nell’operazione (di terra) “Margine protettivo”. Abbiamo iniziato questa operazione con lo scopo di contrastare le capacità dei terroristi di Hamas, per ridare tranquillità alla popolazione d’Israele. Hai tutto il paese dietro di te, e hai di fronte a te Hamas e Jiahd Islamica. C’è stata molta incertezza per tutta la durata dell’operazione. Non sai se ne uscirai e nemmeno se completerai la missione, ma vai avanti verso dove bisogna andare. Resterò qui ancora un giorno? Due giorni? Una settimana? Ma arrivi alla conclusione che non c’è altra scelta, e così vai dentro. Quando i primi soldati sono entrati a Gaza, noi eravamo ancora al nord, al confine con il Libano. Entro 24 ore eravamo già al confine con Gaza. Quella notte abbiamo dormito, alle sei del mattino abbiamo iniziato a mobilitare e svegliare tutte le truppe. La Brigata Golani era a Shuja’iya (quartiere della città di Gaza città, roccaforte di Hamas) dove c’erano stati alcuni incidenti e i soldati avevano bisogno d’essere tirati fuori. Siamo entrati nei carri e siamo andati a salvarli. Abbiamo visto i terroristi davanti ai nostri occhi. Abbiamo visto un mortaio cadere vicino a noi, solo a due o tre metri di distanza. Siamo entrati davvero forte e abbiamo dato ai soldati un po’ di respiro. Siamo riusciti a portare in salvo i feriti e l’equipaggiamento delle truppe, e tutto quello di cui avevano bisogno, e a continuare a combattere dentro Shuja’iya. Sostanzialmente siamo rimasti là (a Shuja’iya) per l’intera settimana. La strategia di Hamas si basa sul mescolarsi fra la popolazione civile e combattere dalla aree civili. Ci sparavano dalle moschee, dalle scuole e naturalmente dalle case dei civili. Alla fine, se ti sparano da una moschea, per quanto sia difficile non hai altra scelta. E non è facile sparare a una moschea, è un luogo importante per tanta gente, è come una sinagoga. Ma ti ritrovi in una situazione in cui devi rispondere al fuoco verso la moschea perché è da lì che i terroristi ti stanno sparando. Vedi la casa di una famiglia e vedi i panni stesi, vestiti femminili che asciugano al vento. E dietro a tutto questo, un terrorista imbraccia un AK-47 e ti spara. Vedi anche come Hamas sfrutta i bambini. Un esempio è capitato al nostro battaglione quando ci mettemmo a cercare un terrorista che sapevamo che si trovava in una certa casa. Improvvisamente è comparso un ragazzino, il terrorista lo ha afferrato ed è scappato con lui. Solo perché un terrorista entra in un’area civile, questo non gli dà immunità. D’altra parte bisogna pensare bene prima di agire perché nessuno vuole far del male a civili innocenti, soprattutto donne e bambini. Questo rende molto difficile conseguire l’obiettivo di eliminare un terrorista, perché si tiene stretto a un bambino piccolo. Era il loro terreno, e a loro non interessa in che casa sono entrati e che cosa tu ne farai di conseguenza. Per loro è un’ottima posizione da cui spararci, o attaccarci, o per nascondersi o nascondere le loro armi, o per nascondere i punti d’ingresso dei loro tunnel. Non c’è molta scelta, non è una nostra decisione: sono i terroristi che hanno preso la decisione e l’hanno messa nelle nostre mani. Noi abbiamo compiuto la nostra missione con successo. C’erano molte minacce che incombevano sugli abitanti, sui soldati, su quelli che vivono vicino alla striscia di Gaza. Grazie alla nostra attività, non ci sono più. Non è una cosa che volevamo né speravamo che accadesse. Siamo qui perché dobbiamo esserci, non perché lo vogliamo. Ha comportato un prezzo doloroso, ma è un prezzo che paghiamo come soldati. E’ il prezzo che paghiamo affinché i civili possano dormire tranquilli».

 

Per scorrere la galleria d’immagini, cliccare sulla prima e proseguire cliccando sul tasto “freccia a destra”:




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22 agosto 2014

QUESTO L'ANGELO CHE I TIRI DEI TERRORISTI DI HAMAS HANNO UCCISO. D-O PONGA LA SUA MANO SUI SUOI FAMIGLIARI E DIA LORO PACE. NOI PREGHIAMO PER LORO

4-year-old Israeli boy killed by mortar fire from Gaza named as Daniel Tregerman

http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4562008,00.html





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21 agosto 2014

Leader cristiano: «Isis in Iraq sta decapitando bambini»

«La cristianità a Mosul non esiste più, è in corso un olocausto dei cristiani». A denunciarlo, ai microfoni della Cnn, è Mark Arabo, uomo d'affari californiano e leader cristiano, che parla di «sistematica decapitazione di bambini» da parte dell'Isis, la lega per la creazione di uno stato islamico nell'area della cosiddetta Mezzaluna Fertile.

Arabo definisce quello in atto in Iraq un «genocidio dei cristiani» e racconta che «i bambini vengono decapitati, le madri violentate e uccise e i padri impiccati. In questo momento tremila cristiani in Iraq sono in fuga verso le città vicine», prosegue, lanciando un appello alla comunità internazionale affinché venga offerto loro asilo.

La gravità di quanto dice Mark Arabo colpisce il giornalista della Cnn Johnatan Mann che lo interrompe: «La gravità di ciò che dici mi sta spaventando... stanno decapitando bambini?». «Lo stanno facendo sistematicamente», ripete l'uomo scandendo le parole e precisando che «a Mosul esiste un parco dove sono stati decapitati bambini e le loro teste sono state infisse su dei bastoni... si tratta di crimini contro l'umanità. Stanno commettendo i più orrendi crimini che si possano immaginare», conclude.

