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9 febbraio 2012
ehi amici dei palestinesi senza se e senza ma... niente da dire su queste occupazioni?
| inviato da LiberaliPerIsraele il 9/2/2012 alle 22:30 | |
9 febbraio 2012
Israele e la sua gastronomia
Quale punto di convergenza di immigranti da tutto il mondo, Israele è un Paese dai sapori vari e molteplici. Israele offre una cucina dai mille sapori, immigranti da tutto il mondo hanno importato uno stile ed una cucina particolare. Difficile scegliere tra le molte tradizioni culinarie. Dall’Europa, per esempio, sono arrivati lo schnitzel viennese, ovvero la cotoletta impanata, il gulasch ed il borscht (zuppa di barbabietole con patate). Dal Marocco, Yemen e Iraq l’abitudine di iniziare il pasto con vari antipasti. Piatti molto diffusi sono la pasta e la pizza, il purè di ceci con pasta di sesamo, limone e cumino detto hummus; gustose verdure o foglie di vite farcite con noci riso e carne e moltissime varità di insalate di melanzane. Tra i secondi sono popolari il kebab o piatti arabi come il masnaf (riso agnello, erbe, noci, limone) e il mussaka (a base di melanzane e carne trita). Dal Marocco il Tabule (cous cous condito). Ma lo snack “nazionale” è il falafel, panino di pane arabo con polpettine di verdura, hummus e altre salsine gustose. In Israele si mangia a tutte le ore e le specialità locali sono molte: lo snack nazionale, il falafel nel tipico pane (pita), o il pesce di San Pietro appena pescato dal Lago di Tiberiade, magari accompagnato da uno dei pregiati vini israeliani riconosciuti a livello internazionale.
CIBO KASHER Secondo le norme stabilite dalla legge ebraica, è proibito mangiare alcuni alimenti, come il maiale e i frutti di mare, e la carne non può essere servita assieme a pietanze a base di latticini. Viene chiamata kasher la cucina conforme a tali norme. Benché molti alberghi e ristoranti e la maggior parte dei supermercati si adeguino a tali norme alimentari, esistono anche diversi locali in tutto il Paese che servono menù non kasher. Esiste anche il vino kasher. La vite, privata dei germogli per i primi tre anni, non dà frutti. Li può dare solo a partire dal quarto anno. Da questo momento il vino verrà prodotto solo ogni sette anni secondo una legge dell’Antico Testamento. A fine torchiatura viene celebrata una cerimonia durante la quale si disperde l’1% del vino prodotto per simboleggiare la quota anticamente versata al tempio di Gerusalemme.
TERRA DI HOUMOUS, TAHINA, FALAFEL E PITA “Come è la cucina israeliana”? Questa è una delle curiosità più diffuse sia per chi si appresta al viaggio, e naturalmente anche per chi arriva per la prima volta in questa zona all’estremità orientale del bacino mediterraneo. Lo Stato moderno di Israele è il prodotto di una immigrazione relativamente recente e proveniente dai luoghi più disparati del mondo, dallo Yemen alla Polonia. Conseguentemente, non esiste una vera e propria cucina locale, ma piuttosto una interessante fusione tra elementi diversissimi. Ci sono però alcuni piatti, tipici della cucina mediterranea mediorientale, che sono sempre presenti e complementano anche i manicaretti più sofisticati: Il Houmous, una gustosa purè di ceci cosparsa di ottimo olio d’oliva crudo. La Tahina, crema ricavata da pasta di sesamo e succo di limone. I Falafel, polpette vegetali di ceci bolliti con erbe profumate passate in friggitrice. La Pita, il buonissimo pane rotondo fatto di farina, acqua, sale e lievito. Se aggiungiamo una insalata mista, questi elementi da soli potrebbero diventare un pasto goloso, completo e molto salutare con i ceci proteici, la pasta di sesamo che è un ottimo supplemento di calcio, l’olio d’oliva per la longevità e l’insalata tricolore per tante vitamine e sorrisi! “Beteiavon” (Buon Appetito in lingua ebraica). di Sergio Cigliuti, consulente tecnico e guida
I VINI ISRAELIANI Nel paese dove l’acqua è stata tramutata in vino, questo non poteva che essere meraviglioso, molti sono infatti i premi internazionali attribuiti al vino israeliano. Per Israele la storia della moderna produzione vinicola inizia nell’ultimo ventennio del Diciannovesimo secolo. Le sue origini sono legate alla lungimiranza del barone Edmond Rothschild e all’abilità dei suoi enologi. Centri vinicoli nati allora per volere del magnate - quali Rishon le-Zion e Zichron Ya’acov - godono oggi del riconoscimento e della stima mondiale. Nei decenni, alla cooperativa nata a Rishon e universalmente nota come Carmel, si sono aggiunte altre aziende di calibro internazionale, quali la Golan Heights Winery, la Barkan Wine e la Eliaz Binyamina. In Israele, clima e caratteristiche geologiche favoriscono la produzione di diverse qualità di vino.
CURIOSITÀ La Bibbia menziona sette specie di piante che sono native della terra d’Israele, prima fra tutte il grano, che è il pane degli uomini, seguono l’avena, il nutrimento per gli animali, il fico che nell’antichità, seccato, costituì scorta di zuccheri e vitamine per i lunghi viaggi nei deserti, il melograno, simbolo di fertilità nel rito e nell’arte ebraica, la palma da dattero sorgente del miele menzionato nelle Antiche Scritture e dalla quale si producevano cesti e cordami, poi l’uva che ai tempi di Dalila e Sansone veniva coltivata, come oggi nelle valli adiacenti a Gerusalemme, ed infine l’ulivo ed il suo olio col quale venivano “unti” i Re d’Israele. Il visitatori potranno apprezzare gli ottimi vini che oggi sono prodotti in Israele, alcuni dei quali rinomati in tutto il mondo. Il pane è davvero ottimo, specialmente quello tradizionale rotondo denominato “Pita”, fatto di acqua, farina e sale e cotto brevemente in forno. I prodotti caseari sono eccellenti e vale la pena di visitare qualche ristorante, nelle zone del Monte Carmelo oppure in Galilea, dove si possono ordinare scelte di formaggi locali che sono serviti con un po’ d’insalata fresca, qualche fettina di peperone al forno o marinato, una punta di composta di mango, pane ancora caldo e qualche buon assaggio di vino rosso. Nelle zone del Mar Morto e lungo il deserto dell’Aravah esistono immense coltivazioni di datteri, che possono essere acquistati anche freschi da settembre in poi. L’olio d’oliva spremuto a freddo prodotto in queste terre da migliaia di anni, è uno dei gusti più piacevoli della cucina Israeliana. Infine una curiosità: uno dei primi pionieri moderni d’Israele, Aaron Aronson, scoprì nel 1906 in Galilea la famosa pianta di grano endemica denominata “Emmer Wheat”, che poi divenne la “Madre del Grano” da cui la scienza agronomica moderna ha derivato tutte le tipologie di grano che sono utilizzate oggi per la produzione agricola industriale in tutto il Mondo. Dalla scoperta di Aaron Aronson sono anche derivate le varietà di grano duro che sono impiegate per la produzione dei migliori tipi di pasta italiana. Visitando la Galilea è possibile fare una passeggiata sulle colline dove ha avuto luogo questa importante scoperta, ancora oggi si trovano spighe di grano selvatico che crescono spontaneamente in queste zone dove le tradizioni antichissime rimangono più vive che mai, ed è proprio questo aspetto che trasforma gesti semplici come spezzare il pane o degustare un bicchiere di vino, in piccole esperienze che hanno un senso più profondo del solito se si visita Israele. Di Sergio Cigliuti - Consulente turistico e guida
LE SETTE SPECIE DELLA BIBBIA L’Antico Testamento descrive Israele come terra modesta, che non offre enormi ricchezze ma allo stesso tempo elargisce naturalmente sette specie di piante endemiche che costituiscono una buona base per la vita: Il Grano, pane degli uomini. L’Avena, il “pane” per gli animali. L’Uva, da cui il vino che ancora oggi gli Ebrei usano per benedire ogni pasto. Il Fico, che veniva consumato fresco oppure schiacciato in grandi torte da preservare in anfore di terracotta. Il Melograno, frutto bello e nutriente, ricco di semi e quindi simbolo di fertilità. L’Ulivo, il cui olio purissimo, oltre che per complementare l’alimentazione, era impiegato come simbolo sacro dal Sommo Sacerdote del Tempio durante la cerimonia per l’Unzione dei Re di Israele. E infine la Palma da Dattero, i cui frutti venivano pestati per fare il miele. La “Terra stillante latte e miele”, dunque, erano i luoghi dove c’erano molte palme e capre…una delle molte sottigliezze che si capiscono meglio visitando Israele. di Sergio Cigliuti, consulente tecnico e guida
| inviato da LiberaliPerIsraele il 9/2/2012 alle 22:22 | |
9 febbraio 2012
Shimon Peres e Salva Kiir, un'alleanza che punta su un nuovo Medioriente
di Daniel Pipes Liberal
Pezzo in lingua originale inglese: South Sudan, Israel's New Ally
Non capita tutti i giorni che il leader di un Paese nuovo di zecca faccia il suo viaggio inaugurale all'estero a Gerusalemme, la capitale dello Stato più assediato al mondo, ma Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, accompagnato dai ministri degli Esteri e della Difesa, ha appena compiuto questo viaggio alla fine di dicembre. Il presidente israeliano Shimon Peres ha salutato la sua visita come un «momento storico ed emozionante». E questa visita ha invogliato a parlare della possibilità di aprire una sede dell'ambasciata del Sud Sudan proprio a Gerusalemme, cosa che lo rende l'unico governo al mondo a farlo. Questo sviluppo inconsueto è frutto di una storia singolare.