Poi Mann chiede ad Arabo della lettera inviata dall'Isis ai crisitani di Mosul con cui si chiede loro di convertirsi all'Islam, pagare una sorta di riscatto o essere messi a morte con la spada. «E' assodato che in molti vengono uccisi ma ci sono cristiani che stanno riuscendo a salvarsi pagando?». L'uomo d'affari racconta che dopo aver pagato, i militanti dell'Isis prendono bambini e donne, facendone le proprie mogli. «Di fatto, quindi, la scelta è tra convertirsi o morire», dice.
ilmessaggero

DOVE SONO L'ONU E L'UNIONE EUROPEA? NON INTERESSANO I BAMBINI CRISTIANI DECAPITATI E I BAMBINI YAZIDI SEPOLTI VIVI?
CHE COSA ASPETTA IL TRIBUNALE INTERNAZIONALE DELL'AJA A CONDANNARE I TERRORISTI ISLAMICI PER CRIMINI CONTRO L'UMANITÀ?
Emil Nona, arcivescovo di Mosul, in un’intervista rilasciata al quotidiano Avvenire il 12 agosto 2014, denuncia che a Mosul, la seconda città irachena, è in atto una “pulizia religiosaâ€. Alla domanda: “Come si è formata questa ideologia? Da dove vengono?â€, risponde in modo diretto e inequivocabile:
“La base è la religione islamica stessa: nel Corano ci sono versetti che dicono di uccidere i cristiani, tutti gli altri infedeli. La parola ‘infedele’ nell’islam è una parola molto forte: l’infedele nell’islam non ha una dignitù, non ha un diritto. A un infedele si può fare qualsiasi cosa: ucciderlo, renderlo schiavo, tutto quello che l’infedele possiede, secondo l’islam, è un diritto del musulmano. Non è un’ideologia nuova, è un’ideologia basata sul Corano stesso. Queste persone rappresentano la vera visione dell’islamâ€.
Alla successiva domanda, “Come difendere il vostro ‘diritto nativo’ a restare in Iraq?â€, l’arcivescovo Nona risponde ugualmente in modo diretto e inequivocabile:
“Non si può fermare se la comunità internazionale non smette di usare i musulmani nella politica. L’islam è una religione diversa da tutte le altre religioni. Quando si usa l’ideologia islamica, il risultato sono questi fondamentalisti. Si possono fermare o con la guerra o scovando dove sono i fondi che finanziano questi gruppi. Si deve ripensare completamente la politica internazionale. Sono tre anni che la politica usa questi gruppi, sono anni che avviene in Egitto, in Tunisia, in Somalia, in Afghanistan. Ci sono paesi che finanziano in modo molto aperto questi gruppi: la comunità internazionale non dice niente perché questi Paesi hanno risorse petrolifereâ€.
Infine l’arcivescovo di Mosul ci mette in guardia: “I politici occidentali non capiscono cosa vuol dire l’islam, pensano che siano un pericolo solo per i nostri Paesi. Non è vero: sono un pericolo per tutti, per voi occidentali ancor più di noi. Verrà un tempo in cui vi dovrete pentire di questa politica. Il confine di questi gruppi è tutto il mondo: il loro obiettivo è di convertire con la spada o di uccidere tutti gli altriâ€.

VIDEO - 500 DONNE DELLA MINORANZA YAZIDA VENDUTE COME SCHIAVE DAI TERRORISTI ISLAMICI
La denuncia è stata fatta dalla deputata Vian Dakhil, membro Yazida - gruppo religioso di originne curda. Parla fuori e dentro il parlamento delle donne che in Iraq sono senza casa, delle mamme costrette a fuggire dalle proprie abitazioni con i loro figli che durante la fuga spesso perdono la vita. Almeno 500 donne "sono in mano ai terroristi e vengono vendute come merce", spiega aggiungendo: "Siamo una minoranza. Non abbiamo nessuno che ci tutela". L'appello è alla comunità internazionale "ma soprattutto al nostro Paese: l'Iraq"
Iraq, parlamentare yazidi: "Le donne vendute come merci" (VIDEO) http://www.rainews.it/dl/rainews/media/iraq-Le-donne-della-minoranza-yazidi-vengono-vendute-come-merci-107d664a-3074-4344-9c85-f74fd7970f8b.html


http://www.rainews.it/dl/rainews/media/iraq-Le-donne-della-minoranza-yazidi-vengono-vendute-come-merci-107d664a-3074-4344-9c85-f74fd7970f8b.html

Iraq, parlamentare y... http://www.rainews.it/dl/rainews/media/iraq-Le-donne-della-minoranza-yazidi-vengono-vendute-come-merci-107d664a-3074-4344-9c85-f74fd7970f8b.html La deputata Vian Dakhil, membro Yazida - gruppo religioso di origine curda - par...

Visualizza su www.rai... http://www.rainews.it/dl/rainews/media/iraq-Le-donne-della-minoranza-yazidi-vengono-vendute-come-merci-107d664a-3074-4344-9c85-f74fd7970f8b.html
Anteprima da Yahoo

La deputata Vian Dakhil, membro Yazida - gruppo religioso di origine curda - parla fuori e dentro il...
rainews.it




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19 agosto 2014

Le libertà politiche sono praticamente inesistenti per le donne di Gaza e in molti altri paesi musulmani


Donne oppresse a Gaza, e donne che sostengono i loro oppressori

 