Il Sudan odierno prese forma nel XIX secolo quando l'Impero ottomano controllava le regioni settentrionali e provava a conquistare quelle meridionali. Nel 1898, gli inglesi, escludendo il Cairo, stabilirono i tratti dello Stato moderno e per i successivi cinquant'anni governarono separatamente il nord musulmano e il sud cristiano-animista. Ma nel 1948, cedendo alle pressioni settentrionali, gli inglesi unirono le due amministrazioni a Khartoum sotto il controllo del nord, rendendo i musulmani dominanti in Sudan e facendo dell'arabo la lingua ufficiale. Di conseguenza, l'indipendenza proclamata nel 1956 portò a una guerra civile, perché gli abitanti del sud lottavano per eludere l'egemonia musulmana. Fortunatamente per loro, la strategia "di un'alleanza della periferia" del primo ministro israeliano David Ben-Gurion si tradusse in aiuto israeliano offerto ai musulmani non-arabi del Medio Oriente, inclusi i sudanesi del sud. Il governo israeliano fu la loro prima fonte di sostegno morale, di aiuti diplomatici e di rifornimento di armi, per tutta la durata della prima guerra civile protrattasi fino al 1972.
Charles Jacobs che riceve nel 2000 il Boston Freedom Award dalle mani di Coretta Scott King "per il suo impegno abolizionista". |
Il presidente Kiir ha riconosciuto questo contributo nella sua visita a Gerusalemme, notando che «Israele ha sempre sostenuto la popolazione del Sudan meridionale. Senza di voi, non saremmo insorti. Avete combattuto con noi per la creazione del Sud Sudan». In risposta a ciò, Peres ha ricordato di essere stato presente a Parigi nel 1960, quando lui e il primo ministro dell'epoca Levi Eshkol stabilirono il primo legame in assoluto con i leader della parte meridionale del Sudan. La guerra civile in Sudan proseguì in modo discontinuo dal 1956 al 2005. Col passare del tempo, i sudanesi del nord musulmano divennero sempre più brutali verso i loro connazionali del sud, ferocia che sfociò tra il 1980 e il 1990 in massacri, schiavitù e genocidio. Viste le innumerevoli tragedie dell'Africa, simili problemi non avrebbero potuto far impressione sugli occidentali stanchi di essere compassionevoli, fatta eccezione per lo straordinario sforzo condotto da due americani abolizionisti. Dalla metà degli anni Novanta, John Eibner della Christian Solidarity International ha riscattato decine di migliaia di schiavi in Sudan, mentre Charles Jacobs dell'American Anti-Slavery Group ha condotto una "Campagna Sudan" negli Stati Uniti che ha messo insieme un'ampia coalizione di organizzazioni. E poiché tutti gli americani aborriscono la schiavitù, gli abolizionisti hanno formato un'unica alleanza di destra e sinistra, di cui fanno parte Barney Frank e Sam Brownback, la Congressional Black Caucus e Pat Robertson, i pastori neri e i bianchi evangelici. Al contrario, Louis Farrakhan ha rischiato parecchio ed è stato ostacolato a causa dei suoi tentativi di negare l'esistenza della schiavitù in Sudan.
John Eibner in compagnia di Silva Kiir a Parigi, nel 2006. |
Lo sforzo abolizionista terminò nel 2005 quando l'amministrazione Bush fece pressione su Khartoum affinché siglasse l'accordo globale di pace che pose fine alla guerra e dette alla popolazione del Sudan del sud l'opportunità di votare per l'indipendenza. Cosa che essa ha fatto con entusiasmo nel gennaio 2011, quando il 98 per cento degli elettori ha votato per la secessione dal Sudan, portando sei mesi dopo alla creazione della Repubblica del Sud Sudan, un evento salutato dall'israeliano Peres come «una pietra miliare nella storia del Medioriente». L'investimento a lungo termine di Israele ha dato i suoi frutti. Il Sud Sudan s'inserisce in una rinnovata strategia di un'alleanza della periferia che include Cipro, i curdi, i berberi e (un giorno) un Iran post-islamista. Il neo-Stato offre un accesso alle risorse naturali (specie il petrolio). Il suo ruolo nei negoziati sull'uso delle acque del Nilo ha un certo peso nei confronti dell'Egitto. Al di là dei benefici pratici, la nuova repubblica rappresenta un esempio illuminante di una popolazione non-musulmana che oppone resistenza all'imperialismo islamico attraverso la sua integrità, perseveranza e dedizione. In questo senso, la nascita del Sud Sudan riecheggia quella di Israele. Se la visita di Kiir a Gerusalemme è veramente una pietra miliare, il Sud Sudan dovrà percorrere un lungo cammino da poverissimo protettorato internazionale dotato d'istituzioni deboli per raggiungere la modernità e la reale indipendenza. Questo percorso necessita che la leadership non sfrutti le risorse del nuovo Paese né sogni di creare un "Nuovo Sudan" conquistando Khartoum, ma getti le basi per uno Stato di successo. Per gli israeliani e gli altri occidentali, questo significa offrire a Juba aiuti nel settore dell'agricoltura, della salute e dell'istruzione ed esortarla a rimanere concentrata sulla difesa e sullo sviluppo, evitando di fare guerre. Un Sud Sudan di successo potrebbe alla fine diventare una forza regionale e un fedele alleato non solo di Israele ma anche dell'Occidente.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 9/2/2012 alle 20:3 | |
9 febbraio 2012
Porre fine al "diritto al ritorno" palestinese
di Daniel Pipes National Review Online
Pezzo in lingua originale inglese: Ending the Palestinian "Right of Return"
Fra il 1967 e il 1993, solo poche centinaia di palestinesi della Cisgiordania e di Gaza hanno ottenuto il diritto di vivere in Israele sposando arabi-israeliani (che costituiscono quasi un quinto della popolazione di Israele) e acquistando la cittadinanza israeliana. Poi, gli accordi di Oslo hanno incluso una clausola poco nota sul ricongiungimento familiare, e che ha trasformato questo rivolo in un fiume: 137.000 abitanti dell'Autorità palestinese (Ap) si sono trasferiti in Israele tra il 1994 e il 2002, alcuni dei quali hanno contratto dei matrimoni poligami oppure fittizi.
L'edificio che ospita la Corte Suprema a Gerusalemme. | Israele ha due motivi principali per temere questa immigrazione incontrollata. Innanzitutto, essa costituisce un pericolo alla sicurezza. Yuval Diskin, a capo dei servizi di sicurezza dello Shin Bet, ha osservato che, nel 2005, su 225 arabi-israeliani coinvolti nelle attività terroristiche contro Israele, 25 di loro – ovvero l'11 per cento – erano entrati legalmente nello Stato ebraico grazie alla clausola del ricongiungimento familiare. E lì hanno ucciso 19 israeliani, ferendone 83; l'episodio più noto è l'attentato suicida perpetrato da Shadi Tubasi per conto di Hamas al Matza Restaurant di Haifa che ha fatto 15 vittime.
In secondo luogo, questa immigrazione non controllata funge da forma occulta del "diritto al ritorno" dei palestinesi, minando così la natura ebraica di Israele. Quei 137.000 nuovi cittadini costituiscono circa il 2 per cento della popolazione israeliana, il che non è un numero esiguo. Nel 2003, Yuval Steinitz, ora ministro delle Finanze, ha intravisto nell'incoraggiamento dato dall'Ap al ricongiungimento familiare "una strategia deliberata" per aumentare il numero dei palestinesi residenti in Israele e per insidiare la natura ebraica del Paese. Ahmed Qurei, capo negoziatore palestinese, ha confermato in seguito questa paura: "Se Israele continuerà a rifiutare le nostre proposte riguardo i confini [di uno Stato palestinese], noi potremmo chiedere la cittadinanza israeliana".
In risposta a questi due pericoli, nel luglio 2003, il Parlamento israeliano ha approvato la "Legge sulla cittadinanza e l'ingresso in Israele". La legge vieta ai membri di una famiglia palestinese di ottenere automaticamente la residenza o la cittadinanza israeliana, con delle deroghe temporanee e limitate che richiedono una certificazione da parte del ministro degli Interni in base alla quale i richiedenti "s'identificano con Israele" o sono comunque utili. Di fronte alle severe critiche mosse, l'allora premier Ariel Sharon, nel 2005 ha asserito che "Lo Stato d'Israele ha tutto il diritto di mantenere e preservare la sua natura ebraica, anche se ciò significa che questo avrebbe un impatto sulla politica della cittadinanza".
Winston Churchill nel 1939. | Secondo Sawsan Zaher, un avvocato che ha sfidato la legge, sono state approvate solo 33 delle 3mila domande di esenzione presentate. Israele non è l'unico ad adottare severi requisiti per il ricongiungimento familiare: la Damimarca, ad esempio, ha mantenuto per un decennio in vigore simili norme, escludendo (tra i vari casi) un marito israeliano dal Paese, seguita a ruota dai Paesi Bassi e dall'Austria.
La settimana scorsa, la Corte Suprema israeliana, con sei voti a favore e cinque contrari, ha convalidato questa legge che rappresenta una pietra miliare, rendendola permanente. Pur riconoscendo i diritti di una persona a contrarre matrimonio, la Corte ha negato che questo implichi un diritto di residenza. Come il giudice Asher Dan Grunis ha scritto nel parere espresso dalla maggioranza, "I diritti umani non sono una prescrizione per il suicidio nazionale".
Questo modello di emigrazione palestinese verso gli ebrei risale quasi al 1882, quando gli ebrei europei dettero inizio alla loro aliyah (termine che in ebraico sta per "salita", che significa immigrazione nella terra d'Israele). Nel 1939, ad esempio, Winston Churchill notò come l'immigrazione ebraica in Palestina avesse stimolato un'immigrazione araba simile: "Così lungi dall'essere perseguitati, gli arabi hanno affollato il Paese e si sono moltiplicati finché la loro popolazione è aumentata".
In breve, non occorreva essere ebrei per beneficiare dell'elevato tenore di vita sionista e di una società rispettosa della legge. Joan Peters stima che fra il 1893 e il 1948 ha avuto luogo una duplice immigrazione araba ed ebraica "di proporzioni quasi eguali". Nulla di sorprendente in questo: altri europei moderni che si sono insediati in aree scarsamente popolate (si pensi all'Australia o all'Africa) hanno creato altresì delle società che hanno attirato le popolazioni autoctone.
Gay parade a Tel-Aviv nel 2010: quanti palestinesi ci sono là in mezzo? | Questo modello di un' aliyah palestinese è perseguito dalla nascita d'Israele. Antisionisti per quanto possano essere, i migranti economici, i dissidenti politici, gli omosessuali, gli informatori così come la gente comune, andando via manifestano il loro dissenso, preferendo uno stato mediorientale liberale e straordinariamente moderno alle celle infernali dell'Ap o di Hamas. E si noti anche come siano pochi gli arabi-israeliani che si trasferiscono a vivere con il coniuge in Cisgiordania o a Gaza, anche se nessun ostacolo giuridico impedisce loro di farlo.