Di Anav Silverman
Per gran parte del mondo, la 69enne Greta Berlin, co-fondatrice e portavoce del Movimento Free Gaza (“Gaza libera”), è una specie di eroe. Recentemente Greta Berlin si è guadagnata l’attenzione internazionale per aver orchestrato la flottiglia diretta a forzare il blocco anti-Hamas su Gaza, definendo Israele “uno stato terrorista” nelle sue interviste e nei suoi articoli. Insieme ad altri membri del suo movimento, per lo più donne californiane assai benestanti e in pensione, Greta Berlin ha riversato in fiumi di retorica l’odio anti-israeliano, facendo contemporaneamente attiva campagna per la “causa palestinese”. È quanto mai paradossale che questi auto-proclamati campioni umanitari, con Greta Berlin alla testa, abbiano scelto di schierarsi e di sostenere Hamas, l’organizzazione terrorista islamista che punta a limitare drasticamente i diritti delle donne di Gaza e a sradicare qualunque forma di liberalismo dalla striscia palestinese sotto il suo controllo.
Da quando ha preso il potere, Hamas ha instaurato nella vita pubblica della striscia di Gaza duri provvedimenti religiosi in linea con la legge islamica. La scorsa estate, il massimo giudice di Gaza ha ordinato agli avvocati donna di indossare sul capo il velo islamico per garantire che anche queste donne fossero vestite in perfetta conformità ai dettami del diritto islamico, che esige che in pubblico ogni donna sia a capo coperto e indossi abiti lunghi e abbondanti tali da lasciar vedere solo volto e mani. Il Centro Palestinese per i Diritti Umani, con sede a Gaza, ha diffuso un comunicato in cui qualifica il nuovo codice d’abbigliamento imposto alle avvocate come “una pericolosa violazione della libertà personale e dei diritti delle donne”.
Da quando Hamas ha preso il potere, squadre di “poliziotti della virtù” pattugliano le spiagge di Gaza per garantire che donne e uomini siano appropriatamente coperti, ammonendo e persino arrestando le donne che osano bagnarsi non totalmente coperte. Un crescente numero di scuole pubbliche impone alle allieve velo e mantello come uniforme, rispedendo a casa le ragazze che osano presentarsi in jeans.
Dai concerti musicali ai negozi di parrucchiere, Hamas sta imprimendo la sua interpretazione del diritto islamico su ogni possibile aspetto della vita quotidiana. Nel marzo 2010, Hamas ha vietato agli uomini di lavorare negli negozi di parrucchiere e negli istituti di bellezza per donne, che sono stati anche bersaglio di esplosioni e altri attentati sin da quando Hamas ha assunto il controllo, tre anni fa. Hamas ha avvertito che chiunque violerà la nuova legge su questi esercizi commerciali verrà arrestato e processato.
In aprile, Hamas ha mandato la sua polizia a interrompere il primo importante concerto hip-hop a Gaza. Un poliziotto di Hamas ha dichiarato che quei ritmi di ballo sono “immorali”. Hamas vieta a uomini e donne di ballare pubblicamente insieme, e si sa di militanti di Hamas armati di kalashnikov che hanno fatto irruzione in luoghi di ballo, facendoli chiudere.
Sotto il regime di Hamas sono cresciuti ad un ritmo allarmante i gruppi di estremisti islamisti salafiti legati ad al-Qaeda e ideologicamente più intransigenti della stessa Hamas. Lo scorso maggio (e di nuovo nei giorni scorsi) uomini col volto coperto hanno assaltato e devastato dei campi estivi per bambini palestinesi gestiti dall’Onu dopo che i fondamentalisti musulmani avevano accusato l’agenzia Unrwa di “inculcare alle allieve fitness, ballo e immoralità”. Sono i gruppi salafiti che hanno anche preso di mira gli internet-caffè, che hanno dato fuoco a istituzioni legate ai cristiani e che hanno attaccato scuole straniere e feste di matrimonio.
In effetti, se questo è il genere di “Gaza libera” che hanno in mente Greta Berlin e le sue colleghe “liberal” californiane, c’è da domandarsi quali siano i veri scopi a cui punta il Movimento che si fa chiamare “Free Gaza”.
Come ha detto a BBC News la 21enne Jihad Rostom nel marzo 2010, “Hamas vuole imporsi alla gente; vogliono che la gente si sottometta e questa è la loro copertura: hanno distrutto la reputazione dell’islam dicendo che lo fanno perché è la religione”. Un’altra abitante di Gaza, Lama Hourani, impegnata per i diritti delle donne lavoratrici del posto, ha detto alla BBC che, secondo il modo in cui Hamas presenta l’islam, “le libertà di una donna sono sempre subordinate al benestare di un parente maschio: non considerano donne e uomini come eguali”.
È dunque inevitabile chiedersi quale logica e quali obiettivi stiano dietro alle campagne mediatiche di Greta Berlin: si batte veramente per il bene delle donne e dei bambini di Gaza, o piuttosto li usa come pretesto per dare libero sfogo al suo odio contro l’esistenza di uno stato ebraico? Greta Berlin non ha detto una parola sul trattamento delle donne palestinesi sotto il regime imposto da Hamas a Gaza. Non esiste alcuna libertà di espressione politica né alcuna eguaglianza di genere sotto l’estremismo islamista di Hamas e dei gruppi estremisti salafiti che vogliono controllare Gaza. Le libertà politiche di cui Greta Berlin gode vivendo negli Stati Uniti come donna americana, e le libertà politiche di cui godono le donne che vivono in Israele – ebree, cristiane e musulmane – sono praticamente inesistenti per le donne di Gaza e in molti altri paesi musulmani. Questa, a Gaza, è una realtà di fatto che non ha nulla a che vedere con Israele e ha molto a che vedere, invece, con l’interpretazione e l’applicazione della sharia ad opera di Hamas.
È una vergogna che donne di mentalità occidentale e liberale non facciano nulla per sostenere i diritti delle donne musulmane nei paesi dove le libertà politiche sono riservate soltanto agli uomini che sostengono i gruppi al potere.

(Da: YnetNews, 29.6.10)

Nelle foto in alto: Anav Silverman, autrice di questo articolo, e (sotto) Greta Berlin, co-fondatrice e portavoce del Movimento “Free Gaza”




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18 agosto 2014

Una lettera clandestina da Gaza denuncia la spietata dittatura di Hamas

 

Il messaggio si chiude con un disperato appello al resto del mondo: verrà ascoltato?

"Espropri" dei miliziani di Hamas nella striscia di Gaza

“Espropri” dei terroristi di Hamas, al potere nella striscia di Gaza

Una lettera scritta da un palestinese di Gaza, arrivata per vie semiclandestine nelle mani di un cittadino israeliano e pubblicata da Fox News lo scorso fine settimana, rivela un quadro fosco della vita dei palestinesi sotto la dittatura di Hamas. Nella lettera, un trentenne di Gaza chiamato Ahmed racconta la propria vicenda come scavatore di tunnel per conto di Hamas.

Ahmed racconta di quando, avendo accettato un’offerta di lavoro, venne trasportato in un camion senza finestrini insieme con altri cinque scavatori costretti come lui a lavorare sottoterra su turni estenuanti. “Viaggiammo per un’ora – dice la lettera – Alla fine ci fermammo e ci portarono in un edificio chiuso. Non sapevamo dove eravamo. Ci mostrarono un buco nel terreno e ci dissero di andare dentro. Camminammo per qualche centinaio di metri e quando arrivammo in fondo, c’erano due membri di Hamas che ci stavano aspettando. Ci diedero degli attrezzi di lavoro e ci dissero cosa dovevamo fare per allungare il tunnel”.