La decisione della Corte Suprema ha delle importantissime implicazioni a lungo termine. Come scrive Eli Hazan su Israel Hayom, "La Corte ha decretato de iure e anche de facto che lo Stato d'Israele è uno Stato ebraico, e ha così chiuso un lungo dibattito". Porre fine all'ambiguo "diritto al ritorno" tutela l'identità sionista e il futuro d'Israele.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 9/2/2012 alle 16:2 | |
9 febbraio 2012
L'Istituto d'Egitto - In memoria
di Daniel Pipes
Pezzo in lingua originale inglese: L'Institut d'Égypte – In Memoriam
Fondato nel 1798 dagli scienziati che accompagnavano Napoleone nella sua invasione dell'Egitto e autore della monumentale opera in 20 volumi intitolata Description de l'Égypte (1809-28), l'istituto è stato incendiato il 17 dicembre scorso da una folla che si è scatenata nelle vicinanze dell'edificio che ospita l'Assemblea nazionale.
Ciò che resta dell'Istituto d'Egitto. | Fatto straordinario per un'istituzione colta, le sue porte erano aperte al pubblico permettendogli di girovagarvi dentro e assimilare il sapere, anche se in pochi l'hanno fatto. Durante il mio soggiorno triennale al Cairo, negli anni Settanta, è stato per me un luogo di rifugio, quando ero stufo della città, così com'è stata una destinazione abituale per i miei ospiti stranieri. Tenevo molto a questa perla misconosciuta per la sua biblioteca di 200.000 volumi che riguardavano l'Egitto, per essere la pietra angolare del sapere orientalista in Egitto, per la sua evocazione di un'epoca diversa e migliore e per la quiete che offriva in una città con poche oasi del genere.
E ora i barbari sono arrivati e l'hanno distrutto a colpi di molotov. I muri sono ancora in piedi, ma l'edificio è sventrato, e il suo contenuto dal valore inestimabile è stato bruciato.
Commenti: (1) Questo attacco fa venire in mente una serie di atti precedenti di distruzione dei monumenti storici dell'Egitto, tra cui la deturpazione avvenuta in epoca medievale della Sfinge e l'incendio doloso del Cairo del 1952. Fuori dall'Egitto, fra gli attacchi di cui serbiamo memoria ci sono la distruzione musulmana dei templi indù in India, la distruzione turca delle chiese a Cipro del Nord, la devastazione palestinese della Tomba di Giuseppe, la distruzione talebana delle statue dei Buddha di Bamyan, il saccheggio iracheno dei musei, delle biblioteche e degli archivi, la distruzione saudita delle antichità della Mecca e la devastazione in Malesia di uno storico tempio indù. Questo barbarismo, in altre parole, s'inserisce in uno schema più ampio. Che ne è dei musulmani e della loro storia? Come suggerisce questo elenco, troppi di loro detestano non solo ciò che non è islamico, ma anche il loro stesso patrimonio storico e archeologico.
(2) L'ex-ministro delle antichità, Zahi Hawass, ha condotto una campagna per la restituzione dei tesori egiziani. Sono contrario. Sarebbe meglio salvaguardarli là dove sono piuttosto che esporli alla furia degli egiziani moderni, considerando soprattutto il fatto che, di recente, il Mufti d'Egitto ha deliberato contro l'esposizione delle statue in privato, un possibile primo passo verso una distruzione di antichità egizie con il placet dello Stato. Inoltre, gli osservatori temono, a ragione, che l'impareggiabile Museo egizio possa essere il prossimo obiettivo.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 9/2/2012 alle 12:1 | |
9 febbraio 2012
Il dilemma sinistroide di Obama
di Daniel Pipes
Pezzo in lingua originale inglese: Obama's Leftist Conundrum
Barack Obama soffre di un'insita contraddizione politica, soprattutto negli affari esteri.
Da una parte, da uomo di sinistra qual è, egli disprezza gli Stati Uniti e li considera una forza del male nel mondo. Dall'altro lato, in veste di presidente, lui è giudicato in base a come il Paese va durante il suo mandato.
Logicamente, Obama non può conciliare la contraddizione esistente tra questi due imperativi: se lui vuole essere rieletto e onorato come un grande leader, deve promuovere gli interessi americani; ma se desidera attuare la sua politica preferita, sovvertirà il Paese e sputerà nel piatto in cui mangia.
Ideologia contro interessi: questo dilemma sinistroide riesce a spiegare perché mai i compagni di sinistra di Obama disprezzano il suo mandato, perché lui ha a volte abbandonato la sua visione del mondo per cercare di far funzionare le cose (la base di Guantanamo) o perché ha optato per una confusa via di mezzo non gradita a nessuna delle parti (la guerra in Iraq, la diplomazia arabo-israeliana).
La stessa riflessione va altresì applicata alla politica interna (tasse più alte o una disoccupazione più bassa?) ma non così chiaramente come in politica estera.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 9/2/2012 alle 7:54 | |
8 febbraio 2012
I musulmani del Canada: non sono della stessa opinione
di Daniel Pipes Macdonald-Laurier Institute
Pezzo in lingua originale inglese: Canada's Muslims, Not of One Mind
Un commento al volume What Do Muslim Canadians Want? The Clash of Interpretations and Opinion Research
di Christian Leuprecht e Conrad Winn Macdonald-Laurier Institute Novembre 2011
Comunicato stampa: http://www.macdonaldlaurier.ca/much-good-news-and-some-worrying-results-in-new-study-of-muslim-public-opinion-in-canada/ Testo: http://www.macdonaldlaurier.ca/files/pdf/What-Do-Muslim-Canadians-Want-November-1-2011.pdf
Nel loro saggio edito dal Macdonald-Laurier Institute, What Do Muslim Canadians Want? The Clash of Interpretations and Opinion Research, Christian Leuprecht e Conrad Winn esordiscono analizzando i modi per comprendere il comportamento dei musulmani residenti in Canada per poi vagliare i dati specifici. Seguirò il loro schema e analizzerò questi due argomenti separatamente, giungendo a una mia conclusione.
Paradigmi per comprendere il comportamento dei musulmani: Due dei tre esempi dimostrativi ipotizzati da Leuprecht e Winn presumono l'esistenza di una comunità musulmana omogenea, con uno di essi che considera i musulmani ostili all'unisono ai costumi occidentali e l'altro che li vede accettare all'unanimità quei costumi. Solo il terzo paradigma, quello che loro associano a me, scorge una molteplicità di punti di vista.
Questo rende evidente la sensazione intuitiva che i musulmani sono in disaccordo tra di loro – e quale gruppo di persone non lo è? Non si può negare che, in particolare, loro non siano d'accordo sulla compatibilità dell'Islam con i valori canadesi, una questione chiave in un'epoca di jihad e di sforzi per rendere effettiva la Shari'a (la legge islamica) in Occidente.
Prima di passare in rassegna gli specifici risultati del sondaggio, va osservato, insieme a Stephen Schwartz del Center for Islamic Pluralism, che "l'Islam canadese è più moderato, eterogeneo e più aperto al dibattito di quanto lo siano l'Islam americano o quello britannico". Per quale motivo? Principalmente a causa della natura dell'immigrazione musulmana, caratterizzata prevalentemente dai Qadiri e dai sufi (musulmani) tradizionalisti, dai musulmani eterodossi dell'Afica sub-sahariana e dai secolaristi dell'Algeria e della Tunisia. Schwartz conclude con una nota positiva che "noi dovremmo essere felici che il Canada è differente e che sia un luogo dove il buonsenso musulmano è apprezzato e non ricusato".
I risultati del sondaggio: I risultati del sondaggio confermano quanto siano diversi i musulmani residenti in Canada che mostrano un atteggiamento più positivo verso il loro Paese ospite di quello ravvisato in altre popolazioni musulmane che vivono nei paesi occidentali. Livelli molto alti di approvazione accordata al governo canadese, paragonabile a quella della popolazione generale, offrono una base per quanto segue, come ad esempio il fatto che i musulmani canadesi in genere non accettano l'idea che il Canada sia un Paese razzista.
Un aspetto dell'Islam canadese: la copertina del libro di Irshad Manjii. |
Domande specifiche sulle simpatie e le antipatie rivelano un maggiore apprezzamento per i valori generali (la democrazia e la libertà) che per i fatti (trovare un impiego). Ho trovato particolarmente incoraggiante che i musulmani canadesi considerino la democrazia non solo come un sistema per scegliere i leader, ma come un modo di vita che permetta a un individuo l'autonomia di pensare e di agire in libertà, di sviluppare delle opinioni personali e decidere di non partecipare del tutto alla politica.
Trovare un lavoro è una questione chiave nello studio del Macdonald-Laurier Institute. Per capire meglio il problema, s'immagini qualcuno che cerca lavoro e che fa di nome Muhammad o Fatima; i datori di lavoro non-musulmani diffidano di assumere del personale musulmano per motivi che vanno dal terrorismo alle richieste di privilegi speciali fino ai timori di incorrere in controversie legali. Da una parte, i non-musulmani devono affrontare i propri pregiudizi; ma dall'altra parte, i musulmani devono riconoscere i problemi che hanno creato e affrontarli seriamente e in modo costruttivo.
Il problema dell'applicazione della Shari'a ha delle importanti implicazioni. Una consistente maggioranza del 62 per cento vuole che la legge islamica sia in qualche modo resa effettiva; per quanto concerne gli indecisi e i contrari, la percentuale balza al 75 per cento. Ciò evidenzia quello che potrebbe essere il problema più spinoso riguardo ai musulmani del Canada: il loro desiderio di scegliere un'altra strada [e di essere cani sciolti]. Quel 15 per cento di musulmani che vuole che "i musulmani siano giudicati dai tribunali islamici" è particolarmente allarmante, e questo conferma altresì la mia opinione che gli islamisti costituiscono circa il 10-15 per cento delle popolazioni musulmane.
Il 3 per cento di chi appoggia al-Qaeda si riferisce all'elemento islamista irriducibile presente in Canada, non molto ampio, anche se il 3 per cento di una popolazione musulmana di circa 700.000 individui ammonta a circa 20.000 persone che nutrono idee e simpatie molto pericolose. Queste informazioni dovrebbero allarmare e scuotere i servizi di sicurezza e d'immigrazione.
Un altro aspetto: Zaynab Khadr mentre manifesta davanti al Parlamento di Ottawa. |
Il 13 per cento che approva Israele in questo studio si differenzia da un'importante stima fatta da Conrad Winn nel 2004 secondo cui un quinto della popolazione musulmana residente in Canada pensa che "Israele ha ragione pressoché su tutto", ma le cifre non sono molto differenti e quella più recente può essere vista come una conferma del vecchio ordine di grandezza. E così anche l'osservazione del presente studio che "i sentimenti pro-Israele sono stati talvolta espressi come una reazione contro la veemenza anti-Israele" fa eco alla riflessione fatta da Winn sette anni prima che "molto spesso [una visione filo-israeliana] è una reazione contro coloro che sarebbero considerati come dei leader estremisti nelle loro stesse comunità o nel loro Paese d'origine".
Quando si tratta di posizioni estremiste, Leuprecht e Winn si dicono sorpresi: "ci aspettavamo che i partecipanti religiosi ai gruppi di discussione fossero più radicali nelle loro opinioni. Al contrario, le opinioni politiche più radicali sono state per lo più espresse da persone relativamente laiche, spesso laureate in scienze sociali, mentre i pii musulmani sono stati a volte i più eloquenti difensori del Canada e della democrazia". Questo modello stabilisce che la pietà islamica non è in sé un problema; e che la visione politica è la chiave dei comportamento adottato. I laici possono essere estremisti e i pii moderati.
Conclusione. Leuprecht e Winn, pur rilevando che i comportamenti da loro ravvisati non calzano affatto nessuno dei tre esempi, giungono alle conclusioni che i risultati dei sondaggi "stanno a indicare che i musulmani canadesi si adattano meglio allo schema di una comunità divisa con delle opinioni eterogenee come espresso da Pipes".
Da un lato, sono soddisfatto di questa conclusione. Dall'altro, mi chiedo come si potrebbe rappresentare altrimenti una comunità composta da centinaia di migliaia di individui. Sicuramente, nessuno si aspetta che tutti la pensino allo stesso modo, il che implicherebbe che l'Islam trasforma i credenti in automi che perdono la loro capacità di pensare con la propria testa, dominati invece da una leadership che li programma. Nessuna popolazione umana corrisponde a questa descrizione.
E se questa descrizione di una popolazione passiva era un tempo convincente, di certo i tumulti scoppiati in Medio Oriente nel 2011 stanno a indicare che anche le popolazioni che obbediscono da decenni conservano dentro di loro un fuoco interiore che imprevedibilmente può far cadere i loro governanti. I libici, che a detta di molti hanno accettato le divagazioni di Muammar Gheddafi, si sono dimostrati capaci, ad esempio, di pensarci da soli.
Lo studio di Leuprecht e Winn rivela un certo numero di atteggiamenti problematici, dal desiderio della Shari'a al sostegno ad al-Qaeda, ma dimostra anche che il Canada ha la popolazione musulmana più moderata, eterogenea e aperta dell'Occidente. Non solo questo è un vantaggio sul quale fare affidamento, ma denota altresì un ruolo potenziale per i musulmani moderati del Canada, che è quello di portare il loro messaggio e forse le loro istituzioni in altri Paesi occidentali.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 8/2/2012 alle 22:57 | |
8 febbraio 2012
Obama abbraccia Erdogan
di Daniel Pipes
Pezzo in lingua originale inglese: Obama Hugs Erdogan
Obama (di spalle) ed Erdogan. | Il gesto di saluto immortalato nel giugno scorso da una foto dell' Associated Press in cui si vede Hillary Clinton che batte il cinque al suo omologo, Ahmet Davutoglu, mi ha indotto a scrivere che la Clinton "dovrebbe vergognarsi di se stessa scherzando in modo pericoloso con il rappresentante di un paese ostile".
E che dire dell'abbraccio dato a novembre da Obama al suo omologo Recep Tayyip Erdogan? Forse questo è stupido e vergognoso. Erdogan deve essere punito e non abbracciato.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 8/2/2012 alle 19:50 | |
8 febbraio 2012
Il Mujahidin di Tripoli
di Daniel Pipes
Pezzo in lingua originale inglese: Obama's Misplaced Mideast Optimism
Commentando in modo ottimista l'esecuzione del longevo dittatore libico, Barack Obama ha dichiarato che «la morte di Muammar Gheddafi ha mostrato che il nostro ruolo nel proteggere il popolo libico e nell'aiutarlo a liberarsi di un tiranno era la cosa giusta da fare». Riguardo alla sua decisione di attuare un ritiro di tutte le truppe Usa dall'Iraq nel giro di due mesi, Obama ha detto che «in Iraq, siamo riusciti nella nostra strategia di porre fine alla guerra». Poi, il presidente ha tratto delle conclusioni trionfalistiche da questi sviluppi, vantandosi del fatto che essi stanno a dimostrare che «la marea della guerra si ritira» e che «abbiamo rinnovato la leadership americana nel mondo».
Mahmoud Jibril è stato primo ministro ad interim della Libia. | Che abilità: poiché le invise politiche interne di Obama (specie quelle riguardanti l'assistenza sanitaria e l'occupazione) affondano la sua popolarità, lui ora rivendica i successi della politica estera. I democratici pubblicizzano i loro successi internazionali: «Terroristi e dittatori», dice qualcuno «privi di ostruzionismo parlamentare, non dispongono di nessuna difesa efficace contro Barack Obama». Ma il Medioriente insegna a essere cauti: molto probabilmente andrà male in Libia e in Iraq. Prevedo che Obama si pentirà dei precipitosi vanti.
In Libia, non è chiaro chi emergerà come figura dominante nel Consiglio nazionale transitorio nel tentativo di governare il Paese. Due figure rappresentano le probabili alternative. Mahmoud Jibril (classe 1952; conosciuto anche come Mahmoud Gebril ElWarfally) è stato nominato primo ministro ad interim del Cnt. Ha conseguito un PhD in Scienze Politiche presso l'Università di Pittsburgh, dove ha insegnato pianificazione strategica. Ha pubblicato dieci libri – tra cui il volume di successo Imagery and Ideology in U.S. Policy Toward Libya, 1969-1982 – e ha fondato un'omonima società di formazione professionale e di consulenza in management, la Gebril for Training and Consultancy. Invece, Abdel-Hakim Belhaj (classe 1966), leader militare di Tripoli, nel 1988 si è recato in Afghanistan a combattere i sovietici; è stato a capo del Gruppo combattente islamico della Libia; nel 2004, arrestato dalla Cia e consegnato a Gheddafi che lo ha sbattuto in galera fino al 2010. Le differenze tra i due non potrebbero essere più nette: un leader libico che ha ricoperto un posto accademico prestigioso negli Usa, mentre l'altro sostiene di essere stato torturato dalla Cia. L'uno vuole integrare la Libia in un ordine guidato dai Paesi occidentali, l'altro sogna un nuovo califfato.
Abdel-Hakim Belhaj è il più potente leader militare della Libia. | Se Belhaj ha dichiarato la sua fedeltà al Cnt sotto Jibril, ha però fatto di tutto per evadere i tentativi di assumere il controllo delle unità militari. Come dice con garbo Patrick J. McDonnel del Los Angeles Times, «continua a non essere chiaro come funzioneranno esattamente i rapporti tra la leadership civile e le disparate unità militari». E la cosa ancor più preoccupante sono le dimissioni annunciate da Jibril domenica scorsa, proprio quando il presidente del Consiglio nazionale transitorio ha chiesto una costituzione «basata sulla religione islamica». Se la Libia diventasse islamista, Obama si struggerebbe al ricordo di Gheddafi.
In Iraq, l'affermazione di Obama sulla fine della guerra ricorda il discorso della "Missione compiuta" pronunciato da George W. Bush nel 2003 che è stato molto ridicolizzato a causa del suo prematuro annuncio – «Nella battaglia dell'Iraq, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno prevalso» – proprio quando la vera guerra era appena cominciata. Con le truppe Usa che ora stanno per ritirarsi, Teheran può cominciare sul serio a impadronirsi del Paese e a trasformarlo in una satrapia (antico termine persiano che sta per una forma di governo subordinata). Nonostante i moniti americani, Teheran già interferisce nella politica irachena, finanzia le milizie, appoggia il terrorismo e invia le proprie forze nel Paese – e si prepara a fare di più. Come scrive Max Boot, il ritiro delle truppe americane implica che «in Iraq i rischi di un fallimento disastroso ora aumentano in modo considerevole. La Forza Quds iraniana deve avere l'acquolina in bocca perché stiamo lasciando l'Iraq sostanzialmente incapace di difendersi dalle sue macchinazioni». Baghdad cerca di rabbonire le minacce iraniane; ad esempio, il suo capo di stato maggiore ha proposto un'organizzazione per la sicurezza regionale con Teheran.
Nell'agosto 2007, Barack Obama ha annunciato che gli sforzi americani di stabilizzare l'Iraq sono stati un "fallimento totale". |
Se gli sforzi iraniani avranno rapidamente successo, beh, questi potrebbero recare un danno considerevole alle prospettive elettorali di Obama del prossimo anno. «Chi ha perso l'Iraq?» potrebbe diventare un potente grido di battaglia dei repubblicani. Il fatto che Obama, già nel 2007, avesse dichiarato che gli sforzi americani di stabilizzare l'Iraq erano stati "un fallimento totale", lo induce ad assumersi la responsabilità di questo reale fallimento. Anche se l'Iraq resisterà fino alle elezioni americane del 2012, prevedo che tra cinque-dieci anni gli sforzi statunitensi in Iraq (e anche in Afghanistan), con tutte quelle spese e i tributi di vite umane, finiranno in nulla. Quando i futuri analisti cercheranno di capire che cosa è andato storto, potrebbero ben concentrare la loro attenzione sulle ingenue dichiarazioni di Obama.