Ahmed spiega nella lettera che aveva accettato di lavorare per Hamas per un disperato bisogno di denaro a seguito alla morte del padre Musa e dopo che Hamas, una volta salita al potere nella striscia di Gaza nel 2006, aveva preso possesso dell’officina meccanica di proprietà della sua famiglia: “Facevano loro gli ordini e stabilivano loro i prezzi”.

“Da quel giorno – racconta – ogni mattina un membro armato di Hamas veniva al negozio e ci ordinava di fabbricare tubi metallici con alette. Avevo subito capito che venivano usati per lanciare razzi. Un giorno arrivò un camioncino e dei membri di Hamas prelevarono mio padre dal negozio. Non l’abbiamo più rivisto. Successivamente ho saputo che l’hanno ucciso e che hanno gettato il corpo in una fossa”.

La lettera prosegue descrivendo il durissimo lavoro nelle gallerie non ventilate, sotto la stretta supervisione degli uomini di Hamas che urlavano ordini. Diversi lavoratori venivano picchiati, perché accusati di non lavorare abbastanza in fretta.

Dopo dieci giorni i sei lavoratori, incluso l’autore della lettera, vennero riportati alle loro case dopo aver ricevuto un magro salario rispetto alle sofferenze sopportate. “Non sapevamo dove eravamo stati – dice la lettera – né cosa avevamo scavato”.

Ahmed afferma d’aver capito che aveva aiutato lo sforzo militare di Hamas solo dopo aver sentito le notizie sui tunnel fatti scavare dappertutto dall’organizzazione terroristica.

Violenze dei terroristi di Hamas al potere nella striscia di Gaza

Violenze dei terroristi di Hamas, al potere nella striscia di Gaza

La lettera si conclude con un appello: “Preghiamo che il mondo ci aiuti a liberarci dal dominio spaventoso e crudele di Hamas nella striscia di Gaza. Io prego ogni giorno per la morte di tutti i membri di Hamas, e per ottenere la libertà, e perché ci sia una possibilità di vivere una vita normale per i nostri figli a Gaza. Inshallah”.

Secondo il reportage di Fox News, la lettera è stata portata di nascosto a Itzik Azar, un israeliano che vive in una località nel centro del paese e che nei primi anni ’70 lavorava in un’officina metallurgica nel sud di Tel Aviv. A quei tempi molti lavoratori palestinesi erano impiegati in laboratori, cantieri e officine in tutto Israele. Uno dei colleghi di Azar era Musa, il padre di Ahmed, e faceva il pendolare ogni giorno da Gaza a Tel Aviv. “Dal momento che Musa e io eravamo quasi della stessa età, diventammo buoni amici – racconta Itzik Azar a YnetNews – Con il passare degli anni, siccome lui viveva a Gaza ci perdemmo un po’ di vista. Quando ci incontrammo di nuovo, lui aveva avuto un figlio di nome Ahmed, che oggi ha circa 30 anni. Ultimamente il nostro rapporto si era riallacciato a causa dei combattimenti nella striscia di Gaza”.

Azar preferisce non rivelare dettagli su come esattamente ha ricevuto la lettera, che è stata scritta a mano su un pezzo di carta. “Senza fare nomi, posso solo dire che ho ricevuto la lettera da qualcuno che è uscito dalla striscia di Gaza per ricevere cure mediche in Israele – si limita a dire – Ho distrutto l’originale in arabo perché conteneva troppe informazioni che avrebbero permesso di identificare Musa, Ahmed e la loro famiglia. Non ho alcuna intenzione di metterli in pericolo”.

Azar aggiunge che, quando il dominio di Hamas su Gaza sarà finito e la sicurezza dei suoi amici sarà garantita, allora racconterà le loro vicende per intero.

(Da: YnetNews, Israel HaYom, 16.8.14)

 

Dalle NEWS di israele.net – 12 agosto 2014: Secondo testimonianze di palestinesi citati da Times of Israel, Hamas avrebbe “giustiziato” decine di palestinesi, che erano stati pagati per scavare i tunnel verso Israele, al minimo sospetto che potessero rivelare agli israeliani la posizione dei tunnel e dei loro sbocchi.




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17 agosto 2014

“Traditi dai nostri vicini. Hanno sfondato le porte e preso i bimbi dai letti” Fra i cristiani di Qaraqosh scampati a stento dalla furia dell’Isis


Foto: Stanno estirpando il cristianesimo nel vicino oriente anche grazie ai finanziamenti e agli armamenti,alle forze islamiste antiassad da parte degli imperialisti americani ed i loro vassalli atlantici (italiani compresi). Ecco il risultato della politica americana a favore delle cosiddette Primavere Arabe che non hanno fatto altro che far precipitare tali Paesi nell'Inverno del Medioevo Islamico. LQuets donna era colpevole soltanto di essere cristiana ...
 “Dividevamo il pane con i musulmani, poi sono arrivati quelli...”

Stremata Un’anziana dopo aver raggiunto Erbil da Qaraqosh, in Iraq: per due giorni ha attraversato
il deserto a piedi per scappare dai militanti dell’Isis

14/08/2014
domenico quirico
Inviato a ERBIL
Un giorno, presto, molto presto, metteremo un dito sull’atlante:
questo spicchio di vicino oriente, qui sono stati i cristiani. Ci sono
passati come la goccia di mercurio che non bagna e invano tra qualche
anno ne cercheremo le tracce. Il Nord dell’Iraq, e la Siria, sipario di
enigmi, hanno ingoiato nelle loro viscere millenarie anche un lembo di
questo Vangelo che è di tutti noi. Telkepe, Batnaya, Tel Esqof,
Karamlish, Bashiqa, Qaraqosh, Mosul: imprimetevi nella mente questo che
sembra un arido elenco di città e villaggi.  
 
È la storia scritta da Dio che ha questo preludio di nomi crudi,
agglomerati di uomini che durano il tempo necessario a pronunciare le
loro sillabe, tutti coagulati in un segno sulla carta che la pronuncia
dei fuggiaschi fa come precipitoso. Un milione erano i cristiani in Iraq nel 2003 prima dell’invasione americana. Ora sono ridotti a 400 mila.
Questa, lo Stato islamico del Nord, è l’ultima ondata che li spazzerà
via.  
 