Come Belhaj probabilmente prevarrà su Jibril, così l'Iran sull'Iraq. Se accadesse, Obama e i democratici si pentiranno della miope sicumera odierna.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 8/2/2012 alle 15:50 | |
8 febbraio 2012
Attenti a Cipro, può esplodere
di Daniel Pipes Liberal
Pezzo in lingua originale inglese: Cyprus on the World Stage
Cipro, un'isola di circa 1,3milioni di abitanti vicino alla Turchia e alla Siria, si trova all'apice di un cambiamento importante, con grandi opportunità e pericoli. Questo piccolo Paese debutta in ritardo sulla scena mondiale dopo che le questioni interne greco-turche hanno consumato i suoi primi cinquantuno anni di indipendenza.
La "Repubblica turca di Cipro del Nord" controlla il 37 per cento della superficie terrestre dell'isola. | Problemi interni la cui origine risale al 1570, quando l'Impero ottomano conquistò l'isola e la sua popolazione era quasi interamente cristiana ortodossa e di lingua greca. Nel corso dei successivi tre secoli, i flussi migratori dall'Anatolia crearono una minoranza musulmana turcofona. Tra il 1878 e il 1960, il dominio britannico lasciò questa situazione sostanzialmente invariata. Al momento dell'indipendenza di Cipro, nel 1960, i turchi costituivano un sesto della popolazione.
Cipro, non è stato di certo l'unico territorio carico di tensioni etniche che Londra alla fine decise di abbandonare irritata (si pensi all'India, all'Iraq, alla Palestina e al Sudan), ma è stato l'unico in cui essa mantenne un ruolo permanente per se stessa e introdusse degli stati protettori, vale a dire la Turchia e la Grecia, come garanti del nuovo stato indipendente.
Questo espediente – evidentemente dannoso – aumentò le tensioni tra le due comunità dell'isola e i loro stati protettori. Tensioni che alla fine degenerarono nel 1974, quando Atene tentò di annettere l'intera Cipro e Ankara rispose immediatamente e duramente invadendo l'isola e impossessandosi del 37 per cento della parte settentrionale cipriota. L'annessione greca finì in nulla, ma l'invasione portò alla creazione di una simbolica "Repubblica turca di Cipro del Nord" (Rtcn), che oggi mantiene una presenza militare di circa 40.000 soldati della Repubblica di Turchia. Senza contare le centinaia di migliaia di coloni sono emigrati dalla Turchia alterando profondamente la demografia dell'isola. Da questo momento Cipro è rimasta per trentacinque anni divisa, a un punto morto e in gran parte ignorata dal mondo esterno, fino a quando due recenti sviluppi hanno rovesciato il vago e inopportuno status quo dell'isola.
La piattaforma Homer Ferrington gestita dalla compagnia Noble Energy, costruita nel 1985, ha iniziato le trivellazioni nel giacimento di gas Afrodite al largo di Cipro. | Il primo sviluppo si è verificato quando il Partito Akp è salito al potere in Turchia nel 2002, con un programma aggressivo di dominio regionale. Inizialmente, esso mantenne quest'ambizione sotto controllo, ma con un esaltante successo elettorale conseguito nel giugno scorso, seguito immediatamente dalla presa del controllo politico sull'esercito turco, questo intento è emerso in tutta la sua interezza. La volontà di dominio regionale assume molte forme – dall'escalation delle tensioni con Israele al tour trionfale del premier nei Paesi nordafricani – anche se con una specifica attenzione al crescente potere turco nel Mediterraneo orientale. Le ambizioni dell'Akp hanno così trasformato l'occupazione turca di Cipro da un problema sui generis a un aspetto di un problema più grande. Il secondo sviluppo, che riguarda la scoperta avvenuta nel giugno 2010 di alcune riserve di gas naturale e petrolio (come il Leviathan) nella zona economica esclusiva del Mediterraneo, al largo di Israele, proprio vicino alla zona economica esclusiva cipriota, ha trasformato improvvisamente l'isola in una protagonista del mercato energetico mondiale. I ciprioti parlano di 300 trilioni di metri cubi del valore di 4mila miliardi di dollari. Tali numeri attirano sguardi bramosi, specie da parte di Ankara, che rivendica (attraverso l'Rtcn) la sua parte di futuri proventi dall'estrazione del gas. Inoltre, l'intensificarsi dell'antisionismo da parte dell'Akp unitamente alle ambizioni strategiche del ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu evidenziano quanto le pretese turche si estendano anche alle acque israeliane.
La Piri Reis, l'unica nave turca adibita per ricerche marine ad essere scortata da imbarcazioni turche mentre esplora le acque della zona economica esclusiva di Cipro. | Insieme, questi due sviluppi – le crescenti ambizioni turche e i giacimenti di gas naturale potenzialmente immensi – collegano Cipro e Israele all'autodifesa. Figure di spicco greco-cipriote del governo, dei media e del mondo imprenditoriale hanno manifestato, in occasione di un mio recente viaggio nell'isola, un loro impellente desiderio di costruire delle relazioni economiche e per la sicurezza con Israele. In ambito economico, un alto funzionario del governo propone cinque progetti: un gasdotto comune dai giacimenti di gas a Cipro, seguito da un impianto di liquidificazione, uno di metanolo, un piano per la produzione di energia elettrica di 1.000 MW, e una riserva strategica, tutti a Cipro. Un magnate dei media suggerisce di vendere le riserve di gas naturale a Israele e lasciare che siano le sue compagnie e aziende ad assumersene la responsabilità.
Per quanto riguarda la sicurezza, molti interlocutori hanno proposto una piena alleanza con Israele. Cipro trarrebbe profitto dalle maggiori abilità diplomatiche, economiche e militari dello Stato ebraico. Israele, che ha già esperito dei tentativi di protezione a favore di Cipro, beneficerebbe dell'accesso alla base aerea di Paphos, a 300 km dalle sue coste, e che appartiene a un Paese membro dell'Unione europea.
Una simile alleanza porrebbe fine al retaggio di non-allineamento e alla parca diplomazia volta a convincere i governi a non riconoscere l'Rtcn, anche se si potrebbe dire che questa strategia non ha recato molti benefici. Di fronte a una leadership turca presuntuosa e forse messianica che tradisce sempre più dei connotati di stato canaglia, Washington, Bruxelles, Atene e Mosca hanno un importante ruolo da svolgere nell'incoraggiare delle relazioni tra Cipro e Israele, diminuendo così le probabilità di un'aggressione turca guidata dall'Akp.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 8/2/2012 alle 11:50 | |
8 febbraio 2012
La foto fake della bambina calpestata dal soldato
E’ falsa, e rientra in un tentativo di ‘demonizzare’ Israele, un’immagine circolata di recente sul web che mostra un militare israeliano mentre preme con lo stivale sul ventre di una bambina araba stesa a terra. Lo afferma il portavoce militare israeliano, nel proprio blog.

Il portavoce militare nota in particolare che il militare rappresentato nell’immagine dispone di un fucile Khalashnikov, un’arma che non e’ in dotazione dei soldati israeliani. In seguito, aggiunge, e’ stata individuata la immagine originale, ‘scattata in Bahrein nel dicembre 2009'. ’Le forze armate israeliane denunciano l’uso cinico di bambini… al fine di demonizzare i nostri soldati’ conclude il portavoce, nel rilevare che peraltro l’infierire sui bambini e’ in totale contrasto con il codice etico delle forze armate di Israele.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 8/2/2012 alle 7:50 | |
8 febbraio 2012
Insieme alle armi nucleari di Teheran, sono loro la minaccia più grande
di Daniel Pipes
Pezzo in lingua originale inglese: Is Turkey Going Rogue?
In un Medioriente devastato da colpi di Stato e insurrezioni civili, la Repubblica di Turchia si offre in modo credibile come un modello da seguire grazie alla sua impressionante crescita economica, al sistema democratico, al controllo politico dell'esercito e all'ordine secolare. In realtà, però, la Turchia potrebbe essere, insieme con l'Iran, lo Stato più pericoloso della regione. Vediamone i motivi.
Recep Tayyip Erdogan ha, di fatto, comprato le elezioni del giugno scorso pompando credito nell'economia turca. | 1) Gli islamisti senza freni. Quando quattro dei cinque capi di stato maggiore turchi hanno rassegnato improvvisamente le loro dimissioni, il 29 luglio scorso, questo ha segnato la reale fine della repubblica fondata nel 1923 da Kemal Atatürk. Una seconda repubblica guidata dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan e dai suoi colleghi islamisti del partito Ak ha esordito proprio quel giorno. Con l'esercito sotto il loro controllo, gli ideologi dell'Akp ora possono perseguire le loro ambizioni di creare un ordine islamico.
2) Un'opposizione ancor peggiore. Paradossalmente, i secolaristi turchi tendono a essere più anti-occidentali dell'Akp. I due partiti in Parlamento, il Chp e l'Mhp, condannano le politiche più illuminate dell'Akp, come il suo approccio verso la Siria e la decisione di ospitare un sistema radar della Nato.
3) Un imminente crollo economico. La Turchia affronta una crisi del credito, in gran parte ignorata alla luce della crisi greca e di altri paesi. Come rileva l'analista David Goldman, Erdogan e l'Akp conquistano il Paese in piena frenesia finanziaria: i fidi bancari sono aumentati mentre il disavanzo dei conti ha subito un'impennata, raggiungendo livelli insostenibili. La macchina clientelare del partito ha contratto ingenti debiti a breve termine per finanziare una bolla del credito al consumo che di fatto ha comprato le elezioni dello scorso giugno. Goldman definisce Erdogan un «uomo forte del terzo mondo» e paragona la Turchia odierna al Messico del 1994 o all'Argentina del 2000, «dove una breve fase di espansione economica, finanziata da flussi di capitale straniero a breve termine, ha portato alla svalutazione monetaria e a una profonda crisi economica».
4) L'escalation dei problemi curdi. Circa il 15-20 per cento dei cittadini turchi sono curdi, un popolo con radici storiche differenti; e sebbene molti curdi si siano integrati, una rivolta separatista contro Ankara, iniziata nel 1984, ha di recente raggiunto un nuovo crescendo con una leadership politica più grintosa e con degli attacchi di guerriglia più aggressivi.
Inviare la Mavi Marmara a Gaza è stata una provocazione internazionale. | 5) Erdogan, l'eroe delle piazze arabe. Sulla scia di Gamal Abdel Nasser e di Saddam Hussein, il premier turco sfrutta la retorica antisionista per diventare la star politica araba. C'è da rabbrividire al pensiero dove egli potrebbe andare a finire, elettrizzato da tutta quest'adulazione.
6) In cerca di uno scontro con Israele. Dopo che Ankara ha appoggiato la causa della Mavi Marmara – la nave di protesta diretta a Gaza nel maggio 2010, la cui aggressione indusse le forze israeliane a uccidere otto cittadini turchi e un americano di origini turche – ha inesorabilmente sfruttato questo episodio per alimentare la rabbia domestica contro lo Stato ebraico. Erdogan definisce le morti un casus belli, parla di una guerra con Israele «se necessario», e intende inviare un'altra imbarcazione a Gaza, questa volta dotata di una scorta militare turca.
7) Stimolare una fazione anti-turca. L'ostilità turca ha rinsaldato le relazioni storicamente cordiali che intercorrono tra lo Stato ebraico e i curdi, e ha risanato i freddi rapporti di Israele con la Grecia, Cipro e perfino con l'Armenia. Oltre a cooperare a livello locale, questo gruppo renderà ai turchi la vita difficile a Washington.
Il giacimento di gas naturale Leviathan è il più vasto di quelli scoperti di recente tra Cipro e Israele. | 8) Affermare i propri diritti sulle riserve energetiche del Mediterraneo. Le imprese che operano fuori dai confini di Israele hanno scoperto delle riserve di gas naturale e petrolio potenzialmente immense come il Leviathan e altri giacimenti situati tra Israele, il Libano e Cipro. Quando il governo cipriota ha annunciato di voler procedere alle trivellazioni, Erdogan ha reagito minacciando di inviare proprie «fregate, cannoniere e (…) la forza aerea». Questa disputa contiene fin d'ora i potenziali elementi di un'immensa crisi. E Mosca, solidale con Cipro, ha già inviato i suoi sottomarini.
9) Altri problemi internazionali. Ankara minaccia di congelare le relazioni con l'Unione europea nel luglio 2012, quando Cipro assumerà la presidenza di turno. Le forze turche hanno sequestrato una nave siriana che trasportava armi. Le minacce turche di invadere il nord dell'Iraq hanno peggiorato i rapporti con Baghdad. Il regime turco e iraniano possono condividere una visione islamista e un programma anticurdo, con delle prospere relazioni commerciali, ma la loro storica rivalità, gli opposti stili di governo e le ambizioni in concorrenza ne guastano i rapporti. Mentre i problemi economici colpiscono, un membro della Nato, un tempo esemplare, può uscire fuori strada – si faccia attenzione ai segnali di come Erdogan emula il suo amico venezuelano Hugo Chávez. Ecco perché, insieme alle armi nucleari iraniane, io ritengo che una Turchia dissidente sia la più grande minaccia della regione.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 8/2/2012 alle 7:37 | |
7 febbraio 2012
Addio Ankara
di Daniel Pipes
Pezzo in lingua originale inglese: Goodbye Ankara
L'espulsione di un ambasciatore è l'equivalente diplomatico di una moglie che ordina al marito di sloggiare dalla stanza da letto per andarsene a dormire sul divano del salotto. Può essere una soluzione temporanea, ma di certo è irritante.
Gaby Levy, da Bergama in Turchia, è stato l'ambasciatore israeliano ad Ankara. | La decisione di Ankara di espellere l'ambasciatore israeliano (che se ne sarebbe comunque andato nel giro di pochi giorni) probabilmente evidenzia più di un passeggero allontanamento. Innanzitutto, perché essa implica altresì una riduzione dei rapporti diplomatici a livello di secondo segretario d'ambasciata, la sospensione di tutti gli accordi militari e forse anche delle ostili misure economiche, diplomatiche e di sicurezza. In secondo luogo, perché fa parte di un profondo riallineamento della politica estera turca ora in corso, che si allontana dall'Occidente per rivolgere l'attenzione a una visione islamista affine – ma più sagace – ai punti di vista di Riad e Teheran.
Anche se sono deluso e rattristato per il cambiamento in atto in Turchia – non più tardi di dieci anni fa, consideravo questo Paese un modello di modernità e moderazione che potesse essere seguito da altri Paesi musulmani – sono, però, abbastanza contento di vedere l'emissario israeliano fare le valigie e lasciare Ankara, perché questo piccolo dramma aiuta chiunque sia ancora miope nei confronti di Recep Tayyip Erdogan e dell'Akp a capire come essi stiano riposizionando la Turchia, trasformandola in un Paese ostile all'Occidente.
L'ho già detto e lo ripeto qui: non più un alleato, ma è giunto il momento di rimuovere, o almeno di sospendere, il governo turco dallo status di membro della Nato.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 7/2/2012 alle 19:37 | |
7 febbraio 2012
Il sogno spezzato di Muammar
di Daniel Pipes Liberal
Pezzo in lingua originale inglese: Assessing Qaddafi
Oggi, primo settembre, Mu'ammar al-Qadhdhafi (questa è l'esatta traslitterazione del suo nome) avrebbe festeggiato 42 anni di governo, il che lo avrebbe reso il capo di Stato al potere più longevo al mondo.
Quando assunse il potere, Gheddafi era uno dei personaggi pubblici più belli e affascinanti. |
Mentre lui abbandona la scena, il suo infelice regno merita una valutazione. Gheddafi assunse il potere all'età di 27anni negli ultimi giorni di Gamal Abdel Nasser, l'arci-influente leader panarabo egiziano, e si considerava un seguace di Nasser, ma nutrendo maggiori ambizioni: mentre Nasser sognava una singola nazione araba che si estendesse dall'Atlantico al Golfo Persico come fine a se stessa, Gheddafi vedeva l'unità araba come il primo passo verso l'unità musulmana. Anche se Gheddafi non è riuscito a ottenere nessun tipo di unità, e la sua "Terza Teoria Internazionale" dettagliata nel Libro Verde del 1975 si è dimostrata un totale fallimento, lui ha avuto un forte e sollecito impatto su due importanti sviluppi.
Innanzitutto, ha avuto un ruolo chiave nell'aumento dei prezzi dell'energia che ebbe inizio nel 1972 e continua ancor oggi. Sfidando il controllo delle compagnie internazionali sulla produzione petrolifera e dei prezzi, il governante libico cominciò a trasferire il potere dalle sale dei consigli di amministrazione occidentali ai palazzi mediorientali. In particolare, le possibilità di successo di Gheddafi hanno contribuito a quadruplicare i prezzi del petrolio nel 1973-74.
In secondo luogo, Gheddafi ha dato il via a ciò che allora era conosciuto come il risveglio islamico. In un'epoca in cui nessun altro era disposto a farlo, con orgoglio e in modo provocatorio, lui ha perorato le cause islamiche applicando aspetti della Shari'a, invitando i musulmani di tutto il mondo a fare la stessa cosa e aiutando quegli islamici che erano in conflitto con i non-musulmani. Il lungo regno di Gheddafi può essere diviso in quattro ere. La prima e la più rilevante, 1969-86, consisteva in una frenetica attività da parte sua, intromettendosi in questioni e conflitti dall'Irlanda del Nord alle Filippine.
Simbolo della decadenza del suo regime: Gheddafi è alla fine diventato uno dei personaggi pubblici più brutti. |
Una lista incompleta includerebbe il danno reso alla campagna presidenziale di Jimmy Carter nel 1980, facendo dei pagamenti a suo fratello Billy; la dichiarazione di unione politica con la Siria; gli aiuti militari all'Iran contro l'Iraq; le minacce a Malta in merito allo sfruttamento petrolifero in acque contese; le bustarelle date al governo cipriota affinché quest'ultimo accettasse un radiotrasmettitore libico; l'invio di truppe nel Ciad meridionale per il controllo del Paese e l'imposizione di un'unione politica su esso; e infine l'aiuto offerto a un gruppo di musulmani in Nigeria, la cui violenza ha lasciato oltre un centinaio di morti. Questi sforzi, però, non hanno portato da nessuna parte. Come scrissi in un'analisi del 1981: «Non uno solo dei tentativi di colpi di stato da parte di Gheddafi ha rovesciato un governo, non una forza ribelle ha avuto successo, nessun separatista ha creato un nuovo stato, nessuna campagna terroristica ha demotivato un popolo, nessun piano per l'unione è stato realizzato e nessun paese tranne la Libia segue la 'terza teoria'. Gheddafi ha raccolto amarezza e distruzione senza conseguire nessuno dei suoi obiettivi. Una maggiore futilità difficilmente può essere immaginata».
La prima era terminò con il bombardamento americano del 1986 come rappresaglia per l'attentato dinamitardo contro una discoteca a Berlino, che sembrò influenzare la psiche di Gheddafi. Il suo avventurismo fanatico diminuì drasticamente, accompagnato da una svolta verso l'Africa e dall'ambizione di costruire armi di distruzione di massa. Man mano che la sua presenza sulla scena mondiale avvizziva, lui è stato abbandonato perché pazzo. Una terza fase iniziò nel 2002, quando un Gheddafi addomesticato pagò i risarcimenti per il ruolo avuto dalla Libia nel 1988 nell'abbattimento di un aereo della Pan Am e rinunciò alle sue armi di distruzione di massa. Anche se le basi del suo regime rimasero in piedi, lui divenne persona grata ai Paesi occidentali, mentre il premier britannico e il segretario di Stato americano sono arrivati perfino a porgergli i loro omaggi in Libia.