Solo in questa città di
tribolati che ha nome Erbil sono cinquantamila; nelle chiese, in
accampamenti ricavati sulle strade, negli edifici in costruzione sono
gli uomini che raccontano, uomini in cui si annida l’orgoglio cristiano, senza languori e malinconie, solo cupezza e attesa. Tremila hanno
trovato rifugio nella cattedrale dedicata a san Giuseppe, seicento
almeno i bambini. Riuniti anche nella fuga per parrocchie, crocifissi in ogni crocefisso. Nella loro città sono rimasti trenta cristiani: i
vecchi e i malati che non potevano fuggire. A custodire case che
suppongono saccheggiate, chiese profanate. Ora vuoto, silenzio. Le aule, i banchi accatastati per fare spazio, sono diventati dormitori, sei
famiglie sono accampate in un sottoscala, molti vivono sotto tendaggi
improvvisati all’aperto, fulminati dal sole a 50 gradi, in un puzzo
insopportabile di urina. Non hanno portato nulla con sé, la cosa che
sognano di più è il certificato di battesimo, perché passato il confine
darà loro la qualifica di rifugiati.  
 
Le città e i villaggi della pianura del Tigri, dunque, la pianura di
Ninive, terra cristiana, sarchiata dal sudore cristiano prima che gli
arabi arrivassero qui: ogni volta che compaiono nel racconto degli
scampati al furore del Califfato trionfante, un mondo perduto fa un
passo verso di noi; fra mille arabeschi di generazioni avanza nel
fogliame di incroci di fede misteriosi e prestabiliti. Le loro liti e
divisioni risalgono alle bizantine dispute di Calcedonia. Miserie,
ombre. Ma l’attesa e lo sconforto, il grande afoso sconforto che opprime l’animo dei cristiani che si preparano a fuggire, questa volta
definitivamente, è tutta scandita in questo elenco di nomi menzionati
tutti per uno, come una collana tastata da un cieco per controllare i
frammenti di un gioiello. 
 
Non illudetevi per le tardive bombe di Obama e la timida
controffensiva dei guerrieri curdi che era annunciata per ieri notte.
Chiediamo, per salvare i cristiani, aiuto ai curdi, ora, i curdi che
furono gli zelanti massacratori degli armeni cento anni fa! Il
cristianesimo nelle terre dei due fiumi, invecchiato come in un
involucro trasparente, è finito. Per sempre. 
 
Papa Francesco, venga qui, prima che accada, prenda un aereo e scenda a Erbil baciando la terra dove è l’orma degli apostoli Tommaso e
Taddeo. Francesco l’avrebbe fatto. Tutta l’umana miseria dei corpi,
eccola, le sarà fitta e gemente intorno, incredula e supplichevole ma
capace di soffrire. Uomini che soffrono: sì, la cosa più concreta e
urgente che ci sia. Stracci, carne sfortunata e occhi pieni di Storia.  
 
Salirà le scale puzzolenti di edifici abbandonati dove i cristiani
fuggiti agli odiatori senza speranza, strappati dalla nicchia
quotidiana, privati dei minuscoli conforti della propria giornata, hanno il loro fardello di caldo, di sete, di fame. E rischiano di perdere
ogni indulgenza, ogni interesse per gli altri. Sarebbe legge sfoderare
qui denti e artigli e conquistarsi una tana. Invece no. Non urlano, non
bestemmiano, in silenzio attendono, con la stanchezza che diventa aghi
nelle membra. Gli inviati, le preghiere non bastano per questi martiri
moderni dell’intolleranza totalitaria. Perché la loro è una religione
senza miracoli, i cristiani di Iraq, uomini come gli altri con la morte
sotto i piedi e la paura che sale nel petto: «Ma il loro non è un dio
addormentato che somiglia troppo a un dio morto, a un dio che forse non
c’è...». E le parole dell’abuma Salem Saka della chiesa caldea mi
colpiscono con un suono così aspro che paiono ribattute con i chiodi.  
 
Suvvia andiamo a vederli, percorriamo all’indietro questa lontananza
che pare immensa, un viaggio breve ad Ankawa, il quartiere cristiano di
Erbil, ma che dura quasi duemila anni. Arruoliamoci, testimoni
volontari, in questa storia morta, in questi secoli di cenere.  
 
Awnee è un uomo qualunque che ha vissuto giustamente a Qaraqosh e ha
solo voglia di morire. Da tanti anni i suoi cassetti sono in ordine,
congedati gli amici, nella dispensa di contadino mai un frutto di più
per l’indomani. La morte è matura nel suo petto, aspetta il suo giorno,
il bel giorno degli occhi chiusi in cui non dovrà più aggiustarsi il
turbante per andare nei campi ma solo stendersi, cancellare i colori di
quaggiù e galleggiare nella luce. Credeva, quando sono risuonate le
raffiche di mitra e i soldati sono fuggiti per i campi, che tutto fosse
finito: invece deve ancora attendere. Ha un appuntamento con uno che
tarda, ma non mancherà. Ha un suo discorso breve da fare: «Ibrahim si fa chiamare il nuovo califfo, Ibrahim il nome arabo di Abramo, santo a
tutte le fedi! Che oscenità, queste mummie superstiziose... per loro dio è un libro e gli uomini una cosa a cui non hanno mai pensato». 
 
Due donne, come cespugli umani sul ciglio della strada, accanto un
tappeto di gomma, unico loro avere: lanciano la voce come un tentacolo,
con la disperazione di chi vive nella prigione e picchia perché gli
venga aperto: «Sono stati i nostri amici e vicini arabi sunniti a
tradirci. Quando arrivavano aiuti per noi, cristiani, li dividevamo,
come fratelli… ma quando i “daech’’ (acronimo arabo per Isis, ndr), i jihadisti sono avanzati, sono passati dalla loro parte».  
Un’altra donna, il viso largo e maschio, seduta sull’orlo di un fosso argilloso, non guarda neppure i passanti, parla con non so quale
stridula timidezza: «È stato un musulmano che ci ha salvato all’ultimo
momento, portandoci via in auto, ha ingannato i jihadisti al posto di
blocco. Perché lo ha fatto? Perché eravamo, noi cristiani, suoi amici». 
 
I bambini, i bambini cristiani di Erbil: hanno manine piccole che
cominciavano ad acciuffare le cose; e vocette che scalfivano simili a
schegge di vetro i rumori consueti della casa. Credevano che fosse un
gioco quando li presero dai letti, a mezzanotte, e gli altri già
sfondavano gli usci. Se non avessero sentito la mamma urlare più del
giorno che li partorì. Allora si sono messi a piangere, e anche ora
piangono nascondendo i volti dietro i fogli dove si spiega come fare
attenzione a mine e oggetti esplosivi. Non vogliono che li guardiamo,
che facciamo loro fotografie, i primi bambini del mondo che non vedo
affascinati, curiosi. Hanno capito chiaramente che si trattava di
questo, di morire. La morte è stata per loro come un cuneo di verità nel soffice non sapere dell’infanzia.

domenico quirico
Inviato a ERBIL          




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16 agosto 2014

Simone Camilli vittima... di Hamas

SIMONE CAMILLI, la sua morte ci amareggia e porgiamo le nostre sincere condoglianze ai suoi familiari, ma diciamo basta agli inutili atti eroici di chi va in zone di guerra, esponendosi a rischi mortali con assurda incoscienza.
Sulla morte del giornalista, peraltro, emerge una verità diversa da quella diffusa nei TG Rai, secondo i quali il mortale incidente è stato causato da una bomba israeliana di cui Camilli stava filmando l'operazione di disinnesco.
Altri testimoni locali hanno precisato invece che si trattava di un barile di esplosivo TNT adoperato da Hamas come trappola per i tank israeliani (La Stampa). Secondo quest’ultima versione, la polizia di Gaza voleva recuperare l’esplosivo impegnato nella trappola anti-tank ma qualcosa è andato storto e vi è stata la violenta esplosione. Quattro ingegneri sono rimasti uccisi assieme a Camilli e Abu Afash. 
Dobbiamo porci una domanda: ma è mai possibile andare a filmare da vicino un'operazione così rischiosa? Per che cosa? Per fare uno scoop giornalistico su una bomba inesplosa, quando piovono razzi e bombe da una parte e dall'altra, mietendo tante vite innocenti ?
Foto: SIMONE CAMILLI, la sua morte ci amareggia e porgiamo le nostre sincere condoglianze ai suoi familiari, ma diciamo basta agli inutili atti eroici di chi va in zone di guerra, esponendosi a rischi mortali con assurda incoscienza.Sulla morte del giornalista, peraltro, emerge una verità diversa da quella diffusa nei TG Rai, secondo i quali il mortale incidente è stato causato da una bomba israeliana di cui Camilli stava filmando l'operazione di disinnesco. Altri testimoni locali hanno precisato invece che si trattava di un barile di esplosivo TNT adoperato da Hamas come trappola per i tank israeliani (La Stampa). Secondo quest’ultima versione, la polizia di Gaza voleva recuperare l’esplosivo impegnato nella trappola anti-tank ma qualcosa è andato storto e vi è stata la violenta esplosione. Quattro ingegneri sono rimasti uccisi assieme a Camilli e Abu Afash. Dobbiamo porci una domanda: ma è mai possibile andare a filmare da vicino un'operazione così rischiosa? Per che cosa? Per fare uno scoop giornalistico su una bomba inesplosa, quando piovono razzi e bombe da una parte e dall'altra, mietendo tante vite innocenti ?





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16 agosto 2014

Guardatemi....aiutatemi....liberatemi....un volto. ...uno sguardo. ...ma tanti lamenti!!!! Io colpevole di cosa? Di nulla! !!!!

.3899654384 info e adozione

qui l'unico colpevole è l'uomo che aveva paura di me e il mio fratello igor! !!la loro paura e stata la nostra condanna cioè essere sbattuta in un piccolo box del salento dove non esistono passeggiate ma solo continui lamenti! !!!!! Sono molto equilibrata dolce con gli umani. Il box lo divido con igor il mio compagno di sventura(lui ha 7anni ed e castrato)sono super affimiatati e Nonnina kelly e il suo compagno igor sono disperati.kelly ha 9 anni ed e sterilizzata.ha una leggere zoppia dovuta a un trauna vecchio sono molto affiatati insieme. Dividono gioie dolori pianti insieme. ...in lamento continuo ed instancabile. ..vi prego aprite il vostro cuore. Prov di lecce adottabile ovunque dopo controlli pre affido. Sono vaccinati e sterilizzati.3899654384 info e adozione se nn risp lasciare sms non in segreteria




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16 agosto 2014

Simone Camilli vittima... di Hamas

SIMONE CAMILLI, la sua morte ci amareggia e porgiamo le nostre sincere condoglianze ai suoi familiari, ma diciamo basta agli inutili atti eroici di chi va in zone di guerra, esponendosi a rischi mortali con assurda incoscienza.
Sulla morte del giornalista, peraltro, emerge una verità diversa da quella diffusa nei TG Rai, secondo i quali il mortale incidente è stato causato da una bomba israeliana di cui Camilli stava filmando l'operazione di disinnesco.
Altri testimoni locali hanno precisato invece che si trattava di un barile di esplosivo TNT adoperato da Hamas come trappola per i tank israeliani (La Stampa). Secondo quest’ultima versione, la polizia di Gaza voleva recuperare l’esplosivo impegnato nella trappola anti-tank ma qualcosa è andato storto e vi è stata la violenta esplosione. Quattro ingegneri sono rimasti uccisi assieme a Camilli e Abu Afash. 
Dobbiamo porci una domanda: ma è mai possibile andare a filmare da vicino un'operazione così rischiosa? Per che cosa? Per fare uno scoop giornalistico su una bomba inesplosa, quando piovono razzi e bombe da una parte e dall'altra, mietendo tante vite innocenti ?
Foto: SIMONE CAMILLI, la sua morte ci amareggia e porgiamo le nostre sincere condoglianze ai suoi familiari, ma diciamo basta agli inutili atti eroici di chi va in zone di guerra, esponendosi a rischi mortali con assurda incoscienza.Sulla morte del giornalista, peraltro, emerge una verità diversa da quella diffusa nei TG Rai, secondo i quali il mortale incidente è stato causato da una bomba israeliana di cui Camilli stava filmando l'operazione di disinnesco. Altri testimoni locali hanno precisato invece che si trattava di un barile di esplosivo TNT adoperato da Hamas come trappola per i tank israeliani (La Stampa). Secondo quest’ultima versione, la polizia di Gaza voleva recuperare l’esplosivo impegnato nella trappola anti-tank ma qualcosa è andato storto e vi è stata la violenta esplosione. Quattro ingegneri sono rimasti uccisi assieme a Camilli e Abu Afash. Dobbiamo porci una domanda: ma è mai possibile andare a filmare da vicino un'operazione così rischiosa? Per che cosa? Per fare uno scoop giornalistico su una bomba inesplosa, quando piovono razzi e bombe da una parte e dall'altra, mietendo tante vite innocenti ?