La quarta e ultima era è cominciata all'inizio di quest'anno, con la rivolta di Bengasi, quando un Gheddafi in ritirata è tornato alla brutalità esplicita che un tempo contraddistinse il suo governo, mettendo da parte l'immagine attentamente costruita di chi presta una nuova attenzione alle aspettative internazionali. Con il suo regime in bilico, la sua cattiveria e i suoi deliri che occupano il centro della scena e i risultati che sono stati devastanti, con un gran numero di libici che rifiutano lui, la sua famiglia, il suo regime e il suo retaggio. Dopo decenni di repressione e d'inganni, i libici ora affrontano la sfida di rinunciare a questo folle retaggio. Devono lottare per sbarazzarsi della paranoia, della depravazione e della contorsione. Come Andrew Solomon del New Yorker ha sintetizzato il problema, i libici «possono riprendersi dalla malversazione e dalla brutalità di Gheddafi, ma la falsità della vita nella Grande Jamahiriyya Araba Libica Popolare Socialista ci metterà molto tempo a sparire». E così sarà.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 7/2/2012 alle 15:37 | |
7 febbraio 2012
Proclamare uno Stato palestinese, ancora una volta
di Daniel Pipes
Pezzo in lingua originale inglese: Declaring a Palestinian State, Yet Again
L'impegno messo dall'Autorità palestinese nel proclamare uno Stato palestinese non è affatto un'idea nuova. Stando ai miei calcoli, questa è la quarta iterazione. Ho descritto il primo caso come segue:
Il I° ottobre 1948, Amin al-Husayini, il mufti di Gerusalemme, stava in piedi davanti al Consiglio nazionale palestinese a Gaza e proclamava l'esistenza del governo di tutta la Palestina (Hukumat 'Umum Filastin). In teoria, questo "Stato" governava già a Gaza e presto avrebbe avuto il controllo dell'intera Palestina. Di conseguenza, esso era nato da nobili proclamazioni della natura libera, democratica e sovrana della Palestina e con i ministri al completo. Ma l'intera impresa era una finta, perché Gaza era sotto il governo egiziano di Re Faruq, i ministri non esistevano e il governo di tutta la Palestina non si è mai esteso all'intera Palestina. Piuttosto, questo Stato perse rapidamente importanza e nei due decenni che seguirono l'obiettivo di proclamare uno Stato palestinese, di fatto, scomparve.
E poi ancora:
Quasi quarant'anni dopo la prima proclamazione di uno Stato palestinese, ce ne fu una seconda il 15 novembre 1988, ancora una volta nel corso di una riunione del Consiglio nazionale palestinese. Questa volta, fu Yasser Arafat, capo dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), a dichiarare l'esistenza di uno Stato di Palestina. In qualche modo, questa operazione è stata ancora più futile della prima, perché il neo-Stato fu proclamato ad Algeri, a quasi duemila miglia e a quattro frontiere dalla Palestina; questo Stato non controllava un solo centimetro del territorio che rivendicava e inoltre esso si trovava a dover fronteggiare un potente avversario israeliano.
Questi due esempi sono storia vecchia, ma il terzo tentativo, nel 1999, assomigliava straordinariamente alla situazione odierna. Come ho osservato all'epoca:
Quando sarà proclamato uno Stato, i risultati saranno molto negativi per i palestinesi come per gli israeliani. Questa evidente violazione degli accordi di Oslo causerà un ulteriore indebolimento dei rapporti economici e un intensificarsi della violenza. (…) Gli Usa e Israele sono più importanti degli altri 180 Paesi. Spero che essi non rifiuteranno soltanto di riconoscere lo Stato palestinese, dicendo apertamente ad Arafat e all'Autorità palestinese che una dichiarazione unilaterale costerà cara ai palestinesi. Il prosieguo dei negoziati rappresenta l'alternativa sensata ad una dichiarazione unilaterale d'indipendenza. Le questioni da discutere sono spinose e il processo andrà per le lunghe; non ci può essere alcuna data arbitraria per la conclusione dei negoziati, poiché ciò costituirebbe per i palestinesi un puro e semplice invito a temporeggiare. Perché i negoziati abbiano successo, il processo deve proseguire fino alla sua naturale conclusione.
E ora settembre 2011. Plus ça change, plus c'est la même chose – Più cambia, più è la stessa cosa.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 7/2/2012 alle 11:39 | |
7 febbraio 2012
Lo strano caso del terrorista obiettore
di Daniel Pipes Liberal
Pezzo in lingua originale inglese: Another Islamist Soldier Turns Terrorist in Texas
Nasser Jason Abdo, 21 anni, caporale dell'esercito americano, aveva già fatto parlare di sé nell'agosto 2011 quando, sostenendo che la sua fede islamica fosse in contraddizione col fatto di essere nell'esercito Usa, presenta istanza per esercitare il diritto di obiezione di coscienza. Riferendosi alle attuali guerre americane in Iraq e in Afghanistan, Abdo asserisce che a un musulmano «non è permesso di partecipare a una guerra islamicamente ingiusta. Ogni musulmano che conosce la sua religione (…) non dovrebbe far parte dell'esercito americano». Inoltre, ha manifestato la sua intenzione di lasciare l'esercito, combattere "l'islamofobia" e di «mostrare ai musulmani come possiamo condurre la nostra vita, cercando di dare un'interpretazione positiva del fatto che l'Islam è una religione buona e di pace. Non siamo tutti terroristi, sapete?» Il 13 maggio scorso, ad Abdo è stato riconosciuto lo status di obiettore di coscienza. Ma quello stesso giorno, a causa di un'indagine avviata per le sue dichiarazioni antiamericane, si è trovato di fronte a un Article 32 hearing (l'equivalente militare di un gran giurì) per aver scaricato 34 immagini pedopornografiche sul computer datogli in dotazione dall'esercito. Abdo ha giurato di voler contrastare quest'accusa e di impugnare le motivazioni dell'esercito. («Sono trascorsi quasi dieci mesi da quando l'indagine è stata avviata e solo ora vengo accusato di essere in possesso di materiale pedopornografico proprio quando la mia istanza di esercitare il diritto di obiezione è stata accolta. Tutto questo mi puzza!»).
Nasser Abdo nel 2010, mentre rilascia un'intervista in merito alla sua richiesta di esercitare il diritto di obiettore di coscienza. |
Il 15 giugno l'Article 32 hearing ha chiesto che Abdo sia processato da una corte marziale per pornografia illegale. Il 4 luglio, il giovane si è assentato senza permesso dalla 101a Divisione Aviotrasportata di Fort Campbell, nel Kentucky. Il 27 luglio, Abdo è riapparso a Guns Galore, un negozio di munizioni di Killeen, in Texas, nei pressi di Fort Hood, dove ha acquistato armi, munizioni e del materiale per fabbricare bombe, come pure ha provveduto all'acquisto di un'uniforme con i distintivi di panno di Fort Hood in un negozio di rimanenze militari. Al suo arresto effettuato dalla polizia quello stesso giorno, ha fatto seguito un comunicato stampa dell'Fbi che diceva: «Abdo era in possesso di una pistola calibro 40, di munizioni, di un articolo [pubblicato da Inspire, un magazine in lingua inglese di al-Qaeda] titolato "Come fabbricare una bomba nella cucina di tua madre", e anche di componenti per fabbricare bombe, tra cui sei bottiglie di polvere da sparo senza fumo, bossoli e pallottole per fucili, due orologi, due bobine di cavo auto, un trapano elettrico e due pentole a pressione». Il materiale in possesso di Abdo corrisponde esattamente agli "ingredienti" elencati dall'articolo della rivista Inspire sulla fabbricazione delle bombe. Il giovane ha ammesso all'Fbi di aver «pianificato di assemblare due bombe nella sua camera d'albergo utilizzando polvere da sparo e frammenti di proiettili esplosi dentro delle pentole a pressione da far esplodere in un imprecisato ristorante frequentato dai militari di Fort Hood». Quali erano le sue motivazioni? Ne spiccano due: Abdo ha confessato di voler uccidere i militari per "prendersi la rivincita" sull'esercito, presumibilmente a causa della corte marziale. Ma l'obiettivo più importante era islamista. Ha parlato a getto continuo di "islamofobia", ha elogiato il Cair, ha reso delle dichiarazioni antiamericane e ha dichiarato che non poteva uccidere i fratelli musulmani. Il suo zaino conteneva quello che un funzionario delle forze dell'ordine ha definito "letteratura estremista islamica". Guns Galore è lo stesso negozio dove il maggiore Nidal Hasan acquistò le armi utilizzate per uccidere 14 persone a Fort Hood nel novembre 2009. Davanti alla corte, Abdo ha gridato a gran voce "Nidal Hasan – Fort Hood 2009" e "Anwar al-Awlaki" (la guida spirituale di al-Qaeda di Hasan). Il giovane ha inoltre urlato "Abeer al-Janabi – Iraq 2006", il nome di una ragazza violentata e uccisa quell'anno da dei soldati americani. Questo caso evidenzia una questione profonda: l'Islam è incompatibile con la possibilità di prestare servizio per il governo americano? La richiesta di esercitare il diritto di obiezione di coscienza e il sedicente terrorismo di Abdo in modo opposto ma complementare argomentano a favore della loro incompatibilità.
L'esercito Usa ha tacitamente accettato la sua opinione concedendogli lo status di obiettore di coscienza, forse influenzato dai ripetuti attacchi musulmani ai militari Usa, tra cui l'attacco con bombe a mano perpetrato in Kuwait dal sergente Hasan Akbar, la furia omicida di Hasan a Fort Hood e l'attacco di Abdulhakim Mujahid Muhammad al centro di reclutamento militare in Arkansas.
Questa sorta di placet dato ad Abdo dall'esercito ha delle grosse implicazione per l'islam in America, lasciando intendere che i musulmani non possono essere dei cittadini leali né possono costituire la quinta colonna. Non sono d'accordo: i musulmani possono essere degli americani patriottici e dei soldati esemplari. Detto questo, ancora una volta il caso di Abdo mette in evidenza la necessità di sottoporre i musulmani a delle indagini accurate sia che prestino servizio per il governo sia quando si espletano le procedure per l'imbarco aereo. Sarà inopportuno e offensivo, ma la sicurezza comune esige di più.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 7/2/2012 alle 7:45 |
6 febbraio 2012
Il Middle East Forum: strategia e non difesa
di Daniel Pipes
Pezzo in lingua originale inglese: The Middle East Forum: Strategy, not Advocacy
Visto il gran numero di organizzazioni eccellenti che si occupano di Medio Oriente e di questioni islamiche, c'è da chiedersi: che posto occupa il Middle East Forum? Noi offriamo consigli strategici, e non difesa o apologia. Per comprendere che cosa significa questo, si guardi al conflitto arabo-israeliano, che attira un'attenzione particolarmente intensa e suscita dei punti di vista faziosi.
I paladini riempiono le pagine dei giornali e le onde radio di dichiarazioni appassionate di giustificazione e condanna. Il loro lavoro implica la moralità: quale combattente agisce con e in nome della giustizia e quale agisce in modo iniquo? Quei paladini convincenti plasmano l'opinione pubblica che, a sua volta, influenza o stabilisce perfino le politiche governative.
Ma la moralità e la giustizia non sono l'unico dibattito importante; un altro, meno generico, riguarda la strategia – non chi abbia ragione o torto, ma come vincere. Questa seconda discussione si concentra su una valutazione delle forze e propone delle idee su come raggiungere questi obiettivi. Lo stratega invece dà per scontato gli obiettivi (ad esempio, un Israele in sicurezza) e si concentra sul loro conseguimento.
Difesa e strategia hanno ognuna un proprio ruolo. Il paladino parla di giusto e sbagliato, lo stratega si occupa di successo e fallimento. La passione caratterizza il primo, il ghiaccio scorre nelle vene del secondo. Il paladino non riuscirebbe a presentare il punto di vista dell'avversario, ma lo stratega si mette regolarmente al posto del suo avversario (si pensi ai giochi di guerra). Ad esempio, io mi sono figurato a capo di un movimento islamista, immaginando che cosa fare per comprendere il modo migliore per fermarlo.
Come fa la maggior parte degli istituti di ricerca, il Middle East Forum si concentra principalmente sulle attività strategiche. È questo, a mio avviso, il migliore uso che noi possiamo fare degli anni o addirittura dei decenni consacrati allo studio dei nostri argomenti. Difendere le nostre idee, attaccare le opinioni dei nostri avversari e convincere gli indecisi sono dei compiti importanti, ma non sono i nostri. Noi ci concentriamo sull'aiuto da dare a chi crede in noi per riuscire a comprendere come fare a vincere. Non essendo basato a Washington, il lavoro del Forum si rivolge principalmente all'opinione pubblica e agli specialisti che condividono le nostre idee e sono alla ricerca di informazioni, analisi e di raccomandazioni politiche.
Ad esempio, quando ho parlato della copertura mediatica deformata d'Israele, non l'ho fatto per screditarlo ma per comprendere la sua logica e suggerire a chi si occupa della sicurezza e del benessere dello Stato ebraico i modi per affrontare questo problema. Inoltre, durante le ostilità di Gaza del 2008-2009, invece di giustificare la condotta di Israele o condannare Hamas, ho piuttosto criticato l'inettitudine strategica israeliana e ho proposto un approccio alternativo.
Dibattiti, risposte, rettifiche, difese, polemiche e apologia hanno un ruolo importante ; ma il Forum è impegnato a trovare la strada della vittoria.
| inviato da LiberaliPerIsraele il 6/2/2012 alle 23:11 |
6 febbraio 2012
Ahmadinejad uccide i Simpson "Vietati. Troppo occidentali"
Iran ferma l'importazione del cartoon made in Usa. Pochi mesi fa era toccato a Barbie: la bambola fu definita un "cavallo di Troia"

Dopo le Barbie anche i Simpson finiscono nel mirino delle autorità iraniane. Teheran ha infatti vietato l'importazione del cartoon americano perchè promuoverebbe la culutura occidentale a discapito dei valori della Repubblica Islamica. Mohammad Hossein Farjoo, segretario dell'Istituto per lo sviluppo intellettuale di bambini e ragazzi, ha motivato la decisione dicendo di non voler favorire la diffusione di "questo cartone animato". Un trattamento diverso è stato riservato a Spiderman e Superman. Secondo l'agenzia governativa, i due supereroi aiutano gli "oppressi e rappresentano modelli positivi".
Barbie bandite - Lo stesso istituto governativo aveva vietato nel 1996 l’importazione della Barbie, definita "un cavallo di Troia" dell’influenza culturale dell’Occidente nel Paese. Il mese scorso, un nuovo giro di vite contro la bambola-icona aveva portato alla chiusura di numerosi negozi in cui era venduta. Malgrado i divieti, molti giovani iraniani decidono di non rinunciare a libri, film, musica e abiti alla moda occidentali, acquistandoli al mercato nero. L’Iran lo scorso anno ha importato giocattoli per 57 milioni di dollari, di cui quasi la metà sarebbero stati contrabbandati. Circa un quarto della popolazione iraniana ha meno di 15 anni.
http://www.liberoquotidiano.it/news/927398/Ahmadinejad-uccide-i-Simpson-Vietati-Troppo-occidentali.html
| inviato da LiberaliPerIsraele il 6/2/2012 alle 22:34 | |
6 febbraio 2012
Egitto : Fratelli Musulmani fermano un corteo diretto al parlamento
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Dei partigiani dei Fratelli musulmani hanno impedito martedì a centinaia di manifestanti che reclamavano la partenza dei militari al potere, di raggiungere la sede del parlamento secondo un fotografo dell’AFP. Dei militanti avevano chiamato ad una marcia da Piazza Tahrir , epicentro della rivolta , fino alla sede del Parlamento, per fare pressione sulla nuova Assemblea per realizzare gli obbiettivi della rivoluzione: fine dei processi civili davanti al tribunale militare , riforme del ministero dell’Interno, rispetto delle libertà e della giustizia sociale.
Mentre che iniziavano la loro marcia in direzione del Parlamento da piazza Tahrir, i manifestanti sono stati bloccati da dei militanti dei Fratelli musulmani . “Stiamo qui come degli scudi umani, perché se i manifestanti vanno oltre si scontreranno con la polizia. Vogliono entrare nell’Assemblea, cosa volete che faccia” ha dichiarato all’AFP un membro della confraternita Hamdy Adbdelsamad. Dietro a lui, i manifestanti, urlavano slogan contro il Consiglio supremo delle forze armate (CSFA) che governo il Paese dalla caduta di Mubarak. "Badie, stai vendendo la rivoluzione” scandivano i manifestanti, riferendosi alla guida suprema della confraternita, Mohammad Badie. I Fratelli musulmani tramite la loro formazione politica, il Partito della libertà e della giustizia hanno vinto il 47 % dei seggi alle prime elezioni legislative. L’insieme delle formazioni islamiche detengono i tre quarti dei seggi dell’Assemblea, di cui la seduta inaugurale si è tenuta il 23 gennaio.
Dopo diverse ore, i manifestanti hanno rinunciato al loro progetto di raggiungere l’Assemblea e sono tornati a manifestare non lontano dalla sede della televisione. Questi ultimi giorni, la commemorazione del primo anniversario della rivoluzione anti- Mubarak, lanciata il 25 gennaio 2011 si è accompagnata da una crescita di contestazioni contro il potere militare. L’esercito ha promessi di cedere il posto, una volta che sarà eletto un presidente in modo democratico, prima della fine di giugno, ma molti lo accusano di perpetuare la politica repressiva del vecchio regime e di cercare di preservare i vecchi privilegi dell’istituzione militare.
| Focus MO
| inviato da LiberaliPerIsraele il 6/2/2012 alle 20:1 | |
6 febbraio 2012
CARO OVADIA SU VAURO SBAGLI
L'Unità, 4 febbraio 2012, in prima pagina
di Giuseppe Caldarola

Vorrei provare a discutere con Moni Ovadia e, se è possibile, addirittura con Vauro. Sono abituato a non perdere mai di vista il filo del dialogo anche, come in questo caso, nella contrapposizione più netta. Vauro ha fatto una vignetta che secondo Moni Ovadia appartiene al suo stile «giustamente feroce». Io ho replicato con un pezzo, di chiaro sapore satirico, altrettanto «giustamente feroce». Non ho scritto che Vauro è un antisemita, ho interpretato l'effetto che la sua vignetta ha fatto su di me, e sulle comunità ebraiche del mondo, dicendo che mi faceva venire alla mente l'insulto sulla «sporca ebrea». Vauro ha querelato, il pubblico ministero mi voleva assolvere, il giudice mi ha condannato imponendo una provvisionale che si applica solitamente ai delitti di sangue, agli omicidi ad esempio, e agli stupri. Vedo tre diritti violati dalla sentenza. Il primo è il mio diritto di criticare satiricamente Vauro. Se lui può essere «giustamente feroce» perché io no? Poi c'è un altro diritto che appartiene a una sensibilità che sicuramente Ovadia ha. Ho difeso Fiamma Nirenstein dallo stereotipo che la raffigurava, nella vignetta, con la stella di David cucita sull'abito e il naso adunco. Ovadia sa chi l'ha usato e perché. Dice Ovadia che Fiamma sta con la destra. E che c'entra? Per la prima volta si sancisce che un cittadino italiano possa essere caratterizzato antropologicamente per le sue opinioni politiche. I cittadini italiani di religione ebraica o di famiglia ebraica votano per chi vogliono. Io se li vedo offesi, reagisco indipendentemente dal consenso o no sul loro credo politico. Fiamma è stata ritratta con una mostrificazione sgradevole sia per le sue connotazioni, diciamo così etniche, sia per l'immagine sfigurata del suo essere donna. È giusto farlo? Se sì, è giusto criticare riassumendo, con una frase «giustamente feroce», quel che quelle immagini provocano in chi legge e guarda? La faccenda è tutta qui. Personalmente non credo di dover chiedere a un cittadino italiano di religione o di famiglia ebraica per chi vota. Non credo che a un cittadino italiano, diciamo ariano, verrebbe affibbiata una connotazione etnica se si schiera in un campo opposto alla sinistra. Perché invece con Fiamma, donna e ebrea, si può fare? In questi mesi si è molto detto e combattuto contro il bavaglio alla stampa. Per questa ragione, Ovadia dovrebbe ricordarlo, Fiamma non ha querelato Vauro pur essendone stata offesa. Perché un sostenitore dell'anti-bavaglio e il suo mondo di riferimento, invece, pretendono che sia io a mettermi il bavaglio? Le comunità ebraiche di tutta Italia hanno deciso di raccogliere il denaro necessario a pagare la provvisionale a Vauro. Io ho detto, e ripeto, che preferisco il carcere. Sto ponendo una questione di principio, anzi più d'una. Compreso il diritto di stare con Fiamma e con tanti altri dalla parte di Israele. Il giudice di Roma ha invece sancito che chi ha un diverbio politico con un cittadino ebreo ha il diritto di raffigurarlo secondo stereotipi razziali e che chi critica possa essere querelato e condannato. Credevo che queste cose si potessero fare nell'Ungheria di oggi non in Italia nel 2012. È su queste cose che vorrei invitare Moni Ovadia a ragionare.
http://edicoladigitale.unita.it/unita/books/120204unita/#/1/
| inviato da LiberaliPerIsraele il 6/2/2012 alle 16:0 | |
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