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15 agosto 2014

Quanti tifosi dei tagliagole vivono in mezzo a noi

Scattano foto di cartelli con minacce in arabo davanti al Colosseo 

Le «cartoline» dei simpatizzanti del Califfato in Occidente, compresa una scattata davanti al Colosseo, propagandate in rete. La pagina Facebook dei Musulmani d'Italia, che stigmatizza le «bugie» sullo Stato islamico oltre a giustificare la tassa di protezione imposta ai cristiani.

E tre giorni fa nel quartiere turistico di Londra sono stati distribuiti volantini che inneggiano alla nascita del Califfato. Campanelli d'allarme di come la clamorosa avanzata dello «Stato islamico della Siria e dell'Iraq» (Isis) non susciti solo condanne, ma faccia breccia e proseliti in Occidente.

Lo scorso giugno lo Stato islamico ha lanciato via social media la campagna «1 miliardo di musulmani» invitando ad appoggiare la causa in tutto il mondo. Dalla città eterna, un anonimo simpatizzante, ha rilanciato via twitter la foto di un cartello con su scritto «Lo Stato islamico rimarrà?», si suppone per sempre, scattata davanti al Colosseo. Per dimostrare il loro appoggio in Occidente i fan del Califfo si sono scatenati. A Londra hanno fotografato la bandiera nera delle milizie che cacciano i cristiani dall'Iraq con sullo sfondo il Big Ben. Martedì sono stati distribuiti nella capitale inglese dei volantini ad Oxford street frequentata dai turisti, che annunciano la nascita del Califfato come «l'alba di una nuova era».

Da Parigi i simpatizzanti hanno postato in rete le foto con i cartelli di supporto allo Stato islamico davanti al Louvre e alla Torre Eiffel. Altre «cartoline» pro Califfo sono arrivate da Belgio, Olanda e Austria. In Germania i messaggi di appoggio rilanciati in rete sono più elaborati, con un guerriero musulmano armato di scimitarra insanguinata. E sull'account twitter informale dello Stato islamico hanno addirittura fatto girare un fotomontaggio del famoso scatto con la bandiera sovietica sulle macerie di Berlino nel 1945, sostituita da quella del Califfato. Una variante è la foto con la scritta che inneggia allo Stato islamico ed i passaporti europei dei simpatizzanti che l'hanno pubblicata on line. Gli amici del Califfo sono annidati pure in Spagna, che chiamano Al Andalus considerandola una provincia araba. Le cartoline della guerra santa sono arrivate dal Canada e dagli Stati Uniti con il panorama di Manhattan o davanti a un palazzo di Chicago e la promessa che «i soldati dello Stato islamico passeranno presto da queste parti».

A casa nostra la pagina Facebook «Musulmani d'Italia - organizzazione comunitaria» ha raccolto 4058 «mi piace». Nelle ultime settimane l'obiettivo principale dell'anonimo che l'ha fondata è smontare le «bugie dei media» sullo Stato islamico. «La bufala dei 500 yazidi massacrati comincia a crollare grazie alle prime testimonianze dirette» si legge in un post di martedì. Lavoro lodevole, che denuncia le notizie inventate, come un filmato su donne cristiane stuprate in Iraq.

Non mettiamo in dubbio le esagerazioni, ma sembra quasi che i seguaci del Califfo siano degli angioletti. Non solo: accanto ad una sfilza di notizie false viene pubblicata la lista di quelle vere come l'esecuzione e decapitazione dei prigionieri o la crocifissione dei traditori. Non si trova cenno ad una ferma condanna di questi crimini a parte i commenti irati degli utenti di Facebook .

Oltre che a sminuire i crimini chi si nasconde dietro i Musulmani d'Italia giustifica la pratica islamica di imporre una tassa di protezione a chi professa un'altra fede. «I dhimmi (i «protetti», come nel caso dei cristiani e yazidi) dovranno pagare annualmente la Jiziah di 80 dollari per ogni uomo adulto, sano, non vecchio e non povero» e vivranno «in sicurezza e libertà» si legge sulla pagina Facebook. Gli islamici con la Zakat (tassa della purificazione) pagano ben di più. In pratica «la posizione» dei non musulmani «è incredibilmente privilegiata dentro uno Stato Islamico». La conclusione è disarmante: «Che se ne dica sull'Isis (la maggioranza delle notizie sono comunque bugie e propaganda), almeno applicano la Jiziah e la Zakat in modo islamicamente corretto».

Le simpatie pro Califfo diventano più insidiose quando riguardano il proselitismo nelle moschee italiane o presunte tali. Il numero di Panorama in edicola evidenzia che i centri di culto di provincia sono frequentati da predicatori stranieri, come Bilal Bosnic. L'imam itinerante bosniaco invitato a Cremona e Pordenone ha postato il 7 luglio sulla sua pagina Facebook il sermone da Mosul del Califfo Abu Bakr al Baghdadi, con il seguente commento: «Quest'uomo verrà ricordato per secoli (?) Allah continui a ricompensarlo per i suoi meriti».

www.gliocchidellaguerra.it

 




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14 agosto 2014

L'ordigno che ha ucciso Simone Camilli non era il missile inesploso di un F16, ma un bidone carico di tritolo preparato da Hamas. Lo rivela, unico giornale a farlo, il quotidiano La Stampa di Torino

CORRISPONDENTE DA GERUSALEMME

Il videoreporter italiano Simone Camilli è morto a Beit Lahiya a causa dell’esplosione di un ordigno rimasto sul terreno dopo i duri scontri avvenuti fra Hamas e truppe israeliane. Camilli stava realizzando un servizio per l’Associated Press e assieme al suo traduttore palestinese, Ali Shehda abu Afash, seguiva il lavoro di un gruppo di ingegneri della polizia di Gaza. 

 

Per le prime versioni locali l’ordigno era una bomba inesplosa di un F-16 israeliano, ma altri testimoni locali hanno precisato che si trattava di un barile di esplosivo TNT adoperato da Hamas come trappola per i tank israeliani. Secondo quest’ultima versione, la polizia di Gaza voleva recuperare l’esplosivo impegnato nella trappola anti-tank ma qualcosa è andato storto e vi è stata la violenta esplosione. Quattro ingegneri sono rimasti uccisi assieme a Camilli e Abu Afash mentre il fotografo dell’Ap Hatem Moussa ha subito gravi ferite.  

 

Altre tre persone sono rimaste ferite. La ricostruzione di Moussa è quella finora più articolata: «Vi è stata una prima esplosione accidentale e poi una seconda molto più forte». Moussa ritiene che la prima sia stata causata da un proiettile israeliano di artiglieria inesploso, che avrebbe poi innescato la detonazione di missili lanciati da aerei.  

 

Camilli lavorava per l’Ap dal 2005, quando iniziò con dei servizi a Roma, e dal 2006 viveva a Gerusalemme da dove copriva la Striscia di Gaza. «Camilli era bene accolto a Gaza e a dimostrazione del suo legame con la Striscia aveva rifiutato pochi giorni fa di andare a Irbil, in Iraq» ha detto Najib Jobain, producer locale di Ap. Camilli, 35 anni, è il primo giornalista straniero ucciso nel conflitto di Gaza iniziato lo scorso 8 luglio. 

 

UNA VITA IN PRIMA LINEA  

Figlio del sindaco di Pitigliano (Grosseto) ed ex giornalista Rai, Pier Luigi Camilli, Simone era da sempre in prima linea nelle zone calde del mondo, lavorando come producer e videoreporter per diverse agenzie internazionali, tra cui l’Associated Press. Proprio il padre gli aveva parlato qualche giorno fa, raccomandandogli di stare attento, ma Simone gli aveva risposto di stare tranquillo perché la situazione era tranquilla. Il signor Camilli, già partito per Gaza per riportare la salma a casa, ha detto di essere «fiero» di suo figlio, che «aveva questo lavoro nel sangue» e un curriculum che annoverava reportage nei teatri di guerra di Libano, Gerusalemme, Kosovo e Georgia. I vicini di casa, a Roma, hanno confermato che Simone «parlava sempre del suo lavoro, amava quello che faceva ed era coraggioso». 

 

IL CORDOGLIO DI MOGHERINI  

«La morte di Simone Camilli è una tragedia per la famiglia e per il nostro Paese», ha affermato il ministro Mogherini, ricordando che «ancora una volta è un giornalista a pagare il prezzo di una guerra che dura da troppi anni e per la seconda volta in pochi mesi piangiamo la morte di ragazzi impegnati con coraggio nel lavoro di reporter», dopo Andy Rocchelli lo scorso maggio in Ucraina. Per la titolare della Farnesina, «l’uccisione di Simone dimostra ancora una volta quanto urgente sia arrivare a una soluzione finalmente definitiva del conflitto in Medio Oriente». Al cordoglio verso la famiglia si è unito anche il Papa, che in volo verso Seul ha proposto una preghiera silenziosa ai giornalisti «per uno dei vostri che oggi se ne è andato in servizio», aggiungendo che «queste sono le conseguenze della guerra» e ringraziando la stampa per il suo lavoro.  

 http://www.lastampa.it/2014/08/13/esteri/gaza-esplode-bomba-morto-un-giornalista-straniero-sarebbe-italiano-xUFAghgUcaL668d3YiuY1N/pagina.html




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13 agosto 2014

HAMAS HA VOLUTO LA GUERRA PER RIGUADAGNARE IL CONSENSO PERDUTO?



A metà giugno, prima dell’ultimo conflitto fra Israele e Hamas, in un sondaggio commissionato dal centro studi statunitense il Washington Institute for Near East Policy, era emerso che il 70% degli abitanti di Gaza riteneva che Hamas dovesse “mantenere una tregua con Israele”, l’88% che l’Autorità Nazionale Palestinese dovesse “mandare i suoi funzionari a Gaza e governare” e il 57% sosteneva che Hamas avrebbe dovuto accettare un governo palestinese che riconoscesse lo Stato d’Israele e rinunciasse alla violenza. 

Un altro dato, fornito da uno studio del centro di ricerca Palestinian Center for Policy and Survey Research, aveva messo in evidenza che il sostegno ad Hamas, che si era ridotto dal 45& al 24% dopo la sua presa del potere nella Striscia di Gaza nel 2006, era aumentato fino al 40% dopo che Israele aveva imposto l’embargo nel 2007.

Partendo da questi dati, IlPost.it ha riunito le interviste di molti media internazionali ad alcuni abitanti di Gaza per vedere se e come siano cambiate le loro opinioni nell’ultimo mese. 

[dal Post.it- Se sei interessato alla lettura di tutto l'articolo >http://www.ilpost.it/2014/08/07/israele-blocco-gaza/ ]
Foto: HAMAS HA VOLUTO LA GUERRA PER RIGUADAGNARE IL CONSENSO PERDUTO?A metà giugno, prima dell’ultimo conflitto fra Israele e Hamas, in un sondaggio commissionato dal centro studi statunitense il Washington Institute for Near East Policy, era emerso che il 70% degli abitanti di Gaza riteneva che Hamas dovesse “mantenere una tregua con Israele”, l’88% che l’Autorità Nazionale Palestinese dovesse “mandare i suoi funzionari a Gaza e governare” e il 57% sosteneva che Hamas avrebbe dovuto accettare un governo palestinese che riconoscesse lo Stato d’Israele e rinunciasse alla violenza. Un altro dato, fornito da uno studio del centro di ricerca Palestinian Center for Policy and Survey Research, aveva messo in evidenza che il sostegno ad Hamas, che si era ridotto dal 45& al 24% dopo la sua presa del potere nella Striscia di Gaza nel 2006, era aumentato fino al 40% dopo che Israele aveva imposto l’embargo nel 2007.Partendo da questi dati, IlPost.it ha riunito le interviste di molti media internazionali ad alcuni abitanti di Gaza per vedere se e come siano cambiate le loro opinioni nell’ultimo mese. [dal Post.it- Se sei interessato alla lettura di tutto l'articolo > http://www.ilpost.it/2014/08/07/israele-blocco-gaza/ ]




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